Mercoledì, 27 Ottobre 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Socialismo, patria e guerre di difesa (Avanti!, 6/1/1915)

 

(Avanti!» del 16-1-1915)

 

Questo articolo nasce dalla discussione sollevata dal precedente e da una postilla dell’«Avanti!» ad un articolo del riformista Zibordi, anche lui contrario all’intervento ma preoccupato della posizione antidifesista che corrispondeva a quella che possentemente Lenin chiamò «disfattismo». La postilla dell’«Avanti!», pur negando il difesismo, sembrava volersi chiudere nella giusta osservazione contingente che il caso italiano sarebbe stato un caso non di difesa ma di aggressione. L'articolo che segue sviluppa la tesi che qualunque concessione fatta al principio della difesa della Patria equivale alla distruzione dell’internazionalismo socialista. Con molti riferimenti alla reale situazione storica della guerra e di quel tempo in Europa e in Italia, l'articolo dimostra a quali gravi pericoli il tentennamento difesista esporrebbe il partito proletario. L'analisi data in esso anticipa la situazione pratica e futura di Caporetto 1917.

 

 

 

Lieto che la postilla redazionale al secondo articolo di Zibordi sulla «Difesa nazionale» corrisponda in massima alle idee da me sostenute nel precedente articolo apparso nell’«Avanti!» del 21 dicembre, chiedo ancora un po' di spazio per esporre alcune obiezioni all’ultima parte di quella postilla. La discussione sulla difesa nazionale è oggi esclusivamente accademica, visto che la guerra che si delinea all’orizzonte è una guerra di «aggressione», ossia di iniziativa dello Stato da cui siamo governati, e occorre oggi solo stringere le file tra tutti i socialisti che ad una simile guerra sono e saranno recisamente avversi - tale il parere espresso dall’«Avanti!».

Ebbene, io ritengo che la discussione al riguardo sia invece tutt'altro che accademica, e scrivevo quel mio modesto articolo appunto in vista della azione antiguerresca che tutti dovremo esercitare domani, troppo insidiata oggi fin nelle nostre file dalle perniciose infiltrazioni di mille equivoche ideologie borghesi.

Mi sia consentito chiarire la portata di una discussione odierna sulla «difesa nazionale» che avrebbe dovuto, è vero, farsi prima della guerra, ma che meglio può farsi oggi tenendo presenti alcuni aspetti dell’inizio e dello svolgimento del conflitto europeo.

È forse oggi certo che la guerra di domani sarà una guerra «di aggressione»? Ecco il punto. Io sostenevo appunto, nell’articolo citato, che la netta distinzione tra le due specie di guerra è gratuita ed irreale e non può servire di piattaforma all’antimilitarismo proletario. Cercai di dimostrare come i Governi borghesi possano sempre affermare di non aver voluta la guerra, avendo il monopolio di tutti quegli elementi di giudizio politico-diplomatici che sono normalmente sottratti al controllo popolare. Sostenevo soprattutto che anche nello Stato che inizia volontariamente la guerra, possono realizzarsi per il proletariato le condizioni della «difesa nazionale» costituite dalla minaccia di una invasione straniera e di perdita della indipendenza nazionale. Il compagno Zibordi vede in ciò un'applicazione di logica «sdoppiata» dalla realtà.

Mi spiegherò dunque più praticamente. Quando domani lo Stato italiano avrà decisa la guerra, il Governo ci prospetterà anzitutto mille pericoli che minacciano l'Italia. Non sarà difficile sforzare, dinanzi alle masse, i caratteri della guerra fino a farne una guerra di difesa, come si è fatto dappertutto.

Basterà un telegramma... (magari falso come nel 1870) del Kaiser al re d'Italia. Vi saranno mille altre prove della necessità della guerra. E credete che tutti gli argomenti intervenzionisti non si portino in fondo su questo piano ideologico e sentimentale della difesa nazionale? Il «pericolo» della vittoria tedesca è la chiave di volta della mitologia guerrafondaia. Così come il «pericolo» di soffocazione economica e politica ha conquistato alla causa nazionale i socialisti tedeschi. E proprio noi, internazionalisti, dovremo distinguere tra la difesa dell’Italia e quella del Belgio e della Francia, che indirettamente compirebbe l'esercito italiano? Tutta questa sarà la moneta spicciola della propaganda guerresca che della guerra italiana farà una guerra giusta e necessaria. Non ricordate più l'inizio dell’impresa di Tripoli?

Ma tralasciando tutto ciò - ed ecco il punto importante - dichiarata che sia la guerra, chiamatela pure così, di aggressione all’Austria ed alla Germania, si prepareranno da parte loro all’azione gli eserciti austriaci.

Le flotte anglo-francesi del Mediterraneo con molta probabilità evacueranno l'Adriatico per lasciare libero campo alla rivincita dell’onore italiano - e per veder con letizia le due flotte rivali sbarazzate reciprocamente di molte grosse unità -; i corpi d'armata austro-bavaresi premeranno sulla frontiera nord-orientale e insomma la costa adriatica ed il Veneto saranno sotto una grave minaccia nemica. Ed allora non sarà escluso, o compagno Zibordi, il caso di una invasione nella tela di ragno proletaria del reggiano, benché assicurata dalla linea del Po. O almeno tale caso avrebbe qualche probabilità, se tutto il socialismo italiano fosse, come nella tua provincia, numericamente potente, e come te indignato contro la guerra di aggressione e ne tentasse il sabotaggio. Ecco la portata della responsabilità che attende il nostro Partito. Sarà essa molto dissimile, nel caso che la dichiarazione venga d'oltre confine?

Appoggiando la nostra propaganda su di una distinzione priva di contenuto socialista, nulla ne guadagnerà la nostra azione di domani, tutto avrà da temere. Quelli - anche tra i nostri compagni - che oggi ci secondano entusiasti, ma fanno la riserva della «guerra di difesa», reggeranno tutti alla dura prova della realtà della guerra? Quando si tratterà - con una campagna che da un minimo della opposizione politica tenderà a forme più decise d'azione - di togliere indubbiamente dei coefficienti di successo allo Stato impegnato in guerra, mentre il nemico con maggiore o minore successo militare premerà sulle frontiere?

È molto diffusa, ma poco socialista, la avversità alla guerra di aggressione, con l'adesione a quella di difesa. Ora, se vogliamo restare nelle linee del socialismo rivoluzionario, dobbiamo fondare la nostra azione e la nostra battaglia, anche quando ci appare l'opportunità di allargarne le basi a maggior numero di proseliti, sulle direttive puramente ed esclusivamente socialiste. Mi par di sentire le obiezioni a questa affermazione «astratta», «teorica» e magari… «algebrica», ma vi è per essa un argomento recente, doloroso e che ritengo decisivo.

Noi siamo già stati vittime di un errore di prospettiva, e lo stiamo amaramente scontando. Quando sembrava che la guerra, la «sola guerra possibile», fosse quella a fianco della Germania e dell’Austria, il Partito socialista, sicuro di aver largo consenso anche in altri partiti ed in classi non proletarie, si avvalse molto nella sua propaganda di argomenti che potevano essere divisi dai democratici e da non pochi conservatori, e promise, contando su milizie che non erano tutte nostre, l'insurrezione popolare.

Venuta fuori la possibilità dell’altra guerra, noi avemmo - a che nasconderlo? - un rude colpo. La democrazia e la media borghesia divennero guerrafondaie. Il Partito socialista rimase politicamente solo. Qual vantaggio, se lo fosse stato idealmente (o calunniata teoria?) fin dal primo momento! Avremmo chiusa la porta da cui entrarono in quel primo momento innumeri alleati, ma dalla quale uscirono poi portando seco, più di loro resi accaniti contro di noi, non pochi dei nostri.

Ecco perché, per evidenti analogie, è necessario oggi chiarire i motivi della nostra avversione alla guerra. La nostra propaganda deve essere tale da metterci al sicuro dalle insidie della corruzione e della menzogna borghese, e non adagiarsi in quelle che sembrano oggi favorevoli opportunità della situazione, ma possono trasformarsi in trabocchetti. Contro tutte le guerre, non per esprimere, come dicono i faciloni della filosofia da strapazzo, un dogmatico Assoluto, ma per prepararci a ribattere da tutte le parti gli assalti degli antisocialisti, per poter rendere il proletariato immune da tutti i travisamenti e le falsificazioni della guerra borghese a cui lo si vorrà condurre domato.

 

 

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bolognac/o Circolo ARCI Guernelli - via Gandusio 6 - 40128 Bologna (Prossime date e orari: 9/10, 27/11, 11/12, 29/1, 26/2, 26/3; dalle 15,30 alle 17,30)
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 09 ottobre 2021, dalle 15.30)

Informativa 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina di policy & privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.  Per saperne di piu'