Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
MESSINA (nuovo punto di contatto), Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
BENEVENTO, presso Centro sociale Asilo Lap31, Via Bari 1 - il primo Venerdì del mese, dalle ore 19.00.

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Venerdì, 13 Dicembre 2019

Cile: tra miseria crescente, scioperi e repressione militare

La costa di 6000 Km del Cile, affacciata sull’Oceano Pacifico, si è ritrasformata in un incubo di carri armati e di elicotteri, di negozi e banche presi sotto di mira dalle molotov, cataste di barricate e masserizie: una ventina i morti e oltre un migliaio i feriti, oltre 2600 gli arresti. Le strade sono pattugliate ed è stato imposto il coprifuoco dalle 22 alle 7 del mattino: si parla di migliaia di militari in assetto di guerra e le camionette con gli idranti chiariscono, in un batter d’occhio, il peso politico dello stato d’emergenza. Sfociata in una vera sommossa, la protesta che si sprigiona dalle condizioni sociali di vita e di lavoro mostra il proprio carattere antagonista: lavoratori in sciopero, scuole chiuse, manifestazioni oceaniche di studenti in tutto il paese. I video sfuggiti al controllo dei carabiñeros raccontano di soprusi e di torture nel chiuso delle caserme, nel buio dei metrò e delle strade. Quel che covava da tempo negli strati proletari e sottoproletari del Paese è esploso in un grido di rabbia, in un unico sentimento di rivolta. Per uscire dall’impasse, il presidente Piñera dapprima offre alla piazza la testa di tre ministri, punti di riferimento della crisi: Interni, Trasporti ed Economia, un mega rimpasto da far passare sotto il nome di “Patto per un nuovo Cile”; poi, qualche giorno dopo, ecco la resa dell’intero governo. L’offerta è stata rifiutata dal Frente Ampio: “la piazza non tratta finché la gente avrà il mitra puntato contro”.

 

Alle nuove generazioni del Sud-America è stato impedito di ricordare il terrore subito dai loro padri e dalle loro madri, cancellato dalla mente e dal cuore le migliaia di arresti e le torture degli anni di Pinochet, dimenticato la dittatura feroce scatenata (e vissuta) su un’intera generazione. Alcune date possono ricordarlo. Prima fase (1973-1976): il golpe militare dell’11 settembre del 1973 (gli aerei da combattimento attaccano il Palacio de La Moneda, l’esercito assalta il palazzo, Allende viene ucciso). Seconda fase: il consolidamento del periodo del potere (1977-1981). Terza fase: il crollo dell’economia e una prima ondata di proteste (1982-1983). Quarta fase: verso la liberalizzazione dell’economia (1984-1987). Quinta fase: avvicinamento controllato del regime a forme di democrazia (1988-1990). Quindi, la transizione verso la democrazia: le presidenze Alwyn (1990-1994); Frei (1994-2000); Lagos (2000-2006); Bachelet (2006-2010); Piñera (2010-2014); Bachelet (2014-2018); Piñera (2018-2022).

La realtà economica

Finora, l'economia cilena era riconosciuta internazionalmente come una delle più solide del subcontinente latino-americano. In quest’ultimo decennio, tuttavia, ha cominciato a perdere colpi. Il principale prodotto minerario esportato (il rame, il metallo rosso) ha cominciato la sua lenta scivolata, e altrettanto hanno fatto, d’importanza ancor più rilevante, il molibdeno, il platino e l’oro. L'agricoltura e l'allevamento, le principali attività economiche del centro e del sud del paese, hanno perso la loro spinta. L'esportazione della frutta e della verdura ha raggiunto livelli record grazie all'apertura dei mercati europei e nordamericani oltre che asiatici, di cui il Cile è uno dei principali esportatori. Si aggiungano poi la silvicoltura e la pesca: attualmente, il Paese ha superato la Norvegia per l’allevamento del salmone, come maggior esportatore al mondo. Il Paese è oltre tutto un grande produttore vinicolo. Quanto all'industria, è principalmente strutturata su piccole e medie unità, ad eccezione della produzione di farina di pesce prodotta da grandi industrie. Dal 1975, la moneta ufficiale è il peso cileno, pari a 0,0012€. Dopo la crisi mondiale apertasi nel 2008-2009, la situazione economica è cambiata. Così, in questi ultimi dieci anni, il costo della vita è aumentato del 150%, e il 70% dei cileni vive attualmente con uno stipendio inferiore ai 690€ e un indebitamento sociale crescente: 11 milioni cileni su 18 dicono di aver contratto debiti, non solo per gli aumenti degli affitti e il costo della bolletta elettrica (+10%), ma anche dei mezzi di trasporto. Caro prezzi, corruzione e bassi salari sono dunque la terna che sta al centro della situazione cilena.

Fronte caldo dell’America latina, il Cile, secondo i dati della Banca mondiale, è tra i paesi con maggiori “diseguaglianze” al mondo: di qui un profondo malcontento e uno stato di emergenza continua. Da tempo, le proteste crescenti per costi dei farmaci, delle assicurazioni sanitarie e del sistema educativo hanno fatto alzare il livello di guardia. L’aumento del prezzo dei biglietti del metro di Santiago ha poi fatto scattare l’allarme sui prezzi: nel giro di pochi giorni, la miccia si è accesa. Leggiamo più da vicino i dati economici: il 1% della popolazione detiene il 26% della ricchezza, mentre un 50% abbondante si divide il 2,1%. Chiamano “neoliberismo” il modello di sviluppo economico che ha creato ricchezza, ma solo per pochi.  “Siamo in guerra contro un nemico poderoso, che è disposto ad usare la violenza oltre ogni limite”, sbraita il presidente Piñera, mordendosi la lingua poco dopo. Ma la situazione cilena è figlia del capitalismo, e si accompagna alla privatizzazione di tutti i servizi essenziali, intensificatasi nei quasi trent’anni di governo di transizione alla democrazia (1990-2019). Sotto i governi di Michelle Bachelet, a seguito di proteste di piazza, ci sono stati alcuni “aggiustamenti” che però non hanno scalfito l’indirizzo generale. Il salario minimo si aggira sui 327mila pesos, pari a poco meno di 400 euro mensili.  In una città come la capitale, dove i costi per l’affitto e il cibo sono paragonabili a quelli europei, la stessa istruzione costa cara: si evita di andare nelle scuole pubbliche (dove ci sono 45-50 alunni per classe). Ad aumentare la corruzione sono intervenute le amministrazioni dei fondi pensione (Afp) che ogni anno accumulano guadagni milionari. A questo si è aggiunto il sistema sanitario privato, le cui tariffe, coperte solo per il 60%, emarginano gli anziani e sono tre volte più care per le donne. Non mancano le associazioni malavitose e le malversazioni nell’esercito e nei carabinieri (per 40 milioni di dollari) e, dal 2006, anche nelle cariche più alte.

Tutto questo ha significato la “retromarcia” fatta dal governo sull’aumento delle tariffe. Le manifestazioni di protesta si sono allargate ad altre città importanti. Il quinto giorno di protesta, circa un milione di persone ha invaso il centro di Santiago, da Plaza Italia, lungo tutta la principale arteria cittadina, a Plaza Alameda. La marcia è avvenuta nel primo dei due giorni di sciopero generale, indetto da una ventina di movimenti sociali e sindacali; nel secondo, sono scesi in strada gli abitanti di due delle città cilene più combattive, Valparaiso e Concepción. Di fronte all’estendersi della tensione, il presidente Piñera non poteva non proporre una strategia conciliatoria, annunciando l'invio al Congresso di un disegno di legge per annullare l'aumento delle bollette elettriche, primo provvedimento della cosiddetta "Agenda Sociale". Piñera ha poi aggiunto che sta lavorando, insieme ai capi della Difesa nazionale, a un piano di “normalizzazione” dello stato di emergenza allargatosi nel Paese, da una parte per ridurre i periodi di coprifuoco e d’altra per porre fine al ricordo della mattanza di Pinochet. Intanto, si sono moltiplicate le denunce della brutalità della polizia e dell’esercito, finora messe sotto silenzio.

Scioperi nella terra del metallo rosso

I paesi produttori di rame più importanti sono il Cile, il Perù, la Cina e gli Stati Uniti. Nella produzione di rame raffinato, al primo posto è la Cina (38% circa del totale), seguita da Cile (10%), Giappone (6%), Stati Uniti (5%) e Russia. La panoramica mondiale dei paesi che producono più rame conferma la fama del Cile come “terra del metallo rosso”. Il 2017 è stato un anno molto ricco per il rame, i cui prezzi hanno sfondato i 7.000$ per tonnellata. Nel 2018 questo slancio verso l’alto, tuttavia, si è fermato e il prezzo del metallo rosso è precipitato. Molti analisti, considerando la domanda e l’offerta di mercato, sono comunque ottimisti per i prossimi anni. Secondo gli ultimi dati dello US Geological Survey (USGS), la produzione globale di rame ha raggiunto i 19,7 milioni di tonnellate nel 2017, circa 400.000 tonnellate in meno rispetto all’anno precedente. Secondo gli ultimi dati (2017) dell’USGS, la classifica vede, però, come primo produttore il Cile (5,33 milioni di tonnellate): per il secondo anno consecutivo, la produzione cilena di rame è calata, ma il paese rimane comunque il più grande produttore del mondo (la causa principale del calo è stato lo sciopero dei lavoratori della miniera Escondida, gestita dalla BHP Billiton). Al secondo posto viene la Cina (1,86 milioni di tonnellate), il più grande consumatore di rame al mondo, che ha prodotto meno rispetto al 2016 e, soprattutto, ha ridotto le importazioni di rame per raffinerie (rottami), come parte del suo programma anti-inquinamento.

Oggi, la più grande miniera del mondo (la Chuqui, dal nome della città di Chuquicamata), si trova nel deserto di Atacama, nella regione di Antofagasta, e appartiene a un gruppo austro-australiano che vi estrae 1,1 milioni di tonnellate l’anno, pari al 9% dell’offerta mondiale. I giacimenti e gli impianti in passato erano sfruttati da filiali di compagnie statunitensi, in specie dalla Anaconda Company, ma nel 1966 ci fu il primo processo di “cilenizzazione”: la nazionalizzazione per la vendita e la raffinazione fu affidata a due società cilene, la Codelco e la Madeco, che non prevedevano indennizzi per le compagnie nordamericane. Per il petrolio, come per i diamanti e le altre materie prime, all’inizio dell'estrazione intensiva di rame i minatori in cerca di una vera opportunità di lavoro arrivarono nella regione a migliaia. La città, costruita nelle vicinanze del sito minerario, cominciò però ben presto a spopolarsi, benché la miniera abbia ormai raggiunto la zona occupata dalle case. La Codelco (Corporacion Nacional del Cobre de Chile) è l'impresa mineraria più grande. Per la grandezza delle sue installazioni e il volume di produzione è considerata una delle compagnie minerarie più grandi del mondo. Essa sta costruendo, alla periferia della città di Calama, nuove case per trasferire la popolazione, costruite dai suoi stessi lavoratori. La miniera ha quasi esaurito la sua capacità produttiva come miniera a cielo aperto: e infatti, nel 2012, sono iniziati i lavori di costruzione della miniera sotterranea.

Nei primi anni ’70 del ‘900, proprio il settore industriale, quello minerario in primo luogo, associato a quello dei trasporti su gomma del minerale, partecipò alla repressione, dando un duro colpo alle illusioni riformistiche di Allende, con l’inizio dell’alleanza mortale tra l’imperialismo americano e quello cileno (ma non solo). Segnarono allora il punto di partenza del drammatico epilogo del golpe: infatti, l’11 luglio di quest’anno è stato celebrato il 48° anniversario della nazionalizzazione della grande miniera del rame. Nel 1973 si giunse con Pinochet alla resa dei conti, al bombardamento del Palacio de La Moneda e all’assassinio di Allende. Le miniere, storicamente statunitensi, espropriate e nazionalizzate da Allende, prima del colpo di Stato, hanno rappresentato la più gigantesca opera di repressione sociale mai avvenuta con la partecipazione diretta delle classi medie. La nazionalizzazione fece scattare l’Ordine dello Stato, che portò all’uccisione, agli arresti, alla tortura e all’esilio di migliaia di cileni e alla tremenda pagina dei desaparecidos. Furono quelli gli anni in cui i famigerati “Chicago Boys” sperimentarono sulla carne viva dei cileni l’“iperliberismo”, che si è diffuso poi in tutto il pianeta. Nel paese più avanzato dell’America del Sud, fra le rivendicazioni economiche e sociali, si aspetta ancora oggi, così ci spiegano, una ripartenza del riformismo nazionalizzatore: “Se il rame fosse dei cileni, la scuola pubblica sarebbe gratuita per tutti”, dicono! I profitti e le rendite minerarie per due terzi vanno ancora alle grandi multinazionali. La richiesta della re-nazionalizzazione di tutte le risorse naturali del paese verrebbe “festeggiata” come “giornata della dignità nazionale”. Gli analisti finanziari spiegano che il rame è uno dei migliori indicatori della ripresa economica mondiale, ma affermano anche che le sue quotazioni sono determinate soprattutto da fattori extra-economici.

L’azione degli scioperi è, infatti, una delle cause determinanti della depressione dei prezzi. Lo sciopero che ha lasciato il segno, arrivando al 43esimo giorno di chiusura della miniera, è quello del 2017 nel centro minerario della Escondida, da cui proviene il 5 per cento di tutta la produzione mondiale di rame e il 19 per cento di quello cileno, per un totale di un milione di tonnellate l’anno. Furono 2.500, pari al 90% del totale dei lavoratori della miniera di rame, i minatori in agitazione, che quell’anno montarono di guardia in un accampamento di fronte all’ingresso, in pieno deserto di Atacama, a sud di Antofagasta, una piccola città che a 3.100 metri di altitudine ha bagni privati, mense, sale riunione e sale stampa. I picchetti costituiti dai minatori si sono scontrati con la polizia e il costo della protesta ha oltrepassato la cifra record di 650 milioni di dollari: esattamente quanto è costato lo sciopero precedente, quello del 2006, durato 26 giorni. Il 29 ottobre 2019, i minatori cileni di Escondida hanno proclamato una giornata di sciopero a sostegno del movimento di protesta contro le disuguaglianze socio-economiche nel Paese. Il motivo dello sciopero, si legge nella dichiarazione dell’organizzazione sindacale, è “l’adesione alla protesta sociale contro le politiche economiche e sociali che colpiscono i lavoratori e più in generale la grande maggioranza della società cilena”. Il sindacato e i minatori, chiedono ai membri del governo e del Congresso di “farsi carico dei bisogni” di gran parte della nazione e di “conciliare un dialogo” tra sindacati e organizzazioni sociali, al fine di concordare un “giusto patto sociale”, unico modo per superare la crisi attuale, secondo loro…

I dirigenti del sindacato cileno, fagocitato dallo Stato come ogni altro sindacato nazionale, non possono e non vogliono fare altro. Ben altro potrebbe essere il ruolo di avanguardia dei minatori, se il movimento sociale si liberasse dalla subordinazione ai fantasmi borghesi della libertà, della democrazia e del mito della condivisione delle risorse, delle ricchezze e dei beni comuni nazionali. In Cile come ovunque, nonostante povertà e oppressione, il proletariato fatica ancora a riprendere una lotta economica e sociale che non si limiti alla sacrosanta difesa, ma che cominci a prospettare un attacco al potere borghese. Al di là delle frontiere degli Stati imperialisti, solo il restauro e la riorganizzazione dell’organo rivoluzionario internazionale di classe può restituire al proletariato la possibilità di combattere per “cambiare il mondo”.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

International Press

 

                   

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