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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Ucraina: guerra e nazionalismi

  • Categoria: n. 02, marzo-aprile 2015
  • Pubblicato: Martedì, 31 Marzo 2015 08:28

L’annessione senza colpo ferire della Crimea e la cosiddetta “guerra di liberazione” degli indipendentisti ucraini ai confini della Russia occupano ormai da mesi il palcoscenico est europeo e ancora una volta inscenano lo spettacolo dei vecchi e nuovi nazionalismi che s’agitano nel continente europeo, destinati via via a moltiplicarsi – nazionalismi che mai cesseranno di esibire i muscoli, finché non sarà abbattuto il fondamento materiale da cui nascono, gli Stati nazionali. Contro di loro è ancora vivo il grido di battaglia internazionale e internazionalista “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”.

Tutte le finalità ideologiche, “democrazia”, “libertà”, “autodeterminazione dei popoli”, “interventi umanitari”, posti a giustificazione della soluzione delle cosiddette “crisi nazionali”, sono solo paraventi di carta che non impediranno gli scontri militari, ma anzi li alimenteranno. Il crollo russo e l’unificazione tedesca negli anni 1989-’90 hanno scoperchiato il vaso di Pandora: la guerra imperialista generale, oggi ancora allo stato di latenza, sarà il prodotto più “genuino” dell’accumulazione del capitale e del conseguente nazionalismo. Quegli eventi, cui si brinda da 25 anni, nacquero da un profondo sommovimento economico (le crisi degli anni settanta-ottanta del ‘900), che investì la precedente dinamica economica, sociale e politica imposta dai vincitori nella Conferenza di Jalta in Crimea, nel 1945. Il solido campo di forze costituitosi dopo il secondo conflitto mondiale si sta via via scomponendo: sempre più vicini si avvertono i nuovi segni della tempesta. La guerra ai confini sud orientali dell’Ucraina ne è l’ultimo prodotto.

Prima sui Balcani e ora sul territorio est europeo, gli scarponi chiodati hanno ripreso la loro marcia, come un tempo. Lo scontro tra i grandi interessi economici di Francia, Germania, Usa, Gran Bretagna, Russia ha ripreso a far sentire i propri effetti là dove la fantomatica costruzione chiamata Unione Europea, dal trattato di Maastricht dal 1992 in avanti, ha tentato di incollare, attraverso la moneta unica, le innumerevoli entità economiche marginali che non cessano di agitarsi caoticamente, spinte dalle onde alternantisi di sovrapproduzione e di crisi. Niente può resistere all’energia che si sprigiona da queste ondate, che si susseguono rapidamente una dietro l’altra. Capitale, forza-lavoro, produttività, saggio di sfruttamento, tempi di produzione, plusvalore, saggio del profitto, che sono alla base dell’economia capitalista, sembrano alla borghesia realtà prive di ogni consistenza materiale. Gli enormi scarti di produttività, le differenze salariali, i diversi saggi di profitto tra paesi capitalisti, su cui si fonda la divaricazione tra ricchezza crescente e miseria, sembrano dati evanescenti privi di valore. Su tutto si erge, abbacinando la vista e le capacità razionali, l’immenso capitale finanziario.

I limiti economici, sociali e politici delle piccole unità nazionali, ma anche quelli delle grandi potenze, non sono indeterminati. Essi sono tracciati inesorabilmente: sono tanto più rigidi quanto più numerosi sono i gradi di libertà, che esse (le grandi potenze) presumono di possedere. Se è vero che quell’Unione Europea mostra di essere solo un orsacchiotto di pezza penzolante da un gancio della giostra di un Luna Park ed esposto alle forze economiche, è indiscutibile che la Germania non può permettersi di entrare in contrasto col fornitore energetico russo, con il quale condivide una reciproca dipendenzavitale e col quale ha intrapreso da decenni una politica di collaborazione economica assai stretta e di storica tradizione (Ostpolitik); ma, allo stesso modo, non può permettersi di uscire adesso dalla collocazione politica (atlantica) in cui è posta. Affossare l’economia russa attraverso le sanzioni significherebbe arrestare quel processo d’integrazione e di connessione capitalista, tanto necessario al Capitale e cominciato proprio con le crisi che precedettero e seguirono il crollo del Muro – quello stesso processo d’integrazione e connessione che spingerà inevitabilmente verso la guerra prossima ventura. Inflazione, crescita quasi azzerata del Pil, rublo e prezzo del petrolio in picchiata segnalano che non si possono sconnettere i sistemi economici senza pagarne il conto. La lezione storica è che una lunga epoca di pace è proporzionale al grado di distruzione prodotto dalla guerra precedente e al peso delle catene imposte alla lotta di classe.

Il babau vestito dei panni stalino-sovietici ha accompagnato la grande menzogna russo-americana del dopoguerra sul cosiddetto “socialismo reale”. Una cosa era certa, nel secondo conflitto mondiale: il vero nemico della borghesia era (e rimane) il proletariato internazionale, di cui quello tedesco è (e sarà) il più avanzato reparto dello scontro di classe. Quindi, l’operazione chirurgica delle grandi potenze imperialiste non ha avuto incertezze: la divisione della Germania e di Berlino era necessaria e non aveva altro scopo che dividere in due il proletariato tedesco nel cuore dell’Europa. Quella divisione ci narra la controrivoluzione, la sconfitta subita dal proletariato, prima e dopo il conflitto, e la desertificazione chiamata pace che ne è seguita.

La Francia, altra pedina del gioco, non riesce più come un tempo a tenere al guinzaglio il lupo tedesco affidatole, oramai non più addomesticabile, economicamente e politicamente. Gli USA, i veri e soli vincitori, non hanno alcuna intenzione di mollare la presa sull'Europa e, piazzatisi in questo spazio orientale dopo la caduta del Muro, colgono l'occasione per mettere in crisi i legami continentali est-ovest, giocando sulle tensioni tra vecchio padrone russo, ex satelliti sovietici e vinti di ieri. Londra, fuori dai giochi unitari europei, va oltre, attribuendo alla debolezza europea (franco-tedesca) la causa non ultima della tracotanza russa e la non lontana possibilità che gli Stati baltici siano posti sotto l’attacco del “capitalismo imperiale russo” – sottolineature interessate di una vecchia potenza imperialista e colonialista, divenuta il giullare di corte degli USA. Con la stessa “soddisfazione”, i partecipanti ai giochi di simulazione bellici si divertono a lanciare la banderuola italiana per vedere in quale campo alleato vada a cascare, mentre non hanno alcun dubbio che la sterlina inglese cada in terra americana. Non è casuale che di fronte alla richiesta USA di una decisa condanna dell’“invasione” russa della Crimea, la Germania abbia subito assunto toni più accomodanti, puntando a una soluzione di compromesso che salvasse i buoni rapporti con il colosso orientale, a garanzia dei buoni affari reciproci e forse lasciando aperta la prospettiva di qualcosa di più, nelle future relazioni politiche internazionali.

Le grandi potenze imperialiste sanno bene che la grande partita mondiale si giocherà anche e soprattutto nell’Est Pacifico, dove le due nuove grandi potenze di Cina e India entreranno pesantemente con le loro immense masse proletarie votate al massacro, se non lo ferma prima la rivoluzione proletaria. Messo da parte il “secolo breve” di Hobsbawm, la “fine della Storia” di Fukuyama, la “casa comune” europea di Gorbaciov e le ali protettrici della Nato-Russia di Boris Eltsin, dove è andato a finire il messaggio di pace e di progresso del dopo Muro, che univa tutti in un grande abbraccio? Guardando dietro le spalle, si assiste in questi anni di pace cimiteriale a una devastazione senza fine: dalla Somalia all’Afghanistan, dall’Irak alla cosiddetta Palestina, dai Balcani alla Libia, e poi alla Siria e oggi all’Ucraina, il pesante erpice americano (con gli Stati-manovalanza di Gran Bretagna, Francia, Italia) ha seminato morte e devastazione. I semi messi sotto terra hanno germogliato bande di avventurieri liberamente scorrazzanti nei più diversi territori, siriani, irakeni, libici, liberi mercanti e contrabbandieri di gas, petrolio e armi, quelli che impropriamente si proclamano “Stato del Califfato”…

Fantasmi del passato? Oggi ancora solo ombre, che si muovono in un paesaggio molto indefinito, in cui rimangono aperti diversi scenari bellici, tutti micidiali per il proletariato. E' significativo che si facciano sempre più insistenti le voci che danno una parte crescente della classe dirigente tedesca (specie dei grandi gruppi economico-industriali) volta alla “riconquista” del suo vecchio “spazio vitale”, una “riconquista” già iniziata con l'insediamento di strutture produttive nei paesi direttamente confinanti a oriente, da cui si apre la via di straripamento naturale che, attraverso la Polonia e i birilli baltici, si porta a ridosso di San Pietroburgo. Lo spazio s’allarga seguendo l’altro tracciato a sud, nei Balcani, disarticolati e scomposti perché il marco (e poi l’euro) potesse seguire le vecchie direzioni di marcia verso il Medioriente. E' comprensibile che gli USA tendano a drammatizzare la crisi ucraina in funzione anti-russa, a proporre interventi più decisi della Nato, a minacciare l’invio di armi pesanti alla “povera nazione” Ucraina, a mandare osservatori internazionali “imparziali” sulle linee del fronte; e che Londra faccia di tutto per tenere unito con la Danimarca e la Polonia il fronte baltico. E' una partita aperta, in cui la posizione che assumerà la Germania avrà un ruolo chiave, mentre l'Italia è ancora una volta condannata a danzare tra un contendente e l'altro, come nelle rappresentazioni satiriche che se ne davano negli Imperi Centrali all'epoca dell'ingresso nella Grande Guerra, oppure a fare la sua comparsa interventista come in Libano (1982), in Somalia (1992), in Kosovo (1999), in Iraq (2003), in Libia (2011).

***

Proprio come il territorio balcanico, ridotto a un puzzle di entità politiche ed economiche marginali, è divenuto via di transito di gasdotti e ponte per i mercati d’Asia, così anche l’Ucraina non avrà via di scampo alla sua balcanizzazione sotto la spinta del capitale. Kiev non è solo la porta d’ingresso per Mosca: è anche il punto di convergenza di una rete radiale di sette stati confinanti. La Volinia e la Galizia (Leopoli), così incollate alla Polonia, non tarderanno a presentare all’attuale “madre patria” la richiesta di un giusto divorzio, come fecero pacificamente Cechia e Slovacchia e come non tanto tranquillamente fece la Slovenia dalla Jugoslavia.

Innumerevoli eserciti hanno attraversato in ogni direzione questa “terra di mezzo” che si chiama Ucraina (il cui significato etimologico, non si dimentichi, è “terra al margine, sul confine, alla periferia”!) ed è per questo che il suo destino è scritto. La sua sopravvivenza e la sua ideologia politica sono fondate su un perenne stato d’instabilità con i vicini ed è ancora per questo motivo che essa rimarrà inchiodata alla sua casella di partenza in attesa che i capi branco d’Europa giochino le loro mosse. Che la Germania e la Francia si presentino a Minsk 2 per perorare una tregua con gli indipendentisti russi, che gli USA agitino le acque per spingere la Germania a intervenire pesantemente, che la Polonia spinga più degli USA all’intervento, tutto ciò non meraviglia. Una grande Polonia spinge verso est, perché quello è lo spazio del suo passato, lo spazio della Bielorussia e delle regioni baltiche, notoriamente più fragile del Grande massiccio tedesco ad ovest. Può impedirlo l’enclave russa di Kaliningrad, base militare navale e arsenale di armi leggere e pesanti, che separa in parte la Polonia dalla Lituania? Che quest’ultima si agiti al punto da annunciare la reintroduzione della leva obbligatoria per far fronte alla crescente minaccia russa e che contemporaneamente si tengano esercitazioni militari russe ai confini di Estonia e Lettonia e parate militari congiunte anglo-americane in Estonia, ciò non costituisce certo un casus belli: sono solo segnali abbastanza indicativi che la probabilità di accensione dei fuochi andrà crescendo. Si sa bene che il nazionalismo dei Paesi baltici può riesplodere da un momento all’altro: il che significa assistenza militare miliardaria, inglese e americana, e crediti gratismascherati da sostegno all’economia. Una cosa è certa in questo frangente: lo status quo è ancora oggi il più saldo principio d’esistenza della Germania.

Gli Stati borghesi, funzionali alla propria potenza economica e alla capacità di dispiegamento della propria forza militare, hanno tuttavia un compito molto più pesante: quello di stringere in una morsa d’acciaio mani e piedi del proletariato. Tutto il resto, gli ideali di “democrazia, giustizia e libertà” e l’incessante chiacchiericcio sulle “istituzioni europee”, va bene per le classi medie e per gli allocchi. Ma è altresì indubitabile che le nazioni impotenti a resistere all’urto delle grandi forze storiche imperialiste saranno spazzate via dalla dinamica del Capitale, nello stesso tempo in cui il suo accentramento proseguirà a scala sempre più generale. Divisione, dunque, e nello stesso tempo centralizzazione e concentrazione, accumulazione e conseguente sovrapproduzione, e quindi crisi sempre più devastanti: per salvarsi da tale dinamica distruttiva, il piccolo cabotaggio dei riformismi nazionali è del tutto utopico e impotente.

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A tutt’oggi sono quasi 5500 i morti (soldati e civili), 13.000 i feriti e più di un milione e mezzo gli sfollati da questa terra di confine (Luhans’k, Donec’k, Debaltsevo, Mariupol), diretti verso la Russia. In questa terra di confine si fanno i giochi di guerra (e non mancherà molto prima che si espandano sull’altra sponda della Crimea, fino a Odessa, e da qui in Moldova e Transnistria). Si narra di migliaia di prigionieri, di fabbriche distrutte, di case sventrate e paesi abbandonati: masse umane che non compresero e non comprendono che questo pseudo-indipendentismo alimenta solo l’orrendo gioco al massacro da parte di quella stessa borghesia che si erge a “portatrice di equilibrio, di pace, di benessere e di sviluppo” 1.

“Morire per l’Ucraina?”, si domanda appassionato, sbavando democrazia, il cronista occidentale. Occorre mandare armi pesanti a Kiev, insistono Polonia e confratelli baltici, che avrebbero da guadagnare da una disgregazione dell’Ucraina. Non tace nemmeno l’Ungheria. I difensori della “libertà” contro la “barbarie imperiale russa” chiedono di appoggiare la richiesta d’aiuto dei “patrioti ucraini”, e a loro volta i sostenitori dell’“autodeterminazione dei popoli” chiedono di respingere i nazisti ucraini e gli imperialisti americani.

Se il finale di partita implicherà la disfatta ucraina, chi sopporterà il peso della ricostruzione dell’economia di tutti questi territori? Non si tratta solo del blocco delle forniture di gas, petrolio e carbone: sarà la scomparsa di tutti quegli ordinativi, per anni assicurati da rapporti organici, di materiale pesante, civile e militare, richiesti dalla Russia (tra i 5 e i 10 miliardi di dollari). In questa situazione, l’economia ucraina andrà a picco: lo scambio tra il suo materiale ferroviario, i mezzi di produzione e le armi (di cui è uno dei primi dieci esportatori del mondo), è legato al prezzo sui mercati mondiali del petrolio e del gas provenienti dalla Russia. La divaricazione tra domanda russa di armamenti e offerta produttiva di materie prime, connesse da lunghissimo tempo, creerà un vero e proprio vuoto economico e produttivo. La rottura dei rapporti dovuti alla guerra imporrà una reindustrializzazione dell’intero apparato: chi metterà il capitale, dato che già oggi l’economia ucraina è in uno stato di collasso finanziario (svalutazione della moneta del 50%, inflazione al 17,5%, riserve monetarie ridotte in modo tale da non sopportare sei mesi di importazioni, sistema bancario quasi devastato)?

Come si ricostruiranno le infrastrutture distrutte dalla guerra? Serviranno 100 miliardi di dollari, dicono gli esperti, solo per la ricostruzione del Donbass. Chi offrirà generosamente i suoi prestiti, l’Unione Europea o il FMI? Chi pagherà il conto salato di 276 miliardi di dollari per rimettere a posto l’intera società? I proletari sapranno a proprie spese quanto costerà loro la cosiddetta “autodeterminazione” e l’autonomia tanto care alla grande e alla piccola borghesia. Con che cosa i cosiddetti guerriglieri (patrioti, partigiani di destra e di sinistra), attaccati alle loro oligarchie e alla loro corruzione, sfameranno le masse ancor più misere di ieri? E’ certo che molto presto il proletariato scoprirà che, oltre alla sofferenza, attorno ai suoi polsi e ai piedi si sono strette catene ben più pesanti di prima, perché esso paghi il conto con il lavoro forzato: nuovo lavoro salariato per produrre nuovi mezzi di produzione e nuove armi.

Con quali salari, con quale moneta, con quanto lavoro, con quanta produttività e intensità? Alla fine, si tornerà al giro di partenza, ammettendo che una soluzione della tragedia non c’era. Che sia russa o tedesca o americana, la borghesia vincente starà sul collo dei proletari, fino a quando non sarà abbattuta. La balcanizzazione che avanza accelera dunque lo sviluppo del grande capitalismo internazionale, che subordina a sé il capitale a scala locale passando sul cadavere delle effimere nazioni. Il proletariato deve stare alla larga da tutte le sirene patriottiche, perché la borghesia vorrà rimettere in circolazione come ineludibile effetto della crisi profonda il “fattore nazionale”, “la difesa e l’onore della patria”. Sotto le spoglie della “libertà dei popoli”, della “democrazia”, del “libero commercio”, la guerra imperialista serve anche a impedire al proletariato di riconoscere il suo vero fattore scatenante: il Capitale.

 

Note:

1 E di vera guerra si tratta, non della rappresentazione agiografica delle partigianerie, delle barricate, delle scaramucce tra bande. Come in ogni guerra, decine e decine di migliaia sono i disertori, interi reparti si rifiutano di combattere o di essere impiegati per sedare rivolte popolari nelle regioni russofone, altri reparti si arrendono… E poi: scambi di prigionieri, reggimenti che passano da una parte all’altra del fronte, rifornimenti di armi, truppe ed equipaggiamenti, visori notturni, artiglierie, mezzi corazzati, carri armati aerei ed elicotteri abbattuti, bande di irregolari nazionalisti: l’Expo moderna e internazionale del mercato delle armi, dove si sperimentano l’efficacia, la potenza di fuoco, l’automazione e l’innovazione. Ancora: fantaccini mandati sui fronti di battaglia senza alcuna preparazione, senza alcun addestramento (solo il 10% dei 78.000 militari dell’esercito ucraino è stato ritenuto idoneo al combattimento, solo il 15% del materiale ufficialmente in servizio – aerei ed elicotteri – era in condizioni operative); operazioni difensive e controllo della popolazione; gli immancabili “reparti antiterrorismo”; e, a dominare su tutti, legioni di volontari, mercenari, consiglieri militari, team di combattimento, personale della Cia e dell’Fbi… Le ricadute economiche dell’industria militare su entrambi gli Stati (Russia e Ucraina) sono straordinariamente imponenti, e, in questa situazione, il danno per le aziende è miliardario: il 5% dei prodotti militari consiste di elementi di vitale importanza per equipaggiare le forze armate russe e le conseguenze sono gravi anche per Kiev, se si considera che l’industria ucraina è composta per il 35% da aziende del settore militare per le quali le commesse russe rappresentano più del 50% degli ordini (oltre 400 aziende lavorano per la Difesa: componenti militari e prodotti completi, veicoli Cargo, esemplari per l’Aeronautica, società per la costruzione di motori e società per la produzione di vari tipi di missili balistici a anche cacciabombardieri)… Per tutti questi dati, e altri ancora, si veda il numero 12/2014 di Limes, intitolato “La Russia in guerra”.

 

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista)

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