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Venerdì, 22 Novembre 2019

Proprietà e Capitale

Parte Prima: I. Le rivoluzioni di classe

1.     Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione.

  

Al fine di vagliare esattamente la tradizionale formula che definisce il socialismo come abolizione della proprietà priivata, si richiamano i concetti marxisti sul succedersi delle rivouzioni di classe quale conseguenza del contrasto tra le nuove forze ed esisgenze della produzione e i vecchi rapporti di proprietà. Dei vari regimi di classe, fondati su istituti di proprietà individuale esercitata su oggetti diversi a seconda delle diverse caratteristiche della organizzazione produttiva e della tecnica del lavoro, il più recente è il regime capitalista.

Con una formula semplice e giustificata dalle esigenze della propaganda si è sempre definito il socialismo come abolizione della proprietà privata, ag­giungendo la precisazione: dei mezzi di produzione, e poi l'altra: e dei mez­zi di scambio.

Anche se tale formula non è completa e del tutto adeguata, essa non va ripudiata. Ma le vecchie e recenti sostanziali questioni sulla proprietà per­sonale, collettiva, nazionale e sociale rendono necessario delucidare il pro­blema della proprietà di fronte all’antitesi teorica storica e di lotta tra capi­talismo e socialismo.

Ogni rapporto economico e sociale si proietta in formulazioni giuridi­che, e partendo da tale posizione il Manifesto dice che i comunisti pongono avanti in ogni stadio del movimento la « quistione della proprietà », poiché essi pongono avanti la quistione della produzione, più generalmente quella della produzione distribuzione e consumo, quella dell’economia.

In un'epoca in cui la grande antitesi storica tra feudalesimo e regime borghese era apparsa prima come un conflitto ideologico e di diritti che come rapporto economico e mutamento delle forme della produzione, non si poteva non porre nel massimo rilievo, anche nelle enunciazioni elemen­tari, la forma giuridica delle rivendicazioni economiche e sociali proletarie. Nel passo fondamentale della prefazione alla Critica dell’economia politica Marx enuncia la dottrina del contrasto delle forze produttive con le forme della produzione e subito aggiunge: « oppure — il che è soltanto un'espres­sione giuridica — con i rapporti di proprietà ».

La giusta accezione della formulazione giuridica non può dunque fon­darsi che sulla giusta presentazione del rapporto produttivo ed economico, che il socialismo postula di infrangere.

Adoperando quindi in quanto utile il linguaggio della scienza corrente del diritto si tratta di ricordare i caratteri discriminanti del tipo capitalistico di produzione — che vanno definiti in rapporto ai tipi di produzione che lo precedettero — e ulteriormente discriminare tra tali caratteri quelli che il socialismo conserva e quelli che invece dovrà superare e sopprimere nel pro­cesso rivoluzionario. Tale distinzione va ovviamente istituita sul terreno dell’analisi economica.

Capitalismo e proprietà non coincidono. Varie forme economico-sociali che hanno preceduto il capitalismo avevano determinati istituti della pro­prietà. Vedremo subito che è convenuto al nuovo sistema di produzione adagiare la sua impalcatura giuridica su formule e canoni derivati direttamente da precedenti regimi, malgrado che in essi i rapporti di appropriazio­ne fossero diversissimi. Ed è non meno elementare la tesi che nella visione socialista il capitalismo figura come l'ultima delle economie fondate sulla forma giuridica della proprietà, sicché il socialismo nell’abolire il capitali­smo abolirà anche la proprietà. Ma quella prima abolizione, e, meglio detto, successione violenta e rivoluzionaria, è un rapporto chiaramente dialettico e la si enuncia con più fedeltà al linguaggio marxista nostro proprio, che non la abolizione della proprietà di sapore un poco metafisico e apocalittico.

Rifacciamoci tuttavia all’inizio dei nostri noti concetti. Proprietà è un rapporto tra l'uomo, la persona umana, e le cose. I giuristi la chiamano la facoltà di disporre della cosa nel modo più esteso ed assoluto, e classicamen­te di usare e di abusare. Si sa che a noi marxisti queste definizioni eterne non piacciono, e potremmo meglio dare una definizione dialettica e scienti­fica del diritto della proprietà dicendo che è la facoltà di « impedire » ad una persona umana di usare di una cosa, da parte di un'altra persona o di un gruppo.

 La variabilità storica del rapporto emerge ad esempio dal fatto che per secoli e millenni tra le cose suscettibili di formare oggetto di proprietà era la stessa persona umana (schiavismo). Che d'altra parte l'istituto della pro­prietà non possa pretendere alla prerogativa apologetica di essere naturale ed eterno lo abbiamo provato mille volte col riferimento alla primitiva società comunista in cui la proprietà non esisteva, in quanto tutto era acquisito e usato in comune dai primi gruppi di uomini.

Nella relativa primordiale economia o se si vuole pre-economia il rap­porto tra uomo e cosa era il più semplice possibile. Per il limitato numero di uomini e la limitata gamma di bisogni, appena superiori a quelli animali della alimentazione, le cose atte al soddisfacimento dei bisogni stessi, che poi il diritto chiamò beni, sono dalla natura poste a disposizione illimitata e il solo atto produttivo consiste nel prenderle quando occorrono. Esse si ridu­cono ai frutti della vegetazione spontanea e in seguito della caccia e della pesca e così via. Vi erano oggetti di uso in quantità esuberante, non vi era­no ancora « prodotti » usciti da un sia pure embrionale intervento fisico, tecnico, lavorativo, dell’uomo sulla materia quale la offre la natura ambiente.

Con il lavoro, la tecnica produttiva, l'aumento delle popolazioni, la limitazione di terre vergini libere su cui espandersi, sorgono i problemi di distribuzione e diviene difficile fronteggiare tutte le necessità, le richie­ste di uso e di consumo di prodotti. Nasce il contrasto tra individuo e indi­viduo, tribù e tribù, popolo e popolo. Non occorre ricordare queste tappe dell’origine della proprietà, ossia della appropriazione, per il consumo, per la formazione di riserve, per l'iniziato scambio a soddisfazione di altre sempre più vaste esigenze, di quanto ha prodotto il lavoro di uomini e di comunità.

Appare in processi svariati il commercio, le cose che erano solo oggetti di uso divengono mercanzie, appare la moneta e al valore di uso si sovrap­pone il valore di scambio.

Nei varii popoli e nelle varie epoche dobbiamo intendere quale fosse l'avanzamento della tecnica produttiva quanto a capacità di intervento dell’opera dell’uomo sulle cose o materie prime, quale il meccanismo della produzione e della distribuzione degli atti e sforzi produttivi tra i membri della società, quale il gioco della circolazione dei prodotti da mano a mano da casa a casa da paese a paese verso il consumo. Da tali dati possiamo pas­sare ad intendere le forme giuridiche corrispondenti, e che tendevano a coordinare le regole di tali processi, attribuendo a date organizzazioni la disciplina di esse e la possibilità di costrizioni e di sanzioni verso i tra­sgressori.

Come non risale alla primitiva umanità la proprietà delle cose o beni di consumo e la proprietà dello schiavo, tanto meno vi risale la proprietà del SUOLO ossia della terra e di quanto di stabile l'uomo vi aggiunge e costruisce, i beni immobili del diritto. Tale proprietà nella sua forma per­sonale viene in ritardo rispetto a quella delle cose mobili e degli stessi schiavi, in quanto all’inizio tutto se non è comune è per lo meno attribuito al capo dell’aggruppamento familiare di tribù o di città e regione.

Ma anche volendosi contestare che tutti i popoli siano partiti da que­sta prima forma comunistica e volendo ironizzare su una tale età dell’oro, l'analisi che ci interessa sulla derivazione dell’istituto giuridico dagli stadii della tecnica non ne resta inficiata, e basta rimandare alla grande impor­tanza che Engels e Marx dettero all’avvio di questi studi sulla preistoria, premendoci di venire molto più oltre.

Riducendoci alle linee scheletriche e alle cose a tutti note, bastano i rapporti sulla proprietà dell’oggetto mobile consumabile e comunque adoperabile, dell’uomo schiavo o servo, e della terra, a definire le linee fonda­mentali dei successivi tipi storici di società di classe.

La proprietà, dice il giurista, nasce dall’occupazione. Lo dice pensan­do al bene immobile, ma la formula va bene anche per la proprietà sullo schiavo e sull'oggetto merce. Infatti « le cose mobili si appartengono al possessore ». Non meno ovvio è il trapasso da possesso a proprietà. Se io ho una cosa qualunque tra le mani, in generale anche un altro uomo o un pezzo di terra (nel qual caso non lo tengo colle mani — e nemmeno l'uo­mo e la merce tengo costantemente colle mani) senza che un altro riesca a sostituirmi, io sono il possessore. Possesso materiale, fin qui. Ma il posses­so diviene legittimo e giuridico, e si eleva a diritto di proprietà, quando ho la possibilità contro un eventuale pretendente o disturbatore di conse­guire l'appoggio della legge e della autorità, ossia della forza materiale si­stemata nello stato, che verrà a tutelarmi. Per la cosa mobile o merce il semplice possesso dimostra la proprietà giuridica finché qualcuno non prova che io gli abbia sottratta la cosa con forza o frode. Per lo schiavo negli stati bene ordinati vi era una anagrafe familiare che li registrava al padrone. Per gli immobili anche modernamente la macchina legale è assai più complessa, dipende da titoli in date forme e da pubbliche registrazioni, e così più complesso è il controllo legale dei trapassi di proprietà. Comun­que il possesso materiale è sempre una grande risorsa per il suo effetto sbri­gativo, e la legge lo difende in un primo stadio salvo in secondo tempo la difficile indagine piena sul diritto di proprietà. Si dice come paradosso giu­ridico che anche il ladro può chiedere alla legge la tutela possessoria, se estromesso (magari dallo stesso proprietario, per teorico assurdo) e i più avveduti patrocinatori legali dicono che tutti i codici si possono ridurre al solo « articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto ».

Alla base quindi di ogni regime della proprietà vi è un fatto di appro­priazione dei beni in generale. I figli dello schiavo restavano al padrone, se fuggivano poteva farli inseguire dalla legge che glieli riconduceva.

Nel regime medioevale del feudalesimo appare in generale abolita la tecnica della produzione con manodopera di schiavi e la relativa impalcatura legale che disciplina la proprietà sulle persone umane. La disposizione della terra agraria assume una forma più complessa di quella classica del diritto romano in quanto su di essa si adagia una gerarchia di signori che culmina nel sovrano politico, che distribuisce ai dipendenti vassalli le terre con un regime giuridico assai complesso. La base economica è il lavoro agricolo a mezzo non più di schiavi, ma di servi della gleba, che non sono oggetto di vera proprietà ed alienazione da padrone a padrone, ma non pos­sono in generale lasciare il feudo su cui lavorano con la loro famiglia. I prodotti del lavoro da chi sono appropriati? In una certa parte dal lavo­ratore servo, e in generale dandogli un piccolo appezzamento i cui frutti gli devono bastare per alimentarsi coi suoi, mentre egli è tenuto a lavorare solo o con gli altri nelle più vaste terre del signore, e tali maggiori prodotti sono a questi consegnati. Tale lavoro è la cosiddetta comandata. Nelle forme più recenti il servo si avvicina al colono in quanto tutta la terra del feu­datario è smistata in piccole aziende familiari, ma dal prodotto di ognuna una forte quota viene consegnata al padrone.

In questo regime il lavoratore ha un parziale diritto ad appropriarsi dei prodotti del suo lavoro per consumarli a suo beneplacito. Parziale in quanto vi incidono i tributi in tempo di lavoro o in derrate che siano, al padrone feudale, al clero e così via.

La produzione, non agricola ha scarso sviluppo, per la tecnica ancora arretrata, la scarsa urbanizzazione e la primitività generale della vita e dei bisogni delle popolazioni. Ma i lavoratori di oggetti manufatti sono uomini liberi, ossia non legati al luogo di nascita e di lavoro. Sono gli artigiani, chiusi nelle pastoie di organismi e regole corporative, ma tuttavia econo­micamente del tutto autonomi. Nella produzione artigiana, della piccola e minima azienda e bottega, abbiamo la proprietà del lavoratore su varii ordini di beni: gli strumenti non complicati del suo lavoro, le materie prime che acquista per trasformarle, i prodotti manufatti che vende. A parte gli oneri delle corporazioni e dei comuni e dati diritti feudali sui borghi, l'artigiano lavora solo per sé e gode il frutto di tutto il tempo e di tutto il risultato del suo lavoro.

La rete di circolazione di questo sistema sociale è poco intricata. La grande massa dei lavoratori agricoli consuma sul luogo quanto produce e poco vende per acquistare i limitati oggetti di vestiario o altro che usa. Gli artigiani e mercanti scambiano coi contadini e tra loro per lo più in cerchi ristretti di città, villaggi e campagne, una piccola minoranza di signori privilegiati attinge da larghi raggi gli oggetti del suo godimento e fino a pochi secoli fa ignorava essa stessa le forchette, il sapone o quasi, per non dire di cento altre cose oggi usate da tutti.

Man mano però si pongono le premesse della nuova era capitalistica, con i ritrovati tecnici e scientifici che arricchiscono in mille guise i processi di manipolazione dei prodotti, con le scoperte geografiche e le invenzioni di nuovi mezzi di trasporto di persone e di merci che allargano continua­mente l'ambito delle zone di circolazione e le distanze tra il luogo di fabbri­cazione e quello di uso dei prodotti.

Il procedere di queste trasformazioni è svariatissimo e conosce strane lentezze e travolgenti espansioni. Mentre dall’inizio dell’evo moderno già milioni di consumatori imparavano a conoscere e adoperare spezie e merci ignorate ed esotiche sorgendo nuovi bisogni (caffè, tabacco, ecc. ecc.) era ancora possibile al tempo della prima guerra mondiale sentire che una signora calabrese, grande proprietaria, aveva in un anno speso « un soldo » in tutto per gli aghi, essendole tutto il resto fornito dalla sua proprietà.

Arrivati a questo solito punto colla rammemorazione di questi pochi cenni, semplificata volutamente ma tentando di mettere le parole giuste al loro posto, domandiamoci quali sono le reali caratteristiche differenziali della nuova produzione ed economia capitalistica e del regime borghese a cui questa fornisce la base. E vediamo subito in che veramente consiste il mutamento che i nuovi sistemi tecnici, le nuove forze di produzione poste a disposizione dell’uomo, inducono dopo una lunga e dura lotta nei rappor­ti di produzione, ossia nelle possibilità e facoltà di appropriazione dei varii beni, in contrapposto a quanto avveniva nella società precedente, feudale ed artigiana.

Incominceremo così a stabilire in modo chiaro le basi della nostra ulte­riore indagine sulle effettive relazioni tra il sistema capitalistico e la forma della appropriazione dei varii beni: merci pronte al consumo, strumenti di lavoro, terra, case e impianti varii fissati al suolo, per estenderla al processo di sviluppo dell’era capitalistica ed a quello della sua fine.


II-  La Rivoluzione borghese

2.      L'avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà.

Il capitalismo trionfa in una rivoluzione che rompe con una serie di rapporti. Tra questi, il diritto del feudatario sui contadini servi ed il diritto delle corporazioni sugli artigiani sono rapporti tra persone, non rapporti di proprietà su cose. Il capitalismo sopprime inoltre la proprietà dei lavoratori artigiani sui loro prodotti e sui loro strumenti, e in larga misura quella dei piccoli contadini sulla terra, per trasformarli, come gli ex servi della gleba, nelle masse di nullatenenti salariati.

Il sorgere dell’economia capitalistica nei suoi effetti sui rapporti di proprietà si presenta non come una instaurazione, ma come una larghissima abolizione di diritti di proprietà privata. La tesi così formulata non solo non deve apparire strana ma nemmeno nuova, essendo del tutto conforme sostanzialmente e formal­mente alla esposizione di Marx.

Nei riguardi dei signori terrieri feudali la rivoluzione borghese consistette in una radicale abolizione di privilegi ma non in una soppressione del diritto di proprietà sulla terra. Non si deve qui pensare alla rivoluzione nel senso di breve periodo di lotta, alle misure contro ribelli ed emigrati, e nemmeno alle posteriori misure di soppressione di privilegi sulle terre di enti di culto, ma riferirsi al contenuto economico sociale della grande trasformazione, che nel suo svolgimento comincia assai prima e finisce molto dopo le classiche date di insurrezioni, procla­mazioni, e promulgazioni di nuovi statuti.

L'avvento del capitalismo ha il carattere di una distruzione di diritti di pro­prietà nei riguardi della numerosa classe dei piccoli produttori artigiani ed in largo campo e soprattutto in date nazioni anche a carico dei contadini proprietari lavoratori.

La storia della nascita del capitalismo e della accumulazione primitiva coin­cide colla storia della feroce, disumana espropriazione dei produttori ed è conse­gnata nelle pagine più scultoree del Capitale.

Il capitolo conclusivo del primo libro, come altre fondamentali scritture del marxismo, presenta il futuro abbattimento del capitalismo come la espropriazione degli espropriatori di allora, e perfino — ma di ciò diremo nella parte ulteriore di questo scritto — come una rivendicazione di quella distrutta e calpestata « proprietà ».

Perché tutto questo sia chiaramente inteso occorre appunto seguire l'indagine nella corretta applicazione del nostro metodo, e non perdere mai di vista le relazioni che corrono tra le formulazioni del linguaggio o del diritto corrente, o quelle specifiche di noi socialisti marxisti.

La spiegazione dell’instaurarsi del capitalismo nel campo della tecnica pro­duttiva si ricollega ai molteplici perfezionamenti della applicazione dell’opera uma­na alle materie lavorate, si inizia colle prime innovazioni tecnologiche nate sul banco del paziente e geniale artigiano isolato, percorre un formidabile ciclo col sorgere dei primi opifici, manifatturieri all’inizio, poi basati sulle macchine opera­trici che sostituiscono la mano dell’operaio, poi ancora sull'impiego delle grandi forze meccaniche motrici.

Modernamente il capitalismo ci si presenta come il formidabile complesso di impianti, costruzioni, opere, macchinari, di cui la tecnica ha ricoperto il suolo dei paesi più avanzati, e perciò riesce ovvio definire il sistema capitalistico come quello della proprietà e del monopolio di questi colossali moderni mezzi di produzione, il che è esatto solo in parte.

Le condizioni tecniche della nuova economia consistono in nuovi procedi­menti basati sulla differenziazione degli atti lavorativi e sulla divisione del lavoro, ma storicamente ancora prima di questo fenomeno abbiamo quello più semplice dell’avvicinamento e riunione in un luogo comune di lavoro di molti lavoratori, che seguitano ad operare con la stessa tecnica e usando gli stessi strumenti sem­plici che usavano quando erano isolati ed autonomi.

Il carattere veramente distintivo della innovazione non sta dunque nel fatto che sia apparso un possessore o conquistatore di nuovi mezzi o grandi meccani­smi, i quali, producendo i manufatti più facilmente, soppiantino la produzione artigiana tradizionale. Questi grandi impianti vengono dopo, poiché per la sem­plice cooperazione, come dice Marx, ossia raggruppamento di molti lavoratori, basta un locale anche primitivo che può essere facilmente tolto a nolo dal « pa­drone » — ed anzi nello sweating system (lavoro a domicilio) i lavoratori riman­gono nelle loro case. Il carattere distintivo è dunque altrove, esso è un carattere negativo, e pertanto distruttivo e rivoluzionario. Ai lavoratori è stata tolta la possibilità di possedere per loro conto le materie prime, gli arnesi di lavoro, e quindi di restare possessori di quanto avranno prodotto con l'opera loro, liberi di consumarlo o venderlo comunque. Per riconoscere dunque una prima econo­mia capitalistica in funzione, basta dunque a noi constatare che vi sono masse di produttori artigiani che hanno perduta la possibilità di procurarsi materie e stru­menti — e, come condizione complementare, che nelle mani di nuovi elementi economici, i capitalisti, si sono raccolti mezzi di acquisto in volumi notevoli, che mettono questi in grado da un lato di accaparrare le materie e gli arnesi di lavoro e dall’altro di acquistare la forza lavoro degli artigiani divenuti salariati, restando assoluti possessori e proprietari di tutto il prodotto del lavoro.

A questa seconda condizione corrisponde il fatto della primitiva accumulazione del capitale, di cui l'origine è studiata in altri contributi alla conoscenza del marxismo, e che risale a molteplici fattori storici ed economici.

Che il solo avvicinamento degli operai basti a rendere superiore il nuovo sistema e lo conduca a soppiantare il vecchio, è spiegato dal diminuito onere dei trasporti e rifornimenti e dalla migliore utilizzazione del tempo che i produttori dedicano alle fasi, tuttora tecnologicamente assai semplici, della lavorazione. Abbia­mo un primo superamento in rendimento dell’artigianato a botteghe ed officine isolate. Ma questo viene definitivamente battuto cogli ulteriori sviluppi dovuti alla divisione del lavoro. Non è più il singolo artefice, aiutato da uno o due garzoni, che allestisce il prodotto manifatturato, ma questo sorge da interventi successivi di lavoratori di diverso mestiere, ognuno dei quali da solo non saprebbe né potrebbe farlo. Più avanti ancora molte delle più difficili operazioni prima fatte a mano dopo un lungo tirocinio vengono effettuate da una macchina, e lo stesso risultato produttivo è ottenuto da molto minori sforzi di lavoro, nel senso fisico e mentale, dell’operatore.

Seguendo questo processo vediamo ingigantire la massa di impianti della fabbrica, che naturalmente non appartengono giuridicamente al lavoratore, come già non gli appartenevano più in generale nemmeno i semplici utensili manuali nello stadio iniziale. Ma la appartenenza giuridica di questi grossi impianti al capitalista e datore di lavoro non é una condizione necessaria; lo abbiamo provato ricordando che già prima che essi fossero apparsi avevamo nella prima manifat­tura un capitalismo economico e sociale vero e proprio, e ci restano da esaminare molti casi in cui nella economia moderna gli impianti produttivi non sono di pro­prietà giuridica del proprietario dell’azienda. Basti per ora ricordare affitti, concessioni, appalti e così via, nell’industria, e nell’agricoltura la grande affittanza capitalistica.

La vera circostanza che ci fa constatare l'avvento del capitalismo sta dunque oltre che nella accumulazione primitiva nella « violenta separazione del produttore dagli strumenti e dai prodotti del suo lavoro ».

Il capitalismo, economicamente e socialmente, appare come una distruzione della facoltà di appropriazione dei prodotti da parte dei lavoratori, ed una appro­priazione di essi da parte dei capitalisti.

Con la perdita di ogni diritto sui beni prodotti, ovviamente il lavoratore perse tutti i diritti sugli attrezzi, sulle materie prime, sul luogo di lavoro. Tali diritti erano un rapporto di proprietà individuale che il capitalismo ha distrutto, per sostituirvi un nuovo diritto di appropriazione, di proprietà, che necessaria­mente è un diritto sui prodotti del lavoro, ma non è altrettanto necessariamente un diritto sui mezzi di produzione. La titolarità giuridica di questi può anche mutare senza che cessi il carattere capitalistico dell’azienda. Di più il nuovo tipo di appropriazione non è necessariamente, ossia perché si abbia diritto in lingua marxista di parlare di capitalismo, un diritto a tipo individuale e personale, come lo era invece nella economia artigiana, che sorpassava di rado i limiti familiari.

Il capitalismo, in Marx — poiché non facciamo che esporre la dottrina quale sempre è stata professata — non solo si instaura con una espropriazione, ma fonda una economia e quindi un tipo di proprietà sociale. Potevamo parlare classica­mente di proprietà personale quando era dato riunire nella titolarità di uno solo tutti gli atti produttivi ed economici, ma quando il lavoro diviene funzione collet­tiva ed associata di molti produttori — carattere questo fondamentale e indispen­sabile del capitalismo — la proprietà su tutta la nuova azienda è un fatto di portata e di ordine sociale, anche se la intestazione giuridica menziona una sola persona.

Questo concetto, essenziale nel marxismo, si svolge direttamente in quello di lotta di classe e di antagonismo di classe insito nel sistema capitalistico. L'appro­priazioni dei prodotti da parte del datore di lavoro, che ha di fronte a sé non più schiavi e servi ma lavoratori salariati « liberi », è un rapporto spostato sul piano sociale che non interessa più solo l'unico padrone e i cento operai, ma tutta la classe lavoratrice contrapposta al nuovo sistema di dominatori, e alla forza politica che esso ha fondata col nuovo tipo di Stato. Questa funzione sociale si rende chiara nella legge marxista della accumulazione e della riproduzione progressiva del capitale. Il padrone di schiavi e il feudale signore di terre traevano dal sopralavoro fornito dai loro dipendenti il loro reddito personale, ma potevano benissimo consu­marlo tutto senza che il sistema economico cessasse di funzionare alla scala sociale. La parte dei prodotti del loro lavoro lasciata agli schiavi e ai servi bastava a farli sopravvivere e perpetuare il sistema. Perciò il diritto di proprietà del padrone di schiavi e di servi della gleba è un vero diritto individuale. Non meno individuale è quello del contadino libero e dell’artigiano, che non ren­dono sopralavoro a nessuno (non è qui ancora quistione del fisco — e in quei regimi lo stato era « a buon mercato ») e possono consumare tutto il frutto del loro lavoro, che coincide con quello del loro ristretto possesso su poca terra e sulla piccola bottega (intesa come azienda e non come locale). Il capi­talista trae bensì un profitto dal sopralavoro non pagato ai suoi operai, cui corrisponde solo quanto basta per vivere, ma il tratto fondamentale della nuo­va economia non è che egli, in teoria e secondo la legge scritta, può con­sumare tutto il profitto personalmente; è invece il fatto generale e sociale che i capitalisti devono riservare una parte sempre più grande del profitto ai nuovi investimenti, alla riproduzione del capitale. Questo fatto nuovo e fonda­mentale ha più importanza di quello del profitto consumato da chi non lavora. Se questo rapporto è più suggestivo e si è sempre prestato di più alla propaganda di ritorsione sul terreno giuridico o morale contro gli apologisti del regime borghese, la legge fondamentale del capitalismo è per noi l'altra, ossia la destinazione di una gran parte del profitto alla accumulazione del capitale.

Caratteristiche distintive della comparsa dell’economia capitalista sono quindi l'accumulazione, in alcune mani di singoli, di masse di mezzi di acquisto con cui si possono avere sul mercato materie da lavorare e strumenti, e la soppressione per larghi strati di produttori autonomi della possibilità di possedere materie, strumenti e prodotti del lavoro.

Nel nostro linguaggio marxista ciò vale a spiegare la genesi del capitalista industriale da un lato, e dall’altro delle masse di lavoratori salariati nullatenenti. E ciò, siamo soliti a dire, è stato il risultato di una rivoluzione economica sociale e politica.

Non pretendiamo tuttavia che i borghesi e i neo-capitalisti abbiano realizzato il processo conquistando il potere nella guerra civile, e poi promulgando una legge che diceva: è vietato a chi non appartiene alla vincitrice classe capitalistica di comprare materie prime e arnesi e macchine e di vendere prodotti manufatti. La cosa è andata ben altrimenti. Oggi ancora non è vietato dalla legge fare l'arti­giano, non solo, ma oggi, mentre l'accumulazione capitalistica accelera sotto i nostri occhi il suo ritmo veramente infernale, vediamo fare a gara nell’apologia della economia artigiana fascisti, socialisti nazionali e socialcristiani, a coro con un vecchio béguin di mazziniani. E altrettanto va detto per il produttore agricolo au­tonomo proprietario del suo lotto di terra.

Il vero processo dell’accumulazione primitiva è stato altro, e lo si può pre­sentare col linguaggio della filosofia e dell’etica corrente, con quello del diritto positivo, con quello del marxismo ben altrimenti calzante.

La proprietà come diritto a disporre del prodotto dell’opera propria, ai primi albori del capitalismo era ancora difesa da ideologi conservatori e da teologi, sati­reggiati da Marx nel loro imbarazzo dinanzi al passaggio della proprietà nelle mani di chi non aveva fatto nulla. Comunque tutte le loro teorie sulla giustificazione del profitto capitalistico da risparmio, astinenza, lavoro personale precedente, non riu­scirono a moralizzare il fatto che il fabbricatore di spilli non può intascarne uno nell’uscire dall’officina senza rendersi reo di furto qualificato.

Nel sistema giuridico contingente il rapporto di proprietà su una bottega, una fabbrica, uno stock di materie da lavorare e di prodotti, da parte di una persona singola, non era escluso né dai vecchi codici del regime feudale né da quelli che elaborò la rivoluzione borghese.

Il rapporto economico sociale è messo però in chiaro alla luce del marxismo dalla considerazione del valore del prodotto in rapporto alla quantità di forza-lavoro necessaria a realizzarlo. Se nella manifattura quel prodotto si ottiene in quattro ore mentre l'artigiano lo ottiene in otto, l'artigiano rivestito del suo pieno diritto di proprietà potrà portarlo al mercato, ma ne ritirerà un prezzo ridotto alla metà, col quale non potrà acquistare le sussistenze per la sua giornata. Non potendo fisicamente lavorare sedici ore al giorno, per pareggiare il suo bilancio sarà costretto ad accettare le condizioni del capitalista, ossia lavorare, poniamo, dodici ore per lui e lasciargli i prodotti, ricevendo in salario l'equivalente di sei ore di lavoro, con le quali, sia pure più miseramente, potrà campare.

Questo trapasso brutale e feroce contiene in sé la condizione necessaria per il progresso della tecnica produttiva: solo sottraendo all’artigiano asservito al capi­tale quel margine di valore di sua forza di lavoro, si possono creare le basi sociali della accumulazione del capitale, fatto economico che accompagna quello tecnico del diffondersi di impianti e mezzi produttivi caratteristici della nuova epoca scientifica e meccanica.

Perché adunque la affermazione del nuovo sistema di produzione e di appro­priazione dei frutti del lavoro dovette, per trionfare, spezzare determinati ostacoli nelle forme della produzione, ossia nei rapporti di proprietà del vecchio regime? Perché esistevano una serie di sanzioni e di norme limitative contraddittorie alle nuove esigenze, ossia alla libertà di movimento dei capitalisti, ed alla disponibilità di una massa di offerenti di lavoro salariato. Da un lato il monopolio del potere statale da parte degli ordini dei nobili e degli ecclesiastici poneva i primi accumu­latori di capitale, mercanti usurai o banchieri, al rischio di vessazioni continue e talvolta di spoliazioni, dall’altro le leggi e i regolamenti corporativi lasciavano agli organismi dei maestri artigiani delle città dei privilegi di monopolio sulla pro­duzione di dati articoli manufatti e quindi sul loro smercio in dati territori. E le masse di lavoratori dell’industria non si sarebbero potute formare se non svinco­lando dalla gleba i servi e dalle botteghe i garzoni e i rovinati padroni artigiani.

La rivoluzione non condusse dunque ad un nuovo codice positivo della pro­prietà, ma fu indispensabile per abolire le vecchie leggi feudali che inquadravano i rapporti di produzione e di commercio nelle campagne e nelle città.

Considerando il sistema capitalistico come contrapposto al regime feudale sulle cui rovine esso sorse, non dobbiamo vedere come sua linea caratteristica la fon­dazione di un diritto di proprietà nuovo sulla macchina, la fabbrica, la ferrovia, la canalizzazione o altro, attribuito alla persona fisica o giuridica.

Dobbiamo vedere invece chiaramente quali sono le linee discriminanti, i veri connotati della economia capitalistica, perché altrimenti non potremo seguire sicu­ramente il processo della sua evoluzione e giudicare i caratteri del suo superamento.

Rispetto all’evolversi dei rapporti di proprietà, e restando per ora nel campo del diritto di proprietà sulle cose mobili, in quanto diremo subito dopo della proprietà del suolo e degli impianti stabili, le caratteristiche essenziali e necessarie del capitalismo sono le seguenti:

Primo: la esistenza di una economia di mercato, per cui i lavoratori devono fare acquisto di tutti i mezzi di sussistenza, nel senso generale.

Secondo: la impossibilità per i lavoratori di appropriarsi e di recare diretta­mente sul mercato le cose mobili costituite dai prodotti del loro lavoro, ossia il divieto della proprietà personale del lavoratore sul prodotto.

Terzo: la corresponsione ai lavoratori di mezzi di acquisto e più in generale di beni e servizi in una misura inferiore al valore aggiunto da essi ai prodotti e l'investimento di una gran parte di tale margine in nuovi impianti (accumulazione).

Sulla scorta di questi criteri di base occorre cercare se la titolarità personale della proprietà sulla fabbrica e sugli impianti produttivi sia indispensabile per la esistenza del capitalismo, e se non possa esservi non solo una economia puramente capitalistica senza una tale proprietà, ma perfino se in date fasi non convenga al capitalismo dissimularla sotto altre forme.

Ad una tale indagine andrà premessa qualche notevole considerazione sulla importanza economica e la evoluzione giuridica del diritto di proprietà sul suolo, il sottosuolo e il soprasuolo da parte di persone e ditte private nell’epoca con­temporanea.


 

 III. La rivoluzione proletaria

3.      I termini della rivendicazione socialista.

La lotta della classe dei salariati contro la borghesia capitalista ha per obiettivo, conservando la divisione tecnica del lavoro e la concentrazione di forze produttive arrecate dal capitalismo, di abolire insieme all'appropriazione padronale dei prodotti ed alla proprietà sui mezzi di produzione e di scambio, il sistema di produzione per intraprese e quello di distribuzione mercantile e monetaria, poichè solo sopprimendo tali forme può cessare il sistema di sfruttamento e di oppressione costituito dal salariato.

Prima di addentrarci nel tema di questa ricerca, che riguarda gli istituti giuridici della proprietà che accompagnano l'economia capitalistica nel suo corso storico, è tuttavia necessario ricordare ancora quali sono sempre stati i veri ter­mini della grande rivendicazione socialista.

Questa consiste storicamente, lasciando da parte gli accenni letterari e filoso­fici di comunismo sui beni che si ebbero in regimi preborghesi fin dalla antichità e che anche si riconnettevano a speciali riflessi dei rivolgimenti di classe, nel movimento che investe fin dal suo sorgere i cardini sociali del regime e del siste­ma capitalistico. Movimento di critica e di combattimento la cui forma completa non è separabile dall’effettivo intervento nelle lotte sociali della classe operaia salariata e dalla sua organizzazione in partito di classe internazionale facente propria la dottrina del Manifesto dei comunisti e di Marx.

La rivendicazione socialista, milioni di volte enunciata nelle pagine di volumi di teoria o nelle modeste parole di discorsi e giornaletti di propaganda, non può essere viva e reale se non si applica il metodo dialettico del marxismo, al tempo stesso nella sua semplice immediatezza e nella possente sua profondità.

Non basta il grido di protesta contro le assurdità, le ingiustizie, le disugua­glianze, le infamie di cui il regime capitalistico borghese è materiato, a costruire la rivendicazione socialista proletaria. E in tal senso insufficienti furono le innu­meri posizioni pseudo-socialiste o semisocialiste di filantropi umanitari di utopi­sti di libertari di apostoli più o meno eccitati da nuove etiche e mistiche sociali.

Il grido del proletariato e del marxismo al regime borghese non è un « Vade retro Satana! ». E' al tempo istesso un benvenuto ed in data epoca storica una offerta di alleanza, ed una dichiarazione di guerra ed un annunzio di distruzione. Posizione incomprensibile a tutti quelli che fondano la spiegazione della storia è delle sue lotte su credenze religiose e su sistemi morali, come in genere su metodi non scientifici ed anche inconsciamente metafisici, cercando in ogni vicenda e in ogni stadio della storia della società umana il gioco di criteri fissi debitamente maiuscolati come il Bene il Male la Giustizia la Violenza la Libertà l'Autorità...

Delle caratteristiche di organizzazione sociale che il capitalismo ha col suo avvento attuate, alcune sono acquisizioni che il socialismo proletario accetta non solo, ma senza delle quali non potrebbe esistere, altre sono forme e strutture che, dopo il loro espandersi, si prefigge di annientare.

Le sue rivendicazioni vanno quindi definite in rapporto ai vari punti nei quali abbiamo riordinato gli elementi tipici, i caratteri distintivi del ca­pitalismo al momento della sua vittoria. Questa è una rivoluzione, ed è una prima premessa storica generale all’avvento del regime per cui i socialisti lot­teranno. La quasi immediata presa di posizione anticapitalista, per quanto radi­cale e cruda, non ha il carattere di una restaurazione, apologetica di condizioni e forme precapitalistiche generali. Occorre oggi ristabilire chiaramente tutto questo; sebbene sia più di un secolo che i reiterati sforzi della nostra scuola tendano allo stesso fine, in quanto ad ogni passo della storia della lotta di classe pericolose deviazioni hanno dato luogo a movimenti e a dottrine che falsificavano importan­tissime posizioni del socialismo rivoluzionario.

Nel capitolo precedente abbiamo dapprima richiamate le note caratteristiche tecnico-organizzative della produzione capitalistica contrapposta a quella artigiana e feudale. Nel loro complesso tali caratteristiche sono conservate e integralmente rivendicate dal movimento socialista. La collaborazione di numerosi operai nella produzione di uno stesso tipo di oggetto, la successiva divisione del lavoro, ossia lo smistamento dei lavoratori tra diverse e successive fasi della manipolazione che conduce a rendere fini o uno stesso prodotto, l'introduzione nella tecnica produt­tiva di tutte le risorse della scienza applicata con le macchine motrici ed opera­trici, sono apporti dell’epoca capitalistica ai quali non si propone certo di rinun­ziare e che saranno anzi la base della nuova organizzazione socialista. Non meno importante e irrevocabile acquisizione è lo svincolo dei processi tecnici dal mistero, dal segreto e dalle esclusività corporative, base sicura, nella visione determinista, del difficile sviluppo della scienza dalle pastoie antiche di stregonerie, religioni, filosofismi. Resta sempre fondamentale la dimostrazione che la borghesia ha attuato questi apporti con metodi sopraffattori e barbari e precipitando le masse produt­trici nella miseria e nella schiavitù del salariato. Ma non si propone certo con questo il ritorno alla libera produzione dell’artigiano autonomo.

Nel momento in cui questo, ed anche il piccolo contadino, veniva spogliato di ogni possesso e ridotto a operaio salariato, si aveva il suo immiserimento e si superavano le sue resistenze con la violenza. Ma i nuovi criteri di organizzazione dello sforzo produttivo permettevano di esaltarne il risultato e il rendimento nel senso sociale. Malgrado i prelievi del padrone industriale, alla scala generale le masse venivano messe in grado di soddisfare collo stesso tempo di lavoro nuovi epiù svariati bisogni (1). Prima ancora di considerare gli enormi vantaggi nella resa produttiva a cui condussero la divisione del lavoro e il macchinismo, noi rite­niamo un vantaggio definitivo e da cui non si postula di recedere la semplice economia di trasporti di operazioni commerciali e di gestione a cui conduce la manifattura rispetto alle semplici botteghe. Ogni artigiano era il contabile il cas­siere il piazzista ilcommesso di sé medesimo con enorme sciupio di tempo di lavoro, mentre nel grande opificio un solo impiegato fa questo stesso servizio ogni cento operai. Ogni proposta di nuovo sminuzzamene delle forze produttive con­centrate dal capitale è per i socialisti reazionaria. E parliamo di forze produttive non solo a proposito degli uomini addetti al lavoro di cui ora si è discorso, ma naturalmente delle masse di materie da lavorare e lavorate, degli strumenti del lavoro, e di tutti i complessi impianti moderni utili alla produzione in massa ed in serie. 


Non sembri una digressione il rilevare che l'accettazione nella rivendicazione socialista del progressivo concentrarsi degli impianti e delle sedi di lavoro come contrapposto alla economia a piccole aziende, non significa affatto accettazione di quella conseguenza del sistema capitalistico che consiste nella accelerata indu­strializzazione tecnica di date zone lasciandone altre in condizioni retrograde, e ciò tanto come rapporto di paese a paese che come rapporto di città a campagna. Tale rapporto sussiste storicamente finché il regime borghese non ha esaurita la sua fase di spoliazione e di riduzione a salariati nullatenenti dei vecchi ceti produt­tivi. La rivendicazione socialista dialetticamente non può non far leva sulla fun­zione rivoluzionaria dirigente degli operai che il capitalismo ha urbanizzato in masse imponenti, ma tende alla diffusione in tutti i territori delle moderne risorse tecniche e della moderna vita più ricca di manifestazioni, come enuncia­to fin dal Manifesto, punto 9 del programma immediato: «misure per togliere gradatamente le differenze tra città e campagna » - senza contrasto con tutte le altre misure di carattere nettamente accentratore nel senso organizzativo. Lo stesso criterio guida la presa di posizione socialista a proposito dei rapporti tra metropoli e colonie, che si vogliono sottrarre allo sfruttamento delle prime, senza dimenticare che solo il capitalismo e i suoi sviluppi potevano accelerare di secoli e secoli questo risultato, pur avendo in questo campo superato tutti i limiti nell’impiego dei metodi spietati di conquista.

Ereditato dunque dalla rivoluzione capitalista l'enorme sviluppo delle forze della produzione, i socialisti si propongono di sconvolgere il corrispondente appa­rato di forme, di rapporti di produzione, che si riflette negli istituti giuridici, e ciò dopo aver accettato che i proletari, il quarto stato, combattessero in alleanza della borghesia quando questa infranse le forme e gli istituti del regime prece­dente, per fondare e consolidare i suoi propri, e per estenderli nel mondo pro­gredito ed arretrato. Ma in quale preciso senso la nostra rivendicazione storica comporta l'abbattimento e il superamento di quelle forme?La rivoluzione produttiva capitalistica ha separato violentemente i lavoratori dal loro prodotto dal loro arnese di lavoro da tutti i mezzi della produzione, nel senso che ha soppresso il loro diritto di disporne direttamente, individualmente. Il socialismo condanna questa spoliazione, ma non postula certo di restituire ad ogni artefice il suo arnese e l'oggetto di consumo che con questo ha manipolato, perché vada sul mercato a scambiarlo con le sue sussistenze. In un certo senso la separazione brutalmente attuata dal capitalismo è storicamente definitiva. Ma nella nostra prospettiva dialettica tale separazione sarà superata su un piano più lontano e più ampio. L'arnese e il prodotto stavano a disposizione individuale dell’artefice libero e autonomo; sono passati a disposizione del padrone capitalista. Dovranno tornare a disposizione della classe dei produttori. Sarà una disposizione sociale, non individuale, e nemmeno corporativa. Non sarà più una forma di proprietà, ma di organizzazione tecnica generale, e se volessimo fin da ora affi­nare la formula anticipando sul procedimento dovremmo parlare di disposizione da parte della società e non di una classe, poiché tale organizzazione tende ad un tipo di società senza classi.Comunque, senza per ora parlare di disposizione e di « proprietà » da parte dell’individuo sull'oggetto che sta per consumare, non possiamo includere nella rivendicazione socialista l'arbitrio personale del lavoratore sull'oggetto che ha manipolato.Se l'operaio di una fabbrica di scarpe in regime borghese porta via una scarpa, non eviterà la galera dimostrando che corrispondeva bene alla misura del suo piede, e tanto peggio se intendeva invece venderla per averne poniamo del pane. Il socialismo non consisterà nel consentire che il lavoratore esca con un paio di scarpe a tracolla, ma ciò non perché siano state rubate al padrone, bensì perché costituirebbe un sistema ridicolmente lento e pesante di distribuzione delle scarpe a tutti. E prima di vedere in questo un problema di diritto o di morale vi si veda un problema concretamente tecnico per cui basterà pensare agli addetti a una fabbrica di ruote ferroviarie, o, per venire con esempi ovvi an­cora più avanti nel sottolineare le rivoluzioni a cui conduce l'innovarsi della tec­nica e della vita, a chi lavori in una centrale elettrica o in una stazione radiotra­smittente, e non ha motivo, come in cento altri casi, di essere perquisito all’uscita...Ora la quistione del diritto di proprietà sul prodotto completo o anche se­milavorato è in realtà quella cruciale, ed è molto più importante della proprietà sullo strumento di produzione, sulla fabbrica, officina o impianto che sia.La vera caratteristica del capitalismo è l'attribuzione ad un padrone privato dei prodotti e della conseguente facoltà di venderli sul mercato. In generale all’inizio dell’epoca borghese questa attribuzione deriva da quella dell’opificio, della fabbrica, dello stabilimento ad un titolare privato, il capitalista industriale, in una forma trattata giuridicamente come quella che attribuisce la proprietà del suolo agrario o delle case.Ma tale proprietà privata individuale è un fatto statico, formale, è la ma­schera del vero rapporto che ci interessa, che è dinamico e dialettico, e consiste nei caratteri del movimento produttivo, nell’innestarsi degli incessanti cicli eco­nomici.Quindi la rivendicazione socialista, mentre doveva accettare la sostituzione del lavoro associato a quello individuale, propose di sopprimere la attribuzione in possesso privato dei prodotti del lavoro collettivo ad un proprietario unico, capo dell’azienda, libero di smerciarli a suo beneplacito. Logicamente espresse tale postulato relativo a tutta la dinamica economica come abolizione del libero diritto privato dell’industriale sull'impianto produttivo.Tale formulazione è però incompleta, anche sul piano a cui in questo para­grafo ci atteniamo, ossia del contenuto negativo e distruttivo della posizione eco­nomica socialista, non trattandosi ancora del tipo di organizzazione produttiva e distributiva del regime socialistico, e della via da percorrere per arrivarvi, nel campo delle misure economiche e della lotta politica.La formulazione è incompleta in quanto non dice che cosa si chiede che av­venga delle altre forme proprie dell’economia capitalistica, dopo aver chiarito che si vuole superare quella della attribuzione di tutti i prodotti manipolati in una azienda complessa ad un padrone solo di quelli e di questa.Infatti l'economia capitalistica si rese possibile in quanto la separazione dei lavoratori dai mezzi e dai prodotti trovò una macchina distributiva mercantile già in atto, sicché il capitalista potè recare i prodotti al mercato e creare il sistema del salario, dando agli operai una parte del ricavato perché si procurassero su quello stesso mercato le sussistenze. L'artigiano adiva il mercato come venditore e compratore, il salariato lo può adire solo come compratore, e con mezzi limi­tati dalla legge della plusvalenza.La rivendicazione socialista consiste classicamente nell’abolire il salariato. Solo l'abolizione del salariato comporta l'abolizione del capitalismo. Ma non potendo abolire il salariato nel senso di ridare al lavoratore l'assurda retrograda figura di venditore del suo prodotto al mercato, il socialismo rivendica fin dai primi tempi la abolizione della economia di mercato.L'inquadratura mercantile della distribuzione ha preceduto come già abbiamo ricordato il capitalismo ed ha compreso tutte le precedenti economie differenziate, risalendo fino a quella in cui vi era mercato di persone umane (schiavismo).Economia mercantile moderna vuol dire economia monetaria. Quindi la ri­vendicazione antimercantile del socialismo comporta parimenti la abolizione della moneta come mezzo di scambio oltre che come mezzo di formazione pratica dei capitali.In ambiente di distribuzione mercantile e monetaria il capitalismo tende ine­vitabilmente a risorgere. Se questo non fosse vero converrebbe stracciare tutte le pagine del Capitale di Marx.La enunciazione antimercantilistica sta in tutti i testi del marxismo e special­mente nelle polemiche di Marx contro Proudhon e tutte le forme di socialismo piccolo borghese. E' merito del programma comunista redatto, sia pure in testo assai prolisso, da Bucharin di aver rimesso in piena luce questo vitalissimo punto.Ma alla fine del precedente paragrafo abbiamo allineato un terzo punto di­stintivo del capitalismo rispetto ai regimi che vinse: la decurtazione del prodotto dello sforzo di lavoro degli operai di una forte quota volta al profitto padronale, e sopratutto la destinazione di una parte importante di questa quota alla accu­mulazione di nuovo capitale.E' ovvio che la rivendicazione socialista, se voleva togliere al padrone bor­ghese ildiritto di disporre del prodotto e di recarlo al mercato, gli toglieva il diritto sulla proprietà della fabbrica, e gli toglieva al tempo stesso anche la dispo­nibilità della plusvalenza e del profitto. Proclamò oltre un secolo fa che si poteva abolire il salariato, e questo volle dire superare il tipo di economia di mercato finora conosciuto. Distruggente il mercato dei prodotti su cui arrivava timido il piccolo artigiano medievale con pochi articoli manufatti, e sul quale i prodotti del lavoro associato moderno arrivano col carattere capitalistico di merci, è non meno chiaro che si distrugge anche il mercato degli strumenti di produzione e il mercato dei capitali, quindi la accumulazione del capitale. Ma tutto questo non basta ancora.Abbiamo già detto che nel processo della accumulazione vi è un lato sociale. Abbiamo ricordato che nella propaganda sentimentale — e chi di noi socialisti non ne ha abusato?... — ponevamo avanti la nequizia, di fronte ad una astratta, giustizia distributiva, del prelievo di plusvalenza che andava a consumo del ca­pitalista o della sua famiglia, per vivere di ben altro tenore di vita che quello dei lavoratori. Abolizione del profitto, gridammo quindi, ed era giustissimo. Tanto giusto quanto poco. Gli economisti borghesi da cento anni ci rifanno il conto che tutto il reddito nazionale di un paese diviso per il numero dei cittadini dà di che vivere appena appena più su dell’umile operaio. Il conto è esatto ma la confuta­zione è vecchia quanto il sistema socialista, anche se non si troverà mai un Pareto o un Einaudi capace di capirla.I vari accantonamenti che il capitalista compie prima di prelevare il suo ultimo utile con cui si spassa sono per una parte razionali e a fini sociali. Anche in una economia collettiva si dovranno accantonare prodotti e strumenti in quote atte a conservare e far progredire l'organizzazione generale. In un certo senso; si avrà una accumulazione sociale.Diremo dunque noi socialisti che vogliamo sostituire la accumulazione sociale a quella personale privata? Non ci saremmo ancora. Se il consumo da parte del capitalista di una quota di plusvalenza è un fatto privato, che chiediamo sia abo­lito, ma è tuttavia di poco peso quantitativo, la accumulazione anche capita­listica è già un fatto sociale, ed un fattore tendenzialmente utile a tutti sul piano sociale.Vecchie economie che tesaurizzavano soltanto sono rimaste immobili per millenni interi, la economia capitalistica, che accumula, ha in pochi decenni centu­plicato le forze produttive, lavorando per la nostra rivoluzione.Ma l'anarchia che Marx imputa al regime capitalistico risiede nel fatto che il capitalista accumula per aziende, per intraprese, le quali si muovono e vivono in un ambiente mercantile.Questo sistema, e vedremo meglio questa non facile ma centrale tesi tec­nico-economica in qualche esempio del seguito, questo sistema non si sforza che di ordinarsi in funzione del massimo profitto della azienda, che molte volte si attua sottraendo profitti ad altre aziende. In partenza, e qui gli economisti clas­sici della scuola borghese avevano ragione, la superiorità della grande azienda organizzata sulla superanarchia della piccola produzione conduceva ad un tanto maggiore rendimento che, oltre al profitto del capitalista singolo e ad un ottimo accantonamento per nuovi impianti e nuovi progressi, l'operaio della industria evoluta poneva sul suo desco piatti ignoti al piccolo artigiano.Ma correndo ogni azienda, chiusa in sé e con la sua contabilità di versamenti e ricevimenti dal mercato, al massimo del suo profitto, nel corso dello sviluppo i problemi di rendimento generale del lavoro umano sono risolti; male e addirit­tura al rovescio.Il sistema capitalistico impedisce di porre il problema di rendere massimo non il profitto ma il prodotto a parità di sforzo e di tempo di lavoro, in modo che, prelevate le quote di accumulazione sociale, si possa esaltare il consumo e deprimere il lavoro, lo sforzo di lavoro, l'obbligo di lavoro. Preoccupato solo di rea­lizzare la vendibilità del prodotto aziendale ad alto prezzo e pagare poco i pro­dotti delle altre aziende, il sistema capitalistico non può giungere verso l'ade­guamento generale della produzione al consumo e precipita nelle successive crisi.Quindi la rivendicazione socialista si propone di abbattere non solo il diritto e la economia della proprietà privata ma al tempo stesso la economia di mercato e la economia di intrapresa.Solo quando si andrà nel senso che conduce a superare tutte e tre queste forme della economia presente: proprietà privata sui prodotti, mercato monetario, e organizzazione della produzione per aziende, si potrà dire di andare verso la organizzazione socialista.Si tratta nel seguito di vedere come sopprimendone un solo termine la riven­dicazione socialista decade. Il criterio dell’economia privata individuale e perso­nale può essere largamente superato anche in pieno capitalismo. Noi combattiamo il capitalismo come classe e non solo i capitalisti come singoli. Vi è capitalismo sempre che i prodotti sono recati al mercato o comunque « contabilizzati » all’attivo della azienda, intesa come isola economica distinta, sia pure molto grande, mentre sono portate al passivo le retribuzioni del lavoro.L'economia borghese è economia in partita doppia. L'individuo borghese non è un uomo, è una ditta. Vogliamo distruggere ogni ditta. Vogliamo sopprimere l'economia in partita doppia, fondare l'economia in partita semplice, che la storia conosce già da quando il troglodita uscì per cogliere tante noci di cocco quanti erano i suoi compagni nella caverna, e uscì recando le sole sue mani.Tutto questo lo sapevamo già nel 1848. Il che non ci impedisce di seguitarlo a dire con giovanile ardore.Vedremo che per cento anni sono successe molte cose nel gioco dei rapporti che abbiamo considerati, tutte cose che ci hanno resi ancora più duri nel soste­nere le stesse tesi.Dopo avere avvertito il lettore che anche il pronome generale diviene nel sistema socialista un pronome sociale.

(1) In altra parte di questo stesso fascicolo il lettore potrà trovare ricordati i termini autentici della tesi di Marx sulla crescente miseria che non contraddice la legge sull'au­mento del saggio del salario reale, nella esposizione esplicativa del testo fondamentale della economia marxista



IV.  La proprietà rurale 


4.      La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili.


Nell'epoca precapitalistica il possesso della terra è diviso tra la forma comune, quella feudale, e quella privata libera. il capitale mobile, conquistando il diritto di acquisto degli immobili, raggruppa nelle mani della borghesia dominante le tre forme di sfruttamento: rendita fondiaria, interesse del denaro anticipato, profitto dell'intrapresa.

Sono beni immobili, nella accezione corrente, la terra e le costruzioni ed im­pianti attuati dall’uomo su di essa e non trasportabili di luogo in luogo. All’epoca dell’avvento del regime capitalistico la proprietà immobiliare poteva avere per proprio oggetto principalmente i terreni agrari, i fabbricati di abitazione, i fab­bricati per opifici; e solo successivamente col diffondersi di macchinismi fissi o trasportabili, e poi ancora di reti di comunicazione di trasporto e di trasmissione e distribuzione di energie diverse si ebbero casi sempre più complessi in cui la distinzione tecnica sociale e giuridica tra beni immobili e mobili dà luogo a mag­giori sottigliezze.

Ci soffermeremo per chiarezza dapprima sulla proprietà del suolo. La distri­buzione di questa negli ultimi tempi del regime feudale era piuttosto complessa, avendosi zone di demanio collettivo appartenenti ai comuni o allo stato, grandi feudi assegnati dai poteri politici centrali alle famiglie della nobiltà, ed anche piccoli possessi indipendenti di contadini agricoltori. La prima forma era una deri­vazione di antichissime gestioni comuniste della terra soggetta a continui attacchi e dei signori, e dei contadini, e della nascente borghesia; essa traeva le sue ori­gini soprattutto dai popoli e dai sistemi di diritto germanico, presso i quali all’e­poca delle migrazioni ed invasioni nel sud si svolse nel feudalesimo militare e dinastico.

La terza forma del piccolo possesso autonomo derivava dall’impero e dal diritto romano, in quanto l'ordinamento di Roma nella madre patria e nei paesi conquistati si fondava sulla spartizione del suolo agrario ai cittadini liberi, sol­dati in tempo di guerra, mentre sussistevano poi altri molto più grandi lotti di suolo in possesso del patriziato, che li sfruttava col lavoro delle masse di schiavi, privi questi del diritto politico ma anche esenti dall’obbligo del servizio militare. Nel sistema romano, mancando sia la gestione in comune della terra sia l'istituto di un diritto sovrano che potesse spostarla ad arbitrio da un signore all’altro, salvo il controllo dello stato nella suddivisione dei nuovi territori occupati, si era perve­nuti ad una precisa delimitazione e parcellazione dei lotti fondiari, classicamente disciplinata dal diritto civile vigente in tutto l'impero e storicamente ordinata an­che in quello d'Oriente. Accennato così alle due forme collaterali alla proprietà feudale, osserviamo ora quali siano le caratteristiche di questa. E' il condottiero vincitore, l'eletto di un gruppo di capi e principi alleati, poi il monarca assoluto ed anche la gerarchia ecclesiastica, che compie assegnazioni e spartizioni di auto­rità tra i vari signori e vassalli distribuiti in successivi ordini di gerarchia, fissan­do o mutando anche frequentemente e ad arbitrio i limiti delle circoscrizioni. En­tro queste forme più o meno intricate tutta l'impalcatura di signori di guerrieri e di sacerdoti vive del lavoro della massa contadina vincolata a non abbandonare il feudo cui appartiene.

Come più volte osserva Marx, prevale in questo sistema sociale più che il rapporto giuridico fra il proprietario e la terra, quello tra il titolare del feudo, e del titolo nobiliare che lo accompagna, e la massa delle famiglie dei suoi servi. Non interessa al signore avere molta terra quanto molti servi, essendo a sua disposi­zione una certa parte del prodotto del lavoro di tutti costoro. Un altro cardine dell’ordinamento feudale è quello che il signore, comunque vada la sua gestione eco­nomica, non può perdere il suo feudo; esso non è alienabile, non è espropriabile, ed il sistema del maggiorasco ne evita anche la suddivisione ereditaria, istituto così importante invece nel sistema romano. Per conseguenza, ed almeno quanto alle enormi estensioni di terra oggetto di investitura feudale, non vi è mercato dei suoli, la terra non può essere scambiata con la moneta.

Questa valutazione del regime preborghese da cui partiremo nel valutare la posizione del capitale trionfante rispetto alla proprietà fondiaria è fondamentale nell’analisi marxista. E' detto nel capitolo 24° del Capitale con riferimento all’e­poca della servitù della gleba: « In tutti i paesi d'Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla ripartizione del suolo fra il più gran numero possibile di vas­salli. La potenza del signore feudale, come quella di qualsiasi altro sovrano, non poggiava sull'ammontare dei livelli percepiti, bensì sul numero dei suoi sudditi, e quest'ultimo dipendeva dal numero dei contadini stabiliti sui suoi domini ».

Poiché non vorremmo che sembrassero nuovi od originali gli svolgimenti che trarremo da queste premesse, richiamiamo anche, circa il rapporto tra il suolo e la moneta, un passo fondamentale del capitolo 2°: « Gli uomini hanno spesso fatto dell’uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale primitivo della mo­neta; ciò non è mai avvenuto per il suolo. Una tale idea non poteva nascere che in una società borghese già sviluppata. Essa data dall’ultimo terzo del secolo de­cimo settimo, e la sua applicazione non venne tentata su grande scala, da tutta una nazione, se non un secolo più tardi, durante la rivoluzione del 1789, in Francia».

Il capitale moderno non è dunque la stessa cosa della proprietà in generale, e non basta abolire questa, in teoria e nel diritto, per averlo debellato. Il capitale è una forza sociale la cui dinamica ha aspetti ben più complessi di un platonico diritto di proprietà. Esso si presenta come contrapposto alla proprietà fondiaria tra­dizionale, ed uno dei principali elementi dell’antitesi è che la seconda è vera­mente personale, il primo esce dai limiti della facoltà del privato: « Quando si studia storicamente il capitale nelle sue origini, lo si vede ovunque star di fronte alla proprietà fondiaria nella sua forma di moneta come patrimonio monetario o come capitale usurario », dice Marx al capitolo IV, per stabilire che la cir­colazione mercantile ha per prodotto finale il denaro e che questo è la prima forma sotto cui appare il capitale (che incontreremo poi come opificio, come mac­chinario, come provvista di materie prime, come massa di salari). In una delle suggestive note al testo è poi detto: « La opposizione che esiste tra la potenza della proprietà fondiaria (feudale) basata sopra rapporti personali di dominio e la potenza impersonale del denaro, si trova chiaramente espressa nei due motti francesi: « non c'è terra senza padrone - il denaro non ha padrone ».

Il senso poi della economia moderna che succede alla distruzione dei rap­porti feudali è racchiuso in un'altra citazione che trarremo dal capitolo ventidue­simo: «Noi arriviamo perciò a questo risultato generale, che il capitale, incorporan­dosi la forza lavorativa e la terra, queste due fonti primigenie della ricchezza, acqui­sta una potenza di espansione che gli permette di aumentare i suoi elementi di accumulazione oltre ai limiti apparentemente fissati dalla sua grandezza, vale a dire dal valore e dalla massa dei mezzi di produzione già prodotti nei quali esso consiste ».

Quando poi Marx tratta diffusamente dell’interregno di benessere che si pone nella storia inglese tra la soppressione della medioevale servitù della gleba e l'avvio brutale della grande accumulazione capitalistica, che fonda la ricchezza borghese sul dilagare di una spietata miseria delle masse, un'altra nota ricorda che la società giapponese del tempo, con una organizzazione feudale della pro­prietà fondiaria fiancheggiata da una piccola proprietà rurale assai diffusa, of­friva una immagine più fedele del medio evo europeo che i libri di storia imbe­vuti di pregiudizi borghesi.

Sul corneo volto dei contemporanei opportunisti che inorridiscono ogni qualvolta pretendono (nella loro incommensurabile asinità) che stiano per ritor­nare gli ordinamenti medioevali ponendo in pericolo le civili conquiste dell’era capitalistica, che non sanno più in quale altro modo impastare le bastarde com­binazioni tra gli ideali della borghesia e le rivendicazioni socialiste, si applichi come un ceffone la battuta finale di questa nota di Marx: « E' davvero troppa comodo essere liberali a spese del Medioevo ». (1)

* * *

Negli ultimi tempi dell’antico regime, quando la potenza della borghesia nel campo economico è già rilevante, il capitale liquido radunato nelle mani di mercanti e banchieri esercita una violenta pressione per sopprimere gli ostacoli che gli impediscono di impossessarsi delle proprietà immobiliari. Indubbiamente il fatto centrale dell’accumulazione capitalistica consiste nell’approvvigionare col danaro ammucchiato materie prima da sottoporre al lavoro degli operai salariati e sus­sistenze da corrispondere a questi. Ma occorre pure per la formazione dei primi opifici disporre di luoghi di lavoro ed acquistare fabbricati da ridurre a stabili­menti manifatturieri e suoli per poterveli costruire. Inoltre, la nuova classe pa­drona di ricchezze è spinta a gareggiare con gli antichi signori feudali che aspi­ra a superare e spossessare anche nel disporre delle case dei palazzi e della terra agraria, mentre i fittavoli arricchiti tendono a togliersi da una posizione di dipendenza acquistando la proprietà del locatore ed esercitando da assoluti padroni l'impresa agricola, che, come Marx nota più volte, è una vera e propria industria.

Tutta la storia e la stessa letteratura degli ultimi periodi antecedenti alla rivoluzione borghese è piena delle manifestazioni di questa lotta che i borghesi, gli arricchiti, i parvenus conducono per gareggiare anche in prestigio con i no­bili. Questi, anche quando sono a corto di danaro e devono ricorrere ad affaristi ed usurai per mantenere il proprio lustro di vita, non solo disprezzano ed umi­liano colui che vive di mercatura e di traffici, ma lo stesso diritto vigente li aiuta nel difendersi da loro, nel negare la restituzione dei prestiti, ed è tradizionale la scena del creditore molesto cui i servi del signore spianano le spalle a legnate.

Da questo stato di soggezione e di inferiorità il terzo stato non potrà libe­rarsi completamente che con la conquista rivoluzionaria del potere politico, e fino ad allora invano gareggerà stupidamente, profondendo i frutti delle sue spe­culazioni, con la grandezza dei suoi rivali di classe.

Nella commedia di Molière Il borghese gentiluomo vediamo ferocemente satireggiato il mercante che vuole atteggiarsi a nobile. L'autore lo fa vedere beffato in una finta cerimonia di investitura cavalieresca da una troupe di co­mici che gli cantano in quella specie di italiano proprio della commedia dell’arte: « Ti star nobile, non star fabbola, pigghiar schiabbola ». Il borghese, quasi a dimostrare con molto anticipo la tesi marxista che non è il lavoro che permette di accumulare capitale, vorrebbe far dimenticare di aver maneggiato il martello del fabbro, e cingere la spada del cavaliere.

Ma ben presto la classe dei capitalisti si rifece delle umiliazioni delle ner­bate e delle derisioni sconfiggendo nella rivoluzione sociale le classi dei nobili e dei preti, instaurò il proprio dominio e non trovò freni alla espansione delle sue forze economiche. Cadde allora il sistema della proprietà feudale e dilagò l'acquisto di beni immobili da parte dei portatori di capitale monetario che fino ad allora assai difficilmente avevano potuto soddisfare questa particolare esigen­za. Tale fu uno dei caratteri più importanti della rivoluzione capitalistica, ed essa, sempre nelle lapidarie frasi di Carlo Marx, pervenne a « fare della terra un articolo di commercio » e, come potè vantarsi di avere liberato i lavoratori della campagna dalla servitù feudale e i lavoratori della città dai vincoli corporativi, per poterne fare i suoi dipendenti e i suoi sfruttati, potè egualmente menare il vanto di avere « incorporato il suolo al capitale ».

Potremmo indicare questo primo periodo di consolidamento del capitalismo vincitore come periodo di immobilizzazione del capitale mobile, intendendo per immobilizzazione l'investimento su larga scala nell’acquisto di proprietà e fondi agrari e di edifizi urbani, necessario complemento economico del possesso dei grandi mezzi industriali di produzione. E questa necessità economica diveniva al tempo stesso una necessità di ordine politico, poiché per debellare completamen­te gli antichi signori e le pretese di restaurazione dell’ordine feudale conveniva mortificarli anche nelle posizioni di prestigio da loro assunte nelle grandi me­tropoli che erano sorte per effetto del prorompere delle forme capitalistiche e nelle quali tuttavia re, cortigiani, militari ed ecclesiastici occupavano le dimore più imponenti, mentre era altra pretesa di dominio e di prestigio di tali classi il conservare larghissime estensioni di terreno coltivabili della provincia per le varie finalità di lusso, di svago, di caccia, di soggiorno, di comunità religiose e così via, laddove urgeva alla economia borghese mettere il tutto a reddito, sia per ulte­riori investimenti affaristici di capitale che per l'intensificata produzione di sus­sistenze necessarie all’esercito dei lavoratori industriali.

Abbiamo voluto ricordare questo primo periodo di conquista della proprietà immobiliare da parte del capitale perché spingendoci innanzi vedremo che ad esso si contrappone un periodo modernissimo nel quale il capitale intraprenditore tende invece sempre più a svincolarsi dalla titolarità dei possessi immobiliari, poi­ché ben può esplicare con intensità massima le sue funzioni e realizzare il pro­dursi di profitti vertiginosi senza bisogno di detenere il possesso locale degli immobili, e senza d'altra parte avere più alcun motivo storico di preoccuparsi che questi ricadano nelle mani delle classi aristocratiche terriere ormai scom­parse.

Nel periodo intermedio di un capitalismo stabile, che ci conviene esaminare un poco prima di venire all’analisi di questo terzo periodo modernissimo a cui per chiarezza dell’esposizione abbiamo accennato, i rapporti tra proprietà ed in­trapresa si pongono in modi svariati. Quando però si esaminino attentamente le varie forme economiche e le corrispondenti forze sociali, riesce sempre ben chia­ro che il carattere distintivo dell’epoca capitalistica deve rinvenirsi nell’intra­presa e non nella proprietà.

Il borghese del primo periodo, il romantico Padrone delle Ferriere, non lo potremmo concepire se non come una specie di unico patrono nelle cui mani si concentrano tutti gli elementi e i fattori della produzione. La terra, su cui sorge la fabbrica, gli appartiene, così pure la miniera che gli dà il minerale, lo stabilimento in cui lo si lavora, le macchine e gli utensili. Egli acquista tutte le materie prime e tutte quelle accessorie che entrano nella lavorazione ed acqui­sta la forza di lavoro assoldando i suoi operai. Egli è padrone esclusivo di tutto il prodotto e lo colloca ove crede o gli torna più utile sul mercato. Egli stesso è un tecnico del ramo di produzione in cui lavora, tuttavia stipendia egualmente come suoi impiegati dei tecnici e dei contabili. In un primo periodo le cosiddette spese generali sono limitate, poiché l'officina deve tutto prodursi da sé, luce, calore, forza motrice; le stesse tasse che si pagano allo stato sono assai ridotte perché nei primi regimi liberali la borghesia applica in pieno la politica economi­ca di lasciar fare, lasciar passare, e sopprime tutti i limiti e i balzelli che possono essere di ostacolo alle iniziative di produzione e di commercio. La registrazione contabile riesce quindi semplice e unitaria e tutto l'utile risultante dall’eccesso delle entrate sulle spese finisce nelle tasche del capitalista che non deve prele­varne affitti e canoni per gli spazi, gli impianti, gli edifizi di cui fa uso. In questo caso classico, iniziale, il capitalista dispone anche di abbastanza abbondante li­quido per poter fare il banchiere di se stesso e quindi non si addebita interessi del capitale numerario che gli occorre per i suoi acquisti di merci e le anticipa­zioni di salario.

Se volessimo considerare nell’agricoltura il parallelo di questa azienda mo­dello, lo troveremmo in un caso in cui il gestore è nello stesso tempo proprietario fondiario del suolo e di tutte le scorte morte e vive, ossia macchine, attrezzi, provviste di sementi e di concimi, mandre di bestiame ecc. ed inoltre dispone di sufficiente capitale contante per anticipare i salari dei lavoratori giornalieri o in­gaggiati ad anno. In tutti questi casi l'unica differenza attiva, che il padrone realizza come premio tra il ricavato della vendita dei prodotti e la somma di tutte le anticipazioni, comprende in sé la rendita fondiaria propria della terra, l'interesse del capitale finanziario, e l'utile dell’intrapresa, elementi economici che possono considerarsi distinti tra loro.

L'economista borghese li considera distinti perché pretende che sorgano da pretese fonti bastevoli ciascuna a generare ricchezza: la terra generatrice di ren­dita fondiaria, il danaro generatore di un frutto d'interesse, l'intrapresa genera­trice di un profitto che viene a compensare l'attività capacità e accortezza di colui che ha saputo mettere insieme razionalmente i vari elementi della produ­zione.

Per l'economia marxista, tutti questi margini sono prodotti dal lavoro umano e rappresentano la differenza attiva tra il valore che questo ha prodotto e la minor somma che i salariati hanno ricevuto in cambio della loro forza lavoro.

La distinzione tra i vari elementi del guadagno padronale è tuttavia una distinzione storica, corrispondendo ad una spartizione della plusvalenza estorta alla classe lavoratrice tra proprietario fondiario, capitalista prestatore di danaro, ed intraprenditore.

La distinzione è di natura storica perché anche prima che sorgesse la vera e propria industria capitalistica che occupa salariati, la terra era suscettibile di dare una resa utile al proprietario fondiario, come il danaro bruto poteva dare un frutto a chi ne disponeva, banchiere o strozzino.

Trattasi ora di vedere quale sia la vera caratteristica della produzione ca­pitalistica rispetto a questi vari elementi quando essi anziché trovarsi riuniti nelle mani di un unico titolare si trovano separati, quando cioè il proprietario giuri­dico del suolo o della fabbrica, il banchiere anticipatore del numerario, e l'in­traprenditore, che dopo aver soddisfatto i due primi e tutti gli altri svariati enti di natura pubblica e semipubblica che vanno accavallandosi nell’economia moderna resta arbitro di incassare a proprio compenso e benefizio il prezzo com­merciale dei prodotti rovesciati sul mercato, sono persone diverse.

In tutti questi casi il proprietario del terreno, dell’area, del fabbricato e perfino, in dati casi, del macchinario viene compensato con adeguati canoni di locazione, il banchiere anticipatore riceve un adeguato interesse per le somme prestate, allo Stato o ad altri enti eventualmente concessionari si corrispondono tasse e diritti diversi, e tutto quanto rimane costituisce un utile della intrapresa pura che la contabilità capitalistica tende a mettere falsamente in evidenza come qualche cosa che sorge dopo aver già remunerato i vari capitali, immobili e mobili.

Il marxismo venne a stabilire che questa terza forma, orpellata nelle apolo­gie di classe come esponente di progresso, di scienza, di civiltà, è più delle altre due velenosa e virulenta, esaltatrice di sfruttamento di estorsione e di miseria. Il socialismo è tutto nella negazione rivoluzionaria dell’impresa capitalistica, non nella conquista di essa al lavoratore aziendale.

Questi vari elementi ed i loro rapporti si smistano nelle forme capitalistiche moderne in modi diversissimi, ma è già un rapporto economico tutt'altro che nuovo quello in cui rinveniamo aziende capitalistiche cui non corrisponde più nessuna forma di proprietà immobiliare, ed in taluni casi nemmeno una sede fissa ed un apprezzabile macchinario e utensilaggio, mentre tuttavia la dinamica del processo capitalistico sussiste in pieno, e nella sua forma più squisita. Si avvia così una specie di divorzio tra proprietà e capitale per cui il secondo si smobi­lizza sempre più e la prima si diluisce, si dissimula, o viene anche presentata come una proprietà di enti collettivi nelle statizzazioni, socializzazioni e naziona­lizzazioni che pretendono di essere considerate forme di gestione non più ca­pitalistiche.



 

Nota: Il preteso feudalismo nell’Italia Meridionale.

La tesi centrale degli opportunisti che in Italia vi siano avanzi di rapporti feudali, predominanti del tutto nel Mezzogiorno, non rispecchia soltanto una tattica politica di compromesso e di rinnegamento del socialismo classista, ma si fonda su di una triplice serie di madornali errori di fatto, circa la natura dell'economia e delle relazioni sociali feudali, la storia politica del sud d'Italia, e la situazione dell'agricoltura meridionale.

Un formidabile repugnante « chiodo » del peggiore opportunismo che regna nel movimento socialista e comunista italiano è quello della deprecata esistenza e sopravvivenza del feudalismo nel sud d'Italia e nelle isole, specie a proposito dell’abusata questione del latifondo agrario meridionale, vero cavallo di battaglia dell’istrionismo retorico e del ruffianesimo politico italiano. Il dedurre da que­st'immaginaria e inventata constatazione una tattica politica bloccarda e di col­laborazione coi partiti borghesi radicali anche dell’Italia del nord (cui sì e no si concede da questi signori la patente di paese capitalistico) sul piano e nel quadro del limaccioso stato unitario di Roma, bastava e basterebbe a qualificarli di rin­negati della dottrina e dell’azione rivoluzionaria. Ma essi, i socialcomunisti nostra­ni, campioni della collaborazione demoborghese, mostrano ogni disprezzo per il rispetto ai principii, rivendicando l'impegno dell’arma generale del compromesso e tutto fanno derivare dalla contingente valutazione delle situazioni. E' quindi il caso di mettere in tutto rilievo che quel loro giudizio sulla situazione semifeu­dale del meridione calpesta qualunque seria conoscenza della reale situazione dell’economia e dell’agricoltura meridionali, di quelle che sono le caratteristiche di­stintive della gestione feudale della terra, ed infine dei grandi tratti delle vicende storiche delle Due Sicilie.

Quella che banalmente si considera come arretratezza dello sviluppo so­ciale del Mezzogiorno, analogamente alla pretesa scarsa e deficiente evoluzione sociale dell’Italia in generale, non ha nulla a che fare con un ritardo storico nell’eliminazione di istituti feudali, ed anche dove presenta le famose zone depresse è invece un diretto prodotto dei peggiori aspetti ed effetti del divenire capitali­stico, nell’Europa specie mediterranea, nell’epoca postfeudale. In pochi paesi come nel reame delle Due Sicilie, se guardiamo alla storia delle lotte politiche, il feudalesimo come influenza dell’aristocrazia fondiaria fu combattuto, fronteggiato e debellato dai poteri dell’amministrazione centrale dello Stato, sia sotto il re­gno dei Borboni e la dominazione spagnuola, che sotto le precedenti monarchie, e si possono prendere le mosse fin da Federico di Svevia. La lotta fu a molte riprese appoggiata da moti delle masse contadine ed urbane, e ben presto arbitri della situazione del regno furono gli intendenti e i governatori dei solidi ed ac­centrati poteri di Palermo e di Napoli. I risultati della lotta si tradussero in una legislazione anticipata di molto rispetto a quella degli altri staterelli italiani, com­preso l'arretratissimo Piemonte, e lo stesso può dirsi nei riguardi del controllo a cui si sottoponevano le comunità religiose e la chiesa secolare da parte dell’autorità politica; né occorre colorire questa ovvia rievocazione con le lotte in Na­poli degli eletti del popolo e la impossibilità di stabilire in quella città il tribunale dell’inquisizione. Il processo storico e giuridico, dopo la rivoluzione repubblicana del 1799 condotta da una borghesia audace e cosciente, si perfezionò sotto il robusto potere di Murat, e i restaurati Borboni ben si guardarono dall’intaccare la compatta e avveduta legislazione lasciata da quel regime nel diritto pubblico e privato. E' quindi un errore triviale confondere la storia sociale del Mezzogior­no d'Italia con quella dei boiardi e degli Junkers dell’Europa nordorientale, che seguitarono a governare in feudi autonomi i loro servi, a taglieggiarli e giudicarli ad arbitrio, quando da secoli gli abitanti dell’Italia mediterranea erano cittadini di un sistema giuridico statale moderno, per quanto assolutistico.

Quanto alla struttura economica agraria, il quadro di un paese feudale ci pre­senta il rovescio di quello a cui si collegano le deficienze delle zone latifondistiche del Mezzogiorno italiano. Quel quadro presenta una agricoltura sia pure non de­cisamente intensiva ma omogenea e diffusa in piccoli esercizi con la popolazione lavoratrice allogata con uniformità sulla superficie coltivata, in abitazioni sparse e in piccoli casali. Il villaggio, che il nostro mezzogiorno purtroppo ignora, è la cellula di base della ricchezza agraria dei tanti paesi di Europa che i signori feu­dali sfruttavano per le loro grandezze e su cui si precipitò lo strozzinaggio dei borghesi, facendo talvolta il deserto e la brughiera, come descrive Marx a propo­sito dell’Inghilterra, lasciando altra volta vivere tale ricco cespite e limitandosi a smungerlo, come nella campagna francese.

I latifondi del sud e delle isole sono grandi zone semi-incolte su cui l'uomo non può soggiornare, e non vi si incontrano case coloniche e villaggi, in quanto la popolazione è stata ammassata da un urbanesimo pre-industriale e tuttavia nettamente antifeudale in grossi centri di diecine e diecine di migliaia di abitan­ti come in Puglia e in Sicilia. La popolazione sovrabbonda, ma la terra non può essere occupata per difetto di organizzazione e di un investimento di lavoro e di tecnica che da secoli nessun regime statale riesce a realizzare, o trova conforme alle esigenze della classe dominante, sia tale regime nazionale o meno. Non vi è casa, non vi è acqua, non vi è strada, la montagna è stata denudata, la pianura ha le acque naturali sregolate e vi domina la malaria. L'origine di questo deca­dimento della tecnica agricola è molto lontana, più lontana del feudalesimo che, ove fosse stato forte, l'avrebbe contrastato (come il bonificamento tecnico ed eco­nomico avrebbe meglio consentito nei secoli di mezzo un vero regime di signoria feudale decentrata ed autonoma). Se si pensa che tali plaghe all’epoca della Ma­gna Grecia erano le più floride e civili del mondo conosciuto, che restarono sotto Roma fertilissime, si deve considerare che le cause del loro scadimento si tro­vano sia nella posizione marginale rispetto al dilagare del germanesimo feudale con la caduta dell’Impero romano (che le espose alle alternative di invasioni e di­struzioni dei popoli del nord e del sud) sia alla depressione dell’economia mediterranea con le scoperte geografiche oceaniche, sia appunto al prorompere del moderno regime capitalistico industriale e coloniale, che fu condotto a loca­lizzare altrove, giusta la ubicazione delle materie prime di base dell’industriali­smo, i suoi centri di produzione e le sue grandi vie di traffico, sia infine alla co­stituzione dello Stato unitario italiano la cui analisi ci condurrebbe molto lungi e che istituì un rapporto tipicamente moderno, capitalistico e imperialistico, per­fino precursore dei tempi più recenti.

Tuttavia, prima e dopo tale unificazione, il gioco delle forze e dei rapporti economici fu più che conforme ai caratteri dell’epoca borghese, costituendo un settore essenziale dell’accumulazione capitalistica in Italia, la cui limitatezza è in quantità e non in qualità.

Infatti, prima e dopo il 1860, malgrado lo scarso sviluppo industriale (su cui non va dimenticato che l'influenza dell’unità nazionale fu gravemente negativa, determinando il decadimento e la chiusura d'importanti opifici), l'ambiente eco­nomico è stato di natura completamente borghese. Si può dire del Mezzogiorno d'Italia e del suo preteso feudalesimo ciò che disse Marx per la Germania del 1849 parlando al processo di Colonia si noti bene proprio per mettere in rilievo che la rivoluzione politica borghese e liberale doveva ancora trionfare: « L'antico grande possesso fondiario era realmente la base della società feudale medioevale. La moderna società borghese (corsivi del testo), la società nostra, quella in cui viviamo, poggia invece sull'industria e sul commercio. Anzi, la proprietà fondiaria ha perduto tutte le caratteristiche d'esistenza di una volta, e dipende dal com­mercio e dall’industria. Oggigiorno l'agricoltura è gestita industrialmente e gli antichi signori feudali si sono abbassati a divenire produttori di bestiame, lana, grano, barbabietole, acquavite e così via, gente cioè che fa commercio di questi prodotti come ogni altro mercante! Per quanto ancora possano essere attaccati ai loro vecchi pregiudizi di classe, praticamente essi si trasformano in borghesi, che cercano di produrre il più possibile ai più bassi costi possibili, che comprano do­ve i prezzi sono più bassi e vendono dove sono più alti. Il modo di vivere, pro­durre ed acquistare di questi signori mostra già la menzogna delle loro affettate e tradizionali fantasticherie. La proprietà fondiaria, come elemento sociale domi­nante, presuppone il modo di produzione e di scambio del medioevo ».

Se la disposizione soprattutto del carbone e del ferro minerale ha fatto sì che dopo quel tempo (e dopo anche la stesura del Capitale, che a modello di una società pienamente capitalistica dovette prendere l'Inghilterra) la Germana è di­venuta un grande paese di industria estrattiva e meccanica, oltre che di agricol­tura condotta al modo economico e più moderno, riesce tuttavia evidente come quel giudizio di ambiente e di situazione sociale si applichi ancora più radical­mente al mezzogiorno d'Italia dopo un secolo, e dopo ben 90 anni di regime poli­tico del tutto borghese liberale e democratico, regime che, dopo le sconfitte del '48, la Germania attese fino al 1871, e, secondo i soliti sgonfioni chiacchieroni sul feudalesimo teutonico, fino a molto più tardi.

Nel sud d'Italia vige un attivissimo mercato del suolo, con frequenza di tra­passi certamente molto più alta che in province di alto industrialismo; ed è que­sto il criterio discriminante cruciale tra economia feudale ed economia moderna. Vi si accompagna un non meno attivo mercato del grande e piccolo affitto e na­turalmente dei prodotti del suolo. Proprio dove la coltura è latifondistica ed e­stensiva, essa si fa per grandi unità economiche con impiego esclusivamente di lavoratori giornalieri salariati e braccianti, e da molti decenni primeggia, econo­micamente, su quella del proprietario fondiario spesso in gravi difficoltà di cassa e oberato di ipoteche, la figura del grande affittuario capitalista, largo possessore di contanti e di scorte. Sia laddove il prodotto si riduce al grano, sia dove pre­vale l'allevamento zootecnico di tipo arretrato e perfino brado, non solo il capi­tale mobile è nelle mani dei grandi fittavoli e non dei proprietari fondiari, ma molti dei primi incettano e sfruttano a fondo, talvolta determinandone non la bo­nificazione ma il deperimento, le proprietà appartenenti a titolari diversi.

A considerazioni analoghe conduce l'esame della gestione della proprietà ur­bana. Anche a prescindere dalla attività industriale diffusa nelle zone più evolute, attorno alle città principali ed ai porti, tutto questo movimento di mercati ormai a giro e ciclo moderno determina da decenni e decenni un'accumulazione di capi­tali che è servita largamente di base alle industrie libere, semiprotette e protette del Nord (l'Italia, molto prima di Mussolini, era un paese protezionista di avan­guardia). Non solo i depositi in banca di borghesi meridionali, proprietari, intraprenditori e speculatori, hanno alimentata sempre con forti correnti la finanza privata nazionale, ma alle risorse del sud ha largamente attinto il fisco, che rag­giunge assai più facilmente la ricchezza immobiliare ed ogni movimento econo­mico legato alla terra che non i profitti e sovrapprofitti industriali commerciali e affaristici. L'economia capitalistica italiana sta dunque a cavallo di questi rap­porti di carattere del tutto moderno, e che è semplicemente risibile voler para­gonare ad una situazione feudale, e presentare, anziché come una solida allean­za, sotto la maschera di un conflitto inesistente tra una borghesia evoluta e cosciente, avida tuttora di perfezionate e rinnovate rivoluzioni liberali o meridiona­li, e i leggendari « ceti retrivi » e « strati reazionari » della sporca demagogia alla moda.

In rapporto a questa chiara inquadratura di legami economici sta la sprege­vole funzione della classe dirigente del sud. I resti della storica aristocrazia de­pauperata vivacchiano in qualche palazzo semicrollante delle città maggiori; in tutta la regione spadroneggiano non signori feudali ma borghesi arricchiti, pro­prietari, mercanti, banchieri, affaristi, di taglio più cafonesco che signorile. Al margine del movimento della costoro ricchezza, la così detta « intelligenza » è di­scesa al rango d'intermediaria e mezzana del potere centrale dello Stato borghe­se di Roma, cui offre il meglio del suo pletorico personale, succhione delle forze produttive di tutte le province, dal commissario di pubblica sicurezza al giudi­ce togato, dal deputato sostenuto da tutti i prefetti e che vota per tutti i governi, all’uomo di stato pronto a servire monarchie e repubbliche capitalistiche.

La lotta sociale nel Mezzogiorno, non meno che quella nel quadro dello Stato italiano in generale, ha posto per i veri marxisti all’ordine del giorno, pri­ma durante e dopo l'abusatissimo ventennio, il superamento delle ultime e più recenti forme storiche dell’ordine capitalistico e mai più l'aggiornamento a mo­delli oltremontani di rapporti e istituti rimasti « indietro».

Questa tesi della sopravvivenza feudalistica meridionale merita di essere ap­paiata con l'altra che interpretava il movimento fascista quale una riscossa delle classi agrarie contro la borghesia industriale. L'indirizzo del gruppo che tolse ai marxisti rivoluzionari il controllo del partito comunista d'Italia (il cosiddetto gruppo dell’OrdineNuovo) poggia fino dai primi anni su queste due cantonate, su queste due piattonate basilari. Esse bastavano in partenza a costruire tutta una prassi e una politica di alleanza tra capitalisti industriali e rappresentanti traditori del pro­letariato, come si è poi vista in atto in Italia. Non era indispensabile la iniezione degenerante di virus disfattista da parte della centrale internazionale staliniana, nel suo indirizzo mondiale di patteggiamento e collaborazione tra i poteri del capita­lismo e quello dello Stato falsamente definito socialista e proletario.



V. La legalità borghese

5.      L'economia capitalistica nel quadro giuridico del diritto romano.

La rivoluzione borghese sistemò il possesso della terra ripristinando il con­cetto giuridico di libertà della terra che era la base del diritto civile di Roma. « Nel basso medioevo quasi tutta l'Europa, occupata dai conquistatori germanici, aveva veduto ridursi a minime proporzioni il concetto della libertà della terra, che aveva fatto la prosperità economica dell’impero romano. Vi si era poi sovrapposto il feudalesimo, dettato dalla necessità di difesa dei deboli dalle invasioni di Normanni, di Ungari e di Saraceni onde quelli si accomandavano ad un potente, riconoscendo da lui il possesso proprio con l'obbligo di canone e anche di servigi personali, purché egli li difendesse da guai maggiori; da che era venuta di buon'ora la massima: Nulle terre sans seigneur. Invece il diritto romano riconosceva unica origine del possesso il titolo, ossia il contratto liberamente stipulato fra gli aventi diritto al medesimo ».

Al detto francese, che abbiamo già trovato citato da Marx in contrapposto al motto della economia mobiliare « il danaro non ha padrone », si oppone, nei paesi ove il feudalesimo non dilaga, il motto romano: « nessuna proprietà senza titolo ». Non sarà male notare che il paese dove la secolare parentesi dei diritti personali propri del feudalesimo è stata meno profonda è proprio l'Italia.

« La nostra lingua non ha mai avuto infatti una parola che corrispondesse al vocabolo francese Suzeraineté, significante il dominio del signore feudale sulla terra. In Italia non tutte le forme del diritto romano perirono, anzi, in alcune parti del mezzogiorno dovettero permanere senza interruzione, perché non occupate dai barbari e rimaste all’impero bizantino, custode della tradizione romana, o ritornatevi dopo lo smembrarsi del ducato beneventano ».

« Il godimento della terra in libertà assoluta da parte dei suoi possessori non data altrove da tempo tanto antico. In Francia per esempio esso ebbe completa applicazione soltanto dalla abolizione delle prestazioni feudali nella famosa notte del 4 agosto 1789. Allora e con leggi successive, l'Assemblea Nazionale aboliva semplicemente le servitù personali (corvées) ma rendeva i diritti reali (Cens, champarts, lods, ventes, rentes foncières ecc.) riscattabili di diritto. Sennonché le insurrezioni dei contadini e gli incendi di diversi castelli signorili costrinsero ad abolirli senza compenso, sebbene molti non avessero origine feudale; le piccole e medie proprietà già esistenti vennero così liberate da una «infinità di vincoli e cointeressenze inceppatrici ».

Lasciando ora l'autore fin qui citato, un economista agrario di indirizzo non socialista, citeremo ora le parole con cui questa rivoluzione agraria francese è ricordata da Marx nelle «Lotte di classe in Francia»: La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietari fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione della terra tanto più rincarò il prezzo dell’appezzamento, che col di­ventar più piccolo fu più ricercato. Questo passo di Marx continua (pagg. 84-85, ed. Avanti! 1902) con un serrato esame del depauperamento del contadino nel sistema parcellare, che deprime la tecnica agraria ed il prodotto lordo, esalta il costo della terra e tutte le passività per ipoteche, interessi bancari ed usurari, imposte ecc. e riduce l'apparente proprietario a perdere, a beneficio dei capita­listi, perfino una parte del salario che competerebbe al suo lavoro ove egli fosse un nullatenente giuridico, e conclude: non v'ha che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v'è che un governo anticapitalista prole­tario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riu­niti; la repubblica sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati. Questa posizione politica è quella che Marx, scrivendo nel 1850, attri­buisce ai socialisti rivoluzionari francesi del 1848. Ed è in questo passo la classica frase: le rivoluzioni sono le locomotive della storia.

A riprova del fatto che la corretta valutazione marxista considera la estrema parcellazione della proprietà contadina come uno dei tanti veicoli della espro­priatrice accumulazione capitalistica e non come un avviamento a postulati di pretesa giustizia sociale, sta anche questo passo, relativo all’Inghilterra, tratto da uno scritto di Engels del 1850: La tendenza di ogni rivoluzione borghese a spez­zare il grande possesso fondiario poteva far ritenere per un certo tempo dagli operai inglesi questa suddivisione per qualche cosa di rivoluzionario, con tutto che essa era regolarmente accompagnata dalla immancabile tendenza al concen­trarsi e disperdersi dei piccoli possessi di fronte alla grande agricoltura. Il partito cartista oppone a questa richiesta della suddivisione quella della confisca dei beni, e chiede che essi non vengano suddivisi, ma restino beni nazionali.

Invece la rivoluzione borghese in Francia aveva rovesciato sul mercato im­mensi beni nazionali provenienti da confische e da incameramenti di proprietà ecclesiastiche.

Sul diverso processo che in Inghilterra, nettamente dopo la sconfitta del feu­dalesimo e la soppressione della servitù, condusse alla formazione della grande proprietà agraria borghese degli odierni landlords, vedasi Marx nel Capitale, Cap. XXIV, e nella esposizione, che questa rivista va pubblicando, sugli elementi di economia marxista.

Al posto delle apologie democratiche delle Grandi Rivoluzioni, il linguaggio, marxista, sulla base della dialettica accettazione delle nuove condizioni che esse produssero, denuda le infamie del sorgere del regime capitalistico, sia dove esso allignò sulla parcellazione fondiaria, sia dove fondò invece il grande possesso bor­ghese, « liberi » l'una e l'altro. La spoliazione dei beni della Chiesa, l'alienazione fraudolenta dei domini dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasfor­mazione usurpatrice e terroristica della proprietà moderna e privata, lo stermi­nio delle casette dei contadini, ecco i metodi idilliaci dell’accumulazione capi­talistica.

La citazione è fondamentale e tante volte ripetuta, ma il socialistame odier­no, sia detto alla Scelba, vede reazione usurpazione e terrore, e suona le campane alla salvezza della libertà capitalistica, solo quando sotto l'azione delle droghe stupefacenti della demagogia elettorale, sogna un freudiano ritorno del feudale­simo su da una storia infrauterina della nostra società moderna, tanto di quello più oscena.

* * *

La vantata conquista borghese della libertà della terra e della liberazione dei servi della gleba, equivalente in concreto alla conquista da parte del capitale pecuniario della illimitata possibilità d'acquisto dei cespiti immobiliari, trovò la sua sistemazione nel diritto civile col ritorno al classico meccanismo romano, in quel codice napoleonico che, decantato come monumento di sapienza, servì di modello per la legislazione di tutti gli stati moderni. Tutto il sistema gira intor­no al principio della proprietà derivante da titolo ed accessibile ad ogni citta­dino, al famoso «chiunque » con cui si iniziano tutti gli articoli dei codici bor­ghesi. Non è più necessario che il signore della terra appartenga ad una casta o ad un ordine privilegiato ed oligarchico. Per munirsi del titolo è sufficiente a «chiunque» apportare una adeguata somma di danaro liquido. Allorché la lo­comotiva della rivoluzione borghese si mise rombando in moto bastò tuttavia come titolo di partenza la materiale occupazione del lembo di terra da parte di chi per anni e per generazioni l'aveva duramente lavorata. Ma non appena la rivoluzione consolidò la propria vittoria in un nuovo sistema a regole stabili, fu necessario, per l'acquisto della proprietà e del suo titolo, o la derivazione eredi­taria, ovvero il pagamento di un prezzo di mercato. La terra fu dunque libera poiché chiunque poteva comprarla, s'intende chiunque possedesse il denaro suf­ficiente.

Questo ritorno all’impalcatura giuridica propria del diritto romano, seguito all’abolizione dei sistemi di diritto feudale e germanico, non significò affatto, co­me è ovvio, un ritorno ai rapporti di produzione e alla economia sociale dell’evo antico. Basta ricordare che in Grecia, a Roma, e nei paesi dominati da esse, a lato della democrazia che rendeva eguali dinanzi al diritto i cittadini liberi, vigeva lo schiavismo, esistendo quindi tutta una classe obbligata al lavoro della terra, i cui componenti non solo non potevano aspirare a possederne, ma erano essi stessi considerati una proprietà altrui, permutabile contro denaro e trasmessa con l'eredità familiare dei padroni. Pur esistendo, tra i cittadini liberi dinanzi alla legge, le diverse classi dei grandi proprietari patrizi, dei contadini proprietari di piccoli lotti, per lo più senza schiavi e quindi lavoratori diretti, degli arti­giani e anche dei mercanti e dei primi capitalisti padroni di numerario, è chiaro che la presenza di una classe sfruttata al basso della scala sociale creava ben altri rapporti; conducendo fino ai grandi tentativi rivoluzio­nari degli schiavi.

Per conseguenza il classico diritto, scritto disciplinante la proprietà titolare della terra ed in genere degli immobili, e la trasmissione per eredità, per com­pravendita, ecc., con tutti gli altri complessi rapporti prediali, deve leggersi con la riserva che il soggetto cui si riferisce il solito pronome chiunque non è, nep­pure virtualmente, un qualunque membro del complesso sociale, ma deve appar­tenere alla limitata e privilegiata classe superiore dei cittadini liberi, dei non-schiavi.

Ciò vuol dire che il diritto reale, espressione teorica di un rapporto fisico tra uomo e cosa, e nel nostro caso tra uomo e suolo, solo in astratto sembra cedere il passo ad un preminente sistema di diritti personali propri dell’evo medio e feudale, diritti che sono l'espressione di un rapporto di forza tra uomo e uomo (come il vietare l'abbandono del fondo lavorato o il mutamento di mestiere). In effetti nel mondo romano il diritto personale domina il largo campo sociale costi­tuito dalla produzione schiavistica, estendendo il rapporto da padrone a schiavo fino alla facoltà di privazione della vita. Tuttavia il padrone ha diretto interesse alla vita, alla forza, alla salute dello schiavo, ed è suggestivo il rilievo di Marx che nell’antica Roma il villicus, come massaio a capo degli schiavi agricoli rice­veva una razione minore di quella che ricevevano questi, in quanto il suo lavoro era meno pesante (citazione da Teodoro Mommsen).

La rivoluzione che si pose tra le due ère sociali, nell’aspetto economico del cessato rendimento del lavoro degli schiavi rispetto al loro costo, in quello poli­tico delle grandiose rivolte, tra cui classica quella di Spartaco caduto dopo due anni di guerra civile nella battaglia presso il Vesuvio allorché seimila dei suoi seguaci vennero trucidati, in quello ideologico della eguaglianza morale degli uo­mini predicata dai cristiani, eliminò invero in larga misura il gioco dei dirit­ti personali, vietando che la persona dell’uomo potesse essere trattata come una merce.

La ripresa quindi del diritto romano teoretico, fatta dalla rivoluzione bor­ghese per la disciplina dei rapporti tra l'uomo e gli immobili, presentò questa sostanziale innovazione, che il nuovo diritto reale riguarda tutti i cittadini com­ponenti della società e non soltanto una parte privilegiata come nell’ antichità. Questo diritto moderno fa vanto di aver integrato la conquista della libertà dalla schiavitù con quella della libertà dalla servitù della gleba e dai ceppi corporativi, fa vanto di aver reso tutti i membri della società uguali e liberi da vincoli perso­nali di fronte alla legge. Nel campo che tuttora ci occupa della proprietà del suolo e degli immobili, i nuovi codici dettati dai giuristi napoleonici, o copiati secondo la dialettica legge della storia dei giuristi dei poteri avversari che Na- [il testo qui è incompleto, potrebbe così proseguire … Napoleone ha detronizzato, ha formalizzato la trasformazione di un rapporto fra persone in un rapporto monetario, apparentemente fermandosi ] dinanzi alla terra libera.

Ma in realtà le forme giuridiche garantite dal potere statale e dalle sue forze materiali sanciscono e proteggono sempre rapporti di forza e di dipendenza tra uomo e uomo, e il diritto reale dell’uomo sulla cosa rimane una forma astratta. Il cittadino Tizio ha potuto divenire proprietario del fondo Tulliano poiché ha disposto della somma di denaro sufficiente a conseguire il titolo, pagandola al cittadino Sempronio, in quanto vigendo la libertà della terra il fondo Tulliano po­teva essere alienato ad arbitrio del precedente padrone. Che significa il titolo di diritto reale di Tizio, libero cittadino in libera repubblica borghese, sul libero fondo che ha comprato? Significa che egli può chiuderlo e, perfino senza soste­nere la spesa di una recinzione materiale, può tenere tutti i liberi cittadini, Sem­pronio compreso, fuori dal confine, e se trasgredissero, il titolo gli consente di chiamare le forze dello Stato e, sotto certe condizioni, anche di ammazzarli. La libertà di Tizio e il suo libero diritto di proprietà portati fuori dalla filosofia o dal diritto teorico si esprimono nel rapporto personale di limitare, anche con mèzzi violenti, le iniziative altrui.

Il nuovo regime di libertà borghese è un regime di proprietà riconsacrato nelle tavole del diritto, sia pure proprietà non più preclusa a caste di schiavi, di servi o di borghigiani. Esso è quindi sempre un regime di rapporti di forza tra uomo e uomo, e socialmente parlando, tutti i « chiunque » del codice si dividono in due classi, quella dei possessori di suolo e quella dei non possessori di suolo, sforniti di titolo giuridico e sforniti dei mezzi economici necessari a procurarselo.

* * *

Il cristianesimo abolì le caste, la rivoluzione liberale abolì gli ordini, riman­gono — non nel diritto scritto — ma nella realtà economica, le classi. Marx scoprì non la loro esistenza e la loro lotta, nota e constatata prima di lui, ma il fatto che, più e peggio che tra le antiche caste e i medioevali ordini, corre tra esse divario economico, antagonismo, e guerra sociale.

Nel capitolo II, paragrafo 3, di « Stato e Rivoluzione » Lenin ha posto fon­damentalmente in evidenza che Marx, in una lettera del 5 marzo 1852, precisa egli stesso il contenuto originale della sua teoria con queste precise parole: « ciò che io ho fatto di nuovo, è di aver dimostrato: 1) che l'esistenza delle classi si ri­ferisce solo a certe fasi storiche di sviluppo della produzione; 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi ».

Stabilisce a questo punto Lenin, a base del suo storico stritolamento degli opportunisti, che l'essenziale nella dottrina di Marx non è la lotta di classe, ma ladittatura del proletariato. « Su questa pietra d'assaggio bisogna provare la comprensione e il riconoscimento effettivo del marxismo ».

Non meno essenziale è il terzo punto nella sua relazione col primo, in quanto la dialettica di Marx perviene a stabilire che i grandi fatti storici della lotta delle classi, della dittatura di classe, non sono immanenti ad ogni società e ad ogni periodo storico, non essendo stati dedotti da vuote speculazioni sulla « natura dell’uomo » o sulla « natura della società ». L'uomo non è per sua natura né buono né cattivo, né proprietario né servo, né autoritario né libertario, la sua specie non è per predestinazione insuperabile classista o egualitaria, statale o anarchica! Ben al di fuori e al di là di tutte queste melensaggini filosofiche la scuola marxista, con l'indagare i successivi sviluppi delle fasi produttive, stabilisce che la moderna classe proletaria, dati i rapporti sociali in cui si muove, è con­dotta a servirsi della lotta di classe, della violenza rivoluzionaria, dello stato dit­tatoriale, per rendere possibile lo svolgimento verso un sistema di produzione e di vita collettiva sempre più scevro di servitù di violenza e di impalcato statale autoritario.

Ritornando alla iniziale costituzione della società capitalista, quanto abbia­mo detto sul cambiamento rivoluzionario nei rapporti tra il capitale monetario e la proprietà terriera sta a stabilire che si avrebbe una visione unilaterale del processo storico ove, trascurando questo campo fondamentale, si richiamasse solo la vittoriosa diffusione della manifattura e dell’industria capitalistica e il costi­tuirsi in classe dominante nella società e nello stato del ceto degli intraprenditori.

I vecchi socialisti, e ricorderemo fra tutti il buon Costantino Lazzari sebbene egli non fosse un teorico, come evitavano di parlare genericamente di abolizione della proprietà, così non si limitavano al solo contrasto tra gli operai salariati delle officine e i loro padroni, ed usavano la formula (le formule hanno la loro grande importanza, e basti a provarlo la chiarificazione ora citata di Lenin) di: lotta contro l'ordine costituito della proprietà e del capitale.

Marx, nella sua lettera a Bracke di fiera critica al programma di Gotha della socialdemocrazia tedesca, condanna la espressione: « nella società presente gli strumenti del lavoro sono monopolio della classe dei capitalisti ». Marx risoluta­mente obietta: « nella società odierna gli strumenti di lavoro sono monopolio dei proprietari della terra (il monopolio della proprietà fondiaria è anzi base del monopolio del capitale) e dei capitalisti. Lo statuto dell’Internazionale al quale la proposizione, falsa in questa edizione migliorata, è improntata, non menziona nel passo relativo né l'una né l'altra classe dei monopolizzatori. Esso parla del monopolio degli strumenti di lavoro, cioè delle fonti della vita. L'aggiunta fonti della vita mostra a sufficienza che il suolo e la terra sono compresi negli stru­menti di lavoro ».

In questo passo vi è una frase di Marx di straordinaria importanza per l’analisi che abbiamo preso ad istituire: « in Inghilterra il capitalista, per lo più, non è proprietario del suolo su cui sta la sua fabbrica ». Il richiamo è diretto contro Lassalle che in Germania trascurava la lotta contro i proprietari fondiari, e perfino pensava che lo stato di Bismark potesse non contrastare la lotta degli operai contro gli industriali di fabbrica. Tutta la lettera è dettata dalla preoccupazione della confusione teorica sorgente dalla unificazione di partito coi lassalliani: « si sa che il semplice fatto dell’unione appaga gli operai, ma si sbaglia pensando che questo successo momentaneo non costi troppo caro ». Il bilancio della previsione fatta da Marx il 5 maggio 1885 può trarsi dalla condanna dell’opportunismo dei socialdemocratici firmata da Lenin il 30 novembre 1917, nell’interrompere lo scritto su Stato e Rivoluzione per l'impedimento della rivolu­zione russa.

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Il regime borghese è dunque costituito dal dominio della classe degli intra­prenditori di fabbrica, dei capitalisti del commercio e della Banca, dei proprietari di immobili. Questi ultimi sono borghesi quanto gli altri, nulla hanno a che fare con l'aristocrazia feudale, già dispersa socialmente e politicamente; derivano da antichi possessori di denaro, mercanti, finanzieri, strozzini, che hanno finalmente potuto comprare la terra divenuta giuridicamente accessibile al capitale, e ac­centrare successivi acquisti di lotti di varia estensione.

Come dice il Manifesto, il proletariato non può sollevarsi senza spezzare tutta la massa degli strati superiori che costituiscono la società ufficiale.

Abbiamo già ricordato che la stessa economia borghese distingue qualitati­vamente i tre proventi: rendita fondiaria, interesse del capitale monetario, pro­fitto dell’impresa. Il loro insieme costituisce per noi marxisti il prodotto dello sfruttamento del lavoro proletario. A fine di questo capitolo sulla regolazione giuridica borghese del privilegio fondiario porremo una distinzione qualitativa essenziale sulla portata dei tre elementi del guadagno padronale, che sta a dimo­strare come la terza forma, ossia l'utile di intrapresa, oltre ad essere la più moderna, è la più efficiente e virulenta e viene sempre più quantitativamente a costituire la massa centrale dell’oppressione capitalista.

Il gettito della rendita fondiaria ha un limite assai basso in rapporto alla entità del patrimonio, (ammontare del danaro convertito nella compera, valore venale in libero commercio), e tale limite è dato dalla natura stagionale della produzione agricola. Il prodotto lordo nel tempo non può essere aumentato che fino ad un limite, ridotto anche per i pochi terreni fertilissimi e le colture più intensive. L'economia deve quindi parlare sempre direndita lorda e netta an­nuale, e la seconda nella generalità non supera il 5-6% del valore capitale, pa­trimoniale, del fondo.

Per riflesso dell’attuata convertibilità fra possessi fondiari e moneta, anche l'interesse che ricava il possessore di un capitale liquido, quando si limita a pre­starlo a speculatori, a proprietari, allo Stato stesso, non può superare quel limate temporale, e quei saggi annui del 5-6%, salvo casi di eccezione e speciali alee di perdita del patrimonio.

Le due forme tradizionali che caratterizzano il borghese proprietario o rentier hanno dunque una limitata potenza di sfruttamento e di estorsione di plusvalore, e sono legate all’insuperabile ostacolo del ciclo annuale.

Ben diversa è invece la potenza di riproduzione del capitale e l'altezza dell’utile nell’intrapresa moderna, che dobbiamo intendere con ampiezza ancora maggiore della semplice organizzazione produttiva in grandi stabilimenti ed aziende. Nessun limite stagionale e temporale è qui messo al ciclo generatore del prodotto lordo e quindi del profitto netto. Il rapporto tra questo e il valore pa­trimoniale dell’intrapresa può superare qualunque limite, e la rigenerazione di tutti i fattori del ciclo riproduttivo può avvenire molte e molte volte entro il classico termine annuale.

Marx quindi sconvolse radicalmente l'algebra dell’economia borghese quando nella sua possente indagine pose in rapporto il profitto non con la comoda borghese finzione del valore patrimoniale della fabbrica, ma col valore dello stes­so prodotto lordo, e successivamente con la sola parte di questo valore costituita da pagamenti per salari ai lavoratori.

Una determinata quantità di prodotto (ci siamo già soffermati sul criterio che la vera caratteristica del privilegio capitalistico, più che la proprietà del suolo dell’edificio e della macchina, che possono subire discipline svariatissime, è la proprietà sul prodotto) che sia per esempio del valore di un milione sul mer­cato, potrà contenere, poniamo, novecentomila lire di costi (affitti, interessi, lo­gorii, spese generali, stipendi e salari) e allora il profitto d'impresa sarà di cento­mila lire, e quindi in parti di prodotto del 10%; il saggio del plusvalore secondo Marx sarà, se i salari rappresentarono duecentomila lire, del 50%.

Ma il ciclo che ha condotto a questa massa di prodotti può ripetersi innu­meri volte in un anno d'esercizio, e l'utile dell’imprenditore salirà vertiginosa­mente, restando la stessa la spesa annua per affitti di immobili e per interessi bancari. Il valore patrimoniale di questa azienda è un'entità difficilmente defini­bile tra gli innumeri trucchi ed inganni contabili della moderna speculazione affaristica, esso scompare addirittura poiché il valore degli impianti e quello del fondo di cassa appaiono già remunerati dai canoni e dagli interessi portati in passivo.

Il borghese intraprenditore-speculatore può quindi trarre un milione da nulla (dalla sua abilità!), il borghese proprietario fondiario o contantista, deve per raggiungere pari benefizio avere intestati circa venti milioni, e per di più deve aspettare un anno, mentre l'altro può alle volte chiudere il suo ciclo nei termini più stretti, e perfino talvolta anticipare il realizzo nella produzione.

Con questi criteri di distinzione tra i bilanci patrimoniali e i bilanci di ge­stione occorre decifrare, cosa non facile, la tendenza storica della azienda mobi­liare capitalistica nella sconvolgente complessità delle moderne sue forme, ed i rapporti di essa con le forme di proprietà titolare fondiaria e le fonti di finan­ziamento — forme già note ad economie, da un lato più antiche, dall’altro meno ferocemente sfruttatrici delle classi povere e meno apportatrici di disordine, di contrasto, di incessante distruzione di mezzi socialmente utili nel meccanismo produttivo, come furono basi di tipi di società non così briganteschi, sanguinarii e feroci come questo del modernissimo capitalismo.



 

Nota: Il miraggio della riforma agraria in Italia.

 Un equivoco fondamentale sta in tutto quanto si scrive e dice a fine poli­tico sulla trasformazione agraria, sia quando viene presentata come una rivo­luzione parallela a quella borghese o a quella operaia, sia quando viene avan­zata come una riforma nel quadro di vigenti ordinamenti.

Le rivoluzioni spezzano antichi rapporti di proprietà e di diritto che im­pedivano a forze produttive già presenti, con premesse tecniche già svilup­pate, di muoversi nella loro organizzazione. Riforme possiamo chiamare in un grande senso storico le radicali misure successive che un recente potere rivoluzionario attua per rendere praticamente possibile questo trapasso tecni­co, ma nel senso comune ed attuale sono le rabberciature promesse di continuo per smussare e nascondere contraddizioni conflitti ed inceppamenti di un siste­ma vivente da tempo nel quadro conformista suo proprio.

In agricoltura come in ogni altro settore economico va distinto tra pro­prietà ed azienda, comunque e da qualunque angolo visuale voglia dipingersi un programma innovatore. La proprietà è un fatto di diritto, tutelato dallo Stato, sistema di imposizioni sovrapposto alle cose sociali. L'azienda e il suo funzionamento sono un fatto di organizzazione produttiva determinato alla ba­se dalle condizioni e possibilità tecniche.

Il feudalesimo, spazzato via dalle grandi rivoluzioni agrarie, non era una rete di organizzazione aziendale, non disponeva e gestiva tecnicamente la pro­duzione rurale, la sfruttava soltanto prelevando tangenti dovute dai contadini che provvedevano a tutti gli elementi della produzione, lavoro, strumenti, ma­terie prime e così via. I feudi erano grandi e anche immensi, le aziende pic­colissime in quanto tenute da famiglie rurali, medie in quanto messe su dai primi contadini possidenti, i primi borghesi della terra, anche essi allora classe oppressa.

La rivoluzione che fu in alcuni paesi solo una grande riforma affrontò alla base il problema giuridico spazzando via il diritto del signore a prelevare quelle tangenti. Nulla mutò nella tecnica organizzazione dell’azienda in quanto ad essa nessun apporto organizzativo dava il signore, che nulla sapeva e pra­ticava di agronomia, di commercio, e se aveva compiti personali erano militari di corte o di magistratura.

Cominciò una evoluzione e in dati paesi una serie di riforme della tec­nica di esercizio, non in quanto la piccola proprietà si smosse molto dai metodi culturali secolari, ma in quanto il capitale apportato sulla terra permise il formarsi della nuova proprietà borghese, e su più vaste aree si ordinarono aziende medie e grandi condotte da affittaioli capitalisti possessori di scorte e macchine, e in dati casi dagli stessi proprietari gestori disponenti al tempo stesso della terra e del capitale mobile.

Come grande fatto rivoluzionario lo scrollo dalle spalle dei rurali del peso feudale avvenne di un colpo solo nella Francia del 1789 e nella Russia del 1917, accompagnando nel primo caso la rivoluzione dei capitalisti, nel secondo quel­la degli operai. Da quel punto di partenza lo svolgimento dell’ordinamento agricolo avvenne in modo diverso e sotto l'influenza di diverse forze, e par­ticolarmente interessante è l'indagare su quello russo, le sue avanzate e i suoi ritorni. Qui ci basti ricordare che la formola giuridica rivoluzionaria fu in Francia libertà di commercio della terra, in Russia proprietà nazionale della terra e concessione in gestione ai contadini. Ma anche nel secondo caso non si impedì il sorgere di una classe di borghesi agrari ricchi e medii, e la lotta con essi ebbe alterne vicende, partite dal fatto che si dovette tollerare il libero commercio delle derrate, in misura dominante.

Un altro dato distingue i due grandi fatti storici: per la Francia produ­zione intensiva e alta densità di popolazione, per la Russia produzione esten­siva e bassa densità. Un dato forse li assimila: armonica diffusione della popo­lazione rurale sulla superficie coltivata.

In Italia, come abbiamo già detto, non si ebbe una grande e simultanea liberazione da un feudale servaggio della gleba che mai fu socialmente do­minante. A seconda dei dati tecnici delle varie zone, tutti i tipi di azienda ru­rale vissero in relativa libertà, dalle piccole alle medie e grandi, da quelle fondate sulla cultura intensiva a quelle estensive, e si incrociarono tutte le forme di proprietà privata, minima media e grande, collettiva, in demanii comunali e comunità rurali. Una grande battaglia per sollevare le aziende e le classi rurali dal peso di sistemi di diritto signorile non fu necessaria e non si ebbe; ove tali forme si affacciarono furono a volta a volta fronteggiate e da Comuni e da Signorie e da Monarchie e dalle stesse amministrazioni straniere.

La vicenda fu assai complessa, e ci limiteremo a citare ancora l'autore, non certo marxista, il cui nome non importa, non avendo egli lavorato l'intera vita sui problemi dell’agricoltura italiana mostrando che essi sono quelli degli agricoltorial fine di posti politici per sé o per i suoi. « Si hanno nu­merose prove storiche della continuazione del regime fondiario in Italia colla applicazione del diritto romano... E' indubitato che a contatto di possessi retti dal diritto romano doveva esservi una vasta estensione soggetta a vincoli feu­dali, i cui possessori erano trattenuti dal migliorarla, perché avrebbero dovuto far partecipi dei benefizi terzi che non vi davano alcun contributo, ed invero residui di queste servitù furono liquidati persino con legislazioni dei secoli XVIII e XIX. Però la massima parte delle terre venne prosciolta dai vincoli predetti, come lo furono i servi della gleba, nel periodo comunale, per cui furono possibili le grandi trasformazioni agrarie di bonifica e di irrigazione nella Valle Padana e le piantagioni nella Toscana, che appunto assunsero così largo sviluppo dal secolo XII al XV. In quel periodo si svolse e si fortificò l'istituto del consorzio fondiario, inapplicabile senza l'assoluta libertà della terra, la quale poi ora, salvo scarse eccezioni, si può dire completa in tutti i paesi civili, eliminando così l'ostacolo della cointeressenza di un terzo nei soli benefici del miglioramento fondiario e culturale (lo scrittore, aperto fau­tore della proprietà personale del suolo, insiste sul dato che la forma feudale di privilegio dovette saltare perché impediva lo sviluppo delle forze produt­tive agrarie, ossia dell’investimento di capitale e lavoro in migliorie fondiarie, matura per quel tempo, e ci fornisce così un buon argomento della validità del metodo marxista) ».

« L'applicazione del codice napoleonico consolidò questo regime in tutto il nostro paese e vi contribuì del pari l'abolizione del regime feudale nel mez­zogiorno nel 1806, in Sicilia nel 1812, e in Sardegna dal 1806 al 1838. La legi­slazione civile della nuova Italia affermò maggiormente codesto indirizzo col sopprimere fidecommessi e maggioraschi e poi col cercar di liquidare tutte le forme di compartecipazione ad un solo possesso. Permasero tuttavia estesi avanzi di proprietà collettiva, pur prevalendo la tendenza al proscioglimento di ogni promiscuità nel dominio della terra; e l'esazione della rendita fondia­ria fu resa dalla legge particolarmente privilegiata. (Tutte misure caratteri­stiche della rivoluzione borghese e liberale di cui i superasini rinnovano an­cora le istanze e attendono gli effetti!). Così la liberazione della proprietà fondiaria secondò particolarmente il miglioramento colturale, iniziato nel no­stro paese fino dal secolo XII (senza attendere il ministro Segni e l'esperto di opposizione Grieco Ruggero, guardate che roba!) rendendo possibile la for­mazione di una agricoltura capitalistica (ca-pi-ta-li-sti-ca, copiato soltanto e non aggettivato da chi ha come noi la fobia del capitalismo al punto di fare l'occhietto alla feudalità signorile nelle brevi parentesi di contingentismo) da redditi elevatissimi, che un altro regime non avrebbe certamente consentito ».

Speriamo di non avere scocciato col metodo storico, ma che si vuole, quando il gazzettume di ogni tinta stampa, ogni dieci righe, di baronato, di feudalità, e di borghesia, poverella, e capitalismo, infelice, non arrivati a libe­ramente svilupparsi in questo paesaccio medioevale (magari!), i chiodi vanno battuti e ribattuti... e vediamo oggi nelle cose essenziali a che punto ne siamo.

« La ricchezza agraria proviene dalla terra che produce per la sua esten­sione una certa quantità di derrate aventi valori fissati dal mercato rispettivo. In ciò agisce il fenomeno prevalente della sua limitazione, ed infatti ad esem­pio nel nostro paese, prima delle annessioni del 1918, della estensione di 287 mila chilometri quadrati erano o naturalmente improduttivi o sottratti per scopi diversi alla coltura 22.600, restandone a questa circa 264 mila ossia il 92 per cento... La popolazione era in quei confini, coi dati del 1921, di oltre 37 milioni di abitanti, ossia di 130 a chilometro quadrato di territorio e di ben 141 a kmq. di superficie agraria e forestale. Noi abbiamo infatti una forte proporzione di zona di monte (oltre gli 800 a 1000 metri di altitudine) la quale nelle Alpi ha vaste distese occupate da nevi perpetue, e quivi e anche nello Appennino altre dai 1500 ai 2500 e più, suscettive soltanto, di magri pascoli e boschi. La zona di collina comprende del pari estesi tratti di lembi franosi, le pianure lembi litoranei di sabbie e dune, zone pantanose, etc. Cosicché si riduce notevolmente la parte più fruttuosa, su cui si concentra la maggior parte della nostra popolazione, con territori che alimentano 3-4-500 abitanti su un Kmq., e taluni anche 700 e 800.

« Perciò la non rara affermazione di orecchianti, dell’esservi ancora da noi estese terre suscettibili di proficua colonizzazione, va accettata con assai largo beneficio d'inventario. Certamente non mancano terre mal coltivate e la pro­duzione agraria italiana è tuttora suscettibile di aumenti. Però le cifre sue­sposte dimostrano come la quistione delle cosiddette « terre incolte » abbia una importanza molto relativa, altrimenti non potrebbe vivere da noi una così fitta popolazione ».

Anche gli orecchiantoni sanno che dal 1921 al 1949 le cifre sono mutate. Infatti su 301 mila Kmq. sono produttivi 278 mila ossia nello stesso rapporto del 92 per cento circa, mentre gli abitanti sono oramai 45 milioni, e le cifre di densità sono salite a 150 e 162, ossia del 15 per cento!

Tra i sacrifici alimentari degli anni di guerra e le pelose donazioni di der­rate agrarie in tempi di UNNRA ed ERP, pare evidente che la produttività agricola della scarsa polpa e del molto osso costituenti lo stivale abbia raggiunto qualche altro aumento di resa di cui era capace, allo stato della sua attrez­zatura. Quanto alla popolazione, essa non si sogna di fermare il proprio au­mento, che nell’anno 1948 ha passato il mezzo milione di unità, raggiungendo l'incremento relativo del 10-11-12 per mille. L'eccesso annuo dei nati sui morti passava di poco l'otto per mille al tempo delle esortazioni demografiche di Mussolini cui si attribuiscono dal bagolame odierno facoltà e potestà buone o cattive di cui fu del tutto innocente. Egli passò per colui che vietava l'emi­grazione, misura che non fu che una debole ritorsione tattica di fronte ai gran­di poteri capitalistici che batterono le porte sul muso ai lavoratori italiani. Comunque anche questa valvola di sicurezza non funzionò come in passato: tra il 1908 e 1912 l'emigrazione toccò massimi di 600.000 lavoratori in un anno, (venti per mille), dopo la guerra negli anni 1920-1924 riprese sui trecentomila ed oltre, per poi deprimersi fortemente; sembra che nell’ultimo anno 1948 sia ritornata a 137.000, ma in gran parte di temporanei (tre per mille).

Per quanto riguarda la parte di popolazione dedita all’agricoltura, essa è di circa il 25% secondo le statistiche del primo anteguerra (1911) e sarebbe oggi di almeno dieci milioni, ma va notato che trattasi di dieci milioni di unità produttive, con esclusione di ragazzi di meno di dieci anni, di vecchi ina­bili, di parte delle donne, sicché è evidente che la gran maggioranza della popolazione italiana tuttora vive dell’economia agraria. Più importante è ve­dere la ripartizione della popolazione agricola attiva, che dopo l'altra guerra si riteneva all’incirca la seguente: 19% proprietari - 8% fittavoli - 17% mez­zadri - 56% giornalieri e braccianti. Questi costituivano dunque la maggio­ranza, e deve tenersi conto che la più gran parte dei proprietari, fittavoli e mezzadri sono in condizioni economiche che confinano con la nullatenenza. E' importante notare che la proporzione degli agricoli proletari puri era più forte nel mezzogiorno che nel nord e nel centro, nelle Puglie circa il 79%, in Sicilia il 70%, in Calabria il 69%.

Questa situazione quasi originale dell’agricoltura italiana rispetto agli altri paesi d'Europa, oltre a mostrare il grave errore sociale e politico di trattarla come pre-borghese, basta a fare intendere come il problema di modifiche (mi­nime o massime) nel dinamismo delle aziende produttive sia impostato sullo assurdo quando lo si riduce artatamente a quello di una redistribuzione gene­rale o eccezionale della giuridica e personale proprietà della terra.

Non è facile passeggiare per il giardinetto delle statistiche... Nelle recenti discussioni della riforma Segni e sui contratti agrarii i contraddittori si sono scambiati l'accusa di non saperci leggere. Bisognerebbe sapere come si ma­nipolano. Al tempo della battaglia del grano il ministero dell’agricoltura chie­deva agli Ispettorati provinciali i dati della superficie messa a grano e del raccolto, mentre il partito comminava ai federali le cifre da raggiungere. Federale ed ispettore non avevano alcuna voglia né di rompersi la testa né di perdere la carica. In questo tutto il mondo è paese e tutti gli «uffici del piano » pasteggiano bugie. Che cosa possano valere poi le statistiche messe insieme oggi in Italia dalla disarticolata pletorica e ondeggiante pubblica amministra­zione, è facile intendere. Basti pensare che siamo in regime multi-partitico, e il grado di falsità nei pubblici affari cresce come il quadrato del numero dei partiti in campo.

Cifre più recenti del Serpieri, indubbiamente fonte autorevole se si con­sultava prima e dopo il risorgimento, aumentano molto il numero dei pro­prietari cui aggiungono una forte quota di usufruttuari enfiteuti e simili e dopo aver più o meno confermata la proporzione di fittavoli e mezzadri ribat­tono quella dei giornalieri e braccianti al solo 30 per cento degli agricoli.

Se si parte dai censimenti della popolazione bisogna rifarsi a quelli fa­scisti che tentarono un rilevamento corporativo-sociale delle professioni e posi­zioni economiche. Ma non è facile leggere nelle dichiarazioni il numero dei proprietari, non è facile smistare tra quelli urbani e rurali, non è facile cal­colare se per lo stesso possesso tutti i membri della famiglia del proprietario, donne e minorenni compresi, sono dichiarati agricoltori proprietari.

Se poi si risale al catasto, istituito indubbiamente con elementi esatti, si ha in mano una statistica non di individui ma di ditte. Tra queste vi sono enti morali svariatissimi, comuni, cooperative, società, e via. Restano le ditte pri­vate, ma mentre da un lato in molti casi ad un possesso ancora indiviso o di cui non è trascritta la divisione corrispondono complicate intestazioni collet­tive agli eredi familiari, non è assolutamente possibile sapere se un singolo possessore ha diverse proprietà in vari comuni dello Stato, in quanto le ru­briche dei possessori esistono comune per comune. I comuni sono 7.800 e ognuno registra migliaia di ditte. Se si volesse formare il ruolo nazionale dei possessori di terre il lavoro sarebbe tale da poter stabilire con qualche pia­cevolezza di calcolo combinatorio che gli impiegati del superufficio a ciò addetto consumerebbero una percentuale sensibile del prodotto agricolo del paese. Come nella spiritosa osservazione fatta al Fanfani-case e al Tupini-case: costruirete solo i fabbricati per gli uffici dei relativi piani.

Perciò i trattatisti migliori per spiegare il senso della statistica sulla esten­sione dei possessi in rapporto al numero di possessori, con le relative aliquote di teste, di superficie, o di valore agrario, che si prestano al solito giochetto propagandistico: l'uno per cento possiede il cinquanta per cento della terra e via via l'ottanta per cento deve dividersi appena il venti per cento della superficie, o simili, formano specchietti di paesi immaginari. Ponete il sistema della proprietà titolare del suolo, del libero commercio della terra e della trasmissione ereditaria, e non potrete avere una distribuzione diversa da quella, o tendente irresistibilmente a riprendere quella forma se ne viene allontanata da interventi estranei, sicché quella progressione allarmante del moltissimo a pochi e pochissimo a molti, da una parte è un effetto aritmetico di prospet­tiva, dall’altra è la caratteristica del civile regime della terra libera in un libero paese.

La variabilissima distribuzione del possesso agrario in Italia, in rapporto ai vari tipi di azienda organizzata presenta il ben noto quadro regionale, che talvolta avvicina a pochi chilometri il grande possesso estensivo alla minutis­sima proprietà familiare, il grande e medio podere moderno ben attrezzato alla piccola azienda di collina. La varietà della scelta da regione a regione è pacifica, se ne vuole indurre la necessità di trattare il problema tecnico re­gionalmente, ma, anche senza voler prendere sul serio la politica agraria con­tingente di oggi, si potrebbe rilevare che appunto la varietà della gamma re­gionale e le strane sue alternanze sono un motivo per combattere gli incon­venienti dei casi estremi con un programma unitario nazionale...

Sembrando pacifico che le tenute poderali di media estensione ed alto valore della Valle Padana, con la loro fiorente zootecnia e la coltura irrigua, come i poderi un poco meno estesi dell’Italia media con prevalenza di col­ture arborate di alto reddito, e non poche aziende analoghe del sud e di Sicilia, si avvicinano all’optimum di resa produttiva, non resta da affrontare il solo problema del famigerato « latifondo », ma ne restano due, quello del latifondo, che non spianteranno i poveri untorelli attuali, e quello della estrema polve­rizzazione, della minuta proprietà inseparabile dalla minima azienda, vera malattia della nostra agricoltura, causa massima di depressione, di miseria, di conformismo sociale e politico, come di dispersione incommensurabile di penosi sforzi di lavoro.

Prima di vedere per un momento i due malanni coi loro dati reali rile­viamo subito quanto sia assurdo che all’indirizzo del dominante partito demo­cristiano per il frazionamento dei possessi, per quella stupida utopia del « tutti proprietari » con la vuota prospettiva di quotizzare ai contadini poveri le terre incolte che sono quelle incoltivabili, e che ogni agricoltore magari anal­fabeta ma dotato dei rudimenti del mestiere rifiuterà anche se regalate la opposizione non sa contrapporre, neppure a fini di manovra e di sabotaggio polemico, la critica ben altrimenti fondata della dispersione della terra in ­aziende troppo minute e ferme a metodi secolari di gestione primitiva.

Tutti proprietari: prendiamo dunque i 270 mila chilometri quadrati e ripar­tiamoli tra i 45 milioni di italiani. Ognuno avrà tre quinti di ettaro, uno spa­zio che se fosse quadrato sarebbe di poco meno che ottanta metri per ottanta. Il reticolato imbecille che il regime della libera proprietà e il rilevamento geometrico catastale segnano sulla superficie della terra, misurerà 300 metri per ogni possesso, e se si volessero porre delle chiusure anche semplici il loro costo economico si avvicinerebbe al valore reale della poca terra... E non è questo che uno dei motivi di distruzione di produttività per angustia del cam­po da lavorare, che curva l'uomo alla sudata servitù della zappa.

Il ragionamento non sembri assurdo, poiché la effettiva statistica dà saggi di frammentarietà anche più spinta.

La statistica della estensione media della particella catastale, ossia della zona di terreno che non solo appartiene ad una stessa ditta ma ha pari coltura e pari classe di merito, dà naturalmente superficie inferiore a quella media della partita, insieme di particelle della stessa ditta, ma dà una migliore idea della polverizzazione nel senso di gestione tecnica. Mentre noi abbiamo sup­posto che ogni italiano abbia 0,60 ettari, ossia 60 are, vi sono province in cui la particella media è ancora minore: Aquila e Torino 35 are, Napoli 25, Im­peria 22.

Ecco quanto l'autore, che difende il regime di libero acquistò della terra ed il possesso familiare poiché « rappresenta uno stimolo efficacissimo al mi­glioramento della terra e della sua coltura colla massima utilizzazione del la­voro del proprietario e dei suoi familiari » e perché « determina miglior divi­sione della ricchezza e minor proporzione di nullatenenti e.... quanto proviene dal piccolo coltivatore possidente, a differenza della rendita e talora anche del profitto di capitalista agrario nel grande possesso, rimane tutto in paese e con­corre al miglioramento della terra e dei suoi coltivatori » — e quindi senza nessun sospetto di tendenza socialista dice dello sminuzzamento fondiario. « Allo sminuzzamento del possesso corrisponde quello analogo della cultura, di regola col lavoro del proprietario medesimo e dei suoi, il che così accentua l'insufficienza della rendita e del profitto a costituire il minimo necessario all’esistenza... La classe dei minimi possessori, come in generale tutte quelle lavoratrici, ha natalità molto elevata, onde alle eredità concorre in media un maggior numero di condividenti che non nei grandi possessi, e poi la vita me­dia di cotesti agricoli, lavoratori assidui e che non si risparmiano punto, è per necessità minore che nelle classi agiate. Sono quindi più frequenti i trapassi per eredità, le quali poi si partiscono in modo che ogni erede abbia la sua quota di terra, mancando d'altra parte di regola la ricchezza mobiliare con cui nelle classi agiate si liquidano le parti di alcuni coeredi. Per queste ragioni il piccolo possesso tende a dividersi assai più rapidamente del grande, col grave inconveniente poi che ciascun coerede pretende la sua parte di seminativo, di vigna, di uliveto etc. cosicché si formano poco alla volta appezzamenti di po­che are e perfino di metri quadrati, e possessi che ne comprendono diversi situati in punti molto lontani tra loro del territorio comunale. Si comprende subito quale enorme spreco di tempo, di energia, di lavoro determini tale pol­verizzazione ».

« Vi è anche in tal modo una vera perdita di terreno produttivo lungo 1o sviluppo delle linee di confine, la quale, a calcolarla di soli m. 0,30 di lar­ghezza per il calpestio delle persone, qualche chiusura, od altro, rappresenta nell’appezzamento quadrato di un'ara quella del 12% mentre per quello di un ettaro è solo dell’1,20 per cento. Questo moltiplicarsi delle linee di confine accresca in equal proporzione le cause di litigi per usurpazioni, violazioni di confini, rimozioni di termini, piantagioni abusive etc. nelle quali si disperde improduttivamente gran parte delle rendite dei piccoli possessori. Non per nulla la Sardegna la quale, accanto alle vaste distese di pascoli, boschi, beni comunali etc. ha pure una proprietà veramente polverizzata, è la regione più litigiosa del nostro paese. Vi sono partite fondiarie così esigue in Sardegna, da aversi nell’anteguerra il caso di esproprio fiscale per debiti di 5 lire di tasse! ». Oggi lo Stato esproprierà i nababbi?!

« L'inevitabile polverizzazione della proprietà, conseguenza dei fatti ora esaminati, può essere sfavorevole all’aumento della produzione agraria, sopra­tutto perché il piccolo possessore non può formarsi un capitale d'esercizio per la miseria dei suoi redditi. Perciò di solito gli fa difetto bestiame da lavoro e da frutto, è vincolato alla vanga ed alla zappa, anche dove potrebbe impiegar l'aratro, è restio alla introduzione di migliori attrezzi, concimi artificiali o al­tri nuovi mezzi di produzione agraria, poiché dapprima non ha come provve­derli e poi è di regola conservatore e misoneista per deficienza di cultura. Se arriva a creare risparmi preferisce comprare, a chissà quale prezzo, qualche frustolo di terra, anziché convertirlo in capitale di esercizio ».

Interrompiamo per brevità il resto del quadro, colle inevitabili indebita­zioni usurarie, la miseria, l'assenza di casa, e la descrizione delle regioni po­verissime, che abbiamo non solo in zone della Campania, Abruzzo e Calabria ma anche dell’Emilia e del Veneto in monte « che per la loro divisione di pos­sesso potrebbero dirsi paesi di vera democrazia rurale ». Democrazia infatti molto adatta ad essere cristiana, terreno ottimo di semina politica per il go­verno di oggi.

Sullo scranno dei rei dovrebbe ora sedere l'altro incolpato, il latifondo. Anzitutto va rilevato che il latifondo presenta la grande proprietà titolare ma quattro volte almeno su cinque nessuna unità aziendale o colturale, essendo smistato in piccoli affitti o piccole mezzadrie. Tutti gli stessi reati o quasi re­lativi alla polverizzazione gli si possono egualmente contestare.

Ciò che non si vuole intendere è che, abolendo eventualmente la titolarietà giuridica del possesso, non si viene a creare una unità colturale minore ed organizzata in appoderamenti produttivi, poiché persistono tutte le cause che al fenomeno del latifondo hanno dato origine. Si può solo ricadere in una pol­verizzazione, che già dannosa in terra buona, è bestiale in terra sterile e ricondurrebbe ad una condizione peggiore, e per lo più, se non si sopprime la libertà di comprare e vendere, alla ricostituzione del latifondo.

Le condizioni che hanno generato il latifondo sono complesse e non è qui il caso di approfondirle. Si parte da quelle naturali, insuperabili perché do­vute alla natura geologica dei terreni (ad esempio le vaste formazioni di argil­le eoceniche siciliane sono inadatte a colture legnose e permettono solo quella estensiva granaria; a breve distanza da queste plaghe la provincia di Messina, giacente su formazioni granitiche, e quella vulcanica di Catania, vedono pre­valere colture intensive e frazionate). Influisce il predominio della malaria dovuto al disordine idraulico di pendici montane e fiumi di pianura, la rada popolazione, e le ragioni storiche più volte ricordate, per invasioni dalle coste e e­poca sicurezza fino a tempi non remoti. Tanto poco remoti che gli stessi libera­tori e benefattori americani, appena giunti in Calabria, liquidata per ovvie ra­gioni di morale democratica la milizia forestale fascista, dettero una potente sventrata da preda bellica alle secolari foreste dell’Appennino calabro; e ag­gravarono così irreparabilmente il malanno del rovinìo delle acque non rego­late verso le disgraziate e infette bassure litoraniche. Corsero poi col D.D.T...

Economicamente il rapporto economico è definito dal fatto che il proprie­tario fondiario per lo più affida la gestione ad un affittuario capitalista specu­latore, cui basta un ridotto capitale di esercizio e che sfrutta la terra attraverso una serie di subaffitti dei pascoli a pastori e dei seminativi a piccoli coltivatori, i quali per la concorrenza « rinunziano a quasi tutto (il profitto di impresa a favore dal grande affittuario... non dimorano mai sul terreno coltivato, vi si re­cano anche da molto lontano quando lo richiedono le esigenze della coltura e dei raccolti, rifugiandosi in pagliai, caverne, grotte, oppure in stanzoni, o sotto tettoie, con le conseguenze ben note... ». Questi coltivatori sono in condizioni peggiori dei giornalieri, mentre d'altra parte non potranno mai pervenire ad organizzare, per mancanza di capitale di esercizio, una agricoltura meno estensiva.

La proposta di risolvere il problema del latifondo colle quotizzazioni for­zate è vecchissima, ed ha una serie di precedenti, che giunsero fino dai primi tempi ad alcuni casi di esproprio per mancata miglioria di terre incolte. Ma quasi sempre si ebbero insuccessi, e ciò sopratutto in periodi economicamente sfavorevoli. Non basta infatti espellere il proprietario negligente, cui tuttavia nell’attuale regime si paga sempre a carico del pubblico una forte indennità, ma bisognerebbe fornire ai quotisti non solo un capitale di esercizio ma un capitale impianti per opere che mancano e che supererebbe di molto per ogni quota il costo già pagato per l'esproprio. Occorre infatti prevedere e finanzia­re case, strade, bonifiche, acquedotti e così via, per rendere possibile il soggior­no del contadino sulla terra, e anticipare i valori di attesa della trasformazione che e a lunghissimo effetto. Un progetto Crispi si ebbe nel 1894 dopo i moti dei « fasci» siciliani, fin dal 1883 una legge per l'Agro romano aveva sancito l'odierno « rivoluzionario » principio di esproprio dei grandi terreni incolti, pas­sato poi dalle leggi Serpieri del 1924 a quella Segni di oggi. Hanno tanto osato liberali, fascisti, democristiani, ma i casi di applicazione in tanti anni si con­tano sulla punta delle dita.

Omettiamo una rassegna delle proposte legislative italiane ed estere ten­denti a mitigare invece la polverizzazione del possesso agrario, poiché non è certo nostro obiettivo proporre una riforma di senso contrario a quella go­vernativa, ma solo rilevare che i concretissimi e contingentisti tecnici delle op­posizioni non ci hanno pensato. Convinti che la rivoluzione agraria russa sia stata una quotizzazione di proprietà titolari, non vanno più oltre del proprio naso e non sanno che chiedere di spartire terre ai contadini, anche ai brac­cianti, certo, anche ai braccianti, e senza equivoco, non in gestione collettiva, ma in proprietà personale, sì, in proprietà assoluta, questa è l'ultima consegna cominformista, come dai tanti articoli dell’Unità su quistione agraria e proble­mi meridionali. Che in Russia non si sia quotizzato ed espropriato un accidente ma solo aboliti i privilegi feudali della nobiltà e del clero, sollevandoli come una cappa soffocante dalle esistenti piccole aziende rurali che, in un primo momento, non mutarono delimitazioni, e poi con dubbi successi si tentò di raggruppare in aziende più grandi, di stato o cooperative; che quindi il pro­blema storico sia tutto un altro, non dice nulla a quegli scrittori, come nulla dice loro la proporzione di monte e di piano in Russia, la densità di popolazione che è di nove abitanti per kmq. e nella Russia europea di 30 al posto dei nostri 150, il rapporto delle terre coltivate al totale che al posto del nostro 92 è del 25 per cento malgrado l'immensa pianura e a parte la Russia asiatica, e solo nelle terre nere ucraine sale al 60 per cento, la pratica inesistenza della classe dei salariati agrari non fissi, eccetera eccetera eccetera, e ciò perché questi signori non seguono più obiettivi massimali e di principio, ma si sono dati allo studio delle immediate concrete condizioni di vita del « popolo »....

Fermandoci un momento sulla proposta democristiana — facile cosa fu il profetare a spaventati grossi proprietarii che nessun mal di capo avrebbero dato loro i socialcomunisti, quando anche fossero stati al ministero, ma un certo colpo lo dovevano attendere dai democristiani — la sua vuota demagogia è del tutto evidente. Toccheremo, essi dicono, una ottantina di grandi proprietà, in Italia tutta, di plurimiliardari. Le asporteremo in parte. Si trattava di fissare i massimi... Bisognava tenere conto non solo della mole della proprietà ma anche della ricchezza che rappresenta, e per far questo pare che fissino un mas­simo non di superficie ma di imponibile catastale, che si presume sia indice del valore del fondo. Ma a parità di superficie un grande podere moderna­mente condotto può valere anche 15 volte di più di un tenimento montagnoso o pascolatorio, sopratutto in virtù della attrezzatura di impianti fissi. Non sa­rebbe giusto espropriare cento ettari dove nulla è da migliorare al posto di 1500 deserti o quasi. Ed allora due erano i criteri sul terreno giuridico, colpire le proprietà di più alto valore e quelle di minor gettito MEDIO, indice di tra­scurata coltura. I supertecnici dovevano dunque suggerire al Segni una gra­duatoria degli ottanta Cresi da macello, formata da un punteggio ottenuto moltiplicando l'imponibile totale del grande possesso per la sua estensione in ettari o, il che è lo stesso, dividendo il quadrato dell’imponibile totale per l'imponibile medio. Algebra? Algebra riformista e concretista.

Ma il criterio di scelta dei pochi ricconi da fregare importa poco. La qui­stione è che fare della terra loro tolta, sia pure in parte nel qual caso è facile prevedere che prenderanno un buon indennizzo e si leveranno dallo sto­maco lo scarto che affligge ogni grande tenimento — e come attrezzarla per renderne possibile la gestione al « libero » contadino, nella nuova democrazia rurale cristiana. Qualcuno dovrà apportare il capitale di esercizio e un capitale ancora più forte di miglioria. Questo il punto. Il contadino assegnatario singolo o collettivo non potrà farlo di certo. Lo stato rinvierà alle solite leggi speciali come quelle sul miglioramento fondiario, di scarsi stanziamenti, a disposizione dei soliti volponi, e d'altra parte lo Stato non è in grado di sovvenire, nonché nuovi investimenti di impianti nella terra, nemmeno la riparazione di quelli danneggiati in guerra. Il capitale internazionale e dei famosi fondi e piani americani tanto meno, poiché il criterio di base è di seguire cicli brevi il piano Marshall si chiude ufficialmente al 1952 — e totalmente remunerativi.

Il problema si riconduce a quistioni di economia generale e di politica mondiale. Il rimaneggiamento della proprietà titolare, anche se lo vedremo, nulla risolve. Le riforme agrarie si pongono come attuabili in periodi di pro­sperità e di offerta di capitali a tassi favorevoli e a lungo credito. Per un paese come l'Italia vi sono solo queste soluzioni. Primo. Autarchia economica, tentata dalla nostra borghesia dopo'la guerra favorevole, che vincoli il capitale nazio­nale e lo obblighi parzialmente al miglioramento agrario.. Tale eventualità, con­dizionata da autonomia politica, forza militare e solido potere interno, è stori­camente liquidata; il fascismo ne trasse certi risultati tra cui decisivo quello della bonifica pontina, tentata tante altre volte nella storia dei Cesari e papi. Secondo. Dipendenza da un potere mondiale che abbia interesse ad una forte produzione di derrate alimentari per il popolo italiano sul mercato interno, a fini commerciali o militari. Non è il caso per l'America, che specie in vista di crisi produttive conta molto sulla pianificazione della produzione di alimenti, spostata oramai dai cicli locali di consumo diretto ad un vasto movimento mondiale fecondo di profitti speculativi quanto quello dei prodotti industriali, e che in caso di guerra lancerà bombe atomiche diffondenti scatolette ai suoi mercenari. Non è nemmeno il caso per la Russia che non avrà l'Italia nella sua sfera e non ha interessi economici ad averci paesi a forte densità di boc­che, e comunque non esporta capitali ma deve importarne e gioca militarmente e politicamente a sfruttare gli investimenti del capitale di occidente ai mar­gini della guerra fredda. Non è nemmeno poi il caso se l'Italia sarà assogget­tata ad una costellazione mondiale derivata dall’intesa dei due o tre grandi, che andranno a colonizzare traverso tutti i continenti e gli oceani piuttosto che sulle ossute costole di Ausonia.

La riforma agraria oggi in Italia si basa dunque sulla propalazione di demagogiche sciocchezze, non si solleva dal basso gioco della schermaglia poli­tica tra i gruppi e gli interessi che, assicurandosi influenze sulle correnti po­polari interne, sperano vendere bene i loro servigi a mandanti forestieri.

Il ministro Segni si vanta che fabbricherà col suo famoso « scorporo » — degno termine di bassa taumaturgia dei grandissimi possessi un altro paio di centinaia di migliaia di piccoli proprietari, ossia di italici straccioni buoni per la parrocchia e la caserma e il dileggio di tutti i civili paesi capitalistici sulle due rive dell’Oceano. Egli fabbrica migliaia di ceri e di baionette nelle notti delle campagne italiche, come Napoleone in quelle di Parigi e Mussolini in quelle delle nostre città industriali poco demografiche hanno preteso di fare. Ma ammesso che riesca davvero a scorporare a polverizzare e a popolare i suoi appezzamenti, come conta di regolare il processo di trapasso e raggruppamen­to della proprietà? Che ne farà del sacro civile moderno canone del libero com­mercio della terra? Controllerà il concentramento, il « ricorporamento » di essa con limiti aritmetici da verificare ogni volta che un notaio rogherà una com­pravendita di terre o una eredità? Il solo pensiero di una simile bardatura do­vrebbe bastare a far rizzare i capelli sulla testa al più fervido fautore del « dirigismo » economico.

Credete che i socialcomunisti, pure oggi per ben altre ragioni fieri nemici dei riformatori democristiani dopo la tresca di ieri, buttino sulla faccia ai Segni l'argomento che ogni ponzamento riformistico viene a confermare che il regime capitalistico non deve essere emendato ma annientato? Ohibò! Essi gri­dano loro che bisogna riformare di più, scorporare di più, polverizzare di più, fecondare maggiormente la generazione dei demorurali che, togliendo effet­tivi alle forze rosse della lotta di classe nelle campagne, gloria della storia pro­letaria italiana, creerà falangi di elettori per le liste di governo, eserciti di coscritti per lo stato maggiore di America nell’Impresa di Russia.

La storia insegna che con capolavori di questo genere hanno sempre, i rin­negati, servito il nuovo padrone.

Non meno edificante della materia della riforma fondiaria è quella dei contratti agrari. Gli antifascisti di tutte le sfumature si presentarono con tre­mende promesse di riformismo alla presa in consegna della sciancata Italia dal­le mani del fascismo, non comprendendo che i soli tentativi possibili di rifor­mismo nel mondo di oggi sono a base politica totalitaria. Né il nazifascismo né lo stalinismo sono rivoluzioni, sono però serii riformismi ed hanno dato esem­pi probanti. Il riformismo della nuova Italia fa soltanto sudare i rinoceronti. Avevano promesso lo studio di tre grandi settori: riforma dello stato, riforma industriale, riforma agraria. Maggioranza ed opposizione, in cui si è scisso il blocco comiliberazionista di allora, con impostazioni contraddittorie ed incro­ciantisi in tutti i sensi, e col nullismo dell’attuazione, danno prova ogni giorno della loro vuotaggine e non arrivano nemmeno nell’accapigliarsi a seguire nel campo parolaio la bussola delle posizioni sociali e politiche.

Credono verbigrazia di difendere a fine di acchiappo di voti la tesi del la­voratore e danno dentro in quella del padrone, pensano putacaso di spezzare lance per quella borghese e medioborghese e tirano sassi in piccionaia.

Il contratto di affitto agrario, per cui la tesi demagogica si batte sul sem­plicismo del blocco, ossia del divieto di mandare fuori l'affittuario da parte del proprietario, nasconde sotto lo stesso schema giuridico diversissimi rapporti e­conomici e sociali. Plagiare la posizione della tesi del blocco dei fitti per le a­bitazioni che, come si potrà mostrare a suo luogo, è un'altra castroneria non significa aver dato un serio indirizzo in materia. Nel piccolo affitto si pone di fronte al proprietaria fondiario, che può dal canto suo essere un grande o un medio o un piccolo proprietario, il fittavolo, che impiega oltre a un capitale minimo e inapprezzabile di esercizio il suo lavoro materiale, ed è quindi pre­statore di opera, malgrado il fatto di versare moneta anziché riceverne: nel grande affitto di fronte al proprietario sta invece un capitalista imprenditore, che in aziende sviluppate impiega braccianti salariati, in possessi ad agricoltura arretrata subaffitta a piccoli coloni. Piazzare le batterie a difesa di costui anzi­ché contro di lui è un errore spaventoso, un suicidio dei partiti operai sia pure moderati, un rinnegamento delle storiche lotte di classe dei lavoratori agricoli italiani che nei fasci di Sicilia si gettavano contro il gabelloto, versuriero, mer­cante di campagna, autentico e sporco borghese, e prima ancora, in Polesine, nel 1884, sorsero contro agli imprenditori al famoso grido di battaglia: La boje! — La bolle e deboto la va de fora e sempre, come del resto anche oggi mal­grado la bassezza dei capi, contro i moschetti del democratico nazionale stato italiano.

Il capitalismo agrario italiano ha molto speculato, sia pure a danno del proprietario, borghese quanto lui, ma dalle unghie meno artigliate, sul prote­zionismo ai fitti agrari di una legislazione fatta senza capire un accidente. Esempio i celebri decreti Gullo che dimezzarono il canone dei cosiddetti con­tratti di affitto a grano. Cosa è questo contratto? Il canone di fitto al proprie­tario normalmente è pagato in denaro. Può essere però convenuto in derrate nel senso che il fittavolo consegna ogni anno una data qualunque sia il pro­dotto lordo, e siamo perciò sempre nel caso dell’affitto e non della colonia par­ziaria quantità di una o più derrate. Per tal modo il proprietario si mette al sicuro dalle oscillazioni del valore della moneta e dello svilimento reale del suo reddito che segue al generale aumento dei prezzi, come dopo le guerre. Ma a molti proprietari non fa comodo ricevere derrate dato che, trattandosi di gran­de affitto, si tratterebbe di una ingente massa di mercanzia non facile a tra­sporto, conservazione etc. Volendo egualmente porsi al sicuro dai mutamenti di valore della moneta si stabilisce che il canone sarà pagato in danaro, ma in una somma non fissa, bensì corrispondente al corso dell’annata di un prodotto con­venzionale grano, risone, canapa, per lo più di quelli ufficialmente quo­tati con prezzi di stato, in una data quantità riferita alla estensione del fondo. Si sente dire che si è affittato a quattro quintali di grano per ettaro, ma non solo il fittavolo non consegnai grano, quanto può perfino non aver coltivato e raccolto un chicco di grano, esercendo a zootecnia o a semina di altre piante. Si poteva allo stesso fine pattuire il fitto in dollari o in libbre di oro, pure es­sendo sicuro che non si è trovato ancora l'albero che dà questi frutti. Ebbene; dimezzando questo canone nessun contadino lavoratore guadagnò nulla, poi­ché per la stessa sua natura il sistema non si applica quasi mai al piccolo affitto, e incassarono milioni imprenditori agricoli molto più ricchi dei loro pro­prietari e talvolta proprietari essi stessi di immobili urbani e agrari immensi. Questo semplice rapporto i Soloni di oggi è da credere che ancora non l'ab­biano capito.

Nel caso della mezzadria si sono da un lato spezzate tutte le lance popola­resche a favore dei mezzadri, senza tener conto che anche tra questi ve ne sono che tengono personale salariato, con figure di datori di lavoro. Per difenderli si è voluta aumentare la quota di prodotto del mezzadro. Ma i contratti di co­lonia parziaria sono in Italia a tipi svariatissimi secondo le colture, con varie quote di riparto e diversi oneri di anticipazioni spese e tasse per i contraenti, sicché si è creato un peggiore guazzabuglio. Da sinistra ad un certo punto si tuonò che questa forma di contratto deve sparire perché di tipo feudale. Siamo sempre lì, al concetto che il partito proletario e socialista non sia fatto per vol­gere a mezzo di carezze o di nerbate è altra quistione il capitalismo in socialismo, ma per vigilare che il capitalismo non ridiventi feudalismo. Dun­que non per svergognare ma per lodare il purificato idolo capitalistico... Co­munque l'argomento, falso in principio, è falso anche in fatto. « Il contratto di mezzadria è di origine antichissima e proprio di tutti i paesi di cui imperò il diritto romano, onde è particolarmente estero da noi e altresì nella Francia e nei paesi iberici... » Si sviluppò molto dopo la liberazione dei servi della gleba e in Italia fin dal XIII secolo... Se poi la mezzadria conferisca o meno allo svi­luppo tecnico agricolo e come influisca sui vari tipi di coltura è problema assai complicato; socialmente importa il punto che anche il mezzadro va visto non solo di fronte al proprietario terriero, ma in contrasto col lavoratore proletario; allora è un datore di lavoro, un borghese, un nemico; e trovi qualche altro per farsi fare le leggi a favore, che poi crede di fargliele a favore e senza volere lo frega... dopo averlo pigliato a vanvera vuoi per servo della gleba vuoi per compagno proletario.

Un altro grido all’avanzo feudale, un altro dagli all’untore, è venuto fuori quando i democristiani hanno proposto l'adeguamento dei canoni enfiteutici. Il rapporto di enfiteusi si ha quando il proprietario riceve un canone fisso per­petuo dall’esercente della terra, e non può mandarlo via né chiedere aumenti, anzi è l'enfiteuta che può riscattare pagando in moneta venti volte il canone quando lo creda. Il diritto si trasmette e si vende come quello di proprietà. Che accidenti ha a che fare col feudalesimo questo rapporto strettamente mercan­tile? E' vero che alcune legislazioni borghesi nascenti vollero sopprimere que­sta forma insieme a tante altre feudali, ma « l'enfiteusi sorse nei tempi del bas­so impero dalla trasformazione graduale delle concessioni di terre pubbliche sotto forma di vectigal, cioè a perpetuità al colono coll'obbligo di coltivarle e pagare un canone, ecc. ecc...».

Comunque questa del chiodo feudale può essere una svista storica da fobia infettiva, ma la svista più grossa è quella del riformatore che non vede che i benefizi vanno nella tasca opposta a quella che gli preme. I sinistri socialco­munisti votando contro l'aumento del canone in rapporto da uno a dieci erano convinti di fare azione a favore di una massa di contadini lavoratori che sono debitori del canone o livello verso grossi proprietari. Vi sono di questi casi, ma gli enfiteuti non sono che poche migliaia, e invero i canoni sono così bassi che in via di relativismo economico erano in effetti dei privilegiati in confron­to a ogni altro tipo di amministrazione agraria, sicché il nuovo onere non è cer­to proibitivo. Ma nella più parte dei casi sono dei proprietari che posseggono altra terra a titolo di enfiteusi e la gestiscono in fitto o colonia come il restante. Il basso canone enfiteutico va a comuni, enti di assistenza, o comunità religiose, che hanno visto in molti casi annullata la loro rendita dalla inflazione. Se fosse stato possibile bloccare il logico decreto del governo, la gran massa dei cano­ni che da quest'anno saranno pagati in più sarebbe andata nella tasche pro­prio della classe dei proprietari terrieri, cui invece si vuole fare il dispetto, che si vuole mortificare e colpire come ceto retrivo e parassitario...

Questi tecnicismi, riformismi, legislativismi, che si sono tanto vantati della loro oculata lungimiranza di fronte alla nostra cieca fedeltà ai principi massimi, dimenticano un solo particolare, di avere i globi visivi dietro la nuca, per non localizzare più sgarbatamente.

Scocciano da trent'anni che si son dati a scrutare i problemi concreti, ma in tutti i casi fanno la figura di questo; non sanno ad esempio quanti grossi possessi estensivi meridionali sono sorti accumulando quote enfiteutiche com­prate a basso prezzo dai poveri contadini, e quanto comodo faceva ai proprie­tari che il canone si pagasse ancora in lire del primo anteguerra talvolta ancora annotato in frazioni di lira. Ogni modesto praticante di estimo agrario portava fin dai primi tempi in conto questo prevedibile adeguamento dei ca­noni. Tutti prodotti del civile regime della libertà della terra, tutti effetti che andranno così finché non salti il libero baraccone del capitalismo borghese.

Il gran ciarlatano di questo, dalle acque del Potomac, consacrò tutte le li­bertà. Una dimenticò di enunciarne, ma i suoi seguaci allievi ed alleati ben de­gni la praticano con larghezza, con entusiasmo, e quel che è peggio non poche volte con deliziosa buona fede: la libertà di fesseria.

* * *

Invece del riepilogo delle puntate precedenti fin qui pubblicato, riportiamo una riduzione dello svolgimento in


 

Tesi

1. Nelle rivoluzioni sociali una classe toglie il potere alla precedente quando il contrasto tra i vecchi rapporti di proprietà e le nuove forze produt­tive conduce ad infrangere i primi.

2. La rivoluzione borghese, allorché le scoperte tecniche ebbero imposto la produzione in grande e l'industria meccanica, abolì i privilegi dei proprietari feudali sull'opera personale dei servi e i vincoli corporativi al lavoro manuale, espropriò in larga misura artigiani e piccoli contadini, spogliandoli del possesso del loro sito e dei loro arnesi di lavoro e dei prodotti della loro opera, per tra­sformarli, come i servi della gleba, in proletari salariati.

3. — La classe degli operai salariati lotta contro la borghesia per abolire, con la privata proprietà del suolo e degli impianti produttivi,, quella dei pro­dotti dell’agricoltura e dell’industria, sopprimendo le forme della produzione per aziende e della distribuzione mercantile e monetaria.

4. La rivoluzione borghese al posto delle gestioni comuni della terra agraria e della distribuzione di essa in circoscrizioni feudali istituì il libero commercio del suolo, facendone un processo borghese conseguibile non per na­scita ma con danaro, al pari di quello delle aziende industriali e commerciali.

L'ordinamento borghese nel campo agrario, come in tutta Italia, è nel Mez­zogiorno pienamente compiuto. La pretesa esigenza di una lotta contro privilegi baronali e feudali costituisce una deviazione totale dalla lotta proletaria di classe contro il regime e lo stato borghese di Roma.

5. La disciplina giuridica applicata dalla classe capitalistica all’acquisto e al trasferimento dei suoli, aboliti i vincoli feudali, fu presa dal diritto romano, reggendo colle stesse norme formali la piccola proprietà contadina ed il grande possesso fondiario borghese.

I problemi dell’agricoltura italiana non sono risolubili con riforme giu­ridiche della distribuzione titolare dei possessi, ma solo con la lotta rivoluzio­naria per abbattere il potere nazionale della borghesia, per eliminare il dominio del capitale sull'agricoltura e la polverizzazione della terra, forma miserrima di sfruttamento di chi la lavora.

 

VI. La proprietà cittadina

6.      Il capitalismo e la proprietà urbana.

La sistemazione dei rapporti economici e di diritto che si riferiscono ai fab­bricati e ai suoli urbani nell’epoca del capitalismo moderno può sembrare di peso generale inferiore a quello rappresentato da una parte dal settore agricolo, dall’altra dalla produzione industriale.

A parte la considerazione che il volume del movimento economico rappresen­tato dalla gestione dell’abitazione non è trascurabile poiché rappresenta una fra­zione abbastanza alta del bilancio di ciascuna famiglia della media popolazione (in Italia in tempi normali e per determinati strati sociali perfino più di un quarto), la quistione risulta molto interessante, poiché il suo esame consente di delucidare in modo molto espressivo il gioco di elementi e di relazioni economiche fondamentali per intendere lo svolgimento odierno del capitalismo, specialmen­te per la distinzione tra i rapporti di proprietà titolare e patrimoniale, che in certo senso rappresentano la statica della economia privata, e i rapporti di ge­stione e di esercizio, di entrata e di uscita continue che ne costituiscono la dinamica.

Per l'ordine dell’esposizione facciamo cenno dell’origine storica del pos­sesso urbano privato, argomento meritevole di lungo studio ed esposizione.

Il processo è ben diverso da quello che condusse alla definizione e limita­zione dei possessi agricoli. Quando le tribù nomadi si fissarono su terre feraci si passò in vario modo dal godimento e dalla coltura in comune alla indivi­duazione di campicelli singoli e familiari. Attraverso innumeri rivolgimenti e sconvolgimenti si pervenne al classico e ben codificato sistema romano, indi a quello feudale, finché, come abbiamo trattato nel quarto e quinto capitolo, con la vittoria della borghesia il suolo agrario divenne commerciale e la disciplina giuridica fu di nuovo copiata su quella romana.

Le vicende dell’abitazione non possono identificarsi con quelle del campo agrario. L'antico nomade o seminomade, cacciatore, pescatore, raccoglitore di frutto spontaneo, poi primordiale coltivatore, porta con sé la sua abitazione, carro, tenda di pelle, o facilmente la improvvisa nella rudimentale capanna o in naturali spelonche.

Col formarsi degli stabili poderi agrari privati, la popolazione dedita alla coltura si costruisce per lo più da se stessa le primitive abitazioni fisse cam­pestri; fino ad oggi queste vanno trattate, dal punto di vista fondiario come da quello della gestione produttiva, alle stregua di impianti agricoli di cui l'opera umana ha arredata lungo i secoli la nuda terra vegetale. Vogliamo invece qui seguire il sorgere dell’abitazione urbana.

E' palese che i primi agglomerati di fabbricati stabili non sorsero per dirette esigenze della tecnica produttiva non agricola, essendo in epoche meno svi­luppate la iniziale manifattura ben compatibile con lo sparpagliamento della popolazione e l'utilizzazione dei margini giornalieri e stagionali del tempo dell’agricoltore. Più quindi che le prime forme dell’artigianato e della fabbri­cazione di prodotti non naturali, furono le esigenze della organizzazione sociale politica e militare a determinare il primo sorgere delle città. Può dunque ri­tenersi che l'area urbana nacque in un regime collettivo, e solo dopo si spezzò in domini singoli, corrispondendo alle necessità di amministrazione, di difesa, di dominazione, in rapporto a masse sparpagliate o a turbe di invasori, e appartenendo quindi tutta la cinta urbana al re, al tiranno, al capitano militare, alle prime forme di stato, alcune volte ad associazioni sacerdotali. ciò vuole dire la tradizione parlando di Romolo e Remo che tracciano la cinta delle mura di Roma trasformando il primo utensile rurale, l'aratro, in macchina edilizia. Influirono poi le esigenze di difesa fortificata; la polis greca aveva nel suo cuore l'acropolis o cittadella; uno dei termini latini per indicare la città è oppidum, che significa luogo fortificato, mentre civitas più che indicazione topografica è termine giuridico per designare lo Stato.

Nello stesso periodo romano, con l'ingrandire della città in cinte sempre più vaste di mura, col sorgere di una classe dominante di patrizi proprietari di vaste tenute agricole e di numerosi schiavi, si ebbero le aedes e le insulae pri­vate ed anche un frazionamento della proprietà urbana tra abitazioni dei ceti inferiori. Lo Stato tuttavia, repubblicano o imperiale, conservò su tutto il com­plesso urbano uno stretto controllo, dimostrato dalla grande importanza della magistratura degli edili; fino all’altro riflesso tradizionale che ci narra di Ne­rone, invasato da progetti grandiosi di rinnovamento urbanistico, che non avrebbe esitato dinanzi al mezzo radicale di dare alle fiamme i quartieri dell’urbe.

Nel medioevo lo sviluppo dei grandi centri ebbe un rinculo rispetto ai fa­sti delle capitali asiatiche e classiche. Sorsero i manieri feudali, attorno ad essi o ai loro piedi si aggrupparono i borghi, alloggio prima di servi e di domestici, indi a poco a poco di maestri artieri e di mercatori indipendenti.

E' con la borghesia moderna che nascono e ingrandiscono le città. Esse, superando ogni considerazione di difesa militare dei poteri signorili o dinastici, abbattono e travalicano le anguste cinte di mura e di bastioni, e si dilatano a formare gli enormi agglomerati contemporanei, entro la cui cerchia sono am­massati in opifici e stabilimenti giganteschi i milioni di lavoratori che la mo­derna tecnica produttiva ha concentrato.

Una tesi fondamentale marxista è la stretta relazione fra il dilagare della produzione industriale e dell’economia borghese e l'imponente fenomeno so­ciale dell’urbanesimo. « La borghesia ha assoggettato la campagna alla città: ha creato città enormi aumentandone immensamente gli abitanti in confronto di quelli delle campagne; così una parte considerevole della popolazione è strappata all’ignoranza della vita rustica » (Manifesto).

Forse è stata l'Italia, seguita dai Paesi Bassi, a dare i primi esempi, sul fi­nire del medioevo, di grandi città di tipo moderno. I grandi palazzi, e gli im­ponenti complessi di case civili, non portano solo i nomi e gli stemmi delle grandi famiglie gentilizie, ma appartengono a ditte formate da gente plebea che ha accumulato nelle banche, nei commerci, nella navigazione i primi gran­di capitali, e già ne investe una parte notevole nell’edilizia urbana, mentre i più importanti maestri artigiani si fanno padroni dello stabile che alloga il loro laboratorio, come lo fu il bottegaio di Roma della sua taberna.

Diffusosi il capitalismo moderno in altri stati, vi sorsero o città industriali giovani e nate borghesi come Manchester o Essen, o grossi agglomerati peri­ferici delle storiche capitali che dopo la caduta degli antichi regimi aumenta­rono a dismisura il numero dei loro abitanti, divenendo le grandi Parigi, gran­di Londre, grandi Berlino di oggi; mentre oltremare altre città borghesi si fondavano, spoglie di quartieri storici, riconoscibili nella planimetria dal mo­notono reticolato ortogonale, segnate dallo standard di questo tempo mercan­tile e dalle leggi disumane della corsa al profitto.

Quanto al meccanismo giuridico, quello dei codici romani e giustinianei, come si prestò assai bene per la conquista da parte del capitale del suolo agra­rio, servì nei codici dei nuovi poteri borghesi a disciplinare egregiamente il possesso l'acquisto e il trapasso dei beni urbani, sia quanto a fabbricati esi­stenti sia quanto a suoli disponibili per l'edificazione. Una particolare discipli­na legale servì allo smistamento dei diritti dei singoli privati su edifici di­stinti in proprietà singole di piani o di appartamenti, con l'istituto del condo­minio per parti divise. Se la speculazione capitalistica dei nuovi padroni della società ebbe sviluppi di vasto raggio nell’investimento in tenute agricole e nella loro trasformazione secondo le nuove richieste del consumo ed utilizzando i nuovi mezzi e forze produttive, esercitazioni ancora più clamorose essa riu­scì a compiere ovunque col « libero » commercio dei suoli edificatori e la con­tinua esaltazione del loro valore che nel vecchio e nel nuovo mondo raggiunse quote iperboliche.

Benché le stesse regole di diritto dicano come si deve svolgere il mercato dei suoli agrari e dei suoli urbani, stabilendo l'equivalenza fra il valore im­mobiliare fondiario e la somma di numerario in cui si converte, nella realtà economica i due fatti sono diversissimi.

Si attribuisce alla terra agraria un valore spettante al proprietario giuri­dico, restando immutato il quale corre il gettito annuo continuo di una rendita fondiaria. Le scuole economiche conservatrici hanno ritenuto, da quella fisio­cratica, che voleva, in difesa del regime feudale, fare l'apologia della forza produttiva della terra in contrapposto a quella della manifattura e dell’indu­stria, il concetto di una produttività base della terra, sia pure la meno attrez­zata, che senza e prima dello sforzo di lavoro elargisce un prodotto. Le miglio­ri colture rese possibili dall’apporto di ulteriori investimenti di lavoro sotto forma di impianti e costruzioni diverse ed anche di periodici interventi con dissodamenti concimazioni e così via, aggiungono, per l'economia ufficiale, a quella rendita base, un nuovo gettito che costituisce il profitto dell’impresa agraria.

A parte la diversa posizione marxista della quistione — per cui, come ab­biamo visto, la terra non ha una forza produttiva di per sé ed è uno strumento di lavoro — la rendita fondiaria non può oltre certi limiti elevarsi rispetto alla data estensione del terreno e al tempo del suo ricavo. Le stesse grandi migliorie fondiarie, nel presente meccanismo economico, se permettono di aumentare notevolmente la produzione di derrate, esigono tuttavia l'investirsi di capitali ancora superiori al valore fondiario base ed impongono attese lunghissime e perfino sospensioni di rendita che si devono portare al passivo in uno agli in­teressi del capitale investito. Quindi in regime capitalistico i suoli agricoli possono aumentare di valore ma entro limiti abbastanza ristretti. La trasfor­mazione agraria, che interesserebbe moltissimo per il benessere comune, fa ra­ramente comodo alla borghese classe dominante, e non raggiungerà un grande sviluppo che dopo la fine del capitalismo.

Ben altri fenomeni determinano il mercato dei suoli urbani e di tutto quan­to sopra essi si eleva. Nella produzione agraria abbiamo un certo equilibrio fra la sua importanza come patrimonio di colui che su di essa vanta il titolo, e come contributo alla produzione: i regimi terrieri non erano i più predatori. Nell’economia industriale abbiamo che, restando limitati i valori patrimoniali titolari, si esalta enormemente il valore dei prodotti e la massa del profitto.

Sarà svolgimento di questa indagine portare in luce la modernissima ten­denza ad un capitalismo senza patrimoni ma con altissimi profitti. Ma ritor­niamo al nostro suolo edificatorio e troveremo un esempio di un massimo di patrimonio concentrato su di una estensione piccola completamente inerte, ove non cresce una pianta di insalata e non si investe un'ora di lavoro umano. Finche il suolo non sarà venduto per costruzione, non vi è alcun bilancio di gestione o di esercizio, non occorre alcun capitale mobile. Non si pagano neppure impo­ste, finché appunto non fu istituita quella « patrimoniale ». Questa voleva co­stituire una moderata confisca parziale di patrimoni privati, ma in realtà viene pagata anch'essa attraverso i vari redditi delle classi abbienti e nel caso del nostro lotto per costruzioni non è che minima sottrazione all’incessante au­mento di valore patrimoniale e venale, di regola assai più forte di quello di un patrimonio monetario cui si lasciassero aggiungere gli interessi.

Ora questa speciale forma di arricchimento delle classi borghesi non è che un aspetto dell’accumulazione primitiva del capitale, che parte dal depaupera­mento e dalla cattura nei gorghi dell’urbanesimo industriale, imposti ai piccoli produttori liberi contadini o artigiani ridotti a proletari nullatenenti. Si tratta di un fatto sociale; attraverso il concentrarsi nei limitati spazi urbani di masse di forze produttive, che vanno dall’uomo alle macchine e alle complesse attrez­zature moderne, condizione base dell’enorme profitto che l'industria offre al padronato è la disposizione di aree in quelle zone privilegiate per allogarvi opifici, uffici, abitazioni per le masse dei salariati. E' dunque possibile che nel mercato di queste aree somme sempre più alte corrispondano alle stesse esten­sioni di suolo, e l'unità commerciabile non è più l'ettaro o l'acre ma il metro o il piede quadrato.

L'evoluzione del complesso organismo urbano si svolge in direzioni che tutte conducono ad aumentare il costo del suolo edilizio. Col progressivo au­mento dell’intensità del traffico nelle strade, sebbene l'aumentata velocità dei mezzi meccanici faciliti il passaggio di un maggior numero di persone e vo­lume di merci nel medesimo tempo, s'impone l'allargamento delle strade, e ad ogni trasformazione le isole fabbricate diventano più piccole. Nello stesso tempo il progredire della tecnica consente di aumentarne l'altezza, e quindi sulla stessa area si ha maggior numero di ripiani di ambienti e di abitatori. Aumentati così lo sfruttamento e la utilità del suolo, ne aumenta il prezzo che il proprietario pretende se lo aliena. Con i criteri della vigente economia si stima il valore di un suolo edificatorio calcolando quale sarà la rendita del massimo edi­fizio, si deduce la spesa per eseguire la costruzione, la quale risulta in generale inferiore al valore, precedentemente detto, dell’edifizio. La differenza è un pre­mio che compete al proprietario del suolo, è un valore fondiario, di natura di­versa da quello degli immobili rurali, che tuttavia genera una rendita anch'es­so quando il padrone del suolo resta padrone dell’edifizio.

Per chiarezza notiamo che nella locazione per abitazione delle case costrui­te non figura o risulta alcun profitto di intrapresa comparabile a quello dello affittuario agricolo che passa un canone al proprietario del fondo e provvede poi all’esercizio e alla coltura di esso, restando padrone del prodotto.

Non è comparabile economicamente all’affittuario intraprenditore agrario l'impresa che ha costruito l'edifizio; questa viene soddisfatta nel suo avere e scompare dal rapporto: quando abbiamo parlato di calcolo della spesa di co­struzione abbiamo considerato compreso in essa l'utile dell’impresa edilizia ed anche gli interessi commerciali spettanti al capitale liquido rimasto impegnato per il tempo della costruzione. In tutti questi processi economici le varie figure possono coincidere nella medesima persona, ma bisogna ben distinguerle per decifrare i processi che studia il determinismo economico. Così nell’agricol­tura non sempre si distingue il proprietario fondiario, il fittavolo intraprendi­tore, il lavoratore manuale salariato. Il grande agrario coltivatore diretto riu­nisce le prime due figure in sé; il piccolo colono le ultime due, il piccolo pro­prietario contadino tutte e tre. Similmente nella proprietà edilizia il possessore di un suolo può costruirvi la casetta che abiterà, se non colle sue mani, per lo meno col sistema « in economia », e spendendovi denaro proprio: costui sarà non solo proprietario, ma insieme banchiere, impresa costruttrice, locatario di se stesso.

Vedemmo già che un testo marxista ricorda come in Inghilterra l'indu­striale spesso non è proprietario della fabbrica. In altro testo, del quale tra poco ci occuperemo assai ampiamente, è perfino rilevato che il proprietario della casa può non essere proprietario del suolo su cui è costruita. De­terminati ordinamenti giuridici rendono infatti possibile la concessione di costruire sul suolo, il cui proprietario riceve un canone dal costruttore e possessore della casa. Simili forme molto interessanti, diciamo di passaggio, vanno diffondendosi per costruzioni ed impianti fatti a loro spese da privati speculatori su suoli non loro, ma demaniali, ossia di proprietà di Enti pubblici (comuni, province, stati), si ha così la concessione, istituto che sta esten­dendosi notevolmente, tipo di capitalismo senza proprietà.

Il senso del movimento economico del moderno tempo capitalistico è nella distinzione, separazione, sceveramento tra le figure economiche di un ciclo di produzione-consumo, e non nella loro sovrapposizione e confusione. Non solo questa è una tesi obiettiva fondamentale, ma va accompagnata all’altra per cui questo senso di sviluppo del mondo capitalistico è quello che noi marxisti, suoi implacabili avversari rivoluzionari, accettiamo e sviluppiamo come base del trapasso alla economia collettiva.

Riprendendo quindi l'edifizio testé costruito e appartenente a un titolare privato, e dopo aver visto come sorge e si trasmette nell’ordine presente la sua titolarità patrimoniale, esaminiamone l'esercizio e la gestione. Premettiamo tuttavia un concetto di economia urbanistica importante. Il patrimonio fondia­rio rurale è in un certo senso perpetuo poiché nel ciclo di esercizio la terra riproduce fisicamente la sua produttività base, a differenza per esempio di un giacimento minerario di cui si può calcolare l'esaurimento. Il fabbricato ur­bano invece non è eterno. E' solo la letteratura che canta « exegi monumentum aere perennius », elevai un monumento più eterno del bronzo; ed anche i co­lossi edilizi di tempi passati hanno una vita, sia pure lunga, deperiscono e muoiono. Il normale fabbricato per abitazioni ha per diverse ragioni un limi­tato ciclo di vita. Da una parte il tempo ne logora le strutture, avvicinandole al cedimento e alla rovina, dall’altra il tipo di abitazione si trasforma col pro­gresso della tecnica, deve soddisfare nuove esigenze e lo fa talvolta con dispo­sitivi meno costosi degli antichi. Come ricorda anche il testo cui ci riferiamo avviene ad un certo punto che il fabbricato vale economicamente meno del suolo che occupa, essendo le sue abitazioni meritevoli di bassi canoni, ed essendo cresciute le spese di esercizio. Il ciclo di vita di un fabbricato urbano per case di abitazioni può essere assai variabile, per dare un esempio che contrap­pone poveri a nababbi, vinti a vincitori, sarà a Napoli di 300 anni, a Nuova York di 30.

Il proprietario del fabbricato trae le sue entrate dalle pigioni o canoni di locazione che versano periodicamente gli inquilini. Tale gettito non è affatto eterno e costante, e non è per intiero a disposizione del padron di casa. Ad es­so, che suol chiamarsi rendita lorda, si oppongono una serie di uscite: spese per la custodia del fabbricato (portiere), per la illuminazione e pulizia dei passag­gi comuni agli inquilini (androni, scala ecc); spese di manutenzione delle parti che vanno in logorìo, spese generali per l'amministrazio­ne e varie. Nei casi normali occorre aggiungere una quota media di sfitto o di pigioni non incassate. Ed infine per provvedere al depe­rimento del fabbricato occorre accantonare la così detta quota di ammor­tamento, ossia una annualità periodica tale che messa a risparmio possa accu­mulare alla fine dello stabile la somma da spendere per ricostruirlo a nuovo. Sommate tutte queste spese e dedotto il loro importo dall’entrata lorda, dedot­te altresì le tasse che si pagano a pubblici enti, rimane l'effettivo reddito netto che il proprietario è libero di godere. I correnti estimatori traggono la cifra del valore patrimoniale dello stabile da quella del capitale che ai vigenti tassi di interesse riprodurrebbe la rendita netta. Una analisi più approfondita mo­stra che tale procedimento incorre in molte inesattezze perché implicitamente ammette la costanza in avvenire di molte condizioni che in effetti sono mu­tevoli.

Abbiamo ricordato tutto ciò per mostrare con un facile confronto le dif­ferenze economiche e sociali tra l'azienda che ha in gestione il proprietario di case, e le generali aziende produttive dell’agricoltura e dell’industria. Queste basano la loro entrata di esercizio sul realizzo di prodotti che di continuo ge­nerano e portano a vendere sul mercato. Con tale entrata lorda soddisfano le varie spese tra cui vi sono due categorie importantissime, che per il proprie­tario di case sono praticamente assenti: acquisto di materie prime da manipo­lare; remunerazione di lavoro salariato. Quindi il rapporto della locazione di casa manca di questi tre elementi: produzione di merci, salario, acquisto di materie prime. Vi è in realtà un logorìo e un consumo della casa, ma è piccola frazione del bilancio annuo, minima della consistenza patrimoniale, e vi provve­dono gli indicati accantonamenti economici. Invece nell’industria quelle tre partite (prodotti, salari, materie prime) non solo rappresentano la parte pre­ponderante del bilancio annuo, ma possono raggiungere cifre più elevate, in certi casi, dello stesso valore di patrimonio degli impianti, pure avendo prov­veduto nel ciclo a conservarlo intatto. Nel diritto e nell’economia comune av­viene tuttavia per la locazione di case un regolare e contrattuale scambio di prestazioni e di valori, come accade quando si danno delle monete contro un pezzo di pane. Che cosa ottiene l'inquilino in cambio del suo danaro? Non cer­tamente qualcosa che possa asportare o consumare distruggendola. Nel lin­guaggio del codice borghese egli ottiene l'uso della sua abitazione, e lo paga ai prezzi correnti per unità di tempo. Adunque il locatore vende all’inquilino semplicemente l'uso, il possesso della casa, il diritto di entrarvi e restarvi. Ve­dremo subito come questo scambio nell’economia marxista è considerato uno scambio commerciale, tra equivalenti, in cui può bene una delle parti danneggiare l'altra perché tutto il commercio borghese è una rete d'imbrogli, in cui è sempre probabile che sia il più abbiente a farla al più povero. Ma non vi è applicazione di forza lavoro alla trasformazione di materie e quindi non è questo un settore del campo in cui si genera, acquistando la particolare merce che è la forza umana di lavoro, la formazione di plusvalore e il profitto ca­pitalistico.

Nella presente meccanica dei rapporti tra contraenti, queste peculiarità del rapporto locativo producono sensibili disparità pratiche e giuridiche. Esse si riducono al fatto materiale che il produttore agricolo o industriale tiene bene in pugno la sua merce e per fargli allargare le dita occorre di norma cavar fuori il danaro. Quella particolare merce che è il possesso della casa, anche se vogliamo chiamarlo un prodotto, sta nelle mani non del padrone ma dell’inquilino: se questi non paga ci vuole un complicato meccanismo giudiziario-poliziesco per metterlo fuori. E su ciò che si basano le baggianate e la dema­gogia della borghese legislazione sulle case in tempi di emergenza, e il suo sfruttamento da parte di partiti popolareschi e pseudo-socialisti. Prima tuttavia di delucidare questo punto ci corre l'obbligo, per illustrare la nostra tesi che il rapporto di locazione non è un rapporto capitalistico, di provare in primo luogo di non aver detto una eresia né una fesseria, in secondo luogo di non aver scoperto proprio nulla di nuovo.

Lenin, nel suo scritto cardinale « Stato e Rivoluzione » cita largamente le più note opere di Federico Engels come « Origine della proprietà della fami­glia e dello Stato » e « La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring », ma al capitolo IV si riferisce ad un lavoro dello stesso scrittore, molto a torto meno noto e meno adoperato nella propaganda socialista. Il titolo del lavoro è « La quistione delle abitazioni ». Lenin si serve di quanto Engels dice sul programma dei comunisti in materia di alloggi per porre con l'abituale perspi­cuità in evidenza il compito dello Stato nelle mani del proletariato, le ana­logie e le differenze che corrono tra questo Stato di domani e l'attuale Stato della borghesia quanto alla loro forma e quanto al contenuto della loro atti­vità. La preoccupazione di Lenin è di pervenire a due solidi caposaldi. Primo: lo stato che uscirà dalla rivoluzione è una macchina nuova e diversa che si formerà dopo avere abbattuta ed infranta quella dello stato attuale; secondo: le funzioni di questa nuova macchina di potere e il suo intervento di classe nel corpo della vecchia economia si svolgeranno in modo da non dare a temere (come liberali e libertari insinuano) che sul nuovo potere si edifichi una nuova forma di sopraffazione, di sfruttamento sulle masse da parte di una cerchia di privilegiati. Il problema se finora la storia abbia dato conferma alla co­struzione dottrinale marxista e leninista anche in questo punto, non può es­sere sicuramente abbordato senza una completa chiarezza nella indagine po­sitiva sui rapporti economici e sociali di oggi. Il campo del settore abitazioni serve mirabilmente ad Engels e Lenin per far misurare l'abisso che corre fra le soluzioni proprie della critica rivoluzionaria marxista, e quelle smerciate o dai puerili utopismi, o dai riformismi legalitari e anticlassisti.

Lo studio di Engels porta la data del 1872 e raccoglie tre articoli pubbli­cati nel Volksstaat di Lipsia, che l'autore riunì con una prefazione del 1887. Engels li scrisse in replica a scritti di un certo Mülberger ospitati nella stessa rivista e completamente deviati dalla linea marxista in senso proudhoniano. Engels ne trae occasione per una critica della posizione piccolo-borghese del Proudhon, posizione che sotto vari nomi, prima e dopo di allora, incessan­temente riaffiora e insidia la direttiva marxista. Si tratta di una esposizione condotta con mano di maestro nella quale, come sempre in Engels, stupisce la sicurezza teoretica accompagnata alla chiarezza cristallina dello svolgimento e della forma. Forse la letteratura marxista non possiede, per il settore della produzione agraria, un testo completo e sistematico, come questo che definisce ed esaurisce l'argomento della proprietà urbana. E pure l'impareggiabile uomo che era Engels tiene a chiarire, quasi scusandosi, che nella distribuzione del lavoro tra Marx e lui, perché il primo potesse dedicarsi tutto alla sua opera massima, toccava a lui, Engels, sostenere il loro indirizzo nella stampa perio­dica; ed aggiunge che egli ha voluto, prendendo occasione dalla quistione delle abitazioni, aggiornare la critica di Proudhon fatta nel 1847 con la « Miseria della filosofia », concludendo testualmente: Marx avrebbe fatto il tutto molto meglio e in modo più esauriente!

La posizione contro la quale sin dall’inizio Engels appunta la sua critica è quella che vuole risolvere la « crisi delle abitazioni », fenomeno moderno che ha colpito e colpisce in ripetuti periodi i più varii paesi, con una riforma attraverso la quale ogni inquilino diventa il proprietario della abita­zione in cui vive attraverso un riscatto che ne paghi a rate il prezzo al proprietario. A questo grossolano errore programmatico l'artico­lista confutato perviene, naturalmente, attraverso madornali errori di eco­nomia, che Engels elimina traendone brillante occasione per rimettere in luce la interpretazione economica marxista. Una delle tesi sballate è questa: « quello che è l'operaio salariato di fronte al capitalista è il locatario di fronte al pos­sessore di case ». Marx avrebbe forse sprizzato fiamme e lanciato fulmini al sentire di queste tamburate; Engels dice con calma: ciò è del tutto falso. E pa­zientemente e limpidamente spiega come stanno le cose, richiamando i sem­plici criteri descrittivi che noi abbiamo esposti più sopra. Egli ne trae la confutazione del calcolo balordo per cui l'inquilino pagherebbe a furia di mesate, due, tre, cinque volte il valore della casa. Ne trae dippiù occasione non solo per sviscerare la critica economica al così detto socialismo piccolo borghese, ma anche i « chiodi » etico-giuridici di questo. L'articolista, che come migliaia di suoi compagni nel peccare si credeva marxista, si era lasciato sfug­gire quest'altra scarola: « La casa una volta costruita serve come un titolo pe­renne di diritto »; secondo Proudhon infatti tutto consiste nel riuscire ad in­trodurre nella economia « l'eterna idea del diritto ». Engels mostra la vacuità di un tale linguaggio che vorrebbe stigmatizzare l'esosità del lucro del pa­dron di casa come una volta si scomunicava quello dello strozzino; e cita Marx: « sappiamo noi qualcosa di più intorno all’usuraio se diciamo che egli contraddice alla eterna giustizia, alla eterna equità, alla eterna reciprocità e alle altre eterne verità, di quello che sapessero i padri della chiesa quando di­cevano che contraddiceva all’eterna grazia, alla eterna fede e all’eterno vo­lere di Dio? »

Tra il 1847 e il 1887 un avversario era messo a terra quando era convinto di teismo. Marx ed Engels, atleti della polemica, avrebbero oggi un compito più duro, perché gli scrittorelli marxisti non sono slittati solo fino a Proudhon, ma fino agli stessi Padri della chiesa. Praticano ormai il « catch as catch can »!

Poiché l'incauto articolista non si contenta di progettare la sua miracolosa « riforma di struttura » per le case abitate, ma vanta di possedere simile ri­cetta per tutti gli altri settori, Engels estende il campo della sua messa a punto sulla descrizione marxista del processo produttivo, anche alla quistione del saggio d'interesse del capitale, deridendo la pretesa di «prendere finalmente per le corna la produttività del capitale » con una legge transitoria per fissare gli interessi di tutti i capitali all’uno per cento! E pure ancora oggi quanti e quanti presentano la lotta socialista come una campagna per abolire l'affitto della casa, quello della terra e il frutto del denaro, pensando di avere così trasportato sulla terra il regno della morale, coll'impedire di guadagnare a chi non lavora; allorché invece si tratta di sradicare tutto un ingranamento di forme sociali protetto e difeso dalle mostruose impalcature di potere armato concentrato nello stato politico!

La risposta di Engels stabilisce che « la produttività del capitale è una as­surdità presa senz'altro dagli economisti borghesi ». In verità l'economista borghese classico è più serio di quello piccolo-borghese e riformista, poiché (dopo aver contestato ai fisiocrati che la ricchezza sorgesse dalla produttività della terra, ai mercantilisti che sorgesse dalla produttività dello scambio) af­fermò esattamente che è il lavoro la sorgente di ogni ricchezza e la misura del valore di tutte le merci. Per spiegare tuttavia come il capitalista, che impegna il suo capitale nell’industria, non solo alla fine dell’affare lo ricupera, ma in più ne trae un profitto, enunciò, avvolgendosi in mille contraddizioni, una certa « produttività del capitale ». Per i marxisti invece è produttivo soltanto il la­voro, non il fondo o la casa del proprietario d'immobili o il danaro del ban­chiere. Il fondo, la casa, la fabbrica, la macchina sono forze produttive perché sono strumenti e mezzi di produzione ossia sono adoperati dall’uomo per la­vorare. Nell’attuale ordinaménto, e finché non sarà rovesciato, la facoltà del danaro e del capitale non è una facoltà produttiva ma è la facoltà sociale « ad esso pertinente di potersi appropriare il lavoro non pagato dei lavoratori ».

Pure essendo in possesso soltanto di una traduzione scadente, cessiamo di parafrasare e lasciamo parlare Engels: « l'interesse del denaro dato a presti­to è solo una parte del profitto; il profitto, sia esso del capitale industriale o del commerciale non è che una parte del plusvalore che la classe dei capita­listi sottrae alla classe dei lavoratori sotto forma di lavoro non pagato. Per ciò che riguarda la spartizione di questo plus-valore fra i singoli capitalisti, è chia­ro che per l'industriale e commerciante, i quali hanno nelle loro imprese mol­to capitale anticipato da altri capitalisti, la quota del loro profitto crescerà in quanto cada la percentuale dell’interesse. Perciò il ribasso e la finale abolizio­ne dell’interesse non afferrerebbero in alcun modo « per le corna » la così det­ta « produttività del capitale » ma solo regolerebbero altrimenti la divisione tra i capitalisti del plus-valore non pagato e sottratto alla classe dei lavoratori, e assicurerebbero un vantaggio non già al lavoratore di fronte al capitalista industriale, ma proprio a costui di fronte a chi vive di rendita ».

Ritorna la tesi su cui in queste pagine stiamo battendo: non sono il rentier, il signore di terre e di palagi, che tanto ci fregano, questi poveri avanzi di un tempo che fu, ma il capitano d'industria, l'imprenditore, modernissimi e pro­gressivi! e dinanzi a questi ultimi proclamiamo: ecco il nemico!

Il proudhonista immagina che questa compressione e finale soppressione dell’interesse del capitale comporti, oltre ad una generale meravigliosa panacea su tutte le altre questioni economiche e sociali: credito, debiti di stato, debiti privati, imposte, appunto l'abolizione per sempre della pigione delle case. En­gels gli dimostra che anche se questo piano semplicistico fosse possibile, non ne verrebbe spostato il rapporto economico fondamentale capitalistico tra lavo­ratori salariati e padroni delle aziende di produzione; lo rimanda più e più volte alle basi dell’economia marxista e al Capitale di Marx: « La pietra ango­lare della produzione capitalistica è il fatto che l'ordinamento attuale della società pone in grado di comperare la forza di lavoro dell’operaio al suo valo­re, ma di ricavarne molto più del valore stesso, facendo lavorare l'operaio più a lungo di quello che sia necessario per la riproduzione del prezzo pagato per la forza di lavoro. Il plus-valore in tal modo prodotto viene ripartito comples­sivamente tra la classe dei capitalisti e dei proprietari di fondi, unitamente ai loro servi, dal papa e dall’imperatore sino alle guardie notturne ». Ora il costo commerciale della casa come quello del pane del vestimento ecc. entra nelle spese di riproduzione della forza lavoro, nella parte di questa forza che il sa­lario remunera, e costituisce il lavoro necessario, ed è oltre questa che venia­mo nel campo del plus-valore o lavoro non pagato che compare nel prezzo del prodotto insieme a quello pagato. Come in tutti gli scambi con danaro, l'ope­raio ed ogni altro compratore può essere truffato; nello scambio del suo lavoro col salario deve essere truffato. Il rapporto dove viene colto il carattere capi­talistico dell’economia è quello in cui il lavoratore incassa la sua paga, non quello in cui la esita tra panettiere, sarto, padron di casa eccetera.

Chiarita la quistione di analisi economica lo studio di Engels con non mi­nore energia ribatte l'errore di natura sociale accusando i proudhonisti di ogni tipo di porre in evidenza sempre quelle rivendicazioni che sono comuni agli operai salariati e ai piccoli e medii borghesi, ma che, come classe, soltanto questi ultimi hanno interesse a difendere, e dimostra quanto una tale posizione sia reazionaria. Egli raccoglie dalla declamazione opportunista queste scioc­che parole. « Noi siamo di gran lunga inferiori ai selvaggi; il troglodita ha la sua tana, l'australiano la sua capanna di argilla, l'indiano il suo focolare, il prole­tario moderno sta di fatto sospeso nell’aria », ecc.

Va ancora riportata nel suo testo la magnifica confutazione di Engels che si riferisce anche alla non meno pestilenziale richiesta della parcellazione ru­rale. « In questa geremiade abbiamo il proudhonismo in tutta la sua figura reazionaria. Per creare la moderna classe rivoluzionaria del proletariato, era assolutamente necessario tagliare il cordone ombelicale che teneva legati i la­voratori del passato al suolo e al fondo. Il tessitore a mano che oltre al suo telaio aveva la propria casetta, il proprio giardinetto e il proprio campicello, era, pur con ogni miseria e con tutta l'oppressione politica, un uomo tranquillo e contento; si cavava con tutta la beatitudine e riverenza il cappello davanti ai ricchi, ai parroci, agli impiegati dello stato, e nell’intimo era in tutto e per tutto uno schiavo. Per l'appunto la grande industria moderna, che del lavo­ratore incatenato al suolo fece un proletario al tutto privo di possesso, sciolto da ogni vincolo e veramente libero come un uccello, appunto questa rivolu­zione economica è quella che ha creato le condizioni sotto le quali soltanto può venire distrutto lo sfruttamento della classe lavoratrice nella sua ultima for­ma, la produzione capitalistica. Ed ora viene questo lacrimoso proudhonista e si rammarica, come di un grande regresso, della cacciata dei lavoratori dalla casa e dal focolare, che appunto costituisce la prima fra tutte le condizioni della loro emancipazione ».

Engels ricorda di avere per primo descritto nell’opera « Condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra » quanto fu feroce questa espulsione dei lavo­ratori dalla casa e dal focolare, e prosegue: « ma poteva mai venirmi in mente di vedere un regresso al di là dei selvaggi in questo processo evolutivo, in quelle circostanze storiche del tutto necessarie? Il proletariato inglese del 1872 è ad un livello infinitamente più elevato del tessitore campagnuolo con « casa e focolare » del 1772. E il troglodita con la sua tana, l'australiano con la sua ca­panna di argilla, l'indiano col suo proprio focolare avrebbero mai potuto pro­durre una insurrezione di giugno o una comune di Parigi? ».

Indi Engels satireggia con un gustoso esempio — che si direbbe formato dopo avere letto l'odierna legge sul piano Fanfani — le conseguenze del piano imbecille (che già a quei tempi si ventilava anche in America, come da una lettera di Eleonora figliuola di Marx circa l'esosa vendita di casette nei su­burbi ai lavoratori) per far comperare a rate ad ogni operaio industriale la sua casetta, ed immagina un operaio che dopo aver lavorato in varie città possiede un cinquantesimo di casa a Berlino, un trentaseiesimo nell’Annover, ed altre frazioni ancora più complicate in Svizzera ed in Inghilterra, il tutto in modo che « l'eterna giustizia » non può dolersi.

In conclusione: « tutti questi punti che ci vengono qui proposti come qui­stione interessantissima per la classe dei lavoratori, hanno in realtà un essen­ziale interesse solo per il borghese, ed ancor più per il piccolo borghese, e noi crediamo, nonostante Proudhon, che la classe lavoratrice non ha alcuna pro­pensione a badare all’interesse di queste classi ».

Naturalmente a questo punto viene chiesto ad Engels, a Lenin e a coloro che come noi sono tanto conservatori da non aver trovato nulla per superare posizioni vecchie di settantasette anni, che cosa si voglia fare, in ordine alle abitazioni. E' appunto questo il passo che Lenin volle citare per dimostrare quanto poco vi sia di comune tra un estremismo utopista e le conseguenti po­sizioni del marxismo radicale, come a proposito delle prospettive sulla econo­mia futura dice vivamente: « neppure un granello di utopia vi è in Marx ».

La conclusione di Engels è questa « come dunque risolvere la questione de­gli alloggi? Nella società attuale, essa si risolve assolutamente allo stesso modo che qualunque altra questione sociale, attraverso l'equilibrio economico che si realizza a poco a poco tra la domanda e l'offerta; ora, è questa una soluzione che aggiorna continuamente il problema e, per conseguenza, non è una solu­zione. In qual modo la rivoluzione sociale risolverà questo problema è un fatto che dipende non solo dalle circostanze di tempo e di luogo, ma che è anche legato a questioni che vanno assai più lontano, e delle quali una delle più importanti è la soppressione dell’antagonismo tra la città e la campagna. Poiché non siamo qui ad immaginare sistemi utopisti sull'organizzazione della società futura, sarebbe per lo meno ozioso il soffer­marcisi. Tuttavia, una cosa sola è incontestabile, ed è che già attualmente, nel­le grandi città, vi sono abbastanza immobili per mettere fin da ora riparo ad « ogni vera penuria di alloggi », a condizione che vengano utilizzati razional­mente. Questa misura non è realizzabile, beninteso, se non a condizione di espropriare i proprietari attuali, e di ammettere nei loro immobili i lavora­tori senza alloggio, o che vivono in alloggi soprapopolati. Dal momento che il proletariato avrà conquistato il potere politico, una tale misura, dettata dall’interesse pubblico, sarà realizzabile con la stessa facilità delle espropriazioni e requisizioni di alloggi operate ai nostri giorni dallo Stato ».

Lenin illustra che questo esempio dimostra una analogia formale tra certe funzioni dello attuale stato borghese e quelle che eserciterà la dittatura del proletariato.

Ma una cosa è molto notevole. La legislazione di guerra degli stati bor­ghesi si è spinta alla limitazione e al blocco dei canoni di affitto, al divieto della espulsione dei locatari, così come in dati casi il meccanismo legale pre­sente prevede la espropriazione dietro indennità di stabili privati, per fini di utilità pubblica. Marx in altro punto rileva che la legge di espropriazione pre­vede il risarcimento del valore venale al proprietario, ma di nulla viene risar­cito l'inquilino cacciato sul lastrico dai grandi rinnovamenti urbani moderni e che pure viene assoggettato a spese di trasporto, al pagamento di fitti più alti, oltre alla modernissima estorsione della così detta ceditura o buon ingresso nella nuova casa, se ha tanta fortuna da trovarla. Dippiù durante le opera­zioni militari è oggi ammessa la occupazione di appartamenti per usi bellici o servizi connessi.

La misura prevista da Engels per compensare la malattia sociale del sovraffollamento, ha però questo di radicale e di assolutamente originale rispetto a tutto quanto finora si è visto e rispetto a tutti i piani riformistici di muta­menti di titolarità giuridica e creazione di nuovi minuti proprietari. Si tratta di una revisione dell’uso delle case. I temuti commissari degli alloggi del dopo­guerra, potevano immettere chi credevano in case disponibili, ma non ebbero facoltà di imporre coabitazione in appartamenti troppo grandi, e di sindacare il fatto che una famiglia ricca disponesse — a titolo di proprietà o di locazione poco importa — di cinque ambienti per individuo nelle città in cui i poveri occupano in cinque e più un ambiente solo. Ecco quello che sarà veramente un intervento dispotico, che darà un colpo terribile alla garanzia e sicurezza privata sinora esistite (parole del Manifesto) e che farà strillare maledetta­mente alla violazione rivoluzionaria della santità del domicilio e del focolare!

Si prevede dunque come misura rivoluzionaria immediata la redistribu­zione dell’uso delle case tra gli abitanti della città restando una prospettiva ulteriore il disaffollamento delle città congestionate.

Quello però che non mancherà di stupire molti che si credono marxisti, è il concetto economico di Engels secondo cui l'uso della casa non sarà imme­diatamente gratuito, per tutta quella fase che Marx chiama primo stadio del comunismo economico e su cui Lenin a suo luogo si trattiene illustrando la celebre lettera a Bracke sul programma di Gotha. Ecco l'altro passo di Engels: «Va constatato che l'effettiva appropriazione da parte del popolo lavoratore di tutti gli strumenti di lavoro e di tutta l'industria è in completa opposizione col riscatto propugnato da Proudhon. Secondo quest'ultima soluzione ogni ope­raio diviene proprietario del suo alloggio, del suo campo, dei suoi utensili. Se­condo la prima è il popolo lavoratore che rimane proprietario collettivo delle case, delle fabbriche e degli strumenti di lavoro. Il godimento di queste case, di queste officine etc, almeno nel periodo transitorio non sarà lasciato agli individui e alle ditte private SENZA IL PAGAMENTO DI UN CANONE. Allo stesso modo, la soppressione della proprietà fondiaria non implica la soppres­sione della rendita fondiaria, ma la sua restituzione alla società, almeno sotto una forma modificata. L'appropriazione reale di tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude quindi in alcun modo il manteni­mento dell’affitto e della locazione ».

Solo nella fase superiore del comunismo in cui non verranno remunerati con moneta gli oggetti di consumo e i servizii varii, sparirà anche il canone locativo, provvedendo una organizzazione generale anche al mantenimento e rinnovo degli edifici di abitazione per tutti.

Ben si vede il contrasto profondo tra tale chiara delineazione e i program­mi progressivi delle democrazie popolari, tutti consistenti nel promettere frammentazioni di rendita fondiaria. Dove, stringi stringi non vi è da spar­tire la centesima parte di quanto pappano le intraprese, la millesima di quan­to annienta il folle disordine della produzione.

Quel tanto di reddito lordo della casa che non corrisponde ad inevitabili spese, senza le quali si resterebbe privi entro un certo termine di abitazioni servibili, e che si può considerare rendita fondiaria del suolo, funzione del pri­vilegio sul suolo, pure essendo questo come dicevamo improduttivo fisicamente di frutti, spetta, dice lo stesso Proudhon, alla società, e sta bene. Questo, ri­sponde Engels, significa la abolizione della proprietà privata sul suolo, argo­mento che « ci porterebbe molto lungi ».

Engels voleva evidentemente dire che senza dubbio con la rivoluzione pro­letaria e la statizzazione successiva della rendita fondiaria resta abolita ogni titolarità di privati sul suolo, tuttavia per il suolo urbano una simile «rifor­ma » non è da escludere che possa essere fatta prima dallo stesso Stato bor­ghese. Sarebbe una cosa più seria del « riscatto » da parte del locatario indi­viduale.

Vediamo infatti che oggi non pochi urbanisti, certamente non di scuola marxista, propongono la « demanialità delle aree urbane ». Questa sarebbe del­lo Stato o del Comune nelle grandi città, dietro si capisce una piena indenni­tà ai proprietari attuali. Questi urbanisti infatti partono dal fenomeno del ra­pidissimo aumento di valore dei suoli edificatori, in una cerchia ad anelli sem­pre più vasti attorno alle grandi città, da cui l'assurdo apparente notato da Engels che può convenire abbattere un fabbricato valido per speculare sul suo­lo. Ciò rende costosissime le operazioni di bonifica e risanamento urbano e fa sì che il capitale ne rifugge. Ora anche un buon borghese fautore del princi­pio ereditario può affermare che quel premio enorme, realizzato in molto mi­nor tempo, talvolta, di una generazione, non è accumulo di ricchezza che viene di padre in figlio, ma è palesemente risultato passivo di una serie di fatti sociali. Tutti i suoli della città sarebbero così fuori commercio, il Comune li smisterebbe nelle fasi opportune tra vie, piazze, edifizi pubblici e casamenti di abitazione; la costruzione di questi può essere data in « concessione » per un termine di varii anni, dopo dei quali ritornano all’ente comunale.

E' chiaro che un tale piano, mentre non esclude affatto il pagamento di canoni di locazione da parte dei cittadini, non sarebbe affatto rivoluzionario e non intaccherebbe i principi sociali capitalistici.

Ma può con questi ed altri piani la società borghese superare i problemi dell’urbanesimo? La corrente scienza urbanistica si pasce di esercitazioni tec­nico-architettoniche e dimentica che il fondamento di tale disciplina è di na­tura storica e sociale.

Impotente a reagire al dato della concentrazione di un numero sempre maggiore di abitatori su minimo spazio, l'urbanistica dei Le Corbusier e degli altri che passano per avanzatissimi spinge gli edifizii ad altezze vertiginose e ad un numero inverosimile di piani, fantastica di città verticali ad atmosfere forzate, utilizzando le risorse dell’impiego di strutture metalliche che hanno trasformato la tecnica e conseguentemente la estetica delle fabbriche. Ma questa tendenza appare « avveniristica » solo in quanto non sa domandarsi se il migliore indirizzo della vita collettiva e le forme che assumerà in avvenire corrispondono a questo raccapricciante affollamento di gente sospinta in una vita sempre più febbrile malata ed assurda.

Nel secondo dei suoi articoli Engels pone appunto il tema: come la bor­ghesia risolve la quistione dell’abitazione; e confuta la letteratura borghese ipocritamente filantropica a proposito dei quartieri malsani e affollatissimi nelle moderne Metropoli.

Alla quistione è direttamente interessata la piccola borghesia, e tale punto è stato delucidato abbastanza. Ma vi è interessata, Engels dice, anche la gran­de borghesia. Anzitutto i pericoli di epidemie infettive tendono ad estendersi dai quartieri poveri a quelli signorili. L'ideale borghese, che in urbanistica chiamano zonizzazione, consiste nel selezionare bene tra case operaie e case ricche; ma nelle vecchie città si ha ancora traccia dell’organizzazione feudale che frammischiava palazzi e casette, nobili, popolani e servi. « La signoria capi­talista non può permettersi senza pericolo il piacere di suscitare malattie epi­demiche nella classe dei lavoratori ». Valga questa vivace battuta per quelli che hanno dipinto un Engels vecchio incline ad attenuare le avversioni di classe.

Un secondo punto riguarda la polizia politica delle città e la repressione delle insurrezioni armate, che fino alla seconda metà dell’ottocento ebbero buon gioco nelle vie strette e tortuose delle capitali. Engels ravvisa in un mo­tivo di classe il taglio delle grandi strade ampie e rettilinee lungo le quali la mitraglia e l'artiglieria possono spazzare via i rivoltosi. La posteriore espe­rienza, se conferma che centro di ogni sforzo insurrezionale è la conquista delle grandi capitali e città industriali, mostra pure che le formazioni armate illegali guerrigliano meglio e più a lungo nell’accidentata campagna. Un buon esempio tecnico lo danno le forze di Giuliano, in quanto deve ritenersi che non sono una propaggine avanzata di lontani stati maggiori di forze regolari.

In terzo luogo Engels illustra le grandi intraprese speculative capitalistiche appoggiate dai governi sotto il doppio aspetto della costruzione di alveari per allogare gli operai presso le colossali fabbriche, il che tende a trasformare il libero salariato in una specie di « schiavo feudale del capitale » ; e della tra­sformazione edilizia e viaria dei quartieri centrali nelle grandi città, citando più volte il classico esempio del metodo Haussman con la grande curée del secondo impero, che creò i boulevards parigini in una orgia speculativa. Di questo tutte le altre nazioni hanno offèrto esempi suggestivi.

La base economica di questi rivolgimenti urbanisti, esaminata nel finan­ziamento statale, nel preteso selfhelp o autoaiuto degli operai, scarnendone la mercede, nella intrapresa privata, conduce l'autore a concludere che il motore e lo sbocco di tutto è il consolidamento sociale e politico del capitalismo.

Le tesi fondamentali marxiste sulla quistione degli immobili urbani, sono così riepilogate da Engels medesimo in cinque punti della confutazione ai proudhoniani.

1) - Il passaggio della rendita fondiaria allo stato significa abolizione della proprietà individuale del suolo, non del canone locativo.

2) - Il riscatto dell’abitazione per trasferirne la proprietà all’attuale in­quilino non tocca per nulla il modo capitalistico di produzione.

3) - Questa proposta nell’attuale sviluppo della grande industria delle cit­tà, è tanto insulsa quanto regressiva.

4) - L'abbassamento coattivo dell’interesse del capitale non intaccherebbe minimamente il modo capitalistico di produzione; al contrario, come lo pro­vano le leggi sull'usura, è altrettanto antico quanto impossibile.

5) - Con l'abolizione dell’interesse del capitale non si perverrebbe per nulla ad abolire la pigione delle case.

Rispetto poi all’indirizzo del grande capitalismo e degli urbanisti al suo servizio, circa la svolgersi della vita degli organismi urbani e circa la scar­sezza delle abitazioni ecco in altri due punti, tratti dal testo, quali sono le tesi marxiste.

6) - non può sussistere senza difetto di abitazioni una società nella quale la grande massa lavoratrice è obbligata a rivolgersi al lavoro esclusivamente salariato per procurarsi i mezzi per vivere nella quale il proprietario di case, nella sua qualità di capitalista, non solo ha il diritto, ma in virtù dello concorrenza, anche in certo modo il dovere di trarre dalla sua proprietà i più alti affitti. In una società simile il difetto di abitazioni non è un caso, esso è una istituzione necessaria e potrà essere rimosso solo quando tutto l'ordina­mento sociale che ad esso dà luogo sia scalzato sin dalle fondamenta.

3) - Ogni soluzione borghese della quistione dell’abitazione naufraga per il contratto tra città e campagna. La società capitalistica ben lungi dal poter togliere questo contrasto non può che acuirlo sempre dippiù. Voler sciogliere la quistione dell’abitazione e voler mantenere le moderne città è un contro­senso. Ma queste saranno rimosse soltanto con l'abolizione del modo capita­listico di produzione, con l'appropriazione per parte della classe lavoratrice di tutti i mezzi di vita e di lavoro.

* * *

Meritano una noticina a parte i capilavori dell’amministrazione pubblica italiana fascista e fascistoide a proposito di blocco dei fitti e ricostruzione di case, e i corrispondenti atteggiamenti di sporca demagogia da parte dei mo­vimenti che, con la pretesa di rappresentarla, coprono tra noi di vergogna la classe operaia e le sue grandi tradizioni.

Speculazioni ciarlatanesche ed elettorali ne abbiamo viste e ne vediamo tutti i giorni innestarsi alla vicenda, molte volte tragica, della occupazione delle fabbriche e delle terre.

Non ancora abbiamo visto sperimentare l'invasione e l'occupazione delle case.

Il motivo è, tra l'altro, che non più i fantasmi dei baroni, non soltanto le persone degli affaristi super borghesi, ma anche troppi arrivati demagoghi e gerarchi, di là e di qua delle cortine di ferro, sarebbero disturbati nel loro tenore di vita da mantenuti.



 

nota al Capitolo 6: Il problema edilizio in Italia

 

Come ogni regime all'avvicinarsi ed allo scoppio della guerra, l'onnipotente, il superstatale fascismo italiano prese a maneggiare tutte le leve del suo potere per arrestare la salita dei prezzi generali ed il corrispondente rinvilire del denaro. Non qui ci interessa il problema che l'aumento generale dei prezzi e l'inflazione monetaria corrispondono all'interesse della classe imprenditrice, del suo Stato e del suo governo, e che solo ragioni di politica sociale conservatrice e di demagogia ispirano l'armamentario legislativo di imperio per la frenata dell'aumento.

Le leggi sul blocco dei prezzi lanciate nel 1940 riflettevano tutto: prodotti della terra e dell'industria, salari, stipendi e remunerazioni, contratti che lo Stato aveva in corso per opere e forniture con le più diverse intraprese.

Tra le più interessanti furono le misure dirette al blocco dei fitti degli immobili, sia rurali che urbani. Il primo rapporto è meno semplice: il locatario della terra coltivabile non loca soltanto una sede su cui acquista il diritto di soggiornare e trattenersi, come avverrebbe se si trattasse di un jardin de délices, ma un vero strumento di produzione a cui applica il lavoro proprio o di propri dipendenti salariati, per trarne frutti e prodotti realizzabili in denaro sul mercato. In altro punto abbiamo accennato alla balorda confusione tra la portata sociale e politica della lotta per comprimere il fitto agrario, e in apparenza il ferocissimo «reddito padronale terriero», a seconda che il beneficiario del minorato canone pagato è un lavoratore parcellare, uno sporco colono grasso borghese, o addirittura un capitalista intraprenditore di industria agricola, che scortica braccianti e talvolta sottoaffittuari lavoratori.

Il caso dell'immobile urbano, e per essere più esatti della casa di abitazione cittadina, per la sua semplicità, si presta in modo cristallino alla riprova di tesi fondamentali della economia marxista.

Esso costituisce il solo caso in cui il blocco è riuscito effettivo ed ha registrato un successo. Prima di domandarci se tale successo corrispose agli interessi della classe lavoratrice, come appare a primo lume di naso e come fa comodo dire agli agitprop da dozzina, rileveremo come esso dimostri, per la relativa limitatezza del settore, insieme alla giustezza dei concetti marxisti, la inconsistenza e la pochezza delle capacità controllatrici e pianificatrici in campo economico dello Stato moderno, anche dove esso si mostri politicamente e poliziescamente solidissimo.

Mentre in tutti i campi del lavoro agrario e industriale ciò che importa non è tanto, come in queste note andiamo mostrando, la pomposa intestazione proprietaria di luoghi e di impianti, quanto la padronanza ed il possesso dei prodotti, la casa locata non produce nulla di mobile portabile o vendibile, ma solo offre il comodo, il servigio, l'uso di essa come ricovero e soggiorno.

Lo Stato può imporre, e già in questo ha fatto un passo che è una sconfitta «teorica» della economia capitalistica, che un prodotto, per fissare l'idea un cappello, non sia venduto a più di cento lire. Ma per la stessa natura storica e sociale lo Stato attuale non può imporre di vendere a cento lire uno, due, mille cappelli, se il produttore e possessore non li porta al mercato di sua volontà. Lo Stato, si dice, può censire e requisire tutti i cappelli dovunque si trovano. In pratica sorge la difficoltà di scovare i cappelli e se si vogliono portare via pagarli tutti, sia pure a cento lire. Ecco perché il fatto economico noto a tutti è che, appena bloccato, calmierato e fissato di imperio il prezzo dei cappelli, questi spariscono dalla circolazione e vengono accaparrati per non venderli se non di nascosto, a prezzo maggiorato ancora di una quota a copertura, per il venditore, del rischio di ammende e prigione.

Il compratore subisce dunque il mercato non legale o nero, a meno di non andare senza cappello. Molte teste oggi vanno senza cappello, e molte vanno in giro vuote, specie quelle dei competenti di economia politica; ma sono gli stomaci a non potere andare in giro vuoti perché le gambe fanno cilecca: ecco perché nulla poté impedire la salita dei prezzi, oltre che dei cappelli, di tutti gli alimenti e generi di prima necessità.

Ora, la casa viene dal locatore al locatario fornita non pietra per pietra ma tutta intera appena il contratto ha corso: lo stesso padrone non vi può mettere piede senza permesso dell'inquilino. Mentre su ogni altro settore di mercato è arbitro del prezzo chi vende, poiché può sempre dire impassibile: ebbene, se non vi va il prezzo lasciatemi la merce, per le case è arbitro, dopo che è dentro, chi compra e paga. In via normale, se non paga i canoni successivi al primo o ai primi versati all'atto della stipula, o se paga meno, il padrone deve ricorrere ad una lunga e costosa procedura legale di sfratto, e raramente di recupero delle non pagate pigioni.

Nel caso generale è il compratore che deve cedere o correre a piagnucolare dallo Stato perché obblighi a vendere; in quello della abitazione è il venditore del servizio casa che non ha altra alternativa che chiamare lo Stato quando non lo pagano.

Lo Stato fece quindi la bella bravata: inquilini, opponetevi ad ogni richiesta di aumento di canone: pagate il vecchio affitto e non un soldo di più fino a guerra finita, e io mi guarderò bene dal dare i poliziotti per cacciarvi. Mentre il capitalismo industriale, commerciale e finanziario sfoderava tutti i suoi artigli di lupo e di tigre, il terribile Stato, democratico, popolare o nazionale che fosse, menò a buon mercato il vanto sociale e morale di aver tagliato le unghie alla timida gattina della proprietà urbana. Non arrivò a controllare né a discriminare un accidente, e bloccò tanto il canone che una povera famiglia di disoccupati versava ad un padrone di edifizi miliardario, quanto quello che per avventura un grande stabilimento industriale pagava per occupare la sola casetta che possedesse una famiglia di piccoli borghesi magri alla fame.

Come abbiamo ricordato, trionfava non il moderno indirizzo dirigista e pianificatore dei pubblici poteri per il generale interesse, ma il tradizionale articolo che compendia tutta la sapienza del giure borghese: «articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto».

Questa misura, uscita senza sforzo dal cranio di Benito, è stata ereditata, difesa e sbandierata come facile elemento di successo, specie elettorale, da socialisti e comunisti di oggi, mentre Stato capitalista da una parte e capi proletari dall'altra, da allora ad oggi, in una ugualmente comune indifferenza ed impotenza, hanno dovuto assistere alla salita vertiginosa di tutti i costi ed alla depressione progressiva del tenore di vita di chi lavora, in guerra e dopo guerra: sbilancio a cui il tantum economizzato sulla casa è lontanissimo dal turare le dolorose falle.

Quanto questa politica di compressione della pigione, o di abolizione di essa col trasformare in piccolo proprietario l'inquilino, sia radicalmente non socialista, lo abbiamo a fondo mostrato con il richiamo al classico scritto di Engels, che ha ridicolizzato - traendone magnifiche lezioni sulla economia marxista - l'analogia tra il rapporto di inquilino a padrone di casa e il rapporto di operaio a padrone di azienda. Il lavoratore scambia la sua forza di lavoro con denaro; l'inquilino il suo denaro con la casa, a rate di uso di essa. Egli dunque non è un produttore sfruttato ma un consumatore: anzi un consumatore privilegiato perché tiene in pugno l'oggetto di consumo, mentre di norma lo tiene in pugno il venditore.

Comunque l'agitatore da tre soldi dice: nel caso del lavoratore, gli abbiamo evitato (Benito ed io) che al caro pane, al caro cappello e al caro scarpe si aggiunga il caro case, dunque è meno sfruttato.

Ma una breve analisi mostra che il peso sociale sulla classe lavoratrice, su cui tutto pesa e non può non pesare, non è diminuito per gli effetti della scema, sbilenca e trappolaria legislazione italiana sui fitti, siglata dai guardasigilli Grandi, Togliatti o Grassi.

Tagliata la rendita padronale, si è tagliato in vivo su quella contribuzione a fini sociali che provvede a mantenere in ordine la dotazione edilizia, risultato del lavoro di generazioni. Questo danno è di volume superiore in Italia a quello dei bombardamenti di guerra. In Italia il patrimonio edilizio specie di abitazione è di età media altissima e altissima è la quota di manutenzione: omettendola si accelera il degrado. Questo dovrebbe essere equilibrato da intensificate nuove costruzioni, che in ambiente capitalistico si arrestano del tutto perché il basso fitto impedisce di remunerare il capitale investito, e prima ancora per effetto generale della crisi economica di guerra.

Quindi la dotazione di abitazioni a disposizione della popolazione italiana non solo è diminuita in cifre assolute, mentre dovrebbe aumentare per ragioni demografiche e di disaffollamento e bonifica, ma il ritmo della diminuzione è stato aggravato dalla politica di blocco.

Ciò vuol dire che, diminuendo le case e crescendo gli abitatori, è cresciuto paurosamente l'affollamento, che era già uno dei peggiori di Europa, ed è soprattutto cresciuto a danno delle classi povere, compresse nelle case antiche e malsane, che pagano meno casa, ma ne consumano anche di meno, e spesso ne mancano del tutto.

Essendosi poi creata una strana sperequazione tra case bloccate e case a fitto libero, avviene che le poche costruzioni che si fanno si possono locare a qualunque prezzo: coi dati di costo di oggi il capitale si astiene da tutte quelle che non possono dare più di un 2.000 lire a vano e al mese, a dir poco; poiché un reddito netto di 20.000 lire annue non remunera che al 5% un capitale di 400.000 lire, che non basta a costruire il vano. Va a finire che tutti i contributi delle leggi speciali vanno a vantaggio delle case per le classi ricche, e per i poveri non se ne fanno: l'apparenza che il proletariato paghi con una aliquota minore del suo reddito la massa di case che una volta occupava, cede il posto alla realtà che i lavoratori pagano in mille forme, tra caro prezzi e tasse, restando nelle topaie, le case costruite per i signori.

In Francia hanno notato che mentre tra il 1914 e il 1948 tutti gli indici economici sono cresciuti duecento volte, quello pigioni è cresciuto sette volte! La classe operaia paga ora per la casa il 4% del salario, e si propongono di riportarla al 12%, il che non toglie che il capitale edilizio renda solo un quinto del normale, e quindi per le nuove case operaie lo Stato ne debba pagare i quattro quinti. Ora al lavoratore conviene più pagare la casa altrui ad alto prezzo, che pagare a prezzo medio la casa costruita «a proprie spese»! Quella assurda diversità di adeguamento di indici economici riportati alla moneta è una balordata, una delle tante del regime capitalistico, un elemento di più per il peso che l'anarchia economica determina sulle spalle dei lavoratori, non mai una prova che anche in campo ristrettissimo lo Stato moderno voglia, possa, sappia fare opera di «giustizia» e anche soltanto di mitigazione delle distanze sociali.

La legislazione italiana di oggi offre un altro capolavoro. Non potrebbero fare in qualche città un festival annuo delle leggi degli Stati di tutto il mondo, come a Venezia per i film? Alludiamo alle leggi Fanfani, che forse battono perfino il materiale offerto dai decreti e leggi Gullo-Segni in materia di riforma agraria.

Le leggi Fanfani dichiarano di non aver di mira la ricostruzione edilizia né la soluzione generale del problema delle abitazioni in Italia, ma l'ovviare al problema della disoccupazione.

La trovata non è spregevole, poiché la vastità del problema delle case in Italia ridicolizza le cifre di stanziamento delle varie leggi Tupini, Aldisio e così via, mentre certo ogni costruzione in più impiega qualcuno a lavorare. Anche i liberatori che sganciavano dalle fortezze volanti potevano con la stessa logica dire: diamo un contributo alla occupazione operaia.

Vediamo tuttavia il nuovo armamentario in rapporto alla necessità edilizia. Prima ancora dei danni bellici in Italia, senza rinnovare le case troppo vecchie e malsane, senza disaffollare dall'indice di 1,4 persone per ogni stanza abitata, si calcolava che, per l'aumento di abitanti e per il naturale degrado delle case, si sarebbero dovute costruire ogni anno 400.000 stanze nuove. Oggi, con un minimo apporto per colmare il danno di guerra e l'arretrato di costruzioni, e sempre senza la pretesa di disaffollare e migliorare, quindi a benefizio scarso delle classi male alloggiate, si dovrebbe arrivare almeno a 6000 mila@@ stanze annue di abitazione. Costo: almeno 250 miliardi annui.

C'è un grosso problema che non è ancora entrato nella testa dei pianificatori centrali, dei loro osservatori e laboratori di sapienza economica e statistica. Non occorrono solo abitazioni, ma costruzioni di ogni tipo, perché anche per queste giocano invecchiamento, danno di guerra, arretrato di rinnovi. Ogni vano di abitazione ne comporta altri due mediamente per lavorarci, fare pratiche varie, commerciare, e divertirsi: ciò malgrado abbiano aperte le case chiuse.

L'economista pubblico anteguerra aveva già concluso che per le abitazioni lo Stato doveva intervenire a fondo perduto con un 20%, oggi sa concludere che deve intervenire almeno per il 60%. Ma per gli altri vani, che sarebbero dunque 1.200.000 annui, prima si supponeva che sorgessero per privato investimento al di fuori di pubblici aiuti: oggi così non è, salvo che in una minoranza di casi, e quindi nei bilanci pubblici andrebbero altre potenti cifre.

Restiamocene alle case. Contro i 250 miliardi che servono «per non rinculare» che cosa danno tutte le leggi speciali? Forse la decima parte, sulla carta.

La legge Fanfani mobilita 15 miliardi annui statali, e inoltre contributi sul volume dei salari che per due terzi pagano i padroni, per un terzo i lavoratori. Senza tediare con calcoli, sarebbero a pieno regime del piano forse altrettanto, e quindi 30 miliardi. Non bastano per centomila vani annui, una sesta parte del minimo necessario. Il problema trascende le possibilità del regime presente. In pratica resta poi da vedere quanta parte dei 30 miliardi, che in sostanza paga la classe lavoratrice, sia pure in senso lato, andranno a finire non in case, ma in lauti profitti di imprenditori, mediatori di ogni genere, e piloti di carrozzoni finanziari e costruttivi.

Ed allora vediamo pure le cifre dal lato del problema disoccupazione. Il capitalismo e i suoi agenti organizzatori sindacali hanno già detto al nullatenente disoccupato: Hai fame? Vuoi mangiare? Ebbene, investi.

Investi, a coro bene intonato gridano l'ECA e il Cominform allo Stato italiano e alla classe operaia italiana. Quando investe il povero, pappa il ricco.

Fanfani, uomo di genio, che non crediamo discenda da quello del dizionario, e non bada al senso letterale, ha un'altra formula: hai fame? Costruisciti la casa. La formula è così intelligente che conduce ad una ulteriore economia: la casa la faremo senza cucina.

Descriviamo la società Fanfani, la Città dell'Ombra, in cui tutti sono muratori. Un milione di abitanti di Fanfània, coll'indice italiano anteguerra, abbisognano di 650.000 stanze. Supponiamo che una casa duri 50 anni; è già un ritmo moderno, superato solo in America, a cui aspirano in Francia; noi abitiamo in case vecchie di secoli e secoli. Ma al ritmo di una casa su 50 all'anno ci troviamo bene col programma italiano di 600.000 vani annui contro i circa 29 milioni di stanze che ospitano 45 milioni di italiani.

Il milione di fanfànici costruisce dunque ogni anno 13.000 stanze. Quanti lavoratori occorrono? Se una stanza costa 340.000 lire e per manodopera la metà, ossia 170.000, possiamo calcolare 200 giornate lavorative medie, e l'impiego al massimo di un lavoratore annuo. Dunque del milione lavorano solo 13.000 persone. Le altre 987.000 non lavorano, ma stanno in casa. Mangiare non mangiano, e del resto nessuno mangia, in Fanfània.

Veniamo alla conclusione che i cantieri Fanfani, a pieno ritmo, ossia dopo il primo ciclo settennale, impiegheranno per fare 100.000 stanze annue 100.000 lavoratori. A sua difesa dalle mende americane Pella ha rilevato che il solo incremento demografico gettò sul mercato ogni anno 200.000 nuovi lavoratori. Il piano Fanfani, dunque, non spianta né la peste edilizia, né la peste sociale.

Il più bello è che, mentre si vanta che finalmente si avranno case che saranno in effetti occupate da operai, il calcolo conduce ad un affitto talmente forte che un operaio coi salari attuali non lo può pagare.

Quando poi si tocca l'apice della casa in proprietà all'operaio, a parte il labirinto delle disposizioni per prenotare, assegnare, smistare, ereditare, cambiare se si cambia lavoro e residenza, ecc. ecc., si vede che l'assegnatario dovrà, per 25 anni, pagare una rata enorme. Essa corrisponde al costo di costruzione, maggiorato delle spese generali della Gestione Fanfani-case, diminuito del valsente del contributo statale dell'1% annuo, che sarà distribuito in rate costanti, oltre a tasse, contributi e spese condominiali. Provvisoriamente si è annunziata una rata di 1.100 lire mensili, ma un computo che per brevità omettiamo conduce alla previsione sicura di almeno 1.500 lire mensili per stanza, e quindi per una casa operaia modestissima 5.000 o 6.000. Nei nostri computi sul salario netto di meno di mille lire, a giornate non tutte lavorative, anche col francese 12%, il lavoratore non dovrebbe e non potrebbe spendere per la casa più di tremila lire, a parte le categorie privilegiate e specializzate.

Ne seguirà che, poiché le case pronte saranno sempre poche, e molti i lavoratori contribuenti, l'operaio italiano pregherà al mattino: Dio di De Gasperi, fammi vincere alla Sisal, ma non ai sorteggi delle case Fanfani.

Se, come per il blocco, si tiene conto che l'onere statale è onere della classe attiva e non dei ricchi, ben si vedrà come il lavoratore, se il piano avrà effetto, avrà forse una casa sua, ma la avrà pagata il buon doppio del suo valore di mercato, in rinunzie, sacrifizi e tagli sulla sua remunerazione reale.

Questi i miracoli dell'intervento dello Stato nell'economia, che sono poi gli stessi con la formula mussoliniana, hitleriana, rooseveltiana, con quella laburista e quella «sovietista» di oggi.

Non solo fino a che lo Stato è nelle mani della classe capitalistica, ma fino a che nel mondo vi saranno Stati capitalistici potenti, la pianificazione economica è una chimera, una fanfània universale. Ovunque e da chiunque sia essa tentata, non riuscirà a governare i fatti dell'umana soddisfazione e benessere, ma costruirà piedistalli al privilegio, allo sfruttamento e al saccheggio, al «tormento di lavoro» cui sottopone le popolazioni.


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Molti lettori, dato l'intervallo che, per ragioni evidenti, corre tra l'uscita dei fascicoli della nostra rivista, hanno espresso il desiderio di conoscere alme­no in sunto lo svolgimento dello studio su « Proprietà e Capitale », il cui tema sta nel mostrare l'inquadramento pieno nella dottrina marxista dei fenomeni del mondo sociale contemporaneo.

Per soddisfare almeno in parte questo comprensibile desiderio pubblichia­mo l'indice dei capitoli, le tesi riassuntive di quelli già pubblicati, ed una am­pia sinopsi di quelli che restano da pubblicare.

Indice dei Capitoli

1. - Le rivoluzioni di classe. Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione.

2. - La rivoluzione borghese. L'avvento del capitalismo e i rapporti giu­ridici di proprietà.

3. - La rivoluzione proletaria. I termini della rivendicazione socialista.

4. - La proprietà rurale. La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili.

Nota: Il preteso feudalismo nell’Italia meridionale.

5. - La legalità borghese. L'economia capitalistica nel quadro giuridico del diritto romano.

Nota: Il miraggio della riforma agraria in Italia.

6. - La proprietà cittadina. Il capitalismo e la proprietà urbana di edifizi e suoli.

Nota: Il problema edilizio in Italia.

7. - La proprietà dei beni mobili. Il monopolio capitalistico sui prodotti del lavoro.

8. - L'intrapresa industriale. Il sistema aziendale basato sullo sfruttamen­to personale e lo sperpero sociale del lavoro.

9. - Le associazioni tra imprese e i monopolii. Necessaria derivazione del monopolio dal gioco della pretesa libera concorrenza.

10. - Il capitale finanziario. Intraprese di produzione e di credito e ribadi­to parassitismo economico di classe.

11. - La politica imperialistica del Capitale. I conflitti tra gruppi e stati ca­pitalistici per la conquista e il dominio nel mondo.

12. - La moderna impresa senza proprietà. L'appalto e la concessione, forme anticipate della evoluzione capitalista presente.

13. - L'interventismo e il dirigismo economico. Il moderno indirizzo di eco­nomia controllata come maggiore soggezione dello Stato al capitale.

14. - Capitalismo di Stato. La proprietà statale, accumulazione per l'inizia­tiva dell’impresa capitalistica.

15. - L'economia russa. Presenza ed azione in parte dissimulata di interne ed estere imprese capitalistiche.

16. - La formazione dell’economia comunista. Condizioni del trapasso dal capitalismo al comunismo ed esempi di manifestazioni anticipate delle nuove forme.

17. - Utopia; scienza; azione. Unità, nel movimento proletario rivoluzionario, della teoria, dell’organizzazione e dell’azione.

7.      Tesi relative ai capitoli già pubblicati

1. LE RIVOLUZIONI DI CLASSE — Nelle rivoluzioni sociali una classe toglie il potere a quella che già lo deteneva quando il contrasto tra i vecchi rapporti di proprietà e le nuove forze produttive conduce ad infrangere i primi.

2. LA RIVOLUZIONE BORGHESE — La rivoluzione borghese, allorché le scoperte tecniche ebbero imposto la produzione in grande e l'industria mec­canica, abolì i privilegi dei proprietari feudali sull'opera personale dei servi e i vincoli corporativi al lavoro manuale, espropriò in larga misura artigiani e piccoli contadini, spogliandoli del possesso del loro sito e dei loro arnesi di lavoro e dei prodotti della loro opera, per trasformarli, come i servi della gle­ba, in proletari salariati.

3. LA RIVOLUZIONE PROLETARIA — La classe degli operai salariati lotta contro la borghesia per abolire, con la privata proprietà del suolo e degli impianti produttivi, quella dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria, soppri­mendo le forme della produzione per aziende e della distribuzione mercantile e monetaria.

4. LA PROPRIETÀ DEL SUOLO AGRARIO — La rivoluzione borghese al posto delle gestioni comuni della terra agraria e della distribuzione di essa in circoscrizioni feudali istituì il libero commercio del suolo, facendone un posses­so borghese conseguibile non per nascita ma con denaro, al pari di quello delle aziende industriali e commerciali.

Nota: IL PRETESO FEUDALISMO DEL MEZZOGIORNO — L'ordinamen­to borghese nel campo agrario, come in tutta Italia, è nel Mezzogiorno piena­mente compiuto. La pretesa esigenza di una lotta contro privilegi baronali e feudali costituisce una deviazione totale della lotta proletaria di classe contro il regime e lo stato borghese di Roma.

5. IL DIRITTO IMMOBILIARE BORGHESE — La disciplina giuridica ap­plicata dalla classe capitalistica all’acquisto e al possedimento dei suoli, abo­liti i vincoli feudali, fu presa dal diritto romano, reggendo colle stesse norme formali la piccola proprietà contadina ed il grande possesso fondiario borghese.

Nota: LA RIFORMA AGRARIA IN ITALIA — I problemi dell’agricoltura italiana non sono risolubili con riforme giuridiche della distribuzione titolare dei possessi, ma solo colla lotta rivoluzionaria per abbattere il potere nazionale della borghesia, per eliminare il dominio del capitale sull'agricoltura, e la pol­verizzazione della terra, forma miserrima di sfruttamento di chi la lavora.

6. LA PROPRIETÀ URBANA — La proprietà dei suoli e delle costruzioni urbane ha avuto nel periodo capitalistico una disciplina di mercato e di titola­rità privata.

E' condizione della accumulazione capitalistica il concentramento dei non abbienti in spazii ristretti; il difetto di abitazioni, l'eccessivo affollamento in esse, e il caro delle case sono una caratteristica dell’epoca borghese.

L'attribuzione della casa in proprietà all’inquilino singolo, la soppressione o la compressione della pigione, o anche la demanializzazione dei suoli ed edi­fizi, non costituiscono un programma rispondente agli interessi dei lavoratori.

La rivoluzione proletaria avrà come effetto immediato una nuova redistri­buzione in uso delle abitazioni, e come scopo successivo il decongestionamento dei grandi centri, col mutamento radicale dei rapporti tra campagna e città.

Nota: IL PROBLEMA EDILIZIO IN ITALIA — La politica di blocco dei fitti e i piani per ovviare alla disoccupazione costruendo case sono aborti rifor­mistici e risorse demagogiche di una borghesia battuta e vassalla come quella italiana. Essi confermano la soggezione della pubblica amministrazione al capi­talismo e alle sue esigenze speculatrici, e l'assurdità di attuare pianificazioni ra­zionali nel quadro di economie mercantili e fondate sul profitto di intrapresa.

8.      Riassunto dei capitoli non ancora pubblicati

7. LA PROPRIETÀ DEI BENI MOBILI I beni mobili, apprestati dalla produzione, non sono oggetto di proprietà titolare e sono usabili o permutabili ad arbitrio del possessore; tale è la formola giuridica nella società borghese.

Nella sostanza, colla produzione in masse, il capitalista imprenditore ha il possesso e la disponibilità di tutte le cose mobili, prodotti, merci, risultanti dal lavoro nella sua azienda.

La richiesta socialista di abolire il monopolio di classe dei capitalisti impren­ditori sui mezzi di produzione — presentata come abolizione della proprietà pri­vata titolare sui luoghi e gli impianti delle aziende — ha la portata reale di abolizione del monopolio dei singoli imprenditori e della classe capitalista sulle masse dei prodotti.

Ogni misura che, limitando la titolarità del proprietario del luogo di la­voro o degli impianti o delle macchine, conservi il monopolio diretto o indiretto o delle persone o delle ditte o della classe dei capitalisti sui prodotti e la loro destinazione e ripartizione, non è socialismo.

8. L'INTRAPRESA INDUSTRIALEL'azienda capitalistica di produzio­ne ha per titolare un imprenditore che può essere persona fisica o persona giu­ridica (ditta, società, compagnia anonima per azioni, cooperativa ecc.). Anche nel caso in cui l'azienda ha sede ed impianti fissi, l'immobile, o anche le mac­chine e attrezzature, possono appartenere ad un proprietario che non sia l'im­prenditore.

Nell’economia borghese classica il valore di scambio di ogni merce si mi­sura in tempo di lavoro umano, ma si afferma che vi sia lo stesso pareggio di mercato, e giuridico, nella compra e vendita di merci e nella remunerazione del lavoro prestato dai dipendenti dell’azienda. Il profitto premierebbe la superio­re organizzazione tecnica dei vari fattori.

Marx con la dottrina del plusvalore ha dimostrato che il salario, o prezzo pagato per la forza di lavoro, è inferiore al valore che questa aggiunge alla mer­ce, quando ogni valore è espresso da tempi di lavoro. Il profitto del capitale rappresenta il lavoro non pagato degli operai.

La moderna tecnica produttiva, che impone di sostituire l'attività sociale a quelle individuali, viene imprigionata nelle forme dell’impresa privata al fine di garantire la estorsione del plusvalore. La classe industriale che se ne avvan­taggia conserva e difende, grazie al potere politico che detiene, il sistema di pro­duzione che assicura il massimo del profitto e della accumulazione, mentre i prodotti socialmente utili e benefici (sia a disposizione della classe lavoratrice che di tutte le classi) sono compressi ad un minimo in rapporto alla massa e­norme degli sforzi di lavoro.

L'eccesso e lo sperpero di lavoro sociale della classe proletaria, rispetto alla massa dei prodotti utili al consumo, dà un rapporto passivo diecine di volte peg­giore del rapporto che per il singolo salariato corre tra lavoro non pagato e la­voro pagato, o saggio del plusvalore.

Sono quindi tesi inadeguate le seguenti: il socialismo consiste nella corre­sponsione del frutto indiminuito del lavoro con l'abolizione del sopralavoro e del plusvalore sarebbe abolito lo sfruttamento dei salariati ogni economia senza plusvalore è economia socialista si può contabilizzare in cifre di moneta una economia socialista l'economia socialista consiste nella contabilizzazione dei tempi di lavoro.

Socialismo è la eliminazione sociale e storica del capitalismo, del sistema di produzione guidato dalla iniziativa delle imprese o della federazione di im­prese, costituita dalla classe e dallo stato borghese.

Anche prima della fase « superiore », in cui ciascuno preleverà secondo il suo bisogno, si potranno dire raggiunte una economia e una contabilizzazione socialiste solo in quei settori in cui non figureranno partite doppie e bilanci aziendali, e nei calcoli di previsione organizzativi si adopereranno solo unità fisiche di misura come le unità di peso, capacità, forza, energia meccanica.

9. ASSOCIAZIONI TRA IMPRESE E MONOPOLIOPosizione basilare della economia borghese è che la selezione delle imprese socialmente più utili sia assicurata dai fenomeni del mercato libero e dallo equilibrarsi dei prezzi secondo le disponibilità e il bisogno di prodotti.

Il marxismo dimostrò che, anche ammessa per un momento questa econo­mia di libera concorrenza, produzione e scambio, finzione borghese e illusione piccolo borghese, le leggi della accumulazione e della concentrazione che agi­scono nel suo seno la conducono a spaventose crisi di sovrapproduzione, di di­struzione di prodotti e forze di lavoro, di abbandono di impianti produttivi, di disoccupazione e miseria generale. E' attraverso le ondate di tali crisi che si acutizza l'antagonismo tra la ricca e potente classe capitalista, e la miseria del­le masse occupate e non occupate, spinte ad organizzarsi in classe e rivoltarsi contro il sistema che le opprime.

La borghesia, classe dominante, trovò dapprima base sufficiente alla sua u­nità nello stato politico ed amministrativo, suo « comitato di interessi » mal­grado la finzione degli istituti elettivi, in cui governava a mezzo di quei par­titi che quali opposizioni rivoluzionarie avevano condotta la rivoluzione antifeu­dale. La forza di tale potere venne subito diretta contro le prime manifesta­zioni della pressione di classe dei lavoratori.

L'organizzazione degli operai in sindacati economici si muove nei limiti della lotta per abbassare il saggio del plusvalore; la ulteriore organizzazione in partito politico ne esprime la capacità a porsi come classe l'obiettivo del rove­sciamento del potere della borghesia, della soppressione del capitalismo, con la riduzione radicale della quantità di lavoro, l'aumento del consumo e del benes­sere generale.

Dal canto suo la classe borghese antagonista, non potendo non accelerare l'accumulazione del capitale, procurò di fronteggiare le enormi dispersioni di forze produttive, le conseguenze delle crisi periodiche, gli effetti della organiz­zazione operaia, adottando ad un certo punto dello sviluppo le forme (note alla stessa storia della accumulazione primitiva) delle intese, accordi, associa­zioni ed alleanze fra intraprenditori. Queste dapprima si limitarono ai rapporti di mercato, sia nel collocamento dei prodotti che nell’acquisto della manodopera, con impegni a rispettare dati indici evitando la concorrenza; quindi si estesero a tutto l'ingranaggio produttivo: monopolii, trusts, cartelli, sindacati di intra­prese che fanno prodotti simili (orizzontali) o provvedono alle successive tra­sformazioni che conducono a dati prodotti (verticali).

La descrizione di tale fase del capitalismo, come conferma della giustezza del marxismo « che dimostrò come la libera concorrenza determini la concen­trazione, e questa il monopolio » è classica in Lenin, l'Imperialismo.

10. IL CAPITALE FINANZIARIOL'intraprenditore ha bisogno, oltre che della fabbrica e delle macchine, di un capitale monetario liquido che anti­cipa per acquistare materie prime e pagare salari, e poi ritira vendendo i pro­dotti. Come dello stabilimento e degli impianti, egli può non essere proprieta­rio titolare anche di questo capitale. Senza che esso intraprenditore o ditta intraprenditrice perda la titolarità dell’azienda, tutelata dalla legge, egli ha tale capitale fornito dalle banche, contro un tasso annuo di interesse.

Il borghese giunto alla sua forma ideale ci si mostra ormai spoglio e pri­vo di proprietà immobiliare o mobiliare, privo di denaro, soprattutto privo di scrupoli. Non investe ed arrischia più nulla di suo, ma la massa dei prodotti gli resta legalmente nelle mani, e quindi il profitto. La proprietà se la è tolta da sé, conseguendone non pochi altri vantaggi; è la sua posizione strategica che oc­corre strappargli. E' posizione sociale storica e giuridica, che cade solo con la rivoluzione politica, premessa di quella economica.

La classe borghese, traverso la apparente separazione del capitale indu­striale da quello finanziario, in realtà stringe i suoi legami. Il predominio delle operazioni finanziarie fa sì che i grandi sindacati controllino i piccoli e le a­ziende minori per successivamente inghiottirli, nel campo nazionale e inter­nazionale.

L'oligarchia finanziaria che in poche mani concentra immensi capitali e li esporta ed investe da un paese all’altro, fa parte integrante della stessa classe imprenditrice, il centro della cui attività si sposta sempre più dalla tecnica pro­duttiva alla manovra affaristica.

D'altra parte, con il sistema delle società per azioni, il capitale della intra­presa industriale costituito da immobili, attrezzi e numerario è titolarmente di proprietà dei portatori di azioni che prendono il posto dell’eventuale pro­prietario immobiliare, locatore di macchina, banca anticipatrice. I canoni di fitto e noleggio e l'interesse degli anticipi prendono la forma di un sempre modesto utile o « dividendo » distribuito agli azionisti dalla « gestione » ossia dall’intrapresa. Questa è un ente a sé, che porta il capitale azionario al suo passivo di bilancio, e con manovre varie saccheggia i suoi creditori; vera for­ma centrale dell’accumulazione. La manovra bancaria, a sua volta con capi­tali azionarii, compie per conto dei gruppi industriali ed affaristici questo ser­vizio di depredamento dei piccoli possessori di moneta.

La produzione di ultraprofitti ingigantisce man mano che ci si allontana dalla figura del capo d'industria, che per competenza tecnica arrecava inno­vazioni socialmente utili. Il capitalismo diviene sempre più parassitario, ossia invece di guadagnare e accumulare poco producendo molto e molto facendo consumare, guadagna ed accumula enormemente producendo poco e soddisfacendo male il consumo sociale.

11. CAPITALE E POLITICA IMPERIALISTANei paesi industrial­mente più avanzati la classe intraprenditrice trova limiti all’investimento del capitale accumulato o nel difètto di materie prime locali, o in quello di ma­nodopera metropolitana, o in quello di mercati di acquisto.

La conquista di mercati esteri, l'ingaggio di lavoratori stranieri, l'impor­tazione di materie prime, o infine l'esercizio di tutta l'impresa capitalistica in paese estero con elementi e fattori del posto, sono processi che non possono nel mondo capitalistico essere svolti con i puri mezzi economici, come il gio­co della concorrenza, il tentativo di regolare e controllare prezzi di vendita e di acquisto, e mano mano i privilegi e le protezioni con misure di stato o convenzioni interstatali. Quindi l'espansionismo economico diviene coloniali­smo aperto o dissimulato, appoggiato con poderosi mezzi militari. E' la forza che decide le rivalità per l'accaparramento delle colonie e il dominio sugli sta­ti piccoli e deboli, si tratti di controllare i grandi giacimenti minerari, le mas­se da proletarizzare, o gli strati di consumatori capaci di assorbire i prodotti dell’industrialismo capitalistico. Questi sono nel mondo moderno tuttavia in gran parte costituiti non solo dai consumatori proletari e capitalisti dei paesi avanzati, ma anche dai ceti sociali medii come quelli agrari e artigiani, e dalle popolazioni di paesi ad economia capitalistica, formanti oggi come tante isole che successivamente escono da un ciclo locale e autarchico di economia, e sono come immerse e circondate dal tessuto generale della economia capitalistica in­ternazionale. In ciò il difficile quadro generale della riproduzione ed accumula­zione del capitale, delle crisi di sovrapproduzione, della saturazione delle pos­sibilità di collocare i prodotti in tutto il mondo in base alla distribuzione mer­cantile e monetaria.

Per ogni marxista è evidente che la complicazione di tale rapporto storico tra le metropoli superindustriali e i paesi arretrati, di razza bianca e di altre razze, non può che generare incessanti conflitti, non solo tra colonizzatori e co­lonizzati, ma soprattutto tra gruppi di stati conquistatori.

La teoria proletaria rigetta le seguenti tesi come controrivoluzionarie: A) che si possa e si debba infrenare la diffusione nel mondo della tecnica indu­striale e delle grandi reti organizzate di comunicazioni e trasporti (superstite liberalismo e liberismo piccolo borghese); B) che occorra appoggiare social­mente e politicamente le imprese coloniali ed imperiali della borghesia (oppor­tunismo socialdemocratico, corruzione dei capi sindacali e di una « aristocra­zia proletaria»); C) che il sistema coloniale basato sul capitalismo possa con­durre ad un equilibrio economico e politico tra le potenze imperialiste, o ad uno stabile centro imperiale unico; ed evitare la progressiva corsa agli arma­menti e al militarismo, e il rafforzarsi dei sistemi oppressivi e repressivi di polizia di classe (falso internazionalismo e federalismo fra stati borghesi, basa­to sulla simulata autonomia e autodecisione dei popoli e sui sistemi di sicurez­za e di prevenzione delle « aggressioni»).

« L'imperialismo sviluppa dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà ».

« Nella realtà capitalistica le alleanze interimperialiste non sono altro che una fase di respiro tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano, sia quel­la di una coalizione imperialista opposta a un'altra, sia quella di una lega ge­nerale fra tutte le potenze » (Lenin).

Solo sbocco dell’imperialismo mondiale è una rivoluzione mondiale.


 

12. TENDENZA MODERNA ALL’IMPRESA SENZA PROPRIETÀ. AP­PALTI E CONCESSIONIOgni nuova forma sociale, che per l'effetto dello svolgersi delle forze produttive tende a generalizzarsi, appare dapprima fram­mezzo alle forme tradizionali con « esempi » e « modelli » del nuovo metodo. Oggi si può studiare la forma della impresa senza proprietà analizzando l'indu­stria delle costruzioni edilizie, e più in generale dei lavori pubblici, il cui peso proporzionale nell’economia tende ad aumentare sempre di più.

Conviene eliminare la figura del « committente », proprietario del suolo o degli stabili in cui si opera, e che diverrà proprietario dell’opera compiuta, essendo indifferente che sia un privato, un ente, o lo Stato, ai fini della dina­mica economica della « impresa assuntrice »,

L'impresa, o « appaltatore » dei lavori, presenta questi caratteri: I. Non ha una officina, fabbrica, stabilimento proprio, ma volta a volta installa il « can­tiere » e gli stessi uffici in sede posta a disposizione dal committente, il quale si addebita perfino contabilmente una cifra per tale impianto cantiere e co­struzioni provvisorie. II. Può avere degli attrezzi o anche macchine proprie, ma più spesso, dislocandosi in località disparate e lontane, o li noleggia o li acqui­sta e rivende sul posto, o riesce a farsene pagare l'intero ammortamento. III. De­ve in teoria disporre di un capitale liquido da anticipare per materie prime e salari, ma va notato: a) che lo ottiene con facilità dalle banche quando provi di avere avuto « aggiudicato » un buon lavoro, dando in garanzia i mandati di pa­gamento; b) che nelle forme moderne molte volte per effetto delle « leggi spe­ciali » lo Stato finanzia, anticipa, o obbliga istituti creditizi a farlo; c) che i « prezzi unitari » in base ai quali sono pagate all’impresa le partite di lavori a misura (ossia i veri prodotti dell’industria in esame, collocati e tariffati in par­tenza e fuori di ogni alea commerciale, mentre è poi facilissimo conseguirne aumenti in sede di contabilità), si formano aggiungendo a tutte le spese anche una partita per « interessi » del capitale anticipato, e solo dopo di tutto ciò l’utile dell’imprenditore.

In questa tipica forma sussiste l'impresa, il plusvalore, il profitto, che è in genere altissimo, mentre scompare ogni proprietà di immobili, di attrezzi mo­bili, e perfino di numerario.

Quando tutti questi rapporti sono a cura di enti pubblici e dello Stato, il capitalismo respira il migliore ossigeno, i tassi di remunerazione toccano i mas­simi; e la sopraspesa ricade per via indiretta su altre classi: in parte minima quella dei possessori immobiliari e dei piccoli proprietari, in parte massima su quella non abbiente e proletaria.

Difatti l'impresa non paga tassa fondiaria perché non ha immobili, e le tas­se sui movimenti mobiliari di ricchezza le sono rimborsate anche quelle in sede di « analisi dei prezzi unitari », includendole nella partita « spese generali ».

In queste forme la classe imprenditrice nulla paga per mantenere lo Stato.

Analogo all’appalto è la concessione. Il concessionario riceve un'area, uno stabile, talvolta un impianto completo, dal pubblico ente: lo esercisce, e fa pro­pri prodotti e guadagni. Ha l'obbligo di fare date ulteriori opere, installazioni, o perfezionamenti, e corrisponde un certo canone in denaro, in una sola volta o in rate periodiche. Dopo un certo numero di anni, sempre notevole, tutta la proprietà, incluse le nuove opere e trasformazioni, ritornerà all’ente concedente o demanio pubblico, cui è sempre rimasta intestata.

Il calcolo economico relativo ad un tale rapporto ne dimostra l'enorme vantaggio per il gestore, ove ben si considerino: le tasse immobiliari che non paga l'interesse o rendita ingente che compete al valore del suolo e instal­lazioni originarie, che non ha dovuto acquistare le rate di « ammortamento » a compenso di usura e invecchiamento, che non deve accantonare, perché ri­consegnerà impianti non nuovi ma usati e sfruttati a lungo.

La concessione presenta la quasi totale assenza di rischi su investimenti propri, e lo stesso alto profitto dell’appalto, e la caratteristica importante di potersi estendere a tutti i tipi di produzione e di fornitura delle industrie anche con sede fissa; la tendenza, in questa forma, può quindi coprire tutti i settori economici fermo restando il principio della impresa e del profitto.

Lo stato moderno in realtà non ha mai attività economica diretta, ma sem­pre delegata per appalti e concessioni a gruppi capitalistici. Non si tratta di un processo col quale il capitalismo e la classe borghese siano respinti indietro da posizioni di privilegio; a quell'apparente abbandono di posizioni, corrispon­de un aumento della massa di plusvalore di profitto e di accumulazione e dello strapotere del capitale; e, per tutto questo, degli antagonismi sociali.

La massa del capitale industriale e finanziario accumulato, a disposizione della manovra di intrapresa della classe borghese, è quindi molto maggiore di quanto appare facendo la somma delle singole intestazioni titolari, sia di va­lori immobili che mobili, ai singoli capitalisti e possessori, e ciò è espresso dal fondamentale teorema di Marx che descrive come fatto e come produzione sociale il sistema capitalistico, da quando esso si afferma, sotto l'armatura del diritto personale.

Il capitalismo è un monopolio di classe, e tutto il capitale si accumula sem­pre più come la dotazione di una classe dominante, e non come quella di tante persone e ditte. Introdotto questo principio, gli schemi e le equazioni di Marx sulla riproduzione, l'accumulazione e la circolazione del capitale cessano di essere misteriosi e incomprensibili.

13. INTERVENTISMO E DIRIGISMO ECONOMICO COME MANEGGIO DELLO STATO DA PARTE DEL CAPITALEL'insieme di innumerevoli moderne manifestazioni con cui lo Stato mostra di disciplinare fatti ed attività di natura economica nella produzione, lo scambio, il consumo, è erroneamente considerato come una riduzione ed un contenimento dei caratteri capitalistici della società attuale.

La dottrina dell’astensione dello Stato dall’assumere funzioni economiche ed attuare interventi nella produzione e circolazione dei beni, non è che una maschera ideologica adatta al periodo in cui il capitalismo dovette farsi largo come forza rivoluzionaria, rompendo la cerchia di tutti gli ostacoli sociali e legali che gli impedivano di esplicare la sua potenzialità produttiva.

Per il marxismo lo stato borghese, anche appena formato, garantendo la appropriazione dei beni e dei prodotti da parte di chi dispone di denaro accu­mulato, codificando il diritto di proprietà individuale e la sua tutela, esercita una aperta funzione economica, e non si limita ad assistere dall’esterno ad una pretesa « naturale » spontaneità dei fenomeni dell’economia privata. In ciò è tutta la storia della accumulazione primitiva, culla del capitalismo moderno.

Man mano che il tipo di organizzazione capitalista invade il tessuto socia­le e i territori mondiali e suscita, con la concentrazione della ricchezza e la spoliazione delle classi medie, le contraddizioni e i contrasti di classe moderni, levando contro di sé la classe proletaria già sua alleata nella lotta antifeudale, la borghesia trasforma sempre più il legame di classe tra i suoi elementi da una vantata pura solidarietà ideologica, filosofica, giuridica, in una unità di organizzazione per il controllo dello svolgimento dei rapporti sociali, e non esi­ta ad ammettere apertamente che questi sorgono non da opinioni ma da inte­ressi materiali.

Lo Stato quindi prende a muoversi nel campo produttivo, ed economico in generale, sempre per la spinta e le finalità di classe dei capitalisti, intrapren­ditori di attività economiche e iniziatori di affari a sempre più larga base.

Ogni misura economico-sociale dello Stato, anche quando arriva ad im­porre in modo effettivo prezzi di derrate o merci, livello dei salarii, oneri al datore di lavoro per « previdenza sociale » ecc. ecc,, risponde ad una meccanica in cui il capitale fa da motore e lo Stato da macchina « operatrice ».

Ad esempio l'imprenditore di una pubblica opera o il concessionario, po­niamo di una rete ferroviaria o elettrica, sono pronti a pagare più alti salari e contributi sociali, poiché gli stessi si portano automaticamente nel calcolo dei « prezzi unitari » o delle « tariffe pubbliche ». Il profitto, essendo valutato in una percentuale sul totale, cresce, il plusvalore cresce come massa e cresce co­me saggio, poiché anche i salariati pagano tasse statali e usano ferrovia ed e­lettricità, e l'indice salario ritarda sempre rispetto agli altri.

Il sistema inoltre incoraggia sempre più le imprese le cui realizzazioni e i cui manufatti servono poco, o non servono a nulla, o sviluppano consumi più o meno morbosi ed antisociali, fomentando la irrazionalità e anarchia della produzione, contro la volgare accezione che vede in esso un principio di ordi­namento scientifico e una vittoria del famoso « interesse generale ».

Non si tratta di subordinazione parziale del capitale allo Stato, ma di ul­teriore subordinazione dello Stato al capitale. E, in quanto si attua una mag­giore subordinazione del capitalista singolo all’insieme dei capitalisti, ne segue maggiore forza e potenza della classe dominante, e maggiore soggezione del piccolo al grande privilegiato.

La direzione economica da parte dello Stato risponde, più o meno efficacemen­te nei vari tempi e luoghi, con ondate di avanzate e ritorni, alle molteplici e­sigenze di classe della borghesia: scongiurare o superare le crisi di sotto e sovrapproduzione, prevenire e reprimere le ribellioni della classe sfruttata, fron­teggiare i paurosi effetti economico-sociali delle guerre di espansione, di con­quista, di contesa pel predominio mondiale, e lo sconvolgimento profondo dei periodi che le seguono.

La teoria proletaria non vede nell’interventismo statale una anticipazione di socialismo, che giustifichi appoggi politici ai riformatori borghesi, e rallenta­menti della lotta di classe; considera lo stato borghese politico-economico un nemico più sviluppato, agguerrito e feroce dell’astratto stato puramente giuri­dico, e ne persegue la distruzione, ma non oppone a questo moderno atteso svol­gimento del capitalismo rivendicazioni liberiste o libero-scambiste, o ibride teorie basate sulle virtù delle unità produttive, autonome da collegamenti si­stematici centrali, e collegate nello scambio da intese contrattuali libere (sin­dacalismo, economia dei comitati di azienda).

9.      Cenni sugli ultimi capitoli

(i cui riassunti appariranno nel prossimo numero)

14. CAPITALISMO DI STATO — La proprietà del suolo degli impianti e del denaro nella forma statale è accumulata a disposizione delle imprese capi­talistiche private di produzione o di affari, e della loro iniziativa.

15. FASI DELLA TRASFORMAZIONE ECONOMICA IN RUSSIA DOPO IL 1917 — Predominio nella presente economia russa del carattere capitalistico, per la esistènza in parte dissimulata di imprese interne ed estere muoventesi nell’ambiente mercantile e monetario.

16. LA FORMAZIONE DELL’ECONOMIA COMUNISTA — Le caratteri­stiche del nuovo sistema di produzione e distribuzione possono essere date co­me dialettica opposizione agli ostacoli che ne impediscono lo svolgimento. In­dagini su manifestazioni parziali anticipate di attività in forme non capitalistiche.

17. UTOPIA; SCIENZA; AZIONE — Il movimento proletario rivoluzionario possiede la teoria positiva dello svolgimento sociale e delle condizioni della ri­voluzione comunista. La conservazione della giusta linea dipende dalla conti­nuità, coerenza e dirittura dell’indirizzo di azione.

Questo movimento non può essere condotto che da una organizzazione in cui stia una minoranza della classe in lotta.

In questo numero riportiamo, per la chiara comprensione dello sviluppo di questo studio, tutto l'indice dei capitali; e inoltre i riassunti degli ultimi quattro capitoli che non furono dati nel numero 1 della nuova serie.

Indice dei capitoli

1. — Le rivoluzioni di classe. Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione (Serie I, nr. 10).

2. — La rivoluzione borghese. L'avvento del capitalismo e i rapporti giuri­dici di proprietà (Serie I, nr. 11).

3. — Lo rivoluzione proletaria. I termini della rivendicazione socialista

4. — La proprietà rurale. La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili (Serie I, nr. 12).

Nota: Il preteso feudalismo nell’Italia meridionale (idem).

5. — L a legalità borghese. L'economia capitalistica nel quadro giuridica del diritto romano (Serie I, nr. 13).

Nota: Il miraggio della riforma agraria in Italia (idem).

6. — La proprietà cittadina. Il capitalismo e la proprietà urbana di edi­fizi e suoli (Serie I, nr. .14).

Nota: Il problema edilizio in Italia (Serie II, nr. 1).

7. __ La proprietà dei beni mobili. Il monopolio capitalistico sui prodotti del lavoro.

8. — L'intrapresa industriale. Il sistema aziendale basato sullo sfruttamento dei prestatori d'opera e lo sperpero sociale del lavoro.

9. — Le associazioni tra imprese e monopoli. Necessaria derivazione del mo­nopolio dal gioco della pretesa libera concorrenza.

10. — Il capitale finanziario. Intraprese di produzione e di credito e ribadito parassitismo economico di classe.

11. — La politica imperialistica del Capitale. I conflitti tra gruppi e stati ca­pitalistici per la conquista e il dominio nel mondo.

12. — La moderna impresa senza proprietà e senza finanza. L'appalto e la concessione, forme anticipate della evoluzione capitalista presente.

13. — L'interventismo e il dirigismo economico. Il moderno indirizzo di economia controllata come maggiore soggezione dello Stato al capitale.

14. — Capitalismo di Stato. La proprietà statale, accumulazione per l'inizia­tiva dell’impresa capitalistica. Impresa senza proprietà e senza finanza.

15. — La formazione dell’economia comunistica. Condizioni del trapasso dal capitalismo al comunismo ed esempi di manifestazioni anticipate delle nuove forme.

16. — L'economia russa. Presenza ed azione in parte dissimulata di interne ed estere imprese capitalistiche.

17. — Utopia; scienza; azione. Unità, nel movimento proletario rivoluzio­nario, della teoria, dell’organizzazione, e dell’azione.


RIASSUNTO DEGLI ULTIMI QUATTRO CAPITOLI

14. - Il capitalismo di Stato

Distinzione fondamentale nella descrizione della economia capita­listica moderna è quella tra: proprietà - finanza - intrapresa. Questi tre fattori che si incontrano in ogni azienda produttiva possono avere di­versa o unica pertinenza e titolarità.

La proprietà riguarda gli immobili in cui lo stabilimento ha sede: terreni, costruzioni, edifizi, con carattere immobiliare. Produce un ca­none di affitto che, depurato delle spese « dominicali », dà la rendita. Possiamo estendere questo fattore anche alle macchine fisse, agli im­pianti o ad altre opere stabili senza alterare la distinzione economica, ed altresì a macchine mobili, o attrezzi diversi, col solo rilievo che questi ultimi sono di rapido logorìo ed esigono un più frequente rinnovo con una rilevante spesa periodica (ammortamento) oltre che una co­stosa manutenzione. Ma qualitativamente è lo stesso per le case e gli edifizi e anche per i fondi agrari, essendo respinta dai marxisti la tesi che esista una rendita base propria della terra, che la fornisca al di fuori dell’opera umana. Quindi elemento primo: proprietà che produce reddito netto.

Il secondo elemento è il capitale liquido di esercizio: con esso vanno ad ogni ciclo acquistate le materie prime, e pagati i salari dei lavoratori, oltre a stipendi, spese generali di ogni genere e tasse. Questo denaro può essere messo fuori da un speciale finanziatore, privato o banca nel caso generale, che non si occupa di altro che di ritirare un interesse an­nuo a dato saggio. Chiamiamo tale elemento per brevità finanza e la sua remunerazione interesse.

Il terzo caratteristico elemento è l'impresa. L'imprenditore è il vero fattore organizzativo della produzione, che fa i programmi, sceglie gli acquisti e resta arbitro dei prodotti cercando di collocarli sul mer­cato alle migliori condizioni, ed incassa tutto il ricavo delle vendite. Il prodotto appartiene all’imprenditore. Col suo ricavo si pagano tutte le varie anticipazioni dei precedenti elementi: canoni di fitto, interessi di capitali, costi di materie prime, manodopera ecc. Resta tuttavia in gene­rale un margine che si chiama utile di intrapresa. Quindi terzo elemento: impresa, che produce profitto.

La proprietà ha il suo valore che si chiama patrimonio, la finanza il suo che si denomina capitale (finanziario) e infine anche l'impresa ha un valore distinto e alienabile derivante, come suol dirsi, se non da segreti e brevetto di lavorazione tecnica, da « accorsamento », « avvia­mento », « cerchia di clientela », e che si considera legato alla « ditta » o « ragione sociale ».

Ricordiamo anche che per Marx alla proprietà immobiliare corri­sponde la classe dei proprietari fondiari, al capitale di esercizio e di impresa la classe dei capitalisti imprenditori. Questi sono poi distinti in banchieri o finanzieri ed imprenditori veri e propri: Marx e Lenin mettono in totale evidenza l'importanza dei primi col concentrarsi dei capitali e delle imprese, e la possibilità di urti di interessi tra i due gruppi.

Per bene intendere che cosa si voglia indicare colla espressione di Stato capitalista e di capitalismo di Stato, e con i concetti di statizza­zione, nazionalizzazione e socializzazione, va fatto riferimento alla as­sunzione da parte di organi dello Stato di ciascuna delle tre funzioni essenziali prima distinte.

Non dà luogo a grave contrasto, anche con gli economisti tradi­zionali, che tutta la proprietà fondiaria potrebbe divenire statale senza che con ciò si esca dai limiti del capitalismo e senza che i rapporti tra borghesi e proletari abbiano a mutarsi. Sparirebbe la classe dei pro­prietari di immobili, e questi, in quanto indennizzati in numerario dallo Stato espropriatore, investirebbero il denaro divenendo banchieri o imprenditori.

Nazionalizzazione della terra o delle aree urbane non sono dunque riforme anticapitalistiche: ad esempio già attuata in Italia è la statiz­zazione del sottosuolo. L'esercizio delle aziende si farebbe in affitto o concessione, come avviene per le proprietà demaniali, miniere, ecc. (esempio dei porti, docks).

Ma lo Stato può assumere non solo la proprietà di impianti fissi ed attrezzature diverse, bensì anche quella del capitale finanziario, inqua­drando ed assorbendo le banche private. Questo processo è completa­mente sviluppato in tempo capitalista prima col riservare la stampa della moneta cartacea che lo Stato garantisce a una sola Banca, poi coi cartelli obbligatorii di Banche e la loro disciplina centrale. Lo Stato può quindi più o meno direttamente rappresentare in una azienda non solo la proprietà ma anche il capitale liquido.

Abbiamo quindi gradatamente: proprietà privata, finanza priva­ta, impresa privata — proprietà di Stato, finanza ed impresa privata — proprietà e finanza di Stato, impresa privata.

Nella forma successiva e completa lo Stato è titolare anche della impresa: o espropria ed indennizza il titolare privato, o nel caso delle società per azioni acquista tutte le azioni. Abbiamo allora l'azienda di Stato in cui con denaro di questo sono fatte tutte le operazioni di acquisto di materie e pagamenti di opera, e tutto il ricavo della vendita dei prodotti va allo Stato stesso. In Italia sono esempio il monopolio del tabacco, o le Ferrovie dello Stato.

Tali forme sono note da tempo antico e il marxismo ha ripetuta­mente avvertito che in esse non vi è carattere socialista. Non è meno chiaro che la ipotetica integrale statizzazione di tutti i settori dell’eco­nomia produttiva non costituisce l'attuazione della rivendicazione so­cialista, come ripete tanto spesso la volgare opinione.

Un sistema in cui tutte le aziende di lavoro collettivo fossero sta­tizzate e gestite dallo Stato si chiama capitalismo di Stato, ed è cosa ben diversa dal socialismo, essendo una delle forme storiche del capita­lismo passato, presente e futuro. Differisce essa dal cosiddetto « sociali­smo di Stato »? Con la dizione di capitalismo di Stato si vuole alludere all’aspetto economico del processo e alla ipotesi che rendite, profitti ed utili passino tutti per le casse statali. Con la dizione di socialismo di Stato (sempre combattuta dai marxisti e considerata in molti casi co­me reazionaria perfino rispetto alle rivendicazioni liberali borghesi con­tro il feudalismo) ci si riporta all’aspetto storico: la sostituzione della proprietà dei privati con la proprietà collettiva avverrebbe senza biso­gno della lotta delle classi né del trapasso rivoluzionario del potere, ma con misure legislative emanate dal governo: nel che è la negazione teorica e politica del marxismo. Non può esservi socialismo di Stato sia perché lo Stato oggi non rappresenta la generalità sociale ma la classe dominante ossia la capitalista, sia perché lo Stato domani rappresenterà sì il proletariato, ma appena l'organizzazione produttiva sarà socialista non vi sarà più né proletariato né Stato, ma società senza classi e senza Stato.

Dal lato economico, lo Stato capitalista è forse la prima forma da cui si mosse il moderno industrialismo. La prima concentrazione di lavoratori, di sussistenze, di materie prime, di attrezzi non era possi­bile ad alcun privato, ma era solo alla portata del pubblico potere: Comune, Signoria, Repubblica, Monarchia. Un esempio evidente è l'ar­mamento di navi e flotte mercantili, base della formazione del mercato universale, che per il Mediterraneo parte dalle Crociate, per gli oceani dalle grandi scoperte geografiche della fine del secolo XV. Questa forma iniziale può riapparire come forma finale del capitalismo e ciò è trac­ciato nelle leggi marxiste della accumulazione e concentrazione. Riunite in masse potenti dal centro statale, proprietà, finanza e dominio del mer­cato sono energie tenute a disposizione della iniziativa aziendale e del dominante affarismo capitalista, sopratutto con i chiari fini della sua lotta contro l'assalto del proletariato.

Per stabilire quindi la incolmabile distanza tra capitalismo di stato e socialismo, non bastano queste due correnti distinzioni:

a) che la statizzazione delle aziende sia non totale ma limitata ad alcune di esse, talune volte a fine di esaltare il prezzo di mercato a bene­fizio dell’organismo statale, talune altre a fine di evitare rialzi di prezzi eccessivi e crisi politico-sociali;

b) che lo stato gestore delle poche o molte aziende nazionalizzate sia tuttavia lo storico stato di classe capitalista, non ancora rovesciato dal proletariato, ogni politica del quale segue gli interessi controrivolu­zionarii della classe dominante.

A questi due importanti criteri occorre aggiungere gli altri seguenti, non meno importanti per concludere che si è in pieno capitalismo bor­ghese:

c) i prodotti delle aziende statizzate hanno tuttavia il carattere di merci, ossia sono immessi sul mercato ed acquistabili con danaro, da par­te del consumatore;

d) i prestatori d'opera sono tuttavia remunerati con moneta, re­stano dunque lavoratori salariati;

e) lo stato gestore considera le varie imprese come separate azien­de ed esercizi, ciascuna con proprio bilancio di entrata ed uscita computate in moneta nei rapporti con altre aziende di stato e in ogni altro, ed esige che tali bilanci conducano ad un utile attivo.

15. - La formazione della economia comunista.

E' preferibile la dizione di produzione e meglio ancora di organizza­zione comunista, e non di economia comunista, per non cadere nell’equi­voco della scienza borghese che definisce fatto economico ogni processo che non attiene semplicemente alla produzione col lavoro umano ed al consumo per i bisogni umani, ma che contiene una direzione ed una « spinta » verso il conseguimento di un vantaggio in una operazione di scambio, escludendo quindi quanto sia fatto o per coazione o per spon­tanea socialità.

E' inesatto che i marxisti dopo la critica superatrice dei sistemi uto­pisti (non perché troppo fantastici ma perché sempre cattive copie dell’ordinamento capitalistico) abbiano rifuggito dalla concreta spiegazione dei caratteri della organizzazione futura.

E' ben chiaro che ogni movimento rivoluzionario precisa anzitutto alle masse le forme tradizionali che vuol distruggere, essendosi oramai reso evidente che esse sono puri ostacoli ad un miglioramento, già at­tuale colle raggiunte risorse di tecnica lavorativa. Quindi, ad esempio: abolizione della schiavitù, della servitù feudale. La nostra formula è: abo­lizione del salariato, e abbiamo dimostrato come sia solo una parafrasi quella di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione; e anche la rivendicazione espressa negativamente (cap. III) sia più com­pleta ed includa: abolizione della proprietà sui prodotti, del carattere di merci dei prodotti, della moneta, del mercato, della separazione tra aziende, e (si deve aggiungere) della divisione della società in classi e dello Stato.

La abolizione della separazione tra le aziende serve a ben ricordare come diversa sia la visione marxista di una unica associazione produtti­va, da quella di un complesso di autonome associazioni di gruppi di pro­duttori, che scambiano e contrattano tra loro, e di cui siano arbitri i gruppi o consigli di produttori. Questa è una ideologia di produttori-proprietarii ed è comune alle più diverse scuole da noi criticate (Prou­dhon, Bakunin, Sorel, e anche: mazziniani, cristiani sociali, « ordinovi­sti »). Una tale formola è già nella regola, per i tempi veramente gran­diosa, di San Benedetto.

Quindi il « piano unico centrale », che tende ad essere mondiale, è elemento caratteristico della organizzazione comunista di lavoro e di consumo.

Avendo noi stabilito che un piano unico dello stato odierno, per quanto centralizzato ed esteso a federazioni e unioni interstatali con di­sciplina unitaria della produzione e distribuzione, resta del tutto capita­listico, va ristabilito l'insieme dei caratteri che definiscono una organiz­zazione sociale non più capitalistica.

Avendo contestato che la presenza di aziende statali autorizzi a dire che la società è divenuta socialista, ovvero che « è parte socialista, parte capitalista » ; e contrapponendo a tale valutazione dei recenti fenomeni economici, del tutto attesi, quella che si tratta della concentrazione della proprietà, della finanza, del capitale, del mercato, parallela alla concen­trazione della forza politica, militare, poliziesca del capitalismo ed espressione dell’antagonismo rivoluzionario; occorre ben stabilire quale è la via del processo di sviluppo che permette di riscontrare organizzazione comunista, ad uno stadio dato.

La giusta tesi non è questa: tutto è capitalismo più o meno concen­trato o frammentato, liberale o dittatoriale, liberista o pianificato, fino alla violenta rivoluzione che spezzi lo stato politico borghese ed innalzi quello della dittatura proletaria. Da tal momento soltanto, settore per settore, cominceremo a vedere forme organizzative comuniste prendere il posto delle capitaliste, ed avremo quindi una economia, parte capitali­sta parte comunista, in rapida trasformazione. In realtà la urgenza di superare antiche forme di produzione non si presenta nella nostra acce­zione solo come rivendicazione ideale, ma come concreta evidenza che condanna le forme antiche e mostra il rendimento infinitamente supe­riore delle nuove, anche prima della rivoluzione politica.

Ad esempio la schiavitù cade per le rivolte degli schiavi, ma prima di ciò, e prima che lo stato la ripudii, si rende evidente che le aziende a base di lavoro di schiavi entrano in crisi, e prosperano sia piccole che me­die aziende di produttori liberi o che assoldano salariati. Il feudalismo vacilla perché, a suo tempo, le scoperte tecniche e meccaniche mostrano come si abbiano prodotti con sforzo minore dalle prime manifatture e aziende agrarie con lavoratori liberi, che nei mestieri artigiani e nelle campagne feudali. Quindi in pieno regime feudale già vi è una parte sem­pre maggiore della produzione che è impiantata capitalisticamente.

Deve dunque essere possibile riscontrare nel capitalismo avanzato i saggi di organizzazione futura comunistica, che non sono nelle aziende statali in quanto tali, ma in speciali settori.

Si può prendere l'esempio della posta, che divenne servizio statale ben prima della rivoluzione borghese. Solo il signore privato strapotente poteva avere per ogni messaggio un apposito corriere a piedi o a cavallo. Quella delle poste sulle vie maestre sorse come industria per trasporto di persone e cose, e solo dopo di corrispondenza. Ma solo in primo tempo fu gratuito tale servizio; presto lo si rese pagabile dal destinatario, che tuttavia poteva rifiutare e il plico e la tassa. Era chiaro che un simile servizio non era sicuramente attivo. La invenzione del francobollo ri­mediò a tutto: il servizio fu ovunque e per sempre statale, ma mercantile.

Altre più complesse esigenze e scoperte conducono oltre. Il telegra­fo può essere allo stesso modo a pagamento, ma non la radio: è stato ri­tenuto che il canone dei radioabbonati è una imposta, non un prezzo. Gratuito è il servizio di ascolto delle radio non nazionali. Gratuito e vo­lontario è divenuto quello delle segnalazioni dei radioamatori in casi di pericoli o naufragi.

Fin dai primi scritti del 1844 Engels, nel far risaltare che base del mercantilismo concorrentistico è il monopolio, rileva la giusta teoria de­gli economisti classici: ha valore ogni cosa suscettibile di essere monopolizzata. Così l'aria atmosferica è più vitale del pane, ma non potendo es­sere monopolizzata non ha valore, e non la si paga. Si dirà allora che la natura la fornisce in quantità illimitata.

Vi sono tuttavia esempi in cui il limite non si può porre nemmeno a prestazioni artificiali. Gli ospedali per traumatici raccolgono chi si rom­pe una gamba. Ma non respingono chi appena uscito si rompa l'altra. Il servizio di estinzione incendi non solo è gratuito, ma non subordina il suo intervento ad eventuali precedenti salvataggi nello stesso luogo o per la stessa persona. Vi sono quindi dei servigi non mercantili e illimitati. Del resto lo sono il passaggio per le strade pubbliche e il bere alla fontana stradale etc, non toccando qui il punto delle imposte.

Si può osservare che il pompiere e l'infermiere sono pagati a salario e in moneta, e quindi il settore non è esempio di rapporto comunistico.

Ricorrendo allora all’esempio dell’esercito, vediamo una comunità i cui componenti sono tenuti a data attività, non sempre distruttiva, e non remunerati con danaro ma con somministrazioni in natura, in certo senso non limitate.

Non vi è rapporto tra l'impegno di attività, sia essa militare o ci­vile, di un determinato reparto rispetto ad un altro, e la quantità di munizioni nel senso generale, comprese quelle da bocca, le divise, i mez­zi di trasporto e via, che essi consumano a carico della centrale « inten­denza ».

Sono dunque evidenti e possibili attività umane organizzate in dati casi senza compenso in denaro; in altri senza alcuna proporzione tra consumo di sussistenze, e opera data o prodotto; in altri senza la esi­genza che azienda per azienda debba entrare più moneta di quella che esce. Anzi le più vaste e moderne esigenze della vita collettiva pos­sono essere soddisfatte soltanto uscendo dai criteri mercantili e torna­contistici che si potrebbero chiamare « criteri di bilancio ». Nella lotta, ad esempio, contro le calamità naturali come epidemie, inondazioni, ter­remoti, eruzioni, non solo non si chiede remunerazione ai salvati, ma con disposizioni centrali si cerca di mobilitare l'opera di tutti gli abita­tori validi presenti nella zona, senza compenso, e le sussistenze ed altre provvidenze sono distribuite a chiunque e senza prezzo.

Non dovrebbe correre dubbio che la « civiltà » capitalistica, che dopo la sua fase di gigantesco potenziamento della produttività dell’umano lavoro, prende a funzionare come produttrice in serie di distru­zioni, conflitti, guerre sterminatrici anche dei non combattenti, va oggi trattata come un sinistro, un permanente disastro che ha investita tutta la superficie terrestre.

In conclusione nella attività organizzata presente esistono attività e « servizi » la cui struttura fa capire che il comunismo non solo è at­tuabile, ma è necessario e storicamente imminente, ma detti esempi non vanno cercati nella « statizzazione » delle aziende produttive, industriali, o terriere, bensì in quei casi in cui si è superata la « equazione mercan­tile » tra lavoro speso e valore prodotto, per attuare la superiore forma di gestione e disciplina « fisica » delle operazioni umane e sociali, non rappresentabile in partita doppia e in attivo di bilancio, diretta razionalmente secondo il miglior utile generale attraverso progetti e cal­coli, in cui non entra più l'equivalente moneta.

16. - Fasi delta trasformazione in Russia dopo il 1917.

Una simile storiaeconomica non è stata scritta, e non vi sono dati tali da poternefare, anche da parte non di un autore ma di una apposita organizzazione di ricerca indipendente (termine che nella attuale fase ha perduto ogni senso concreto), un tracciato esauriente, comparabile a quello dato da Marx della nascita e vita del capitalismo inglese ed europeo in generale. Anzitutto i poteri della vittoriosa classe capitalistica non nacquero né ermetici né esoterici, e nel primo periodo non avevano interesse a mascherare i dati di fatto della loro economia, che ingenuamente credevano « naturale » ed eterna: il marxismo trovò quindi in Inghilterra non solo teorie economiche che si erano spinte ad un livello notevole, da cui hanno poi precipitosamente rinculato, ma soprattutto materiali immensi genuini. Ciò che oggi non è possibile per la Russia.

Occorre mettere a base la dispersione del fondamentale equivoco del modellismo. Giusta è la dottrina che la rivoluzione politica, la prima battaglia campale proletaria, può e deve essere sferrata nel punto di mi­nore resistenza storica, e poco importa che la Pietrogrado 1917 fosse ca­pitale di un paese meno sviluppato della Francia al tempo della Comu­ne di Parigi. Non occorre affatto abbandonare tale terreno ben solido per i comunisti rivoluzionari, per deridere la posizione di quelli che diceva­no: siete stati in Russia? dunque fate propaganda della prova dell’espe­rimento che il comunismo come organizzazione produttiva può funzio­nare ottimamente.

Lenin ha detto e scritto cento volte che anzitutto un modello iso­lato non è affare marxisticamente serio, ma poi che per andare avanti con passo travolgente nell’attuare socialismo occorreva prendere Ber­lino, Parigi e Londra. Il che non fu. Ed allora occorre vedere chiara­mente i fatti economici e le posizioni programmatiche sociali nei varii periodi, rivendicando quelle dei bolscevichi dal 1903 al 1917 e dal 1917 al 1923 circa, dimostrando controrivoluzionarie nel senso operaio le po­sizioni del governo russo da allora in poi, e sempre più gravemente nelle fasi: distruzione del gruppo rivoluzionario bolscevico — alleanza colle potenze capitalistiche occidentali, Germania prima, anglo-americani dopo — fase attuale di propaganda collaborazionista di classe in tutti i paesi e alla scala mondiale.

1. Il sorgere del capitalismo russo in zone limitate si deve ad ini­ziativa dello Stato feudale e non al potente formarsi di una indigena borghesia (1700-1900).

2. Nella fase in cui la Russia era la sola nazione europea non gover­natadalla borghesia, il che impediva un diffondersi della produzione ca­pitalistica nell’immenso territorio, era giusto che il proletariato e il suo partito rivoluzionario si addossassero i problemi di due rivoluzioni immediatamente saldate. Politicamente risultò la Russia il paese più favorevole per la tattica del disfattismo rivoluzionario in guerra (1900-1917).

3. Le misure sociali nel periodo immediatamente successivo alla conquista del potere da parte del partito proletario non potevano che essere empiriche e transitorie, anziché « modelli di propaganda », essen­do compiti preminenti il battere le forze controrivoluzionarie: a) feu­dali - b) borghesi, democratiche e degli opportunisti interni - c) esterne, non tamponando indefinitamente gli interventi armati, prospettiva sto­rica illusoria, ma attaccando con la rivoluzione di classe interna le me­tropoli borghesi.

Come Lenin descrisse, il quadro economico russo era un misto di tutte le forme economiche: premercantili (comunismo primitivo, si­gnoria e teocrazia asiatica, baronato terriero) ; mercantili (capitalismo industriale, commerciale e bancario, proprietà privata terriera libera) ; postmercantili (prime attuazioni di comunismo « di guerra », ossia di « guerra sociale », come pane, casa, trasporti gratuiti nelle grandi cit­tà, e simili). Già in tale quadro transitorio, le statizzazioni di fabbriche, aziende e banche, e di poderi agrari sono misure rivoluzionarie sì, ma di rivoluzione capitalistica. Così lo sono le requisizioni di grano senza compenso, fatte con la forza a carico di contadini rapidamente divenuti da servi della gleba produttori autonomi. Fecero cose analoghe le ri­voluzioni borghesi: la storia lo mostra (1917-1921).

4. Lenin disse tutto questo duramente al momento della N.E.P., Trotsky che condivideva le sue direttive spiegò che era socialismo con la contabilità capitalista; in effetti è proprio il tipo di contabilità che defi­nisce la forma economica. La giusta espressione marxista era: capitali­smo con contabilità capitalista, ma con registri tenuti dallo Stato pro­letario. Si ebbe il libero mercato e commercio, la libera produzione arti­giana e piccolo borghese e la libera piccola e media coltura della terra: tutte forme mature ad erompere, ma fino allora soffocate dalla impal­catura governativa feudale-zarista. Una valvola sociale rivoluzionaria fu aperta.

Nella prospettiva di Lenin il pericolo di questa svolta era chiarito senza sottintesi: formazione di una classe e di una accumulazione capita­lista, inevitabile sulla trama della libertà di mercato. Lenin pensava che la rivoluzione proletaria in occidente avrebbe fatto più presto. Solo allora le misure dispotiche ulteriori di intervento nel corpo dell’economia russa potevano prendere indirizzo socialistico (1921-1926).

5. Abbandonata la prospettiva della rivoluzione politica nei paesi capitalistici, la pretesa teoria del socialismo in un solo paese, e gli in­terventi centrali del potere dello Stato nel senso di reprimere le forze della piccola e media coltura agraria, commercio, industria, impedendo che divenissero forze politiche, sono esempi di capitalismo di Stato, sen­za il minimo carattere proletario e socialista. La generale maturità del­la tecnica che in un certo senso è patrimonio internazionale, e quindi l'avvio di un capitalismo e di un industrialismo a grado di produttività tecnica enormemente superiore a quello con cui esordì in Inghilterra, Francia, Germania, America, abbreviarono le tappe della concentrazio­ne e della accumulazione.

Lo Stato che aveva avuto nascita come Stato del proletariato vin­citore si involse in Stato capitalista e si costituì — sola via per arrivare alla produzione per grandi aziende — in datore di lavoro del proleta­riato industriale russo e in larga parte di quello agricolo: la sua poli­tica da quel momento non ha la dinamica dei rapporti colla classe pro­letaria dei paesi capitalisti ma quella dei rapporti con gli Stati borghesi, siano essi di alleanza, di guerra o di contrattazione.

6. Nella situazione che si è così originalmente determinata sussiste in pieno la capitalistica economia di mercato e di azienda. La difficoltà di trovare il gruppo fisico di uomini che sostituiscono quella borghesia che non si è formata per via spontanea, o in quanto formata sotto lo zarismo venne distrutta dopo l'Ottobre 1917, è difficoltà grave solo agli effetti del modo di pensare democratico e piccolo borghese di cui decenni e decenni hanno avvelenato la classe operaia i pretesi suoi maestri. Mano mano che l'azienda e l'impresa borghese divengono, da personali, collettive e anonime, e infine « pubbliche », la borghesia, che mai è stata una casta, ma è sorta difendendo il diritto della totale eguaglianza « vir­tuale », diventa « una rete di sfere di interessi che si costituiscono nel raggio di ogni intrapresa ». I personaggi di tale rete sono svariatissimi: non sono più proprietari o banchieri o azionisti, ma sempre più affaristi, consulenti economici, business-men. Una delle caratteristiche dello svol­gimento della economia è che la classe privilegiata ha un materiale umano sempre più mutevole e fluttuante (il re del petrolio che era usciere, e così via).

Come in tutte le epoche, tale rete di interessi, e di persone che affio­rano o meno, ha rapporti con la burocrazia di Stato, ma non è la buro­crazia; ha rapporti coi « circoli di uomini politici », ma non è la cate­goria politica.

Soprattutto, in tempo di capitalismo tale rete è « internazionale » e oggi non vi sono più classi borghesi nazionali, ma una borghesia mon­diale. Vi sono bensì gli Stati nazionali della classe capitalistica mondiale.

Lo Stato russo è oggi uno di questi, ma con una sua particolare ori­gine storica. E' il solo infatti uscito da due rivoluzioni saldate nella vit­toria politica ed insurrezionale; è il solo che ha ripiegato dal secondo compito rivoluzionario ma non ha ancora esaurito il primo: di fare di tutte le Russie un'area di economia mercantile. Con i conseguenti profondi effetti sull'Asia.

La via più rapida per fare questo, senza di che con gli altri Stati nazionali non si può né lottare — né fornicare — con successo, è quella dello Stato padrone di terra e capitale, la più feconda e calda incubatrice di un giovane vigorosomercantilismo ed « impresismo ».

Chiave della critica marxista è che il capitalismo non riduce a zero forze produttive col limitatissimo consumo di plusvalore che fanno i padroni di azienda, ma colla distruttiva e bestiale gara tra aziende e tra gruppi di succhioni (o anche di vanesii) che ognuna di esse allatta: nell’anatomia della società russa, dove non è molto comodo andare a introdurre il bisturi, tale fenomeno parassitario non solo è vivo e vitale, ma al massimo della virulenza.

17. - Utopia, Scienza, Azione.

Con le espressioni di socialismo (scientifico), comunismo (critico), si intende da tutti il complesso di una interpretazione del processo dei fatti sociali umani, della aspettazione e rivendicazione che il processo futuro presenti dati caratteri, della lotta che conduce la classe lavora­trice per giungervi e dei metodi di essa lotta.

In ciò è implicita l'affermazione che si può in grandi tratti stabilire le linee dello sviluppo avvenire, e nello stesso tempo che occorre una mobilitazione di forze per favorire ed affrettare tale sviluppo.

Se tutti questi aspetti sono in modo espressivo nel marxismo, tanto che da quando fu formulato anche coloro che non lo hanno accolto de­vono fare ad ogni piè sospinto i conti con esso, tuttavia in forma sia pure non organica si presentano in tutti i « sistemi » precedenti.

Lasciando da parte questioni astruse, come il considerare una co­mune illusione di teorici, autori, propagandisti, militanti di partito di ogni colore, quella che valga la pena di influire sugli eventi sociali, stu­diarne lo sviluppo e battersi per esso, rileveremo che ogni manifesta­zione di attesa del futuro, ogni lotta per « cambiare le cose », presuppone una certa esperienza e nozione del passato e delle situazioni presenti, e d'altra parte ogni studio e descrizione del passato e dei fatti che ci cir­condano non ha mai avuto svolgimento se non per arrivare in certo modo a previsioni plausibili e pratiche innovazioni. Occorre limitarsi a con­statare che è stato così per tutti i movimenti reali, senza abbordare in partenza (ossia metafisicamente e vanamente) i soliti rompicapi di fi­nalismo o meccanismo.

Esseri, uomini e gruppi indifferenti a sapere « dove si andava » o a cercare di mutare la direzione del moto, sono sempre stati altrettanto inetti alle seduzioni di una ricerca freddamente conoscitiva e descritti­va, che metta agli atti i risultati senza curarsi di altro e senza utilità alcuna dell’archivio. Se fosse possibile solo fare la fotografia della real­tà e del mondo, non bisognerebbe andare oltre alla prima fotografia: quando se ne raccoglie una serie, vuol dire che si cercano regole di uni­formità o disuniformità tra i varii clichés impressi, e se si fa questo è per dire in certo modo che cosa rileverebbe una foto successiva, prima di averla fatta.

I gruppi umani sono anzi partiti da tentativi di sapere il futuro prima di avere edificati sistemi anche iniziali di conoscenza della natura e della storia di passati eventi. Il primo sistema è la tradizione ereditaria di nozioni che riguardano come premunirsi da inconvenienti, pericoli, cataclismi; viene dopo la registrazione anche embrionale di fatti e dati contemporanei e trascorsi. La cronaca nacque dopo la prammatica. Lo stesso istinto degli animali, che si riduce ad una prima forma di cono­scenza quantitativamente bassa, regola il comportamento su eventi fu­turi da evitare o facilitare: uno studioso della materia ne dà questa bella definizione: « l'istinto è la conoscenza ereditaria di un piano spe­cifico di vita ». Ognuno che forma e possiede piani, lavora su dati del futuro. Tanto meglio se prendiamo l'aggettivo specifico come collegato a « specie », ossia non un piano determinato, ma un « piano per la specie ». Volando attraverso tutto il ciclo, il comunismo è la « conoscenza di un piano di vita per la specie ». Ossia per la specie umana.

Nella accezione utopistica il comunismo voleva elaborare il futuro dimenticando o trascurando il passato e il presente. Il marxismo dette la più completa e definitiva critica dell’utopia come piano o sogno di un autore o di una setta illuminata, che sembravano dire: giunti noi, il problema è risolto, come lo sarebbe stato se fossimo giunti, collo stesso piano, mille anni prima.

Secondo il marxismo tutti i sistemi di pensiero e di idee, religiosi o filosofici, non sono prodotto di singoli cervelli, ma espressione sia pure informe dei dati di conoscenza di una certa epoca sociale ordinati al fine delle sue regole di comportamento. Non sono cause ma prodotti del movimento storico generale. Nel loro succedersi si trovano ad essere invecchiati, ossia riflettono nelle loro formulazioni le condizioni antiche, e in altri casi ad essere anticipatori, ossia ad essere effetto del decom­porsi di quelle vecchie forme e dei loro contrasti, talché esprimono il futuro. Così al tempo schiavista la rivendicazione davanti alla legge e al costume che un uomo non doveva essere proprietà di un altro, prendeva la forma misteriosa della eguaglianza delle anime davanti al dio unico. Ma ciò non avviene perché il dio si sia deciso a rivelarsi, bensì per la decomposizione e la non convenienza della produzione schiavista: i cri­stiani la applicheranno contro i negri quando ricompariranno le condi­zioni adatte, come molta terra libera a pochi occupatori, per effetto delle scoperte geografiche.

Comunque le tesi sulla unità di Dio e la immortalità dell’anima non sono emesse a caso, ma dicono con altre parole che è imminente il tem­po in cui ogni lavoratore sarà libero nella persona. Per credenti, ideo­logi, giuristi è una conquista della persona umana, per noi è conquista venuta al suo tempo, di un nuovo più efficiente « piano di vita della specie ».

Di conseguenza il marxismo, pur rendendo omaggio all’utopismo del secolo XVIII, che a sua volta espresse in modo approssimato una condizione matura, ne mostra la debolezza nel non saper collegare la fine dell’economia di proprietà privata, non solo di uomo su uomo, ma anche di uomo su lavoro d'uomo, alla compiuta evoluzione di una data forma sociale, il capitalismo.

L'utopismo è una anticipazione del futuro; il comunismo scientifico lo richiama alla cognizione del passato e del presente, solo perché del futuro non basta una anticipazione arbitraria e romantica, ma occorre una scientifica previsione; quella specifica previsione che é resa possibile dal pieno maturarsi della forma capitalistica di produzione, e che stret­tamente si collega ai caratteri di essa forma, del suo sviluppo, e dei pe­culiari antagonismi che insorgono in essa.

Mentre nelle vecchie dottrine il mito e il mistero furono espressioni della descrizione degli eventi precedenti ed attuali, e mentre la moderna filosofia della classe capitalistica vanta (con sempre minore risolutezza) di avere eliminati tali elementi fantastici dalla scienza dei fatti fin qui registrati, la nuova dottrina proletaria costruisce le linee della scienza del futuro, del tutto sgombre da elementi arbitrari e passionali.

Se una conoscenza generale della natura e della storia, parte di essa, è possibile, essa comprende, inseparabile da sé, la ricerca del futuro: ogni fondata polemica contro il marxismo non può stare che sul terre­no della negazione della conoscenza umana e della scienza.

Qui si tratta non di dare tutto il quadro di un tale problema, ma di eliminare le deformazioni che pretendono di ammettere del marxismo l'analisi originale incomparabile della umana storia e della presente os­satura sociale capitalista, pervenendo poi per estinzione di calore a posizioni scettiche, agnostiche ed elastiche circa l'itinerario preciso dell’avvenire rivoluzionario, e la possibilità di averlo conosciuto e tracciato essenzialmente, fin da quando la classe proletaria è stata di fatto sulla scena sociale in masse efficienti.

Regolato il conto coi profeti, lo fu del pari con gli Eroi, che le vec­chie concezioni della storia ponevano al sommo, tanto nella forma di capitani di armi, che in quella di legislatori e ordinatori di popoli e di Stati. Inutile anche qui dire che, come ogni sistema profetico, ogni gesta di conquistatori o di innovatori politici viene dalla critica marxista va­gliata quale espressione o risultato che traduce effetti profondi dei « piani di vita » che si succedono, invecchiano, e si impongono.

La nuova dottrina quindi non può legarsi ad un sistema di tavole o testi, premessi a tutta la battaglia; come non può affidarsi al successo di un Capo o di una avanguardia combattente ricca di volontà e di forza. Profetizzare un futuro, o volere realizzare un futuro, sono posi­zioni entrambe inadeguate per i comunisti. A tutto ciò si sostituisce la storia della lotta di una classe considerata come un corso unitario, di cui ad ogni momento contingente solo un tratto è stato già svolto, e l'altro si attende. I dati del corso ulteriore sono ugualmente fonda­mentali e indispensabili quanto quelli del corso passato. Del resto gli er­rori e gli sviamenti sono egualmente possibili nella valutazione del movimento precedente, e in quella del movimento successivo: e tutte le polemiche di partiti e di partito stanno a provarlo.

Per conseguenza il problema della prassi del partito non è di sa­pere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di « conservare la linea del futuro della propria classe ».

E' chiaro che se il movimento non la sa studiare, indagare e cono­scere, neppure sarà in grado di conservarla. Non meno chiaro è che se il movimento non sa distinguere tra la volontà delle classi costituite e nemiche e la propria, egualmente la partita è perduta, la linea smar­rita. Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà: tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà.

Quelli che irridono alla possibilità di tracciare un grande itinerario storico a mezzo del corso (come avverrebbe per chi, avendo disceso il fiume dalla sorgente al mezzo, prendesse a disegnare la carta di esso fino all’oceano; induzione non inaccessibile alla scienza fisica geogra­fica), sono portati o ad escludere ogni possibilità di influenza di singoli e gruppi sulla storia, o ad esagerarla, per quanto però riguarda una successione immediata.

Errori volontaristi furono nelle due grandi deviazioni revisioniste della fine ottocento e principio novecento. Il riformismo, pretendendo di conservare la dottrina classica come studio della storia e dell’econo­mia, rifiutò come illusorio il tracciato del corso futuro, e si ridusse a lavorare su scopi di dettaglio e di breve respiro, da rinnovarsi di volta in volta. Il suo motto fu « il fine è nulla, il movimento è tutto »; ed esso equivale a dire: « i principii sono nulla, il movimento è tutto ». In un tale indirizzo sorge il dubbio tra il fine di un vicino interesse della classe operaia, e quello dei suoi capi e dirigenti: tanto l'uno che l'altro possono trovarsi opposti al fine di classe lontano e generale. Qui l'opportunismo. L'altra scuola, il sindacalismo, rifiutò il determinismo, assumendo di accettare la dottrina della lotta di classe economica e il metodo violen­to, ma non politico: il che lo chiuse fuori dalla lotta per il corso generale di classe. Confluirono riformismo e sindacalismo nella degenerazione socialpatriottica.

Una degenerazione del tutto parallela è quella della terza interna­zionale e del partito russo nel secondo quarto del secolo attuale: ab­bandono della linea della finalità generale di classe, per seguire risul­tati prossimi, locali, mutevoli di fase in fase.

La questione dell’azione comunista, della strategia, della tattica o della prassi è la stessa questione, ossia quella del conservare la linea del futuro di classe, e questa questione viene posta da quando la classe proletaria socialmente appare. Che vi siano soluzioni diverse da tem­po a tempo e da paese a paese non si contesta, ma in questo stesso suc­cedersi di soluzioni vi deve essere una continuità ed una regola, abban­donata la quale il movimento travia. A questa luce le questioni di or­ganizzazione, di disciplina, escono dal costituzionalismo di formule giu­ridiche, che connettono base, quadri, e centro, per impegnare il centro dirigente a non abbandonare la « regola » di azione, senza la quale non vi è partito e tanto meno partito rivoluzionario.

Quindi, se nessuno contesta che nelle nazioni in cui la borghesia do­veva ancora rovesciare il potere feudale il proletariato non poteva non affiancarsi a tale lotta, la sinistra marxista volle si portasse a regola che nei paesi a potere capitalista non si potessero fare alleanze con frazioni della borghesia. Al tempo di Lenin la critica e la politica proletaria assimilarono a queste i partiti che, dicendosi operai, rifiutavano il po­stulato dell’azione violenta e della dittatura proletaria.

La sinistra nella terza internazionale dovette combattere, restando battuta organizzativamente, come nuova forma gradualista e possibi­lista quella del fronte unico coi partiti socialdemocratici: teoricamente ha avuto partita vinta nella previsione che tale metodo avrebbe condotto alla collaborazione con partiti, classi e Stati capitalistici ed im­perialistici, e alla distruzione del movimento rivoluzionario.

Ciò basta a dimostrare che il partito e l'internazionale rivoluzionari non possono che avere un sistema rigido di regole di prassi, che i centri (ed i cosiddetti capi) non devono avere facoltà di trasgredire sotto pre­testo di situazioni nuove ed imprevedute. O questa costruzione di regole da un gruppo di fondate previsioni sullo sviluppo dei fatti è possibile, e al­lora la sinistra aveva ragione; o così non è, ma allora non avrebbe solo torto la sinistra marxista, bensì sarebbe il metodo marxista ad essere caduto, in quanto ridotto ad una registrazione di meteorologia sociale e ad una difesa luogo per luogo e giorno per giorno di interessi contingenti delle categorie che lavorano, pretesa insufficiente a distin­guersi da qualunque altro partito politico oggi in azione in qualunque paese.

La garanzia contro le ripetute, rovinose frane del movimento non sta mai in altro, che nella storica dimostrazione che esso risorga, non solo con affermata teoria marxista e determinista, ma con un corpo di norme di azione tratto dalla secolare esperienza accumulata, e so­prattutto dal tirocinio utilissimo di insuccessi e sconfitte, riuscendo a tenersi al di fuori degli inconvenienti dovuti alle improvvise manovre, abilità, stratagemmi politici dei capi, che se occorre vanno senza posa rinnovati, e messi via come persone, appena vacillano e cadono in tale prassi degenere.

In altri testi fu mostrato come ogni risorsa statutaria o di rego­lamento per stabilire chi sta sulla grande linea storica è illusione: fino a che non si sostenga possibile convocare alla suprema ipocrisia delle consultazioni, forma squisitamente borghese, le successive generazioni storiche della classe: i morti, i viventi e i nascituri!

Come teoria del passato, del presente e del futuro poniamo a base il Manifesto del 1848, il Capitale, le opere critiche di Marx ed Engels so­prattutto sul valore delle lotte per il potere e della Comune di Parigi, la restaurazione antirevisionista di Lenin e dei bolscevichi al tempo del­la prima guerra mondiale.

Come prassi tattica si può solidamente partire dal Manifesto, fer­mando il punto che molte rivoluzioni capitaliste erano da compiere an­cora, e che in quel tempo nessun partito si chiamava operaio se non era sul terreno della lotta armata antiborghese. Che dopo, nel corso di un secolo, siano sorti partiti operai con programmi non solo costituzionali ma antirivoluzionari, non è un fatto nuovo della storia, ma una conferma del corso di previsioni che sul Manifesto si edificò.

Due passi del Manifesto ci basta premettere. I comunisti lottano bensì per raggiungere scopi immediati nell’interesse delle classi lavora­trici, ma nel moto presente difendono l'avvenire del movimento.

Ogni moto presente è per i deterministi un dato che non si può ne­gare. Ma solo i comunisti apportano il dato di « difendere l'avvenire del movimento », ossia della classe lottante, e lottante per sopprimere le classi.

« I comunisti appoggiano in generale ogni moto RIVOLUZIONARIO contro le condizioni sociali e politiche esistenti ». Due condizioni fanno riconoscere i moti rivoluzionari: essi usano la forza, spezzano la legalità; essi mutano i rapporti di potere delle classi. « I comunisti met­tono sempre avanti la questione della proprietà, abbia essa raggiunta una forma più o meno sviluppata, come la questione fondamentale del movimento ».

Questione della proprietà vale nei testi marxisti questione dell’eco­nomia, questione di classe: forme della proprietà vale rapporti di pro­duzione.

Quindi la rivoluzione capitalista in Germania 1848 e Russia 1917 interessava i comunisti per due ragioni: primo, perché potesse dare av­vio alla immediata rivoluzione proletaria europea; secondo, perché, an­che nella ipotesi che il moto si arenasse alla rivoluzione borghese, questa sconvolgesse il fondo dei rapporti di produzione feudali e sganciasse l'irresistibile avvio delle forme moderni di produzione e scambio capi­taliste e mercantili, al posto del sonno feudale.

Nel 1848, o nel 1917, o nel 1952, l'esistenza di un partito solido parimenti in dottrina, organizzazione e tattica è la sola garanzia che non si scambino quei due motivi, ragioni, scopi, di piena storica realtà, con un terzo fittizio e rovinoso: che anzitutto, e prima della specifica lotta di classe tra loro, borghesi e proletari abbiano una certa sfera di teoria ed azione comune, per i postulati di una pretesa umana civiltà, come sarebbero i varii ideologismi liberali, egualitari, pacifisti, patriot­tici.

Tutte le volte il movimento, non avendo colta la dialettica delle posizioni storiche, ha fatto naufragio in quella stessa palude.

Abbiamo trattato di Proprietà e Capitale perché fosse bene eviden­te che nell’epoca storica che viviamo, dopo caduto il feudalesimo non solo in Germania, Russia e Giappone, ma anche in Cina ed India, vi è una sola questione storica mondiale della Proprietà, ed è la questione del Capitale, della morte del Capitale, di cui va continuata a scrivere la storia avanti lettera.

Per scrivere questo corso, ancora una volta teoria ed azione, scienza storica ed economica e programma politico, procedono inseparabili. E guardando al punto di arrivo generale del movimento, nel tempo e nello spazio.

Decidono perciò sul falso comunismo e sullo stato russo non lo studio, del resto ovvio, della situazione economica oltre cortina, e dei relativi rapporti sociali, ma lo studio e la semplice constatazione della politica attiva di tale partito, di tale Stato.

In dati limiti di spazio e tempo la tesi di un vittorioso partito di dittatura operaia, occupato a far passare forme di proprietà feudale in forme capitaliste, non è marxisticamente assurda. Ma tale partito non LO NASCONDEREBBE, bensì proclamerebbe i propri scopi, come il Manifesto impose; di far scoppiare la rivoluzione nei paesi capitalisti classici, tenendo fino ad allora potere ed armi in pugno, per poi mettere al passo la trasformazione sociale.

Contro l'applicazione alla Russia d'oggi di una simile ipotesi sta la degenerazione della tattica dal 1923, la politica d'alleanza con Stati e par­titi delle forme borghesi di produzione sui piani politici interni e interna­zionali e quello militare della seconda guerra mondiale. Non vi ha biso­gno di maggiori responsi; e a conferma della diagnosi sta la generale vergognosa propaganda nelle file operaie del pacifismo sociale e costi­tuzionale interno ai paesi borghesi, e di emulazione e pacifismo inter­nazionale.

Non si può negare importanza ad una situazione in cui la guerra imperialista, anziché vedere due gruppi di Stati dichiaratamente capi­talistici in conflitto, veda tutti questi da una parte, e dall’altra solo, o quasi, lo Stato « criptocapitalista » erede di una rivoluzione proletaria; in quanto tale situazione comporterebbe la « denunzia » nella politica interna di tutti gli Stati nemici di ogni tattica di distensione e collabo­razione sociale, e addirittura l'impiego da parte delle forze sedicenti comuniste di mezzi di sabotaggio e di guerra civile.

La certezza che anche in questa ipotesi si tratterà di politica contro­rivoluzionaria, ossia discordante col fine generale del comunismo pro­letario, non deriva da imbrogliati chimismi economici e sociali, ma sta solida nelle constatate rotture ed inversioni della linea storica, e nella convinzione di falso a cui sono storicamente legati coloro che hanno pre­sentata come politica rivoluzionaria quella tendente alla illusoria restau­razione della democrazia contro il fascismo mondiale, e presentano come società comunista un banale mercantilismo industriale che tuttavia incendia il cuore della dormiente millenaria, l'Asia.

O la fase della pace e del mercato mondiale senza cortine, o quella della terza guerra, porranno il marxismo al banco di prova. Se ne uscirà sarà con la conquista che sulla direttrice del grande corso storico, trac­ciata come se la tracciò Colombo verso l'Oriente dialetticamente preso da Occidente, vi sono rallentamenti raccapriccianti e rischiosi, ostacoli paurosi, ma la rotta deve restare quella del giorno in cui le àncore vennero salpate, in una sfolgorante certezza gridata ad un mondo nemico.

NOTA

Non vi è bisogno di far rilevare al lettore che il « sunto » degli ultimi quat­tro capitoli è stato svolto in una esposizione quasi totale dello sviluppo di questo studio.

Ci ha indotti a questo non solo l'urgenza delle conclusioni rispetto alla presente situazione mondiale, ma il fatto delle gravi difficoltà che si oppongono all’uscita di questa rivista. Finora essa ha raggiunto i lettori a tali intervalli, che ci è sembrato necessario dare ad essi la presentazione del ciclo completo di questo lavoro fino al suo punto di arrivo.

Se avrà successo lo sforzo per assicurare a Prometeo una periodicità mi­gliore, seguiranno i testi diffusi dei capitoli dal settimo al diciassettesimo.

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  • Milano 16/11/2019, ore 16,00 " Presentazione del quaderno n. 10: Perché la Russia non era socialista " presso Libreria Calusca, Via Conchetta 18
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