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Venerdì, 06 Dicembre 2019

La crescita del debito mondiale e la sua valenza nel corso storico del capitale (II)

Nella prima parte dell'articolo (pubblicata sul n.1/2018 de “Il programma comunista”), abbiamo collegato la continua crescita del debito mondiale al processo di finanziarizzazione capitalistica, le cui radici affondano nella crisi del meccanismo di accumulazione che ha chiuso la grande fase espansiva del secondo dopoguerra. La risposta alla crisi fu la progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale sui mercati mondiali, che ha finanziato lo sviluppo della produzione e degli scambi globali nell'arco di oltre un trentennio. Tale sviluppo è avvenuto all'insegna del credito e della speculazione, sfociata in ricorrenti crisi tanto nei Paesi a capitalismo maturo quanto nei cosiddetti “emergenti”. Anima e motore di questa espansione sono stati i sistemi bancari dei centri imperialisti, che – attraverso la leva dell'indebitamento e con l'utilizzo di strumenti finanziari sempre più sofisticati – hanno aumentato enormemente il loro peso e la loro capacità di controllo sull'economia, la politica e la società. L'espansione del credito è stata insieme fattore e prodotto dell'espansione della produzione mondiale: “con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro e quindi della produzione su vasta scala, 1) i mercati si espandono e si allontanano dal luogo di produzione, 2) i crediti in conseguenza devono essere a più lunga scadenza e quindi 3) l'elemento della speculazione deve impadronirsi sempre più delle transazioni […] Lo sviluppo del processo di produzione amplia il credito, e il credito a sua volta porta all'ampliamento delle operazioni commerciali e industriali” (Marx) (1). Il processo è giunto a termine con la grande crisi finanziaria del 2008 che, se ha consacrato il ruolo dominante dei sistemi bancari e della finanza, ha concluso l'epoca dell'espansione forzata della produzione attraverso il credito e aperto una fase in cui i capitali in cerca di valorizzazione si avvitano sempre più nei circuiti della rendita finanziaria, non trovando nel plusvalore generato dal contatto col lavoro vivo una fonte sufficiente ad alimentare la fame di profitto di questa massa crescente di denaro.

In questa seconda parte, intendiamo sviluppare alcune considerazioni generali sulle ricadute di questa tendenza autoreferenziale nei rapporti tra Stati, negli indirizzi politici dei governi, nelle modalità di valorizzazione del capitale, nelle sue ricadute sociali. I parziali risultati di questo lavoro vanno assunti, come sempre, in via provvisoria, come tappa del costante lavoro di indagine militante che cerca nel caotico procedere del Capitale i percorsi possibili della rottura rivoluzionaria. Se ne conclude che nel suo avanzare il Capitale, alle prese con la caduta del saggio del profitto, vera origine di tutte le magagne che lo affliggono, tende a regredire verso forme storiche precedenti, segno della raggiunta fase terminale del suo ciclo evolutivo.

Conseguenze ed esiti della finanziarizzazione

I vari aspetti che caratterizzano lo stadio attuale della finanziarizzazione economica si trovano spiegati ampiamente e in dettaglio in numerosi studi e pubblicazioni di fonte borghese. Spesso si tratta di lavori critici nei confronti dei meccanismi predatori della finanza e delle conseguenze politiche e sociali dello strapotere finanziario. Il loro limite è che quasi sempre portano alla conclusione che un ritorno alla sovranità piena degli Stati in materia monetaria, la limitazione della libertà dei sistemi finanziari, una regolamentazione e un controllo delle banche che contrasti e persegua “l'azzardo morale” siano la soluzione possibile della crisi del capitalismo e delle sue conseguenze sociali. Dopo la crisi c'è stato in effetti qualche provvedimento internazionale in materia bancaria finalizzato a limitare gli eccessi del ricorso alla leva da parte della banche, ma l'intervento sui requisiti patrimoniali non ha fatto che spingere le banche a spostare ulteriormente fuori bilancio molte attività, affidate alle società veicolo (2) (i principali soggetti della shadow banking) da loro stesse create. In una certa misura, quindi, la regolamentazione ha incentivato il ricorso al settore non regolamentato delle attività finanziarie. Di fatto, dopo la crisi questo settore si è ripreso dal crollo e muove volumi finanziari superiori a quelli delle banche regolamentate. Gli hedge fund hanno ingigantito il giro d'affari, potenziandosi come strumento delle banche per accedere a investimenti finanziari ultraspeculativi in reazione ai tassi d'interesse al minimo storico (“Hedge fund alla carica dei mercati”, Il Sole24ore, 25/11/17). Negli Stati Uniti, anche quel minimo di regolamentazione bancaria che era stata timidamente reintrodotto dopo la crisi con la legge Dodd-Frank è ora sotto attacco da parte delle lobbies politico-finanziarie.

D'altra parte, una regolamentazione e un controllo internazionale dei flussi di capitale è del tutto illusoria. Le lamentazioni dei politici sulla mancanza di “una giurisdizione internazionale di politica economica” che consente alla criminalità organizzata di sguazzare negli spazi oscuri della finanza sono le lacrime di coccodrillo di chi ha sostenuto, sostiene e si guarda bene dal mettere in discussione il dominio del capitale finanziario (“La criminalità sguazza nella finanza opaca”, Il Sole24ore, 24/11/17). Pecunia non olet; il capitale finanziario è indifferente alle fonti del denaro, specie se copioso. Una volta asceso al cielo della finanza, anche il denaro frutto del peggior crimine ritrova la sua purezza, si mescola e si confonde nel flusso generale, dimentico di sé, e magari trasmigra in qualche opera buona finanziata dallo IOR vaticano. Potenza della Provvidenza divina!

Posto quindi che il richiamo alla necessità di regolamentare internazionalmente gli eccessi del capitale finanziario è destinato a cadere nel vuoto, lo slancio regolamentatore richiede un ritorno del protagonismo dello Stato e del controllo del fatto economico in una prospettiva necessariamente nazionale. Questa prospettiva è stata surclassata dall'evoluzione del capitalismo mondiale, ormai profondamente internazionalizzato, oltre che nella finanza, anche nelle strutture produttive organizzate nelle catene di valore. Nessun Paese che abbia perso parte della propria sovranità, in campo monetario o nel controllo dei movimenti di capitali, è in grado di riconquistarla pacificamente, semplicemente per effetto della volontà popolare espressa per via democratica. Una limitazione legislativa su base nazionale degli eccessi capitalistici entrerebbe in aperto conflitto con gli interessi del capitale internazionale, ossia dei centri dominanti dell'imperialismo, i quali dispongono degli strumenti per mettere sotto pressione e riportare all'ovile la pecorella smarrita. Anche questa via si rivela dunque impraticabile. Lo è altrettanto lo slancio legalitario della “lotta alle mafie”. E' forse vero che su questo terreno talvolta si manifesta una collaborazione internazionale, ma mai tale da mettere a rischio gli apporti miliardari alla circolazione della finanza mondiale che vengono dai grandi gruppi criminali. Anche questo è un aspetto della crescente impotenza dello Stato di fronte alle forze che controllano i movimenti della finanza mondiale, in grado di farsi beffe di tutte le regole e di subordinare gli Stati ai propri interessi.

La subordinazione dello Stato agli interessi del capitale finanziario internazionale, infatti, non ha niente di astratto; da una parte si realizza – come abbiamo cercato di illustrare nel precedente articolo – attraverso la sottrazione del controllo del debito pubblico da parte dei soggetti finanziari privati, quindi attraverso gli efficaci meccanismi di mercato; dall'altra, questi stessi meccanismi ridisegnano e rafforzano le gerarchie tra gli Stati: gli imperialismi dominanti attraverso la finanza subordinano e condizionano quelli più deboli, ne sottraggono quote di plusvalore, ne orientano le scelte politiche. Nelle rete di relazioni di debito e credito tra capitalismi nazionali valgono le stesse regole dei rapporti tra le banche e tra privati: contano la forza e le dimensioni. Un grande creditore è anche un grande debitore, ma nessuno che vanti crediti nei suoi confronti si sognerebbe di portarlo al fallimento, col rischio di fallire esso stesso. Tra i grandi, la reciproca dipendenza è anche reciproco sostegno. Viceversa un piccolo debitore subisce fino in fondo la servitù del debito, vi si assoggetta e versa il suo sangue fino all'ultima goccia per far fronte agli impegni, senza per questo avere l'assicurazione di salvarsi dalla rovina (Grecia docet). Se i piccoli stringono la cinghia, i grandi si riservano tutti i vantaggi di una posizione di forza. La banca centrale degli Stati Uniti, che a differenza di altre omologhe gode di un'indipendenza dal Tesoro più formale che reale e che mantiene tra i suoi obiettivi statutari il contrasto alla disoccupazione, in virtù dell'esorbitante privilegio del dollaro continua a finanziare il deficit pubblico, cosa che nessun altro Stato potrebbe permettersi senza incorrere nelle ire del dio capitale. Il debito pubblico americano finanzia il colossale deficit con l'estero e lega a filo doppio i suoi maggiori creditori, Cina e Giappone in testa, alle sorti della principale economia mondiale. In Europa, la macchina comunitaria al servizio del dominante capitalismo tedesco usa il debito pubblico per sottomettere ai diktat della UE i governi dell'Eurozona, e la Germania sfrutta la sua influenza per definire la disciplina bancaria comunitaria pro domo sua, disegnata per mettere in difficoltà i sistemi bancari dei partners di area, e favorire il proprio.

Al rafforzamento dei principali centri imperialisti fa riscontro la riduzione dei Paesi periferici entro una gerarchia che li vede orbitare, con diverse gradazioni di subalternità, attorno ai poli dominanti. Ogni tentativo di sganciarsi da questa subordinazione o anche solo attenuarla deve fare i conti con ostacoli economici e politici internazionali enormi. In un simile quadro le velleità sovraniste, che abbiano il segno dell'antipolitica, del populismo o del fascismo più o meno dichiarato, sono destinate a rientrare nel recinto della compatibilità con gli interessi del capitale finanziario internazionale e del centro imperialista di riferimento.

Il limite di queste presunte soluzioni politiche della crisi nasce dalla incapacità di riconoscere il carattere storicamente transitorio del modo di produzione dominante e di intendere che le sue dinamiche distruttive sono necessarie e inevitabili. L'autonomizzazione del capitale in quanto capitale finanziario che esercita ed estende il suo dominio sull'intero pianeta e su tutti gli aspetti della società non è frutto di una scelta di una componente della classe borghese che possa essere revocata a favore di un indirizzo meno socialmente devastante, ma il risultato dello sviluppo delle forze produttive sociali e della raggiunta fase terminale del ciclo storico del modo di produzione capitalistico. Come tale, è un processo inevitabile e irreversibile.

A un grado di sviluppo inferiore, ma già imperialista, il fascismo storico si era posto lo scopo di controllare e contenere le forze economiche e di classe indirizzandole ad ambiziosi obiettivi politici nazionali; il suo è stato un progetto politico, economico e sociale, su base nazionale, di risposta alla crisi capitalistica e alla minaccia rivoluzionaria, destinato al fallimento, certo, ma a suo modo organico. Il fascismo concepiva un suo ordine interno e lo proiettava all'esterno in un nuovo ordine mondiale a predominio eurasiatico, con precise gerarchie nazionali e razziali. Se non fosse stato sconfitto dallo schieramento atlantico lo sarebbe stato dal prorompere delle forze economiche. Nessun fascismo avrebbe mai potuto contenere lo sviluppo economico rilanciato dalle distruzioni belliche, né cambiare la traiettoria distruttiva delle dinamiche capitalistiche in virtù di un'ideologia che pretende di governarle.

Il livello attualmente raggiunto dalla crisi capitalistica, le dimensioni della produzione e la sua estensione alla scala mondiale, la pervasività del capitale finanziario, la crescente instabilità e le tensioni disgregatrici spingono gli Stati, dal livello di media potenza in giù, ad aggregarsi attorno ai principali centri imperialisti, ad affidarsi alla loro struttura economica e politico-militare. Il grado di sovranità va poco oltre l'assecondare gli interessi del capitale internazionale creando l'ambiente più adatto per attrarre flussi d'investimento in ogni settore della vita sociale potenzialmente profittevole. Gli Stati nazionali – ad eccezione delle grandi potenze – sono tendenzialmente ridotti a poco più che agenzie di allocazione di capitali mondiali liberi da ogni vincolo nazionale, annidati in paradisi fiscali inaccessibili ai comuni mortali dai quali dettano le condizioni di esistenza a governi, popolazioni, agli Stati in quanto tali.

Le trasformazioni politiche intervenute negli ultimi 30-40 anni sono strettamente legate al percorso di liberalizzazione finanziaria: l'indebolimento dell'autonomia decisionale della politica si accompagna a un marcato interventismo a favore del settore finanziario, al rafforzamento della sua capacità di controllo sociale, repressione, imposizione fiscale per continuare ad alimentare la rendita che si nutre degli interessi sui titoli di Stato e della speculazione che fiorisce su di essi. La grande recessione ha rappresentato una svolta, un’accelerazione in questa direzione. Le risposte capitalistiche alla crisi del '29 e a quella del 2008 hanno in comune un massiccio interventismo statale, ma diversi sono stati gli obiettivi. Nella Grande Depressione, l'intervento mirava alla ripresa della produzione e dell'occupazione con massicci investimenti pubblici, nel mentre una nuova regolamentazione ristabiliva limiti stringenti all'operatività bancaria. Allora la risposta capitalistica fu il tentativo di rilanciare il meccanismo di accumulazione impiegando capitali e forza lavoro per ridare vigore al sistema delle imprese. L'esperienza del New Deal come quella dell'Europa, sia democratica sia totalitaria, si propose l'obiettivo della coesione sociale nazionale, e dovette pertanto concedere qualcosa al proprio proletariato in termini di occupazione e stato sociale, i cui apparati le moderne democrazie hanno in gran parte mutuato dal fascismo. Sappiamo che il tentativo di rilancio dell'accumulazione non andò a buon fine finché non fu imboccata la strada del riarmo e della guerra.

Mentre nella crisi d'interguerra il sistema bancario-finanziario subì un duro ridimensionamento e passò in buona parte sotto il controllo dello Stato, l'interventismo seguito alla crisi 2008 ha convogliato abbondante denaro pubblico nei sistemi bancari, prima salvandoli e nazionalizzando, poi facendovi affluire masse enormi di liquidità senza intaccarne l'autonomia e l'autoreferenzialità. L'esperienza storica dei fallimenti bancari e dei crolli borsistici che aprirono la strada alla Grande depressione ha senz'altro pesato sulla scelta dei salvataggi e delle temporanee nazionalizzazioni; ma l'effetto è stato un'ulteriore espansione della massa del debito/credito globale e un ulteriore rafforzamento del potere del capitale finanziario sulla società, la sua definitiva autonomizzazione. Il potere della finanza si presenta oggi come un immenso sistema di drenaggio di ricchezza sociale da ogni settore della società: la produzione, i servizi, il welfare (sanità, scuola, pensioni), i cosiddetti “beni comuni”... tutto si presenta come potenziale fonte di profitto e oggetto di privatizzazione. Contemporaneamente, tutto ciò che è pubblico è sottoposto al ricatto del debito che cresce, e deve essere svilito, ridimensionato, espropriato, smantellato.

Se si va oltre alle dichiarazioni programmatiche delle politiche anticrisi che insistono sulla “crescita”, nelle sue dinamiche reali il capitale non sembra riporre grande fiducia nel rilancio del meccanismo di accumulazione attraverso la ripresa della produzione. Nel dopo crisi si continua ad investire poco, e la ragione ultima – lo ripetiamo fino alla nausea – va identificata nella caduta del saggio del profitto. Se non è più possibile far crescere i profitti attraverso ulteriori incrementi di produttività, se il livello delle forze produttive sociali impedisce l'impiego di masse sempre crescenti di manodopera e quindi un'estensione della base della valorizzazione, se anche l'intensificazione dello sfruttamento e il risparmio sui costi del capitale fisso hanno raggiunto limiti difficilmente superabili, allora le opportunità giungono da altre vie. Ne indichiamo alcune:

- l'espropriazione di ciò che resta in mano pubblica (3) (privatizzazioni dei servizi, del welfare)

- l'espropriazione delle imprese e dei beni gravati dall'indebitamento

- la concentrazione dei servizi commerciali data dalla sinergia logistica-telecomunicazioni- internet a ridurre i costi di distribuzione

- la forzatura della domanda attraverso il credito al consumo

- la speculazione ai danni degli Stati e delle imprese, anche se “sane” (attraverso i CDS, assicurazioni contro il default di un ente) (4)

- la predazione dei risparmi delle classi non capitaliste in seguito a fallimenti di soggetti finanziari

- l'imposizione di prezzi monopolistici in settori fondamentali come energia, telecomunicazioni, Internet

- investimenti e azzardi finanziari in tutte le loro molteplici forme, favoriti dalla velocità delle transazioni tramite i sistemi informatici...

Tutto questo certamente non esclude che temporanee riprese produttive possano ridare un po' di ossigeno in termini di plusvalore reale all'asfittico sistema, ma queste non avranno mai la forza di invertire il percorso oramai completato della finanziarizzazione. In una certa misura, la potenza acquisita dal sistema bancario-finanziario nel dominio sull'economia si volge contro la produzione, dato che lo rende in grado di massimizzare la quota riservata all'interesse sul totale del plusvalore estorto alla produzione e di accrescere il suo carattere parassitario.

In tutto questo colossale sistema di sfruttamento, espropriazione, ladrocinio e truffa non c'è niente di assolutamente nuovo, se non quell'elemento di velocità e potenza data da Internet. Tuttavia nel loro insieme queste opportunità costituiscono una soluzione immediata alle difficoltà di valorizzazione che permette al capitale di sopravvivere. Il capitalismo rimane alla base un sistema di “produzione di merci a mezzo di merci”, ma la crisi del meccanismo di accumulazione, il suo rallentamento, relega la “produzione di merci a mezzo di merci” a comprimaria nella formazione del profitto generale. Il capitale è spinto a valorizzarsi altrove, a cercare spasmodicamente ogni soluzione possibile per sopperire all'esaurirsi dell'unica autentica fonte di profitto: lo sfruttamento del lavoro umano. (5)

L'espansione del debito è l'elemento che lega insieme la gran parte di questo spettro di opportunità (debito pubblico, utilizzo della leva a fini speculativi e di acquisizioni, espansione della domanda tramite il credito al consumo... ). A essa corrisponde l'impoverimento di settori crescenti della società. Più si estende il fronte degli strati sociali poveri o in via di impoverimento, più crescono le opportunità di lucrare sul loro indebitamento. Lo stesso indebitamento è fattore di pauperizzazione. Non potendo più espandere la platea dei salariati, il capitale espande quella degli indebitati: non salari ma debiti, pegni sulla produzione e il reddito futuri. Con il progressivo esaurirsi delle possibilità di sfruttamento del lavoro salariato, il capitale si volge alla rapina. Oggi, dopo essersi nutrito per oltre due secoli di sangue e sudore operaio, può crescere come espressione di valore (monetario), ma non in misura corrispondente a un valore nuovo equivalente effettivamente prodotto; si impadronisce di tutto ciò che può essere tradotto in valore, ma non è in grado di produrne di nuovo a sufficienza in rapporto alle sue dimensioni.

All'inizio della sua evoluzione il capitale ha conosciuto una fase di accumulazione originaria; ora, alla fine del suo ciclo storico, sembra mettere in atto una sorta di “accumulazione terminale”. Predazione ed espropriazione sono i tratti comuni alle due fasi; analogo il ruolo del debito pubblico, essenziale nell'accumulazione originaria (6) quanto in quella terminale. Si tratta in realtà di un unico processo che abbraccia tutto l'arco di sviluppo storico del capitale, segnato dalla brutale espropriazione prima dei produttori individuali, poi degli stessi capitalisti, che non potrà che concludersi con l'espropriazione del residuo pugno di usurpatori che ancora detiene il possesso della ricchezza sociale. A differenza di quella originaria, che creava le premesse per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico e l'espansione della produzione sociale, l'accumulazione attuale è fine a se stessa, ha raggiunto il culmine del parassitismo (7) .

Questo estremo sviluppo del capitale è regressivo. Marx rileva come nel movimento del capitale il profitto originato dal plusvalore subisca una serie di trasformazioni che lo rendono irriconoscibile, fino ad assumere “la forma dell'esteriorizzazione assoluta nel capitale produttivo d'interesse […] Nella misura in cui l'accelerazione di questo processo di trasformazione – come nel credito secondo la sua essenza generale – accelera la riproduzione e quindi la produzione di plusvalore, il denaro prestato è capitale. Invece nella misura in cui non serve che a pagare debiti, senza accelerare il processo di riproduzione, rendendolo forse impossibile o riducendolo […] l'interesse, come il profitto upon expropriation, è un fatto indipendente dalla produzione capitalistica – dalla produzione di plusvalore – come tale […] appartiene a modi di produzione precedenti” (8), rimanda ai tempi in cui il capitale produttivo d'interesse dominava in forma di usura sui produttori indipendenti. Quando assume questa forma, il profitto generato dal debito non è frutto del plusvalore ma si fonda sulla pura e semplice espropriazione. Il sistema del credito, nato per liberare il capitale produttivo dal giogo usuraio, si trasforma a sua volta in un sistema di usura sopra e non di rado contro il capitale produttivo di plusvalore, già stremato dalle difficoltà di valorizzazione.

In questo paradosso si manifesta l'agonia storica del capitale, preludio alla sua morte virtuale. Nulla si può ancora dire sulla durata dell'agonia, finché il risveglio del proletariato rivoluzionario internazionale, l'unica forza in grado di spezzare il collo al bestione trionfante, non avrà annunciato l'imminenza della fine.

La crescita del debito mondiale e la sua valenza nel corso storico del capitale (I)

NOTE

1- Marx, Il capitale, Libro III, Cap.Suddivisione del profitto”, Editori Riuniti, 1980, p. 566.

2- Baranes, Per qualche dollaro in più, Datanews, 2011, p. 84 e seguenti.

3- Su questo, L. Gallino, Il colpo di Stato di banche governi, cit. Anche Baranes, cit. p. 69-70.

4- Baranes, cit. p.40-41.

5- Baranes, cit., p 47-48: “la sovrapproduzione e l'aumento di offerta si scontra con la domanda che non cresce... la costruzione di nuove fabbriche e gli investimenti produttivi che implicano un ulteriore incremento dell'offerta diventano sempre meno convenienti [...] Nel 1950 le imprese finanziarie realizzavano il 9,5% dei profitti totali delle imprese. Nel 2005 il rapporto era schizzato al 45% [...]”

6- Marx, Il capitale, Libro I, Cap. “La cosiddetta accumulazione originaria”, Editori Riuniti, 1980, p.817-819.

7- “Vulcano della produzione, palude del mercato”, Il programma comunista, n.13-19/1954.

8- Marx, Storia delle teorie economiche, III, Einaudi, p. 506-507; sottolineatura nostra.

 

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