Mercoledì, 21 Aprile 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Caucaso: tra interessi imperialisti, bande nazionaliste e venti di guerra

  • Categoria: n. 01, gennaio-febbraio 2021
  • Pubblicato: Lunedì, 01 Febbraio 2021 15:41

Sono passati quasi trent’anni dalla dissoluzione della vecchia Unione Sovietica – una dissoluzione, che, in assenza della trasformazione rivoluzionaria, non ha trovato ancora una sistemazione all’intero territorio caucasico est-europeo (e solo il proletariato potrebbe darla!). Colpa del petrolio caucasico o di quello russo-baltico, colpa delle “questioni nazionali” irrisolte, colpa dei cosiddetti “fattori religiosi”? Il puzzle etnico, storico, politico e militare di quelle “poche” miglia quadrate intorno alle montagne del Caucaso non è districabile: tutto è intrecciato come un gigantesco groviglio di serpi, in una situazione peggiorata dalle pesanti crisi politico-economiche, dagli scontri militari con le migliaia di vittime e di rifugiati negli stessi luoghi e con gli stessi protagonisti. Dovranno riesplodere, dunque, contrasti ancor più pesanti per “sanare” il territorio, saranno necessarie “nuove autonomie locali” e nuove tessere nell’intricato mosaico? Ma chi condurrà le danze?

Mentre si incancrenisce la crisi mondiale del capitalismo, con le guerre che agitano l’Europa orientale e l’area transcaucasica tra il Mar Nero e il Mar Caspio (guerre “patrocinate” dagli imperialismi di Russia, Turchia, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e condotte da piccole e grandi bande politico nazionaliste armate di tutto punto), le masse proletarie, in quest’area e in questa fase storica controrivoluzionaria, pur avendo la speranza di un riscatto umano e sociale non riescono a esprimere la propria autonomia di classe. Ormai priva di ogni carattere progressivo, la “questione nazionale”, risultato della “macedonia dei popoli” incastrati gli uni negli altri, fomentata e manovrata dall’imperialismo mondiale, si dibatte come un gigantesco animale moribondo, abbattendosi disastrosamente su quei nostri fratelli di classe.

Fra il 1991 e il 1995, le guerre jugoslave hanno ridotto il territorio balcanico a un puzzle di ectoplasmi: Slovenia, Serbia, Croazia, Kosovo, Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia. Nella giungla delle cosiddette nazionalità, a ridosso del centro Europa, il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) è un ammasso di contraddizioni che si va allargando e che presto o tardi si scioglierà in modo violento. Dal Mar Baltico, attraversato da oleodotti e gasdotti, scorre un immenso flusso di energia fossile dalla Russia verso la Germania, costeggiando Lituania, Lettonia ed Estonia; dal Caucaso, un altro flusso scorre dall’Azerbaigian alla Georgia e alla Turchia. Ai confini russo-ucraini, oltre la penisola di Crimea, si è costituito il fronte di guerra nel Donbass e oltre la Turchia imperversa ancora il conflitto generale mediorientale, che, fin dalla crisi economica apertasi negli anni 1974-’75, continua a devastare Iraq, Iran, Siria, Libano, i Territori palestinesi, l’Arabia Saudita, passando per lo Yemen.

Appena un decennio dopo la rivoluzione proletaria del 1917, la controrivoluzione staliniana si è abbattuta anche sulla tattica dell’“autodeterminazione dei popoli” proposta dall’Internazionale Comunista, e non ha lasciato altro che distruzione e morte. Seguono la crisi economica degli anni trenta (1929-’32) e il secondo conflitto mondiale (1939-‘45). All’inizio degli anni ’90, il percorso di disgregazione politica ed economica dell’Unione Sovietica, simboleggiato dal crollo del muro di Berlino, è sboccato nelle cosiddette “Repubbliche caucasiche”: l’intera area entra in uno stato di decomposizione. Il territorio sociale, politico ed economico si sfalda: con le loro minute “questioni nazionali”, piccole bande politico-militari confliggono le une con le altre. Il Risiko dei briganti imperialisti si dilata alle regioni montuose poste tra il Mar Nero e il Mar Caspio ed agita “idee separatiste” tra le regioni ucraine, filorusse e filoamericane, alimentando furori revanscisti nei paesi baltici: gli oleodotti russi nel Baltico fanno intravvedere le misure strategiche di una prossima guerra futura. A promuovere queste “idee separatiste” è l’espansione della Nato in Ucraina, in Polonia e nella Repubblica Ceca, dove già sono impiantati gli “scudi antimissili”, puntati, certo a Oriente, ma pronti a ruotare a Ovest, qualora la Germania o la Francia rivendicassero una vera e propria autonomia “europea”.

 

La Rivoluzione russa e la guerra azero-armena (1917-1924)

Torniamo indietro di un secolo. Il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian scoppia nel corso della Prima guerra mondiale. Il territorio del Nakhichevan (a maggioranza azera) si trova in Armenia e il Nagorno-Karabakh (a maggiorana armena) si trova in Azerbaigian. Stranezze? Nient’affatto! Combinazioni storiche, sociali, economiche ed etniche. Casuali? Il Caucaso presenta una mescolanza di popoli che non potranno trovare mai una vera collocazione: poco prima della fine dell’Impero ottomano, nel 1917 l’Impero zarista collassa sotto la spinta rivoluzionaria del proletariato, costretta essa stessa a rinculare viaggiando ad Oriente sotto la pressione imperialista del “modo di produzione” capitalista occidentale. Insieme agli Imperi, collassano i modi di produzione che hanno fatto il loro tempo: le tre “nazioni” più massicce e omogenee del Caucaso (Azerbaigian, Armenia e Georgia), con annesse enclaves, vicinissime tra loro, si troveranno ben presto sotto il controllo sovietico. Appena il tempo di dichiarare la propria indipendenza, e vedono nascere la cosiddetta Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, che si dissolverà dopo solo tre mesi dalla nascita.

Tuttavia, le spinte contrastanti delle tre più grandi borghesie, armena, azera e georgiana, non unificheranno le proprie economie e storie sociali, come era scritto nella prospettiva comunista: vivranno intrecciate in un territorio estremamente complesso, montuoso e ricco di petrolio (soprattutto dalla parte dell’Azerbaigian), portandosi dietro una massa di contraddizioni destinate ed esplodere. Azeri, armeni e georgiani, figli di un’antichissima storia, i primi più vicini ai turchi per fede mussulmana, i secondi legati a una tradizione armeno-cattolica l’una e cristiano-ortodossa l’altra, ben presto verranno in urto. Nel corso della Prima guerra mondiale, la borghesia turca, impegnata a darsi una formazione nazionale, tenterà di sterminare l’intero popolo armeno – un atto che si ripeterà nel corso dei ripetuti scontri fra i due paesi.

Del territorio curdo e del territorio palestinese, l’imperialismo occidentale farà poi uno spezzatino, sforbiciando quello kurdo in irakeno, iraniano, turco e siriano, e lo stesso farà poi, dal 1948, del territorio palestinese, sotto il rullo compressore di Israele e dei cosiddetti “fratelli arabi”. Tra il 1918 e il 1920, cominciano già i primi scontri tra la neonata Repubblica Democratica azera e la Repubblica Democratica armena. Al primo Congresso (22 luglio 1918), la borghesia armena del Karabakh, immersa in area azera, chiede di far valere la propria indipendenza. Il tentativo di sistemazione politica e territoriale, auspicato dal II Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1920 (l’autodeterminazione dei popoli da una parte e la rivendicazione dell’integrità territoriale dall’altra), si dimostreranno del tutto impossibili. Le borghesie e le miserabili classi medie volte alla guerra una contro l’altra faranno fallire ogni possibilità di rapporti umani, di legami fraterni, di conciliazione interna al proletariato. Sotto la supervisione del Commissario del Popolo per le nazionalità (ruolo ricoperto da Stalin), l’Ufficio caucasico concederà la sovranità del Nagorno-Karabakh alla neonata Repubblica socialista di Armenia, realtà che non avrà futuro perché il Karabakh sarà assegnato, tempo dopo, all’Azerbaigian. Da allora, i venti di guerra, che ancora adesso scuotono questi due paesi, si alzeranno ancora più forti.

Nel 1922, nel tentativo di riorganizzare il territorio, l’Unione Sovietica cerca di organizzare la Repubblica Federale Sovietica Transcaucasica: ma tutto presto si sfalderà. L’Oblast “autonoma” del Nagorno-Karabakh (di etnia armena: il 94% della popolazione) sarà creata nel 1923 e la sua capitale sarà spostata a Stepanakert. La spinta a unire il Nagorno-Karabakh alla cosiddetta madrepatria armena verrà alimentato con il genocidio subito (1915-1923), esasperando il patriottismo e accecando la sua storia sociale. Intanto, con il passare degli anni, gli armeni del Nakhichevan (in Azerbaigian) perderanno la loro maggioranza etnica (scendendo al di sotto del 60%). La contiguità territoriale con gli armeni scioglierà l’antico rapporto di convivenza con gli azeri, mentre il Nagorno-Karabakh, che sta come un’isola all’interno del territorio azero, alimenterà il perenne stato di contrasto e, inevitabilmente, uno stato di guerra. Nei decenni successivi di dominio russo, la borghesia armena rivendicherà sempre l’unificazione del Nagorno-Karabakh, perché i suoi “diritti nazionali” sarebbero stati soppressi e calpestati nel corso degli anni e le “libertà culturali ed economiche” ridotte…

 

La dissoluzione della Russia e la guerra del Nagorno-Karabakh (1988-‘94)

Tra la fine degli anni ’80 e l'inizio degli anni ’90, riemerge la questione del Nagorno-Karabakh. Il tentativo di “azerificazione” del territorio porta la borghesia armena a mobilitarsi: il 20 febbraio 1988, alla luce delle nuove riforme dovute a Gorbacev (salito al potere nel 1985), il Soviet Regionale del Nagorno-Karabakh, allora parte integrante dell’Azerbaigian, vota un documento che permette la riunificazione con la regione autonoma dell’Armenia. Il Soviet lamenta il fatto che le scuole della regione non hanno libri in lingua armena e intorno a questa rivendicazione si sviluppa una serie di proteste, che si concretizzano in omicidi e atrocità ,tra cui gli stupri nella città di Sumgait e una vera carneficina sociale. I pogrom di Sumgait hanno luogo il 27 febbraio 1988, nell'omonimo sobborgo industriale a nord della capitale dell'AzerbaigianBaku: bande armate di azeri assaltano i quartieri degli armeni scatenando una “caccia all'uomo”, che durerà due giorni e si placherà solo all'arrivo delle forze di sicurezza. Con l'industrializzazione e lo sviluppo dell'attività di estrazione petrolifera, il centro urbano di Sumgait si quadruplica, sicché alla fine degli anni ’80 arriva a contare 223.000 abitanti.

Questa crescita così rapida genera problemi sociali enormi. È dal 1988 che si combatte in questa terra montuosa del Nagorno-Karabakh senza sbocchi sul mare, abitata in maggioranza da armeni: non perché possieda chissà quali ricchezze, ma perché la sua collocazione geografica ne fa un crocevia tra Asia Centrale, Medio Oriente, Europa e Russia. Lungo il confine dove si sta combattendo, corre una rete di oleodotti e gasdotti vitali per l’economia azera. In questo contesto, trova terreno fertile il nazionalismo, che cavalca ancora la crescente tensione tra i due gruppi etnici. La situazione si fa così difficile che nel gennaio 1989 il Soviet Centrale dell’Urss scioglie l’autorità speciale in Karabakh. Nell'autunno 1989, le violenze aumentano e Mosca decide di dare alle autorità azere maggiori poteri per cercare di controllare la regione. A metà gennaio del 1990, tuttavia, una protesta degli azeri a Baku degenera in un altro episodio di violenza contro gli armeni con decine di morti. Gorbacev dichiara lo stato di emergenza e vengono inviate le truppe sovietiche per ristabilire l’ordine. Mosca interviene reprimendo il movimento indipendentista azero. Durante le azioni per contenere la rivolta, le truppe sovietiche occupano Baku alla mezzanotte del 20 gennaio. Il 26 marzo 1990, il conflitto scoppia in seguito al voto del Soviet del Nagorno Karabakh, che dichiara la nascita formale della Repubblica del Karabakh. Il 30 agosto 1991, l'Azerbaigian delibera di lasciare l'Unione Sovietica e dà vita alla Repubblica dell’Azerbaigian. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh (Artsakh, come viene chiamata dagli armeni) approva un referendum per la convalida della “decisione di autodeterminazione”, che si conclude con il 98% dei consensi: fanno seguito le elezioni politiche per la formazione del nuovo Parlamento. Nel frattempo, il 26 dicembre il Soviet Supremo dell’Urss dichiara formalmente lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Il 6 gennaio 1992, viene ufficialmente proclamata la repubblica; il 31 dello stesso mese, cominciano i bombardamenti azeri sull'Artsakh. Nel vuoto lasciato dal crollo dell’Urss, lo scontro tra le due neonate repubbliche viene fortemente influenzato dalla politica militare della Federazione Russa, che riesce a manipolare le rivalità tra le parti, rifornendole di armi e tenendo sotto controllo i due contendenti (munizioni per un miliardo di dollari vengono illegalmente trasferite all'Armenia tra il 1992 e il 1994). Al termine del conflitto, la Repubblica del Nagorno-Karabakh ha esteso il proprio territorio, unendolo al confine armeno e avendo acquisito i sette rajon (regioni) limitrofi, precedentemente amministrati dall’Azerbaigian. Da un punto di vista strettamente numerico, la superficie di tutti i rajon, dentro e fuori l’Oblast del Nagorno-Karabakh, interessa adesso un territorio di 12.193 kmq, per una popolazione complessiva di 816.500 abitanti. Il conflitto civile, tra il 1992 e 1993, conta alla fine 30 mila morti e un milione di profughi. Nel 1993, la guerra ha già provocato migliaia di vittime e centinaia di migliaia di rifugiati da entrambe le parti: in novembre, si stima che 16.000 militari azeri abbiano perso la vita e 22.000 siano rimasti feriti durante i sei anni di guerra; le Nazioni Unite stimano in circa un milione i rifugiati fuggiti in Azerbaigian nel 1993. A tentare una mediazione sono la Russia, il Kazakistan, l'Iran, l'ONU e la CSCE, cui si aggiungono altri paesi. I negoziati hanno scarso successo e spesso i cessate il fuoco non sono rispettati.  Il nuovo anno di guerra inizia così come si era concluso: gli azeri tentano di riconquistare i territori perduti, ma l’organizzazione delle forze in campo rende vano ogni sforzo. Quando, a partire dal 10 aprile, gli armeni lanciano un’offensiva nel settore orientale si capisce che la guerra sta volgendo al termine. Il 5 maggio 1994, a Bishkek (Kirghizistan), viene firmato un accordo di cessate il fuoco tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno-Karabakh.

 

Carneficina Caucaso: 27 settembre-10 novembre 2020

Lo scenario di guerra non cambia. La regione del Caucaso (dall’Azerbaigian alla Georgia e alla Turchia) è cruciale per il petrolio e il suo controllo interessa gran parte delle forze imperialiste: la Turchia di Erdogan appoggia l’Azerbaigian, di cui è alleata e di cui sfrutta la ricchezza petrolifera; l’Iran si offre per “colloqui di pace”; gli Usa “invitano” a fermare la violenza; altrettanto fanno l’Onu e l’UE. Nel frattempo, però, il massacro continua. La Russia è il principale paese sostenitore dell’Armenia e non c’è alcun dubbio che, senza il suo sostegno militare, l’Armenia non potrebbe competere alla pari con il paese rivale molto più ricco. Così, il 27 settembre 2020, gli scontri nella regione del Nagorno-Karabakh si riaccendono e la sanguinosa giostra della guerra nel Caucaso ricomincia a girare.

A livello giuridico, il Nagorno-Karabakh “autonomo” non esiste e nessuno Stato al mondo lo riconosce come tale. Ribadiamolo ancora una volta: le nazionalità disseminate qui e là ai confini delle grandi masse statali e i relativi irredentismi sono residui e cancrene delle cosiddette “questioni nazionali” [1]. La bandiera della “Patria” che esse innalzano ha sempre come finale di partita una carneficina di civili, di proletari. Il controllo, rivendicato da entrambi gli Stati su parti del territorio, sarà definito da un’ulteriore guerra, che ancora una volta riconferma i confini dettati dallo scontro precedente e dalla cosiddetta appartenenza geografica ed etnica. Il Nagorno, ovviamente, non vuol sottoporsi a una nuova giurisdizione: vuole che sia riconfermata la vittoria dei primi anni ‘90. La tensione mai sopita ritorna altissima da quando la rivendicazione, da entrambe le parti del territorio, ha trasformato questa regione ex-sovietica in un campo minato.

La partita ricomincia con una controffensiva contro i “separatisti armeni”. La “nazione” azera dichiara di voler porre fine agli attacchi del nemico per garantire la sicurezza della propria popolazione civile. La stabilità dell’economia azera nel Caucaso meridionale è fondata su di un corridoio strategico, passaggio obbligato degli oleodotti che trasportano petrolio e gas ai mercati mondiali lungo la linea Baku-Tbilisi-Ceylan. Il governo separatista del Nagorno-Karabakh, mentre si avvicina la tempesta, impone la legge marziale, a cui il ministro degli Esteri russo Lavrov risponde con un “cessate il fuoco” e l’avvio di colloqui per “stabilizzare” la situazione. Vecchia canzone: “divide et impera”, “destabilizzare per stabilizzare” – questo conta! L’attacco armeno è una “violazione delle leggi internazionali”, ragliano gli asini guerrieri del governo azero di Baku; il “gruppo di Minsk”, ovvero dei paesi imperialisti interessati al conflitto, entra in azione; quanto a Francia, Russia, Stati Uniti, Turchia, che cosa sono? interlocutori, alleati, partner, parentela? semplici osservatori in diretta. Una bella ammucchiata, che si ritorce in modo micidiale contro la popolazione civile, contro il proletariato.

L’idea di creare una forza d’interposizione costituita da caschi blu russi risulta accettabile alle orecchie russo-turche: politicamente, è uno “status particolare” che garantirebbe comunicazioni affidabili con l’Armenia, prevedendo la restituzione agli azeri delle fasce di territorio occupate dagli armeni negli anni ’90. Tuttavia, senza una carneficina di civili che serva da ricordo alle giovanili passioni patriottiche azero-armeni, non si conclude nulla. Tra missili balistici armeni nelle regioni di confine e missili tattici azeri che colpiscono la popolazione civile e distruggono intere città, la guerra continua, si allarga, si distende. Il massacro continua: da entrambe le parti si contano duemila morti, il totale delle vittime ammonta, dopo appena un mese dall’inizio del conflitto, a 5mila, i feriti e mutilati sono nell’ordine delle decine di migliaia.

La chiave di volta della situazione sarebbe quella di contenere l’incendio che si potrebbe scatenare nella Transcaucasia e in cui le pedine del gioco sono tante. I legami della Russia con le popolazioni armena e azera, in terra russa, valgono miliardi di dollari per ambedue le cosiddette nazionalità e in questa macelleria le due comunità, ciascuna costituita da milioni di migranti, sono partner che giocano alla pari con le rimesse estere. Da parte russa, l’obiettivo è quello di impedire uno scontro sociale, tentando di giocare in proprio con migliaia di soldati utilizzati come caschi blu russi scavalcando sia francesi, sia turchi che americani. Da parte azera, l’obiettivo è di occupare i territori con costanti bombardamenti sulla capitale Stepananakert e Shushi, la città vicina, con l’obiettivo di accelerare l’esodo della popolazione armena. Lo scatenamento della “lotta partigiana” è al centro del “patriottismo armeno”, a costo del massacro nell’uno o nell’altro fronte: decidano le armi se il Nagorno-Karabakh debba essere azero o armeno!

Tra una tregua e l’altra, tra un’accusa di aver sparato per primi o per secondi, si consuma la “partita delle tregue”. Il palleggio tra Erevan e Baku, tra Macron ed Erdogan, tra Russia e Stati Uniti, tra Ankara e Mosca, non riesce a cavare un ragno dal buco, e così, tra qualche morto russo in combattimento e migliaia di altri “militi ignoti”, si ripropone lo schema visto tempo fa nel Donbass. Le foto dei presidi dell’esercito russo sembrano dimostrare che il cuore dei russi batta per gli armeni e che il conflitto non sia altro che uno scontro indiretto tra Russia e Turchia. Pare che in Siria si tifi per gli armeni e che ad Aleppo si manifesti ugualmente solidarietà per il popolo armeno. A Damasco si teme che la Turchia esca rafforzata da questa guerra nel Caucaso, cui sono aggrappate tutte le bande statali mediorientali. La situazione non è allegra nemmeno in Georgia, con le sue tre enclaves, Abkhazia, South Ossezia e Agiaria, dove il fuoco cova sotto le ceneri, mentre si prepara ad aderire alla Nato.

La crisi del Nagorno-Karabakh è in un vicolo cieco, tra tentativi falliti di istaurare “una tregua umanitaria”, uno scambio di prigionieri e uno di morti. La crisi del Caucaso si rispecchia poi nel confronto militare in Siria tra la guerriglia filo-turca e l’esercito russo. Erdogan intanto invita Putin a una trattativa diretta per risolvere la crisi, tenendo fuori gli attori francesi e americani. In realtà, è più credibile che si pensi di aspettare l’esito delle elezioni USA, tirando in ballo i kurdi su entrambi i fronti: notizie di fonte russa annunciano che sono stati trasferiti 1200 militari dal Kurdistan turco agli altipiani del Nagorno-Karabakh, ma anche Putin è accusato di usare militanti kurdi nel conflitto del Nagorno-Karabakh e di avere messo in campo almeno 2 mila membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Intanto, al fronte, numerose sono le vittime tra i civili nei bombardamenti dell’ospedale di Stepanakert e i combattimenti violenti a Shushi, la seconda città più popolosa del paese. Il ministro degli esteri armeno definisce gli attacchi un “crimine di guerra e una grave violazione del diritto internazionale” e accuse di efferatezza vengono anche da parte azera. La località di Barda è bombardata: 19 morti e 60 feriti. Il riflesso siriano della guerra azero-armena si è mostrato contemporaneamente in tutta la sua brutalità nell’attacco dell’aviazione russa a un campo di addestramento dell’opposizione siriana filo-turca nella provincia di Idlib: nel bombardamento sono morti almeno 78 militari e 90 sono stati feriti.

 

Fine della guerra Armenia-Azerbaigian?

La svolta è arrivata, l’accordo per il cessate il fuoco è giunto il 10 novembre. La sconfitta armena, già annunciata dai violenti combattimenti e dalla conquista azera di Shushi, ha trovato il suo epilogo con la “mediazione” della Russia e l’invio di 2 mila uomini come “peacekeepers”. Il contingente militare russo resterà nel territorio per cinque anni, durata che potrà essere prolungata di altri cinque anni. Le forze di pace russe stanno posizionando nell’area di influenza aerei che trasportano veicoli corazzati, risorse materiali ed equipaggiamenti.

Ventisei anni dopo la vittoria armena del 1994, la guerra separatista del Nagorno-Karabakh, che aveva procurato 30.000 vittime, con l’odierna occupazione militare azera interrompe una seconda puntata della guerra messa in piedi dalle due bande di criminali. Da mano armena, il territorio ritorna in mano azera. Uccisioni della popolazione civile, espropriazioni, incendi, fuga dai territori verso la cosiddetta “patria armena” e russa, strazi di paesi, pulizie etniche sono il risultato della nuova barbarie. Esultano Ankara e Baku, i patrioti azeri festeggiano. La rabbia esplode a Yerevan, dove migliaia di “patrioti armeni” si riversano sulle strade e nel Parlamento armeno. Risse, violenti scontri verbali e atti vandalici. Il Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore armeni affermano che bisognava fermare lo spargimento di sangue. Il primo ministro armeno sostiene che “il cessate il fuoco è stato estremamente doloroso” e che “in questo momento difficile dobbiamo restare fianco a fianco”. Dall’altra parte del fronte, cresce la soddisfazione della Turchia per la vittoria e il Ministro degli Esteri si congratula per il successo: “continuiamo ad essere una sola nazione e un solo cuore con il nostri fratelli azeri”. Altre felicitazioni sono giunte da Baku: “Il Karabakh è ora libero”. Amen.

                                                                                                                      Ottobre-novembre 2020

[1] Cfr. “Residui e cancrene delle cosiddette ‘questioni nazionali’”, il programma comunista, n.1/2017.

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bologna, al momento è sospesa l’apertura al pubblico
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 24 aprile 2021, dalle 15)

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