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Mercoledì, 13 Novembre 2019

La Francia e il piano Monnet ( n° 6, 1947)

Il problema che si pone al capitalismo francese in questo dopoguerra, più che ver­tere sulla ricostruzione di un apparato in­dustriale non irrimediabilmente colpito dal conflitto, consiste nella sua modernizzazio­ne e riattrezzatura per far fronte ad una situazione profondamente mutata rispetto al 1938.   Problema dunque, per molti aspet­ti simile a quello che lo svolgimento del­la guerra ha posto al capitalismo britan­nico e sotto il cui profilo vanno viste le ini­ziative (già illustrate su questa rivista) per la nazionalizzazione di alcune fra le più importanti branche industriali.  In realtà, la Francia è giunta al secon­do conflitto mondiale con un apparato in­dustriale e, in genere, economico, la cui produttività era di gran lunga inferiore a quella dei principali paesi del mondo, condizionando in misura notevole anche le capacità militari di difesa dell'Impero.

 

 

 

Come per l’Inghilterra, sebbene in forma diversa, la minor produttività del lavoro, l'arretratezza tecnica degli impianti, il gra­do non elevato di concentrazione ed inte­grazione dell'intera struttura economica, trovavano un compenso nell'alto reddito degli investimenti all'estero, che la guerra ha tuttavia seriamente ridotto.   In questa situazione, la crisi dell’economia capitali­stica francese - e perciò anche del presti­gio politico e dell'efficienza militare della IV Repubblica - non poteva essere risol­ta, sia pure temporaneamente, che attra­verso misure di modernizzazione e di riat­trezzatura: in una parola, di pianificazione dell'apparato industriale.   Aumentare l'effi­cienza economica del Paese, esportare di più, reggere vittoriosamente all’urto della concorrenza internazionale, far fronte il più rapidamente possibile ai debiti, erano le condizioni tanto del risanamento economi­co quanto di quella “sicurezza” che è l’in­sonne preoccupazione del grande capitali­smo francese.

 

 

A questa esigenza nazionale risponde il Piano Monnet, diventato la bandiera dei governi socialisti di Blum e Ramadier, e in certo modo già presupposto dalle famo­se “riforme di struttura” di cui hanno me­nato vanto i socialisti, i nazional-comunisti, ed i... rivoluzionari del programma transitorio: i primi due, portati dalla storia ad agire come “raddrizzatori del sistema ca­pitalistico”; gli altri, sempre pronti a scam­biare per misure “progressive” i più evi­denti tentativi di stabilizzazione del capi­talismo.   Il piano, del resto, non nasconde i suoi fini: il suo nome è “Plan de Moder­nisation et d'Equipement”; la sua dichia­rata ambizione è di aumentare il rendi­mento dell'operaio francese (che prima del­la guerra produceva nell'unità di tempo solo un terzo di un operaio americano e due terzi di un inglese) attraverso il rin­novamento tecnico del macchinario e dei sistemi di lavoro, e di poggiare così su so­lide basi la sicurezza militare del Paese.

 

Il piano prevede il raggiungimento alla fi­ne del '47 del livello di produzione del 1938, a metà del 1948 il superamento di un terzo del livello massimo del 1929, e nel 1950 il superamento di quest'ultimo del 25%.   I set­tori-chiave del piano sono la produzione del carbone, dell'elettricità, dell'acciaio, del cemento e delle macchine agricole, e il si­stema dei trasporti, ma il piano prevede un aumento sensibile della produzione an­che nel settore delle raffinerie del petro­lio, delle industrie automobilistica e tessile e delle costruzioni.   Le principali cifre fis­sate dal piano sono le seguenti:

 

  

  192919471950
Carbone, mil. tonn.5555,565
Elettricità, mrd. Kwh14,42637
Acciaio, mil. tonn.9,7711
Cemento, mil. tonn.0,515
Vagoni ferr., mil. tonn.224160240
Navi, mil. tonn.50,22858

 

 

Nel campo agricolo, più che un'estensio­ne delle superfici coltivate, il piano preve­de un aumento del rendimento unitario rispetto al periodo 1934-38: del 25% per il grano, del 27% per l'avena, del 25% per gli altri cereali, del 37% per le pa­tate; e ad un potenziamento del patrimonio zootecnico. 

 

 

La prima condizione di successo del pia­no è, evidentemente, una mobilitazione del­le forze lavorative che consenta di immet­tere nel processo produttivo un complesso di più di un milione di braccia, sia at­traverso un rigido controllo del mercato del lavoro, sia con la riduzione del personale amministrativo dello Stato, sia con l'impiego di mano d'opera femminile, anche a sostituzione dei prigio­nieri di guerra oggi impiegati in alto nu­mero soprattutto nelle miniere.   La seconda condizione è l’amento del tempo di lavoro con il ritorno alla settimana di 48 ore in luogo di quella di 40.   L'ultima è rappresentata da un forte investimento di capitali nella riattrezzatura degli impianti e nell’introduzione di più efficienti meto­di di lavoro, tale tuttavia da non dar luo­go a fenomeni inflazionistici.

 

 

Il piano prevede un complesso di inve­stimenti per la produzione e importazione di beni capitali di circa 3.000 miliardi di franchi, di cui 2.250 per la creazione di nuovi beni di produzione e 750 per il man­tenimento e il rinnovamento degli impian­ti: la percentuale degli investimenti sul reddito nazionale dovrà essere del 23-25% contro il 16% del periodo 1929-38. 

 

 

                                                                                         * * * 

 

 

Dal punto di vista operaio, il raggiun­gimento di questi obiettivi importa conseguenze facilmente determinabili.   Anzitut­to, esso esige un tasso crescente di sfrut­tamento del lavoro, sia mediante il pro­lungamento delle ore lavorative, sia me­diante l'aumento della produzione per uni­tà di tempo.   Sotto questo aspetto, il fa­moso esperimento Blum, iniziato a cavallo del 1946-1947, può esser considerato la ne­cessaria premessa alla politica di “moder­nizzazione e riattrezzatura” dell'economia francese: i ribassi del 5% sui prezzi (d'al­tronde a carattere schiettamente demago­gico ed operettistico) sono stati la moneta di scambio per la reintroduzione della set­timana di 48 ore.   L'aumento della produt­tività operaia postula d'altra parte una “tregua” alle agitazioni rivendicative e a fatto ciò che, in un modo o nell'altro, pos­sa incidere sul pacifico svolgimento della produzione nazionale - e Ramadier è sta­to chiarissimo nel minacciare le più ener­giche misure contro gli scioperi - allo stesso modo che postula una stabilizzazio­ne dei salari e perciò dei costi, - e an­che in questo il secondo governo sociali­sta è stato netto: nessun aumento genera­le dei salari, ma aggiustamenti parziali là dove il salario risulti “anormalmente” bas­so (come se il salario non fosse sempre, in regime capitalistico, e soprattutto in pe­riodi di crisi come l'attuale, anormalmen­te basso!).   In altre parole, il piano è l'al­tra faccia di una politica di stretto con­trollo delle organizzazioni e delle lotte del proletariato: esige uno sfruttamento mag­giore e, nel contempo, una sottomissione ancor più supina della classe operaia.   Alle direttive dello Stato e agli interessi della Nazione.

 

 

D'altro canto, il suo finanziamento implica una riduzione forzata dei consumi per l'impiego di una più alta percentua­le del risparmio negli investimenti produt­tivi: ergo, un peggioramento del tenore di vita che si giustificherà come momentaneo in attesa degli alti rendimenti futuri, ma che sarà comunque fortemente risentito e che una politica finanziaria di equilibrio del bilancio renderà ancora più duro finché non si arriverà alle misure care al to­talitarismo nazista di rendere obbligatorio il risparmio.   Nello stesso senso agirà la ne­cessità di incrementare le esportazioni, per pagare tanto le importazioni previste dal piano, quanto l'interesse dei prestiti esteri che il suo finanziamento esige a completamento del capitale “nazionale” messo a disposizione dello Stato.   E il problema del­l'incremento dell'esportazione ne pone un altro: potrà mantenersi e svilupparsi l'e­sportazione su un mercato internazionale dove la concorrenza tende di giorno in giorno a farsi più acuta poiché tutti i grandi paesi capitalistici sono premuti dal­la stessa necessità di vendere all'estero, da­gli Stati Uniti all'Inghilterra e alle nazio­ni minori?

 

 

Infine, la realizzazione degli obiettivi pre­visti condiziona una politica estera aggres­siva, soprattutto nei confronti della Ger­mania.   È vero che la produzione nazio­nale di carbone è aumentata, ma rimane tuttavia al disotto del livello 1938, e chi ne risente è l'industria siderurgica, cioè una delle industrie-chiave del piano.   Quando si pensi che il piano Monnet prevede per il 1950 un consumo di carbone di 86 milioni di tonnellate, di cui solo 65 potran­no essere prodotte (nella migliore delle ipo­tesi) dalle miniere francesi, le quali lavo­rano ora in buona parte con prigionieri tedeschi ma dovranno ben presto fare ap­pello ad operai nazionali in regime nor­male di lavoro, e che d'altra parte le mi­niere della Saar hanno una capacità di produzione (per ora non più raggiunta) di 20 milioni di tonnellate, si comprende tan­to lo sforzo francese di incorporare la Saar, quanto le pressioni esercitate dal governo sugli Alleati per assicurarsi una quota sta­bile di importazione dalla Ruhr, anche a costo di ridurre l'industria, e perciò il pro­letariato tedesco, alla completa paralisi.

 

 

Il piano Monnet corona dunque degnamente l'opera di intensificato sfruttamen­to del proletariato francese già iniziato dai governi democratici con la politica delle nazionalizzazioni, e, sul piano internazio­nale, acuisce i contrasti imperialistici nel presente e più ancora nelle prospettive av­venire.   La sua riuscita è condizionata a fattori interni che si riassumono nella ri­nuncia della classe operaia alla lotta di classe e nella sempre più decisa trasfor­mazione in senso autoritario del meccani­smo politico della “democrazia”  e a fat­tori esterni che si sintetizzano in un'esa­ltazione della concorrenza sul piano internazionale e in un irrigidimento della po­litica della “sicurezza” (1).

 

 

Inutile dire che al timone di questo espe­rimento politico, sociale ed economico, de­vono esserci dei partiti “di sinistra”.   Co­me dice il progetto, “La modernizzazione non è uno stato di cose, è uno stato d'ani­mo”: la creazione di questo stato d'ani­mo, l'educazione delle masse operaie ad accettare osannando la loro nuova prigione, sono e rimarranno il particolare privi­legio dei Blum e dei Thorez, dei Ramadier e dei Frachon, degli uomini della “poli­tica di grandezza della Francia”.  

 

(1)  Le difficoltà di realizzazione del Pia­no Monnet nel quadro di una generale instabilità dei fattori che stanno alla sua ba­se sono documentate dal fatto che, per il 1947, il governo ha deciso per ora di anticipare appena il 60% degli investimenti previsti per tale anno (265 miliardi di franchi invece di 475) in attesa di garanzie sufficienti riguardo all’approvvigionamento di mano d'opera e di combustibile e agli sviluppi del mercato nazionale e interna­zionale del danaro e dei capitali.   Inutile dire che i 30 miliardi per spese militari saranno erogati subito...

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