DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Decolonizzazione dell’Africa francese e interessi del proletariato

Pubblichiamo in questo numero il quarto e ultimo articolo sulla serie “L’imperialismo francese e le sue colonie dell’Africa Nera” tradotto dal nostro organo in lingua francese “Le Prolétaire”. Benché limitato all’analisi delle misure adottate dalla Francia per difendere il proprio dominio nelle colonie e delle posizioni socialscioviniste dell’opportunismo “francese” (univoche e convergenti con quelle dell’opportunismo tout court), l’articolo interessa i nostri lettori anzitutto in quanto apre uno spiraglio sulla violenta concorrenza apertasi in seguito alla II guerra mondiale, con la crisi dei “tradizionali” imperialismi di Francia e Gran Bretagna, nei territori delle ex colonie, concorrenza che vede tutte le grandi potenze intente a ritagliarsi, in lotta l’una con l’altra, sfere d’influenza e di smercio dei loro prodotti nella prospettiva della crisi avanzante; in secondo luogo perché, nell’acuirsi di tale lotta, ribadisce la classica posizione marxista dell’intransigenza del proletariato nei confronti delle avventure coloniali soprattutto del “proprio” capitalismo, nella prospettiva dell’alleanza della classe operaia dei Paesi avanzati con le masse diseredate delle colonie per la dittatura internazionale del proletariato.

* * *

La rottura del monopolio coloniale francese, introducendo la concorrenza nel seno stesso dell’Africa Nera sotto dominazione francese, comincia a far pesare sull’avvenire degli interessi imperialistici della Francia l’ombra minacciosa di una nuova suddivisione delle zone di influenza. Di fronte a tale minaccia i rappresentanti delle diverse classi e degli strati sociali che traggono benefici dalla dominazione francese dell’Africa Nera non lesinano gli sforzi per proporre soluzioni adatte a preservare “l’avvenire africano della Francia”.

Circa tre anni fa il quotidiano “Le Monde” pubblicava un articolo di G. Comte dal titolo “La Francia e l’Africa” in cui ci si lamentava del “monopolio perduto” e dell’incapacità degli “specialisti” francesi stabiliti in Africa in confronto alle qualità degli specialisti inviati dagli altri Paesi imperialistici. L’articolo si concludeva con questa valutazione: “All’istante i nostri concorrenti si astengono dal giocare tutte le loro carte. Il loro riserbo ispira a Parigi una pericolosa sensazione di sicurezza; al riparo di questa ingannevole tranquillità i nostri compatrioti stabilitisi oltremare non si pongono quasi alcun problema.

“Come nei periodi peggiori del loro dominio essi si preoccupano solo di far quattrini al più presto, senza pensare troppo al domani. Dopo aver sopravvalutato nel 1960 i pericoli della decolonizzazione e aver sottovalutato i mezzi di influenza ch’essa abbandonava dappertutto, la Francia commette oggi l’errore simmetricamente inverso, quello di sopravvalutare i suoi mezzi e di sottovalutare quelli dei suoi concorrenti in un’Africa divenuta, dopo dieci anni di delusioni, più esigente per sé stessa e per gli altri.

“Non consentendo gli investimenti indispensabili per la formazione di specialisti noi rischiamo di accumulare, entro breve tempo, un ritardo irrecuperabile. L’ardore casuale messo in opera da qualche parlamentare gollista in appoggio al Biafra, può nascondere questo problema; ma esso rimane il nodo del nostro avvenire africano”.

Non si tratta però evidentemente solo degli investimenti in personale tecnico specializzato, ma della questione degli investimenti di capitale in generale. Investimenti francesi troppo deboli in confronto a quelli degli altri squali imperialistici mettono in pericolo il dominio politico francese. Ed è proprio per reagire a queste preoccupazioni che il governo francese ha dato vita, all’inizio dell’anno scorso, ad un sistema di garanzie per gli investimenti privati nei Paesi africani e nel Madagascar, ed è per affermare di fronte agli altri rapaci imperialisti la solida realtà del dominio francese che Pompidou ha fatto, all’inizio del 1971, il suo viaggio in Africa Nera. Sentiamo come “L’Usine nouvelle” dell’11-02-1971 ha commentato il viaggio: “(Malgrado la concorrenza straniera) i francesi conservano un certo numero di “atouts”, e fra questi una forte infrastruttura commerciale. Inoltre, il nuovo regime di garanzia degli investimenti commerciali e industriali messo in funzione dal 1° gennaio scorso dal governo di Parigi, è tale da incoraggiare l’attività delle aziende francesi in questi Paesi, pur favorendone l’industrializzazione. La Francia ha dunque delle valide carte da giocare; non deve però dimenticare mai che le nazioni nere visitate dal suo presidente hanno tutte in comune il fatto di essere sollecitate, a diversi livelli, in modo sempre più pressante da alcuni Paesi stranieri. L’esempio più caratteristico è quello della Costa d’Avorio, dove assistiamo ad un ripiegamento delle posizioni francesi a vantaggio degli interessi americani, tedeschi, inglesi, giapponesi, italiani, israeliani …”

Questo non è però il parere di “Le Monde” che intitola un suo articolo del 22-12-1970: “Le nuove garanzie accordate agli investimenti francesi in Africa sono insufficienti” e che, il 22-01-1971 in un articolo intitolato “La cooperazione francese minacciata da sclerosi”, pronuncia una vera e propria requisitoria contro il governo lamentandosi “dell’assenza di una politica africana” e proponendo di sottrarre le questioni africane alla “competenza esclusiva” del capo dello Stato per assegnarle al ministero degli esteri. Tutto questo esprime la paura dei piccoli e medi capitali investiti in Africa Nera, di fronte al fatto che la concorrenza internazionale apre un “avvenire africano” al grande capitale, ma non al piccolo ed al medio, abituati ad essere ben protetti dal privilegio coloniale.

* * *

Ancor più teme l’avvenire l’opportunismo operaio che si nutre, come diceva Lenin, delle briciole cadute dalla tavola dei festini imperialistici. La posizione del PCF è definita dall’ “Humanité” del 16-02-1971. “La Francia ha degli obblighi verso i popoli dei Paesi già sottomessi alla sua dominazione coloniale. Ma la cooperazione attuale tende innanzitutto a difendere gli interessi delle grandi società capitalistiche a detrimento degli interessi nazionali dei popoli africani e del popolo francese”. In conseguenza di ciò, Georges Marchais dichiara in ITC n° 17 (settembre 1971): “A proposito dei giovani Stati indipendenti, e in particolare di quelli dell’Africa e del Madagascar, noi preconizziamo la revisione degli accordi di cooperazione e la conclusione di nuovi accordi liberati da ogni carattere neocolonialista, da ogni condizione che faccia del necessario aiuto un mezzo di pressione sui Paesi interessati e tenda a influire sulle loro scelte economiche e politiche”.

Si potrebbe evidentemente scherzare su tutte le illusioni piccolo borghesi implicite nei brani citati sull’eguale diritto dei Paesi in regime borghese, sulla loro eguaglianza economica, menzogne e mistificazioni reazionarie propagate già da Proudhon.

Da un punto di vista più serio si possono accusare l’opportunismo ufficiale di rivelarsi il sostegno dell’imperialismo francese diffondendo il mito della indipendenza dei Paesi Neri, mito la cui falsità abbiamo dimostrato negli articoli precedenti. Ma vediamo, con maggiore esattezza, che cosa nascondono queste illusioni reazionarie sfogliando la rivista “Démocratie Nouvelle”. Nel numero 5 del 1947 possiamo leggere: “Bisogna proprio, per evitare il peggio in una situazione così confusa … che l’attaccamento di queste popolazioni alla Francia sia grande.

“Si capisce perché certuni evitano qualsiasi iniziativa atta a migliorare le condizioni di queste popolazioni lasciate nell’abbandono, nella speranza forse ch’esse ne accusino la Francia”.

Nel numero 4 del 1958, in cui la legge quadro di Defferre è lodata come un passo avanti seppure insufficiente (si veda l’articolo pubblicato sul n° 3/1972 del nostro giornale) si trova questo passo: “Noi non ci stancheremo di ripeterlo: il problema non è più di sapere se i popoli coloniali arriveranno all’indipendenza; ma è di sapere se vi arriveranno con l’aiuto della Francia o contro di lei”. Sfogliando il n° 5 del 1965 leggiamo le frasi seguenti in un articolo intitolato “Il Camerun o la falsa indipendenza”: “È chiaro che la difesa di alcuni grandi interessi privati nel Camerun non ha nulla a che vedere con la difesa dei veri interessi nazionali del popolo francese …Certo, altri grandi Stati imperialisti sono attirati dalle ricchezze agricole e minerarie del Camerun. L’Inghilterra, gli U.S.A., la Germania Federale, vi hanno già acquisito da tempo posizioni non trascurabili. I loro governi non sono per nulla arrabbiati che si possa sviluppare una reazione xenofoba nei soli riguardi di coloro che assicurano il controllo neocoloniale coi quadri del loro esercito e dei loro magistrati”.

Se siamo risaliti così addietro non è per scrupolo storiografico, ma per dimostrare che il PCF non ha cambiato posizione dopo la guerra. Queste confessioni provano la collusione totale dell’opportunismo con lo Stato francese. Ne risulta con perfetta evidenza che “i veri interessi nazionali” non sono null’altro che l’interesse dell’imperialismo francese. E questo interesse è che la rottura del monopolio coloniale non avvenga a favore della presa di controllo da parte di un altro imperialismo sulle colonie dell’Africa Nera. È d’altra parte più sui metodi che sul fondo della questione che il PCF è in disaccordo con i governi ufficiali. Lo sfruttamento incontrollato da parte dei monopoli, le rapine e le repressioni dell’imperialismo francese, sono condannati come provocazioni contrarie ai “veri” interessi nazionali; l’imperialismo essendo una politica fra le tante del capitale, bisogna usare metodi più dolci, più discreti, più ipocriti, che non rischino di sollevare le masse coloniali contro lo Stato francese e di provocare il loro il tentativo di appoggiarsi ad altri imperialismi, cosa che sarebbe catastrofica per gli interessi della Francia. Ed è per nascondere questa sordida posizione che bisogna circondarla dei miti piccolo-borghesi sugli “obblighi della Francia” e sull’“amicizia eterna fra i popoli della Africa Nera e il popolo francese”.

Così i “comunisti” ufficiali sono andati ben più innanzi nella sottomissione aperta agli interessi del capitale che i socialdemocratici del 1914, aspramente fustigati da Lenin. La socialdemocrazia di ieri partiva dal principio che primo compito degli internazionalisti fosse di instillare negli operai la indifferenza nei confronti delle distinzioni nazionali, per dedurne la loro indifferenza nei confronti delle rivendicazioni dei popoli oppressi. L’opportunismo di oggi parte invece dall’amicizia fra i popoli e dalla difesa dei “veri” interessi nazionali per dedurne il sostegno aperto al proprio Stato contro gli altri imperialismi nella suddivisione delle ex colonie. È per questo motivo, ad esempio, che il PCF sostiene (almeno verbalmente) il regime di Sékou Touré malgrado il disgusto che possono provare i suoi elettori democratici per la terribile repressione perpetrata nella Guinea: esso spera che questa, infine, rientri nel campo “degli amici della Francia”.

Il compito dei comunisti rivoluzionari è ben diverso: esso consiste nello sviluppare nel proletariato delle metropoli la propaganda contro lo sciovinismo, per la lotta contro l’oppressione coloniale del proprio Stato, e “l’indifferenza” alla questione di sapere se la rottura di una colonia con la metropoli la renda “indipendente” o la consegni alle grinfie di un altro imperialismo. La posizione contraria equivarrebbe a sostenere il proprio Stato contro gli altri, e quindi a rinforzare il suo dominio sul proletariato. Riprendendo Lenin si potrebbe dire: “L’importante non è di sapere se sarà un cinquantesimo od un centesimo delle piccole nazioni a liberarsi prima della rivoluzione socialista. Ciò che conta è che nell’epoca dell’imperialismo, e per cause obiettive, il proletariato si è diviso in due campi internazionali, uno dei quali è corrotto dalle briciole che cadono dal tavolo delle borghesie delle grandi potenze – a causa appunto del doppio o triplo sfruttamento delle piccole nazioni – mentre l’altro non può liberare sé stesso senza liberare le piccole nazioni, senza educare le masse in uno spirito antisciovinista, cioè anti-annessionista, cioè favorevole alla autodeterminazione”.

Ed è in questo spirito che lavorano i comunisti rivoluzionari per la unificazione internazionale del proletariato, senza distinzioni di nazionalità e di colore, in vista dell’emancipazione dell’umanità al giogo del capitale e dal suo corteo di oppressioni di ogni genere.

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