Domenica, 28 Novembre 2021

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Dalla Germania: Sei settimane di sciopero a Lipsia e Saarbrücken. Tra lotta di classe e cogestione capitalista

  • Categoria: n. 01, gennaio-febbraio 2019
  • Pubblicato: Giovedì, 21 Febbraio 2019 19:29

Prima che i tumulti razzisti di fine estate 2018 a Chemnitz monopolizzassero la cronaca mediatica, concentratasi su “discriminazione sociale” e “deficit di democrazia” nella Germania dell'est, a giugno un'altra notizia ha fatto rizzare le orecchie a tutti: lo sciopero a tempo indeterminato contro la chiusura preannunciata di una fonderia di Lipsia, che tra l'altro produce basamenti superiori per la Volkswagen e la Deutz. Nelle due sedi del fornitore di componenti auto “Neue Halberg-Guss”, a Lipsia e Saarbrücken, più di duemila dipendenti hanno scioperato per sei settimane consecutive, contro la chiusura della sede di Lipsia e i licenziamenti in quella di Saarbrücken.

 

Questo sciopero, “interrotto” dopo sei settimane dal sindacato IG Metall e protrattosi in trattative di conciliazione durate mesi, ha mostrato il potenziale di solidarietà e di combattività insito nella classe dei lavoratori. Sebbene presente in due sedi separate, il personale multietnico, tra cui tanti interinali, non si è lasciato far dividere, i lavoratori di altre aziende hanno offerto il proprio aiuto pratico e la sinistra borghese non è stata l'unica a prendere atto dei tipici slogan “anticapitalisti” ampiamente diffusi. Anche l'IG Metall, che aveva organizzato il referendum per lo sciopero, approvato a metà giugno da più del 98% della manodopera, ha fatto propria la retorica di questo spirito anticapitalista: “Il personale della Halberg lotta in rappresentanza di tutti i lavoratori della Germania dell'est, che non vogliono fare le marionette dei potenti interessi del capitale”, ha affermato il capo distretto dell'IG Metall. Subito dopo l'approvazione dello sciopero sono partiti i primi picchetti e sono stati bloccati gli ingressi delle fabbriche: il potenziale di scontro con il potere borghese si è manifestato presto. In seguito alle minacce di sgombero della polizia e alle trattative del sindacato con il questore di Lipsia, gli scioperanti hanno rinunciato al tentativo di bloccare il trasporto di pezzi già pronti. Dopo che i dirigenti dell'impresa hanno richiesto ai due tribunali un provvedimento temporaneo contro lo sciopero, ci si è concentrati soprattutto sulla questione della legalità dello stesso. Con grande sollievo (!), l'IG Metall, al trentaquattresimo giorno di sciopero, ha constatato la sua “legittimità” grazie alla sentenza del tribunale superiore del lavoro dell'Assia. Lo Stato e i partiti borghesi hanno dimostrato di essere indulgenti e comprensivi: in fin dei conti si vuole salvaguardare, di certo anche per il futuro, la fiducia degli scioperanti nel partenariato sociale e non gettare benzina sul fuoco!

Lo sciopero del personale della Halberg ha avuto un impatto notevole sull'industria automobilistica tedesca. Quando si sono preannunciati cali nella produzione, sul giornale “Frankfurter Allgemeine” del 20 luglio è comparso un “appello alla conclusione dello sciopero della Halberg”, di una pagina intera, ideato dal produttore di motori Deutz di Colonia. E l'IG Metall ha ascoltato il suo appello: il 30 luglio ha dichiarato lo sciopero “interrotto”.  Il capo distretto dell'IGM Köhlinger ha dichiarato: “Abbiamo puntato a ridurre le tensioni ed ottenuto, con la proposta di mediazione, le premesse di una soluzione costruttiva del conflitto per quanto riguarda i contratti collettivi sociale (Sozialtarifvertrag) per gli occupati”. Nonostante alcune voci insoddisfatte, l'IG Metall, che aveva organizzato lo sciopero, è riuscito a soffocarlo di nuovo proprio quando aveva guadagnato forza. Già dall'inizio, orientando lo sciopero verso un contratto collettivo sociale, verso la creazione di una società di trasferimenti e verso alte liquidazioni, l'IG Metall voleva promuovere un cambio di proprietario: via dalla “locusta bosniaca” Prevent che aveva comprato la Halberg a febbraio per ragioni speculative, per passare a un “solido” investitore che manterrebbe in vita l'azienda. Per la maggior parte dei lavoratori, preoccupati perché dovevano ancora smaltire i notevoli peggioramenti e le decurtazioni derivati da una precedente insolvenza della Halberg del 2009, l'unica opzione reale per conservare il posto di lavoro…

Tuttavia, è solo con la propria forza e con la capacità di lottare che si possono evitare o mitigare i licenziamenti, i tagli sui salari e l'aumento del carico di lavoro, indipendentemente dal proprietario.

Per una soluzione definitiva, c'è bisogno di una società diversa!

L'interruzione dello sciopero da parte dell'IG Metall ha logorato le forze e la combattività dei lavoratori della Halberg con preoccupazioni e speranze che hanno alimentato la passività. La forza messa in campo durante le trattative indipendenti dei lavoratori, volte all'autorganizzazione sindacale in una prospettiva di lotta classista, è stata infine sostituita dalla passività e dalla frustrazione indotte dalle politiche dei rappresentanti dei sindacati di regime. In un'intervista sulla rivista “Analyse und Kritik 641” del 18 settembre, il segretario del sindacato Michael Knopp ha descritto la situazione della Halberg a Saarbrücken e giustificato il “segreto diplomatico” del sindacato: “La mia impressione è che in questo momento il clima sia cambiato rispetto a prima. Le persone non si fanno più comandare così facilmente. Allo stesso tempo, c'è agitazione, ovviamente, perché la mediazione va avanti già da quattro settimane. Contemporaneamente alle trattative, inoltre, si fanno anche tanti discorsi di approfondimento, sui quali i negoziatori non possono riferire tutto ciò che sanno”. Il sindacato ha poi mobilitato di nuovo i dipendenti di Lipsia e Saarbrücken, ma non insieme: in uno sciopero di 24 ore, il 19 e 20 settembre, per sostenere le trattative di conciliazione dirette dall'ex vicepresidente del tribunale del lavoro di Mannheim, Jordan, dopo che il gruppo Prevent le aveva abbandonate a suon di minacce.

I lavoratori di Saarbrücken sono stati quindi mobilitati dal parlamento del Saarland per richiedere il sostegno della politica: la quale ha subito colto l'occasione per dividere il personale (il segretario di Stato dell'SPD, Barke, chiedeva di lasciare soltanto la sede di Saarbrücken) – ossia per sottometterlo allo Stato (il partito “die Linke”, con il suo leader Lafontaine, proponeva la “statalizzazione della Halberg”).

Lo sviluppo delle proteste alla Halberg è un tipico esempio di come la capacità di lotta dei proletari, in parte anche frutto dell’attività di sindacati più o meno di sinistra, possa venir facilmente catturata e paralizzata nelle cogestioni dei sindacati di regime, suscitando così un sentimento di rassegnazione nei lavoratori al posto di una combattività classista. A ciò contribuiscono anche le attività della sinistra borghese, dei trotzkisti e degli stalinisti che vedono nelle proteste soltanto strumenti di mobilitazione per le proprie politiche borghesi, del tutto conformi al sistema. Come esempio basta menzionare anche solo i trotzkisti della RIO, che hanno accompagnato intensamente, online, lo sciopero alla Halberg e si sono comportati come l'ala sinistra del partito “die Linke”, rispondendo in modo positivo alla richiesta di statalizzazione di Lafontaine e commentando: “È una cosa che di certo si può fare, sarebbe un progresso rispetto alla situazione attuale. Ma non può essere una soluzione durevole. (…) Quando parliamo di espropriazione ci riferiamo alla presa di controllo della fabbrica da parte dei lavoratori” (“Klasse gegen Klasse” del 28 giugno). Al posto di una critica rivoluzionaria al sistema della produzione capitalista, si fomentano illusioni sull'autogestione dei lavoratori all'interno del sistema capitalista! Da parte loro, gli stalinisti dell'MLPD (Partito marxista-leninista di Germania), insieme a una dichiarazione di solidarietà esortano i lavoratori ad aderire alla “coalizione internazionale”, da essi fondata a tavolino, e a mobilitarsi attivamente in… una prospettiva antifascista: “Oltre alla vostra richiesta di 'mantenere in funzione tutte le fabbriche della Halbert Guss', noi supportiamo quella 'contro le nuove leggi sugli ambiti di competenza della polizia'. Attivarsi contro gli sviluppi a destra del governo, che si esprimono tra l'altro con queste leggi, è una sfida per ognuno di noi”. Per questi “comunisti” quindi, gli scioperi e le lotte dei lavoratori non sono più una “scuola di lotta di classe”, in cui il proletariato guadagna forza e determinazione per la sua missione rivoluzionaria e via via si costituisce come classe che lotta per sé, ma sono soltanto parte di una mobilitazione borghese-democratica per… un'altra politica di governo: in questo modo, contribuiscono a mantenere la classe imprigionata nell'ideologia borghese-statale.

Mentre il malcontento sociale, cupo e senza meta, alimentato o sfruttato da politici di destra e militanti nazisti sfocia in mobilitazioni razziste come quelle che abbiamo visto ultimamente a Chemnitz, sono proprio i sindacati statali e i politici “di sinistra” a operare per subordinare allo Stato le ancora rare e isolate, ma coraggiose, impennate classiste!

 

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