Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
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ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
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Giovedì, 17 Ottobre 2019

In crisi è il modo di produzione capitalistico

Ovunque nel mondo regnano caos e disordine: se ne accorgono, preoccupati, gli stessi “opinionisti” ed “esperti” borghesi. Fra alti e bassi, avanzate e ritirate, si acuisce la guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, le due principali potenze economiche che peraltro da tempo danno segni evidenti d’affanno. Intanto, è scoppiato il grave contrasto fra India e Pakistan per il Kashmir ed è in crescente subbuglio l’Estremo Oriente (gli avvenimenti di Hong Kong non sono di secondaria importanza, visto che toccano la Cina; certo non se la passano bene le ex-tigri asiatiche; e non c’è giorno che Giappone e Sud Corea non si prendano, commercialmente parlando, a sberle). Il Medio Oriente, poi, con le guerre semi-dimenticate in Siria e Yemen, le rinnovate tensioni intorno allo Stretto di Hormuz e la sempre aperta “questione palestinese” (insolubile all’interno del quadro imperialista, ma che costa sangue proletario a non finire), è una polveriera dove basta poco perché la miccia faccia esplodere l’intera area.

D’altra parte, lungo la riva meridionale del Mediterraneo, mentre in Libia non cessa il massacro, il fuoco cova in Algeria come in Marocco, in Tunisia come in Egitto e in Turchia, con improvvise fiammate che potrebbero estendersi in maniera incontrollabile; la fascia sub-sahariana è un’unica martoriata “fabbrica” di disperati che fuggono da situazioni estreme, economiche, sociali, militari, sanitarie; e tutta l’Africa è preda di appetiti imperialisti che ripetutamente si scontrano per procura (almeno per il momento). L’America Latina (soprattutto Brasile, Venezuela e Argentina, ma anche Perù e Cile) e il Centro America sono, giorno dopo giorno, a un passo dal tracollo e a farne le spese sono centinaia di migliaia di proletari o semi-proletari, molti dei quali premono in maniera drammatica alle porte meridionali degli Stati Uniti. In Europa, infine, tra angosce e malumori, retorica dominante e fratture profonde, la Gran Bretagna sta per arrivare al dunque della “Brexit”, la Germania (già locomotiva del continente) è in aperta e dichiarata recessione, in Francia il caotico movimento interclassista dei gilets gialli ha se non altro portato in superficie un grave disagio sociale (che va ad aggiungersi a quello, perenne, delle banlieues da sempre martoriate) – un disagio che si fa sentire anche nei paesi dell’est (Russia in testa) e, con tutte le conseguenze ideologiche e politiche che ben conosciamo, si assomma a rigurgiti di virulenti nazionalismi… Potremmo continuare, e comunque il tempo che passerà fra la stesura di quest’articolo (metà agosto) e la sua pubblicazione potrebbe riservare altre… “sorprese”.

Quanto all’Italia, anch’essa ormai in recessione, l’ennesima, miserabile pagliacciata governativo-parlamentare ci può solo servire per ribattere alcuni chiodi. Le democrazie uscite vincitrici dal secondo massacro mondiale hanno ereditato dal fascismo non solo la sostanza economica-sociale-politica (interventismo statale, misure protezionistiche, finanziarizzazione dell’economia, riformismo interclassista, inquadramento dei sindacati nei gangli dello Stato, becera esaltazione di Patria e Nazione), ma anche, sia pur coperta dall’ingannevole involucro democratico, la pratica dittatoriale che nel corso dei decenni post-bellici s’è andata via via manifestando in maniera sempre più esplicita (esecutivi forti, legislazione per decreto, riordino e centralizzazione degli apparati repressivi, misure apertamente anti-proletarie, ricorso alla violenza e al terrorismo nei confronti del movimento operaio e delle avanguardie di lotta, e via dicendo). Tutto ciò, che noi abbiamo dimostrato fin dall’immediato secondo dopoguerra [1], non può andar giù alle “anime belle”, che si cullano ancora nella rosea illusione della Democrazia e della Costituzione, attribuendo i continui giri di vite soltanto al “cattivo di turno” (in ordine chiaramente discendente dal punto di vista della… caratura: Andreotti? Berlusconi? Salvini? Oppure: i “servizi segreti deviati”? o i “pezzi dello Stato”? Insomma, tutto il fallimentare armamentario ideologico dei “sinceri democratici”, più o meno stalinisti o ex-stalinisti o “riformisti disillusi” o “anime perse della ‘sinistra’”!).

Oggi, poi, di fronte al caos e al disordine imperanti (anche al loro interno: il “caso Brexit” ne è l’esempio più calzante, con la guerra tra fazioni borghesi che finisce per riverberarsi sulle mezze classi e su strati protetti del proletariato), è chiaro che le classi dominanti di tutto il mondo si affannano per cercare di darsi un assetto più solido. Ma faticano a farlo, non riescono a trovare la “ricetta” per uscire da una crisi che per il momento è solo economica, ma potrebbe di colpo (orrore!) evolvere in crisi sociale, con i relativi contraccolpi politici; e di conseguenza non possono far altro che volgersi a un ulteriore irrigidimento delle strutture poliziesche di dominio sulla società e in primo luogo sul proletariato: sia sul piano legislativo e militare (inasprimento della legislazione eccezionale e delle aspre misure securitarie, capillare controllo del territorio, aggravamento delle pene per reati relativi all’ordine pubblico, ecc.) sia su quello ideologico (incitamento all’aperto razzismo, rozzo sovranismo e patriottismo, mobilitazione di mezze classi incarognite, ecc.).

Ma, tra sintomi profondi e fenomeni di superficie, a chi sappia guardare e vedere risulta chiaro che la crisi è del modo di produzione capitalistico, un nuovo e più grave capitolo di quel ciclo apertosi a metà degli anni ’70 del ‘900 e caratterizzato, come tutte le crisi del modo di produzione capitalistico, dalla sovrapproduzione di merci e capitali: il meccanismo di accumulazione e auto-valorizzazione s’è inceppato, non riesce più a ruotare con la necessaria velocità e intensità, il mercato è saturo, il vulcano della produzione ha prodotto la palude. A questo stato di cose, il capitale non può porre termine né trovare palliativi: il limite del capitale è nel capitale stesso. Può alzare fin che vuole le barriere del protezionismo, invocare più investimenti e innovazione, teorizzare funamboliche autonomie regionali, riesumare le fruste ricette ideologiche appena riverniciate e riadattate del “sovranismo-populismo”... Ma ciò non basta, anche perché al proprio interno la classe dominante, sia a livello nazionale che a livello internazionale, è divisa per interessi e prospettive, mentre è unita solo nei confronti del proprio nemico storico, il proletariato. E così, mentre da un lato cresce la repressione e dall’altro si fanno acuti i gemiti impotenti (e complici) delle “anime belle”, sempre più si accumulano i materiali esplosivi che porteranno a un prossimo nuovo conflitto mondiale generalizzato.

A fronte di questo panorama, che ne è, per l’appunto, della nostra classe?

I proletari di tutto il mondo pagano con lacrime e sangue decenni e decenni di disillusioni e di sconfitte cocenti, i guasti dell’opportunismo in tutte le sue varianti [2]. L’inganno mostruoso e bastardo del “socialismo reale” e di conseguenza l’altra sua faccia, la favola idiota del “crollo del comunismo”, ne hanno distrutto programmaticamente e fisicamente l’avanguardia e quindi hanno disorientato, confuso e abbandonato a sé un movimento operaio internazionale che, solo e senza guida, non ha però mai smesso di cercare di battersi per difendersi dagli effetti dello sfruttamento capitalistico. Partiti e sindacati al servizio della Nazione e dei suoi interessi superiori lo hanno inquadrato e castrato: battaglie lunghe e coraggiose sono state stroncate dal pugno di ferro del potere borghese e dalle ipocrite finzioni di partiti e sindacati “di lotta e di governo” (non dimentichiamo il diffuso fermento operaio degli anni ’60 del ‘900, i conflitti dei controllori di volo USA, dei minatori britannici e polacchi, dei lavoratori della FIAT, tanto per limitarci agli esempi più noti: ma che dire delle lotte dei proletari latino-americani, sud-africani, sud-coreani, indiani, cinesi, di cui solo deboli echi sono giunti al cuore dell’imperialismo mondiale, l’area euroamericana?). Le fragilità e le ambiguità del sindacalismo di base, nato dalla giusta reazione nei confronti del sindacalismo di regime, ma presto arenatosi, anche nelle sue punte più avanzate, in dinamiche corporative o in fuorvianti equivoci relativi al proprio ruolo (il “sindacato-partito”, il “sindacato di classe a tavolino”), hanno contribuito non poco a indebolire le prime istintive risposte proletarie.

Intanto, sotto la pressione del capitale e della sua crisi strutturale, la nostra classe non ha cessato di attraversare trasformazioni e mutazioni che non potevano non avere effetti profondi e, in questa prima fase, anche disgreganti. Da un lato, s’è allargata la frattura tra garantiti e non garantiti, lavoratori e lavoratrici, vecchie e giovani generazioni. Dall’altro, le grandi ondate migratorie che si sono rinnovate negli ultimi decenni non sono emerse dal nulla, ma sono la conseguenza dell’altra frattura (storica e implicita nello “sviluppo ineguale del capitalismo”) tra aree più o meno sviluppate o fra “vecchi” e “giovani” capitalismi, della penetrazione ormai completa del capitalismo in tutto il mondo (il processo che i borghesi pudicamente chiamano “globalizzazione”) e della chiusura definitiva del ciclo di rivoluzioni nazionali e coloniali con l’affermarsi di aggressive borghesie locali. Su un terreno così accidentato e attraversato da sommovimenti epocali, hanno avuto buon gioco per scorrazzare tutte le forze anti-proletarie (politiche e sindacali), opponendo lavoratori “indigeni” a lavoratori immigrati, quella manovalanza preziosa per il capitale che non cessa di ingrossare le file del proletariato mondiale. Su questo proletariato incessantemente rimescolato dalle contraddizioni generali del modo di produzione capitalistico hanno infine operato, con una pesantezza direttamente proporzionale alla profondità ed estensione della crisi, tutte le pressioni, non solo materiali ma anche ideologiche, messe in campo dalla borghesia (dalle borghesie nazionali), per incanalarne e sviarne le punte più acute di contraddizione e antagonismo: tutti i credi religiosi, il riformismo e il populismo in tutte le loro varianti, e ogni genere di droga, chimica o culturale o sociale, rivolta soprattutto alle generazioni più giovani, cui è stata strappata anche solo la memoria breve delle proprie enormi tradizioni di lotta.

Nonostante tutto, però, il filo rosso della prospettiva rivoluzionaria non si è spezzato, grazie al lavoro – che è insieme di bilancio, di restaurazione teorica e organizzativa e di aperta lotta politica – sviluppato nel corso di decenni dall’avanguardia proletaria rappresentata dal nostro partito, contro tutte le forze (politiche e sindacali) che hanno tradito, fuorviato, castrato la generosità e la combattività proletaria. Minoritari e controcorrente come siamo, abbiamo difeso con le unghie e con i denti la continuità del programma comunista, non cessando di analizzare il ciclo dell’economia capitalistica, di sviluppare una critica feroce di tutte le sue manifestazioni (pratiche e ideologiche) e di intervenire là dove le nostre forze lo permettono per estendere e indirizzare le poche ma coraggiose lotte. Questo lavoro, fra difficoltà enormi che non abbiamo mai nascosto, continua. Deve continuare, se si vuole impedire che il nuovo macello che si prepara allontani una volta di più, e in maniera ancor più devastante, la prospettiva del comunismo, della società finalmente senza classi. Le avanguardie proletarie sappiano dunque che noi siamo al nostro posto: e che il loro posto è con noi.

[1] Si vedano almeno i nostri testi “Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe” (1946-1948) e “La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale” (1946).

[2] Sulle storiche ondate opportuniste, di cui la terza, quella in cui abbiamo la sfortuna di vivere e operare, risulta la più lunga e devastante, si veda quanto scrivevamo già nel 1951, nelle “Tesi caratteristiche del partito” (Parte III: Ondate storiche di degenerazione opportunista), ora in In difesa della continuità del programma comunista, Edizioni il programma comunista, 1989.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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