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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Lotte proletarie in Italia: estate 1922

  • Categoria: n. 05, settembre-ottobre 2015
  • Pubblicato: Lunedì, 14 Settembre 2015 13:24

In un periodo come l’attuale, che vede la crescente militarizzazione delle borghesie d’oriente e d’occidente, un’industria bellica sempre fiorente e il proletariato di tutti i paesi ancora incapace di reagire, non è male riportare alla luce quegli esempi che ci parlano della capacità di risposta – violenta, armata e militare – da parte dei proletari comunisti, contro la violenza borghese.

In Italia, l’ultimo esempio di guerra di classe, di ampia portata ed esteso a tutto il Paese, risale all’estate 1922. Si tratta di episodi ben noti, ma che può essere utile ricordare a quelle giovani generazioni che sentono crescere il bisogno di lottare, e per le quali la propaganda borghese ha da sempre allestito un corredo di falsi obiettivi, oltre a quello consueto del pacifismo – la cosiddetta “lotta antifascista”, la Resistenza, e in generale tutte le forme di violenza, purché dirette alla difesa dello Stato democratico borghese.

Dopo la serie di scioperi che avevano attraversato l’Italia nella prima parte del 1922 1, le grandi manovre anti-operaie della borghesia liberale erano consistite, da una parte, nel dar mano libera alle squadre fasciste; e, dall’altra, nel cercare una qualche soluzione parlamentare nell’alleanza con i socialisti. Mentre quest’ultima falliva, con la crisi ministeriale di fine luglio e il ritorno al governo di Facta, figura di paglia, il fascismo imperversava ovunque mettendo a ferro e fuoco sedi di giornali, cooperative, Camere del Lavoro, tipografie operaie, sedi di partito.

Allo scopo di indirizzare a proprio favore la crisi ministeriale, il partito socialista aveva escogitato, col suo leader storico Filippo Turati, l’espediente di uno sciopero generale, che passerà alla storia col nome di “sciopero legalitario” (1-3 agosto). Quella dello sciopero generale era la parola di lotta che il PCd’I agitava tra le masse da oltre un anno, trovando fermamente schierati contro di essa tutti i vertici sindacali e il PSI. Si può capire come, da queste premesse, un tale sciopero venisse “preparato”. Ed infatti, dopo due giorni dalla sua dichiarazione, sotto le minacce fasciste, esso veniva frettolosamente fatto rientrare, concludendo in modo farsesco l’episodio che, di fatto, avrebbe spalancato la via a Mussolini in ottobre. E suona come una presa in giro ciò che la Giustizia, organo dei socialisti turatiani, scriveva il 12 agosto, a sciopero finito e sconfitto: “Se ci troviamo nelle dolorose e disastrose condizioni odierne è perché l’applicazione delle varie soluzioni […] fu tentata in ritardo […] in ritardo la soluzione dello sciopero generale [contro cui costoro si erano sempre strenuamente battuti! NdR] di protesta e di monito, in quanto essa fu tentata quando il nemico aveva già smantellato parte dei nostri fortilizi [!]”. “Di protesta e di monito”: ecco dunque, secondo i socialisti, i veri scopi dello sciopero, che sarebbe dovuto servire a garantire a questi miserabili qualche posto in parlamento, a difesa delle libertà democratiche – quelle stesse che, fino ad allora, i diversi governi democratici di prima e dopo la guerra avevano garantito, al suono della mitraglia contro i proletari in lotta.

Ma quanto e come (e con quali “fortilizi”!) era preparato il PSI ad affrontare sul piano delle armi il fascismo? Lasciamo parlare uno storico di oggi, del tutto ostile alla direzione di sinistra del PCd’I: “La creazione di una propria forza armata viene bollata [tanto dai riformisti quanto dai massimalisti del PSI] come uno sterile tentativo, militarmente insufficiente e politicamente contrario agli stessi principi del socialismo” 2. La tendenza generalizzata nella storiografia di matrice anarchica e stalino-gramsciana del secondo dopoguerra consiste tutta nel considerare la lotta militare contro il fascismo come espressione “popolare” e “spontanea” e di chiara natura interclassista, rappresentata dall’arditismo 3. Poco o nessun credito è dato all’organizzazione militare comunista, e nulla si dice circa le direttive che, in quel cruciale luglio-agosto 1922, furono emanate al riguardo dal C.E. del Partito. Al più, menzionandone l’esistenza, la si inquadra in un preteso “atteggiamento di distaccata avversione” nei confronti del fascismo (ibid.), come se tutte le battaglie ingaggiate da oltre un anno contro un nemico più forte, formato dalle squadracce in camicia nera e dalle Guardie regie dello Stato democratico, fossero l’espressione pura e semplice di uno… “schematismo deterministico”!

Fin dal luglio 1921, il PCd’I aveva iniziato a formare le proprie squadre, composte da elementi scelti in grado di svolgere un’azione di informazione nell’esercito, di raccolta di dati sulle disponibilità dei magazzini militari e sui mezzi a disposizione; e gruppi di reduci di guerra con esperienza di armi erano costituiti allo scopo di assumere la direzione tecnica necessaria. Secondo una relazione anonima caduta nelle mani della polizia, veniva condotto un serio addestramento dei gruppi militari. I dirigenti di ogni gruppo erano convocati ogni due settimane per relazionare al proprio comando sul lavoro di sorveglianza, controllo, inquadramento ecc. Veniva quindi distribuito l’ordine del lavoro per le due settimane seguenti. “Furono fatte improvvise adunate notturne scaglionando secondo un piano prestabilito formazioni sottilissime per tutta la città. Alle ispezioni risultarono cifre di duemila, tremila operai che silenziosi e tranquilli, possibilmente armati, senza conoscere se si sarebbe ingaggiata una lotta o no venivano a mettersi a disposizione. Anche nei diversi scioperi tale organizzazione funzionò. Si ottenne la mobilitazione di forze in modo non appariscente, il loro collegamento continuo col centro unico. L’organizzazione militare comunista riuscì a compiere un lavoro modesto e semplice ma organico. Procurò armi. Con metodo sorvegliò depositi, caserme, fortezze e fabbriche militari” 4.

Con lo sciopero di agosto (che, sarà opportuno sottolineare ancora una volta, non fu organizzato dal Partito comunista, ma lanciato in modo del tutto improvvisato dall’Alleanza del Lavoro sotto la pressione dei vertici del PSI), i comunisti si impegnarono a fondo, con tutto il proprio inquadramento, prima per il successo dell’iniziativa, poi, quando si scatenò la reazione fascista, per la difesa delle sedi e di tutta l’organizzazione.

Ancor prima della proclamazione dello sciopero (il 18 luglio), una lettera di istruzioni partiva dal C.E. verso la periferia, per fissare alcuni punti fondamentali nel caso in cui, per qualche tempo, venisse a mancare la possibilità di contatto con le federazioni. In essa si diceva, fra l’altro: “Vi è nei socialisti e negli anarchici la tendenza a proporre, appena la situazione locale si aggravi, la costituzione di comitati segreti con la partecipazione di tutti i partiti politici proletari. Dove i comunisti sono maggioranza essi devono assolutamente impedire che ciò si compia. Dove invece noi siamo minoranza è necessario accettare pur protestando contro il fatto che l’Alleanza del Lavoro, costituita per guidare il proletariato nella sua controffensiva, cerca di nascondersi proprio quando il proletariato incomincia a muoversi. In ogni caso il primo obbiettivo da raggiungere, a costo anche di compromessi, è questo: la proclamazione dello sciopero. Quando tutte le categorie di lavoratori avranno abbandonato il lavoro è compito dei comunisti di aggravare la situazione, facendo partecipare alla lotta l’apparato illegale del Partito” 5. E due giorni dopo, il centro illegale del Partito inviava la seguente circolare cifrata: “[…] Dovete dare carattere di massima violenza [allo sciopero] contro fascismo e borghesia. Non esaurite vostre riserve armi e munizioni” (ibid.). E i bollettini pubblicati dal C.E. nel corso dello sciopero, il giorno prima che questo venisse dichiarato sospeso dai bonzi sindacali, incitavano apertamente alla lotta: “Tutto il proletariato è in piedi […] L’ordine per i comunisti è la lotta fino all’ultimo, la lotta a fianco degli operai e contadini di ogni fede politica, che formano il fronte unico di fatto nel movimento diretto dalla Alleanza del Lavoro. La nostra mobilitazione di partito è completa. Dai dirigenti all’ultimo gregario tutti sono al posto loro assegnato e fanno il loro dovere.” 6

Nel mezzo della mobilitazione operaia, giunse improvviso l’ordine dei vertici dell’AdL di sospendere lo sciopero. Rapidamente, il movimento perse vigore; ma, mentre iniziava a scatenarsi la reazione fascista, riuscì a organizzarsi in molte città una resistenza armata che durò, in qualche caso, per tutto il mese di agosto, prima di essere sconfitta. Di questi episodi ben noti, la storiografia di matrice anarchica e gramsciana recente si è impadronita per dimostrare che questa resistenza fu il prodotto pressoché esclusivo dell’azione degli Arditi del Popolo.

Non v’è dubbio che questi ultimi dirigessero abilmente la resistenza in alcune località, Parma tra tutte. Tuttavia, le squadre comuniste seppero ovunque opporre una resistenza accanita. La consegna, come si è visto, era di agire in modo indipendente, anche se si ammetteva, là dove altre organizzazioni militari erano più numerose, un’alleanza di tipo puramente tecnico. A Livorno, le squadre comuniste attaccarono a più riprese le formazioni fasciste. A Bari, fu la reazione comunista a respingere i tentativi delle camicie nere di impadronirsi della città vecchia; e mentre le forze di polizia accorrevano in aiuto dei fascisti, “un gruppo molto numeroso di comunisti si spostò rapidamente verso il Molo Ristori ed assalì a fucilate la caserma dei carabinieri e le carceri della zona” 7. A Milano, le squadre comuniste assalirono gruppi fascisti nei rioni di Porta Ticinese e Porta Genova, e gli scontri durarono a lungo, come riporterà una nota compiaciuta del prefetto, “con veri combattimenti, cariche ed arresti”.

A Genova, Parma ed Ancona, così come anche a Savona, a Livorno, a Gorizia e a Civitavecchia, si svilupparono combattimenti molto aspri: erano le città nelle quali operavano nuclei di Arditi del Popolo. Che questi ultimi abbiano dato un contributo importante nella lotta è fuori discussione. Tuttavia, furono i comunisti a pagare, ovunque, il prezzo più alto dei combattimenti, come numero sia di morti, sia di denunciati dalle autorità di PS: a Genova, furono arrestati 164 comunisti, contro 44 socialisti, 3 anarchici e 31 “apolitici”. Ad Ancona, dove furiosi combattimenti si svolsero per due giorni, si ebbero 34 comunisti arrestati, 18 anarchici, 17 socialisti.

Due settimane dopo, quando ormai la capacità di reazione si affievoliva, mentre esercito e polizia procedevano ad arresti in massa, e molti militanti erano costretti a riparare all’estero, il Partito tracciava un bilancio dell’azione: “L’arma per le battaglie che questa guerra comporta, è lo sciopero generale, che non ha in sé un valore miracoloso, ma che è efficace in ragione della sua impostazione e del modo col quale lo si dirige. Eliminato da esso ogni pacifistico intralcio e ogni utilizzazione per manovre parlamentari, anche se non si tratterà nel prossimo scontro generale di realizzare la massima rivoluzione politica, si dovrà tendere ad arrestare l’avanzata economica e militare dell’offensiva avversaria, a conquistare delle salde posizioni di forza. Quindi i comunisti, indicando al proletariato tutti i pericoli della tattica ieri applicata dai capi rivelatasi indegni, sostengono ancora la parola della azione generale proletaria contro la reazione, come impiego diretto di forza classista, e non per cercare la difesa delle masse nell’azione dello Stato” (L’Ordine Nuovo, 15 agosto 1922).

Questi erano dunque i compiti e i mezzi – non solo accademici! non solo teorici! – apertamente dichiarati cent’anni fa dai comunisti: lontani anni luce da quanto i falsi comunisti, di lì a poco, proclameranno con la costituzione dei “comitati di liberazione”, intesi per scopi di “difesa nazionale”, nella prospettiva della “salvezza della patria”, della ricostruzione postbellica dell’economia del capitale sulla pelle, una volta di più, di un proletariato ormai preda del vortice di un’accumulazione senza freni. Ma, oggi e domani, quegli stessi compiti, quegli stessi mezzi, diretti non più alla difesa di piccole e sempre provvisorie “conquiste”, ma all’assalto rivoluzionario al potere, torneranno a essere rivendicati con lo stesso vigore.

 

 

1 Rimandiamo a questo proposito al IV volume della nostra Storia della Sinistra Comunista, Edizioni Il programma comunista, Milano 1997. L’argomento è ripreso nel V volume della medesima Storia, in preparazione.

2 E. Francescangeli, Arditi del Popolo, Ed Odradek, Roma, 2000, pag. 86.

3 Per una valutazione politica del movimento degli Arditi del Popolo, che ne mette in luce la natura altamente ambigua, rimandiamo ancora al IV volume della nostra Storia, cit.

4Appunti sull’esperienza delle forme militari nella ‘guerra civile 1919-1922’ in Italia”, Rivista storica del socialismo, n. 27, 1966, pagg. 106-125.

5 G. Palazzolo, “L’apparato illegale del Partito Comunista d’Italia nel 1921-22 e la lotta contro il fascismo”, Rivista storica del socialismo, n. 29, 1966, pagg. 132-33.

6 Il Comunista, 4 agosto 1922.

7 G. Palazzolo, “L’apparato illegale”, cit., pag. 135.

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