Primi insegnamenti a caldo da trarre dal massacro di Beirut

La devastazione prodotta dalle esplosioni nel deposito al porto di Beirut, con i suoi morti e feriti e le decine di migliaia di sfollati rimasti senza casa e senza nulla, non ha fatto che accelerare e approfondire in modo ancor più drammatico i danni e le contraddizioni di un lungo periodo di crisi economica e instabilità sociale che ha investito lo stato libanese.

La popolazione immiserita ed esasperata (proletari e masse in rapido processo di proletarizzazione) è scesa nelle strade per urlare la propria rabbia circondando alcuni luoghi simbolici del potere e si è scontrata con le "forze dell'ordine".
Questo giusto furore ha reso ancor più visibile la frattura di classe che affiora e si rende sempre più evidente, abbattendo le barriere delle artificiose divisioni confessionali ereditate dai lunghi anni del dominio coloniale e rinsaldate dall’opera di tutti gli imperialismi.


Purtroppo, come è successo nelle cosiddette "primavere arabe", quest'energia, al posto di porsi l'obbiettivo di un effettivo cambiamento politico, corre il “solito" rischio di insabbiarsi nelle demagogiche parole d'ordine della "lotta alla corruzione", “all'inefficienza del governo", "al fallimento di una classe politica inamovibile, dinastica e dunque incapace". E intanto i principali politicanti delle metropoli imperialiste, Macron e Conte per primi, sono già svolazzati come avvoltoi per aiutare a… riparare i guasti.
Al di là delle analisi e degli approfondimenti che si potranno e si dovranno fare, risultano comunque evidenti le seguenti cose:
1- Il modo di produzione capitalistico non sta più insieme. Dagli USA all'India, dalla Cina al Sud Africa, dalla Vecchia Europa all'Australia, la crisi comincia a far esplodere a un ritmo sempre più incalzante lacerazioni non solo economiche ma sociali. Gli scontri bellici che per ora investono "solo" le aree di "tradizionale" interesse imperialista (materie prime, gasdotti e oleodotti, vie di commercio e simili...) massacrando più di qualsiasi pandemia, insieme all'inasprirsi dei più "strani" scontri commerciali vanno preparando la vera e propria guerra inter-imperialistica generalizzata.
2- E' ora che ai movimenti sociali che nascono da questi sussulti si ponga l'obiettivo di una trasformazione radicale della società, perseguibile soltanto a condizione che il proletariato, la classe dei senza riserve, ne prenda la guida, contro ogni fumisteria interclassista e democratica.
3- E' evidente che, per impedire che questi movimenti sociali si impantanino in un riformismo nazionalista, religioso, patriottico che in ogni caso prepara alla guerra imperialista, è necessaria l'organizzazione politica internazionale della classe dei senza riserve, l'unica che può e deve boicottare e combattere ogni unità con tutte le borghesie nazionali e imperialiste.
4- Non c'è alternativa contro i guasti, le distruzioni, i massacri di questa borghesia asina e assassina: ci si deve organizzare per una politica rivoluzionaria (idee chiare, obbiettivi praticabili, intransigenza e determinazione nell'agire), che faccia solo ed esclusivamente gli interessi antinazionali del proletariato internazionale.
5- Bisogna quindi lavorare con determinazione, lucidità e passione al restauro dell'unico Partito (Teoria-Principi-Programma-Tattica-Organizzazione) che può e deve propugnare questa politica di preparazione rivoluzionaria.
Se non ci si orienta in questo senso, se non si sente fin dentro le ossa questa determinazione e questa urgenza, ci si consegna ad un futuro di autentica distruzione di massa.

9/8/2020

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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