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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 17 Novembre 2019

Lettera di una lavoratrice del Settore Cooperative Sociali alle colleghe e ai colleghi di Bologna

Sono una lavoratrice del Settore Integrazione Scolastica del Comune di Bologna. Anni fa mi iscrissi al sindacato Usb poiché un importante numero delle mie colleghe e colleghi trovarono una sponda aggregante in quel sindacato. Come militante comunista non ritengo rilevante in quale sigla sindacale si organizzi la parte più agguerrita del segmento della classe sul mio luogo di lavoro. Ho sempre ritenuto che lottare sul luogo di lavoro fosse indispensabile, benché nel nostro settore la confusione regni sovrana e non sia mai stato un settore combattivo: questo, nonostante i peggioramenti contrattuali, il misconoscimento economico, l’intermittenza del salario, la mancata erogazione del pasto a scuola (a fronte di un insignificante rimborso di 3,50 euro, come dire “O panino o acqua”!), nonostante i problemi dei cambi d’appalto per l’assegnazione dei servizi e i ridicoli trucchetti di monte ore fasulli…

Mi sono impegnata seriamente a contrastare la proposta vergognosa della “mensilizzazione a banca ora”, partecipando a tutte le assemblee per spiegare che i mesi estivi dovevano essere pagati comunque a ogni contratto a tempo indeterminato (cosa che ancora oggi non avviene) e questo doveva avvenire a spese della cooperativa, e di sicuro non di tasca nostra. Mi ricordo tutte le assemblee CGIL in cui si provava a convincerci che non c’era altra soluzione: abbiamo combattuto per dimostrare quanto fosse vantaggioso accantonare porzioni dei nostri soldi…per la cooperativa, non certo per noi! Molte colleghe e alcuni colleghi mi hanno visto fare interventi in più assemblee e mi conoscono perché sempre presente alle iniziative di lotta a fine anno scolastico, quando il termometro si scalda perché nessuno sa dirci di che cosa dovremmo vivere nei mesi estivi, da quando l’appalto per i servizi integrativi è divenuto un mercato a ribasso per il migliore offerente (ma le nostre buste paga segnano zero ore).

Da dieci anni si firmano casse integrazioni o fondi di integrazione salariale al limite della legalità (ci richiedono addirittura una reperibilità gratuita o ci ricattano chiedendoci di metterci “spontaneamente” in aspettativa non retribuita…), come se la soluzione dovesse necessariamente gravare sulle nostre vite. L’attore sindacale all’apparenza più “radicale”, accogliendo i nostri sfoghi e le nostre richieste, è stato USB. Ma devo dire a tutte e a tutti: che cosa siamo riuscite o riusciti ad ottenere? Niente! A fronte di una crisi che si prolunga oramai da dieci anni molte di noi hanno deciso di riqualificarsi, di cercare altre strade, ma per coloro che continueranno a fare gli educatori e le educatrici come lavoro la situazione sarà sempre più dura, soprattutto per chi non ha scelta né modo per riqualificarsi nel breve periodo. Non ha alcun senso identificarsi in questa mansione lavorativa, né in una sigla sindacale per ottenere qualcosa. L’unico modo per raggiungere i nostri obiettivi (dal miglioramento delle condizioni di lavoro all’aumento del denaro ricevuto) è lottare. Per lottare dobbiamo capire che noi facciamo parte di una fetta grandissima di lavoratrici e lavoratori di tanti settori, che lavorano per cooperative sociali: facchini, donne delle pulizie, OSS, bibliotecari, assistenti domiciliari, operaie e operai agricoli, manovali; e che il vantaggioso sistema delle cooperative ha inghiottito enormi settori di lavoro diventati poco remunerativi per il settore privato, aumentando la fonte dei guadagni di pochi sulle spalle di quelli che chiamano “soci lavoratori”, ma che in verità rappresentano proletarie e proletari da spremere, con l’imbroglio di coinvolgerci nella decurtazione del nostro salario.

In questa situazione troppe sono le decisioni sbagliate che il sindacato USB sta prendendo, in primis nella vertenza sulla “Legge Iori”. Attento a non offendere il ministro Di Maio, ci chiede di aspettare, aspettare perché ad ottobre una delegazione incontrerà questo o quel ministro, che poi ritroverà in novembre e mese dopo mese finchè arriverà il cambio appalto e noi non avremo più possibilità di difenderci realmente… Cosa dobbiamo chiedere? Noi lo sappiamo bene. Molte e molti svolgono questo lavoro da una vita intera e grazie a questa legge che “riconosce l’enorme professionalità” della sigla L-19[1], tutti coloro che non hanno 50 anni compiuti o più, con almeno 10 di servizio a tempo indeterminato, saranno obbligati a…pagare 60 CFU presso Università, istituti privati anche telematici (alla faccia della professionalità!), un vero racket organizzato che colpirà la fascia intermedia delle colleghe, schiacciate da un lato dai neolaureati e dall’altro dai pre-pensionati. Questo chiaro tentativo di far spazio nel mondo del lavoro a categorie “più meritevoli”, dal punto di vista della classe dirigente, è indirizzato ad escludere dal mercato del lavoro una parte di noi che non riusciranno a pagare i corsi, proprio perché i nostri stipendi sono troppo bassi… o che non riusciranno a studiare, proprio perché il nostro lavoro è troppo usurante! Lasciando a margine la banalità di quel discorso (doloroso e imbarazzante) che riguarda la nostra condizione contrattuale: è ridicolo che ci chiedano di “studiare”, o meglio “comperare”, più di quello che ci pagano!

La base delle lavoratrici e dei lavoratori è divisa: da una parte, giovani ed inesperte neolaureate spingono nel mercato del lavoro, terrorizzate dallo spettro di una lunga disoccupazione; d’altra, lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato senza titolo sono messe in concorrenza con questa “carne da macello” che non conosce i diritti più elementari e che accetta condizioni di lavoro ridicole (monte ore di 15 h/settimanali e servizi frazionati sull’arco della giornata). Quanti scioperi abbiamo fatto per impedire questo mostruoso disegno?

Nessuno. Il sindacato andrà a parlare con Di Maio, o con il suo cagnetto, profumatamente retribuito. Due funzionari hanno pubblicato su Facebook[2] una foto dove sorridono con la senatrice Vanna Iori, proprio quella della legge, forse per dimostrarci come lavorano per noi, visto che dell’incontro che hanno definito “proficuo” ci rimane solo questa immagine.

Ci dicono che si vedrà e che non possiamo fare niente di diverso, ma è proprio per queste scelte fallimentari ed in contrasto con la decantata radicalità di cui si fregiano funzionari e delegati che bisogna uscire da USB. Questo non è più un sindacato, ma un’agenzia verticistica che funge da agenzia di collocamento per pochi che, stanchi di essere usurati da mansioni di bassa manovalanza, scelgono di ingrassare la burocrazia facendo i sindacalisti di professione. Non si può continuare a pagare un sindacato che in modo poco chiaro sostiene fallimentari campagne politiche come quella di Potere al Papero. Ma cosa hanno a cuore i delegati che ambiguamente propinano suggerimenti di voto alle assemblee delle lavoratrici? La lotta o la poltrona (loro o di chicchessia!)? Le assemblee retribuite ci servono, tra le altre cose, per decidere e discutere cosa fare nell’immediato per salvaguardare i nostri interessi, non per essere informati a proposito di incontri a porte chiuse (dei quali non esiste nessuna traccia scritta, e siamo in buona fede…) con Vanna Iori, in cui si cerca “una convergenza” relativa alla salvaguardia dei sistemi del Welfare.

Funzionari USB che non si capisce (o lo si capisce fin troppo bene?) per quale ragione vadano a firmare accordi vergognosi come quello dell’Ilva di Taranto (Arcelor Mittal), a braccetto con CIGIL, CISL E UILM, invece di sostenere chi in quella fabbrica di cancro, morte e veleno non vuole più metterci piede. Questi stessi operai che iniziano a vedere “Il governo del cambiamento” come una massa di bugiardi decadenti, che in campagna elettorale promettono la chiusura, salvo cambiare idea appena occupata la poltrona, come tutti gli esponenti politici passati (alla faccia del cambiamento!) della classe dirigente borghese e i loro scagnozzi che fanno da sponda, a destra e a sinistra. I lavoratori che Il sole 24 ore definisce “I furbetti dell’Ilva”[3] hanno ottimi motivi per preferire la cassa integrazione all’accordo Arcelor/Mittal. Invitiamo Sergio Bellavita di USB[4], uno dei firmatari del buon accordo in pessime condizioni, ad abbandonare i tavoli con Gigino, le conferenze stampa e i ragionamenti difficilissimi sul “bene dell’economia del paese”! La valutazione dell’economia del paese non è uno dei suoi mandati! Se non ha capito il motivo per cui inspiegabilmente gli occupati calano “in via volontaria”, dovrebbe in via volontaria ritornare in fabbrica come metalmeccanico, proprio lì, all’Ilva, in modo che possa ricordare il sapore dell’ottimo accordo sulla sua busta paga e sulla sua salute!

Ma sugli occhiolini al potere USB ha davvero le mani sporche: dopo aver chiamato per due anni consecutivi uno sciopero generale da solo, ovvero non con le altre sigle del sindacalismo di base (mettendo in atto un protagonismo in contrasto con gli interessi di unità della classe lavoratrice), nell’autunno 2018 si astiene anche dall’indire quello rituale. L’autunno caldo deve essersi sfreddato parecchio dopo la firma del Testo Unico per la Rappresentanza e nonostante le richieste di chiarimento dalla base: piuttosto che rischiare di chiamare in piazza i malcontenti, USB non indice nessuno sciopero, ma al contrario inizia una processione di incontri con varie personalità e inizia a tessere alleanze, tralasciando di svolgere l’unica mansione per cui ha senso che esista: gli interessi della sua base! Infatti, se visualizziamo tutti gli scioperi dal 2010 (l’archivio non permette di andare oltre) sul sito della Commissione di Garanzia Sciopero[5], possiamo notare come in quest’anno 2018, rispetto agli anni precedenti, USB abbia assunto una tendenza piuttosto cauta per quanto riguarda la proclamazione di scioperi, soprattutto nazionali (unica eccezione, il trasporto ferroviario, con lo sciopero indetto per il 23 novembre, le telecomunicazioni, con quello del 18 ottobre, e altri due scioperi di prestazione straordinaria per il settore aereo).

E per inciso attendiamo ancora l’indizione degli scioperi intercategoriali nazionali per la morte di Soumaila Sacko, bracciante assassinato in Calabria nella zona combattiva di Rosarno (la tendopoli di San Ferdinando), e contemporaneamente ricordiamo a USB che l’obiettivo delle lotte dei braccianti non è quello di “rompere il silenzio tombale di Salvini e Di Maio”[6]: non ci consolano le paroline di Conte, il suo ipocrita e parlamentare “commosso pensiero”, né ci incantano gli applausi di quei mandanti morali che di giorno siedono al Parlamento Italiano e di sera si trattengono a cena con i parenti degli ‘ndranghetisti. Ricordiamo a USB che il responsabile della Lega a Rosarno (non a caso record di voti alle ultime elezioni) è stato per anni in associazione con uomini legati al clan Pesce e con uomini vicini ai Belocco, chiaro segnale che Stato e mafie hanno trovato il modo di ricattare e sfruttare in quei territori i lavoratori immigrati, clandestini o regolari che siano per noi poco importa. Sempre più sporche, le mani, anche pensando alle vicende “questuranti” di Piacenza, sulle quali si trovano dettagliate descrizioni nel sito del Si Cobas.

In conclusione, mi rivolgo a tutte le mie colleghe e a tutti i miei colleghi. Il sindacato non è un’identità che ci viene cucita addosso, non è una scelta politica, è uno strumento che deve essere utilizzabile proprio da noi. La scelta di strappare la tessera nasce dalla consapevolezza che quella utilizzabilità è oramai venuta a mancare, perché il vertice del sindacato, staccato e diverso dalla base, non agisce nei suoi interessi ma segue criteri opportunisti. Il sindacato non è un partito politico, né la stanza di uno psicanalista a cui raccontare frustrazioni e avvenimenti. Se non cominciamo ad interrogarci sulle nostre condizioni di lavoro, corriamo il rischio di perdere di vista anche le vertenze, e ritrovarci poi al cambio d’appalto senza essere in grado di difendere quella parte di noi, di noi 450 tutte, che rischiano nella peggiore delle ipotesi il licenziamento, nella migliore un demansionamento. Corriamo il rischio di considerare l’emergenza come la normalità e di smettere anche di vedere un problema, una contraddizione, nel fatto che abbiamo tutte contratti a tempo indeterminato ma nessun salario nei mesi estivi. Il presentimento che le questioni salienti siano passate in secondo piano è ormai una certezza. Vi invito a riflettere e spero che da questa mia lettera possiate trarre qualche dubbio utile al ragionamento.

[1] È il codice del corso di laurea Scienze dell’educazione.

[2] https://www.facebook.com/usb.coopsociali/posts/2066118657015870?__tn__=K-R

[3] Da: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-09-21/i-furbetti-dell-ilva-meglio-restare-cassa-integrazione-che-farsi-assumere-arcelormittal-195140.shtml?uuid=AE27Vd5F

[4] Il video della conferenza stampa dopo l’accordo: https://www.youtube.com/watch?v=2I_ewGPq0-I

[5] https://www.cgsse.it/web/guest/elenco-scioperi

[6] Dal sito stesso del sindacato, i ringraziamenti alle istituzioni: http://www.usb.it/index.php?id=1132&tx_ttnews[tt_news]=102909&cHash=00e6669cff

 

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