Mercoledì, 27 Ottobre 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario

  • Categoria: n. 01, gennaio-febbraio 2009
  • Pubblicato: Giovedì, 05 Novembre 2009 23:37

Quello che ha avuto luogo nella striscia di Gaza è stato la più vasta esercitazione militare di caccia all’uomo, di tiro al bersaglio e di decimazione, messa in campo contro il proletariato palestinese da quarant’anni a questa parte. Almeno milletrecento  morti, migliaia di feriti e di senza tetto, carri armati israeliani che scorrazzavano da nord a sud, aerei e navi che bombardavano il nuovo “ghetto” di Gaza, immense devastazioni. Il micidiale terrorismo dello Stato di Israele – uno stato che, per la sua stessa storia, è avanguardia della ferocia borghese e avamposto imperialista degli Usa – , mentre la crisi economica imperversa a livello mondiale, è quello stesso terrorismo che presto o tardi si abbatterà con tutta la sua ferocia sul proletariato internazionale.

  

Scrivevamo solo alcuni mesi fa: “I proletari palestinesi di Gaza, assediati dall’esterno da un esercito armato fino ai denti, controllati all’interno dalle milizie di Hamas, messi in stato di continuo allarme dai ‘missili da giardino’ e dalle micidiali e martellanti incursioni aeree israeliane che falciano indiscriminatamente la popolazione, continuano a ripercorrere senza sosta il girone infernale della loro tragedia. Purtroppo, nessun disfattismo rivoluzionario contro gli interventi militari e lo stato di polizia viene agitato dal proletariato israeliano, indifferente e silenzioso da lunghissimi anni, chiuso in difesa dei suoi privilegi, impossibilitato ancora a uscire dalle maglie di una ferrea gabbia sindacale corporativa all’ennesimo grado e dalla potente macchina del consenso nazional-religioso. Nessun atto di disfattismo nemmeno dal proletariato arabo-israeliano, ancora incapace di rizzarsi in piedi, isolato e disprezzato dalle potenti classi medie israeliane, controllato esso pure dall’opportunismo nelle sue file, nelle forme religiose piuttosto che in quelle laburiste o patriottiche. E men che meno viene un atto di disfattismo dal proletariato immigrato (cinese, filippino, tailandese, ecc), spinto dalla necessità, ancora troppo giovane per respingere la funzione di concorrente che gli è stata assegnata contro i proletari palestinesi […] Purtroppo, nessun disfattismo rivoluzionario contro il ‘comitato d’affari palestinese’ nella Striscia e in Cisgiordania viene propugnato nemmeno da parte del proletariato palestinese, che non riesce ancora a concepirsi come tale, e così la scenografia di una patria da conquistare (una ‘patria galera’) continuerà a essere allestita e rinnovata, ma su un palcoscenico che è sempre il medesimo. Tutti sono inchiodati a questo tragico presente: ed esso potrà essere spezzato solo dal riaprirsi della lotta di classe a livello internazionale e nelle metropoli imperialiste, di cui Israele è un pilastro decisivo in Medioriente”1.

  Invocavamo e invochiamo, dunque, il riaccendersi della lotta di classe su scala mondiale, sorretti dalla nostra fiducia insopprimibile che il proletariato saprà uscire dal vicolo cieco in cui è stato cacciato da 80 anni di controrivoluzione. L’attuale crisi mondiale ci porterà necessariamente dentro la zona delle tempeste e preparerà le condizioni oggettive della rivoluzione proletaria. Ciò che accade oggi e quel che accadrà nei prossimi anni sarà dettato da questa necessità storica. Le vie non sono infinite e non sono casuali: sono certe, come certo è il bisogno della borghesia di conservarsi come classe generale dominante in eterno, al costo del cannibalismo sociale e della guerra globale. “O dittatura della borghesia o dittatura del proletariato”, è scritto nelle tavole del materialismo storico. 

 

La realtà palestinese – che era presentata come capace di divenire il detonatore della trasformazione sociale del Medio Oriente, una miscela esplosiva con il suo innesco in una pretesa causa nazionale irrisolta (come abbiamo tante volte ripetuto, e com’è stato confermato dalle tante vicende storiche mediorientali succedutesi dalla metà degli anni ‘70) – si è drammaticamente trasformata. L’impronta proletaria che hanno assunto le contraddizioni sociali presenti nell’area emerge da decenni in forma sempre più esplosiva, dimostrando definitivamente che l’ideologia patriottica alimenta unicamente un’oppressione sociale esercitata non solo dalla borghesia israeliana, ma anche dalla stessa borghesia araba e palestinese. Ne fanno testo, già da soli, i 4,6 milioni di rifugiati così sparsi: in Giordania (1,93 milioni), in Libano (416 mila) in Siria (456 mila), in Cisgiordania (754 mila), nella Striscia (1,09 milioni) – tutti sottoposti a restrizioni, controlli, azioni di polizia da parte dei “governi amici” ufficiali. Il proletariato mediorientale è divenuto ormai parte integrante del proletariato internazionale, come confermano anche gli enormi flussi migratori degli ultimi decenni – e contro di esso l’alleanza borghese arabo-israeliana conduce la sua guerra di classe. E’ per ciò che in questo tragico frangente non si può chiedere al proletariato mediorientale ciò che non può dare dal punto di vista della ripresa della prospettiva rivoluzionaria, se prima non si manifesta in tutta la sua portata la lotta di classe là dove sono il cuore e il cervello dell’Imperialismo, là dove sono le leve di comando, ovvero nelle metropoli imperialiste. La lotta proletaria palestinese non può essere più racchiusa dentro un contenitore nazionale: i reduci di matrice stalinista e gli antimperialisti piccolo-borghesi che in Occidente continuano a chiedere che esso si batta per una nazione popolare o democratica, nella forma della resistenza patriottica, sono vecchie canaglie che tentano ancora una volta di distruggere la potenzialità di lotta insita nella condizione di una classe che non ha nulla da perdere se non le proprie catene. 

 

Sebbene apparentemente così potente, la borghesia israeliana è accecata dal suo stesso intelletto politico, dall’idea che una volontà determinata, uccidendo e massacrando, possa sormontare qualunque ostacolo. Pur vedendo la miseria sociale che le si sta rovesciando addosso, non può comprendere che il proletariato non può essere eliminato, che la “canaglia pezzente” che oggi terrorizza finirà domani per distruggerla. Non Hamas e la cosiddetta causa nazionale resistono ai bombardamenti, alle incursioni, non i fucili e i razzi, come vantano i cosiddetti miliziani: a farlo è il muro di basalto della realtà proletaria, che pure paga un prezzo pesante. Non resterà a Israele che allargare il fronte di guerra o spingere a fondo il massacro, se vuole giungere all’obiettivo di eliminare nella situazione contingente Hamas: altrimenti, sarà indotta nuovamente all’ennesima tregua e a peggiorare le sue stesse condizioni di esistenza e la sua “sicurezza”. Con la tregua, Hamas dimostrerebbe, a spese dei proletari, la sua vocazione dittatoriale borghese. Se la sua organizzazione fosse eliminata, lo scenario generale della lotta di classe non cambierebbe, perché è il proletariato il vero protagonista, sebbene non cosciente, della realtà presente e nulla può cambiare questo dato di fatto. E tuttavia sarà decisivo solo e unicamente l’incontro del partito di classe con il proletariato: non solo in Medioriente, ma, prima di tutto, nelle metropoli imperialiste. 

 

Noi non disperiamo che, in questa tremenda svolta, il proletariato mediorientale possa trovare la forza di sfuggire alle reti dell’opportunismo che lo imprigionano. Come nelle grandi battaglie del passato, ci auguriamo che sappia mettere in campo i migliori combattenti della sua causa: che sappia fare della purtroppo inevitabile sconfitta odierna il punto di partenza verso un futuro più ricco di vittorie. Come nella Parigi rivoluzionaria del 1871, come nella Pietroburgo del 1905, noi gli indichiamo non la via della resa e del disarmo, ma della lotta rivoluzionaria indipendente politica e organizzativa: la trasformazione di questa lotta senza speranza, cui la costringe oggi Hamas, nella grande lotta di classe rivoluzionaria, con la piena consapevolezza che battere un nemico così possente è un colpo inferto anche all’intero fronte avversario. Nel riproporre la necessità del disfattismo economico, politico, militare da parte del proletariato israeliano, arabo-israeliano, immigrato e palestinese, uniti nell’intera area e soprattutto all’interno dello Stato d’Israele, noi non ci sogniamo di trasformare certo con uno slogan l’attuale offensiva imperialista in guerra civile; o di trasformare automaticamente la lotta di difesa economica in lotta rivoluzionaria. Noi ci rivolgiamo ai nostri fratelli di classe, a un’avanguardia di lotta che è oggi in stato di isolamento e di oscuramento, affinché possano uscire dalla trappola infernale del presente reazionario, e riconoscere finalmente il proletariato come unica classe rivoluzionaria, considerando chiusa ogni ipotesi nazionale e riaffermando la necessità assoluta della dittatura proletaria diretta dal partito comunista internazionale. 

 

E tuttavia questa indicazione programmatica, teorica e tattica sarebbe un’arma spuntata, se non la si articolasse (in forma di lotta e di organizzazione) nel vivo della cancrena da cui promana l’infezione reazionaria diffusa in tutto il corpo del proletariato mondiale. E’ qui, nell’Occidente, che il disfattismo economico e politico deve sprigionare il massimo della sua efficacia. E’ qui che occorre spiegare al proletariato (con pazienza, chiarezza e fiducia) l’urgenza della lotta intransigente in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, unica strada per passare all’azione offensiva di classe. Non esiste altra alternativa per soccorrere il proletariato palestinese aggredito, per alleviare la sua sofferenza, per lasciare una stabile traccia nel solco della memoria di classe e sanare la separazione nazionale scavata nel corpo del proletariato tutt’intero.  

 

Sono necessarie e urgenti tutte quelle forme di lotta che promuovano l’organizzazione di classe unitaria e compatta; devono essere respinte tutte le forme sindacali, di grande e piccolo taglio, che difendano interessi corporativi in qualunque comparto economico; devono essere messe in campo proposte a carattere disfattista su ogni terreno, per costringere il nemico di classe borghese, ovunque si trovi, a mollare la presa anche dal più piccolo reparto proletario in lotta; deve essere respinto il pacifismo e il disarmismo, l’immediatismo anarchico, moralista e individualista; devono essere proclamate e affermate la necessità e l’urgenza del ritorno sulla scena del partito rivoluzionario di classe. Pur non partecipando attivamente al massacro in atto, la borghesia di qualunque nazione è corresponsabile in primo piano: contro essa va diretta la guerra di classe. Giungano al proletariato palestinese in questo momento la solidarietà di classe e il grido di battaglia dei suoi fratelli di ogni parte del mondo, con le parole levate da Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg, mentre il proletariato tedesco e internazionale veniva portato al macello nel primo conflitto mondiale: “Il nemico da combattere è nel nostro paese”! 

 

Il materialismo storico insegna che, nello stesso tempo in cui la borghesia israeliana fa terra bruciata attorno a sé, indebolisce anche le proprie condizioni di esistenza, fondata com’è sullo sfruttamento della classe operaia araba. La proletarizzazione sia all’interno che all’esterno dello Stato israeliano è giunta da tempo a maturazione e con essa la crescente miseria e l’assedio alle roccaforti della sua ricchezza. Nell’ora in cui la produzione capitalistica mostra la sua profonda fragilità, nessuna tregua sociale (né tra le classi né sul fronte di guerra) potrà essere duratura, nessun territorio sarà protetto da incursioni e da aggressioni. Il momento della mobilitazione, del richiamo dei riservisti, dell’ammassamento delle truppe, delle aggressioni mirate, appartiene al campo delle soluzioni illusorie di contraddizioni ormai insanabili. Non si tratta più di definire un percorso di tregua o di “pace concordata”, come continuano a prospettare le anime pie al coperto dei carri armati israeliani, né una finalmente acquisita divisione territoriale tra due (o tre?) Stati: tutti gli interventi pacificatori diventano precari e inconsistenti, veri e propri palliativi. Al sopravvenire della crisi economica, la necessità di affrontare il problema politico dello Stato d’Israele su scala dell’intera economia mediorientale si fa pressante, perché Israele non è un corpo estraneo del Medioriente, ma già da tempo parte essenziale dello scenario generale imperialista. Quando verrà l’ora, lo Stato di Israele sarà chiamato a essere uno dei principali attori della spartizione del Medioriente: senza di ciò, esso è nulla e nulla rimarrà (è ancora alle prese della definizione dei suoi confini!). Il rischio del fallimento politico ed economico dello Stato di Israele, sprovvisto di risorse naturali, dipendente dalle borghesie arabe affamate di rendite e di profitti, può giungere, a causa della crisi economica, al punto di non ritorno. Se è pur vero che il sisma economico non ha raggiunto ancora il suo livello catastrofico, tuttavia è su questa base di fondo che si può misurare realisticamente l’attuale azione di polizia verso il proletariato palestinese. 

 

Sotto questo esame di lungo periodo, Hamas non è il vero l’obiettivo di questa ennesima aggressione, come invece da più parti si va ripetendo. Hamas è una giustificazione contingente di poco valore, rimasuglio di un nazionalismo politico-religioso d’una borghesia parassitaria, sostenuto dai “signori delle tregue e delle paci” (con pagamento di assistenza sociale) e degli “incontri al vertice”, dai grandi finanzieri arabi e da interessi politici, economici e strategici ben più grandi di Hamas – tutta gente che oggi s’è stancata di concedere aiuti a credito, nel tempo in cui, con la crisi finanziaria, il credito s’è sciolto come neve al sole. Il blocco economico a cui è stata sottoposta la Striscia di Gaza, da quando Hamas ne ha preso la direzione politica e organizzativa, rischiava sempre più di soffocare la sua esistenza stessa; l’apertura della frontiera egiziana all’inizio dell’anno ha maturato la necessità della fuga; la crisi economica ha ridotto e sta chiudendo tutti gli “spazi vitali”; gli aiuti provenienti dai paesi arabi, le rimesse estere del proletariato palestinese, si assottigliano. Da questa trappola occorreva uscire, di questa finta tregua occorreva sbarazzarsi. Abu Mazen, creatura dell’alleanza israelo-egiziana (Mubarak sapeva già in anticipo dell’attacco e appoggia la liquidazione di Hamas chiudendo i valichi verso l’Egitto, denunciando la presenza dei tunnel, impedendo di fuggire alle centinaia di profughi che si ammassano al confine), non è la soluzione: egli rappresenta solo una borghesia palestinese corrotta e stanca di continuare un gioco a perdere, strattonata per ogni dove dai veri e reali protagonisti dell’area mediorientale. Da parte loro, i fratelli “in oppio religioso” di Hamas in Libano (Hezbollah) possono giocare una loro partita solo se gli obiettivi sono limitati, transizioni da una tregua all’altra. L’aprirsi del fronte libanese contro Israele sarebbe comunque il segnale di un’estensione del conflitto, la cui la trama verrebbe scritta non dal solo Israele. Lo scontro tra i “fratelli palestinesi”, le accuse lanciate da Al Fatah contro Hamas (che terrebbe in ostaggio la popolazione civile) e l’attesa che Israele faccia il lavoro sporco a Gaza City per entrare sul carro dei militari israeliani sono l’aspetto più trucido di questa vicenda arrivata al suo traguardo finale. 

 

Le vicende recenti di vigorose lotte operaie e sindacali (tessili, edili, particolarmente a Dubai e al Cairo), le grandi lotte per il pane scoppiate un po’ ovunque nel mondo arabo, sono tipiche dello sviluppo capitalistico. Le immense masse di capitale creditizio capaci di sorreggere il capitalismo americano ed europeo in affanno e il prezzo delle riserve petrolifere schizzato alle stelle e poi ripiombato ai suoi limiti storici – tutto ciò accompagna la fragilità di questo capitalismo di natura finanziaria e parassitaria. Il panorama politico-strategico parla chiaro, a chi vuol vedere: la palude irakena in cui si è cacciata la grande armata Usa “liberatrice”, il riaccendersi delle ritorsioni indo-pakistane, la temerarietà crescente delle bande borghesi afgane e l’invio di nuove truppe americane nel territorio, aggiunti alla crisi politica latente in Iran, sono testimoni di vicende storiche il cui scenario è destinato a peggiorare di giorno in giorno. E’ in questa direzione della dinamica storica che le vicende di Gaza si inseriscono e si inseriranno, al di là della coscienza che ne hanno i protagonisti. 

 

Che l’interposizione di truppe Onu o dei paesi arabi si faccia ai confini dell’Egitto o a Gaza City non risolve alcun problema: anzi, dimostra l’assenza di una via d’uscita. Che Hamas sia un interlocutore valido nel senso che riconosca la legittimità di Israele a esistere o che rimanga un gruppo terrorista con alto consenso democratico fra i palestinesi, per lo Stato di Israele non fa differenza (il terrorista Arafat non è forse divenuto poi il padre putativo di Abu Mazen?). Dalla passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee alla restituzione della Striscia di Gaza all’Egitto e da questo ai palestinesi, dal massacro di Sabra e Chatila in Libano fino alla decolonizzazione della Striscia ad opera dello stesso Sharon, non c’è una rottura, ma semplice continuità.

 

 

Quello che più metterà nello stato di allerta i governi, se il bagno di sangue continuerà, saranno le massicce testimonianze di solidarietà provenienti dalle capitali arabe (ove dilagherà lo scontro cruento fra le due ali nazionaliste) e dalle tante metropoli capitaliste (ove da decenni risiede il proletariato arabo immigrato, palestinese in particolare). Le condizioni di esclusione a cui sono stati costretti i proletari delle diverse nazionalità, l’agitazione del razzismo e delle differenze religiose (armi di cui si serve largamente la borghesia), danno e daranno alle manifestazioni un carattere di impotenza e debolezza che i vari dirigenti religiosi e nazionalisti sfrutteranno in alleanza con la borghesia ospitante per evitare il contagio di classe. I governi borghesi faranno di tutto per spezzare il legame istintivo nei confronti dei proletari lontani massacrati da forze così potenti: anche questo legame ha il suo ruolo materiale nella lotta, mentre la tempesta di “piombo fuso” si abbatte sulle case e sui corpi. E dunque confidiamo che anche questo istintivo legame delle masse proletarie immigrate nelle metropoli imperialiste sappia trovare la strada della lotta di classe intransigente, e non quella della nostalgia verso un patria impossibile e del sogno di una presenza divina che riscatti per sempre dal giogo dell’oppressione. Non ci confondono le manifestazioni sotto il segno della preghiera (non dimentichiamo: la prima rivoluzione russa ebbe inizio sotto i simboli religiosi, ma presto si tramutò in lotta rivoluzionaria di classe), come non ci confondono le “prese di posizione laiche”, più devastanti delle pallottole: il pacifismo, il disarmismo, il riformismo con pistola e senza, figli della stessa cultura borghese illuminista o romantica. 

 

Se la profonda crisi economica spingerà il proletariato oltre il muro di silenzio innalzato dalla controrivoluzione da tutte le varianti borghesi di destra e di sinistra, laiche e religiose, se lo spingerà a prendere posizione in difesa dei suoi obiettivi storici di classe, allora una prima parte del compito rivoluzionario sarà stato compiuta. L’altra sarà opera della presenza del partito di classe, necessaria guida del processo rivoluzionario verso la presa del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria. ***Mentre terminavamo quest’articolo, è risultato chiaro che la speranza di Hamas di essere riconosciuto come interlocutore si è spenta; la tregua, a quanto si dice, sarà unilaterale (Israele può interrompere e aprire il massacro quando e come vuole), e al centro di questi ultimi colloqui sono gli accordi Israele- Usa (prima per l’attacco e poi per finirlo) contro i rifornimenti di armi attraverso i tunnel. Sembra anche che gli Usa non intendano partecipare alla forza di interposizione e di controllo: a chi sarà lasciata la patata bollente? agli egiziani? ad Abu Mazen? ai  francesi così solerti? all’Onu, agli stati arabi? Israele propone una tregua a tempo indeterminato (contro quella annuale di Hamas!); e la Lega Araba? semplicemente quattro chiacchiere in famiglia. Tutto come prima, dunque – a parte quel migliaio di morti e le molte migliaia di feriti: bambini, donne, popolazione civile in genere. Noi scommettiamo che il denaro per la ricostruzione verrà, che la borghesia palestinese (i costruttori e commercianti patriottici) si presenterà puntuale all’appello: il profitto val bene un migliaio di morti. E non c’è dubbio che anche le banche israeliane apriranno i cordoni della borsa: affari in vista!... ci sarà lavoro nell’edilizia, ci saranno nuovi ammortizzatori sociali e soprattutto una gestione politica (e ricattatoria) degli aiuti, ci saranno molte benedizioni religiose da una parte come dall’altra... Amen.   1. “Gaza, o delle patrie galere”, Il programma comunista, n. 2/2008.

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°01 - 2009)

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