A cent’anni dalla fondazione, a Livorno, del Partito Comunista d’Italia. Sezione dell’Internazionale Comunista

Continua senza tregua la guerra per la rivoluzione e la dittatura di classe

Prosegue senza sosta il lavoro per l’organizzazione del partito della rivoluzione comunista internazionale

Di quel fatidico e lontano gennaio 1921, leggeremo, vedremo, sentiremo racconti, ricostruzioni, giudizi di ogni sfumatura, di ogni intonazione, di ogni genere: tutti accomunati dalla inconfessata e inconfessabile paura che sulla scena degli eventi contemporanei e futuri si ripresentino le condizioni economiche, sociali, politiche che resero necessaria l’organizzazione della nostra classe in quel Partito della Rivoluzione Comunista Mondiale, di cui il partito nato a Livorno fu la sezione italiana.

Noi non aggiungeremo la nostra voce alle salmodie di mummie nostalgiche di un tempo eroico, venerato, reso eccezionale e per questo collocato nella raccolta delle occasioni irrimediabilmente perdute. Non ci interessa commemorare, non ci interessa rievocare.

La nostra guerra, la nostra lotta nell’oggi che prepara e si prepara a combattere le battaglie di domani, passa anche attraverso la ripresentazione, nella storia ormai plurisecolare del movimento proletario, del ruolo decisivo che hanno giocato come forza organizzata e pugnace i compagni e le compagne che ci hanno preceduto. E rimandiamo per una conoscenza dettagliata del combattimento di quegli anni ai volumi della nostra Storia della Sinistra Comunista. Nostra, lo ribadiamo e lo rivendichiamo, perché abbiamo imparato, sulla pelle dei caduti della Rivoluzione Proletaria, che se può esistere una “neutra” annalistica esposizione del succedersi temporale di fatti o una “agiografia” dei personaggi che li hanno vissuti, l’uso politico della storia per la preparazione militante dei quadri dell’organo rivoluzionario di classe passa anche attraverso una appropriazione della esperienza collettiva e volutamente anonima di chi, prima e come noi, ha dichiarato guerra (in permanenza e fino alla vittoria) all’orrido mondo del Capitale.

La nostra storia non è e non sarà mai l’ipocrita neutralità degli accademici, ma è parte vitale del restauro dell’organo rivoluzionario di classe che passa attraverso la condivisione delle esperienze di chi, accompagnando e guidando la nostra classe nello storico combattimento tra rivoluzione e controrivoluzione, ha saputo approfittare delle (per ora!) scarse vittorie per non arrendersi nelle drammatiche (ma momentanee!) sconfitte.

Per noi comunisti, per noi che lavoriamo alla dura opera del restauro della dottrina dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco, Livorno 1921 (tanto quanto l’organizzazione, due anni prima, dell’Internazionale Comunista di cui quei tenaci compagni, allora poco più che trentenni, non furono semplici spettatori, ma attori entusiasti e consapevoli) non è un anniversario, ma una tappa del processo rivoluzionario.

Un punto di arrivo che verifica e conferma la capacità e validità del materialismo storico quale scienza di quel divenire sociale di cui l’umanità è in/consapevole protagonista e nello stesso tempo un punto di partenza per completare e organizzare sempre meglio il lavoro di direzione e sviluppo di quel divenire sociale che grava sulle spalle della nostra classe.

Da materialisti, chiamati oggi a proseguire quel lavoro messo a durissima prova dalla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria che in quei primi anni venti del millenovecento sembrava essere sul punto di travolgere definitivamente l’ordine borghese, abbiamo ben compreso che per rendere operativa la ripresa del lavoro rivoluzionario bisogna star ben lontani dall’illusione che sia sufficiente memorizzare, ripetere, riproporre corpi di tesi e programmi, come se fossero “mantra”, “sure del Corano” o esercizi spirituali.

Riproponiamo dunque di seguito i dieci punti sulla base dei quali nacque, a Livorno, il Partito Comunista d’Italia – Sezione dell’Internazionale Comunista, come arma e indicazione per quella lotta che la nostra classe sarà chiamata a combattere in condizioni diverse e ben più difficili. Condizioni e difficoltà che permetteranno a quei rivoluzionari di domani di rendere operativo quel programma comunista integrale e internazionale che sotto i colpi della controrivoluzione abbiamo fin qui propugnato e difeso.

“1- Nell’attuale regime sociale capitalista si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra il proletariato e la borghesia dominante.”

Con questo incipit si apre il programma del Partito Comunista d’Italia-Sezione dell’Internazionale Comunista, un’affermazione che riprende e difende la base della concezione materialistica della storia: “Nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali.”(K.Marx, “Prefazione del 1859” a Per la critica dell’economia politica).

Rapporti di produzione. Relazioni tra gli esseri umani - membri di una specie di mammiferi, animali etologicamente raggruppati in branchi nei quali le condizioni di sopravvivenza e riproduzione di ciascuno sono causa ed effetto della capacità di tutti a collaborare nella soluzione dei problemi che il mondo circostante pone per la soddisfazione dei bisogni di ognuno. Relazioni che, nel quadro del modo di produzione capitalistico, si esprimono con il conflitto delle due classi principali: la borghesia che monopolizza privatamente il possesso delle forze produttive (compreso l’uso della forza-lavoro umana) e il prodotto del loro utilizzo nel moderno lavoro associato, sociale, e il proletariato, cioè l’immensa massa espropriata di ogni fattore della produzione che non sia la sua psicofisica forza-lavoro individuale che proprio nel suo utilizzo associato nel processo produttivo è l’origine di ogni “ricchezza”.

Ma cos’è questo confitto? Certo, l’origine è evidente in questa epoca in cui, ridotti tutti a individui, lo scambio tra il vivere e il morire è mediato dal denaro: la sopravvivenza dell’immensa maggioranza sta nella necessità elementare di strappare un prezzo per la forza-lavoro sempre più adeguato all’acquisto di tutto quel che serve.

Eppure, la moderna lotta di classe esprime un altro obbiettivo che parte dalla necessità di una più equa divisione della ricchezza prodotta dal lavoro associato per arrivare a rompere il monopolio della proprietà delle forze produttive e del loro prodotto.

Visto che la “ricchezza” nasce da una produzione associata, sociale, l’obbiettivo è un modo di produzione in cui anche la sua ripartizione, la sua distribuzione, il suo consumo possano essere sociali, associati: il comunismo.

“2- Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalista.”

Il moderno modo di produzione capitalistico, così come lo conosciamo nella sua fase compiutamente imperialista, è l’esito di un lungo e violento processo, sostenuto dalla borghesia che, utilizzando la progressiva potenza delle forze produttive che via via suscitava, inventava, applicava, ha infranto i rapporti di produzione esistenti fino ad allora (data la sua origine europea, soprattutto “feudali”), sostituendoli con quelli che ora ci tengono prigionieri: il lavoro salariato, l’organizzazione per aziende delle unità produttive, la libertà di commercio e la titolarietà e completa trasferibilità tramite denaro della proprietà... e tutto il resto.

Per difenderli, garantirli eterni e raccontarli come naturale espressione ed estensione della “essenza umana” si è poi costituita come classe dominante organizzando il contemporaneo Stato borghese.

Come per tutti gli Stati (strumenti delle classi che via via hanno dominato la scena della storia scritta finora conosciuta), la principale funzione di dominio è il monopolio della violenza che si attua con esercito e polizia permanenti. Quest’ultima, poi, è anche strumento di un altro monopolio, quello della giustizia, detenuto dal “potere giudiziario”, che arroga a sé il compito di verificare che le leggi siano applicate, sanzionare le loro infrazioni, giustificare l’“uguaglianza giuridica”... Il dominio si esercita, ancora e meglio, con forme e istituzioni che contrastano e cercano di prevenire i conflitti economici e sociali, oppure cercano di mantenerli nei limiti di contrasti politici compatibili con l’ordine esistente: mentre le forze di polizia vigilano o si scatenano ferocemente e impunemente nelle piazze e nelle vie, le burocrazie di questure e prefetture, quelle degli enti locali, il personale dei partiti e (soprattutto) dei sindacati ufficialmente riconosciuti, si presentano come organi di mediazione, arbitri e garanti di un rispetto delle regole che garantirebbe il “bene comune”.

Per esercitare e mascherare il proprio dominio di classe, la borghesia racconta se stessa come origine e garanzia del benessere di tutti, come “classe generale”: significativamente, uno dei suoi principali testi di riferimento si intitola La ricchezza delle nazioni. L’organizzazione di questo dominio di classe si incardina nella costituzione dello Stato nazionale: esso mistifica la stratificazione delle (e tra le) classi con l’invenzione del “cittadino”, che sarebbe una ditta individuale, titolare di quel diritto politico e, in quanto tale, “libero” di portarlo nel mercato della rappresentanza democratica. Ma proprio come il “libero mercato” di cui favoleggiano i laureati in Economia e commercio è una mistificazione del monopolio della titolarietà borghese di denaro, terra, macchinari, materie prime, merci e servizi (quella stessa titolarietà che impone la vendita a un solo compratore della nostra forza-lavoro), così anche la rappresentanza democratica è una mistficazione del monopolio borghese dell’esercizio del potere politico. E come il “libero” lavoratore si gode la “libertà” di vendere la sua forza-lavoro (altrimenti rimanendo “libero” di morire di fame sotto un cielo di stelle o di vivere di carità) all’organizzazione del Capitale che la userà a suo piacimento, così nella sua veste di “libero” cittadino si gode la “libertà” di delegare la sua potenziale capacità politica agli istituti della rappresentanza borghese. In entrambi i casi, ridotto a isolato individuo, è costretto a perdere, a cedere ad altri, alienare, due delle attitudini che ci caratterizzano come esseri umani: il lavoro, cioè la capacità produttiva e riproduttiva di agire sulle risorse del mondo naturale, e la socialità, cioè la possibilità di risolvere insieme i problemi posti dal mondo naturale e dalla vita associata.

“3- Il proletariato non può infrangere, né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.”

La moderna lotta di classe non è l’invenzione di facinorosi lazzaroni, invidiosi dei beni altrui. L’antitesi tra capitale e lavoro è un dato di fatto, scientifico, constatato e riconosciuto anche e proprio dalla classe borghese che spende il 99,9% delle proprie energie politiche e ideologiche (la struttura di dominio, per l’appunto) per mantenerla e contenerla nei confini della propria sopravvivenza. Riconoscerlo significa solo registrare il fatto bruto di ciò che il proletariato è in questa società: una classe in sé, anzi un ammasso di individui, strumento del modo di produzione capitalistico.

Ma questo antagonismo è, altresì, qualcosa di diverso e più potente se oltre ad essere riconosciuto è analizzato e spinto fino in fondo. È la causa che costringe e determina la nostra classe a liberarsi dallo sfruttamento: a divenire una classe per sé, cioè l’armata della distruzione violenta del potere statale borghese.

Questo terzo punto annuncia e rinnova la denuncia di quel nemico che, seminato e coltivato ad arte tra le fila della nostra classe, sorge ogni qual volta la parte più intelligente della borghesia coltiva l’illusione che si possa limitare il riconosciuto antagonismo tra capitale e lavoro a una più equa ridistribuzione della ricchezza, a un miglioramento delle condizioni di vita e lavoro, a un accrescimento culturale: il riformismo. Quel riformismo nato e ingrassato nei partiti della “Seconda” Internazionale (socialista?), sulla base della apparente, inarrestabile espansione economica del trapasso dalla fase ancora liberal/liberista a quella compiutamente monopolista/imperialista del Capitale. Quel riformismo responsabile, nel 1914, del sacrificio, sull’altare della Patria/Nazione, del proletariato, incatenato come classe in sé nel macello della guerra inter-imperialista mondiale. Quel riformismo che, all’esplodere della rivolta rivoluzionaria, si è dimostrato lo strumento perfetto della reazione e conservazione borghese, del rafforzamento del potere borghese, del consolidamento dello Stato borghese.

“4- L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato, è il partito politico di classe. Il partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti, alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.”

Sono le condizioni materiali che costringono il proletariato al conflitto: condizioni oggettive, non sempre uguali a se stesse, ma variabili, dinamiche, come ogni fenomeno naturale. Condizioni che esprimono rapporti, il cui esito dipende dalla capacità di comprenderli e dirigerli.

Attraverso le esperienze dei suoi scontri con la classe dominante e i suoi apparati, da insieme di individui la nostra classe diviene soggetto di azione politica perché una quota significativa si organizza in Partito.

Ma non un partito qualsiasi, un qualsivoglia apparato che nel quadro dell’ordine esistente rappresenti gli interessi dei lavoratori, o un partito del lavoro che, riconoscendo naturali i rapporti di produzione del Capitale ed esaltando la funzione del “lavoro produttivo”, rende eterna la “condizione operaia”: quei maledetti partiti riformisti che, sfruttando e imprigionando i bisogni e le energie proletarie, perpetuano il dominio borghese.

Il partito necessario è il partito rivoluzionario. Il partito che raccoglie e organizza le migliori energie della nostra classe. Il partito fondato con il Manifesto del partito comunista del 1848, la cui ragion d’essere si esaurirà solo quando avrà termine il percorso storico della nostra rivoluzione proletaria e comunista: cioè, il partito di coloro che “lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento stesso”, e che “si distinguono per il fatto che, da un lato, nelle varie lotte nazionali, mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni all’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità, e che, dall’altro, nei vari stadi di sviluppo che la lotta fra proletariato e borghesia attraversa, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo”.

Quel che indica Livorno 1921, confermato dalla e nella esperienza di quegli anni di lotta internazionale, è che questo partito non si può improvvisare sulle barricate di una rivolta proletaria in atto, proprio perché la sua funzione dirigente non è il frutto di una meccanica metafisica dell’inevitabile corso della storia.

L’organizzazione in partito rivoluzionario è necessaria perché, anche a partire dai periodi in cui la nostra classe subisce passivamente il dominio borghese, la sua funzione è di prepararla alla rivoluzione, per poterla poi dirigere, indirizzare, una volta innescato il processo rivoluzionario.

I comunisti non fanno la rivoluzione, la classe proletaria fa la rivoluzione. Il partito comunista può dirigerla nel processo rivoluzionario solo se, nel quotidiano, continuo, contatto con e nelle sue lotte, fuori e contro il politicantume demagogico, degli anni e dei decenni che precedono, la ha preparata alla rivoluzione.

I militanti comunisti non possono permettersi il lusso di aspettare che il partito caschi dal cielo o, peggio, emerga dalle viscere della lotta di classe. I comunisti devono lottare, combattere, agire: lavorare per la difesa, lo sviluppo e l’applicazione della teoria comunista, dei principi comunisti, del programma comunista con una tattica e una organizzazione quanto più chiara e definita.

“5- La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico, che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.”

La borghesia, attraverso i suoi “operatori culturali” (dagli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, agli artisti scrittori, passando per i ministri di ogni culto, tecnici, scienziati, laureati in Economia e commercio, per finire con tutti gli impiegati nel mondo delle comunicazioni di massa), racconta il proprio mondo come “il solo mondo possibile”: forse non ancora “il migliore dei mondi possibili”, visto lo sforzo continuo nel cercare di “riformarlo”, ma in ogni caso un mondo dove la dinamica del mercato genera “l’equilibrio generale tra i bisogni” (progressivamente soddisfatti dalla pletora delle merci prodotte) di tutti (denaro permettendo) e l’organizzazione dello Stato garantisce “il bene della comunità nazionale”.

Durante i periodi di espansione economica, come quello vissuto dopo il 1871 o come quello che abbiamo vissuto tra il 1945 e la seconda metà degli anni ‘70 del Novecento, questa mistificazione è plausibile: ma le dinamiche stesse del funzionamento del Capitale e del suo modo privato di ripartire e distribuire i prodotti del lavoro associato inesorabilmente la svelano. L’organizzazione delle industrie, la pletora delle merci, l’organizzazione statale generano la necessità di procurare materie prime, piazzare i propri prodotti, conquistare e creare mercati... e, naturalmente, ridurre al minimo il prezzo della forza lavoro.

Non esiste un pacifico equilibrio, ma una dinamica di guerre commerciali, di accordi diplomatici, di e guerre tra gli Stati. Guerre sempre più feroci che, come quella scoppiata nel 1914, possono perfino smascherare la mistificazione della comunità nazionale e rivelare la funzione autentica di macchina di violento dominio dello Stato borghese; guerre che, prima di risolversi con la distruzione massiccia di uomini e cose da cui il ciclo di accumulazione del capitale possa ripartire, possono porre le condizioni di una crisi militare (sconfitte e vittorie pagate con ettolitri di sangue proletario), che a sua volta può evolvere in una crisi sociale e politica nella quale la lotta di classe si spinge fino a costringere il proletariato alla rivoluzione.

Sono gli “svolti della storia”, ai quali e per i quali si organizza, si prepara, lotta per tempo, e da tempo, il Partito Comunista. Con la consapevolezza che la vittoria non è garantita, poiché la rivoluzione si apre con l’insurrezione di e in un giorno, ma prosegue con battaglie in una guerra di anni.

“6- Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di stato borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze dello Stato sulla base produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

“7- La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella Rivoluzione russa, inizio della Rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.”

Questi due punti definiscono senza equivoci l’obbiettivo del processo rivoluzionario: l’abbattimento del potere borghese. In essi, si riafferma la necessità di eliminare il dominio politico della borghesia senza le ambiguità proprie dei partiti della Seconda Internazionale che aveva “confuso” l’abbattimento del potere con “la conquista del potere”, cioè dei pubblici poteri. Confusione che diventa, prima, complicità con il personale politico dei partiti che rappresentano, nella mediazione della democrazia rappresentativa, gli interessi delle varie fazioni della borghesia, e poi conservazione, reazionaria sostituzione di quel personale politico nei medesimi istituti  (naturalmente senza spostare neanche un funzionario dell’intera “macchina” burocratica, amministrativa, militare, giudiziaria…). Confusione, ambiguità, complicità che caratterizzeranno d’ora in poi ogni nemico della nostra classe, anche e soprattutto quando pretende di interpretare, rappresentare, difendere i nostri interessi, sia pure in maniera conflittuale, nel quadro della comunità dello Stato nazionale.

Al contrario, abbattere gli istituti del potere borghese e instaurare la dittatura della nostra classe vuol dire eliminare, privare di ogni “diritto” la borghesia, sia come classe sociale sia come sommatoria di individui e funzioni.

Il programma di Livorno è qui chiarissimo. Le nuove “rappresentanze” non si baseranno sugli interessi del generico cittadino/a, ma su quelli di colui/colei che fa parte della base produttiva: cioè partecipa al lavoro associato. A scanso di equivoci e stupide accuse di “maschilismo”, ribadiamo che per noi sono parte integrante e integrata del lavoro associato tutte le donne proletarie, anche e soprattutto quelle che la divisione sociale del lavoro borghese costringe nei lavori domestici e di cura.

Nel corso di questo momento rivoluzionario il partito dirige la classe, organizzando e riempiendo di contenuto i Consigli dei lavoratori, l’istituzione di base del dominio della nostra classe, la dittatura del proletariato: esperienza maturata e mutuata dalla rivoluzione in Russia, rivendicata come inizio della rivoluzione mondiale.

La lezione del 1921 è chiarissima: la rivoluzione abbatte le istituzioni che caratterizzano lo Stato borghese come comunità nazionale e si organizza in istituzioni che avviano la liberazione dalla gabbia nazionale, anche se per il momento si limitano a controllare un territorio particolare.

Il sistema dei Consigli dei lavoratori durante la rivoluzione in Russia non è stato la forma curiosa di un “socialismo in salsa tartara”, ma il primo esperimento della forma universale della transizione al comunismo (inferiore prima e superiore poi) di una umanità nova liberata dalle prigioni delle nazioni borghesi.

“8- La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.”

A scanso di equivoci, si stabiliscono a questo punto le caratteristiche e la funzione dello Stato proletario che diventa uno strumento con il quale il proletariato prosegue nell’opera di distruzione dei rapporti di produzione borghesi, cominciando per forza di cose con il rafforzare i rinnovati istituti militari e politici.

Così come, prima dell’insurrezione, il partito prepara la classe alla insurrezione rivoluzionaria e, mentre si svolge il processo insurrezionale, la guida verso la conquista rivoluzionaria del potere, in entrambi i casi abilitandosi ad essere l’unico organo in grado di costituirla come classe per sé, così la conduce nell’esercizio del potere quale unico organo di direzione degli istituti del suo dominio.

Lo Stato della dittatura proletaria si attrezzerà di mezzi di controllo politico che impediranno le inevitabili resistenze degli apparati che diffondono pratiche, ideologie e forme di organizzazioni borghesi. Certo, intuitivamente si capisce la necessità della liquidazione dei “residui del passato”, ma è più difficile, soprattutto per chi non ha capito e non vuol capire bene la base materiale dei rapporti umani, comprendere che la dittatura dovrà vigilare con fermezza per impedire che, dal tessuto delle forze produttive da rimettere in piedi, possano ripresentarsi nuovi nuclei di propugnatori degli eterni principi dell’ideologia borghese.

Saranno dunque necessari mezzi di repressione rigidamente controllati e riorganizzati da elementi fidati, “rodati”, ben consapevoli dell’azione necessaria.

L’esperienza stessa di quegli anni, con cui, sotto la direzione in Russia del Partito Bolscevico, si stavano superando le ingenuità e le incertezze della Comune di Parigi, dimostrava la necessità di quegli strumenti: dall’ottobre del 1917 a tutto il 1922, il primo Stato a guida proletaria si è trovato attaccato e assediato da tutte le potenze fino ad allora in guerra tra di loro, mentre si stava ancora difendendo dalle armate della resistenza zarista, borghese e piccolo-borghese.

Oggi, avendo vissuto il dramma della sconfitta e combattendo sotto i colpi della controrivoluzione, possiamo e dobbiamo aggiungere qualcos’altro. Il prossimo Stato a guida proletaria dovrà essere strumento della lotta internazionale del proletariato.

Il partito che ne dirigerà gli istituti, dai Consigli dei lavoratori all’Armata Rossa, dovrà essere organo internazionale di classe: un Partito Comunista Mondiale che organizza, centralizza, dirige ogni segmento “nazionale”, in cui la borghesia ha da sempre imprigionato i nostri fratelli di classe.

Dal punto di vista tecnicamente militare, l’Armata Rossa non si limiterà alla difesa della prima fortezza proletaria, ma come reparto avanzato dell’esercito proletario potrà e dovrà al momento e nelle condizioni più adatte “sortire dalla fortezza”, per favorire la guerra rivoluzionaria di classe internazionale.

“9- Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

“10- Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutta l’attività della vita sociale, eliminata la divisione della società in classe, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà a quello della razionale amministrazione delle attività umane.”

Questi due ultimi punti del Programma di Livorno riassumono e indicano i compiti di trasformazione economica delle istituzioni dello Stato della dittatura proletaria, guidate e dirette dal Partito Comunista Mondiale.

Non vi è una briciola di utopia nella prospettiva comunista indicata dal materialismo dialettico. Le misure che via via verranno proposte dal partito e realizzate dai proletari che agiranno nelle istituzioni dello Stato della loro dittatura, non “costruiranno” il comunismo secondo un “piano”, ideato e custodito da una consorteria di mistici intellettuali, tecnici, scienziati… Le energie e le capacità proletarie riunite dalla e nella scienza della rivoluzione sociale nel Partito Comunista hanno solo il compito di indirizzare e svolgere le “linee guida” che, disfacendo i rapporti di produzione borghesi, possano adeguare le forze produttive, organizzandole nel migliore dei modi possibile, alla soddisfazione dei bisogni materiali e della vita associata della nostra specie.

Fatti salvi la vittoria della nostra classe e il controllo dello Stato proletario in una parte più che significativa del pianeta, si darà il via alle prime disposizioni più politiche che economiche in senso stretto. “Il proletariato adopererà il suo dominio politico per strappare alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto le forze produttive”: questo sottolinea il Manifesto del 1848, quando le forze produttive erano ancora “scarse e disperse” e il dominio del “capitale morto” (macchinismo, pletora di merci, consumo del suolo e del sottosuolo, denaro “cristallizzato” come capitale finanziario…) sul “capitale vivo” (la forza-lavoro e quindi le condizioni generali di vita del proletariato) non avevano ancora raggiunto le dimensioni planetarie e distruttive di oggi.

Proprio perché non siamo “custodi del marxismo”, ma continuatori del materialismo dialettico, storico, sappiamo che, all’indomani di una prossima vittoria proletaria, la centralizzazione sarà meno faticosa, più veloce, e al posto di moltiplicare le forze produttive si tratterà di riordinarle per ridimensionarle. Infatti, il nostro Partito, in piena lotta politica contro lo stalinismo nel 1952 (Riunione di Forlì, riportata nel primo numero del 1953 del “Programma comunista”) precisava: “Ma anche rispetto a quanto dovrà farsi nell’economia dopo una ‘effettiva’ rivoluzione politica che attivi la dittatura proletaria in paesi che abbiano già esaurita la formazione del capitalismo industriale si stabilisce l’antitesi tra le agitazioni insulse di tutti gli attivisti e quanto il proletariato appena vittorioso dovrà attuare. Non si può riassumere in poche righe questo svolgimento in un certo senso nuovo, ma che con copia di citazioni dei testi marxisti fu dimostrato notissimo e coerente alla dottrina di partito, che ai soliti piani di stile sovietico per lo sviluppo dell’economia e produzione nazionale, ossia capitalista di fatto e proletaria di nome, contrappone un originale ‘piano di distruzione del capitalismo nella produzione e nella distribuzione’, con la precisazione di interventi modificativi dell’economia capitalista che non sono ancora costruzione di socialismo e comunismo, in quanto siamo ancora nel primo dei tre stadi sociali, in quello di transizione, cui seguirà il comunismo inferiore e poi quello superiore”.

Con questa “precisazione”, l’indicazione del Manifesto riacquista un vigore maggiore: “Naturalmente ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione.”

Nel dirigere i proletari negli istituti della loro dittatura, il Partito comunista avrà il duro e difficile compito di indicare, per la prima volta nella “preistoria” della società divisa in classi, obbiettivi, mezzi e metodi che progressivamente e quanto più possibile velocemente elimineranno ogni “ragione” di divisione sociale del lavoro “produttivo e riproduttivo”; avrà il compito di rendere inutile e superfluo il dominio di classe, di ogni classe, che d’ora in avanti non avrà più alcuna necessità di esistere.

Estinzione del proletariato, estinzione dello Stato, estinzione del Partito. Sempre il Manifesto: “Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe. Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”.

In altre parole: “In una fase superiore della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è diventato non soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato e la società può scrivere sulle sue bandiere: OGNUNO SECONDO LE SUE CAPACITA’, A OGNUNO SECONDO I SUOI BISOGNI!” (Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875).

                                                                                                                                 Gennaio 2021

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