Mercoledì, 14 Aprile 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Il movimento delle “pantere nere”

  • Categoria: n. 05-06, settembre-dicembre 2016
  • Pubblicato: Martedì, 06 Dicembre 2016 22:23

Cinquant’anni fa, a metà ottobre 1966, alcuni giovani neri di Oakland (California), esasperati dalle continue violenze della polizia, cominciarono a pattugliare le strade del ghetto applicando alla lettera la legge statale sulle armi che permetteva di impugnare pistole e imbracciare fucili, a condizione che fossero tenuti in vista e non puntati contro qualcuno. Nacque così il Black Panther Party for Self-Defense. Erano gli anni del movimento per i diritti civili e delle ripetute rivolte nei ghetti statunitensi, e le Pantere Nere ripresero l’insegnamento di Malcolm X (ucciso poco più di un anno prima), radicalizzando le posizioni ancora embrionali del Black Power e mescolando maoismo, terzomondismo e nazionalismo nero. Ben presto, il partito ebbe una diffusione nazionale con un notevole radicamento nei ghetti delle principali città (oltre che nelle carceri del paese) e un progetto di organizzazione e politicizzazione degli strati più bassi della popolazione nera e di assistenza diretta alla comunità. La repressione statale non si fece attendere e fu feroce: dall’infiltrazione di spie e provocatori ai processi con accuse prefabbricate, fino all’uccisione a sangue freddo di numerosi militanti dell’organizzazione. L’arco di vita effettiva del Black Panther Party fu relativamente breve – una decina d’anni – e il declino fu causato in parte dalla repressione statale e in parte dalla fragilità e ambiguità teorica d’origine e dal tentativo di ovviarvi con un’organizzazione in cui il militarismo prevaleva sui contenuti politici. Poiché in occasione dei “fatti di Dallas” (il cecchino nero che ha sparato uccidendo alcuni poliziotti bianchi) si è tornati a parlare del Black Panther Party 1, pensiamo sia utile ripubblicare l’articolo che comparve nel numero 5 del 1971 di questo stesso giornale e che individuava con chiarezza realtà e limiti del movimento.

 

Nel quadro di un’informazione sui movimenti di classe in USA alla quale intendiamo dare carattere continuativo, accenniamo anzitutto brevemente alle Pantere Nere, il movimento che oggi meglio esprime l’aspirazione all’emancipazione della “comunità” negra, in lotta quotidiana contro la violenza della polizia, accanita nella sua reazione contro uno strato sociale senza peso economico e totalmente abbandonato a sé stesso, come il sottoproletariato.

Il giornale Black Panther è l’eco assidua di queste battaglie e dei problemi di difesa e organizzazione della “comunità” che esse comportano. Le sue fotografie sono quelle dei militanti uccisi, o imprigionati, delle manifestazioni e delle lotte contro gli sbirri, delle devastazioni da questi compiute, dei campi di battaglia e anche dei nemici uccisi nello scontro – i “pigs”- i porci (i poliziotti).

Questa lotta contro un nemico che ha sempre e solo la faccia del “porco” poliziotto, oltre il quale non si riesce a vedere la determinazione di classe e politica, rappresenta la vera anima del movimento e anche il suo graduale dissanguamento in una lotta che non si può affrontare alle radici.

I suoi dirigenti vengono deliberatamente e ripetutamente colpiti dalla polizia, che cerca ogni pretesto per ingaggiare una battaglia che le consenta l’eliminazione degli elementi pericolosi – cosa che le è riuscita più volte – come nell’attacco in cui furono uccisi Bunchy Carter (membro del “ministero della difesa”) e John Huggins (del “ministero delle informazioni”) e in cui venne ferito Eldridge Cleaver (poi rifugiato in Algeria); l’arresto e il processo, naturalmente con verdetto di classe, sono l’altra via: il dirigente Huey P. Newton, che è il teorizzatore del gruppo, Bobby Seale, e Angela Davis sono tra i nomi più noti incorsi in queste retate. Risulta che, attualmente, le carceri statunitensi “ospitano” almeno 400 membri delle Pantere Nere. La polizia attacca anche le sedi di partito, come si è verificato durante i preparativi della sessione plenaria di Filadelfia per la “Convenzione costituzionale del popolo rivoluzionario”, o sostiene battaglie scaturite da episodi singoli, come il maltrattamento di un bambino o di un ubriaco, cui ben presto partecipano tutti i membri del quartiere. La guerra aperta è lo stato normale di vita di una comunità che si vede come blocco contrapposto al resto della società.

Al di sopra di ogni differenza, i membri della “comunità”, si sentono uniti da una solidarietà effettiva; le Pantere Nere pongono infatti in primo piano l’unità totale del loro gruppo razziale e assumono la direzione anche della più insignificante battaglia, senza arrestarsi – ed è questo un loro punto d’onore – di fronte a scrupoli morali e legali: non esitano a difendere neppure “l’elemento criminale”, visto come risultato di una situazione di disperata oppressione. Le Pantere Nere si pongono effettivamente come rappresentanti del popolo negro contrapposto al popolo bianco. Qui vi è certamente un limite teorico; ma quale partito “marxista” ha oggi il coraggio di difendere un “delinquente” comune, un “teppista”, di mostrare i nessi sociali e gli aberranti rapporti di classe che producono questi elementi “asociali”, e le ribellioni individuali che possono trovare un’unica via di salvezza nell’incanalarsi in una spinta di rivolta sociale organizzata? La difesa dell’azione anche individuale degli elementi della loro comunità rappresenta nel contempo il carattere di forza e la debolezza teorica di un movimento che oltrepassa i limiti di classe per raggiungere quelli della comunità razziale. Il partito delle Pantere Nere non lotta per il negro in quanto proletario oppresso, colpito e anche buttato in un angolo o depauperato in tutti i sensi, per conseguenza più sensibile alla propaganda della rivoluzione sociale, ma per il negro in generale, allo scopo di affrancarlo dall’oppressione del bianco in generale, dando quindi un peso ben maggiore alle differenze etniche che a quelle di classe. La lotta di classe viene riconosciuta come esistente solo nelle comunità singole, quasi come un affare interno di esse, e se il richiamo è apertamente verso il sottoproletariato negro, del quale si rivendica lo spirito di lotta accanita, ciò avviene perché nel suo stato si vede la condizione generale del negro e perché esso diviene mezzo dell’emancipazione della comunità negra al di fuori dell’emancipazione della classe lavoratrice dal capitale, unica condizione per l’emancipazione di tutti gli strati oppressi e il superamento di ogni “questione razziale”.

La comunità negra è certo, insieme con diverse altre minoranze razziali, la parte della società americana che riunisce in sé gli elementi più sfruttati, peggio trattati, i manovali senza alcun altro attributo che quello di fornire forza lavoro grezza, i senza-lavoro che il “progresso tecnologico” produce e riproduce continuamente, gli elementi ad occupazione saltuaria, “senza dio né morale”, gli “asociali” e i “teppisti”, quelli col “cromosoma sbagliato”, “tendenti al crimine”, ecc.; ma non va assolutamente considerata come una comunità a sé, un gruppo indipendente, che può venire slegato dall’insieme della società, se non si cade nell’utopia da una parte e in un disegno a dir poco retrogrado dall’altra.

È perfettamente comprensibile che i proletari e i sottoproletari di pelle nera, rimasti isolati in una lotta che solo saltuariamente riceve un appoggio dagli altri lavoratori in un paese in cui avere la pelle bianca equivale a ricevere un trattamento di favore sul posto di lavoro e nella società, un privilegio che in una certa fase (quella della disgregazione degli organismi di classe, politici ed economici) si difende anche contro la concorrenza dei compagni della stessa pelle nell’applicazione della legge inumana della lotta fra uomo e uomo dominante nel mondo del capitalismo, in questa situazione, dicevamo, è perfettamente comprensibile che essi non vedano nei loro compagni di classe bianchi i loro fratelli, tanto più che lo Stato borghese ha capito da un pezzo che fomentare l’odio razziale significa scongiurare ogni solidarietà di classe capace di scuoterlo nelle sue fondamenta. Ed è giusto che chi, in una tale situazione, con la scusa dell’assenza politica dei salariati bianchi, conclude che quelli neri devono stare ad “aspettare”, raccolga il più grande disprezzo. I proletari combattivi, anche in una piccola avanguardia, indipendentemente dal colore della loro pelle, devono muoversi per trascinarsi dietro gli strati indecisi, devono mostrare loro la necessità di organizzarsi per contrastare lo sviluppo stesso del capitalismo, la sua pressione schiacciante sulla classe venditrice di forza lavoro, e per abbatterne il dominio. Che una tale organizzazione per una serie di circostanze, abbia temporaneamente una maggioranza di salariati neri, non deve cambiare nulla al carattere non razziale dell’organizzazione stessa.

La classe operaia americana, tuttavia, è rimasta per troppo tempo priva della sua guida politica perché possa superare le enormi difficoltà che si frappongono allo sviluppo di un simile processo, senza dover affrontare una lotta durissima non solo contro il capitale ma per decifrare gli stessi suoi interessi di classe, e sopportare sacrifici dolorosi e tentativi destinati al fallimento. Un prezzo che inevitabilmente dovrà pagare, sarà di porsi momentaneamente al seguito di ideologie improprie, non adeguate alla lotta di classe proletaria.

Il movimento delle Pantere Nere risente in modo determinante di questo isolamento tragico; il suo errore è di ritenerlo ormai definitivo. Incapace di giungere per proprio conto alla analisi della situazione attuale, frutto di quella vittoria della controrivoluzione che coinvolge un periodo di vari decenni e una area di estensione mondiale, esso ha cercato un’intesa con il partito comunista ufficiale degli Stati Uniti, totalmente ancorato alle posizioni dello stalinismo e peggio, giungendo poi inevitabilmente alla rottura per il diversissimo atteggiamento di fronte all’uso della violenza. La ricerca di un contatto con forze più combattive ha quindi portato le Pantere Nere all’incontro con i cosiddetti “marxisti-leninisti” con a capo da una parte la Cina e dall’altro il “terzo mondo” in genere, che apparentemente si trovano nella stessa condizione di oppressi dal medesimo imperialismo, e che hanno al loro attivo una guerra nazionale contro gli Stati Uniti.

È con questo ibrido apporto – che confonde la lotta di indipendenza (più o meno reale) dal legame dell’imperialismo con quella dell’emancipazione di classe – che le Pantere Nere hanno “arricchito”, le loro posizioni precedenti: di qui nasce la teoria che mette sullo stesso piano la lotta dei sottoproletari neri e quella dei popoli coloniali, che stabilisce un nesso fra la metropoli e la colonia da una parte e fra la metropoli bianca e la colonia nera all’interno dello stesso Stato dall’altra, concludendone che c’è una “classe operaia della metropoli e c’è una classe operaia della colonia” negra, con interessi propri e divergenti; e che afferma quindi la necessità di organizzazioni distinte e anche contrapposte fino a postulare una vera e propria solidarietà fra gli operai bianchi e la loro classe borghese dominante da un lato, e fra i diversi strati di pelle nera dall’altro. Alla lotta di classe, in breve, si contrappone la lotta delle “comunità” di colore. La responsabilità di un tale atteggiamento viene, per la verità addossata ai proletari bianchi, “parassiti che vivono alle spalle dell’umanità”, e in parte una tale responsabilità esiste (vista tuttavia con analisi e prospettiva errate); ma non sembra che le Pantere Nere abbiano mai concepito la solidarietà di classe se non in funzione dei propri interessi di comunità, invece di farli confluire in quelli generali della classe operaia. Inoltre, come si è visto, il richiamo esplicito non è alla classe operaia ma al sottoproletariato in genere e negro in particolare: “Siamo lumpen” (straccioni) – dichiara orgogliosamente Cleaver (ved. Quaderni Piacentini, Nr.42, nov. 1970) – “il lumpen-proletariato è costituito da tutte quelle persone che non hanno alcun rapporto sicuro o non hanno investito alcun capitale nei mezzi di produzione o nelle istituzioni della società capitalistica; che sono parte perpetuamente in riserva dell’‘esercito industriale di riserva’”; che non hanno mai lavorato e che non lavoreranno mai, ecc., ecc.

Il tentativo è di adeguare a questa categoria sociale una teoria ed una tattica, cercando nelle ragioni storiche e sociali stesse dell’impotenza politica del sotto-proletariato, una forza e una via nuove e originali: il sottoproletariato, non avendo la possibilità di boicottare la produzione con uno sciopero, ed essendo costretto alla lotta nelle strade, sarebbe più rivoluzionario, non avrebbe “nessun diretto oppressore eccetto forse la polizia dei pigs con la quale si scontra quotidianamente”, e non si capisce che questo significa anche la sua fatale sconfitta.

Ben diverso è il rapporto colonia-metropoli: anche una colonia è in un certo rapporto di dipendenza dal paese imperialista, ma è nello stesso tempo produttrice e fornitrice di alcuni prodotti, in genere materie prime, e in alcuni casi è in grado di svolgere una vera e propria opera di ricatto, mentre spesso è ben disposta a raggiungere accordi con l’imperialismo per lo sfruttamento del proprio proletariato. Non ha quindi la caratteristica, descritta da Cleaver per il sottoproletariato, di essere “tagliata fuori dall’economia”. Tutt’altro! Essa si lamenta di essere tagliata fuori dal commercio mondiale, che è ben altra cosa. Si può anche notare di passaggio che parimenti errata è l’applicazione della guerriglia come forma di lotta armata: per la colonia, essa trova la sua origine nel fatto che la lotta non può essere spinta fino alla distruzione dei rapporti borghesi, ma è solo un modo per esercitare una certa pressione a cambiarne l’indirizzo. Il movimento di classe, al contrario, sappiamo bene che non ha da perdere che le sue catene e perciò si organizza in una vera e propria guerra che lo deve condurre al controllo totale del potere politico (non ammette quindi alcuna autonomia locale al suo interno).

Il punto debole delle Pantere Nere è decisamente la teoria; e la cosa salta agli occhi se si considerano i punti programmatici. Non si tratta nemmeno di un programma politico, ma di punti che dovrebbero servire alla mobilitazione delle masse. La “piattaforma-programma” è dell’ottobre 1966, ma viene rivendicata tale e quale anche oggi, e merita la definizione, nel caso più benevolo, di riformismo tradizionale, appoggiato da una forma di lotta di guerriglia. I dieci punti rivendicano per la comunità negra: libertà, pieno impiego, alloggio decente, educazione adeguata alla propria storia e razza (punto particolarmente retrogrado), esenzione dal servizio militare, cessazione delle persecuzioni poliziesche, libertà ai prigionieri negri, tribunali con giurie negre, plebiscito sotto patrocinio delle Nazioni Unite (sic!) per stabilire la volontà della comunità negra; chiedono infine che si ponga termine alla razzia capitalistica e si tenga fede alla promessa di cento anni fa, cioè il pagamento di 40 acri e 2 mules a titolo di risarcimento del lavoro schiavistico e delle soppressioni in massa (accettato anche in denaro contante!).

Quello che manca è una minima analisi politica ed economica della via per il conseguimento dell’emancipazione (e che cos’è un programma se non la formulazione di tesi che esprimono tali analisi?): vi è solo una serie di richieste allo Stato dominante, concepite come suoi doveri, che potranno anche mobilitare sul terreno della violenza gruppi di sfruttati, ma non possono modificare l’essenza dei rapporti di classe se non sulla carta.

Indicativo, a questo proposito, è che si giunga a scrivere petizioni alle Nazioni Unite che dovrebbero, “in base alla semplice giustizia”, svolgere “un’azione universale, comprese sanzioni politiche ed economiche, contro gli USA” colpevoli del reato di genocidio così come è stato definito dalle stesse Nazioni Unite nella Assemblea Generale del 9 dicembre 1948. Si potrebbe pensare ad una pura e semplice, anche se molto ingenua manovra per rendere “pubblica” la situazione negra, ma la conclusione della piattaforma-programma sintetizzata più sopra dà il giusto fondo “teorico” alla cosa: “tutti gli uomini sono stati creati eguali e dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, fra cui la vita, la libertà, il conseguimento della felicità”, che comportano i soliti interventi correttivi del “popolo” più o meno sovrano, quando, come nel classico pensiero borghese democratico, sorge il tiranno o i diritti vengono comunque calpestati.

Il movimento che oppone violenza aperta alla violenza mistificata dello Stato democratico e razzista degli Stati Uniti, intende dunque agire nell’ambito stesso di questa società e si riduce a reclamare una certa autonomia per la propria gente. Ammirevole nella sua battaglia a viso aperto, si muove tuttavia su un terreno equivoco e sostanzialmente antistorico.

Proprio questo aspetto, che si ritiene legato alle esperienze degli “eroici” popoli nord-coreano e vietnamita, è la parte retrograda del movimento ed entra in crisi e contraddizione intrinseca man mano che la lotta di classe si sviluppa e riprende il suo contenuto reale, ponendo come vero suo protagonista il proletariato (non importa in quale pelle!), cioè la classe che sopprime ogni pretesa di autonomia in tutti i campi, da quello della scuola, della “giustizia”, del “servizio militare”, della famiglia, a quello dell’organizzazione politica, economica, statale, perché tutto è fuso in un unico irresistibile movimento, quello della classe sfruttata nel suo insieme, guidata da un unico partito.

Tuttavia, è indubbio che la esperienza dolorosa dei proletari e sottoproletari negri, limitati in una lotta a sfondo razziale che veda chiusa davanti a sé la via di un reale affrancamento nelle condizioni economiche e sociali date, potrà contribuire con i suoi continui sacrifici di generose forze, gli assassini perpetrati dai difensori dell’“ordine”, i processi scandalosamente repressivi e lo stesso razzismo crescente al polo opposto (tutte cose che potranno anche condurre a un lento dissanguamento di energie proletarie), ad aprire gli occhi al proletariato bianco e non bianco e a generare un’avanguardia politica che sappia unire nelle sue file tutti i proletari senza discriminazioni di razza – l’augurio e anche l’omaggio che noi formuliamo per il bene dei negri in coraggiosa battaglia come dei bianchi in torpido sonno!

 

(da “il programma comunista”, n.5/1971)

 

1 Il New Black Panther Party, attivo da alcuni anni, di cui pure si parlò a proposito dei “fatti di Dallas”, nulla ha a che vedere con il Black Panther Party originario, come gli stessi leader del BPP ancora attivi hanno più volte denunciato. Anche sul NBPP torneremo in futuro.

Nostri articoli sulla situazione sociale USA negli anni ’60 E ‘70

Alla situazione e alle lotte dei neri statunitensi nel corso degli anni ’60 e ’70, il nostro partito ha dedicato numerosi articoli d’analisi. Fra questi: “L’ora dei ‘colorati’” (n.11/1961), “’Sei nero? Resta indietro…’” (n.13/1964), “Crollano i miti della democrazia americana” (n.15/1964), “La collera ‘negra’ ha fatto tremare i fradici pilastri della ‘civiltà’ borghese e democratica” (n.15/1965). Sempre sulla situazione sociale negli Stati Uniti in quegli anni, ricordiamo gli articoli “Uno sguardo agli USA: ‘Affuent Society’ e miseria crescente” (n.20/1964), “La prosperità americana intrisa di sangue e sudore proletari” (n.19/1965). Si veda poi anche la serie sui lavoratori messico-americani (“Il proletariato chicano: un potenziale rivoluzionario da difendere”, nn. 1-2-3/1978), mentre alle prospettive di ripresa di un’attività rivoluzionaria su suolo americano è dedicato il lungo articolo “I comunisti e i loro compiti nelle due Americhe” (nn.13, 15, 17/1977). Si tratta comunque di argomenti su cui intendiamo tornare con regolarità, vista la sempre più grave situazione sociale nel cuore dell’imperialismo ancor oggi più potente.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
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