Martedì, 27 Luglio 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


La crisi della “svizzera del medio oriente”

  • Categoria: Il Programma Comunista (1958)
  • Pubblicato: Lunedì, 17 Maggio 2021 22:39

Al momento in cui scriviamo, la situazione «strategica» della guerra civile libanese è la seguente: tutta la valle di Ras Baalbek è tenuta sotto controllo dagli insorti: le montagne del Chouf, più a sud, sono occupate dalle formazioni irregolari druse: sulla costa la situazione non è meno difficile per il governo: a Tripoli i rivoluzionari tengono le colline che dominano il porto; a Beirut, la capitale, ad onta della rabbiosa reazione delle forze a disposizione del corrotto regime di Chamoun e Sami El Shol, la rivolta è trincerata saldamente nel quartiere musulmano di Basta.

Secondo dichiarazioni dei capi della rivolta, i tre quarti del territorio del piccolo Stato sono, a sei settimane dall'inizio della guerra civile, nelle mani degli insorti. E’ chiaro di certo che il governo non riesce a domare la rivolta, se essa si accampa fino a poca distanza dalle sedi governative, e se per poco, nei giorni scorsi, non è saltata in aria la stessa residenza di Chamoun. Altrettanto chiaro è che, se le forze del regime sono riuscite finora a sopravvivere, ciò è dipeso in massima parte dalle armi fornite urgentemente dai padroni americani. Da quando la VI Flotta USA incrocia al largo delle coste libanesi – per impressionare qualche migliaio di insorti – gli strateghi del Pentagono hanno scomodato ben 80 navi da guerra, compresa la mastodontica portaerei «Saratoga» – la situazione potrebbe capovolgersi da un momento all'altro. Il minacciato sbarco americano, o angloamericano, è nell'aria. Gli USA aggrediranno il popolo libanese che si è ribellato al manutengolo dell'imperialismo nel Levante?

I politici americani sono al colmo della collera. Il Dipartimento di Stato non sa rassegnarsi all'idea che la «Svizzera del Medio Oriente» – così la stampa ipocrita di lorsignori denomina il regime sfacciatamente filo–occidentale e filo–americano di Chamoun – smetta la commedia dei neutralismo. La facciata del neutralismo serve a coprire egregiamente tutti gli intrallazzi della borsa internazionale, le piraterie del cartello petrolifero, gli intrighi antiarabi che hanno il loro centro a Beirut. Foster Dulles sa che la sconfitta del regime filoccidentale e antinasseriano segnerebbe il crollo di un'importante posizione americana nel Medio Oriente. A ricordarglielo è venuta la dichiarazione resa il giorno 25 da Saeb Salam, uno dei capi della rivolta. Asserragliato nel quartiere di Basta, dove era andato a scovarlo un corrispondente dell’«Associated Press », il capo insorto dichiarava: «Personalmente non nascondo le mie simpatie per il movimento di Nasser, e così credo la pensino anche gli altri capi dell'opposizione. Ma il nostro obiettivo è solo lo sganciamento del Libano dagli impegni militari con l'Occidente e il ripristino di una politica di neutralità».

Già una politica di « sganciamento » dall'Occidente sarebbe un colpo durissimo per gli Stati Uniti. Le assicurazioni dei capi insorti di voler conservare l'esistenza indipendente dello Stato libanese, cioè di restare fuori della federazione egizio–siriana non bastano di certo a consolare gli imperialisti di Washington. A Foster Dulles preme che il partito nazionalista e la «Falange cristiana» che sostengono il putrefatto regime di Chamoun pervengano a schiacciare la rivolta. Ma da soli, è evidente, gli sgherri governativi non ce la fanno. Perciò Foster Dulles e il puzzolente partito dell'internazionale atlantica che lo acclama, sono in cerca affannosa dell'appiglio legale che giustifichi l'aggressione. Da ciò la vasta manovra tendente a spingere l'ONU a decidere l'invio di una polizia internazionale nel Libano, come già per la fascia di Gaza all'epoca del conflitto israelo–egiziano. Ma la faccenda sin dall'inizio si è presentata abbastanza spinosa per gli atlantici.

E' chiaro che l'unilaterale decisione americana di un intervento armato in Libano potrebbe appiccare il fuoco di un conflitto dei tipo Corea. Da molti mesi ormai le opposte coalizioni del Patto di Bagdad e dell'alleanza siro–egiziana, che recentemente si sono trasformate addirittura in organismi federali, conducono un'aspra lotta diplomatica e politica. E' noto che la recente crisi giordana, conclusasi poi con il sopravvento del partito di Corte, minacciò di degenerare in conflitto generale, risolvendosi a favore di Hussein meno per le rodomontate della VI Flotta che per la debolezza dell'opposizione. D'altra parte, una convocazione dell'Assemblea dell'ONU per deliberare sulla richiesta del governo libanese di un corpo di polizia internazionale non è detto che riuscirebbe utile alla politica americana. Molto per tempo gli Stati afro–asiatici hanno fatto conoscere la loro netta opposizione ad un intervento dell'ONU nel Libano,

Invano il governo di Sami El Shol sostiene che nel Libano è incorso un'aggressione straniera, non una guerra civile, e accusa la Repubblica Araba Unita di inviare in territorio libanese armi e guerriglieri. L'ONU, nei giorni scorsi, ha dislocato sul luogo dei combattimenti la solita «troupe» di osservatori, tra i quali, forse per volgere le cose al comico, nientemeno che esponenti della repubblica italiana. I distinti signori si sono assunti il compito di vagliare la tesi di Chamoun e Sami El Shol. Lo stesso segretario generale dell'ONU si é scomodato a fare un viaggio in varie capitali del Medio Oriente per rendersi conto «de visu» della situazione. Quasi che bisognasse andare laggiú per comprendere che cosa stia succedendo!...

E' innegabile che il governo del Cairo appoggia potentemente i ribelli libanesi, ma l'afflusso di armi siriane pare non sia stato provato dai governanti di Beirut. Tenuto conto che la «Svizzera del Medio Oriente», come le Svizzere di tutto il mondo, è un attivissimo centro del commercio e contrabbando delle armi (la stampa di questi giorni offre addirittura un listino completo delle armi delle varie marche su quel fornito mercato), si capisce che a voler indagare sulla provenienza del materiale si rischia di fare il processo a mezzo mondo. Ma, a parte ogni ipocrisia, l'intervento diretto o indiretto, aperto o camuffato del Cairo è, secondo noi, un fatto positivo.

Tutto ciò che tende a sommergere le isole separatiste che si oppongono alla unificazione araba e alla fondazione di un grande Stato unitario di lingua araba, è una forza autentica di progresso storico, il frazionamento arabo non giova che alla conservazione di arretrati rapporti di produzione e di interessi reazionari. Bene fanno, pertanto, i dirigenti Siro–egiziani ad appoggiare la rivolta anti–occidentale nel Libano e a lavorare per la rovina delle forze che sostengono i vili lacchè dell'imperialismo e i proni ammiratori del «modo di vita» occidentale.

In effetti, la guerra civile libanese è una nuova battaglia che si combatte all'interno del mondo arabo tra i nazionalisti pan–arabisti e le monarchie assolutiste e conservatrici (alle quali si attruppa degnamente la repubblica affaristica di Chamoun). Queste ultime sono vendute alle compagnie petrolifere anglo–americane e per meschini interessi di casta o di dinastie o di cricche affaristiche ostacolano ferocemente l’unificazione araba. Gli americani si oppongono al panarabismo perché un grande Stato arabo unificato metterebbe in discussione i loro diritti sui petrolio, sugli oleodotti, sulle agenzie bancarie. Perciò offrono armi a chiunque si schieri contro il nazionalismo arabo, e pretendono di fare ciò per «salvare il Medio Oriente dall'aggressione comunista».

Che svolta avrà la lotta in corso? Le ultime notizie sono dure per il Dipartimento di Stato e il partito atlantico. Pare, infatti, che il segretario dell'ONU non sia rimasto convinto della tesi dell'aggressione siriana sbandierata dal governo di Sami El Shol e che a provarla ci siano finora solo le affermazioni di costui. Intanto gli scontri si riaccendono con rinnovata asprezza. In tali contingenze sarebbe azzardato fare delle previsioni. Di certo v'è che, se crolla il regime di Chamoun, la causa dell'unificazione araba farà un passo enorme, le potenze arabe del Patto di Bagdad vedranno accrescere l'opposizione interna filo–nasseriana e gli USA incasseranno un formidabile scacco. Proprio in questi giorni è caduta nelle Celebes l'ultima roccaforte dei ribelli indonesiani. Così la guerra civile indonesiana, nella quale gli USA avevano cercato di intromettersi, pare avviarsi alla conclusione, cioè quella sfavorevole per gli USA. Confidiamo che l'imperialismo americano – come qualunque altro in qualsiasi diverso settore – riceva nel Libano la seconda sconfitta dell'anno.

 

 Il programma comunista, n°13, 1958

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