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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Domenica, 17 Novembre 2019

Resistere un minuto in più del padrone

L’esperienza della lotta di lavoratori per migliorare le proprie condizioni economiche, in particolare quelle salariali, ha insegnato che “per vincere bisogna resistere un minuto in più del padrone”. Mentre la borghesia, la classe che organizza in modo collettivo gli interessi di chi gestisce le aziende indipendentemente dal fatto che queste siano di proprietà del singolo, di una società, di una cooperativa, di una multinazionale o dello Stato, ha perfettamente imparato questa lezione, e non la dimentica, la nostra classe, quella di chi per vivere e sopravvivere deve vendere la propria forza lavoro, fa fatica a ricordarla e applicarla.

 

Certo, la borghesia ha il coltello dalla parte del manico. Anzi, ha più di un coltello: è infatti classe dominante e le sue armi di dominio sono molteplici e centralizzate nel moderno Stato, imperialista non solo e non tanto perché aggressivo, guerrafondaio, monopolista, vessatore delle borghesie nazionali più deboli ecc., quanto perché capace di esercitare la più ferrea dittatura su tutte le altre classi sociali – in primo luogo, la nostra. Una dittatura ferrea (capace di diventare feroce e sanguinaria quando è il caso) che si esercita anche attraverso il controllo dell’insanabile conflitto economico delegato al sistema di sindacati ”ufficiali”, ormai tutti più o meno integrati e collusi con lo Stato. Naturalmente, collusione e integrazione variano a seconda delle necessità dei singoli Stati, del loro sviluppo economico, delle capacità di resistenza e combattimento (effettivo, potenziale e passato) della nostra classe e dei suoi singoli segmenti. In ogni caso, questo sindacalismo, che non organizza più le lotte dei lavoratori ma le immobilizza (così inquadrando l’insieme dei lavoratori in un inerme serbatoio di forza lavoro più o meno utilizzato, sempre diviso e da dividere in categorie e professionalità da cui separare e nutrire un’aristocrazia di lavoratori illusi economicamente, vezzeggiati socialmente e usati politicamente per conservare l’orrido esistente come se fosse l’unico e migliore dei mondi possibili) questo sindacalismo si dà un gran da fare per annullare e far dimenticare ogni esperienza (vicina o lontana) che ne rompa il monopolio e ripresenti ai lavoratori stessi il modo più utile per difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro.

Il sindacalismo colluso con lo Stato è soprattutto un sindacalismo concertativo e di conciliazione – conciliazione, per la quale l’interesse principale è quello dell’economia nazionale, cioè dell’insieme delle aziende presenti tra i sacri confini della patria, a cui i bisogni dei lavoratori devono essere subordinati, poiché la mistificazione borghese capovolge la realtà della “creazione” della “ricchezza delle nazioni”. Tanto è vero che, anche nel linguaggio quotidiano, chi compra la forza-lavoro viene definito “datore di lavoro”… Quindi, il sindacalismo colluso gestisce il “prezzo” della forza-lavoro per  renderlo più vantaggioso, non all’insieme dei suoi possessori, cui si garantisce nel migliore dei casi poco più del minimo necessario per vivere e consumare le merci del capitale, ma a chi la compra, per utilizzarla nella macchina della valorizzazione del capitale. Perché mai si dovrebbe danneggiare, se non in modo simbolico e surrettizio, il “padrone”? E “perché mai resistere un minuto di più”? La lotta, lo sciopero, diventano così atti di una commedia con un copione rigidissimo e una regia a interpretazione univoca.

Ma il materialismo è una brutta ma vivacissima bestia: per quanti sforzi faccia il “sistema” per cancellare o/e gestire i conflitti di interesse tra le classi, questi conflitti comunque esplodono improvvisi e spesso radicali. E allora torna la necessità della lotta, dello sciopero, della resistenza fino, se non proprio alla vittoria, almeno alla conquista di un contratto onorevole e vantaggioso. Scioperare dunque ritorna a essere una necessità e una vera e propria modalità di lotta. Lo sciopero non è più un’astratta liturgia che si completa con una via crucis per le vie della città, con sosta alla cappella del Sindaco, del Prefetto, del Ministro e dell’Associazione degli imprenditori, ma diventa una prova di forza ad altissimo dispendio energetico: se da un lato i lavoratori sanno che per raggiungere i propri obiettivi non possono far altro che interrompere la produzione e la movimentazione di merci e servizi, causando significative perdite economiche alla controparte, dall’altro sanno che, nell’immediato, scioperare significa sospensione totale di ogni salario diretto e indiretto. Per di più, mentre il “padrone” può contare su una consistente riserva economica, i lavoratori non possono farlo e il loro “credito al consumo” è limitato alla prospettiva del solo salario (l’esplodere e il progredire di una crisi economica volatizzano nel giro di un paio di decenni al massimo le illusioni di ricchezza dell’aristocrazia operaia: le case di proprietà, il risparmio, il micragnoso investimento finanziario, l’agognata pensione, la mutua, la figlia che diventa dottoressa…).

Come dunque tradurre e riportare in vita il motto “resistere un minuto in più del padrone”? Certo, si lotta perché l’esito positivo della vertenza porti, oltre al miglioramento previsto, il totale recupero di quel che si sta perdendo. Ma nel frattempo non si può vivere d’aria e la frazione commerciante della borghesia credito non ne fa più: al supermercato, non si può chiedere, come al caro vecchio bottegaio, “segna, ti pago a fine mese”! Bisogna quindi tornare a una solidarietà economica che non sia più solo un’immediata “società di mutuo soccorso” di stampo caritatevole o, ancora peggio e sulla falsariga del ricatto tipico dei sindacati ufficiali, a una distribuzione clientelare di “assegni di sostegno”. Bisogna riscoprire e ripristinare sia casse di sostegno per ogni singola vertenza sia una cassa di resistenza che deve servire alla lotta generale e all’organizzazione stabile di tutti i lavoratori.

Troppo spesso sentiamo chiacchierare di “sindacato di classe” e nella migliore delle ipotesi questa chiacchiera è la riproposizione, più o meno in buona fede, di slogan che volgarizzano senza spiegare parole d’ordine antiche e sacrosante, oppure ripropone la nostalgia (attitudine questa tutta angustamente italica) della stagione delle lotte sindacali degli ultimi decenni del ‘900, portate alla sconfitta proprio della parte più “sinistra” dei sindacati ufficiali (ricordate il “Sindacato dei consigli”, i Comitati unitari di base e simili democratiche allucinazioni?). Gli elementi che la sostengono, in questa volontaristica astrazione, non hanno capito e non vogliono capire che la sconfitta che la nostra classe ha subito nel corso di una pluridecennale controrivoluzione non può essere esorcizzata con la nostalgia di un tempo che fu, che si pretende far rinascere ripetendo parole e formule il cui significato è ormai noto solo a una ristretta cerchia di persone che pensano di essere rivoluzionarie, mentre agiscono come un circolo di iniziati di una società esoterica autoreferenziale. L’esperienza storica delle lotte che abbiamo combattuto e combattiamo ci ha insegnato che la ripresa su vasta scala di un grande movimento di associazioni a contenuto economico, che non solo comprenda un’imponente parte del proletariato, ma che si sia scrollato di dosso anche la nefasta esperienza di tutta la gamma di misure riformiste di assistenza e di previdenza, quella ripresa non si compie solo per l’esaurimento delle risorse (briciole) con la cui redistribuzione i sindacati collusi e complici giustificano il proprio agire reazionario. Inoltre, quella ripresa non sarà un percorso lineare, con un accumulo ordinato di energie, esperienze, organizzazione: assisteremo invece, su scala locale e internazionale, a una serie di lotte che coinvolgeranno poche o tante aziende, più o meno numerose masse di lavoratori, lotte esplosive o lotte silenziose, soprattutto lotte con vittorie effimere e clamorose sconfitte. Sulla base di queste esperienze, che il Manifesto del Partito Comunista già identificò nella descrizione della nostra classe come “massa disseminata per tutto il paese e dispersa a causa della concorrenza”, massa di “operai [che] cominciano con formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario”, i proletari che si sono organizzati nel Partito Comunista devono operare affinché, con metodi e contenuti ben definiti, possano rinascere “sindacati di classe”, che in una prospettiva di contrasto sociale e politico alle contraddizioni della società del Capitale possano perfino diventare “sindacati rossi” e addirittura strumenti di agitazione e preparazione rivoluzionaria.

Rimaniamo ancora al Manifesto. Gli operai – leggiamo – “fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quelle eventuali sommosse”. Nell’alternarsi delle prime esperienze, più o meno vittoriose, di lotte e vertenze svincolate dalla tutela dei sindacati collusi e integrati risulta evidente che la prospettiva che porti a un’organizzazione di difesa stabile e permanente deve mettere in assoluta evidenza la questione di un sostegno economico che, a differenza di quel che accade nelle prime lotte dell’oggi, non può essere improvvisato e organizzato all’ultimo minuto. “Resistere un minuto in più del padrone” significa resistenza da pianificare in anticipo, organizzando, ben prima dell’inizio di una vertenza, una Cassa Sciopero che sostenga, senza distinzioni arbitrarie, tutti i lavoratori coinvolti e coloro che dipendono dai loro salari. Non si tratta di stabilire una somma che sostituisca una quota di salario da distribuire individualmente, ma di sfruttare quell’immediata pratica di allenamento alla lotta di classe per vivere esperienze che contrastino l’individualismo a cui ci costringe la vita della società borghese. La Cassa Sciopero andrà dunque organizzata con un sistema di acquisti collettivi, per il sostegno della vita quotidiana degli scioperanti e di tutte le persone che dipendono dai loro salari, e gestita da un Comitato costituito da elementi scelti e fidati, delegati dagli stessi lavoratori in lotta, affiancati da altri iscritti al sindacato con funzioni di solo supporto amministrativo. Anche dal punto di vista del suo finanziamento, un “Sindacato di classe” si deve distinguere e quindi dovrà rompere (o cercare di rompere) con le modalità di azione e organizzazione dei sindacati collusi e complici dell’economia nazionale. Oggi può sembrare velleitario, idealistico, “poco furbo”, rivendicare che l’adesione all’organizzazione implichi anche un sostegno di tipo economico, che deve essere gestito direttamente dai lavoratori fiduciari sul luogo di lavoro o nel distretto o comparto in cui si organizza la struttura sindacale territoriale, senza alcuna delega al “prelievo” sulla busta paga di una quota da versare (come se fosse una tangente!) al sindacato… Ma è anche in questa sola prospettiva che si può strutturare un’organizzazione libera dai ricatti e dalle pressioni dello Stato.

D’altra parte, anche nell’oggi dei primi tentativi di (ri)organizzazione autonoma, pur essendo costretti a subire le interessate leggi che regolamentano la “libertà” di organizzazione sindacale, la questione del tesseramento, principale forma di finanziamento, deve essere limpida, immediata, accessibile a tutti gli iscritti. Intendiamoci bene: il nostro Partito è ben lontano dalla leggendaria utopia nostalgica dell’anarcosindacalismo iberico (strangolatosi da se stesso infilando il collo nella forca staliniana, quando si è arruolato nel Fronte repubblicano della guerra di Spagna!), che rivendicava di essere un’organizzazione di centinaia di migliaia di iscritti con “un solo funzionario pagato”. Ma proprio da una contabilità precisa al centesimo parte la principale Cassa di Resistenza: cioè quanto è destinato per l’organizzazione che ha bisogno di sostenere i migliori e più combattivi lavoratori e metterli in grado, senza trasformarli in professionisti della carriera sindacale, di portare avanti la propria attività ordinaria: struttura, propaganda, mobilitazione, servizi di consulenza e assistenza giuridico-lavorativa e tutto quanto serve, per non parlare poi dei costi del sostegno diretto in tutte le forme a chi subisce la repressione dello Stato, a partire dalle spese legali.

Qualunque discorso sul “sindacato di classe” che non imposti e difenda questa prospettiva – pratica, concreta, vitale – è solo un demagogico parlare a vanvera.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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