1. Verso il grande sfacelo
Che cosa può fare un paese che, prima potenza mondiale, si trova risucchiato nella più grave crisi economica e politica che la storia del capitalismo abbia mai conosciuto? Naturalmente, parliamo degli Stati Uniti.
Per rispondere alla domanda possiamo riferirci alle pagine di Rosa Luxemburg che ben inquadravano l’uso dei dazi da parte della borghesia nella sua politica mondiale. Sintetizza la Luxemburg che l’accumulazione del capitale ha due facce: da una parte, la produzione e la circolazione, rapporto puramente economico, dove il fulcro della questione risiede nel rapporto tra capitale e lavoro (ben chiara qui la critica dell’economia politica borghese, che la compagna sviscerò in modo scientifico); dall’altra, la scena mondiale. Per “scena mondiale”, la Luxemburg intende un grande e tragico teatro fatto di guerra, di sopraffazione, di violenze, di urla e di menzogne, ovvero di politica. E “costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico”. [1]
Sembra infatti che dietro la politica apparentemente schizofrenica di Trump, non vi sia nulla: non un fondamento razionale, una logica delle cose; che accada così solo per la sua incoerenza caratteriale; o, meglio, sembra che non esista quel primo polo che costituisce l’essenza dell’accumulazione, ovvero la produzione e la circolazione di capitale di cui l’“energumeno” di turno deve garantire il funzionamento.
E infatti continua la Luxemburg: “La teoria liberale-borghese vede solo una delle due facce: il dominio della ‘concorrenza pacifica’, dei miracoli tecnici, del puro scambio di merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della ‘politica estera’. In realtà, la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumulazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce ‘sudando da tutti i pori sangue e fango’, ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo”. [2]
La propaganda della borghesia, di destra o di sinistra che sia, opera oggi, a sua propria protezione, la stessa falsificazione di ieri: ovvero, separa le due cose per far sì che non sia chiaro che il motore dello sviluppo capitalistico è in realtà violenza esercitata dalla classe dominante per mantenere e potenziare e ottimizzare il rapporto a suo favore tra capitale e lavoro. Oggi non solo separa, ma spettacolarizza il lato politico per crear ancor più confusione.
E quindi, tornando alla nostra domanda, se l’accumulazione del capitalismo mondiale è in crisi a causa della sempre maggiore difficoltà a valorizzarsi, e questa crisi colpisce anche la prima potenza mondiale, questa prima potenza che cosa farà? Farà di tutto per risolvere l’elemento debole, in crisi, all’interno dell’accumulazione e lo farà proprio sulla scena mondiale. Trump svolge la sua funzione storica nei modi e nelle forme più opportune: ovvero, non più come Presidente di un paese prima potenza mondiale incontrastata, ma di una prima potenza mondiale vacillante e contrastata da blocchi politico economici (Cina-Russia), pronti a divorarla.
Per questo motivo, la politica dei dazi trumpiana soddisfa una esigenza ben precisa. Continua la Luxemburg: “La contraddizione interna della politica protezionistica internazionale è, come il carattere contraddittorio del sistema dei prestiti internazionali, un semplice riflesso del contrasto storico in cui gli interessi dell’accumulazione, cioè della realizzazione e capitalizzazione del plusvalore, dell’espansione, sono venuti a trovarsi con i puri e semplici criteri dello scambio di merci.” [3] E così, con il dominio dei cieli e dei mari, gli Usa mettono sotto ricatto gli altri paesi satelliti, vassalli o partner, minacciando con i dazi o promuovendoli effettivamente, per migliorare le proprie condizioni di mercato interne ed estere: per metter mano proprio a quel rapporto capitale-lavoro che è in crisi. Alle belle favole sul libero mercato che si autoregola non hanno mai creduto neanche loro.
“Quanto sopra trova la sua espressione tangibile nel fatto che il moderno sistema degli alti dazi protettivi – che corrisponde alla espansione coloniale e agli acuiti contrasti all’interno dell’ambiente capitalistico – è stato inaugurato anche come base essenziale dell’enorme sviluppo degli armamenti. […] Il libero scambio europeo, al quale è corrisposto il sistema militare continentale con centro di gravità nell’esercito territoriale, ha spianato la via al protezionismo come base e completamento del sistema militare imperialistico, il cui centro di gravità si sposta sempre più verso la flotta” [4].
È chiaro che, con un salto di circa 100 anni dalle parole della Luxemburg, abbiamo oggi la flotta americana ad aver spianato la strada in tutto il mondo al protezionismo del suo paese, il cui centro di gravità si sposta però, a differenza di ieri, sempre più verso la conclusione di un intero processo storico, perché la flotta USA, che suda fango e sangue in quanto rappresentante del capitale, ha gradatamente esportato la sua fine “in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo”. [5]
Lo sfacelo del sistema però non sarà mai una soluzione definitiva. Il capitale come tale potrà riprodursi teoricamente all’infinito fino a quando non verranno infrante le sue leggi di funzionamento: ovvero, quando quel fulcro capitale-lavoro non sarà stato divelto solo dalla dittatura della nostra classe.
Teoricamente all’infinito, ma praticamente no, perché la certezza è che il capitale porterà alla estinzione o distruzione totale della nostra specie. Quindi un punto di fine ipotetico lo abbiamo. Troppe posizioni scientiste e neopositiviste che imperversano nel marxismo stanno riabilitando nella nostra classe il pensiero borghese, con le sue distorsioni ideologiche e con il suo fanatismo verso l’evoluzione progressiva.
Per sviluppo delle forze produttive non si intende semplicemente tecnologia, come la vulgata vorrebbe. La prima forza produttiva per Marx è il proletariato, forza intorno alla quale tutto ruota, perfino il programma politico. Lo sviluppo tecnologico sta dilaniando le basi umane e sociali della nostra classe, espropriandola di tutto ciò che fino alla seconda rivoluzione industriale non era stato ancora fatto. Il capitale sta combattendo contro il suo polo opposto, la sua negazione, il suo becchino, alienandolo dalla sua stessa esistenza per renderlo innocuo o addirittura inesistente (costi la stessa vita del capitale). Ben poco c’è da rallegrarsi davanti allo sviluppo tecnologico che secondo tali teorie scientiste ci porterebbe verso il comunismo! La politica di riarmo di cui i dazi sono un segnale, e Trump lo strumento del momento, è anche politica di accelerazione della guerra tecnologica e si ripercuote tragicamente sulla salute collettiva fisica e psichica della nostra classe in ambito civile. Lo sfacelo potrà essere tale in modi molto diversi. Tra cui anche la possibilità che il capitale abbatta il suo opposto definitivamente, abbattendo ovviamente anche se stesso.
Il motivo bellico è sempre stato un forte acceleratore della tecnologia per uso civile. Tali sviluppi sono estremamente preoccupanti. A poco ci giova sapere che in un mondo futuro, ipotizziamolo quindi senza la nostra specie, quando le crisi non esisteranno più (e con esse saranno scomparse “le prime potenze mondiali”), robot autoreplicanti funzioneranno senza più un sistema di classi sociali e di mercato. Esso sarà stato per noi marxisti lo sfacelo, la sconfitta totale, seppur la linea di progresso tecnologico avrà vinto sul resto. Dunque, la risposta alla nostra domanda è: per sfuggire alla crisi, la prima potenza mondiale combatterà contro il proletariato mondiale! Combatterà preventivamente contro la sua organizzazione, contro la sua unità politica per sfruttarlo al meglio, per piegarlo più di quanto fino ieri sia riuscito a fare, con tutti i mezzi che oggi la tecnologia mette a disposizione!
Ma torniamo all’ABC.
- Economia e politica. Struttura e sovrastruttura
Gli analisti economici e gli esperti di geopolitica, che già faticavano a capire l’evoluzione del capitalismo, ora si trovano nel più completo sconforto e impotenti di fronte alla presunta imprevidibilità delle decisioni di Trump. Ogni giorno si aspetta con trepidazione che dalle labbra dell’energumeno a capo della potenza imperialistica dominante vengano le nuove direttive che determineranno le sorti del mondo. Sembrerebbe quindi che sia fallita la teoria marxista del materialismo storico, la quale poneva a base dello sviluppo della storia l’economia, ossia la struttura della società, e da questa faceva derivare le sovrastrutture ideologiche, come ad esempio la politica. Ora le sorti del mondo dipenderebbero dalla eccentrica e volubile personalità del capo politico dell’imperialismo dominante! In realtà, come abbiamo visto sopra, la politica protezionistica recente non fa che rispondere a necessità economiche, di struttura, che hanno la loro base in avvenimenti di molto precedenti la presidenza del burattino Trump e sono in continuità con la tendenza già emersa, ad esempio, con la presidenza Obama (vedi la clausola “Buy American”, del 2009, come risposta alla crisi economica del 2007/2008) [6].
Anche nelle vicende recenti che risultano impenetrabili per i grandi intelligentoni della pseudoscienza borghese, il marxismo rivoluzionario riceve la sua ennesima dimostrazione e conferma. Comprendere come dal “liberismo” monopolistico successivo alla Seconda guerra mondiale si sia passati al neo-protezionismo degli anni ‘70 e quindi di nuovo al “liberismo” della globalizzazione della metà degli anni ‘80 e da questo al protezionismo di Trump, è infatti possibile solo con il ricorso all’analisi scientifica marxista.
“Secondo la concezione materialistica della storia, il fattore in ultima istanza determinante nella storia è la produzione e riproduzione della vita reale. La situazione economica è la base, ma i diversi fattori della sovrastruttura – forme politiche della lotta di classe e suoi risultati, costituzioni introdotte dalla classe vittoriosa dopo vinta la battaglia, ecc., forme giuridiche, e persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di chi vi partecipa, teorie politiche, giuridiche, filosofiche, concezioni religiose e loro ulteriore svolgimento in sistemi di dogmi – esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche, e in molti casi ne determinano decisamente la forma. V’è azione e reazione fra tutti questi fattori, azione e reazione attraverso la quale il movimento economico si afferma in ultima istanza come elemento necessario entro l’infinita congerie di casi accidentali.
“Gli uomini fanno essi stessi la loro storia, ma finora neppure in una determinata società ben delimitata, non con una volontà collettiva, secondo un piano d’assieme. I loro sforzi si intersecano contrastandosi e, proprio per questo, in ogni società di questo genere regna la necessità, il cui complemento e la cui forma di manifestazione è l’accidentalità. La necessità che s’impone attraverso ogni accidentalità è di nuovo, in fin dei conti, quella economica. […] Lo stesso vale per tutti gli altri fatti casuali o apparentemente casuali nella storia. Quanto più il terreno che stiamo indagando si allontana dall’economico e si avvicina al puro e astrattamente ideologico, tanto più troveremo che esso presenta nella sua evoluzione degli elementi fortuiti, tanto più la sua curva procede a zig-zag. Ma se lei traccia l’asse mediana della curva, troverà che quanto più lungo è il periodo in esame, quanto più esteso è il terreno studiato, tanto più questo asse corre parallelo all’asse della evoluzione economica” [7].
- Il saggio medio di profitto
Mostreremo ora come lo sviluppo apparentemente contradditorio e casuale del capitalismo possa essere spiegato e inquadrato in leggi oggettive deterministiche alla luce dei parametri economici, e in primo luogo del saggio medio di profitto. Si tratta di andare dalla complessità del reale e concreto alle astrazioni ultime, agli elementi determinanti, per poi tornare alla complessità del reale, al concreto, ma questa volta non come la rappresentazione caotica di un tutto casuale, ma piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti di causa ed effetto [8].
Nell’epoca storica in cui viviamo, denominata capitalismo poiché è determinata dalla produzione capitalistica, scopo di ogni capitale è crescere, valorizzarsi, altrimenti non sarebbe capitale. La crescita avviene attraverso l’estorsione di lavoro non pagato, pluslavoro o plusvalore, che l’economia borghese chiama “profitto”. Questa crescita deve avvenire di continuo, illimitatamente, pena il fallimento. Nella spinta ineluttabile a valorizzarsi, i capitali sono sempre in concorrenza tra di loro: le necessità della competizione sono la ragione e lo stimolo per l'introduzione del sistema macchinista in ogni atto produttivo, e per il continuo rinnovamento del sistema tecnico produttivo stesso con macchine sempre più efficienti. Marx dimostra come la tendenza generale del capitalismo, al di là di possibili deviazioni momentanee, sia quella di aumentare sempre più la produttività: e questo, di conseguenza, determina sempre più la sostituzione di lavoro vivo (salariati) con lavoro morto (macchine).
In questo modo, però, il capitale elimina la fonte del profitto; questa tendenza è misurata proprio dalla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Il capitale investito deve essere sempre più grande, per sopperire alla sua minore capacità di valorizzazione. Ma più cresce più diventa difficile crescere ulteriormente. Il profitto poi diventa tale se il plusvalore estorto nella produzione al lavoratore si realizza nel mercato: ma per quanto sforzo il capitale compia il mercato non riesce mai a tenere il passo della produzione ingigantita. La necessità di valorizzarsi e le difficolta di valorizzarsi sono la causa profonda che determina la storia del capitalismo. Ecco perché la caduta tendenziale del saggio medio di profitto è così importante, e ci limiteremo qui a utilizzare questo potente strumento per l’analisi delle tendenze al protezionismo e quindi alla economia di guerra. Allo stesso tempo, la crescente difficoltà di valorizzarsi è, in ultima analisi, la ragione alla base della tendenza al superamento rivoluzionario del sistema capitalistico, con i suoi riflessi sul piano dello scontro tra classi.
- La falsa antitesi tra neoliberismo e protezionismo
Il capitalismo ha una storia secolare di alternarsi di protezionismo e libero scambio, politiche non contradditorie, ma dialetticamente funzionali alle necessità economiche delle diverse fasi di evoluzione del modo di produzione, nelle diverse aree geo-storiche, e riflesso dei rapporti di forza nel mercato mondiale. È falsa l’antitesi netta e metafisica tra liberismo e statalismo: “Uno stato confusionale coglie coloro che cercano di analizzare le differenze tra neoliberismo e statalismo. Le divergenze sistematiche non si trovano nemmeno a cercarle con i più potenti microscopi: anche il più tipico stato neoliberista è infetto di statalismo e quello ‘statalista’, per così dire, ha come suo dogma lo sviluppo ‘senza vincoli’ del capitale […] gli stati neoliberisti tendono ad anteporre l’integrità del sistema finanziario e la solvibilità delle istituzioni finanziarie al benessere della popolazione o alla qualità dell’ambiente. Montagne di dati ci mostrerebbero che lo Stato ‘economista’ ha saputo fare altrettanto” [9]. È dalla fase economica del capitalismo monopolistico, ossia da più di un secolo, che emerge il fenomeno del mondo moderno tendente a sostituire e intrecciare il liberalismo classico con sovrastrutture politiche totalitarie, fasciste. Il capitalismo monopolistico (imperialismo), infatti, ha bisogno di un apparato statale corrispondente alle sue esigenze e la forma dello Stato minimo e delle massime libertà individuali (cardini del pensiero liberale) ha dovuto cedere il passo a una forma politica tale da venire incontro all’accresciuta necessità della regolazione dei fenomeni economici e finanziari. “Il protezionismo è un fenomeno connaturato al capitalismo fin dalle origini. Protezionismo e liberismo convivono sempre, e anche la fase attuale lo conferma: gli atteggiamenti liberisti sono in generale espressione di una posizione di forza sui mercati mondiali da parte di potenze che sono in grado di imporre le proprie merci e i propri investimenti ai partners attraverso forme di ricatto economico-militare” [10].
Limitiamoci ai cicli economici successivi alla Seconda guerra mondiale. Fino agli anni Sessanta, gli USA, in posizione dominante sui mercati mondiali, sostennero l'apertura dei mercati alle merci e ai capitali (creazione del GATT e del FMI). Dalla fine degli anni Sessanta, e soprattutto dalla metà del decennio successivo (crisi del '74-'75 e nuova crisi petrolifera del ‘79), come reazione alla caduta della produzione industriale USA e quindi del saggio medio di profitto, il protezionismo riprese vigore, soprattutto in settori strategici come acciaio ed automobili. Si aprì così la fase del cosiddetto neo-protezionismo, che voleva essere una risposta immediata al panico della stagflazione (disoccupazione e inflazione alta). Si introdussero politiche monetarie confuse con alternanza di tassi bassi e alti ("Stop-Go"), che non riuscirono però a controllare l’inflazione e far riprendere la produzione industriale. I capitali fuggirono nella finanza… e la cura si rivelò peggiore della malattia: picco massimo dell’inflazione al 13-14% all'inizio degli anni '80! Si cambiò quindi completamente approccio con la scossa monetarista di Volcker (tassi altissimi) e le riforme pro-mercato di Reagan. Questo pose fine alla stagflazione, ma creò una recessione all'inizio degli anni '80: crollo della produzione industriale, disoccupazione al 10.8% nel dicembre 1982, il livello più alto dalla Grande Depressione. Settori come l'automotive e l'edilizia furono devastati. La "Rust Belt" (la cintura industriale del Midwest) entrò in una crisi profonda da cui non si è mai completamente ripresa. Fu la peggiore recessione negli USA dal dopoguerra.
Visto il fallimento delle politiche protezionistiche, si cercarono delle soluzioni opposte. Il protezionismo degli anni '70 fu visto come il padre del fallimento di cui il neo-liberismo degli anni '80 si propose come figlio e solutore: non più proteggersi dall'economia globale, ma rimodellare l'economia USA per dominare l’economia mondiale. Questo nuovo approccio aprì la strada all'era della globalizzazione e all'integrazione dei mercati mondiali. La recessione di inizio anni '80 fu il costo che si dovette pagare per questa transizione. L’abbandono del protezionismo generalizzato non fu naturalmente un ritorno a un illusorio “libero mercato”, un affidarsi alla “mano invisibile” del mercato, ma piuttosto un liberoscambismo pragmatico (non a caso si conservarono alcuni strumenti protezionistici nei settori strategici): un insieme di politiche liberiste e protezioniste, a cui si appiccicò l’etichetta di "neo-liberismo”. Sia la ricerca disperata delle cause della crisi, sia le soluzioni, più che altro empiriche, a tentoni, restavano alla superficie del problema, agli effetti, senza mai cogliere le ragioni di fondo: caduta del saggio medio di profitto. Il succedersi di liberismo e protezionismo è solo espressione, riflesso, di un circolo vizioso irrisolvibile, se non con l’antitesi: o guerra o rivoluzione.
- La fine della globalizzazione
L'onda liberalizzatrice, iniziata approssimativamente a metà degli anni Ottanta, con la piena libertà di movimento dei capitali, la delocalizzazione, l'esplosione dell'export cinese, si è anche essa conclusa con una crisi: quella del 2008. E quando venne la crisi, la liberalizzazione la accelerò e ne determinò il contagio a livello globale. Segnali di ripresa del protezionismo si erano avuti già dalla fine degli anni ’90, ma la tendenza al protezionismo emerge chiaramente nel 2008 [11]: fallimento delle banche e inizio di una crisi estesa, profonda e duratura. La globalizzazione, in quanto insieme di controtendenze alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto, diede un momentaneo sfogo alla sovrapproduzione, ma ha generato tutta una serie di contraddizioni che, come previsto dal marxismo, hanno posto le condizioni per il succedersi di crisi più profonde estese e ravvicinate, da cui non si è ancora usciti.
Alla superficie, il succedersi e perdurare delle crisi si manifesta come contrazione degli scambi commerciali sul mercato mondiale, bilancia commerciale in passivo, crescita enorme e insostenibile del debito pubblico; liberalizzazione della finanza creativa e finanziarizzazione dell’economia; polarizzazione nello scontro tra imperialismi; ritorno in patria dei capitali e dei settori strategici; crisi della catena produttiva mondiale, oggi soprattutto legata ai semilavorati e non solo alle materie prime. Ma tutti questi fattori sono, di nuovo, espressione e riflesso del crollo della produzione industriale e quindi della tendenza al crollo del saggio medio di profitto. Già nel 2010 avevamo compreso questa tendenza [12].
Mentre il protezionismo come atteggiamento politico-economico prevalente appartiene al capitalismo industriale nascente, nella fase terminale del presente modo di produzione ogni ricorso al protezionismo generalizzato appare difficilmente praticabile, se non come fase immediatamente precedente l'aperto conflitto politico-militare (come osservava la Luxemburg, citata sopra). E infatti oggi l’utilizzo dei dazi si accompagna alla militarizzazione dell’economia. I termini oggi di moda sono il dual use, ossia lo sviluppo tecnologico con uso sia civile che militare (ad esempio, intelligenza artificiale, sistemi satellitari, infrastrutture) e il decoupling, ossia rilocalizzare negli USA la produzione delle imprese americane in settori ritenuti strategici in prospettiva di uno scontro aperto (ad esempio, acciaio, alluminio, cantieristica navale e microchip). Ma Il protezionismo attuale è ancora più contradditorio che in passato per la forte correlazione, integrazione e interdipendenza tra le diverse economie e sistemi produttivi (si pensi proprio al rapporto tra USA e Cina): non può quindi, ancora meno che in passato, costituire una soluzione alla crisi. Il che comporta altresì grande velocità nella trasmissione degli effetti delle crisi e blocco della produzione in tempi rapidi, tendenza accelerata alla guerra commerciale e quindi a quella guerreggiata, economia di guerra, tensioni sociali. Non a caso, il Dipartimento della difesa USA ha recentemente cambiato il suo nome in Dipartimento della guerra!
- Riepilogando. Dazi e ricatti come preludio all’antitesi “guerra o rivoluzione”
Più il modo di produzione capitalistico tende a mostrare la propria transitorietà, più gli intellettuali e studiosi al suo servizio devono allontanarsi dalla scienza in quanto “ricerca della verità”, per fare scienza di classe, borghese, che deve diffondere fiducia nei profitti futuri e creare l’illusione di un sistema di produzione eterno, che possa crescere illimitatamente. In un mondo limitato, solo i pazzi e gli economisti possono credere in una crescita illimitata ed eterna. La scienza borghese si è quindi volgarizzata: non solo perché da più di un secolo ha rinnegato la teoria classica di Smith e Ricardo del valore derivato dal lavoro, sostituendola con teorie soggettive e superficiali, basate sugli interessi del consumatore e sulle leggi del mercato (Pareto, utilità marginale), ma perché, a partire dalla grande crisi del 1929 e dall’avvento del keynesismo, ha pure sostituito lo studio del saggio di profitto con quello del PIL. In sintesi: mentre il PIL risponde alla domanda "Quanto sta producendo l'economia in termini assoluti?", il saggio di profitto risponde a domande più specifiche e cruciali: "Quanto è redditizio, in media, il capitale impiegato?”; “Quanto è sfruttata la forza lavoro?”; “Quanto è vicina la crisi?”. Il PIL include settori come i servizi e la finanza che si rendono in una certa misura autonomi dalla produzione industriale, dando temporaneamente l’illusione che i profitti possano crescere indipendentemente dalla produzione reale: un'economia può avere una crescita del PIL positiva, ma un saggio di profitto in calo. Il PIL include voci che non hanno una relazione diretta con la redditività del capitale: ad esempio, la spesa pubblica. Gli Stati Uniti forniscono la serie di dati economici più lunga e studiata, e questi mostrano chiaramente due trend opposti: il PIL ha una forte tendenza di lungo periodo alla crescita, ma il saggio medio di profitto mostra una chiara tendenza al declino.
Solo una nicchia di economisti borghesi studia ancora il saggio medio di profitto, anche se lo chiama in modo diverso: redditività o ritorno del capitale (ROC, Return on Capital). Sono studiosi legati a istituzioni finanziarie e di governance internazionale (ad esempio, FED e Banca Mondiale), che hanno bisogno di comprendere le dinamiche di lungo periodo: capire la salute degli investimenti e la produttività di un paese; prevedere le crisi finanziarie… Insomma, anche loro vogliono capire il rischio di crisi profonde e di stagnazione, senza tuttavia fare troppa pubblicità. Ma gli economisti borghesi cadono comunque in errore: calcolano il saggio medio di profitto tenendo conto solo del capitale impiegato dall’azienda nel ciclo produttivo considerato, ossia non tengono conto di tutto il capitale costante e quindi della percentuale di utilizzo della capacità produttiva, così come del debito. I saggi di profitto calcolati con il metodo degli economisti borghesi sono quindi superiori a quelli reali, ma comunque non sfuggono alla legge della caduta tendenziale. Gli economisti borghesi sanno che, se la redditività del capitale (leggasi saggio di profitto) crolla, le aziende smettono di investire nell'economia reale e il capitale si sposta nella finanza speculativa, creando bolle che prima o poi bruceranno masse enormi di capitali. Questo porta a un'economia più fragile, instabile e disuguale. In pratica, gli economisti borghesi più intelligenti riscoprono le leggi di Marx attraverso i propri modelli, soprattutto in periodo di crisi, ma cercando soluzioni entro il sistema capitalista.
Il grafico seguente [13] mostra l’andamento storico del saggio medio di profitto USA dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al 2021, sintetizzando in termini grafici e quantitativi quanto detto qui sopra.

Per quanto riguarda gli ultimi anni, fonti attendibili che calcolano il saggio considerando il capitale costante totale (Kliman, Roberts, Piketty), concordano: il saggio reale USA è sotto il 5% dal 2010. Secondo le stesse fonti, per il 2023 e 2024 il dato calcolato secondo il metodo di Marx conferma che il saggio di profitto USA è in calo, in particolare sotto il 4%. Come volevasi dimostrare: altro che imprevedibilità dei dazi e ricatti trumpiani! “La guerra è la continuazione della politica” … e la politica è la continuazione dell’economia!
La nuova illusione del capitalismo per uscire dalla crisi della produzione industriale si chiama “Intelligenza artificiale” (AI), che dovrebbe portare un nuovo aumento di produttività… abbassando ulteriormente il saggio di profitto. C’è chi ipotizza addirittura che l’AI eliminerà completamente il lavoro dell’uomo dalla produzione, senza comprendere che questo azzererebbe il pluslavoro, il plusvalore, e quindi il profitto!
I grandi capitali della finanza sono tutti concentrati su questa speranza di profitti futuri contenuta nell’AI: il mercato azionario USA è altamente concentrato in pochi giganti tecnologici, e quasi la metà del valore è racchiuso in aziende legate in modo diretto o indiretto al mondo Big Tech. Ma la AI non ha ancora capacità di generare profitti e già gli stessi esperti di “Intelligenza Artificiale” fanno un parallelo con la crisi delle dot-com (2001). Persino Sam Altman, il capo di OpenAI, dice che l'intelligenza artificiale è una bolla… Altro che produzione e profitto senza lavoro vivo! In realtà, questo rifugiarsi dei capitali nella finanza è il riflesso della continua discesa della produzione reale, manifatturiera.
Quello che sta accadendo, nella sua drammaticità, è una meravigliosa conferma del marxismo e della necessità di farla finita con un modo di produzione parassitario, dissipatore e distruttivo, che ha da tempo esaurito la propria funzione storica. Il processo prevedibile è la sua trasformazione in un conflitto mondiale fra le grandi potenze, o altrimenti, in presenza del Partito comunista mondiale, il suo sviluppo verso la rivoluzione proletaria. Determinare da adesso l’ora x non ha alcuna importanza: ha importanza invece ancora una volta ribadire il metodo d’indagine, che conferma la propria capacità di leggere il modo di produzione capitalistico, unica via per comprendere i fenomeni sociali e politici e intervenire nello scontro tra le classi.
In conclusione: il sistema capitalistico è in profonda crisi e all’orizzonte non si vedono soluzioni pacifiche di sorta. Non c’è nessun nuovo territorio da conquistare al modo di produzione capitalistico, essendo ormai l’intera globo terrestre da molto tempo saturo di capitalismo. In queste condizioni, il malato è in agonia. La cosiddetta “nuova rivoluzione industriale” alle porte (la AI) non potrebbe che esacerbare le tensioni sociali con la proletarizzazione della piccola borghesia e l’accrescersi dei disoccupati. Il capitalismo non ci farà la grazia di tirar le cuoia da solo. È al proletariato che spetta il compito di dargli il colpo di grazia, pena il rovinare nel baratro di una nuova guerra mondiale, ancor più distruttiva e sanguinosa delle due che l’hanno preceduta. I segnali ci sono tutti.
La lotta per il comunismo sarà perciò, allo stesso tempo, lotta per la liberazione di tutta l’umanità e per la realizzazione della vera natura umana!
[1] R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Cap. XXXI (Protezionismo e accumulazione), Einaudi, Torino 1968.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Vedi “L’imperialismo delle portaerei”, il programma comunista, n.2/1957.
[6] Vedi “Liberismo e protezionismo, armi nello scontro economico globale tra imperialismi vecchi e nuovi (II)”, il programma comunista, n.5/2010.
[7] Friedrich Engels, “Lettera a W. Borgius (25/1/1894”), riprodotta in il programma comunista, n.3/2021.
[8] Vedi Karl Marx, “Introduzione” a Per la Critica dell'Economia Politica. Capitolo 3: Il metodo dell’economia politica.
[9] “Neo-liberismo e neo-statalismo: nulla di nuovo!”, Il programma comunista, n.5/2009.
[10] “Liberismo e protezionismo, armi nello scontro economico globale tra imperialismi vecchi e nuovi”, il programma comunista, n. 4, 5, 6/2010.
[11] Il Bollettino Bce del febbraio 2009, nel valutare le tendenze mondiali in tema di protezionismo, concludeva che, se non sussistevano prove di un aumento delle misure, tariffarie e no, volte a contrastare l’import, tuttavia, vi erano segnali chiari di un intensificarsi delle spinte protezionistiche, soprattutto in alcune regioni (Usa e Zona Euro).
[12] “È anche vero che, come tendenza, sarebbe possibile una crisi grave di rapporti commerciali tra due potenze (segnali in tal senso riguardano gli Usa e la Cina): in questo caso, si avrebbe una retroazione della politica sull'economia, che darebbe il via a un’ulteriore contrazione del commercio mondiale proporzionata alle dimensioni delle economie coinvolte. A quel punto, le prospettive del capitale internazionale potrebbero essere affidate solo all'economia di guerra e alle iniziative politico-militari, e il riaffiorare di spinte protezionistiche è il segnale che indica essere questa la direzione che ormai il capitalismo sta imboccando”, in “Liberismo e protezionismo, armi nello scontro economico globale tra imperialismi vecchi e nuovi”, cit.
[13] https://thenextrecession.wordpress.com/2022/12/18/the-us-rate-of-profit-in-2021/ Andrew Kliman, The Failure of Capitalist Production. Dati da US Bureau of Economic Analysis (BEA). Vedi anche The next recession https://thenextrecession.wordpress.com/2015/12/20/the-us-rate-of-profit-revisited/