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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 06 Agosto 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

L’eterna questione degli “Arditi del Popolo”

  • Categoria: n. 01, gennaio-febbraio 2020
  • Pubblicato: Mercoledì, 05 Febbraio 2020 18:08

Dure a morire, le cattive abitudini: e così, periodicamente riaffiora, in libri e articoli [1], la questione degli “Arditi del Popolo”. A farsene battaglieri paladini – un po’ come quegli “strateghi da bar del lunedì”, che tutto sanno su quelle che sarebbero dovute essere la formazione giusta e la tattica corretta per vincere la partita – sono di volta in volta stalinisti ed ex-stalinisti, resistenziali, movimentisti, democratici “di sinistra” e compagnia cantante, tutti accomunati da un unico mantra che in soldoni si può riassumere così: “gli Arditi del Popolo erano la vera occasione per battere il fascismo; ma la direzione dogmatica e settaria del Partito Comunista d’Italia diretto dalla Sinistra lo impedì”. Punto. A questa questione, tutt’altro che di lana caprina o di puro interesse storiografico, abbiamo dedicato, sia allora (nei tumultuosi anni ’20) sia poi (nell’epoca della controrivoluzione democratica, nazifascista, staliniana), una gran mole di prese di posizione pratiche nel vivo delle battaglie di quell’epoca e, oggi, di ricostruzioni documentarie e di analisi polemica, come testimoniano i volumi III, IV e V della nostra Storia della Sinistra Comunista e numerosi articoli usciti sulla nostra stampa, fin dagli anni ’50 del ‘900. Di seguito, riproponiamo uno di questi articoli, che è anche la sintesi di un incontro pubblico tenuto da una nostra sezione nel corso del 2015.

L’inquadramento militare del Partito Comunista d’italia e il rapporto con gli “Arditi del Popolo”

Come sempre, a noi non interessa il ristabilimento di una verità storica fine a se stessa, puro esercizio accademico che lasciamo volentieri ai numerosi intellettuali della sinistra borghese. Costoro, come si sa, sono ansiosi di mostrare il proprio geniale acume nell’interpretazione critica dei testi: ma noi sappiamo anche che la falsificazione, le omissioni, la calunnia nei confronti della direzione di sinistra del PCd’I sono state e continuano a essere le armi che gli storici borghesi, gli stalinisti e i loro eredi usano per delegittimare un periodo glorioso di lotta politica.

***

Questo excursus sull’inquadramento militare del PCd’I, sulla posizione nei riguardi della lotta antifascista e sui rapporti con gli “Arditi del popolo” si basa sulla stampa di partito di quegli anni cruciali e risponde a una esigenza tutt’altro che formale: mostrare con i “documenti alla mano” quanto l’opera falsificatrice della storiografia ufficiale sia funzionale alla creazione del mito che vuole il PCd’I incapace di una azione pratica concreta perché intrappolato in un “purismo settario”. I documenti e i fatti dimostrano l’inconsistenza delle accuse dei numerosi critici all’operato della direzione di sinistra del PCd’I, che vorrebbero il partito costantemente arroccato su posizioni, per dirla con le parole di Togliatti, di “settarismo dottrinario e dogmatico”. D’altra parte, gli storici borghesi e gli intellettuali democratici o schierati nel campo stalinista e opportunista (cioè, nel campo della conservazione borghese), non fanno altro che il loro mestiere: mantenere l’apparato ideologico della dominazione di classe, i primi, e giustificare l’abbandono totale dei principi fondamentali del comunismo, i secondi – entrambi, agenti consapevoli delle forze che hanno determinato il più lungo periodo di controrivoluzione capitalista.

 

L’apparato illegale e militare

Un partito comunista che voglia assolvere i suoi compiti rivoluzionari (la guida del proletariato per l’abbattimento dello stato borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria necessaria per il mantenimento e la difesa del potere politico e la liquidazione della resistenza delle classi vinte) non può prescindere dalla costituzione di un apparato illegale e militare disciplinato e organizzato.

Prima della formazione del PCd’I, i proletari hanno avuto contro il blocco compatto della borghesia, con il suo Stato e i suoi apparati repressivi. Il PSI, che non ha mai avuto una organizzazione militare centralizzata, si dimostra un partito del tutto inadeguato a coordinare e a dirigere unitariamente, su scala nazionale, il fermento che muove migliaia di proletari delle città e delle campagne, durante il cosiddetto biennio rosso del ‘19-‘20. Di fronte all’avanzata fascista, il PSI non oppone altro che una sterile denuncia, considerando la creazione di una propria forza armata addirittura contraria agli stessi… principi del socialismo! Anche per i massimalisti di Serrati ogni posizione che individua nel partito la vera guida della rivoluzione è considerata una visione blanquista e volontarista: la rivoluzione “viene da sé”, per moto spontaneo delle masse! (A proposito di un altro ben radicato luogo comune, che attribuisce al PCd’I un ostinato meccanicismo fatalista: per noi, al contrario, la necessità della violenza non proviene dal basso, ma deve essere inquadrata dall’organizzazione centralizzata del partito). Per questo, la Frazione astensionista, nata all’interno del PSI nel 1919 e nucleo principale del futuro PCd’I insieme alla Federazione giovanile socialista, individua subito la necessità di preparare una organizzazione armata di partito.

A gennaio 1921, quando nasce il PCd’I, l’ondata rivoluzionaria sta già rifluendo e la reazione della borghesia, attraverso gli apparati legali dello Stato e quelli “illegali” del fascismo, si scatena in tutta la sua virulenza, mentre il partito è solo all’inizio della sua organizzazione. Come riconosce anche Ruggero Grieco, in un articolo del 1922: “Il nostro partito, nato in ritardo, si è trovato nella condizione di doversi dare un’organizzazione nello stesso momento in cui era costretto dagli avvenimenti a difendersi dalla reazione della classe borghese. La organizzazione dei primi mesi fu tumultuaria, affannosa, con caratteri di provvisorietà”.

Nel Rapporto del CE del PCd’I, a firma di Bordiga, Fortichiari e Grieco, del 20 maggio 1921, al CE dell’Internazionale Comunista, è scritto: “Bisogna pensare che nel suo periodo di organizzazione il PC ha dovuto constatare l’assenza di ogni preparazione sistematica all’armamento del proletariato, alla propaganda nell’esercito, all’inquadramento delle forze rivoluzionarie, ecc. […]”. Prima ancora, nel famoso Appello contro la reazione fascista, pubblicato ne “Il comunista” del 2 marzo, che riportiamo quasi integralmente, viene detto: “L’inferiorità proletaria – che sarebbe inutile dissimulare – dipende dalla mancanza nelle file del generoso nostro proletariato d’un inquadramento rivoluzionario quale può darlo solo il metodo comunista, attraverso la lotta contro i vecchi capi e i loro metodi sorpassati di azione pacifistica. I colpi della violenza borghese vengono ad additare alle masse la necessità d’abbandonare le pericolose illusioni del riformismo e di disfarsi dei predicatori imbelli d’una pace sociale che è fuori delle possibilità della storia. Il partito comunista […] non predica il disarmo degli spiriti e la rinunzia alla violenza, dice alto ai lavoratori che le loro armi non possono essere solo le armi metaforiche o astratte della propaganda o della legalità schedaiola, proclama con entusiasmo la sua solidarietà con quei lavoratori che hanno con gli stessi loro mezzi risposto all’offensiva dei bianchi [i fascisti, come erano chiamati allora - ndr.]. Il partito comunista addita ai lavoratori i capi di quegli organismi, che […] seminano il disfattismo tra le masse, ed incoraggiano la baldanza della reazione. La parola d’ordine del partito comunista è dunque quella di accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende, attrattavi irresistibilmente dal divenire della crisi morale che la dilania; è di rispondere con la preparazione alla preparazione, con l’organizzazione all’organizzazione, con l’inquadramento all’inquadramento, con la disciplina alla disciplina, con la forza alla forza, con le armi alle armi. […] Mentre l’azione e la preparazione devono sempre più divenire effettive e sistematiche, […] nella situazione che si è delineata fino a quel momento è inevitabile la constatazione che molto deve ancora compiersi perché la risposta proletaria agli attacchi dell’avversario assuma quel carattere d’azione generale e coordinata, che sola potrà assicurare la vittoria finale. […] Allo stato dei fatti, il partito comunista afferma che non si deve accettare un’azione nazionale diretta da coloro il cui metodo non può condurre che al disastro. Se quest’azione dovrà iniziare, il partito comunista farà il suo dovere perché il proletariato non sia tradito nel massimo del suo sforzo, e vigilerà da tutti i lati sugli avversari della rivoluzione. Oggi quindi il partito comunista dà ai suoi militanti la norma della resistenza locale su tutti i fronti dell’attacco dei bianchi, della rivendicazione dei metodi rivoluzionari, della denunzia del disfattismo dei socialdemocratici […].”

L’Appello spiega con chiarezza le difficoltà di ottenere risultati immediati apprezzabili nella lotta contro i fascisti: l’ostacolo maggiore al passaggio all’azione rivoluzionaria diretta e generale contro la borghesia è rappresentato proprio dall’opera di sabotaggio del Partito Socialista e dei massimalisti parolai e inconcludenti, dispensatori di illusioni o di rassegnazione fatalista.

L’inquadramento militare si compie, non senza le difficoltà legate al fatto che nello stesso tempo si completa anche l’opera d’inquadramento politico e organizzativo, nella primavera del 1921. Naturalmente, non si può separare l’aspetto militare da quello politico: come abbiamo già detto, il primo non può prescindere dalle finalità programmatiche e dai criteri organizzativi del partito. La chiarezza strategica è la condizione dell’efficacia dell’azione tattica pratica. Quindi, l’inquadramento militare non può sorgere che su base di partito, assoggettato esclusivamente alla disciplina di partito, caratterizzato dall’inconfondibilità dei propri obiettivi rivoluzionari. E, se non si escludono affatto azioni congiunte e contingenti delle forze comuniste con altre forze politiche, si rifiutano nettamente intese organizzative che sottomettano le milizie comuniste alla disciplina di comandi unici militari o di stati maggiori esterni al partito.

In un articolo pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 26/03/1921, Bordiga scrive: “Noi dichiariamo incompatibile per i comunisti sovrapporre alla disciplina organizzativa del loro partito l’impegno, ad esempio, ad eseguire le disposizioni di un ‘comando unico’ costituito da delegati di vari partiti, e ciò non solo se si tratta di legarsi in questo reciproco impegno con i movimenti rivoluzionari falsificati di cui prima si parlava, ma altresì nei riguardi dei sindacalisti [gli anarco-sindacalisti – ndr.] e degli anarchici. Si noti che l’escludere intese organizzative non esclude che si svolgano azioni nelle quali le forze comuniste possano agire in direzione concomitante ad altre forze politiche; ma occorre conservare il pieno controllo delle nostre forze per il momento in cui le alleanze di un periodo transitorio potranno e dovranno decomporsi e in cui si porrà in tutta la sua integrità il problema rivoluzionario. […] I comunisti devono rifiutare di partecipare ad iniziative di intese politiche aventi carattere ‘difensivo’ contro gli eccessi dei bianchi, ma con l’obiettivo insidioso di ristabilire ‘l’ordine’ e fermarsi lì.”

Come ricorda il Rapporto dell’Ufficio I (o illegale) al CE dell’IC (datato 14/12/1921), la creazione di un apparato militare e illegale (per l’appunto, l’”Ufficio I”, o “illegale”, presieduto da Bruno Fortichiari del CE) risponde a un preciso obbligo statutario dell’Internazionale Comunista: ogni partito comunista rivoluzionario deve necessariamente possedere un apparato militare e clandestino. Vengono quindi costituite le prime squadre di azione comuniste, rigidamente organizzate e disciplinate, con compiti da eseguire precisamente dettagliati. Le squadre (come riporta l’articolo ”Lotte proletarie in Italia: estate 1922”, uscito su questo stesso giornale, n.5/2015) erano “composte da elementi scelti in grado di svolgere azione di informazione nell’esercito, di raccolta di dati sulle disponibilità dei magazzini militari e sui mezzi a disposizione; e gruppi di reduci di guerra con esperienza di armi erano costituiti allo scopo di assumere la direzione tecnica necessaria. Secondo una relazione anonima caduta nelle mani della polizia, veniva condotto un serio addestramento dei gruppi militari. I dirigenti di ogni gruppo erano convocati ogni due settimane per relazionare al proprio comando sul lavoro di sorveglianza, controllo, inquadramento, ecc. Lo scopo è, da una parte, quello di proteggere il partito (e insieme a esso le sedi operaie, i circoli, le Camere del lavoro) e, dall’altra, di prepararlo al compito precipuo di guida e direzione della rivoluzione proletaria, dell’offensiva per la presa del potere politico – compiti generali dei partiti comunisti rivoluzionari, ma anche esigenza specifica nell’Italia del 1921, funestata dagli attacchi concentrici degli squadristi fascisti e della Guardia regia e che vede il sorgere di movimenti interclassisti inquadrati militarmente ma con finalità legalitarie e democratiche come gli “Arditi del popolo”, di cui parleremo più avanti.

Il partito lavora in questo periodo per trasformare le molte risposte spontanee in azioni centralmente pianificate, inserendole in un quadro più generale di lotta rivoluzionaria contro il capitale. Non sottovaluta il fascismo, nei confronti del quale non ostenta un “atteggiamento di distaccata avversione”, come i soliti interessati calunniatori pretendono. Anzi, grazie alla disciplina e alla chiarezza dei propri obiettivi, il PCd’I continua a fronteggiarlo politicamente e militarmente, anche dopo l’esaurirsi della meteora degli “Arditi del popolo” e la vergogna del famoso “patto di pacificazione” firmato il 3 agosto 1921 da fascisti, PSI e CGL. Naturalmente, ciò che si nega con forza è la tesi secondo cui la contraddizione principale sarebbe quella tra fascismo e democrazia, e non tra dominazione borghese (socialdemocratica o fascista) e rivoluzione proletaria.

 

Il rapporto con gli “Arditi del popolo”

Sulla questione del rapporto del PCd’I con gli “Arditi del popolo” o con altre formazioni militari antifasciste d’ispirazione democratica, il cui scopo ultimo è per l’appunto il ristabilimento dell’ordine legale borghese “minacciato” dalla reazione fascista, facciamo di nuovo ricorso ai documenti originali.

Nella Relazione del PCd’I al IV Congresso dell’Internazionale comunista (novembre 1922)”, sugli “Arditi del popolo” così si scrive: “La Centrale dette decisamente la disposizione che il nostro organismo di inquadramento dovesse restare affatto indipendente dagli Arditi del popolo, pur lottando a fianco di questi come molte volte è avvenuto quando si avessero di fronte le forze del fascismo e della reazione. […] L’azione di un organismo militare e il suo indirizzo successivo, data la grande unità di accentramento organizzativo che esso deve avere, e quindi la poca mutevolezza della sua gerarchia dirigente, assume accentuandoli i caratteri che ha quella degli organismi politici: non è indipendente dal suo ‘programma’ ossia dalla piattaforma su cui sorge e raccoglie adesioni. […] tutte le ragioni che dimostrano come i comunisti dovessero lavorare nel seno dei sindacati unitari, ma al tempo stesso rompere l’unità del partito socialista immobilizzatrice della tendenza rivoluzionaria, stanno a dimostrare che non si poteva fare un utile lavoro nel seno degli Arditi del popolo, e che a un certo punto questi si sarebbero (bloccati) in una posizione tale da immobilizzare chiunque non disponesse di una organizzazione inquadrata indipendentemente, producendo una situazione analoga a quelle notissime di impotenza rivoluzionaria in cui il partito socialista per la ‘forza d’inerzia’ della sua tradizione di metodi e di organizzazione metteva non solo la minoranza di sinistra, ma perfino i capi di tendenza rivoluzionaria. Questa differenza di scopi su cui sorgeva l’organizzazione degli Arditi del popolo rispetto alla nostra consisteva nel loro obiettivo, comune a quello dei socialpacifisti, di arrivare a un governo che rispettasse la libertà di movimento del proletariato sulla base del diritto comune, evitando la fase della lotta contro lo Stato, anzi prendendo posizione contro chiunque turbasse la cosiddetta civile lotta d’idee tra i partiti. […] La formazione degli Arditi del popolo non corrispondeva al risultato improvvisamente conquistato che il proletariato riuscisse a dotarsi di una organizzazione unitaria di lotta per rispondere adeguatamente alle provocazioni fasciste. L’organizzazione non muoveva dal basso, ma muoveva da un centro che tendeva a monopolizzare il controllo dell’unione proletaria. […] L’opposizione degli Arditi del popolo coincise con l’interregno tra i gabinetti di Giolitti e Bonomi. Come essa non superò la prova della politica fascistica del secondo – ed è sciocco dire che questo fosse dovuto alla non partecipazione dei comunisti, poiché la pratica sta a provare che casi di minore resistenza proletaria si ebbero dove i nostri per fretta o poca disciplina si erano messi sul terreno degli Arditi del popolo, e perché in ogni caso le forze dell’inquadramento comunista erano a disposizione per un’azione comune – così nel caso di un ministero di colore nittiano si fosse formato, gli Arditi del popolo potevano divenire una forza illegale del governo legale, e non tanto per tenere a freno l’arbitrio delle bollenti squadre fasciste, quanto per intervenire quando domani fosse risultato che gruppi di proletari si organizzavano per provocare una azione rivoluzionaria contro lo Stato governato da ministero di sinistra e magari di collaborazione coi socialisti. Altri argomenti di ordine pratico sorgono dai casi di poca fedeltà di nostri alleati di vario colore in operazioni illegali, che convinsero praticamente il partito come in questa sfera le coalizioni non siano fattibili.”

Un documento del CE del partito e della Federazione giovanile del 7 agosto 1921 chiarisce senza ombra di dubbio la posizione del PCd’I circa l’inquadramento militare delle forze comuniste e come esso sia strettamente legato e dipendente dal programma del partito rivoluzionario: “L’inquadramento militare proletario, essendo l’estrema e più delicata forma dell’organizzazione della lotta di classe, deve realizzare il massimo della disciplina e deve essere a base di partito. La sua organizzazione deve strettamente dipendere da quella politica del partito di classe. Invece l’organizzazione degli Arditi del popolo comporta la dipendenza da comandi, la cui costituzione non è bene accertata, e la cui centrale nazionale, esistente malgrado non sia ancora agevole individuarne l’origine, in un suo comunicato assumeva di essere al di sopra dei partiti, ed invitava i partiti politici a disinteressarsi ‘dell’inquadramento tecnico-militare del popolo lavoratore’, il cui controllo e dirigenza resterebbe così affidato a poteri indefinibili e sottratto all’influenza del nostro partito. Il Partito comunista è quello che per definizione si propone d’inquadrare e dirigere l’azione rivoluzionaria delle masse; di qui un’evidente e stridente incompatibilità. Oltre alla questione dell’organizzazione e della disciplina, vi è quella del programma. Gli ‘Arditi del popolo’ si propongono, a quanto sembra (sebbene in quel movimento si tenda a porre la costituzione dell’organizzazione al disopra e all’infuori della definizione degli obiettivi e delle finalità, cosa di cui è facile intendere i pericoli), di realizzare la reazione proletaria agli eccessi del fascismo, coll’obiettivo di ristabilire ‘l’ordine e la normalità della vita sociale’. L’obiettivo dei comunisti è ben diverso: essi tendono a condurre la lotta proletaria fino alla vittoria rivoluzionaria; essi negano che prima della definizione di questo conflitto […] si possa avere un assetto normale e pacifico della vita sociale; essi si pongono dal punto di vista dell’antitesi implacabile tra dittatura della reazione borghese e dittatura della rivoluzione proletaria. […] Per queste considerazioni, che non dovrebbe essere necessario ricordare ai comunisti, e che la pratica conferma e confermerà sempre meglio, gli organi centrali del Partito comunista hanno posto opera alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario, e non si sono lasciati deviare dalla apparizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stesso senso della nostra, non saranno certo considerate come avversarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico, che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici e di falsi amici di oggi e di domani”.

Il fermo rifiuto del PCd’I è naturalmente completamente contrapposto a quello del PSI, improntato al completo passivismo, all’immobilismo e al demagogismo parolaio. Tuttavia, rappresenta un motivo di contrasto con l’IC (già manifestatosi nel corso del suo III Congresso, 1921, relativamente al “fronte unico politico”), che diventerà ancora più acuto nel 1922. In sostanza, il CE dell’IC disapprova l’atteggiamento del partito italiano nei confronti degli Arditi del popolo, rispetto ai quali il PCd’I opporrebbe questioni troppo teoriche e di principio. In una lettera inviata per conto del CE il 7 novembre del ’21, Ruggero Grieco fornisce un resoconto al CE dell’IC forse troppo incentrato sulle contingenti ambiguità politiche del movimento degli Arditi e su certe manovre politiche sotterranee, invece che sulle questioni basilari. Riportiamo ampie parti della lettera: “Utilizzo l’occasione per parlarvi brevemente del problema degli ‘Arditi del popolo’. Abbiamo tralasciato di mandarvi una lettera al riguardo perché ritenevamo vi foste fatti un concetto della nostra posizione su questo problema attraverso le pubblicazioni dei nostri giornali che vi inviamo regolarmente. In realtà oggi non ci sono quasi comunisti nelle fila degli Arditi e i pochi che ancora vi si trovano ne usciranno tosto. E questo in base a decisioni prese dal Comitato esecutivo del nostro partito. Non si tratta del desiderio nazionale di isolare i comunisti da un movimento di massa e nemmeno del sentimento infantile di intransigenza aprioristica ad averci indotto a prendere una disposizione di questo tipo, ma la valutazione obiettiva del fenomeno. Conoscete la reazione fascista e sapete come il nostro proletariato, defraudato di una sicura direzione o ancor più diretto da socialisti i quali predicano la viltà e la rinuncia alla lotta, fosse all’inizio sconcertato e disgregato. L’ingresso di Giolitti nel ministero significò un aggravamento dell’offensiva fascista a cui si unirono i poteri dello Stato e le sue forze armate. Da allora l’opposizione costituzionale contro il ministero Giolitti si basò specialmente sull’ ‘antifascismo’; nel marzo di quest’anno a Roma vide la luce un quotidiano, ‘Il Paese’, diretto dal rinnegato Ciccotti, questo giornale era il solo, nell’Italia centrale e meridionale, a volgersi in maniera ardita contro il fascismo… Attorno al ‘Paese’, l’organo di Nitti, l’aspirante alla successione di Giolitti, si raccoglieva una gran parte del proletariato e della piccola borghesia del mezzogiorno e così la politica di Giolitti incominciò a barcollare. Improvvisamente in luglio apparvero, senza la minima preparazione, senza che se ne sapesse nulla prima anche nell’ambiente operaio, dei gruppi organizzati militarmente che si denominarono ‘Arditi del popolo’ e dichiararono di voler lottare contro il fascismo. Grande fu la reazione, forte l’impressione; il proletariato di tutta Italia si univa attorno a questa organizzazione e in molte città, specialmente in quelle regioni dove le azione delle bande bianche erano più violente (Bergamo, Alto Veneto, ecc.) si costituirono organi analoghi, in cui si univano comunisti, socialisti, anarchici, repubblicani, persino popolari; per un momento sembrò che il fascismo andasse in rovina, ‘Il Paese’, sostenuto dall’’Epoca’, un altro giornale di Nitti, rafforzò la sua campagna e il ministero Giolitti cadde. Contemporaneamente cadde tutto il segreto che aveva prima coperto la fondazione degli Arditi e si venne a sapere che doveva ringraziare Nitti della sua nascita, che aveva per obiettivo di dare vita a un movimento contro i fascisti e quindi contro Giolitti. Il capo dell’organizzazione Argo Secondari, ex tenente volontario di guerra, interventista e d’annunziano, è diventato noto lo scorso anno per una congiura militare, ‘il complotto di Pietralata’, in cui è stato compromesso; accusato pubblicamente di essere un agente della polizia, non ha ritenuto giustificarsi; tutto questo dà un’idea dell’organizzazione diretta da lui. […] Tale è dunque l’origine degli ‘Arditi del popolo’ che non sembrò particolarmente opportuno legare alle sue sorti, in qualsiasi modo, il partito comunista. Inoltre, dopo che venne raggiunto lo scopo e Giolitti cadde, gli Arditi persero i loro vecchi sostegni e cominciò la decomposizione: il capo Argo Secondari e il suo stato maggiore quando le fonti di denaro si esaurirono diedero le dimissioni e scomparvero; una volta perso il loro sostegno ‘dall’alto’ gli Arditi vennero sfrattati da Palazzo Venezia; i socialisti che nel frattempo avevano firmato il patto di pacificazione con i fascisti cominciarono a sabotarli; anche la simpatia del proletariato… andò persa. Allorché fu terminata la sua funzione nell’ambito della politica borghese parlamentare, una volta concluso l’episodio di lotta Nitti-Giolitti, gli Arditi del popolo persero ogni ragione di esistenza.”

La risposta di Bucharin a nome del CE dell’IC insiste su un punto sbagliato: il presupposto che gli Arditi del popolo siano “una organizzazione di massa proletaria e in parte piccolo borghese” nata per combattere il fascismo. Rifacendosi all’esperienza del lavoro svolto dai rivoluzionari russi in organizzazioni piene di spie e infiltrati da agenti di polizia nel 1903-1905, Bucharin esorta i comunisti italiani a non cedere ai nemici l’elemento principale della sua azione politica: la massa proletaria. Egli pensa che il motivo principale della posizione del PCd’I nei riguardi degli Arditi risieda nella paura di non riuscire a controllare il movimento a causa della propria debolezza organizzativa. Dice Bucharin: “agli inizi avevamo a che fare con una organizzazione di massa proletaria e in parte piccolo borghese che si ribellava spontaneamente contro il terrorismo fascista […]. A questo punto arriva Nitti con il suo seguito e […] si impadronisce del movimento. Dove erano dunque i capi effettivi della massa operaia? Dove erano in quel momento i comunisti? Erano occupati ad esaminare con una lente d’ingrandimento il movimento per decidere se era sufficientemente marxista e conforme al programma? Non lo crediamo. Ci pare piuttosto che il nostro giovane PCI in quel momento era troppo debole per poter dominare questo movimento spontaneo. […] Il PCd’I doveva penetrare subito, energicamente, nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo borghesi, denunciare gli avventurieri ed eliminarli dai posti di direzione. Porre elementi di fiducia in testa al movimento. […] Cari compagni, ci siamo permessi di spiegarvi la nostra opinione sinceramente perché ci pare che abbiate trattato il problema in modo troppo teorico e di principio. Il vostro giovane partito deve utilizzare ogni possibilità per avere contatto diretto con larghe masse operaie e per vivere con loro. Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso compiere errori con la massa, che lontano dalla massa, racchiusi nella cerchia ristretta dei dirigenti di partito, affermare la nostra castità per principio.

Non abbiamo dubbi sulla giustezza della posizione che vuole sempre e quanto più possibile il partito a contatto diretto con la massa proletaria: ma non è corretta la valutazione degli “Arditi del popolo” come un movimento spontaneo, di massa, proletario, e solo in parte piccolo borghese e privo di un programma politico (in realtà, il loro programma politico è il ristabilimento della legalità e dell’ordine borghese prima, della repressione di chi attenti alla normalità della vita civile, cioè i comunisti, poi). Essi sono stati in realtà, in quanto formazione militare, una struttura rigida e gerarchizzata, alla quale il giovane partito italiano avrebbe dovuto consegnare il proprio apparato militare, rinunciando a ogni prospettiva classista e rivoluzionaria e fornendo loro un apporto di massa, e non viceversa. L’esigenza del PCd’I era invece quella di difendere il partito e le masse che a esso fanno riferimento, di non deviare dal proprio programma rivoluzionario e di non fornire le proprie forze a gruppi borghesi in conflitto tra loro. Il partito si sarebbe indebolito proprio del suo elemento naturale: la massa operaia. Questione di vita e di morte, come dimostra il fatto che l’unico partito che continua ad opporsi alla reazione borghese con la partecipazione proletaria armata sia proprio il PCd’I, dopo la breve apparizione e la successiva disgregazione del movimento degli Arditi.

 

Per approfondire questi temi:

Storia della sinistra comunista, Vol. III (Cap.VII: “Il partito nel vivo dell’azione di classe”)

Storia della sinistra comunista, Vol. IV (Cap III: “L’apparato illegale del PCd’I, gli Arditi del popolo, il fascismo”)

Storia della sinistra comunista, Vol. V (Relazione del PCd’I al IV Congresso dell’Internazionale Comunista - novembre 1922, Cap. II, Par. “La lotta contro la reazione”)

 

I documenti:

- “Per l’inquadramento del partito” (“Il Comunista”, 14/7/1921, riprodotto in Relazione… )

- “Disposizioni per l’inquadramento delle forze comuniste” (“Il Comunista”, 21/7/1921, riprodotto in Relazione… )

- “Inquadramento delle forze comuniste” (“Il Comunista”, 7/8/1921, riprodotto in Relazione… )

- “Difesa proletaria” (“Il Comunista”, 4/3/1922, riprodotto in Storia…, Vol. IV)

- “Rapporto dell’Ufficio I (o illegale) al CE dell’IC (14/12/1921)” (riprodotto in Storia…, Vol. IV)

- “Tre documenti sull’organizzazione militare del PCd’I” (“Il programma comunista”, n.6/2014)

 

Alcuni articoli recenti:

- “Memoria storica. Gli Arditi del popolo”, Il programma comunista, n.3/2005

- “Lotte proletarie in Italia: estate 1922”, Il programma comunista, n.5/2015

 

[1] Fra i più recenti, si possono ricordare i volumi di Luigi Balsamini, Gli Arditi del Popolo. Dalla Guerra alla difesa proletaria contro il fascismo, 1917-1922, Galzerano 2018, e di Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019.

 

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                                                                           (il programma comunista)

 

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