Una pagina di Karl Marx: Dal “Discorso sulla questione del libero scambio”

(pronunciato il 9 gennaio 1848 all'Associazione democratica di Bruxelles)

[…] Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? È la libertà del capitale. Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. Finché lasciate sussistere il rapporto fra il lavoro salariato ed il capitale, lo scambio delle merci fra loro avrà un bel verificarsi nelle condizioni più favorevoli; vi sarà sempre una classe che sfrutterà e una classe che sarà sfruttata. Davvero è difficile comprendere la pretesa dei liberoscambisti, i quali immaginano che l'impiego più vantaggioso del capitale farà scomparire l'antagonismo fra i capitalisti industriali ed i lavoratori salariati. Al contrario, il risultato sarà che l'opposizione fra le due classi si delineerà più nettamente ancora.

Ammettete per un momento che non vi siano più leggi sui cereali, più dogane, più dazi, che insomma siano interamente scomparse tutte le circostanze accessorie, a cui l'operaio può ancora imputare la colpa della propria situazione miserevole, ed avrete strappato altrettanti veli che attualmente coprono ai suoi occhi il vero nemico. Egli vedrà che il capitale divenuto libero non lo rende meno schiavo del capitale vessato dalle dogane.

Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore. Come volete ancora sanzionare la libera concorrenza con questa idea di libertà quando questa stessa libertà non è che il prodotto di uno stato di cose basato sulla libera concorrenza?

Abbiamo mostrato che cosa sia la fraternità che il libero scambio fa nascere fra le varie classi di una sola e medesima nazione. La fraternità che il libero scambio stabilirebbe fra le varie nazioni della terra non sarebbe molto più fraterna. Designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale è un'idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia. Tutti i fenomeni di distruzione che la libera concorrenza fa sorgere all'interno di un paese si riproducono in proporzioni più gigantesche sul mercato mondiale. Non abbiamo bisogno di soffermarci più a lungo sui sofismi spacciati a questo proposito dai liberoscambisti […]

Ci si dice per esempio che il libero scambio farebbe nascere una divisione internazionale del lavoro che assegnerebbe a ciascun paese una produzione in armonia con i suoi vantaggi naturali. Voi pensate forse, signori, che la produzione del caffè e dello zucchero sia il destino naturale delle Indie Occidentali. Ebbene, due secoli fa la natura, che non s’immischia troppo nelle faccende commerciali, non vi aveva messo né la pianta del caffè né la canna da zucchero.

E non passerà forse mezzo secolo che non vi troverete più né caffè né zucchero, perché le Indie Orientali, con la loro produzione più a buon mercato, hanno già vittoriosamente combattuto questo preteso destino naturale delle Indie Occidentali. E queste Indie Occidentali con i loro “doni naturali” sono già per gli inglesi un fardello così pesante come i tessitori di Dacca, che, essi pure, erano destinati dall'origine dei tempi a tessere a mano.

Una cosa ancora non bisogna mai perdere di vista: come tutto è divenuto monopolio, vi sono ai nostri giorni anche alcuni rami industriali che dominano tutti gli altri e che assicurano ai popoli che li sfruttano di più l'impero sul mercato mondiale. Ecco perché nel commercio internazionale il cotone ha da solo un valore commerciale molto maggiore di quello che hanno, prese insieme, tutte le altre materie prime impiegate nella fabbricazione degli abiti. È davvero ridicolo vedere i liberoscambisti indicare alcune specialità in ogni ramo industriale per contrapporle ai prodotti d'uso comune che si producono a un prezzo minimo nei paesi ove l'industria è più sviluppata.

Se i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, non dobbiamo stupircene; poiché questi stessi signori non vogliono neppure comprendere come all'interno di un paese una classe possa arricchirsi a spese di un'altra classe.

Non crediate, signori, che facendo la critica della libertà commerciale abbiamo l'intenzione di difendere il sistema protezionista. Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell'assolutismo. D'altronde, il sistema protezionista non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal momento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio. Oltre a ciò, il sistema protezionista contribuisce a sviluppare la libera concorrenza all'interno di un paese. Per questo noi vediamo che nei paesi in cui la borghesia comincia a farsi valere come classe, in Germania ad esempio, essa compie grandi sforzi per avere dei dazi protettivi. Sono queste le sue armi contro il feudalesimo e contro il governo assoluto, è questo un suo mezzo di concentrare le proprie forze per realizzare il libero scambio all'interno dello stesso paese.

Ma in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all'estremo l'antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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