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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Ucraina: i predatori imperialisti e il proletariato

  • Categoria: n. 03-04, maggio-agosto 2014
  • Pubblicato: Lunedì, 17 Novembre 2014 18:43

Mentre proseguono le stragi della guerra siriana e milioni di rifugiati si riversano in ogni angolo del Medio Oriente, sommandosi alle centinaia di migliaia di proletari palestinesi, africani, asiatici in fuga per terra e per mare per la sopravvivenza, esplode la situazione ucraina, sotto la pressione delle potenze imperialiste e con tutte le contraddizioni che essa si porta dietro dal tempo della deflagrazione russa (1989-91), ma soprattutto a causa di fattori materiali legati alla sua storia e collocazione geografica, economica e strategica. Nata vecchia e decrepita, e con l’illusione di potersi rendere indipendente in forma stabile sul piano politico come su quello economico, la borghesia ucraina si è “sistemata” in un territorio che attraversa lo spazio est-europeo, confinando con Bielorussia, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Moldova e Russia. In realtà, con i suoi 45 milioni di abitanti, una superficie inferiore solo a quella della Russia europea, una bassissima densità media (77 abitanti per kmq) ma densamente popolato a est, il paese, caratterizzato fin dalla nascita da una debole economia (in ripresa solo negli anni 2004-6 e poi crollata in seguito alla crisi), continua a essere un vaso di coccio tra i vasi di ferro principali: la Russia, la Germania e gli Stati Uniti (attestatisi saldamente nell’est europeo fin dagli anni ’90).

 

Per la quantità e diversità dei paesi confinanti, l’Ucraina è sempre stata, in pace e in guerra, una “terra di mezzo”, schiacciata a nord-ovest dalla Polonia e a sud-est dalla Russia: e, proprio in quanto tale, mai assurta alle condizioni di nazione moderna. Qui, l’imperialismo delle grandi potenze non dorme: non dormono i potenziali affari e il capitale finanziario legato alle materie prime, ma soprattutto non dorme lo sviluppo degli armamenti, in quanto l’area baltica, quella del Mar Nero e quella caucasica, non molto distanti, sono aree politico-strategiche ad alto potenziale esplosivo.

 

Nei ventitré anni trascorsi dalla cosiddetta indipendenza politica, l’Ucraina ha cercato di dotarsi di una struttura statale sullo stampo di quella russa: e le oligarchie sono figliate rapidamente e massicciamente, sostenute dagli affari finanziari legati alla privatizzazione dell’intera economia industriale. Blandita economicamente dalla Russia tramite accordi economico-politici sui prezzi delle materie prime energetiche di cui ha estremo bisogno (gas, petrolio) e di cui è un importante crocevia dalle zone di produzione russe a quelle di consumo occidentali, attratta militarmente dagli Usa (e quindi dalla Nato entro cui mira ad entrare), l’Ucraina cerca di contrattare la propria esistenza in quell’Est europeo così gravido di nazionalismi destinati a esplodere di nuovo nel momento in cui si saranno definite, per ferreo determinismo, le alleanze di guerra dei principali attori. Quei frammenti di confine, quei puzzle scomposti prodotti dall’esplosione russa, divengono infatti un peso insostenibile per quell’indefinibile costruzione che è l’Unione Europea – la quale rischia di subire conseguenze esiziali raccogliendo al proprio interno, dietro “raccomandazione” yankee, schegge pronte a spezzarsi in forme più minute. Così, nel momento in cui la Russia, ripresasi dal crollo economico e politico degli anni ’90, ha preteso il pagamento di una pesante tangente elettrica non più coperta dal diritto di pedaggio, il fattore scatenante dei prezzi delle materie prime (sempre presente nelle situazioni di crisi di sovrapproduzione mondiale) è balzato in superficie: un fattore, questo, che rimanda a ben più profonde contraddizioni economiche che nulla hanno a che vedere con gli “scontri di civiltà tra forme oligarchiche e democratiche”.


 

Il quadro economico dell’Ucraina, a parte la produzione agraria (grano e legname) nell’area centrale, si completa a est con un reale apparato industriale concentrato nella regione di Donetsk (sud-est ucraino), Lugansk e Karchiv, cui è integrata la zona Donbass, ricca di carbone, ferro e zolfo. Qui, ai confini con la Russia, si trova la maggiore concentrazione proletaria: nelle miniere di carbone, nelle acciaierie particolarmente sviluppate e nelle industrie chimiche. Sulla costa, da Odessa (la città da cui partì la prima rivoluzione russa del 1905) fino alla penisola di Crimea, si estende una vasta area industriale, polmone industriale dell’Ucraina (l’80% della produzione industriale totale), legata alla Russia per antica tradizione e per legami economici e politici: qui furono poste infatti, dalla fine dell’800 e fino ai primi decenni del ‘900, le basi dell’economia russa e in seguito la sua modernizzazione, con la produzione della maggior parte di quell’acciaio che, alla fine degli anni ’20, permise la realizzazione del primo piano quinquennale di Stalin (e di qui, sia detto per inciso, partì l’esaltazione dello stakanovismo).


 

In quest’area, dunque, a ridosso del recente confine ucraino-russo, s’intrecciano gli interessi degli oligarchi legati al carbone e all’acciaio, al petrolio e al gas. La grassa borghesia che “guarda alla Russia” teme la rottura di un tessuto economico intrecciato da più di un secolo. Teme cioè che, con l’ingresso dell’Ucraina nell’orbita economica occidentale, venga a crearsi una frattura irreparabile con il mercato entro cui da sempre si fanno affari: per questo, ha mobilitato le classi medie che vanno propagandando a gran voce la favola che i lavoratori, ritornando in Russia, avranno “stipendi doppi, pensioni doppie, servizi migliori e soprattutto lavoro”.


 

La parte centrale del paese, con la piccola e media industria raccolta attorno a Kiev, e quella più a occidente, un tempo polacca e austriaca (Leopoli e Galizia), sono invece irresistibilmente trascinate a ovest. Da qui, l’imperialismo tedesco e quello americano fanno sentire la loro forte attrattiva, seducendo le illusioni della borghesia ucraina e corrompendo le nuove classi medie con il profumo del dollaro e dell’euro e con il miraggio dei profitti polacchi e cecoslovacchi, vantati oggi come il non plus ultra dello sviluppo economico dell’Unione europea. L’Ucraina centrale spera dunque di trarre solidissimi vantaggi da un trattato di associazione con l’intera Unione europea, il cui interscambio complessivo per le importazioni giunge oggi al 40,7% e per le esportazioni al 50% del totale, cui fa da contrappunto la Russia che da sola, come partner commerciale, esporta per 27 miliardi di dollari e importa per 18 miliardi. La tricefala borghesia ucraina, così divisa nel portafogli e di conseguenza nelle azioni e nelle aspettative, ha tuttavia la propria ragion d’essere principalmente nell’esistenza della fitta rete di gasdotti e oleodotti provenienti dalla Russia, che disegnano il tracciato dell’assoluta dipendenza dell’Ucraina dalla domanda dell’Occidente e dall’offerta russa.


 

La gestione indipendente di questa rete tramite la compagnia di Stato Naftohaz Ukrayny, con il suo tentativo di far alzare il prezzo del pedaggio alla Russia interrompendo il flusso energetico, ha scatenato l’insanabile conflitto con il colosso russo Gazprom che, a est di questo snodo, gestisce la produzione e la distribuzione e non intende concedere più i prezzi di favore di un tempo, ma quelli di mercato. Non è un caso che, dopo la costruzione dei gasdotti North Stream nel Mar Baltico e Jamal verso la Bielorussia, la Gazprom abbia in progetto di aggirare anche l’area baltica con la costruzione di altri gasdotti diretti verso il Mare del Nord scavalcando la Norvegia o più a sud lungo il Mare Nero, dove accanto al gasdotto Blue Stream diretto in Turchia verrebbe a essere collocato il South Stream diretto in Bulgaria.


 

La dura crisi economica, che ha portato con sé una vera bancarotta monetario-finanziaria dello Stato ucraino (crisi debitoria, inflazione, bolletta salata del gas, tassi d’interesse passati dal 5 al 36%, riserve bancarie ridotte al minimo, agricoltura e siderurgia paralizzate), ha costituito poi la miccia d’innesco perché migliaia di dimostranti si rovesciassero in Piazza Maidan a Kiev contro il governo filo-russo di Yanucovich. E ha rimesso in movimento i diversi interessi economici e politici filoeuropei e filorussi di una borghesia divisa, anticipando, assorbendo e deviando potenziali conflitti di classe. Nella capitale, sono state protagoniste le mezze classi, con i loro interessi corporativi, il marcio nazionalismo democratico e la spinta ad arricchirsi, espressioni immediate dei contrasti interni nel fronte borghese. Il proletariato ha seguito passivamente la miserabile partita patriottica, ma gli eventi rischiano di coinvolgerlo in un possibile conflitto militare, se non riprende a imboccare il proprio cammino indipendente di classe, dichiarando a voce alta nelle piazze il proprio disfattismo nei confronti di ogni ordine di problemi economici e sociali. Lo scontro inter-imperialista si è fatto decisivo là dove risiede da sempre il baricentro della forza: in Crimea, dove le linee di forza della flotta russa del Mar Nero tagliano quelle del fronte Sud della Nato in Turchia, convergendo verso il Mediterraneo. Imbastito ad arte un inesistente richiamo delle popolazioni russofone della penisola di Crimea verso la Santa Madre Russia, il referendum per l’indipendenza e le schermaglie tra militari a Sebastopoli hanno fatto il resto.


 

Le spinte a ovest e le controspinte a est hanno seguito la stessa dinamica manifestatasi durante lo scioglimento dalla Russia e allorquando, dal 2004 al 2008, in concomitanza con la prima uscita dalla precedente crisi economica del 1997-98, ai contrasti politici ed economici interni fu dato il nome roboante di “rivoluzione arancione”. Quel “movimento” non ebbe come obiettivo solo quello di contrattare il prezzo delle materie prime, ma anche quello di ottenere lo spostamento strategico economico e finanziario dell’Ucraina verso la Germania (e quindi l’Unione europea), sponda economicamente più appetibile per la borghesia (almeno per la sua parte maggioritaria). Non ultimo c’è l’appoggio degli Usa, che hanno agitato per anni la carota di quel sostegno militare di cui la borghesia, a loro dire, “avrebbe bisogno”, non potendo mantenere un esercito, una marina e armamenti tali da opporsi a un’eventuale “invasione russa”. La stessa dinamica portò le province baltiche sostenute economicamente dagli Usa (Estonia, Lettonia, Lituania) nell’Europa e nella Nato, come non diverso fu il loro sostegno alla Georgia nella zona caucasica in occasione della guerra russa per l’Ossezia. L’imperialismo, che in Occidente si chiama sostegno alla “democrazia e alla libertà”, è sempre all’opera e non cesserà di spingere fino alle estreme conseguenze. Il fronte opposto, anch’esso “amante della pace e della democrazia”, a tutt’oggi proclama il proprio “sostegno alla popolazione russa oppressa” (ovviamente nelle carriere, nelle accademie, negli affari). Ma i giocatori che decidono e decideranno in futuro non si fermeranno a due: l’abbandono da parte di Obama del progetto di Bush del posizionamento di missili e radar come deterrenti antirussi in Polonia e in Cecoslovacchia fu opera anche della borghesia tedesca, che non vide di buon occhio, alle proprie frontiere, armamenti polacchi e cechi, protetti dagli Usa. Non è un caso che la Germania abbia preferito, in questo frangente, posizionare i caccia della Luftwaffe nell’area baltica, tradizionalmente molto più vicina alla sua area di espansione verso la Russia.


 

Le manifestazioni dure e massicce a Kiev, contrastate da un diretto attacco della polizia, dai cecchini appostati sui tetti oltre che dalla massa di mercenari, nazionalisti dell’una e dell’altra banda, non avevano altro obiettivo che condurre gli affari per conto dei partiti della borghesia ucraina: quelli che “fraternamente” tengono alla catena il proletariato. Le manifestazioni di piazza hanno solo reso manifesti gli appetiti imperialisti, che esasperano ad arte le divisioni storiche territoriali, economiche e sociali, sollevando inesorabilmente i venti di guerra. Sull’altra sponda, le manifestazioni dure e massicce dei partigiani e mandanti filorussi a Karkiv, Donetsk, Lugansk, le occupazioni di edifici pubblici, gli scontri e le barricate, non fanno che alimentare il gioco delle parti. Le incursioni degli elicotteri ucraini contro la popolazione e lo stillicidio di morti servono ad alimentare il rancore e la rabbia, a spingere gli uni contro gli altri i proletari. E non altro è l’obiettivo del posizionamento dei carri armati russi a ridosso del confine ucraino.


 

Se, nel corso degli avvenimenti lungo il confine polacco, le pacifiche manifestazioni a Leopoli hanno rivendicato una sorta d’indipendenza politica, e se le azioni della Russia e dei residenti hanno permesso il ritorno della Crimea alla Russia tramite referendum, ciò dimostra la presa d’atto che i tempi non sembrano ancora maturi per un conflitto di grandi dimensioni: ma ne disegnano tracciato e sviluppi futuri. Per adesso, ci si limita ad alzare il prezzo politico del contrasto. La risposta russa, con la dislocazione di carri armati a Sebastopoli a protezione della flotta, ha dimostrato una volta di più che questa penisola continua a essere esplosiva, così come lo è stata durante i due conflitti mondiali. Da qui si controlla tutta l’area del Caucaso, da qui partivano le navi per bombardare la Georgia. Il Mar Nero d’altronde è la via d’ingresso nel Mediterraneo. Lo stato di stallo e di debole potenza di fuoco in cui hanno continuato a rimanere le pedine della scacchiera dipende ancora dalla profondità della crisi, che schiaccia attualmente il velleitarismo interventista. Rimangono giochi di guerra l’allineamento dei carri armati russi e le truppe posizionate al confine ucraino, così come la deterrenza delle navi americane sul Mar Nero in acque internazionali e gli aerei Awacs che sorvegliano l’intero territorio ucraino.


 

Gli eventi che si sono susseguiti uno dopo l’altro accelerando il passo, dalla seconda Guerra del Golfo all’attuale crisi di sovrapproduzione mondiale, non lasciano scampo e spingono inesorabilmente verso un nuovo conflitto mondiale. La dinamica politica in Ucraina non poteva non subire l’attuale accelerazione che alla lunga potrebbe portare alla divisione territoriale, così come fu nei Balcani. I contrasti latenti di diversa natura, alimentati di volta in volta tra popolazioni che hanno vissuto insieme per lungo tempo, sono rimasti tali finché gli Stati interessati non hanno cominciato a soffiare sul fuoco degli interessi economici. L’intervento russo “per difendere i propri connazionali”, per “l’autodeterminazione dei popoli”, è la vecchia messa in scena di tutte le guerre imperialiste: la messa in scena delle guerre mondiali.


 

I fatti hanno mostrato storicamente che gli interessi economici tra gli Stati borghesi sono inconciliabili. Questo a livello generale. D’altra parte, nemmeno a livello interno, può sussistere a lungo un compromesso tra le fazioni in contrasto nel campo borghese: ogni compromesso stimola gli appetiti imperialisti e crea una determinazione irresistibile che spinge al conflitto. Lo Stato borghese non può essere che uno solo, e unitario è il suo Stato Maggiore. I compromessi interni, le divisioni politiche, non modificano la dinamica: al contrario, la spingono in una situazione senza sbocchi. La guerra energetica tra Mosca e Kiev avrebbe come effetto l’interruzione delle forniture verso l’Unione Europea, quel 25-30% che è necessario ai consumi europei, di cui l’80% passa per l’Ucraina: la gestione e proprietà dei gasdotti dà all’Ucraina la possibilità di rispondere alle pressioni russe, bloccando o riducendo i flussi di gas destinati all’Europa. In questa situazione, le potenze dominanti (Russia, Germania, Usa) non lasceranno all’Ucraina alcun grado di libertà: non si possono servire più padroni contemporaneamente. E tuttavia, poiché il proletariato è la vera preda, quando esso scenderà in campo, tutte le fazioni borghesi (comprese le già tentennanti classi medie) si uniranno sotto un’unica direzione, trascinando nella catastrofe della guerra il proletariato. La propaganda patriottica (culturale, storica, democratica, imperiale) è l’esca a cui farlo abboccare, è la rete mortale che circonda la mattanza.


 

Il futuro non concederà vie di scampo alla balcanizzazione dell’Ucraina sotto la spinta del capitale: l’Europa, giungla di nazionalismi a est come a ovest, continuerà a franare trascinandosela dietro. La dinamica del Capitale distruggerà le nazioni impotenti a resistere all’urto delle grandi forze storiche imperialistiche, nello stesso tempo in cui il suo accentramento proseguirà il proprio corso a scala sempre più generale: divisione, dunque, e nello stesso tempo centralizzazione e concentrazione, accumulazione del capitale e conseguente sovrapproduzione e crisi sempre più devastanti. Per salvarsi da tale dinamica distruttiva, il piccolo cabotaggio del riformismo nazionale non potrà permettersi di accelerare lo sviluppo del proprio debole capitale “periferico”. La balcanizzazione che avanza accelera lo sviluppo del grande capitale internazionale, che subordina a sé il capitale a scala locale passando sul cadavere delle effimere nazioni. Il proletariato deve stare alla larga da tutte le sirene patriottiche, perché la borghesia vorrà rimettere in circolazione il “fattore nazione”, la “stabilità economica”, “la difesa e l’onore della patria”. La guerra imperialista, sotto le spoglie della “libertà dei popoli”, della “democrazia”, del “libero commercio”, serve a impedire al proletariato di riconoscere il vero fattore scatenante le guerre e le rivoluzioni: il Capitale. All’ordine del giorno, deve quindi porsi decisamente il disfattismo economico, sociale e politico, che – sotto la guida del partito comunista internazionale, oggi minoritario ma con una tradizione ben salda e riconoscibile – sfoci nella rivoluzione comunista, nella presa del potere e nella dittatura proletaria: unici e inevitabili passaggi per buttare nella spazzatura della storia un modo di produzione che è superato e ormai solo distruttivo. Come continuano a dimostrare tragicamente i fatti. 

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°03-04 - 2014)

 

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bolognac/o Circolo ARCI Guernelli - via Gandusio 6 - 40128 Bologna (Prossime date e orari: 9/10, 27/11, 11/12, 29/1, 26/2, 26/3; dalle 15,30 alle 17,30)
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 19 febbraio 2022, dalle 15.30)
Cagliari, c/o Baracca Rossa, via Principe Amedeo, 33 - 09121 Cagliari (ultimo giovedi del mese, dalle 20)

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