DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

La ferocia con cui, fin dal 1948, lo Stato d'Israele svolge il ruolo affidatogli (non senza contrasti fra loro) dalle potenze vincitrici nel secondo macello mondiale – quello di gendarme armato a difesa di un'area gonfia di petrolio, serbatoio di manodopera a buon mercato, gravida di tensioni sociali attuali e potenziali – si riassume all'ennesima potenza in quanto sta succedendo in questi giorni e settimane nella Striscia di Gaza e dintorni.

Ogni guerra è preceduta, accompagnata e seguita da un’intensa, soffocante mobilitazione ideologica. Ma non c'è discorso religioso, nazionale, etnico, culturale, che tenga. Non si tirino in ballo, con stupida e complice ignoranza, l'antisemitismo, l’islamofobia e altre disquisizioni care all’ideologia accademica. Non si piagnucoli pretescamente sulla vittoria del Male sul Bene. Non si beli in nome di un pacifismo destinato a trasformarsi presto in appoggio alla mobilitazione per difendere “la patria in pericolo”. Non ci si riempia la bocca delle solite ipocrite tiritere sull’Umanità, sulla Democrazia, sul Diritto violato e calpestato, sulle mille “risoluzioni dell’ONU” disattese, sull’Occidente minacciato. Non si ripieghi frettolosamente sulle analisi della geo-politica all'ultima moda, che pretende di dire tutto e in realtà non dice nulla. Qui la spiegazione è una sola: questo è il capitalismo, la sua ferocia sta tutta dentro la sua fase imperialista e dentro la crisi strutturale entro cui si dibatte da decenni nel vano tentativo di uscirne.

Anche solo restando dentro il secondo dopoguerra, anticipato e inaugurato (lo si ricordi bene) dai lager nazisti, dai gulag staliniani, dalle città di Guernica e poi di Coventry e Dresda rase al suolo, dalle bombe atomiche sganciate dagli aerei USA sulla popolazione giapponese, le guerre non sono mai cessate: Corea, Algeria, Vietnam, Afghanistan, e via di seguito, e in più tutti i sommovimenti che hanno sconvolto l'Africa immersa nelle tragedie coloniali e post-coloniali e l'America Latina trasformata nel giardino di casa, completo di sanguinari golpe militari, dell'imperialismo yankee, e oggi l'Ukraina e, in un macabro rituale che continua a ripetersi e in cui a crescere è soltanto il numero spropositato di stragi di civili (in massima parte proletari), il Medio Oriente... Forse ci siamo lasciati indietro qualche altro orribile esempio?

Il capitalismo è guerra. La guerra è nelle leggi del suo funzionamento, perché il capitalismo è la guerra di tutti contro tutti: sul mercato e nella società, per sfociare infine sugli scenari bellici. Guerre non-guerreggiate e guerre guerreggiate: questa è la sua realtà, e non c'interessa rifare qui, per l'ennesima volta, tutto il percorso insanguinato che ha accompagnato l'affermarsi del modo di produzione capitalistico, la sua esistenza e l’odierna tragedia oscena del trascinarsi della sua agonia. Certo, quello del capitale è stato un gigantesco passo avanti, per lo sviluppo delle forze produttive, rispetto ai modi di produzione precedenti: ma un passo avanti pagato, fin dagli inizi, con un tributo di sangue da parte della classe proletaria, in fabbrica e nelle strade come nelle trincee, che, per ferocia e distruttività, non ha pari nella storia (pardon! pre-istoria) umana. E non si dica altro!

Solidarietà, dunque, ai proletari palestinesi e di tutta l’area medio-orientale, vittime dell’imperialismo in tutte le sue declinazioni nazionali. Critica aperta di tutte le formazioni borghesi che, nel fomentare l’illusione nefasta di una “patria” (da inventare o da difendere), li chiudono dentro i recinti di un incessante macello. Duro lavoro a fianco della nostra classe internazionale perché torni infine alla lotta aperta contro il vampiro capitalistico, risvegliandosi dal lungo sonno tormentato e pieno di incubi in cui l’ha ricacciata la più lunga controrivoluzione che abbia colpito il movimento operaio e comunista – unico modo per ricominciare a dare una reale e concreta solidarietà a tutte le vittime, odierne e future, della ferocia imperialista.

Appena ieri, poche settimane prima che si aprisse questo nuovo orrendo capitolo, dopo avere sinteticamente disegnato il quadro della situazione mondiale, scrivevamo su queste pagine: “Davanti a questo quadro che nei prossimi mesi potrebbe conoscere ulteriori, drammatici sviluppi e accelerazioni in una progressione incalzante, risulta sempre più netta l’esigenza del rafforzamento e radicamento internazionale del partito rivoluzionario: cioè, di un'organizzazione politica stabile, fondata su posizioni teorico-politiche e tattico-strategiche solide e frutto di analisi approfondite e di una lunga esperienza militante, che sappia collegare tutti questi elementi e ricondurli alla loro radice profonda (la sopravvivenza di un modo di produzione da tempo condannato dalla storia) e, così facendo, riproporre la prospettiva reale della presa del potere e della dittatura del proletariato, indicandone sia la sostanza reale sia la via, lunga e complessa ma necessaria, per raggiungerle”.

Non abbiamo altro da aggiungere, in queste settimane bagnate da nuovo sangue proletario.

                                                                                                                                             8/11/2023

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