DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

(Resoconto del Rapporto tenuto alla Riunione Generale del Partito, 4-5 novembre 2023)

Come siamo arrivati a quel sistema mondiale, che oggi mostra di porsi macchinosamente in moto per un terzo conflitto, che, irto di impianti produttivi, gonfio di massa finanziaria, munito di una rete di controllo diplomatico, autentico "soprastato" per tre quarti della terra, attrezzato di una organizzazione di propaganda soffocante la superficie del pianeta, la sua atmosfera e, per chi ci crede, lo stesso campo imponderabile dello "spirito", padrone infine di una forza armata rispetto alla quale i grandi condottieri della storia arrivano forse ad aver comandato un battaglione di stuzzicadenti, si definisce con la espressione più scempia che sfrontata di ‘mondo libero’? (“Schifo e menzogna del mondo libero, Battaglia comunista, n.15, 1950)

Il sistema mondiale che si inaugurava, all’epoca in cui usciva quel nostro testo (1950), è nel suo impianto fondamentale lo stesso di oggi. Il moto verso la Terza Guerra si è svolto macchinosamente attraverso un proliferare di guerre locali e, una volta cancellato senza sforzo bellico l’“antagonista bipolare”, ha diretto lo slancio di dominio e colonizzazione verso l’orizzonte dell’intero pianeta. Al suo servizio, la forza armata più potente che la storia umana abbia mai visto (1).

Ogni mezzo militare, tecnologico, propagandistico ed economico è stato concepito e usato per imporre i principi del “mondo libero”, affinché nessuno sfuggisse alla “libertà” di cui si fa vessillifera la nazione dal “destino manifesto ed eccezionale”, nata colonialista sulla pelle degli indiani d’America e schiavista su quella degli africani e investita della missione di riservare la stessa sorte a tutte le genti del mondo – missione non ancora compiuta, e giunta oggi a uno svolto decisivo. Non è del tutto esagerato affermare che nella Terza Guerra ci saremmo già da tempo (l'uso del condizionale è comunque d'obbligo per almeno due motivi: il primo è che per il momento, soprattutto nelle principali potenze imperialiste, nonostante un incremento nelle spese militari non assistiamo a veri indici di militarizzazione negli investimenti tipici delle economie di guerra; l'altro è che per ora le mobilitazioni nazionali delle popolazioni sono ancora piuttosto superficiali), e che ciò che riserva il futuro prossimo è la serie di battaglie che ne deciderà gli esiti.

Nel suo avanzare, il “mondo libero” si avvale di eserciti armati fino ai denti e dispone di tecnologie sofisticatissime per marcare la propria superiorità sulle forze che vi si oppongono. Il suo procedere va di pari passo con il trionfo della tecnica, che è trionfo del dominio dell’uomo sull’uomo, giacché nel capitalismo da un certo momento in poi ogni progresso tecnico si traduce in una più stringente sottomissione alle sue leggi. In fabbrica, il passaggio dalla subordinazione formale alla subordinazione reale dell’operaio passa attraverso il macchinismo e l’applicazione della scienza alla produzione; nella società, passa attraverso l’estensione del sistema di macchine e l’applicazione della scienza a ogni aspetto della vita sociale. Riportiamo dallo stesso testo:

“Per Franklin [il personaggio rappresentativo delle origini della “libera America”, matrice del Mondo Nuovo, ndr.] l'uomo è per natura un ‘toolmaking animal’, ossia un animale che fabbrica strumenti. Che volete di più borghese? L'autore della cinica definizione muore nel 1790, ma l'imperialismo nasce dall'aver fabbricato tanti, tanti strumenti. La bomba atomica è anche uno strumento, o voi che rimpiangete i Franklin”.

La Bomba è strumento per eccellenza, è sintesi e materializzazione del processo di sottomissione. Nessuno può opporvisi, pena l’apocalisse, ma la sua potenza illimitata è anche il suo limite: il suo utilizzo come strumento deve fermarsi a dimostrazione di potenza, altrimenti annienta con i dominati il dominio stesso. Forse i ristretti circoli dell’alta borghesia finanziaria contano di sopravvivere e approntano lussuosi bunker: ma su chi eserciteranno il loro dominio quando non ci sarà più nessuno da sfruttare? La Bomba è la massima espressione dello strumento nel significato che la parola assume nella società del Capitale: ma è anche espressione dei limiti del Capitale. Attraverso la generalizzazione della strumentazione, ancor più se autonoma nel funzionamento, ancor più se immateriale e dotata a suo modo di una intelligenza che fa a meno dell’uomo, rendendo l’uomo stesso superfluo, inadeguato, antiquato (2), il Capitale distrugge se stesso, le basi della valorizzazione di sé che conferisce senso al suo movimento. Il fatto che oggi si torni a ipotizzare un utilizzo sul campo della Bomba è forse sintomo del raggiunto limite dell’avanzata, oltre il quale si pone l’alternativa tra rivoluzione e rovinosa catastrofe.

Il dominio della tecnica, prodotto di una scienza tutto fuorché “neutrale”, intesa e sviluppata essenzialmente per creare strumenti orientati al profitto e al dominio, nell’odierna epoca va ben oltre la produzione strettamente materiale di beni. Esso attiene, “per chi ci crede, al campo imponderabile dello spirito”; il dominio non può prescindere dal controllo del pensiero, delle emozioni, del sentire dei dominati. Anche qui l’avvenuto passaggio dal dominio formale a quello reale si è realizzato con l’avvento di una strumentazione estesa e pervasiva, in grado di raggiungere e plasmare le moltitudini e il singolo – meglio se fin dall’età più tenera. La perenne connessione riduce l’individuo a terminale di quel general intellect (3) oggi sotto il controllo di un pugno di grandi gruppi finanziari che concentrano nelle loro mani apparati mostruosi in grado di monitorare pensieri, comportamenti e consumi, e di orientarli al massimo profitto. Nello stesso tempo, lo disconnette dai rapporti che si formano nella realtà concreta, proponendo mondi virtuali che si svolgono in autonomia dal mondo reale. Qualcuno formatosi alla nostra corrente ne ha desunto – già in tempi lontani – che l’estensione del dominio reale, ben oltre la giornata lavorativa, all’intero tempo di vita dell’operaio, comportasse la sottrazione di ogni residua autonomia dell’umano di fronte al grande Moloch, la sua identificazione col Capitale e le sue leggi: l’antropomorfosi del capitale (4). Ne concluse che ciò decretava la fine della lotta di classe, del proletariato, della possibilità storica del superamento del capitalismo nella modalità indicata da Marx. Rimaneva l’essere umano di fronte alla potenza immane del Capitale, ma le possibilità di sottrarvisi venivano relegate nel ridotto della coscienza di tale dominio, nella possibilità di “fare come se”: vivere come se già si fosse nella comunità futura, dell’umanità che ha ritrovato se stessa.

Fin troppo facile ribattere a questo strano teorico dell’invarianza di aver lasciato ben poco di invariato della storica dottrina, di aver decretato l’abbandono della prospettiva della rivoluzione proletaria dando per certo che questa fosse la sentenza della Storia; e di aver affidato le sorti della specie umana all’angusto limite delle scelte individuali, di gruppi o di “comunità”. Se così fosse, ben poche speranze rimarrebbero per le sorti della specie, costretta a passare attraverso un’immane catastrofe che, qualora non la annientasse, la condannerebbe a una regressione e a ripercorrere il cammino di secoli, incanalandosi nel solco di percorsi di emancipazione che si spera non ricalchino quello fallimentare che si va compiendo.

Ad accogliere quelle teorizzazioni, se ne dovrebbe concludere che la storia umana sia giunta a un vicolo cieco. La stessa visione marxista non lo esclude già nel fondativo Manifesto del 1848, laddove si prospetta la possibilità che, qualora la rivoluzione non trionfi, tutte le classi siano accomunate dalla medesima rovina. Basterebbe questo richiamo per mettere in riga quanti attribuiscono a Marx una visione teleologica in fin dei conti debitrice del “progresso” di cui il capitalismo è stato indiscutibilmente portatore. Ma se Marx ha celebrato il ruolo storico del capitalismo, ne ha poi svelato le irrisolvibili contraddizioni, la sua finitezza come modo di produzione e quindi la necessità del suo superamento. Quando Marx riconosce il limite del Capitale nell’essere ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, di essere pertanto storicamente transitorio e destinato al tramonto, non pone un limite quantitativo assoluto alla massa della produzione e dei mezzi che la generano. Marx esprime l’essenza del Capitale nel suo presentarsi come “immane raccolta di merci”, e l’ostacolo sta tutto nella forma mercantile, nel suo essere espressione di valore, che fa sì che la produzione risulti ciclicamente eccedente rispetto alle possibilità di valorizzazione, ma che, anche nelle fasi di “espansione”, rimanga inadeguata per la sua stessa forma a soddisfare i bisogni umani. Quando poi pone il limite invalicabile della “capacità di consumo delle masse”, evidenzia da un lato lo spreco implicito nell’eccedenza produttiva che non può essere consumata senza prima realizzarne il valore, e dall’altro il fatto che la capacità umana di consumare non è infinita: ha essa stessa dei limiti quantitativi umani.

Ma l’immane raccolta di merci deve continuare a espandersi e soddisfare l’inesauribile smania di valorizzazione del Capitale. Ciò comporta, da un lato, l’aumento assoluto della produzione e il corrispondente “allargamento costante del circolo della circolazione”, con la conseguenza che “la circolazione si presenta essa stessa come un momento della produzione” e che “la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale. Ogni limite si presenta qui come un ostacolo da superare”; dall’altro, comporta che “la produzione di plusvalore relativo, ossia la produzione di plusvalore basata sull’aumento e sviluppo delle forze produttive, esige la produzione di nuovi consumi” – comprese “la produzione di bisogni nuovi e la scoperta e la creazione di nuovi valori d’uso” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, La Nuova Italia, 1978, p.8-9. Sottolineature nel testo).

Questo processo, cui lo stesso Marx attribuisce una “enorme influenza civilizzatrice”, non riconosce limiti geografici, né  limiti ai bisogni umani definiti in nome di una qualche idea di “umano” che stabilisca confini, siamo essi fisici, filosofici, religiosi o morali. L’idea di uomo muta pertanto i suoi contorni e si ridefinisce via via che vengono estesi i bisogni e i corrispondenti desideri dall’estensione della produzione a sempre nuovi campi.

“In virtù di questa sua tendenza, il capitale spinge a superare sia le barriere e i pregiudizi nazionali, sia l’idolatria della natura, la soddisfazione tradizionale, orgogliosamente ristretta entro angusti limiti, dei bisogni esistenti, e la riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di tutto questo il capitale opera distruttivamente, attua una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei bisogni, la varietà della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e dello spirito” (Marx, Lineamenti, cit. p.11-12).

L’avanzata del “mondo libero” segue quella delle leggi a fondamento del modo di produzione capitalistico, in estensione spaziale e in profondità nel suo radicarsi nei comportamenti umani; quantitativamente – come massa dell’immane raccolta di merci eruttata dal vulcano della produzione– e qualitativamente, come fucina di nuovi prodotti e bisogni.

La proliferazione di bisogni e desideri nuovi e altri rispetto a quelli che hanno definito l’essere umano prima che il Capitale si imponesse come sistema generale è per Marx la riprova della straordinaria azione trasformativa del Capitale. Ma questo incedere inarrestabile deve giungere storicamente a dei limiti che non possono essere oltrepassati senza palesare l’insostenibilità del capitalismo per la nostra specie. Se ci riferiamo alla varietà di prodotti nuovi e bisogni nuovi che il Capitale ha creato da quando si è imposto storicamente come modo di produzione generale, fino a un certo stadio della sua storia – e limitatamente alle aree capitalisticamente più avanzate – la produzione di nuove merci e dei corrispondenti bisogni ha determinato un generale miglioramento delle condizioni di vita. Questa fase, pur nelle differenti tappe dello sviluppo, che copre l’arco temporale dall’epoca della Rivoluzione industriale agli anni Settanta del secolo scorso, si è conclusa con la fine della ripresa post bellica, e ha lasciato il campo a una nuova fase imperniata sulla finanziarizzazione e sulla dislocazione della produzione in nuove aree più redditizie in termini di saggio del profitto. Nelle vecchie metropoli, trasformate da aree produttive in aree di consumo dipendenti in larga parte da produzioni estere, una buona fetta dei nuovi consumi si incentrava sui servizi, in particolare sul cosiddetto “tempo libero” (in realtà “tempo liberato” dalle necessità della riproduzione in virtù dello sviluppo delle forze produttive sociali, cfr. nota 3): su quella parte di vita di cui il Capitale andava appropriandosi inducendo in misura crescente bisogni superflui quando non dannosi. La crescita produttiva si rivolge in buona parte a soddisfare bisogni fittizi, dando nuove basi alla legge malthusiana della popolazione sposata dai modernissimi cantori del welfare:

“I modernissimi sostituiscono alla banda parassitaria dei nobili e loro codazzo la stessa indistinta massa dei consumatori nazionali, costringendoli a consumare da imbecilli: poco alimento, molto attrezzamento per bisogni fittizi. Essi ritengono che una massa eccitata e drogata ma poco nutrita farà meno figli e il loro famoso prodotto ‘pro capite’ si terrà alto” (dal nostro testo “Vulcano della produzione o palude del mercato?”, il programma comunista, nn.13-19/1954, ora in Economia marxista ed economia controrivoluzionaria, Iskra Edizioni, 1976, p.133).

A partire dagli anni Novanta del ‘900, la diffusione delle nuove tecnologie basate sull’informatica incrementò le possibilità di controllo centralizzato sui flussi finanziari, sul tempo della produzione e su quello dei consumi, in una dimensione ormai mondiale. Si aprì una fase ulteriore con la grande crisi del 2008-9: a essa non fece seguito una ripresa vigorosa, ma un andamento asfittico compensato da una enorme espansione di capitale fittizio generato dalla politica di “denaro facile” delle banche centrali. Il precario equilibrio assegnava alle metropoli – segnatamente agli Stati Uniti – un ruolo parassitario di consumatore in perenne deficit con l’estero che non poteva perpetuarsi. Parassitario, ma essenziale per garantire la continuità del meccanismo mondiale di accumulazione: tutto il complesso sistema di produzione mondializzata si è messo a ruotare attorno al vulcano della produzione cinese e alla palude del mercato nella metropoli americana.

L’assegnazione di ruoli diversi e complementari nel sistema mondiale confermava la posizione dominante del capitale finanziario della metropoli atlantica nel movimento dei capitali e delle merci alla scala planetaria, ma comportava una crescente divaricazione di interessi tra aree di produzione di plusvalore e aree di consumo parassitario, creando le premesse di una lotta sempre più aspra per la spartizione delle quote di plusvalore mondiale. La crescita abnorme di capitale fittizio generato dalla macchina finanziaria, infatti, non poteva compensare all’infinito la perdita di peso produttivo del capitalismo egemone. Di qui il perenne stato di guerra imposto dagli Stati Uniti nelle aree strategiche del pianeta dove passano le direttrici di espansione dell’influenza economica e politica dei nuovi concorrenti, la Cina su tutti.

Nel corso del 2019, i sintomi di una imminente crisi inflazionistica generata anche dalle politiche monetarie espansive, che minacciava di provocare il crollo del sistema finanziario globale, ha imposto al Capitale una nuova svolta emergenzialista dopo quella della “Guerra globale al terrorismo” inaugurata dall’attacco alle Torri Gemelle. La crisi pandemica, con il brutale rallentamento dei traffici mondiali e dei consumi, ha temporaneamente scongiurato l’esplosione dei prezzi e ha consentito l’introduzione di forme di disciplinamento sociale senza precedenti. In nome della Scienza e della Pubblica Salute, è stato imposto, assieme alle ben note restrizioni, il consumo di preparati vaccinali. Mentre Big Pharma si assicurava enormi profitti pagati con soldi pubblici, si realizzava nello stesso tempo una ancor più stretta subordinazione dello Stato al potere delle grandi oligarchie finanziarie, si instaurava un controllo ancora più ferreo e centralizzato sulla società, si decretavano per legge nuovi bisogni. Si è così inaugurata la stagione dei bisogni imposti. Da allora a dettarli sarebbe stata l’emergenza di turno: ieri la pandemia, oggi la crisi climatica a giustificare una costosissima svolta “green” da cui si apprestano a trarre vantaggio, in varie forme, i padroni della finanza mondiale. Poi c’è la guerra, che impone mercanzie e consumi di altro tipo.

Il Capitale, non potendosi più accontentare di indurre nuovi bisogni fittizi col lancio di nuovi prodotti sostanzialmente inutili, sperimenta la loro imposizione ed estende il campo del mercato alla sfera più intima degli esseri umani, quella che attiene alla corporeità, alla salute, all’identità sessuale, alla procreazione. Si tratta di bisogni vitali, che incidono direttamente sull’esistenza biologica e, “per chi ci crede, spirituale”, degli esseri umani. Anche il corpo diviene oggetto di espropriazione, nel momento in cui l’imposizione sanitaria si configura come vero e proprio Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) esteso a individui pienamente capaci di intendere e volere. Parallelamente, la distruzione dei sistemi sanitari nazionali e la loro riconfigurazione secondo il modello delle assicurazioni in Usa, rende malthusianamente scarso il bene primario dell’assistenza medica. Fittizi, nonostante riguardino aspetti sensibili della vita umana, sono poi i bisogni legati al traffico di nascituri, alla promozione pervasiva di un’identità sessuale fluida, indeterminata, adattabile a modelli di comportamento e consumo variabili. (5)

Non solo il mondo è diventato un unico grande mercato, ma anche i momenti più significativi dell’arco di vita dell’essere umano, dalla nascita alla morte, si rivestono della forma mercantile spacciata per insopprimibile “diritto” (6). Tutto è monetizzabile. Se l’evento nascita si propone come merce, crea immediatamente il bisogno e il corrispondente mercato, nobilitato dal discutibile “diritto di avere figli” anche quando la fisiologia non lo consentirebbe. La libertà imposta dal capitale è la “libertà della merce”, il potere assoluto della merce sull’esistenza umana, la trasformazione di ogni aspetto della vita in merce, la mercificazione totale dell’esistenza. Questo è il senso ultimo della grande avanzata, della missione del “mondo libero”. Surclassato dai capitalismi emergenti sul terreno della produzione di plusvalore, il capitale finanziario occidentale promuove la mercificazione di ogni aspetto della vita, un processo di espropriazione generalizzata, guidato dall’indebitamento, dei beni che costituiscono riserve o fonti di reddito (case, terreni, piccole attività economiche) di ampi strati della popolazione, di distruzione dei residui (pretesi) presidi di welfare (sanità, istruzione e previdenza) che ancora sopravvivono nelle società del cosiddetto benessere, oggetto di privatizzazione. Questo è il terreno della guerra che il capitale occidentale combatte sul fronte interno e che intende imporre al mondo intero.

La mercificazione dell’esistenza va di pari passo con una crescente disumanizzazione (alienazione, reificazione). Proprio perché il modo di produzione capitalistico ha ridotto il lavoratore a merce forza-lavoro e consumatore di merci prodotte a mezzo di merci, l’essere umano è anch’esso una categoria mercantile sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta. Sempre meno è il bisogno umano a essere soddisfatto dalla merce, sempre più è soddisfatto il bisogno della merce di valorizzarsi, in un sistema di massima realizzazione del valore incorporato nelle merci, che tende a rendere l’essere umano massimamente funzionale allo scopo.

Quando la merce conquista l’uomo, realizza se stessa come valore di scambio, ma anche come valore d’uso, altrimenti non sarebbe altro che materia inerte o inutile servizio. Per far questo la merce deve imporsi all’uomo, conquistarne i sensi, conformarne i pensieri e i desideri, riempire il bazar delle passioni di merci voluttuarie presentate come indispensabili. Quando poi il bisogno non può essere indotto ai sensi e alla psiche con l’inganno o la suggestione, allora la merce viene imposta evocando catastrofi ed emergenze, di fronte alle quali non può esservi resistenza. Se non c’è necessità, la si crea. Il “diritto” alla merce diventa un “dovere”. Si aprono allora le cateratte dell’apocalisse: pandemie, guerre e cataclismi si susseguono senza soluzione. La paura porta ad accettare ogni promessa di sopravvivenza, se non proprio di salvezza (termine sconveniente, che evoca palingenesi estranee alla prosaica dimensione mercantile), ed è qui che la merce trova il terreno più fertile per imporsi e trasformare l’uomo in inerte consumatore senza volontà propria. Privato anche della misera facoltà di scelta tra merci concorrenti, gli si propina ciò che il Moloch ha stabilito per lui, si tratti del vaccino salvifico o dell’auto spacciata per non inquinante (che non può permettersi e che lo costringe a indebitarsi). Quanto alle bombe, nelle loro graduate capacità distruttive esse si impongono da sé quando finalmente cadono sulle teste dei meschini. Il loro valore di scambio è già stato realizzato, il botto ne esaurisce il valore d’uso. Non è sempre possibile, ma è quantomeno opportuno che ciò avvenga con frequenza crescente, se non altro per svuotare gli arsenali e riempirli di bombe nuove fiammanti. Come ogni altra merce, anche la bomba conquista e trasforma l’uomo, qui in modo un po’ più radicale: lo distrugge o lascia segni indelebili nel corpo e nella psiche. Senza dubbio, come buona parte delle merci disponibili, non lo migliora...

La gradazione delle trasformazioni che la merce provoca nell’uomo sta in un vasto spettro che va dall’avvelenamento al cambiamento di sesso, dal rimbambimento all’annientamento. L’ultima trovata, il cosiddetto “transumanesimo”, una specie di ibridazione tra uomo e tecnologia che si vorrebbe ultima frontiera del destino di specie, si propone come la trasformazione spinta al limite di un salto evolutivo, ma puzza tanto della arcinota storia di Frankenstein. Al compimento di queste trasformazioni presunte epocali, l’uomo del futuro prossimo si preannuncia un po’ castrone, e tutto fuorché uno sveglio… Anche questa, dell’esemplare umano medio imbecille, non è una gran novità. Nel testo citato più sopra, “Vulcano della produzione o palude del mercato?”, viene richiamata la teoria degli stupidi elaborata da un tal britannico intorno alla metà del secolo scorso, il quale “pretende con lunghi studi di aver constatato l’aumento della fessaggine da quarant’anni”, facendo dunque risalire il fenomeno agli inizi del Novecento. “Non una parola di più: ha ragione” (“Vulcano della produzione o palude del mercato?”, cit. p.133).

Dopo millenni di Preistoria e di Storia, dopo le rinascimentali vette di genio di un Pico della Mirandola e compari, il traguardo è deprimente. Non siamo tra quelli che credono che un tale esito si determini per deliberato complotto di segretissime élites dominanti che alcuni cultori di questa tesi sostengono essere di origine extraterrestre o forse divina (come si spiegherebbe altrimenti tanta potenza?). Vi si giunge, per la nostra sempliciotta e materialistica visione marxista, per la necessaria evoluzione della merce che tutto riveste della propria forma, che attribuisce a ogni cosa un valore che si rappresenta come denaro, unica rappresentazione ammessa del valore, di fronte alla quale ogni altro valore (sociale, etico, religioso…) va rimosso in quanto ostacolo alla piena affermazione dell’unica verità del mercato. Il “progresso” in questa accezione distrugge tutte le vecchie certezze, libera l’umanità dei suoi miti e la imprigiona nell’onnipotenza della merce. La libera anche dall’intelligenza critica, dalla capacità di giudizio fondata su priorità non mercantili, dalla capacità di entrare in empatia con i propri simili. Marx, se riconosceva la portata civilizzatrice dell’espansione del Capitale, era ben lontano dal far coincidere la traiettoria del progresso materiale con l’elevazione della condizione umana nella sua integralità. Ne paventava, anzi, il risvolto di un generale abbrutimento:

“L’umanità diventa padrona della natura, ma l’uomo diventa schiavo della sua propria bassezza. Persino la pura luce della scienza può, così sembra, risplendere solo davanti all’oscuro sfondo dell’ignoranza. Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengano dotate di vita spirituale e l’esistenza umana avvilita a forza materiale” (K. Marx, cit. in Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Laterza, 1969, p.3).

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In ambito capitalistico, non può porsi un limite allo sviluppo delle forze produttive perché tale sviluppo necessita della continua estensione e generalizzazione della forma-merce, non può porsi un limite perché è costretto sempre a crescere (“Dottrina del diavolo in corpo”, Battaglia comunista, n.21/1951). Tutto ciò che viene prodotto e fornito come servizio non è per l’uomo, ma per la merce, per la realizzazione del valore in essa contenuto. La tendenza a imporre determinati consumi e bisogni e a conquistare ambiti ancora in parte sottratti alla sua giurisdizione (la salute, l’istruzione, la cultura, l’arte, la vita stessa), è rivelatore di questa caratteristica fondamentale della merce. Beninteso, anche qui non si tratta affatto di una novità nella storia del Capitale. Le guerre dell’oppio (1839-42, 1856-60), con le quali l’imperialismo britannico impose l’apertura della Cina al commercio estero, raggiunsero lo scopo soggiogando centinaia di migliaia di cinesi al bisogno di droga, disumanizzandoli. Il limite allo sviluppo delle forze produttive sussiste fin tanto che si dà un’idea di umano oltre la quale l’umano si trasforma in altro, in non-umano. Si giunge a un punto in cui il Capitale ha necessità di smantellare l’integrità dell’essere umano, fino a renderlo ottuso utilizzatore-utilizzato nel circuito di produzione e consumo. L’enorme e crescente consumo di psicofarmaci – oltre che di droghe – nell’Occidente sviluppato è uno dei sintomi più evidenti di questa deriva. Se c’è un’emergenza, non è il riscaldamento globale ma il rimbecillimento globale. Saremmo tentati di derubricare la filosofica formula “antropomorfosi del capitale” a questa categoria semplice del rimbecillimento globale, assai poco filosofica ma senz’altro meno definitiva e pretenziosa.

Si comprende allora che cosa si debba intendere per “mondo libero”, al di là della gretta retorica che ne celebra i trionfi passati, presenti e a venire. “Libertà” è superamento di ogni limite umano, per quel tanto di naturale che rimane nell’uomo al di là di quella “seconda natura” che lui stesso costruisce e che oggi lo domina. “Libertà” è allora essenzialmente violenza nei confronti della natura e dell’uomo, in un procedere che tiene in nessuna considerazione l’uno e l’altro. Così si possono comprendere le derive demenziali dell’ideologia LGTBQ e gli schiamazzi delle sibille dell’apocalisse climatica, più o meno consapevolmente al servizio delle forze che programmano la riduzione drastica dei consumi proletari, e forse anche l’annientamento di qualche miliardo di noi a suon di bombe o altri preparati micidiali per facilitare il compito. In mancanza di meglio, soluzione malthusiana per eccellenza per la “salvezza del pianeta”.

La retorica del “mondo libero” si è bellamente appropriata delle classiche bandiere della cosiddetta “sinistra” finalmente “liberata” dalle gravose pastoie della lotta di classe: liberazione sessuale, ambientalismo, diritti civili, di genere, e ogni licenza che non metta in discussione la natura di classe di questo mondo. Perfino la “rivoluzione”, nell’accezione “colorata” del termine, finalizzata alla conquista dei “diritti” di cui l’Occidente sarebbe campione, è stata assunta a strumento per volgere a proprio vantaggio le forze spontanee che si oppongono ai regimi dichiarati “tirannici”; per non dire della guerra che è sempre condotta in nome della “libertà” contro Stati “canaglia” che hanno il gran torto di non piegarsi ai diktat del padrone atlantico e dei suoi vassalli. Si pensi all’uso che è stato fatto dell’idea di “solidarietà”, uno dei “valori” più strombazzati dalla “sinistra”, al tempo della pandemia: chi non accettava di vaccinarsi era additato a untore meritevole di denuncia, attentatore alla salute pubblica, un “egoista” indifferente agli interessi collettivi. Il meccanismo di separazione tra i buoni – la maggioranza – e i pochi cattivi ha funzionato, ed è stato riproposto nel clima di emergenza bellica che ha scalzato dalla sera alla mattina quella pandemica.

All’apice della menzogna del mondo libero – espressione più che mai sfrontata e oltremodo scempia – tutto si converte nel suo contrario. La democrazia è l’involucro di un sistema che volge rapidamente al totalitarismo aperto (7), la stampa “libera” è completamente asservita alle forze che controllano le leve del potere finanziario, il “dovere” di accogliere i migranti è imposto dal traffico internazionale di esseri umani che dà sfogo alla sovrapproduzione mondiale di merce forza-lavoro, la sovranità nazionale è negata da un “soprastato” sempre più oppressivo nelle sue articolazioni politiche, economiche, sanitarie e militari. Tutto ciò è il risultato inevitabile dell’enorme centralizzazione del potere finanziario in un numero ristretto di società che esercitano il controllo su una rete mondiale di imprese e che sono in grado di dettare le agende dei governi orientate a politiche di mercificazione di ogni aspetto della vita, facendo leva sulle articolazioni del “soprastato” di cui sopra.

Quel “soprastato”, risultato del trionfo del capitalismo americano nel secondo conflitto mondiale, rispetto al 1950 – anno di pubblicazione del “filo del tempo” da cui prendiamo spunto – si è ampliato e rafforzato, assumendo sempre maggior peso e influenza. ONU, UE e NATO sono i campionissimi del “mondo libero” e si ergono a decisori delle sorti del mondo intero. Da essi proviene l’ultimo slancio per imporre quella libertà del mercato concessa beninteso nella fase monopolista a livello planetario e in ogni aspetto della vita, distruggendo tutti gli ostacoli che si mettono di mezzo.

Da settant’anni a questa parte, questo sistema mondiale ha imposto la sua legge e ha giocato a tutto campo sulla base della obiettiva superiorità del dominus atlantico. Un sistema imperialista mondiale tendenzialmente unico e integrato (da non confondere con la banalità dell’“imperialismo unitario” alla Lotta Comunista S.p.A. o con quella immaginifica dell’“imperium” di Toni Negri e Soci), con divisione funzionale di ruoli, ma non pienamente uniformabile alle leggi imposte dal centro dominante. L’avanzata del “mondo libero” ha travolto tutti gli ostacoli e permeato di sé ogni angolo del mondo, ha creato un vero e proprio sistema mondiale non solo di scambi mercantili, ma di produzione, attraverso le catene mondiali del valore. Così facendo ha però fatto sorgere dei potenti antagonisti che ora si frappongono come nuovi ostacoli all’ulteriore avanzata del processo distruttivo e assimilatore condotto dal capitalismo egemone, portabandiera del “mondo libero”.

I potenti antagonisti che emergono oggi sono le forze capitalistiche che si frappongono alla corsa del “mondo libero” in nome di interessi e valori nazionali, tradizionali, religiosi, costituzionali. Che lo facciano in nome di Dio, della tradizione, della nazione o del diritto ha importanza relativa (a ognuno la sua guerra santa). Ciò che conta è che la loro opposizione al concentramento di potenza che interpreta le estreme istanze dello sviluppo capitalistico è espressione di reali forze di classe. Ciò vale sia all’interno del “mondo libero” sia per le nazioni che si trovano ad affrontare lo slancio prodotto dall’imperialismo egemone per riaffermare la propria supremazia.

 Tra le forze nazionali, Russia e Cina – pur genuinamente capitaliste entrambi – sono ostacoli non da poco. Tra le forze di classe, si vedono settori del proletariato aderire a forme conservatrici, perfino reazionarie, per dare voce alla loro lotta. Anche in Europa assistiamo a questo fenomeno e non ci stupisce. Dal punto di vista del progressismo borghese, conservatori e reazionari furono i luddisti di fronte all’incalzare del macchinismo che privava gli operai del controllo sul processo lavorativo. Era solo l’alba di un movimento di classe che avrebbe messo in campo la teoria e l’organizzazione della rivoluzione proletaria, a cui ancora oggi ci riferiamo. Anche nelle condizioni russe del 1917, le correnti reazionarie erano molto forti tra le masse, ma nel giudizio di Lenin ciò non comprometteva affatto il carattere prerivoluzionario della situazione:

“Secondo Lenin, qualora si abbia una grande crisi sociale, cioè qualora la gente non intenda più vivere al vecchio modo, questa ‘non volontà’ può manifestarsi, anzi non può non manifestarsi, sia in direzione rivoluzionaria sia in direzione reazionaria. Anzi, affermava ancora contro Zinovjev, una situazione rivoluzionaria non sarebbe nemmeno possibile se non esistessero masse che si volgono in direzione reazionaria e che perciò elevano al quadrato il fattore soggettivo” (G. Lukàcs, L’uomo rivoluzionario, Editori Riuniti, 1973).

È pur vero che spesso l’opposizione visibile all’avanzata della mercificazione – nel senso che abbiamo cercato di darle in queste righe – si è manifestata e si manifesta in forze “di destra” o che si dichiarano estranee alle vecchie categorie politiche e ideologiche. Tutte queste forze, alla prova dei fatti, hanno infine ceduto e in futuro cederanno ai dettami di quelle istituzioni del “soprastato” e dei “mercati finanziari” internazionali. Sarà nel corso della battaglia che stenta ancora a divampare che la prospettiva proletaria emergerà nei suoi contenuti rivoluzionari e si imporrà come l’unica in grado di portare a termine vittoriosamente la guerra contro la barbarie del Capitale.

***

Il limite allo sviluppo delle forze produttive sociali che Marx riconosce come vizio insuperabile del modo di produzione capitalistico non va dunque inteso in senso assoluto, come incapacità di ampliare ulteriormente la massa della produzione. Il capitalismo ha dimostrato storicamente di voler abbattere ogni limite che si frapponga a un ampliamento degli ambiti di produzione di merci, materiali e immateriali. Ciò che il Capitale non sa e non può fare è adeguare la produzione ai consumi sociali centrati su concreti bisogni umani, allo sviluppo potenziale contenuto nella produzione sociale di beni e nella loro fruizione sociale. Tale prospettiva comporta un rinnovamento dell’essere umano attraverso la riscoperta della sua natura intrinsecamente sociale che l’era delle società di classe ha nel tempo occultato e infiacchito, senza per questo poterla cancellare definitivamente. Se nell’epoca presente la natura sociale dell’uomo viene progressivamente negata dalle forze del Capitale, è perché il Capitale stesso ha creato le condizioni per la riaffermazione dell’uomo sociale e perché una parte crescente dell’umanità ne sente l’urgenza.

Marx condanna l’idolatria della natura, ma ogni sua fatica è rivolta a riaffermare la natura sociale dell’essere umano, di contro alla traiettoria socialmente distruttiva del Capitale. Non la si inverte impugnando le bandiere della morale, della tradizione, della nazione o della difesa della natura. Chi ci crede brandisca pure simboli religiosi a esorcizzare le potenze diaboliche del denaro. Per noi rimane una questione di forza di classe. Oggi questa forza non è ancora, purtroppo, prerogativa del proletariato mondiale: è prerogativa dei concentramenti di potenza che si oppongono al centro del capitalismo mondiale, che vi si vorrebbero sostituire nella conservazione del sistema mondiale attuale. Non possiamo non guardare con grande interesse a questo scontro, a questo sconvolgimento generale degli equilibri mondiali che si sta avviando, per quanto ben consapevoli delle difficoltà e delle contraddizioni del processo in corso e del fatto che esso si presenta, al momento, del tutto interno alle dinamiche capitalistiche.

Nel suo percorso distruttivo e rivoluzionario il Capitale incontra degli ostacoli e si dispone a superarli, ma “dal fatto che il capitale pone ciascuno di questi limiti come un ostacolo e perciò idealmente lo ha superato, non ne deriva affatto che lo abbia superato realmente, e poiché ciascuno di tali ostacoli contraddice alla sua destinazione, la sua produzione si muove tra contraddizioni continuamente superate ma altrettanto continuamente poste. E c’è di più, L’universalità verso la quale esso tende irresistibilmente trova nella sua stessa natura ostacoli che a un certo livello del suo sviluppo faranno riconoscere nel capitale l’ostacolo massimo che si oppone a questa tendenza e perciò spingono alla sua soppressione attraverso esso stesso” (Marx, Lineamenti…, cit. p.12).

Attraverso esso stesso: cioè facendo leva sulle sue contraddizioni, e non sul Padreterno o su “valori” che lo stesso capitale ha già messo in soffitta. Il grandioso sommovimento che vede paesi fino a ieri supini allo strapotere dell’occidente atlantista tentare di ribellarsi alla vecchia soggezione, finendo tra le braccia di nuovi raggruppamenti di forze in nome e nel tentativo di un affrancamento dall’orbita della finanza occidentale, è ovviamente un fatto (ma null’altro che un fatto!) destabilizzante. Dal punto di vista delle forze nazionali, esso si frappone come ostacolo esterno al procedere distruttivo delle forze del capitalismo più avanzato, quel “mondo libero” ormai in piena decadenza economica e “per chi ci crede, spirituale”. Tuttavia, in quanto forze sviluppatesi all’interno di quel sistema-mondo, loro stesse prodotto dello sviluppo delle forze produttive sociali, esse si pongono come ostacoli interni alla sua piena affermazione. Il limite insuperabile del capitale è interno, nello sviluppo raggiunto dalle forze produttive, ormai incontenibili entro il vecchio sistema mondiale, e in prospettiva entro l’angusta forma mercantile. Quando la battaglia si sposterà su questo terreno, contro la merce, sarà il momento della aperta lotta di classe, di cui attendiamo il possente ritorno.

 

Note

1- L’articolo Le guerre perpetue che non dovresti notare, di W.J. Astore, un ex ufficiale dell’esercito Usa, traccia un efficace profilo dell’istituzione che più rappresenta il concentramento di potenza americano. Ne riportiamo un passo:

Nessun'altra nazione al mondo vede i suoi militari come (per prendere in prestito uno slogan di breve durata della Marina) ‘una forza globale per il bene’. Nessun'altra nazione divide il mondo intero in comandi militari come AFRICOM per l'Africa e CENTCOM per il Medio Oriente e parti dell'Asia centrale e meridionale, guidati da generali e ammiragli a quattro stelle. Nessun'altra nazione ha una rete di 750 basi straniere sparse in tutto il mondo. Nessun'altra nazione si batte per il dominio a tutto campo attraverso ‘operazioni su tutti i domini’, intendendo non solo il controllo dei tradizionali ‘domini’ del combattimento – la terra, il mare e l'aria – ma anche lo spazio e il cyberspazio. Mentre altri paesi si concentrano principalmente sulla difesa nazionale (o sulle aggressioni regionali di un tipo o dell'altro), l'esercito statunitense si batte per il dominio globale e spaziale totale. Davvero eccezionale! (https://strategic--culture-org.translate.goog/news/2023/08/10/the-perpetual-wars-you-arent-supposed-to-notice/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=s). Attualmente, il sito, classificato come filorusso, risulta sanzionato e pertanto oscurato da Google. A proposito di libertà di informazione nel “mondo libero”...].

2- Il riferimento è a Gunther Anders, L’uomo è antiquato, Boringhieri, 2007.

3- “Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale”.

Qui Marx sembra anticipare il passaggio dal controllo del Capitale sulla produzione al controllo sull’intera società come risultato dello sviluppo delle forze produttive sociali, il passaggio dal dominio formale al dominio reale esteso dal processo produttivo all’intera società. In questa fase “è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza.” (Marx, Lineamenti..., cit. p. 401). Dal momento in cui il Capitale esercita il pieno controllo sull’intero processo di produzione e circolazione – che per Marx costituiscono una unità contraddittoria – anche il cosiddetto “tempo libero” (in realtà, tempo liberato dal lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro e della società nel suo insieme) diviene un momento integrato della riproduzione capitalistica. Se il Capitale non esercitasse un controllo pervasivo e stringente sul tempo liberato a garanzia di questa integrazione – controllo non formale ma esercitato attraverso strumenti forniti dal general intellect – , esploderebbe la contraddizione fondamentale che decreta la finitezza del modo di produzione capitalistica e il suo necessario superamento: “[alla] riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, [...] corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico, ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro. Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro ad un minimo, mentre, dall’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza” (Lineamenti, cit. p. 402).

4- Ci riferiamo evidentemente a Jaques Camatte, che negli anni ’60 fece parte della nostra compagine, per poi abbandonarla a metà del decennio e dunque fraintendere e travisare il marxismo. A lui si deve l’espressione antropomorfosi del Capitale a significare la avvenuta (pretesa, per noi!) identificazione dell’essere umano con il Capitale. Un’ampia antologia dei testi di Camatte è reperibile sul sito “Il Covile”.

5) Se le lotte degli anni Settanta affermavano la libertà sessuale, oggi il capitale impone un’ideologia di illimitato consumismo sessuale che comporta l’asservimento ad ogni sorta di stimolo indotto dal campionario delle “perversioni”. Quelle stesse lotte sostenevano il diritto a una sessualità libera dalla procreazione; oggi il capitale lucra sulla separazione tra procreazione e sessualità. La prima può avvenire senza rapporto sessuale, in laboratorio, fabbrica di esseri viventi, o essere semplicemente appaltata a una ditta specializzata nel reclutare gestanti. Anche l’evento nascita assume forma di merce, come pure la morte in qualche clinica garante del suicidio assistito. Non si vuole certo mettere in discussione la speranza in una morte dignitosa, ma sottolineare come l’estensione della categoria merce abbia ormai raggiunto ogni aspetto della vita, dal concepimento alla morte stessa.

6- Possiamo condividere quanto riportato nelle parole che seguono: “Nulla deve contenere il diritto a comprarsi, volere ed essere tutto quello che si desidera. Ogni desiderio è un diritto acquisito con la benedizione della religione del capitale. Il mercato si nutre dei diritti, li amplifica per poter vendere i suoi prodotti.” https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/26210-salvatore-bravo-totalitarismo-della-chiacchiera.html).

7- L’imposizione dei sieri sperimentali ha, in Italia con un banale strumento di diritto amministrativo, cancellato il principio dell’Habeas corpus, affermato dalle rivoluzioni borghesi e fondamento del moderno rapporto tra Stato e cittadino.

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