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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Che cosa vuol dire comunismo

  • Categoria: n. 04, luglio-settembre 2020
  • Pubblicato: Domenica, 13 Settembre 2020 11:21

Una delle più pesanti conseguenze della sconfitta sul campo dell’ondata rivoluzionaria aperta dall’eroico, glorioso e internazionalista Ottobre Rosso 1917 [1], è stata quella di aver travisato e tentato di distruggere l’obiettivo politico che si pone a conclusione del processo di radicale e sovvertitrice trasformazione sociale che il proletariato di tutto il mondo è « costretto » a condurre sotto la guida della sua avanguardia rivoluzionaria : il Partito Comunista Internazionale.

Nella sua resistenza a tutti gli aspetti di questa controrivoluzione, il nostro Partito ha combattuto e continua a combattere anche per difendere e propugnare le linee generali, il contenuto e le forme del Comunismo.

Con questo primo articolo, vogliamo quindi tornare a riproporre a tutti coloro che, come noi, sono materialisticamente spinti a combattere contro gli orrori della società borghese, senza l’ombra di volontarismo idealistico e utopico, la trama della nuova società, così come si va configurando nel processo rivoluzionario.

Non dimentichiamo infatti che: “I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; dall’altro, per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta fra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento proletario nel suo complesso. In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge in avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio rispetto alla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento, i risultati generali del movimento proletario” (Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista, Cap. II, “Proletari e comunisti”).

***

Parlare di "comunismo" oggi significa innanzitutto rivoltare come un guanto l'idea che ha dominato per quasi un secolo, sotto l'influsso della propaganda staliniana, del gracidare opportunista-riformista-socialdemocratico, della stessa ideologia borghese. Significa smascherare la menzogna del "socialismo in un solo paese", del "socialismo reale".

Proviamo prima di tutto a ricapitolare alcuni concetti basilari.

Il comunismo non è morto in Russia (e altrove), per la semplice ragione che in Russia (e altrove) economicamente non è mai nato. Comunismo significa infatti abolizione del lavoro salariato, delle merci, del denaro, del profitto, della competizione economica, delle classi sociali, dello Stato. Mentre in Russia (e altrove) esistevano il lavoro salariato (i lavoratori ricevevano una paga), il denaro (come merce universale di scambio), il profitto (aziende e cooperative dovevano chiudere i bilanci in attivo), la competizione economica (c'erano un mercato interno e una progressiva apertura al mercato mondiale), classi sociali ben distinte, uno Stato agguerrito sia all'interno che all'esterno.

Se, prima del 1989 (prima, cioè, del crollo del "muro di Berlino", con tutte le sue drammatiche conseguenze), si fosse guardato alle cosiddette "due fette del mondo moderno" con gli occhi della critica materialista (dunque, senza lasciarsi ingannare da quella tragica menzogna), ci si sarebbe accorti di una fondamentale somiglianza tra il modo di funzionamento e i risultati raggiunti da quelli che venivano definiti due “sistemi diversi”. Da entrambe le parti, le città crescevano a dismisura trasformando in deserto le campagne, la produzione di missili nucleari e carri armati avveniva a scapito dell'alimentazione di enormi masse umane, si sviluppavano la concorrenza tra operai, il lavoro salariato, l'alienazione e il dispotismo di fabbrica. Da entrambe le parti, imperversavano l'anarchia del mercato, le crisi periodiche, le giungle degli appetiti statali e le guerre di saccheggio e oppressione, si aveva accumulazione di ricchezza a un polo della società e miseria all'altro, si scontravano gli interessi di classi opposte, si gonfiava smisuratamente la macchina dello Stato, si tendeva sempre più a considerare burocrazia e polizia come i rappresentanti esclusivi degli interessi collettivi. Comunismo tutto ciò? Ma fateci il piacere!

Che cos'era dunque successo in Russia? Per noi comunisti internazionalisti, la risposta è sempre stata chiara. In Russia, sotto Stalin e successori, non vigeva il comunismo ma il capitalismo, un capitalismo in larga misura di Stato, gestito, in tutta una serie di settori, centralmente (mentre in altri settori, soprattutto nell'agricoltura, esistevano ancora forme diverse di piccola produzione, addirittura anche precapitalistiche). In Russia, si stava cioè facendo quello che ogni regime borghese ha sempre fatto al tempo della sua “accumulazione originaria” e poi via via “allargata”: creare le condizioni economiche di uno sviluppo capitalistico su larga scala grazie all'intervento centrale dello Stato. A Lenin e ai comunisti, tutto ciò era chiarissimo: dopo la rivoluzione del 1917, il potere politico dittatoriale proletario doveva assumersi il compito storico gigantesco di far uscire il paese dall'arretratezza economica ponendo le basi del comunismo (vale a dire, un'economia capitalistica pienamente sviluppata: espansione della grande industria, sviluppo della rete ferroviaria, incentivi alla cooperazione agricola su vasta scala, elettrificazione, ecc.), in attesa che la rivoluzione comunista scoppiasse e trionfasse nell'Occidente economicamente avanzato – un’attesa non passiva, ma attiva, volta a promuovere, organizzare, dirigere il movimento rivoluzionario internazionale attraverso la Terza Internazionale. Queste erano le condizioni della vittoria del comunismo su una scala mondiale.

Ma la rivoluzione in Occidente non venne per l'incapacità di tutta una serie di partiti (e, a partire da un certo punto, della stessa Terza Internazionale) di schierarsi su un fronte veramente rivoluzionario, e così la Rivoluzione d'ottobre (schiacciata fra il ritardo politico dell'Occidente e l'emergere necessario delle forme economiche capitalistiche in Russia) si accartocciò su se stessa. La controrivoluzione staliniana, espressione proprio del giovane capitalismo russo, ribaltò infine quella possente visione strategica: distrusse il partito di Lenin sia fisicamente che teoricamente, proclamò “socialismo” quello che era “accumulazione capitalistica”, teorizzò la possibilità di “costruire il socialismo in un paese solo”. Questo fu il grande, tragico inganno: e dentro fino al collo in quell'inganno, che volle dire il sangue di milioni e milioni di persone, ci stanno non solo gli stalinisti convinti, ma anche tutti coloro, democratici e fascisti, che allo stalinismo hanno dato e danno la loro benedizione definendolo “comunismo”.

Qualcuno chiederà a questo punto: “Ma, allora, che cosa è successo tra il 1989 e oggi?”. È successo che quella forma capitalistica, che ha dominato la scena “sovietica” e i paesi satelliti, a un certo punto della sua storia ha esaurito la propria funzione. Anzi: è diventata un ostacolo, specie in presenza della crisi economica mondiale che s'è aperta a metà anni '70 e che già verso la fine di quel decennio aveva cominciato a toccare la Russia [2]. Era necessario dar libero sfogo alle energie accumulate sotto la protezione dello Stato, ai soggetti economici coltivati fin allora come in una serra e ora bisognosi di svilupparsi autonomamente, senza più vincoli o condizionamenti centrali. Ecco allora la “rottura” con la fase e la forma precedenti – una “rottura” che, ancora una volta, tutti i paesi borghesi hanno compiuto nella loro storia: da una gestione centralizzata statale a una di cosiddetto libero mercato (per poi tornare al dirigismo statale quando la situazione economico-sociale lo richieda: si pensi al fascismo o al New Deal rooseveltiano).

Ma, allora, che cosa vuol dire davvero “comunismo”? Non è stato il marxismo a scoprire i caratteri della società comunista. Già prima del suo avvento, “comunismo” significava “comunione dei beni”: cioè, messa in comune delle ricchezze sociali e razionale amministrazione di una società che non conoscesse né mercato, lavoro salariato, capitale, né classi sociali. Inoltre, tutta una fase dell'esperienza umana s'era andata svolgendo nel segno d'un “comunismo primitivo” (e dunque limitato e condizionato da un bassissimo livello di sviluppo delle forze produttive): lavoro in comune su terre comuni e godimento in comune dei prodotti di questo lavoro, come era successo agli albori della preistoria umana, prima dell'apparire delle classi, della divisione del lavoro. della proprietà privata. Gli studi dell’antropologo Morgan, ripresi e ampliati da Engels in L’origine della famiglia, della proprietà privata, dello Stato, lo dimostravano ampiamente già un secolo e mezzo fa : gli studi etnografici successivi non hanno fatto che confermarlo.

Il marxismo ha liberato il comunismo dalle scorie utopistiche per presentarlo come il prodotto, non più della volontà e dei sogni (i famosi “piani” degli utopisti Fourier, Saint Simon, Owen), ma come conquista necessaria del movimento reale della società: e su questo basterebbe (ri)leggere il Manifesto del Partito Comunista (1848). Il capitalismo infatti spinge a fondo la divisione del lavoro e separa completamente il lavoratore dai mezzi di lavoro (attrezzi, macchine) e dai mezzi di sussistenza (alimentazione, alloggio). L'operaio, diventato un senza-riserve (si pensi alle masse enormi di senza-riserve africani e asiatici, presi nel vortice del processo di capitalistizzazione di quelle aree!), deve ormai passare attraverso il mercato per comprare i mezzi di sussistenza. Per far ciò, deve vendere la propria forza-lavoro al capitalista che si è accaparrato i mezzi di produzione (e che può anche non esistere come persona fisica: può essere una S.p.A., una società anonima, una cooperativa, o lo Stato) e che, monopolizzando il prodotto del lavoro, intasca il grosso della ricchezza creata dai lavoratori, ricchezza di cui questi ultimi sono dunque legalmente spossessati. Di più, il proletario può far vivere i suoi familiari solo nella misura in cui le sue braccia continuano a essere utili al capitale (si pensi ad autentiche piaghe sociali come il lavoro minorile, l'emigrazione, la prostituzione).

Questo rapporto sociale sprofonda le grandi masse in una miseria sempre più nera. Ma, aumentando fortemente la produttività del lavoro e collegando tutte le unità produttive in vaste concentrazioni alla scala mondiale, esso crea anche la condizione (ma solo la condizione) per soddisfare i bisogni umani e gestire unitariamente e internazionalmente le ricchezze prodotte. Non vi è dunque da “costruire” il socialismo (come se fosse un giocattolo Lego !), ma da far corrispondere il modo di appropriazione delle ricchezze (che oggi è privato) al carattere già sociale (cioè collettivo, comune) della loro produzione.

Soprattutto, ed è la cosa più importante, mentre gli utopisti volevano “introdurre” il comunismo predicando la buona novella e si rivolgevano per questo ai governi o agli imprenditori illuminati, il marxismo dimostra che il capitalismo produce esso stesso i suoi becchini. Crea, con il proletariato moderno, una classe che il capitale stesso tende a concentrare e a unificare, condannandola a lottare per sopravvivere; la sola classe che, da quando è comparsa la società divisa in classi, non abbia sotto di sé altre classi da sfruttare e che dunque, liberando se stessa, non può far altro che liberare l'intera umanità. La forza, insomma, che è in grado di assicurare il parto, doloroso e traumatico come tutti i parti, della nuova società.

***

Per arrivare a ciò, la lotta della moderna classe operaia, condotta sotto la guida del partito comunista (dotato di un programma, di un’organizzazione e di una strategia mondiali), deve spingersi fino alla conquista del potere politico. Il proletariato instaurerà allora la sua dittatura di classe per il tempo necessario a schiacciare con il terrore qualunque tentativo di opposizione delle classi vinte e ormai inutili, a concentrare nelle proprie mani i mezzi di produzione e di scambio, a spezzare i rapporti di produzione esistenti, a cancellare inerzie e abitudini secolari.

Naturalmente, la trasformazione comunista della società potrà attuarsi in grande solo quando il potere internazionale del proletariato sarà consolidato da una vittoria decisiva nelle grandi fortezze imperialiste, veri e propri centri dell'economia mondiale e gendarmi del pianeta. E, altrettanto naturalmente, sarà necessario un certo periodo di tempo perché dalle macerie della vecchia società una nuova generazione, umana, nasca nelle condizioni del comunismo.

È questo il fine del movimento di lotta che si chiama “comunismo” e che non si fonda su un’“opinione fra le tante”, su un “progetto culturale”, su uno “slancio etico”. In gioco non sono le banalità filistee di “una maggiore giustizia sociale”, di “una migliore qualità della vita”, di una “diversa distribuzione della ricchezza”: tutte frasi retoriche che lasciano le cose esattamente come stanno perché non toccano mai la natura profonda del sistema capitalistico. In gioco è il trapasso storico da un modo di produzione a un altro, come avvenne quando si passò dallo schiavismo al feudalesimo e dal feudalesimo al capitalismo: ma con la differenza sostanziale che, abolendo la divisione in classi, il comunismo farà davvero uscire l'umanità dalla preistoria dello sfruttamento, dell'oppressione, della distruzione generalizzata.

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Nella società che si evolverà da questa trasformazione (trasformazione che – ripetiamolo – è radicale, totale, e non una fotocopia ingiallita del sistema precedente!), sarà ormai inutile qualunque forma di dittatura, qualunque potere politico statale, poiché le basi economiche della differenziazione in classi sociali saranno scomparse. Ma, mentre la crisi rivoluzionaria, la presa del potere, la dittatura proletaria sono tagli netti e verticali, i cambiamenti di tipo economico-sociale sono necessariamente più lenti e devono tener conto di tutta una serie di situazioni particolari (per esempio, la disparità dello stadio di sviluppo delle forze produttive). Dunque, nel comunismo inferiore o socialismo, esisterà ancora un certo grado di costrizione sociale che si manifesterà soprattutto nella regola: “A ciascuno secondo il suo lavoro”. Il falso “socialismo reale” di ieri pretendeva di veder realizzata questa regola nel... lavoro salariato (quindi, in uno scambio “merce contro merce”). Il “comunismo inferiore o socialismo” prevede invece l'introduzione del buono di lavoro, uno scontrino che rappresenta un diritto sui beni prodotti proporzionale al lavoro effettivamente prestato da ogni produttore (dedotte le risorse destinate a soddisfare bisogni sociali generali), e che non è denaro perché non può essere né risparmiato né accumulato, “non circola” (come invece fa il denaro).

Solo quando si produrrà in quantità sufficiente potrà scomparire ogni costrizione sociale e la società, entrando nel comunismo superiore, potrà inscrivere sulla sua bandiera: “Da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Non più sottomessa alle cieche leggi economiche nascenti dall'anarchia del mercato, l'umanità non la farà soltanto finita con le crisi, le guerre sterminatrici, gli odii nazionali. Liberata dall'oppressione del produrre per il profitto, della competizione per i mercati, della produzione per la produzione, essa potrà organizzare la produzione mondiale in maniera cosciente, secondo un piano razionale che regolerà i rapporti finalmente armoniosi tra produzione, consumo e popolazione, oggi sempre più squilibrati dal gonfiarsi senza limite del capitalismo.

Potrà, in particolare, dedicare efficacemente i suoi sforzi a risolvere il problema cruciale dell'agricoltura e dell'alimentazione, settori crudelmente trascurati dal capitalismo per la semplice ragione che in essi il profitto è troppo esiguo. Per riuscirvi, l'industria dei paesi “avanzati”, costruita con il sudore e il sangue di generazioni e generazioni di tutti i continenti, sarà posta senza indugio al servizio della modernizzazione dell'agricoltura dei paesi “arretrati”, senza contropartita (cosa impensabile sotto il capitalismo!). Ciò contribuirà potentemente a colmare l'abisso scavato dall'imperialismo tra le diverse nazionalità e ne favorirà la libera unione internazionale: il crogiolo dal quale uscirà la società dell'umanità finalmente unificata.

Non più dominata dalle forze esterne e nemiche del capitale, ormai padrona del proprio destino, la società comunista da un lato sarà in grado di dominare anche le formidabili forze che la scienza moderna ha saputo strappare alla natura (ma che, nelle mani del capitale, diventano spesso tremendi pericoli), e dall'altro potrà superare definitivamente la paura, l'oscurantismo, la religione.

Diventando razionale la produzione, cesseranno il saccheggio e la distruzione della natura oggi perpetrati, e la divisione tra città e campagna potrà essere via via superata attraverso un'equilibrata ripartizione dell'attività produttiva su tutta la crosta terrestre, eliminando così, grazie a questi due fattori, la minaccia dell'inquinamento di ogni genere. Si cesserà inoltre di dilapidare selvaggiamente le risorse umane, perché l'umanità non sarà più forza-lavoro per il capitale e la produzione potrà essere messa al servizio dei bisogni dell'umanità. Con la fine del capitale e del sistema salariato, e dunque con la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, a essere distrutta non sarà solo l'alternativa fra abbrutimento del lavoro e disoccupazione crescente. Il comunismo, infatti, farà partecipare tutta la popolazione al lavoro sociale nella misura delle capacità di ciascuno, il che suppone uno sforzo diverso a seconda dell'età e quindi a esclusione dei bambini e dei malati. La società potrà allora – grazie alla diffusione dei procedimenti più moderni strappati al monopolio della proprietà privata e all'eliminazione di tutte le attività pericolose e inutili (dalla fabbricazione delle armi alla polizia e alla contabilità in partita doppia) – diminuire radicalmente il tempo di lavoro, fino a limitarlo allo stretto necessario: forse meno di due ore al giorno a scala mondiale, in base alla tecnologia attuale.

A questa misura, che già la dittatura proletaria mette al centro del suo programma, si accompagnerà l'eliminazione dell'antitesi tra scuola e produzione e si porrà così fine agli stupidi vaniloqui che passano oggi per il non plus ultra della cultura. Allo stesso modo, verranno adottate misure atte a introdurre forme di socializzazione di tutte le attività di cura, dalla gestione privata e privatistica dei lavori domestici alla gestione dell’infanzia e della senescenza, ecc.: attività che, nella società borghese erede e curatrice testamentaria dell’antico sopruso patriarcale, incatenano e opprimono la maggioranza delle donne proletarie (e, in misura infinitamente minore, le donne degli altri strati sociali e perfino qualche donna borghese). Si giungerà così all’eliminazione dell’antitesi tra lavoro riproduttivo e lavoro produttivo – quella contraddizione che ha oppresso le donne in tutte le società di classe esistite finora.

Questi rivoluzionamenti delle condizioni di lavoro e di vita sopprimeranno le basi dell'antagonismo fra i sessi e fra le generazioni, particolarmente insopportabile sotto il capitalismo; e, a loro volta, trasformeranno completamente i rapporti fra vita collettiva e vita “privata” (la quale ultima oggi esiste ormai solo per essere calpestata quotidianamente o per venire spesso trasformata nella più abominevole solitudine e miseria individuale). Anche i rapporti fra svago e lavoro, e le stesse condizioni ambientali, saranno radicalmente trasformati, e le generazioni che nasceranno libere dal giogo del capitalismo potranno dedicarsi a ben altre questioni importanti, avendo questa volta i mezzi per risolverle. La drastica riduzione del tempo di lavoro, in particolare, non si limiterà a sollevare l'umanità dalla fatica e dalle malattie provocate dalla corsa sfrenata al profitto, ma permetterà a tutti i produttori di partecipare all'attività intellettuale, si tratti delle scienze naturali, della vita sociale, della letteratura e dell'arte, che torneranno ad acquistare la dimensione collettiva che avevano all'alba della preistoria umana. Saranno allora realizzate le condizioni per superare definitivamente la divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla quale si sono sviluppate le classi sociali, e per farla finita con l'abbrutente condanna a lavori ripetitivi e a specializzazioni esclusive, il “mestiere” e la “carriera” tanto incensati dall'ideologia borghese. Ogni membro della società avrà a cuore la partecipazione anche ai compiti ingrati ma necessari e potrà esercitare le proprie capacità a favore della collettività nei più diversi campi dell'attività sociale.

Con la fine della divisione del lavoro, i compiti amministrativi, anch'essi ormai ridotti e del tutto semplificati dall'eliminazione del mercato e del valore di scambio propri del sistema capitalistico, potranno essere ripartiti fra tutti i membri della società e la sopravvivenza della macchina amministrativa separata dalla popolazione (che è oggi uno dei fondamenti dello Stato) avrà perduto ogni giustificazione. In una società così fatta, da cui sarà definitivamente scomparsa la guerra di tutti contro tutti e ogni forma di individualismo, sarà pure scomparsa qualunque duratura opposizione tra individuo e società. Nella società della specie unita, la partecipazione allo sforzo collettivo sarà divenuta il primo bisogno vitale, e il libero sviluppo di ciascuno “la condizione del libero sviluppo di tutti”. È questo l'avvenire per il quale hanno combattuto intere generazioni, per il quale milioni di proletari anonimi hanno già versato il loro sangue, in una lotta che ha ormai toccato tutti i continenti. È questo il comunismo.

Ci pare di sentire l’ovvia e banale obiezione: “Questa è utopia!”. Alt! Utopia è disegnare una società ideale senza tener conto delle condizioni materiali (economiche, sociali, tecnologiche, scientifiche) perché essa possa nascere e senza indicare la strada che le stesse condizioni materiali tracciano per giungervi. È voler raggiungere la Luna con l'aereo a pedali. Storicamente, ogni problema si pone in maniera reale solo quando ci sono le possibilità e le condizioni di una sua soluzione. Le possibilità e le condizioni oggettive del comunismo sono già dentro la società capitalista stessa: l'alto (fin troppo alto!) livello raggiunto dai mezzi di produzione, la globalizzazione del sistema economico, la presenza a livello mondiale d'una classe di senza riserve. Bisogna lavorare alla costruzione delle condizioni soggettive: il partito in grado di guidare il processo rivoluzionario. Ma sia le condizioni oggettive sia quelle soggettive sono ormai ben chiare ai comunisti, non sono un mistero inestricabile o un articolo di fede!

D'altra parte, è forse utopia la nostra che indica con chiarezza l'obiettivo e i mezzi per raggiungerlo : organizzazione del partito rivoluzionario, suo radicamento tra le masse a livello internazionale, aumento delle contraddizioni economico-sociali, ripresa generale della lotta di classe, scoppio della rivoluzione diretta dal partito, presa del potere e instaurazione della dittatura proletaria, interventi dispotici nell'economia per introdurre un sistema economico radicalmente diverso? 0 non è piuttosto utopia quella di tutti coloro che, lasciando immutato il sistema del capitale, del mercato, del profitto, della merce, della competizione, si trastullano con progetti di “sviluppo sostenibile” o di “commercio equo e solidale”, di “nuovo welfare state”, s'appellano alla coscienza degli uomini di buona volontà per fermare guerre sempre più frequenti e sanguinose, spediscono medicinali per risolvere il dramma di carestie ed epidemie incessanti in regioni sconfinate della terra, propongono di incrementare lo sviluppo dei paesi arretrati per eliminare la tragica piaga dell'emigrazione (mentre proprio l'impianto travolgente del sistema capitalistico in quelle regioni, le sue necessità internazionali e le sue tipiche crisi ricorrenti, sono all'origine di questo tragico fenomeno)? Questa sì che è utopia, e della peggior specie perché non è innocua: illude milioni di persone e così contribuisce alla sopravvivenza e al rafforzamento del sistema stesso che produce i malanni di cui sopra.

Ed ecco, ne siamo certi, la seconda, ovvia e banale obiezione : “Già, però questo ‘comunismo’ di cui parlate non c'è da nessuna parte, lo dite voi stessi!”. Be’, è davvero triste il modo di pensare di chi ritiene possibile solo ciò che già esiste e si rifiuta di lottare per qualcosa che ancora non è, ma è possibile e anzi necessario. E un po' come se i fratelli Wright non si fossero messi all'opera per creare una macchina capace di volare, visto che... macchine simili non esistevano da nessuna parte! Ciò che deve ancora nascere non esiste ancora: è elementare. Anche la società borghese non esisteva ancora, quando i primi rivoluzionari borghesi si sono messi a combattere la società feudale. E allora? Un'obiezione simile è proprio caratteristica dell'assoluta passività, dell'ottundimento delle facoltà mentali, indotti da un'ideologia che sbandiera a ogni secondo che questo è “il migliore dei mondi possibili”.

Ed è poi, come abbiamo già detto, un'osservazione falsa. C'è stato un “comunismo primitivo” che per il basso livello delle forze produttive ha dovuto lasciare il posto alla società divisa in classi. C'è stata l'esperienza della Comune parigina del 1871, che ha mostrato come sia possibile riorganizzare in altro modo la vita associata (e quali errori vadano evitati nel fare ciò). C'è stata l'esperienza dei primi anni della Rivoluzione d'Ottobre che ha mostrato la via lungo la quale bisogna incamminarsi (e, di nuovo, in quali errori di strategia internazionale non si deve cadere).

“Sì, però, son centocinquant'anni di fallimenti”, dirà il nostro ostinato contraddittore. E con ciò? Per arrivare a instaurare il proprio potere su scala mondiale sconfiggendo il feudalesimo, la borghesia ha impiegato circa cinquecento anni: dai primi tentativi dei Comuni italiani fino alla Rivoluzione Francese del 1789 (e, in certe aree del pianeta, anche fino a molto dopo). Cinquecento anni di gloriose battaglie, di sanguinose sconfitte, di lunghi periodi di oscurità, di orgogliose impennate, e infine di vittoria totale. Chi ci fa quell'obiezione farebbe meglio ad abbandonare quella fretta immediatista che è tipica dell'ideologia borghese del concludere al più presto l'affare, ricordando che i comunisti lavorano per il futuro della specie.

Si legge in un nostro testo del 1965: “è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l'anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l'arco millenario che lega l'ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell'armonia gioiosa dell'uomo sociale” (dalle “Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole”, 1965) [3].

[1] Molto sinteticamente, anche perché l’argomento è stato abbondantemente e ripetutamente trattato dal nostro Partito: ricordiamo sempre che quella splendida ondata fu rallentata dal soffocamento socialdemocratico dei moti rivoluzionari in Baviera e Ungheria e dalle atrocità commesse, sempre dalla socialdemocrazia, a Berlino; fu repressa dalla “violenza” fascista aizzata dalla modernissima borghesia italiana; fu riassorbita a suon di assassinii e incarcerazioni nelle “storiche” democrazie del Regno Unito, degli USA, della Repubblica francese; abortì nello spegnersi dei primi moti di liberazione nei paesi ancora soggiogati dagli imperialismi; e infine fu giustiziata dalla atrocissima controrivoluzione emersa in Russia a partire dalla metà degli anni ’20, culminando nel tragico tradimento dei proletari cinesi insorti a Shangai e Canton nel 1927.

[2] Si veda anche solo il nostro articolo “La Russia si apre alla crisi mondiale” (1977), ora in Perché la Russia non era socialista, Edizioni il programma comunista, Milano 2019.

[3] Ora in In difesa della continuità del programma comunista, Edizioni il programma comunista, Milano 1989.

 

13/09/2020

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