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Giovedì, 17 Ottobre 2019

Rotte di collisione - Note a proposito del progetto cinese di una “Nuova Via della Seta”

a) Infrastrutture e investimenti, armi di penetrazione imperialista

Il progetto cinese di una “Nuova Via della Seta” coinvolge 65 paesi, prevede investimenti per almeno 900 miliardi di dollari finanziati da fondi specifici e dalla Banca Asiatica di Investimento, e la creazione di una rete di infrastrutture di comunicazione dalla Cina all'Europa attraverso tre direttrici terrestri: una raggiunge il Baltico passando per Kazakistan, Russia e Polonia; la seconda utilizza la Transiberiana; la terza giunge al Golfo Persico passando per Pakistan e Iran, e da lì al Mediterraneo.  Delle due rotte marittime previste, la principale dal porto cinese di Fuzhan attraversa l'Oceano Indiano e risale il Mar Rosso per toccare infine i porti di Genova e Trieste; l'altra attraversa il Pacifico in direzione delle Americhe.

 

Il progetto prende il nome di  Belt & Road Initiative (BRI), dove per belt (cintura) si intendono le direttrici terrestri e per road (via) quelle marittime. Attualmente, le comunicazioni con il Medio Oriente, l'Africa e l'Europa dipendono principalmente dalla unica via marittima che passa per il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto di Malacca e l'Oceano Indiano. La rivendicazione di sovranità sui mari prospicienti le proprie coste e il controllo del Mar Cinese Meridionale, più volte teatro di incidenti con le forze navali ed aeree americane, segnala la volontà cinese di rilanciarsi anche come potenza sui mari (1); ma lo sviluppo di vie terrestri dirette a occidente attraverso Asia centrale e Russia, fino al Mediterraneo attraverso Pakistan e Iran via Golfo Persico, costituisce un'alternativa a quell'unica via marittima, in grado di garantire i vitali approvvigionamenti di materie prime e più vantaggiosa in termini di costi e tempi di circolazione delle merci (2).

Lo sviluppo delle linee ferroviarie lungo l'asse eurasiatico è notevole. Oggi tre convogli al  giorno lasciano lo Xingijang con destinazione Europa (è così che la famigerata salsa al pomodoro cinese raggiunge Napoli…). La Russia e i Paesi dell'Asia centrale (Kazakistan e Uzbekistan), già legati da intensi rapporti commerciali reciproci e con la Cina, hanno tutto l'interesse a integrarsi in un progetto infrastrutturale che promette grandi vantaggi.

Accanto allo sviluppo di una fitta rete di infrastrutture, il progetto della Nuova Via della Seta rappresenta il principale vettore dell'avanzata cinese nel ruolo di Paese creditore. Le banche cinesi hanno erogato prestiti per 440 miliardi di dollari per finanziare le infrastrutture della BRI nei Paesi che vi aderiscono. Gran parte delle opere sono realizzate da aziende di Stato cinesi e pagate dai Paesi ospitanti attraverso prestiti contratti con banche cinesi. Il meccanismo è così favorevole al creditore che rischia di ridurre i Paesi partner al rango di tributari e di schiacciarli con la trappola del debito, come sta accadendo a Pakistan e Sri Lanka, in difficoltà nel rimborso dei prestiti (3).  Per evitare di rompere le uova (d'oro) nel paniere prima che si schiudano in profitti, al 2° Belt & Road Forum di Pechino Xi Jinping si è premurato di rassicurare i partners che saranno adottate forme di finanziamento “stabili e sostenibili” e come dichiarazione di buona volontà ha annunciato il condono degli interessi vantati nei confronti dell'Etiopia per il 2018.

Finora, gli investimenti esteri cinesi si sono concentrati soprattutto sull'acquisizione del controllo di società energetiche e minerarie canadesi, australiane, russe, kazake, di partecipazioni azionarie in multinazionali statunitensi e di società estere quotate in borsa. L'altro settore considerato strategico è quello della filiera agricola, sia in considerazione della relativa scarsità di terreni coltivabili in Cina e del degrado crescente di aree interessate all'industrializzazione, sia nella prospettiva dell'emergere di un problema globale di scarsità alimentare. Rientra in questa strategia l'acquisto o l'affitto a lungo termine da parte della China Investment Corporation (CIC) di terreni agricoli in Paesi in via di sviluppo e la creazione di catene del valore dalla materia prima all'industria di trasformazione e alla commercializzazione dei prodotti alimentari. Parte delle immense riserve accumulate in decenni di crescita ininterrotta è stata destinata a finanziare ingenti investimenti in Africa tramite uno specifico fondo sovrano, con la creazione di avamposti per esercitare un'influenza politica nel continente che fino a qualche decennio fa è stato oggetto di predazione esclusivo da parte dei capitalismi occidentali. La direttrice meridionale della BRI approda alle coste orientali dell'ultimo continente non ancora uscito da una cronica arretratezza, sbocco ideale all'eccedenza di capitali e riserva immensa di materie prime e terre coltivabili, di cui la Cina ha estremo bisogno.

L'annuncio dell'iniziativa della Nuova Via della Seta, che risale a novembre 2014 (4),  segna una svolta nella politica di investimenti rivolta all'integrazione economica dell'intera area eurasiatica, con diramazioni in Africa e nelle Americhe, attraverso una fitta rete di infrastrutture che attraversa aree vitali per gli interessi statunitensi. Non stupisce che gli Usa considerino il progetto cinese un attacco ai propri interessi che si spinge ben oltre l'economia e tocca la questione strategica del predominio mondiale.  La crescente instabilità in alcune aree è effetto di una crescente tensione tra imperialismi: l'embargo del petrolio iraniano, il divieto americano di fare affari con Teheran, l'escalation della presenza militare americana nel Golfo Persico si collegano alla posizione di quel Paese lungo una delle principali direttrici della BRI,  e quanto sta accadendo in Libia accresce la tensione nel tratto marittimo che completa la medesima rotta in direzione Europa.

Hanno un bel dire i cinesi che la Nuova Via della Seta è la strada per la pace, la prosperità, l'apertura, il rispetto dell'ambiente, l'innovazione, l'integrità e la civiltà” (“Benefici reciproci dall'aumento...”, cit in nota 2). Gli americani non la bevono: sanno che la prospettiva di vantaggi per i Paesi coinvolti nel progetto di integrazione eurasiatica è soft power, un'arma efficace quanto e più delle portaerei.

b) La lunga marcia verso il... capitalismo

Un progetto di queste dimensioni nasce da una lunga fase di crescita prodigiosa che va rallentando per l'inevitabile crisi del meccanismo di accumulazione comune a tutti i capitalismi avanzati. Il tasso di crescita cinese, se sono veri i dati ufficiali che lo danno ancora sopra il 6% (secondo alcune valutazioni sarebbe in realtà al 2%), si mantiene solo grazie a una massiccia politica di investimenti e a un indebitamento a livelli elevatissimi. E' uno sviluppo forzato che ha gonfiato le dimensioni del sistema creditizio e nel contempo denuncia le difficoltà di valorizzare la massa enorme di capitali prodotti nei passati cicli di valorizzazione. A questo processo di accumulazione e concentrazione del capitale corrisponde una concentrazione di potenza economica e politica che eleva la Cina al ruolo di potenza imperialista e ne distingue la parabola storica da quella dell'altra potenza “socialista” portata al collasso dalla pressione del mercato capitalistico mondiale.

All'epoca del bipolarismo, la Russia si connotava come  “imperialismo debole”, con una forza militare preponderante sulla capacità economica e finanziaria, “nella misura in cui hanno per essa un carattere tutt'affatto secondario l'esportazione di capitali e la tessitura della corrispondente rete di interessi economici e particolarmente finanziari in tutto il mondo, sulla quale molto più saldamente che sul semplice prepotere militare fonda il suo dominio l'imperialismo statunitense (“La Russia si apre alla crisi mondiale”, Quaderni del Programma comunista, n.2, 1977, pag.50; ora in Perché la Russia non era socialista, Edizioni Il programma comunista, 2019).

Al contrario, il grado di sviluppo capitalistico assegna alla Cina un ruolo pienamente imperialista in fatto di investimenti esteri e influenza politica, controllo dei gangli strategici delle vie di comunicazione e potenza militare. I due esiti sono frutto della stessa matrice: la teoria staliniana che il pieno sviluppo capitalistico delle forze produttive nel quadro della Nazione sia preludio alla loro socializzazione, indipendentemente dalla prospettiva internazionalista della rivoluzione proletaria mondiale. Questa teoria è servita a giustificare lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro in nome della “costruzione del socialismo”, prassi in cui la Cina ha saputo e sa distinguersi quanto e forse più della defunta “Patria del socialismo” russa. All'origine delle distinte sorti dei due “socialismi” nazionali e della trionfale avanzata cinese è stata l'apertura, controllata e circoscritta ad alcune aree, all'afflusso dei capitali esteri, attratti da una legislazione favorevole e dalla grande disponibilità di manodopera a basso costo. La Russia agiva in un contesto protezionista di relativo isolamento che alla lunga non ha retto alla pressione dei capitali internazionali verso la creazione di un compiuto mercato mondiale. Con la svolta degli anni Ottanta del ‘900, e più ancora con l'ingresso nel WTO all'aprirsi del nuovo millennio, la Cina si è sottratta al medesimo e altrimenti inevitabile destino: ha dato una prospettiva alle brame di valorizzazione del capitale internazionale a caccia di occasioni di investimento prima che i suoi agenti, come accadde al Celeste Impero ai tempi del colonialismo, minacciassero nuovamente la disgregazione della sua unità politica e la sua spartizione. La svolta verso l'apertura al capitale estero ha dato il via a una crescita travolgente che ha portato a maturazione lo sviluppo capitalistico del Paese. Con questo traguardo si è compiuto il percorso della rivoluzione nazionale a cui il PCC, in accordo con le tesi di Stalin, ha completamente subordinato la propria azione fin dalla sconfitta sanguinosa del 1927 (5).  Nella dottrina di Sun Yat Sen, la “democrazia” e il “benessere del popolo” sono gli elementi caratteristici della “terza tappa”, che conclude la rivoluzione nazionale. Dopo decenni di sviluppo centrato sull'export, da tempo si parla in effetti di una svolta verso il mercato interno, di aumento dei salari, di sviluppo del welfare. A dare ascolto ai suoi leader, dovremmo convincerci che sotto la  guida del PCC tutto proceda, per tappe successive, verso il “socialismo”. Al 18° congresso del Partito (ottobre 2017), Xi Jinping aveva annunciato che “la costruzione del socialismo cinese” stava entrando in una “nuova era” (6).  In questa “nuova era”, non troveremo traccia di socialismo, ma un ulteriore sviluppo del capitalismo e delle sue contraddizioni, a cominciare dalle crescenti distanze fra le classi. Se vi sarà, la svolta verso il mercato interno finalizzata al “benessere del popolo” avrà forse i tratti di una versione cinese della dissennata “società dei consumi”, ma di certo dovrà riservare ai proletari le briciole, se il Partito non vorrà compromettere quella “crescita” da cui ogni genuino capitalismo trae ragione di esistenza. Altrettanto certo è che quel Congresso, che ha attribuito un ruolo centrale al progetto strategico della Nuova Via della Seta, ha sancito una svolta autoritaria che assegna al Partito il controllo assoluto sull'esercito e su ogni aspetto della società. Stando alle tesi di Stalin e di Mao, con le forze produttive pienamente sviluppate la Cina dovrebbe oggi essere a un passo dal “socialismo”, ma la “nuova era” annuncia piuttosto il pugno di ferro all'interno e la proiezione imperialista all'esterno, e non ci stupiremmo se in un domani non lontano, nella teoria della successione a “tappe” della rivoluzione, gli ideologi del “comunismo alla cinese” prevedessero un ritorno ciclico alla prima fase, che Sun Yat Sen denominò “militare” e Stalin “anti-imperialista”, per giustificare la chiamata alle armi in un nuovo conflitto. Per ora, la guerra si combatte con le armi dei dazi, della moneta, della tecnologia, ma è già uno scontro politico-strategico in cui far male all'avversario è più importante dei contraccolpi economici che ne derivano.

  1. c) Il nuovo disordine mondiale

Oggi, la potenza asiatica, divenuta protagonista degli assetti imperialistici mondiali, non è ancora in grado di fronteggiare alla pari il predominio mondiale USA, ma non c'è dubbio che tale predominio sia entrato in crisi e che la sovrapproduzione di merci e capitali la muova a una politica “imperiale” in rotta di collisione con gli Usa.

Nella successione degli imperialismi dominanti dalla fine dell'Ottocento, dapprima la supremazia mondiale britannica fu minacciata dalla crescente potenza industriale tedesca e poi, dopo due guerre mondiali, soppiantata dallo strapotere produttivo degli USA.  L'implosione del blocco “sovietico”, che pose fine al lungo bipolarismo Usa-Urss ci ricorda che i successi e le sconfitte sono stati determinati, in ultima istanza, dai differenziali di potenza produttiva e di dinamismo economico, di cui le capacità belliche erano solo il riflesso. Oggi, la potenza asiatica getta finalmente sul piatto degli equilibri mondiali tutto il suo peso demografico ed economico, e nel suo progredire erode il vantaggio americano in vari campi. 

La quota di mercato mondiale degli Usa è scesa dal 50% del 1946 al 16% attuale, mentre quella della Cina è salita dal 2% del 1980 al 18%. Le previsioni al 2040 danno il 10% agli Usa e il 40% ai cinesi (7). La guerra dei dazi scatenata da Trump in risposta allo squilibrio a favore delle esportazioni cinesi ha ridotto il deficit dell'interscambio con la Cina, ma non ha impedito che quello complessivo degli Usa crescesse del 3% su base annua. Come se non bastasse, i danni che i dazi procureranno all'economia orientale rischiano di ripercuotersi negativamente anche su quella americana e di rallentare la già debole crescita mondiale. A pagare il prezzo delle inevitabili ritorsioni cinesi sono anche colossi come Apple, che dopo aver lucrato come pochi dallo sfruttamento brutale della manodopera cinese, potrebbe veder crollare gli utili di quasi il 30%. Com'era prevedibile, la Cina ha risposto ai dazi di Trump con contromisure protezioniste e ha cominciato a disertare le aste dei titoli di debito pubblico americano di cui è principale creditore, per altro anch'essa ricavandone nell'immediato più guai che vantaggi: gli effetti sui rendimenti dei T-bond sono stati nulli, ma destabilizzanti sulle proprie borse e sul cambio dollaro/yuan.  La svalutazione dello yuan rende le merci cinesi più competitive e compensa in parte i danni dei dazi, ma oltre un certo limite può innescare una fuga di capitali e mettere in serie difficoltà le molte aziende cinesi indebitate in dollari. Difficile dire chi abbia più prospettive di uscire vincitore da questo scontro, anche se va ricordato che finora, nelle situazioni di grande instabilità, gli USA hanno potuto contare sulla tendenza dei capitali a confluire verso i rendimenti sicuri del dollaro e ad affidarsi al loro sistema finanziario (8).

Questa guerra commerciale, oltre alla valenza economica, è prima di tutto un atto politico da parte statunitense, che apre un confronto duro con un avversario in minacciosa avanzata. Lo conferma il principale oggetto di contrasto tra i due centri imperialisti: l'alta tecnologia con le sue implicazioni militari. L'amministrazione USA accusa apertamente i cinesi di sottrarre know-how tecnologico alle imprese statunitensi, con l'obiettivo strategico di conseguire il primato in questo campo. La decisione di porre la Huawei in una lista nera di aziende ostili agli interessi USA ha subito indotto Google e alcune grosse aziende fornitrici di microchip a interrompere i rapporti commerciali con l'azienda cinese, nonostante i danni notevoli ai propri bilanci. Ma anche qui la questione strategica sovrasta i guasti economici. L'attacco a Huawei, unico gruppo attualmente in grado di fornire impianti per le reti di ultima generazione (5G), di grande rilievo strategico nella gestione e nel controllo delle comunicazioni, è un tentativo di impedire o quantomeno rallentarne lo sviluppo in Europa. Nella prospettiva della definizione delle future alleanze tra imperialismi è significativo che Putin e Xi Jinping abbiano appena siglato un accordo che affida alla Huawei lo sviluppo della rete ultraveloce in Russia. La Nuova Via della Seta è fatta anche di infrastrutture digitali, come il progetto cinese di costruzione di un data center sottomarino nei pressi del porto di Trieste, assolutamente indigesto agli americani.

Anche i Paesi europei, Germania in testa, nutrono preoccupazioni sull'invadenza tecnologica cinese e sulla politica di acquisizioni in settori di punta, ma nello stesso tempo sono attratti dai vantaggi di una integrazione economica eurasiatica che ha nella Nuova Via della Seta una concreta possibilità di sviluppo (9). 

Parallelamente allo sviluppo degli investimenti e delle relazioni commerciali, avanza il processo di internazionalizzazione dello yuan che, con dollaro, yen, euro e sterlina, fa già parte del paniere di valute che stabilisce il valore dei diritti speciali di prelievo del Fmi. Il compimento del processo di internazionalizzazione passa necessariamente per la  convertibilità, mentre attualmente il rapporto di cambio col dollaro è stabilito dalla banca centrale e solo il 2,5% del totale dei pagamenti mondiali avviene in yuan. Nondimeno, lo yuan è già la quinta moneta più utilizzata al mondo negli scambi: se ne servono già 41 dei 65 Paesi interessati dalla BRI e sette di loro hanno sottoscritto con la Cina accordi  per i pagamenti interbancari cross-border (transfrontalieri) (10).

Il quadro offre l'immagine di un Paese imperialista che persegue obiettivi strategici in tutti i campi e che si leva a contraltare della supremazia mondiale USA. Non essendo ancora pronta a fronteggiare l'avversario ad armi pari sul terreno della potenza finanziaria e militare, la Repubblica popolare adotta una politica di espansionismo pacifico che promette vantaggi a tutti, anche al principale avversario, al quale prospetta la liberalizzazione del proprio mercato interno di capitali e di merci.

La posta in gioco va ben oltre le dichiarazioni dei protagonisti. La BRI è la necessaria conseguenza dello sviluppo capitalistico non solo cinese, ma mondiale. Senza il sostegno della crescita della Cina, l'economia mondiale sarebbe probabilmente collassata da qualche decennio, soffocata da tassi di crescita di poco superiori allo zero. Le mosse della Cina mirano a evitare o almeno posticipare una crisi economica interna, più volte annunciata, che si rifletterebbe sull'intero sistema capitalistico mondiale (11). Divenuta la fabbrica del mondo, la Cina si muove a riscuotere i proventi politici della propria espansione, e deve far corrispondere a questa espansione una adeguata proiezione imperialista, non per scelta politica ma per necessità. Ma, a differenza dell'epoca del bipolarismo, questa proiezione oggi non conosce limiti di aree di influenza: non c'è zona del mondo che non sia strategica in un contesto di mondializzazione degli scambi di merci e capitali. Per salvare se stessa e il capitalismo mondiale, la Cina deve mettere in discussione l'assetto nato dal secondo conflitto mondiale e dal crollo del mondo “sovietico”, contendendo nuove aree all'imperialismo dominante. Non è dato sapere se un nuovo ordine mondiale fondato su nuovi equilibri possa nascere per via relativamente pacifica, attraverso una fase di transizione segnata da guerre limitate ad alcune aree strategiche. Ben sapendo fin dove la follia del capitale può spingersi, non si può escludere la possibilità di un conflitto preventivo scatenato dagli USA per fermare l'irresistibile ascesa del rivale, sfruttando la propria attuale superiorità militare. Per il momento, il colosso atlantico si accontenta di mostrare i muscoli e l'aggressività manifesta è proporzionale alle difficoltà nel confronto con un rivale che avanza con il soft power.

d) L'incerta transizione cinese e mondiale

La BRI rappresenta la risposta cinese alla crisi della cosiddetta globalizzazione seguita al crollo del 2008, che ha avuto i suoi contraccolpi politici nella America First di Trump e nell'emergere dei sovranismi in Europa.  Il grande attivismo della Cina nel costruire una rete di rapporti politici ed economici è favorito dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di garante degli equilibri mondiali. Uno dei passi più significativi in tal senso è stato l'abbandono della Trans-Pacific Partnership asiatica (Tpp) (12). Se gli USA si ritraggono dal ruolo di garanti globali di un sistema planetario di scambi di merci, capitali e tecnologie produttive, la Cina si propone come protagonista di un rilancio dell'interscambio globale attraverso una rete di infrastrutture su rotte navali e terrestri da Est a Ovest, e dà assicurazione a tutti i Paesi interessati di una reciprocità: merci e capitali si muoveranno in entrambe le direzioni.

Dalla precedente fase globalizzatrice tutti hanno tratto vantaggi, la Cina per prima. Quel periodo ha avuto negli USA il garante politico di un “ordine mondiale” all'insegna della crescita della produzione centrata sull'Estremo oriente e sull'indiscusso dominio finanziario statunitense. Il crollo del 2009 ha decretato la fine di quell'“ordine” e posto le premesse per una ridefinizione degli equilibri mondiali e dei rapporti sino-americani. Dopo l'accordo del 1972, sotto l'amministrazione Nixon, che avvicinava Cina e Usa in funzione antirussa, i fatti di Tiananmen aprirono un periodo di latente ostilità che si manifestò in alcuni incidenti e culminò nel 1999 con il lancio di missili sull'ambasciata cinese a Belgrado. I fatti dell'11 settembre portarono a un riavvicinamento in funzione di una comune lotta al terrorismo internazionale, ma contemporaneamente la prodigiosa crescita economica e di influenza della Cina in Asia-Pacifico prospettava una seria minaccia al predominio americano. La risposta dell'amministrazione Obama fu il lancio della politica di contenimento chiamata Pivot to Asia (2011), che dichiarava il Mar Cinese Meridionale un'area di interesse fondamentale per gli USA. Anche in questo caso alcuni incidenti e sconfinamenti di navi americane in zone dove i cinesi avevano rafforzato la loro presenza militare segnalavano la determinazione USA a non cedere terreno.

Tuttavia, i rapporti tra i due colossi, considerata la forte interdipendenza economica, non potevano prescindere dalla collaborazione reciproca. Dal 2012 la Cina persegue un nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze che presuppone il riconoscimento di un ruolo paritario che l'amministrazione Obama non ha voluto riconoscere ufficialmente (13). Con l'amministrazione Trump, la rivalità si è fatta più manifesta e ha assunto la forma di guerra commerciale e valutaria. In questo modo, gli Usa oggi riconoscono apertamente che la Cina è una minaccia per la propria supremazia, e che il progetto BRI, nella sua veste diplomatica e rassicurante, costituisce oggettivamente un tentativo cinese di espansione della propria influenza, una via pacifica verso nuovi equilibri mondiali, ma anche, dialetticamente, un'aggressione all'Occidente.

L'essere divenuta una potenza capace di minacciare l'indiscusso predominio americano non fa però della Cina il Paese di Bengodi. Il progetto BRI nasce dalla necessità di sostenere tassi di sviluppo in grado di garantire una coesione interna non così scontata. La minacciano fortissimi squilibri territoriali, la presenza di etnie e regioni non omogenee, il profilarsi di un grave problema demografico, ma soprattutto tensioni sociali potenzialmente esplosive. Le poche notizie che ci giungono sulle condizioni del proletariato cinese lasciano trapelare che nelle fabbriche sta sorgendo un movimento rivendicativo, e che questo è sottoposto a una dura repressione preventiva (14). L'informazione occidentale preferisce dare spazio a ottimistici scenari di crescita della classe media a garanzia di uno sviluppo dei consumi interni: ma, come si è detto, questo sviluppo, non più sostenuto dall'espansione della produzione, dipende dalla crescita dell'indebitamento (15). In questo difficile contesto, la presidenza di Xi Jinping si presenta all'insegna della repressione mascherata da lotta alla corruzione, di una politica autoritaria rivelatrice delle difficoltà di gestione di una complicata fase di trasformazione del Paese (16).  Al giro di vite interno si accompagna la strategia di una proiezione all'esterno, senza la quale le contraddizioni del Paese rischiano di esplodere.

e) Terminale Europa

L'Europa sta nel bel mezzo dello scontro tra i due contendenti. Le rotte della BRI sono altrettante direttrici di un'avanzata che punta al cuore dell'alleanza occidentale. Nella sua inconsistenza politica, l'UE è strutturalmente incapace di darsi una prospettiva strategica. Il suo perno politico ed economico, la Germania, finora concentrata sulla crescita dell'export e paga dei vantaggi dell'euro nell'interscambio, si trova a fronteggiare il vacillare dell'impalcatura europea, una guerra dei dazi che ne minaccia l'export, il rallentamento della produzione, la crescente instabilità del fronte mediterraneo e di quello europeo a Oriente. In questo contesto precario, rimane nel limbo di un paese a struttura imperialista senza una adeguata proiezione imperialista (un imperialismo a metà).

Il 21 marzo scorso, il governo italiano ha sottoscritto col premier cinese in visita ufficiale un memorandum di collaborazione nell'ambito del progetto BRI, nonostante gli avvertimenti americani a non concludere. La disinvoltura con cui è stato fatto questo passo fa sorgere il dubbio che i governanti italiani ne abbiano chiaro il significato politico-strategico. Lo snodo di Trieste, individuata come terminale a Occidente del progetto, è uno dei punti nevralgici su cui si scaricano i movimenti sismici degli equilibri mondiali. Trieste, formalmente italiana, ma considerata non a torto protettorato americano di fatto (17), è stata nevralgica ai tempi della “guerra fredda” e torna a esserlo oggi, in presenza di una crescente contrapposizione tra il dominante imperialismo atlantico, la tradizionale avversaria Russia e la potenza cinese in espansione. Gli Stati Uniti non lasceranno mai Trieste ai cinesi: è già troppo che la BRI sia arrivata fino al Pireo e punti al prolungamento balcanico fino all'Ungheria. L'istmo che collega il Baltico all'Adriatico torna ad essere la linea di frattura tra due mondi, un limes invalicabile che gli USA hanno già provveduto a rafforzare con avamposti che si spingono fino all'Ucraina e ai Paesi baltici, in aperta funzione antirussa. L'“aggressione all'Europa” che i nostri compagni delinearono nel 1949 (vedi il n.13 della nostra rivista di allora, Prometeo) continua in direzione Est, dove è da tempo in atto la penetrazione politica e militare americana, così aggressiva da provocare una guerra per il controllo della Crimea, storica base della proiezione militare russa nel Mar Nero e nel Mediterraneo.

La reazione americana alla minaccia cinese lascia intravedere sviluppi abbastanza foschi, specie per l'Europa. L'arroccamento protezionistico degli USA, la rinuncia al ruolo di garante della stabilità mondiale e la rivendicazione della priorità dei propri interessi in ogni campo sottintendono che l'Europa si dovrà guadagnare la continuità della tutela americana a un qualche prezzo da stabilire in termini economici e politici, o dovrà farne a meno. Non essendo l'Unione Europea un'entità politica degna di questo nome, per di più scossa da forti spinte disgregatrici, così com'è è relegata a un ruolo da vassallo della superpotenza atlantica, priva di autonomia politica come polo imperialista mondiale. La Germania, unica potenza europea in grado di ambire a un tale ruolo, potrebbe farlo solo al costo di una rottura con lo storico nemico/alleato: ma per farlo dovrebbe affidarsi alla tutela delle potenze d'Oriente, in una prospettiva apertamente eurasiatica. Un simile passaggio dovrebbe comunque fare i conti con la presenza di basi militari USA in territorio tedesco e in tutta Europa. Se Washington non rinuncerà a Trieste, tanto meno rinuncerà a Berlino.

I fortissimi legami economici con i partners europei, con l'Est Europa, con la Russia e con la Cina hanno assicurato alla Germania il primato come potenza esportatrice mondiale e tendono a tradursi in legami politici: il passaggio è però ostacolato dall'essere ancora oggi la Germania un protettorato americano, forse sempre più recalcitrante e insofferente, ma impossibilitato ad affrancarsi da questa condizione senza effetti dirompenti per sé e per l'intero continente. Finora la Germania ha rifiutato una leadership europea che implicasse la rinuncia ad alcuni vantaggi competitivi in nome di una maggiore integrazione di area. Costretta a prendere in mano il proprio destino, si troverà di fronte all'alternativa tra mantenere un ruolo subordinato nell'alleanza atlantica, trascinando nell'allineamento le medie potenze di area, e rivolgersi a Est in prospettiva eurasiatica, entro il processo di intensificazione dei legami economici e politici con l'Oriente, che indebolisce dall'interno i fondamenti dell'atlantismo.

***

Per quanto i cinesi insistano a ridurre il progetto a un'opportunità in termini di reciproci vantaggi economici, la Nuova Via della Seta è un obiettivo fattore di destabilizzazione degli equilibri mondiali, una proiezione offensiva a Occidente condotta con le armi della potenza mercantile e finanziaria. Se l'aggressiva risposta USA relega l'Europa alla condizione di un vaso di coccio tra vasi di ferro, anche i due bestioni d'Oriente e d'Occidente non se la passano bene. Le loro iniziative strategiche sono in primo luogo conseguenza della sovrapproduzione di merci e capitali e del rallentamento dell'indice di incremento della produzione. L'avanzata della Cina è la risposta obbligata ai crescenti squilibri interni e all'enorme indebitamento, mentre alla declinante potenza americana la politica di contenimento richiede uno sforzo notevole in termini militari e finanziari che le costerà un ulteriore aumento del deficit dello Stato senza portare soluzione al disavanzo strutturale con l'estero (i cosiddetti “deficit gemelli”). Entrambe le potenze non possono sfuggire alla legge inesorabile che condanna i capitalismi avanzati alla stagnazione e al declino. Proprio per questo c'è da aspettarsi che il colosso atlantico non cederà facilmente la sua posizione dominante a favore della ruspante concorrente asiatica e che questa non rinuncerà alla sua avanzata. La rotta di collisione tra imperialismi è già segnata. L'unico fattore che può impedire lo schianto e ridare la prospettiva di un'uscita dalla crisi terminale del Capitale è la ripresa della lotta di classe internazionale.

 

NOTE

1- V. Castronovo, “Una via della Seta sulla cresta dell'onda”, Il Sole24Ore, 12 giugno 2017.

2- Lo sviluppo della collaborazione economica con la Russia e i Paesi post-sovietici dell'Asia centrale consente di contenere questa dipendenza [dall'unica rotta marittima, ndr]. La Cina cerca di importare una parte significativa delle materie prime risorse energetiche, prodotti minerari e alimentari direttamente dai fornitori attraverso le rotte terrestri che non possono essere chiuse o bloccate da nessuna potenza straniera. Parallelamente, cerca di creare corridoi terrestri supplementari che potrebbero collegarla al Medio Oriente e all'Europa ed essere utilizzati in caso di crisi. Pechino tende inoltre a legare economicamente a sé il più possibile le ex repubbliche sovietiche, al fine di garantirsi la sicurezza dei confini settentrionali e l'accesso a risorse di importanza strategica [] L'iniziativa globale di Xi Jinping, nota come Cintura economica della via della seta, è finalizzata essenzialmente al raggiungimento di questi obiettivi.”(Vasilij Kasin, “Russia e Cina amici-nemici”, Limes, n.2/2016).

Sullo sviluppo delle reti ferroviarie, vedi Benefici reciproci dall'aumento del numero di convogli ferroviari tra Cina e Unione europea, Il Sole24Ore, 21 marzo 2019.

3- Il Pakistan si è indebitato per 90 miliardollari e ha chiesto l'intervento Fmi per salvare le finanze pubbliche, lo Sri Lanka ha dovuto cedere per 99 anni le operazioni del suo principale porto alla società cinese che ha realizzato i lavori. (“Via della Seta, la Cina prova a rassicurare sul rischio debito”, Il Sole 24ore, 26 aprile 2019).

4- Proprio in quell'occasione fu creato un fondo specifico partecipato dal maggior fondo sovrano cinese, il China Investment Corporation citato sopra, uno dei principali strumenti della politica di investimenti intrapresi dalla Repubblica popolare dai primi anni 2000, cui fanno capo altri fondi e istituzioni finanziarie.

5- “Tesi sulla questione cinese”, Il programma comunista, n 23/1964 (ripubblicate su Il programma comunista, n.4/2007).

6- “Xi Jinping nell'olimpo cinese”, Internazionale, n.1228, 2017.

7- Gli Stati Uniti sono sul punto di essere superati: nel 1946 detenevano il 50% del mercato economico globale, ed oggi sono scesi al 16% e si avviano a toccare il 10%. Di contro la Cina, che nel 1980 possedeva il 2% del mercato internazionale, è salita al 18% e nel 2040 taglierà il traguardo del 30% (M. Teodori, “Xi e Trump, la lotta per la supremazia globale”, Il Sole24ore, 11.11.2018. L'articolo si riferisce al libro di Graham Allison, Destinati alla guerra. Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? Ed. Fazi 2018.

8- “Sono le imprese Usa a pagare il costo dei dazi con la Cina”, Il Sole24Ore, 25 maggio 2019. Sulle ritorsioni cinesi, Il Sole 24Ore ha pubblicato due articoli il 17 maggio 2019: “La Cina vende 10 miliardi di T-bond Usa. Capitali in fuga da Shanghai e Hong Kong” e “Guerra dei dazi, ecco la formula che svela perché la Cina sta vincendo su Trump”.

9- La Cina è interessata anche al Giappone: una holding cinese associata alla CIC ha acquisito nel 2011 quote di partecipazione di importanti società giapponesi, piccole ma sufficienti a garantire una presenza nel cuore del sistema produttivo nipponico in un'ottica non economica ma strategica (G.Cuscito, “Dove e perché investe la Cina”, Limes n.2/2015).

10- R. Fatiguso, “Cina, così la via della seta crea un'internazionalizzazione dello yuan”, Il Sole24ore, 17 marzo 2009. Sulle prospettive di un ruolo internazionale per la divisa cinese, cfr. F. Sisci, “Pechino non è pronta a insidiare il dollaro”, Limes n.2/2015.

11- K. Rogoff, “I dazi di Trump, il rialzo dei tassi e il rischio di un contagio cinese”, Il Sole24 ore, 10 novembre 2018.

12- K. Rudd, “Lo scacchiere Pacifico e la ritirata dell'America”, Il Sole24 ore, 6 gennaio 2018 . Il Giappone ha cercato di porre rimedio creando il TPP 11, un gruppo con tutti gli ex Stati membri tranne gli Usa.

13- Mu Chunsan, “Perché la Cina non vuole la guerra con gli Usa”, Limes n.2/2016.

14-“Jasic Workers Solidarity, Giovani, marxisti e con gli operai, ma il Pcc li reprime”, Il Manifesto, 13 novembre 2018.

15- Cfr. “L'officina del mondo si regge sul debito”, Il programma comunista n.5-6, ottobre-dicembre 2018.

16- Mixing Pei, “Le molte sfide davanti a XI”, Il Sole24ore, 6 gennaio 2018.

17- L. Caracciolo, “L'importanza geopolitica del porto di Trieste”, Limes, video su YouTube.

 

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                                                                           (il programma comunista)

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