Un Rapporto pubblicato ai primi di luglio dalla Children’s Commissioner for England [1], riportato da “The Guardian” dell’8/7 e ripreso dal “Fatto Quotidiano” dell’11/7, dichiara in maniera molto esplicita che “i bambini [inglesi intervistati] condividono agghiaccianti racconti di privazioni, alcuni dei quali a livelli di povertà quasi dickensiani. Non parlano di ‘povertà’ in maniera astratta, parlano di non avere cose che la maggior parte delle persone considererebbe basilari: una casa sicura senza muffe e senza topi, un letto abbastanza grande da potersi distendere, cibo ‘di lusso’ come del bacon, un posto dove poter fare i compiti, riscaldamento e un minimo di ‘privacy’ nel bagno per lavarsi, la possibilità di invitare gli amici, e il non dovere impiegare ore per andare a scuola”.
E in effetti i dati sulla loro condizione sono agghiaccianti. Oltre al “ritorno di malattie legate alla malnutrizione tipiche dell’epoca vittoriana, come il rachitismo e lo scorbuto” (nel 2022, sono stati registrati più di 700 ricoveri pediatrici per rachitismo e i casi di scorbuto sono “aumentati fino a centinaia di diagnosi annuali, soprattutto tra bambini di famiglie economicamente fragili”), il “Fatto Quotidiano” dell’11/7 ricorda che, sempre citando il Rapporto, “circa 4,5 milioni di bambini britannici, pari al 31% della popolazione minorile, vivono in condizioni di povertà relativa, e senza interventi significativi questo numero potrebbe salire a 4,8 milioni entro il 2029. Nel 2023, un’analisi della Joseph Rowntree Foundation ha riportato un tasso di rischio di povertà infantile del 22,4% nel Regno Unito, superiore a quello di molti paesi nordici come Danimarca e Finlandia (9,7%)”. Inoltre, il rapporto UNICEF del 2023, “Child Poverty in the Midst of Wealth”, “posiziona il Regno Unito tra i paesi ricchi con peggiori performance nella lotta alla povertà infantile, appena sopra Colombia e Turchia. Tra il 2014 e il 2021, la povertà infantile è aumentata del 20%, mentre paesi come Polonia e Slovenia hanno registrato riduzioni rispettivamente del 38% e del 31%. I bambini più colpiti sono quelli in famiglie monoparentali, con un rischio di povertà triplo rispetto a quelli in famiglie biparentali, e quelli appartenenti a minoranze etniche o con disabilità”.
Infatti, le “diseguaglianze etniche” sono particolarmente marcate: “mentre il 24% dei bambini bianchi britannici vive in povertà, il 65% dei bambini di origine bangladese e il 59% di quelli pakistani sono in condizioni di povertà a causa di discriminazioni sistemiche, difficoltà di accesso a lavoro stabile e costi abitativi elevati. La povertà è anche geograficamente disomogenea: aree come il Nord dell’Inghilterra, il West Midlands e Tower Hamlets a Londra registrano tassi di povertà infantile fino al 40%, con Birmingham Ladywood e Bradford West tra le circoscrizioni più colpite, con il 47% dei bambini in povertà”. Inoltre, una misura introdotta nel 2017 (il “two-child cap”) “limita i benefici fiscali e l’Universal Credit alle famiglie con più di due figli, escludendo il supporto economico per il terzo figlio e oltre, salvo eccezioni (nascite multiple, concepimenti non consensuali, adozioni). Nel 2025, circa 1,66 milioni di bambini in 469.780 famiglie sono colpiti da questa misura: un minore su nove a livello nazionale e fino a uno su tre in alcune aree. Le famiglie perdono in media circa £3.514 all’anno per ogni figlio oltre il secondo, aggravando la povertà e le difficoltà quotidiane”.
La condizione di povertà diffusa non è certo una novità di questi ultimi anni. Già nel 2017, dunque quasi dieci anni fa, nel capitolo dedicato al fallimento del servizio sanitario inglese (già fiore all’occhiello del secondo dopoguerra) di un’indagine approfondita sulle conseguenze della cosiddetta “nuova povertà”, si poteva leggere:
“[Tutto ciò] colpisce in particolare i bambini. Se nasci in una famiglia a basso reddito, è molto probabile che crescerai più debole e malato della maggioranza della popolazione. La mortalità infantile (i decessi concentrati fra la nascita e i 14 anni di età) nel Regno Unito sono significativamente più alti che in paesi europei analoghi – solo Polonia, Ungheria, Malta, Slovacchia e Lituania hanno tassi di mortalità infantile più alti. Tra i bambini sotto i cinque anni, la mortalità nel Regno Unito è la più alta di tutta l’Europa Occidentale, doppia di quella svedese” [2].
E ancora, a proposito del modo in cui vivono i bambini:
“[A ottobre 2016, secondo un’indagine condotta da un organismo indipendente specializzato in condizioni abitative], più del 40% degli appartamenti in affitto nel Regno Unito non raggiungono gli standard minimi di vivibilità accettabile, con dati relativi a diffusa presenza d’insetti, umidità e rischi per mancanza di sicurezze. Più di 400mila nuclei familiari al lavoro abitano in case d’affitto private con rischi di categoria 1 in base alla English Housing Survey. Questi rischi includono: severe minacce alla salute a causa di umidità e muffe, insetti nocivi, installazioni elettriche, freddo eccessivo e livelli pericolosi di monossido di carbonio, piombo e altre sostanze chimiche, incluso l’amianto” [3].
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Dunque, “livelli di povertà quasi dickensiani”, li definisce, con toni angosciati, il Rapporto 2025 della Children’s Commissioner for England. Ma non c’era bisogno di scomodare Charles Dickens e i suoi romanzi: bastava aprire le pagine del libro di Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato nel 1845 in Germania e solo successivamente in Inghilterra, per avere di che riflettere. Dopo aver ricordato la diffusione di malattie come il tifo, la tisi, la scarlattina, direttamente collegate alla vita in ambienti malsani, Engels rileva:
“Un'altra serie di malattie ha l'origine immediata più nella nutrizione che nell'abitazione degli operai. Tale causa risiede in sé e per sé nel cibo difficilmente digeribile dei lavoratori che è assolutamente inadatto per i piccoli ragazzi; e nondimeno mancano al lavoratore e i mezzi e il tempo per provvedere ai suoi figli una nutrizione conveniente. […] Ma da questa cattiva digestione si sviluppano già dall'infanzia nuove malattie. La scrofola è quasi generalmente diffusa tra gli operai e i genitori scrofolosi hanno figli scrofolosi, specialmente se la causa originaria della malattia agisce sulla disposizione ereditariamente scrofolosa di questi ultimi. Un secondo risultato di tale insufficiente nutrizione del corpo durante lo sviluppo è il rachitismo (malattia inglese, escrescenze nodose alle articolazioni) che si trova molto spesso nei ragazzi degli operai. L'indurimento delle ossa è ritardato, e soprattutto la costruzione delle ossa viene arrestata nella sua formazione e accanto alle abituali affezioni rachitiche si trova spesso l'incurvamento delle gambe e della spina dorsale. Io non ho bisogno di aggiungere come tutti questi mali peggiorino per le alternative alle quali i lavoratori sono sottoposti per le fluttuazioni del commercio, la mancanza di pane e l'insufficienza del salario durante le crisi. La temporanea mancanza di una sufficiente nutrizione, a cui quasi tutti i lavoratori soggiacciono almeno una volta nella loro vita per un certo tempo, contribuisce a peggiorare le conseguenze della nutrizione cattiva, anche quando è sufficiente. I bambini, i quali appunto nel tempo in cui avrebbero maggior bisogno di nutrizione, possono solo saziarsi a metà — e per molti ciò avviene non soltanto nel periodo di ogni crisi, ma pure nei periodi migliori dell'industria — di necessità devono divenire deboli, scrofolosi, rachitici al più alto grado. E che divengano tali, è facile vederlo dall'apparenza. L'abbandono, a cui è condannata la grande massa dei figli degli operai, lascia indelebili orme ed ha per conseguenza l'indebolimento di tutta la generazione operaia. Inoltre bisogna tener conto degli abiti inadatti di cui dispone questa classe, della impossibilità crescente di proteggersi dai raffreddori, della necessità di lavorare sino a che lo permette la salute, della miseria crescente della famiglia nei casi di malattia, della mancanza del soccorso medico; così approssimativamente si può figurarsi quale è lo stato di salute dell'operaio inglese. Non voglio affatto far menzione delle conseguenze peggiori che sono proprie alle singole branche di lavoro, come ora sono esercitate” (Capitolo “Risultati”).
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Sorprende dunque che, nell’Inghilterra di oggi, crescano scorbuto e rachitismo, le principali malattie della miseria? Quando Engels pubblicò il suo libro, si era ben dentro alla rivoluzione industriale, culla dello sviluppo capitalistico. Oggi, quasi duecento anni dopo, la società del capitale, del profitto a tutti i costi, della concorrenza spietata, dei conflitti e delle guerre, ha chiuso il cerchio: è tornata alle nefandezze d’origine. Questo cerchio va spezzato, prima che – dopo nuove, mostruose carneficine e distruzioni a livello mondiale – se ne apra un altro e dia inizio alla sua ennesima marcia infernale, a danno della specie umana.
[1] https://www.childrenscommissioner.gov.uk/resource/growing-up-in-a-low-income-family-childrens-experiences/ Quello della Children’s Commissioner è un ufficio governativo non-dipartimentale che si occupa della condizione infantile nelle diverse aree del Paese.
[2] Stephen Armstrong, The New Poverty, Verso, London 2017, p.74.
[3] Ibidem, p.115.