Mercoledì, 27 Ottobre 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Le contraddizioni del massimalismo elettorale (Da "Avanti!" del 14 settembre 1919)

 

(Da "Avanti!" del 14 settembre 1919)

 

I compagni della frazione massimalista elezionista sostengono che per essi la quistione elettorale è affatto secondaria, né è tale da dividere i comunisti! Non pare che sia così a giudicare dal fatto che è bastato affacciare la proposta di astensione perché si affollassero i sostenitori della partecipazione elettorale, che del resto non fanno che passarsi l'un l'altro pochi argomenti molto discutibili.

E la frazione massimalista si preoccupa più di polemizzare con noi su questo argomento "secondario" che di controbattere le obiezioni che le vengono - che ci vengono - dai riformisti. Noi ci riserviamo di replicare in opportuna sede alle argomentazioni di Turati, Ciccotti, Zibordi ecc., e ci limitiamo per ora a battere in breccia l'incongruenza del massimalismo elezionista in base alle comuni premesse. Tutti noi massimalisti crediamo che sia possibile - e quindi necessario - passare nell'attuale periodo ad organizzare la conquista del potere da parte del proletariato italiano, e vediamo nella rivoluzione comunista russa solo il primo atto della Rivoluzione mondiale. Siamo dunque sul terreno della III Internazionale ed accettiamo il compito programmatico e tattico di questa: diffondere nelle masse la consapevolezza del processo di realizzazione rivoluzionaria, e preparare i mezzi d'azione per la conquista violenta del potere e l'esplicazione successiva della gestione sociale da parte del proletariato. È questa preparazione cosa di lieve conto? Tutt'altro. Che cosa si è fatto per la seconda parte (per la preparazione materiale)? Nulla. I compagni non si preoccupano nemmeno di discutere sull'opportunità della conclusione tattica di Lenin circa la formazione di Soviet e la conquista in essi di maggioranze comuniste. Che cosa si è fatto per la prima parte (preparazione, diciamo, spirituale)? Poco, e con scarsa chiarezza programmatica. La direzione aveva fatta propria la formula della "dittatura proletaria", adottando dopo quella imprecisa di "sciopero espropriatore", creando nel partito e nelle masse più un'attesa indistinta di chi sa che cosa, che una coscienza organica del compito da esplicare. La colpa non è della direzione, ma del Partito, che ancora non aveva compiuto la necessaria revisione programmatica per orientarsi e "selezionarsi" - senza di che la preparazione tattica organica è impossibile, ed è probabile in caso di eventi imprevisti esserne sorpresi e superati. Di più: molti compagni credono che essere convinti della necessità di un urto violento tra le classi autorizzi a fare a meno di un orientamento programmatico organico, "prima", "durante" e "dopo" la insurrezione. Essi sono in realtà degli anarcoidi e meritano la critica di attribuire all'atto violento taumaturgiche virtù. Poiché essi lo limitano nel tempo e fanno culminare in esso l'aspettazione e il trionfo proletario, non vedono perché la preparazione del partito e del proletariato alla rivoluzione siano inficiate dall'intervento alla campagna elettorale e parlamentare. Il Congresso dovrebbe stabilire le basi per l'ulteriore esplicazione di questa preparazione rivoluzionaria. Lo farà? Accademia: replicano moltissimi tra noi. Ma intanto Lenin da Mosca attende invano il nostro "documento". Si vede che è un imbrattacarte anche lui. Definita sommariamente questa doppia preparazione: spirituale e materiale, noi dichiariamo che l'azione elettorale e parlamentare del partito la sminuisce e la compromette. Come non può comprendersi la rivoluzione nelle giornate della insurrezione, così non può comprendersi la partecipazione elettorale nel giorno della votazione. Ecco perché è sciocca l'obiezione che dice: rinunceremo alla scheda solo al momento della lotta armata. L'elezione è un atto politico del Partito che si riflette su quattro o cinque anni successivi e in alcuni mesi di totale e febbrile attività precedente.

A tale metodo occorre invece rinunciare non appena si è in grado di sostituirlo con la preparazione organica della conquista della dittatura proletaria. Il sottoscritto che... ha meno fretta di molti altri, pensa che il momento può essere più vicino della durata della prossima assemblea legislativa borghese.

Quelli che affermano che la Rivoluzione Russa non è destinata ad essere seguita dalla rivoluzione in altri paesi e in Italia, sono logici ad andare tranquillamente alle urne. Ma quelli che vogliono - nella III Internazionale - fare opera di solidarietà fattiva con il proletariato russo e di altri paesi "subordinando le esigenze nazionali del movimento a quelle generali", devono essere per la mobilitazione delle forze comuniste per poter aprire le ostilità al momento opportuno. Che l'azione schedaiola sia incompatibile nel periodo delle ostilità è per se stessa cosa evidente: ciò che noi sosteniamo è ben altro: l'azione elettorale è incompatibile con la mobilitazione del proletariato per il conseguimento della sua dottrina. Ora: o si fa questa mobilitazione o vi si rinuncia, ed allora bisogna dirlo chiaramente ai compagni di altri paesi che attendono la nostra entrata in azione.

Ritornando alla preparazione: quella spirituale consiste nella propaganda attiva ed intensa del programma comunista, criticando sulla base delle fondamentali argomentazioni marxiste il sistema di governo borghese, la democrazia parlamentare, e volgarizzando gli audaci concetti innovatori della dittatura del proletariato, del sistema socialista di organizzazione del proletariato in classe dominante - sostenendo che la crisi di sviluppo della società è tale che è giunto il momento di infrangere con l'azione violenta delle masse il primo sistema per sostituirvi il secondo. Fare questo nei comizi convocati proprio per eleggervi i rappresentanti negli organismi rappresentativi borghesi? È una balorda contraddizione. Se si trattasse solo della critica a questi istituti, potrebbe andare; per quanto il passato insegni che su tale via si è sempre sdrucciolato. Ma quando si tratta di criticare non solo, ma di demolire, riunendo marxisticamente teoria ed azione, superando quella antitesi tra programma e realizzazione che il riformismo ha soffiato nelle menti di tanti rivoluzionari, allora l'assurdo diviene evidente. Noi critichiamo il sistema politico borghese e vi diciamo: preparatevi a sopprimerlo; tuttavia, vi chiediamo di mandarci a partecipare ad esso, alla sua struttura, alle sue funzioni. È enorme! Così si crea il confusionismo, non la consapevolezza e chiarezza programmatica nelle masse. Si interviene nell'ingranaggio del sistema democratico, si fa implicitamente atto di riconoscimento delle sue leggi funzionali; si deve reclamare se la votazione, lo scrutinio, lo svolgimento delle discussioni parlamentari non si svolgono secondo le leggi e le regole stabilite dalla vigente costituzione, e si rafforza tutto il sistema nella sua funzionalità.

Il programma massimalista parla di aiutare "dal di dentro" la demolizione.

Un teorema di meccanica insegna che un sistema non può spostarsi nello spazio per l'azione di forze interne al sistema. Ma la fisica non c'entra.

C'entrano però la logica e l'esperienza, che provano largamente come i parlamentari socialisti hanno fatto sempre opera di difesa delle prerogative e delle norme parlamentari e di tutto il sistema.

Il proporre di votare ai proletari già distrugge tutte le più eloquenti esposizioni del programma comunista. Votare vuol dire, nel regime attuale, delegare per un certo periodo la propria parte di pretesa sovranità, esaurire l'intervento dell'individuo nella politica per tutto quel tempo. Ma si dice agli elettori che ciò non deve essere. E allora bisogna concludere: non votare. La propaganda del programma e del metodo comunista non è cosa semplice, i suoi concetti fondamentali non vengono facilmente acquisiti alla coscienza collettiva. L'antitesi tra essi ed i principii della democrazia borghese deve essere messa nella più lucida evidenza. Ora il partito deve mettersi in una condizione di fatto che mostri come questa sua predicazione non sia che il proiettarsi in anticipo di eventi che stanno per realizzarsi. Solo l'astensione dalle elezioni può rispondere a questa delicata esigenza. Altrimenti l'obiezione ingenua che il massimalismo non è che un frasario per entusiasmare le masse ed ottenerne i voti, se non sarà vera, sarà però la traduzione di una verità più completa ma analoga. L'astensione è un atto negativo? No, se essa equivale a proclamare tangibilmente il passaggio delle forze del partito sul terreno della realizzazione della conquista del potere politico. L'astensione pare negativa solo a chi vede erroneamente la fase positiva dell'azione rivoluzionaria solo nel momento insurrezionale, non a chi si rende conto che questo deve essere preceduto da tutto un periodo di attività politica del partito, tale da richiedere tutte le sue forze. Come il votare è in deplorevole contraddizione con la preparazione spirituale della dittatura proletaria (anche in questa si voterà, è vero: ma senza i borghesi: è essenziale dunque negare non il voto, ma il sistema del votare a parità di diritti tra proletari e borghesi; e perciò occorre l'astensione); così lo è l'esistenza di una rappresentanza parlamentare del partito.

I deputati diranno ciò che vogliono; ma lo diranno esattamente con gli stessi titoli di un deputato borghese, e l'effetto della loro propaganda sarà di confondere e non di chiarire i concetti del programma comunista.

Finora la propaganda socialista si è fatta (convergendo in ciò le forme di imperfezione programmatica del riformismo e dell'utopismo anarchico) soprattutto contrapponendo la struttura razionale dell'economia comunista a quella irrazionale e gravida di cattive conseguenze dell'economia capitalista. I due sistemi erano contrapposti astrattamente, e perciò si poteva svolgere tale predicazione su qualunque piattaforma. Oggi che viviamo il periodo della trasformazione occorre portare la nostra propaganda (abbeverandola delle meravigliose "divinazioni" della dottrina marxista) nel campo del processo storico concreto che dal regime dell'economia borghese conduce al comunismo, illustrando questo trapasso. Questa propaganda realista, preludio dell'imminente azione, non può farsi che con le armi al piede, di fronte al nemico. Se la chiave essenziale del passaggio rivoluzionario è l'abbattimento del sistema democratico borghese, la preparazione programmatica delle masse si deve fare fuori e non dentro gli organismi del sistema - l'eliminazione del quale è la prima condizione storica dell'emancipazione del proletariato.


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