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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Venerdì, 13 Dicembre 2019

“C'era una volta l'America”. Ma è proprio così?

Superando un’istintiva crisi di rigetto, torniamo a parlare del post-elezioni USA, che ha confermato quanto sosteniamo da decenni sul ruolo centrale della “democrazia blindata” (o “dittatura democratica”) nel narcotizzare il “popolo sovrano” e far passare quelle che sono, con tutte le acute contraddizioni del caso, le necessità primarie del Capitale – argomento già trattato anche a proposito della cosiddetta Brexit 1. Il caos generalizzato, la rimessa in discussione di situazioni che parevano consolidate, le capriole e i capovolgimenti in politica interna ed estera (insieme alle molte guerre ormai “croniche” in giro per il mondo) dominano la scena internazionale: dimostrazione per noi evidente che, al di là di valutazioni improvvidamente ottimistiche da parte degli “esperti”, la crisi economica prosegue imperterrita il proprio corso, e soprattutto prepara nuovi terremoti. Quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, l’imperialismo tuttora più potente per quanto ammaccato e tossicchiante, è rivelatore, poiché non è altro che l’amplificazione di dinamiche destinate a svilupparsi (o approfondirsi) altrove.

Ripetere fa bene

Ricordiamo innanzitutto quanto scrivevamo, a caldo, all’epoca dell’elezione di Barack Obama: “Noi comunisti abbiamo sempre negato a) che gli individui facciano la storia, e b) che a ‘fare la politica’ di un paese siano le cariche istituzionali (come quella di presidente della repubblica, del consiglio, o di che altro) o istituti democratici (come il parlamento piuttosto che il consiglio di zona) – cariche e istituti che hanno se mai l’unica funzione di amplificare, come vere casse acustiche, un discorso puramente ideologico, di ‘consenso nazionale’, del tutto funzionale agli interessi del Capitale. Non erano le sparate demagogiche di Mussolini al balcone di piazza Venezia o i ‘discorsi al caminetto’ di Roosevelt alla radio (o, oggi, i dibattiti parlamentari o i salotti televisivi, spesso irriconoscibili gli uni dagli altri) a ‘fare la storia’ – la storia, molto meno rumorosamente ma molto più materialmente, la ‘facevano’ e la ‘fanno’ le banche, gli istituti finanziari, i cartelli, i trust… E, al momento opportuno, i cannoni. Ma certo le parole e i discorsi servivano e servono a imbottire i cervelli: a rassicurarli ed esaltarli, come e quanto è necessario per far filare il mondo del capitale nazionale” 2. E continuavamo: “Ora, gli Stati Uniti in crisi (come qualunque altro paese in crisi) conoscono dunque anche la crisi (all’interno e all’esterno) del discorso ideologico di consenso nazionale: di quel collante ideologico capace di tenere insieme il ‘corpo della nazione’, negando l’esistenza in esso di interessi antagonisti e conducendolo per mano verso una sequenza progressiva di conflitti esterni, prima ‘culturali’ e ideologici, poi diplomatici, infine guerreggiati. Tornare a rendere efficiente e diffuso quel collante ideologico: ecco il problema che sta di fronte alla classe dominante USA”.

Era il 2008 e, narcotizzati dal buonismo obamiano, i “sinceri democratici” non hanno mai osato (o potuto) guardare sotto la superficie, là dove effettivamente le cose maturano e ribollono. Sempre quell’articolo continuava: “Intanto, il neo-Presidente mescola gli ingredienti del collante: un colpo al cerchio e uno alla botte. E non c’è dubbio che dovrà varare misure di ‘rilancio dell’economia’ (la povera automobile!), di ‘risanamento sociale’ (la disastrata assistenza sanitaria! la miseria sempre più diffusa! la disoccupazione crescente!), di ‘riordino del sistema finanziario e bancario’ (i mutui! la speculazione! gli istituti traballanti!). Dovrà farlo per evitare sussulti sociali. Ma (e qui il ‘Ma’ è davvero grande come una casa!) da qualche parte dovrà cacciarli, i soldi, per tutto ciò: e li caccerà attraverso a) un più intenso sfruttamento del proletariato americano (che dunque perderà tre volte quel poco che, demagogicamente, gli verrà concesso), b) un sempre maggiore indebitamento statale (che verrà scaricato su tutti quei paesi che già ora lo stanno finanziando: la quasi totalità del mondo, gonzi compresi!), c) un’accresciuta aggressività commerciale, e dunque militare. Ed è a questo punto che il collante dovrà dimostrarsi all’altezza, sia all’interno che all’esterno”.

Si è dimostrato all’altezza, quel collante? Solo fino a un certo punto, e solo per ciò che riguarda certi strati della popolazione americana (e, di riflesso, mondiale). Intanto, però, la crisi ha continuato a erodere spazi su spazi, a sottrarre mattoni su mattoni al bell’edificio dell’ottimismo sorridente (“Yes, We Can!”). Così, all’indomani dell’elezione di Trump, mentre il mondo sembrava dividersi fra gli “affranti” (anti-Trump) e gli “estatici” (pro-Trump), scrivevamo, sempre a caldo: “Si chiederanno mai, gli affranti, com’è che otto anni del tanto celebrato e amato Uomo della Provvidenza hanno lasciato uno scenario di così profondo malessere, di così furibondo rancore? Proveranno ancora, timidamente, a tirar fuori dal cappello dell’illusionista la Riforma sanitaria e la Riforma dell’immigrazione, quei due grandi imbrogli (come a tempo debito abbiamo dimostrato, dati alla mano), miranti a dare un contentino a un esile strato di mezze classi terrorizzate all’idea di sprofondare nell’abisso, lasciando il resto ad annaspare nel fango e nella merda quotidiana? Capiranno mai che così il Capitale, una volta di più, ha celebrato i propri fasti all’insegna del divide et impera, accumulando al tempo stesso contraddizioni che poi non sa gestire? Qualche anima bella (qualche filosofo, qualche opinionista) ha mestamente commentato: ‘Siamo divisi… Siamo due nazioni…’. Ma guarda! E gli estatici, che cosa diranno quando le stesse esigenze superiori del Capitale si accaniranno una volta di più su di loro, massacrando ulteriormente intere regioni, cittadine e città già massacrate, già lasciate ad arrugginire, a seccare e annegare? Quando, passato il tempo delle sparate con annesse ballerine, il ‘loro’ Uomo (o Donna) della Provvidenza dovrà davvero fare i conti con ciò che dettano le leggi impersonali e inaggirabili del Capitale, e allora potrà solo allargare le braccia, invocare il bene supremo della Nazione, della Patria, dell’Economia Nazionale, e correre a cercare un nuovo Nemico di turno?” 3.

Il re è nudo

L’ennesima baracconata elettoralesca statunitense s’è dunque conclusa fra entusiasmo e sconcerto. E di baracconata s’è davvero trattato, ancor più del solito: reciproche accuse di bassa lega fra i candidati, sospetti di brogli e interferenze straniere, un voto “popolare” a favore della candidata democratica (65 milioni di voti contro 62) ribaltato dall’esito del sistema del Collegio Elettorale (i “grandi elettori”) che ha dato 304 voti al candidato repubblicano contro i 227 della candidata democratica, e tralasciamo gli altri aspetti, di – per così dire! – costume... Tanto basterebbe per far capire di che cosa è fatta la “democrazia”!

Il neo-Presidente è poi la… ciliegina sulla torta. Davvero ci credete ancora? Anche dopo la cosiddetta Brexit e Donald Trump? Ai nostri occhi, non ci sono sorprese. Come sempre, il Capitale ha fatto sentire le proprie esigenze. Le caute misure – caute fino a un certo punto, in verità – adottate dall’amministrazione precedente (esse pure rispondenti alle esigenze del Capitale) non sono bastate per rimettere in carreggiata un’economia e una società che continuano a essere in crisi e in affanno: intere regioni dissestate sul piano economico e sociale, un mercato del lavoro problematico, tensioni sociali crescenti (vi siete già dimenticati lo stillicidio di omicidi di giovani neri a opera delle “forze dell’ordine”? e che cosa bolle in pentola nella “cintura della ruggine” fatta di industrie dismesse e comunità abbandonate a se stesse, in cui si riscontra il tasso più alto di suicidi e morti per droga e alcol?), un ruolo insoddisfacente in un panorama internazionale all’insegna dell’instabilità e della crescita della concorrenza… S’imponeva un cambio di passo, un nuova aggressività, un rinnovato decisionismo. Basta con il “buonismo” intellettuale e multiculturale! Le classi medio-alte hanno avuto i loro zuccherini, materiali e ideologici: se ne stiano a cuccia! Adesso, a preoccupare è la grande malata, quella classe media e medio-bassa (aristocrazia operaia bianca inclusa) che bene non se la passa, che ha visto andare avanti le lancette dell’orologio e indietro i conti in banca, che ha ancora e sempre l’incubo del mutuo e di tutti i “prodotti finanziari” che hanno continuato a spuntare come funghi in questi decenni – prima, durante e dopo la crisi del 2008. Bisogna ricompattarla, neutralizzarla con una dose massiccia di demagogia populista, di promesse e spacconate, di nazionalismo e razzismo, di orgoglio “a stelle e strisce” (“America First!”: ma, cambiato il soggetto, non è lo slogan di tutte le classi dominanti?!) e di appelli alla pancia, fatti di urla sguaiate da bar-birra-e-ballerine contro l’establishment, il Governo, Wall Street… Il repertorio è vasto, gli attori non mancano: e, se poi anche loro recitano male, be’, il ricambio è sempre pronto. Santa Democrazia!

Questo per quanto riguarda l’ideologia. Ma democrazia e necessità del Capitale vanno a braccetto: c’è da sorprendersi allora se la “troupe di Trump” è fatta quasi esclusivamente di militari, miliardari, ex-Ceo di multinazionali...? Tutti a svolgere il loro bravo lavoro (ultra-remunerato) di comunicatori, di venditori porta-a-porta, di cassa di risonanza delle “esigenze superiori della Nazione”. Come si diceva, lo scenario mondiale è incerto e le menate non servono più: servono i muscoli! “Ma allora – chiederà qualcuno – come spiegare lo sconcerto che serpeggia anche nelle file del Partito repubblicano o di settori dell’imprenditoria o dei media”? (Wall Street, tuttavia, per il momento gongola). Ancora una volta, c’è da sorprendersi? E’ il segno di quanto da tempo andiamo sostenendo: sotto la pressione di una crisi che procede per la sua strada, le contraddizioni (anche interne a ogni capitale nazionale) si moltiplicano e si approfondiscono e, soprattutto, la classe dominante è sempre meno in grado di gestirle: di controllare l’Apprendista Stregone. Se vogliamo, la becera volgarità di un Trump è rivelatrice: una classe dominante incapace di “figliare” altro che un personaggio del genere come proprio rappresentate, come proprio portavoce, be’, è davvero una classe dominante da mandare al macero!

D’altra parte, la cosa non riguarda i soli Stati Uniti, sebbene sia inevitabile che l’imperialismo più forte detti legge anche in questo campo: tutto il mondo è in subbuglio e, mentre si acuiscono i contrasti, sempre meno le classi dominanti nazionali hanno chiara la via da seguire, e la “casta politica” mostra in maniera lampante d’esser figlia del parassitismo sociale che da sempre accompagna la fase imperialista del capitalismo. Tutti s’arrabattano a cercar “la ricetta”, ma “la ricetta” non c’è: lo studio sul “corso del capitalismo” che stiamo pubblicando lo dimostra, dati alla mano. Basti pensare al continuo ondeggiare fra liberismo e protezionismo, alle incessanti polemiche accompagnate da minacce e ritorsioni sui dazi (altrui), al gioco delle alleanze e simpatie di stasera rimesse in discussione domani mattina, al ricorso incessante e sempre più scalcagnato alla demagogia del “tutti contro tutti” (oggi va di moda il termine “populismo”: ma in verità si tratta di una vecchia bestia, se mai incarognita con il passar del tempo)…

Fino a quando, tutto ciò? Fino a quando sarà necessario giocare l’ultima carta: quella della preparazione effettiva di un nuovo conflitto generalizzato, non più locale o d’area, ma mondiale (e infatti, l’industria delle armi procede imperterrita la propria corsa). Allora, di fronte al “Nemico di turno”, la classe dominante sarà costretta a compattarsi e disciplinarsi (e, soprattutto, a disciplinare!), mostrando un unico volto – quello dell’aperta repressione anti-proletaria, in casa e sui teatri di guerra.

Nel frattempo, nel segno di una democrazia sempre più nuda (e cruda), si procede in una continuità fatta di accelerazione dei processi e intensificazione delle misure. Qualcuno parla ormai apertamente di “fascismo”: ma non s’è accorto che il “fascismo” era già lì, sotto le apparenze, sotto il belletto “democratico”. E agiva indisturbato, poiché era ed è “democratico”, era ed è accettabile – anzi, necessario. Rientrava e rientra nell’ordine normale delle cose.

“Il re è nudo!”, gridò il ragazzino della favola. “La democrazia è nuda!”, diciamo noi: e mostra sempre più il suo vero volto, la sua vera sostanza.

Valori americani”? “Statua della Libertà”?

“Continuità?”, chiederà scandalizzato il “sincero democratico”. Sì, continuità, come risulta evidente se si guarda al di là delle vuote formulazioni e della retorica roboante. Facciamo un solo esempio, riguardante l’immigrazione e le misure per contenerla che tanto clamore stanno suscitando da quando Trump s’è insediato: il famoso muro con il Messico, le deportazioni, le liste nere, il divieto d’ingresso ai cittadini di alcuni “paesi musulmani”, ecc. Si dimentica molto facilmente (l’altra faccia del “buonismo democratico” è infatti la perdita rapidissima della memoria) che quel muro per metà già c’è, costruito e perfezionato con strumenti sofisticati da tutte le presidenze dell’ultimo quindicennio (quella Obama inclusa); che le deportazioni non sono mai cessate in tutti questi anni; che la tanto celebrata Riforma dell’immigrazione “sanava” una situazione riguardante solo una metà dell’immigrazione illegale, e anche così aveva caratteristiche fortemente di classe (in pratica, regolarizzava la posizione di chi poteva permetterselo: cioè, di strati piccolo-borghesi) 4. E così via. Ecco la continuità. Non voler vedere che si tratta di accelerazione dei processi e intensificazione delle misure vuol dire ostinare a immaginarsi che, nel procedere tumultuoso e anarchico del modo di produzione capitalistico, specie se investito da una crisi economica come quella che stiamo vivendo da decenni, siano possibili fasi armoniche, miracolosi intermezzi pacifici, placide sospensioni del tempo: grazie a questo o quell’Uomo (o Donna) della Provvidenza…

“C'era una volta l'America”, intitolava il Manifesto del 29 gennaio u.s.: come se, “un tempo”, oltre Atlantico (od oltre Pacifico, a seconda) ci fosse stata un'“età dell'oro”, o almeno un’epoca rosea cui guardare con rimpianto. Da parte sua, nel prendere congedo e rispondere alle sparate muscolari di Trump, Obama (il carabiniere buono in alternanza al carabiniere cattivo!) raccomandava di non allontanarsi dai… “valori americani”. Allora, guardiamo un po’ più a fondo questa facile retorica democratica. C'è mai stata, nella storia del Nord America a partire dal '600, un'epoca in cui la società divisa in classi non facesse sentire il proprio brutale potere? in cui il modo di produzione capitalistico, impiantatosi ex novo in quel continente, non spadroneggiasse su popoli e classi? Per il momento, lasciamo stare il genocidio dei nativi e gli orrori della schiavitù, che pure s'inscrivono tutti nella storia tumultuosa e spietata dell'impianto del capitalismo in quelle terre. Partiamo pure dalla fine della Guerra civile (1865), con cui si completa il processo di distacco politico ed economico del Nuovo Mondo dal Vecchio. E' necessario ricordare che, dietro la retorica della “liberazione degli schiavi”, stavano le necessità del grande capitale industriale di poter disporre, dentro un mercato capitalistico ormai dispiegatosi su tutto il continente nord-americano, di una manodopera “libera”: libera cioè d'essere assunta e licenziata, attirata là dove vuole il capitale, ricattata e ricattabile, mobile e “senza vincoli” che non fossero le leggi del mercato? Che quella “liberazione” trasformò gli ex-schiavi in schiavi salariati, nei campi e nelle metropoli? E che da quel momento hanno davvero inizio (porte spalancate!) le grandi ondate immigratorie al servizio dello sviluppo travolgente del capitalismo statunitense, in grado, nel giro di tre decenni o poco più, di scalzare l’ormai vecchio predominio economico britannico? Già, gli immigrati, accolti a braccia aperte… L’abbiamo letto e sentito ripetere a iosa fra gennaio e febbraio. “Quella era l’America! Che accoglieva e non respingeva!”.

Ma, o gonzi!, quei ventun milioni di italiani, spagnoli, est-europei, turchi, ciprioti, e via di seguito, entrati negli Stati Uniti tra fine ‘800 e anni ’20 del ‘900, che cosa facevano poi, nelle metropoli e cittadine dell’est e dell’ovest, del nord e del sud? Sgobbavano quindici ore al giorno, uomini, donne, bambini e vecchi, in fabbriche e “laboratori del sudore”, in casermoni malsani; massacrati da tisi, ritmi selvaggi, incidenti sul lavoro, incendi, a volte facendosi guerra fra loro per un tozzo di pane e più spesso scendendo in lotta in maniera magnifica sebbene disperata per solitudine politica, con scioperi che duravano settimane e mesi, con scontri aperti con le bande legali e illegali della repressione padronale e statale, per difendere e cercar di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. “C’era una volta l’America”: ma l’America era questo per gli immigrati – che venissero dall’Europa, piuttosto che dall’America centrale e meridionale o dall’Asia. Servivano: erano merce, fornivano forza-lavoro da cui estrarre profitti. Altro che “età dell’oro” per gli immigrati! Dell’oro, l’età lo fu per il capitale.

Nei giorni in cui l’ennesimo portavoce sgangherato del capitale USA chiudeva le porte d’ingresso ai cittadini di un certo numero di “paesi musulmani”, alto s’è levato il grido indignato: “Ma come?! E la Statua della Libertà, quelle parole incise nella targa sul suo basamento: ‘Date a me le vostre masse stanche, povere, ammassate, ecc…’? Che ne è di quell’America?”. Bene: vediamoci chiaro, andiamo al di là della torcia levata in alto, al di là della retorica e dell’astrazione che non vedono (non possono vedere) le fratture di classe. Ricordiamo che cosa ci sta dietro, perché è esemplare di tutta la “questione dell’immigrazione”. La Statua della Libertà, con la sua potente valenza simbolica che non ha cessato di operare fino a oggi, fu inaugurata nel 1886 (e la targa con i celebri versi fu inserita nel suo basamento nel 1903). Fra il 1881 e il 1920, entrarono negli Stati Uniti circa ventun milioni d’immigrati. MA… appena due anni prima dell’inaugurazione di quel “simbolo di libertà e accoglienza”, il Congresso aveva promulgato una legge che integrava leggi precedenti (e che verrà rinnovata e resa permanente nel 1903): il Chinese Exclusion Act del 1884 bloccava in maniera esplicita ogni ulteriore ingresso negli Stati Uniti a lavoratori cinesi (le sole “categorie” escluse dalla legge riguardavano il personale diplomatico con relativo personale di servizio). Un’isoletta nella Baia di San Francisco fu adibita a “centro di smistamento”, dove gli immigrati dalla Cina restavano a volte mesi, prima di essere rispediti indietro: un CIE dell’epoca. Mentre cioè si spalancava il cancello a est, si chiudeva in maniera spietata quello a ovest. “Valori americani”?

Quella legge (che, resa ancor più dura a metà degli anni ’20, sarebbe stata in vigore fino al 1943, quando – per motivi strettamente legati al conflitto mondiale – fu abrogata: cinquantasette anni di esclusione!) ebbe poi risvolti drammatici: erano infatti parecchie decine di migliaia i cinesi già immigrati negli Stati Uniti prima del 1884, a sgobbare nelle miniere dell’Ovest, nella costruzione delle grandi ferrovie transcontinentali, nelle lavanderie e nei ristoranti, per lo più giovani maschi che, come succede con tutti i flussi migratori, contavano dopo qualche anno di farsi raggiungere da mogli e fidanzate o dal resto della famiglia – e che, invece, con quella legge, si ritrovarono trasformati con violenza brutale in “uomini soli” – la “società degli scapoli” come venne chiamata. Sfruttamento, solitudine, isolamento, traumi profondi.

Intanto, la torcia della Statua della Libertà continuava a risplendere per chi arrivava dall’Europa. Solo fino al 1924, però, quando un ulteriore giro di vita legislativo, accompagnato da virulente campagne razziste, limitò decisamente l’afflusso anche di lavoratori europei, specie italiani ed ebrei dell’Europa orientale. “Valori americani”?

Per tutti quei decenni, tuttavia, il cancello meridionale (al confine con il Messico e dunque verso l’America centrale e meridionale) era e restava aperto, con un flusso continuo di altri disperati in cerca di sopravvivenza: destinati a restar disperati anche su suolo statunitense, oppressi da leggi ultra-repressive (come quelle che proibivano i matrimoni misti!) e da un razzismo diffuso. Altra merce da opprimere e trasformare in profitto, inseguita di continuo dagli incubi della migra (la polizia di frontiera), delle deportazioni, dell’illegalità indotta, della miseria: una storia, fatta anche di generose battaglie, che varrà la pena di trattare più nel dettaglio in futuro. Qui basti sottolineare l’elementare verità che il “rubinetto” dell’immigrazione negli Stati Uniti è stato continuamente aperto e chiuso, riaperto e richiuso, colpendo di volta in volta questo o quel “settore nazionale” (divide et impera), a uso e consumo del mercato del lavoro capitalistico e delle necessità dell’economia nazionale, con le inevitabili ricadute e appendici della mobilitazione ideologica che di volta in volta individua lo “straniero” da cui guardarsi. E, si badi bene: in certi perioodi, come gli anni ’30 del ‘900, lo “straniero” era anche il proletario bianco americano, vagante in cerca di lavoro: i “sinceri democratici” dovrebbero andare a leggersi (o rileggersi: ah, com’è labile la memoria!) anche solo un romanzo come Furore, per rendersene conto…

“C’era una volta l’America”: ma dove? “Valori americani”: ma quali?

E la classe operaia statunitense?

A questo punto, par di sentire la risentita obiezione dei “sinceri democratici”: “Sì, ma la vostra classe operaia ha votato il razzista Trump!”. Bene, questo ci permette di fare un’ultima breve considerazione. Lasciamo da parte l’ovvia risposta: il proletariato USA (che comunque alle proprie spalle ha, come abbiamo detto, una non piccola tradizione di lotte) non è costituito solo dalla componente, sicuramente ampia e in crescita, di “poveri bianchi”, di lavoratori bianchi in preda allo sconforto e all’emarginazione, essi stessi vittime – e a volte complici – del più bastardo e cialtronesco razzismo; è composto anche e soprattutto di neri e Latinos, certo non portatori di “suprematismo bianco”: se mai influenzati e narcotizzati anch’essi dall’ideologia democratica, ma anche capaci di generosa combattività! Ma, soprattutto, ricordiamo che noi comunisti non pensiamo che il proletariato contenga in sé, nel proprio DNA, un metafisico imprint classista e rivoluzionario: è una classe in sé, definita statisticamente all’interno del modo di produzione capitalistica e come tale soggetta a tutte le pressioni e influenze dell’ideologia dominante, dell’ambiente in cui vive e lavora, della famiglia, della scuola, della chiesa, del posto di lavoro, dei mezzi di comunicazione di massa – formidabili strumenti di creazione e diffusione delle idee dominanti. Non è, per natura, la classe per sé capace di identificare i propri obiettivi storici, e dunque i propri “amici e nemici”. Noi comunisti sappiamo, per analisi teorica ed esperienza pratica di ormai due secoli di battaglie cruente, che il proletariato subisce tutte queste influenze; che solo nella lotta aperta (cui è costretto non per scienza infusa, ma per necessità materiali di sopravvivenza) potrà raggiungere un certo livello di consapevolezza circa i suoi “amici e nemici”; e che solo grazie al contatto continuo con il partito rivoluzionario potrà esprimere, dai propri ranghi, le avanguardie in grado di guidarlo verso lo scontro aperto con la classe dominante e i suoi sgherri politici, sindacali, militari – insomma, con il modo di produzione capitalistico.

Non sono cessate, dopo le elezioni del nuovo Presidente USA, discese in campo, mobilitazioni e dimostrazioni anche decise: ben vengano. Ma se rimarranno “anti-Trump” e non si porranno l’obiettivo di essere apertamente anti-capitaliste, non approderanno a nulla, se non a ulteriore sconforto, disillusione e disaggregazione. Quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (e nel mondo) ribadisce invece, una volta di più, l’urgenza del lavoro duro, e ancora per lungo tempo avaro di risultati immediati, del restauro teorico, pratico, organizzativo dell’organo-partito a livello mondiale. Senza questo polo politico alternativo, minoritario e certo non di massa, ma totalmente antagonista alle pratiche elettoralesche, democratico-riformiste, pacifiste, il proletariato di qualunque paese è e sarà sempre in balia di tutte le forze ideologiche e pratiche di conservazione e reazione, le più schifose che il capitalismo ha prodotto e ancora produrrà: fino alla mobilitazione patriottica contro “il Nemico”. Se dunque non si lavora al radicamento mondiale del partito rivoluzionario, è inutile sparger lacrime sulla “destra che avanza”: volenti o nolenti, si è complici, e basta.

1 “Sempre più allo sbando il mondo del Capitale”, Il programma comunista, n. 4/2016.

2 “Il neo-Presidente USA e la Gonzi International SpA”, Il programma comunista, n.6/2008.

3 “Gli affranti e gli estatici: ovvero, il neo-Presidente USA e gli utili idioti”, Il programma comunista, n.5-6/2016.

4 Al riguardo, rimandiamo ancora all’analisi che ne abbiamo fornito nell’articolo “USA. La riforma dell’immigrazione: nuovo amo per i gonzi”, Il programma comunista, n.2/2013. Lo stesso discorso vale per la Riforma sanitaria: cfr. “USA. La riforma sanitaria: ennesimo inganno per i proletari”, Il programma comunista, n.4/2010.

 

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