Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
MESSINA (nuovo punto di contatto), Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
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Venerdì, 22 Novembre 2019

In margine ad un anniversario ( n° 5, 1947)

Dal tradimento totale della Seconda Internazionale e dalla vittoria rivoluzio­naria in Russia sorsero, come espressione della volontà rivoluzionaria delle masse, i partiti comunisti, i nuovi strumenti della lotta proletaria per la presa del potere. Oggi lo stesso problema della ricostruzione dei partiti di classe, capaci di realizzare la loro missione storica, si pone come una necessità essenziale per la ripresa della lotta rivoluzionaria in una situazione obiettiva assai più sfavorevole. Nel periodo successivo alla fine della prima guerra mondiale esisteva, infatti, una situazione molto instabile della borghesia ancora sconvolta dalle conseguenze della guerra, mentre lo Stato proletario lottava per la realizzazione della rivoluzione mondiale in stretto collegamento col crescente movimento operaio degli altri paesi.

 

Oggi la borghesia, malgrado le crisi economiche da cui è stata colpita, dispone di un apparato statale molto più rafforzato, ha la possibilità di schiacciare con la violenza e nel sangue il suo nemico; il proletariato è stato ovunque battuto e le sue organizzazioni di classe distrutte o neutralizzate; lo Stato « proletario », anziché essere il centro propulsore della lotta rivoluzionaria, ha sanzionato il suo divorzio col proletariato mondiale ed è entrato nel pieno gioco delle competizioni imperialistiche.

 

In una fase di questo genere, di profondo regresso del movimento operaio e di confusione ideologica, è certamente utile ricordare il processo seguito nella fondazione del Partito Comunista d'Italia di cui ricorre ora il 26° anniversario. Problemi di portata fondamentale si ricollegano al processo di formazione di questo partito, e noi riteniamo di doverli mettere in evidenza perché ci sembra utile, per il movimento internazionale, che le considerazioni che hanno presieduto alla formazione del Partito Comunista in Italia siano conosciute nella attuale fase di ricostituzione delle basi ideologiche dei nuovi partiti proletari. Non dovrebbe sembrare pretenziosa la nostra affermazione che, se non si fosse verificata la lotta ostinata del centro dell’Internazionale Comunista contro la direzione di sinistra del P. C. I., molto probabilmente i metodi che noi preconizzavamo e le posizioni politiche che difendevamo avrebbero potuto determinare le condizioni per conservare al proletariato mondiale la conquista rivoluzionaria in Russia e l'orga­nizzazione dell’I. C. Ciò che colpisce, nell'esame del cammino seguito per la fondazione del P. C. d’I., è che i bolscevichi hanno combattuto un sistema d'orga­nizzazione del Partito che proprio essi avevano rivendicato e adottato nell'orga­nizzazione del loro partito in Russia. Nel 1903 il partito bolscevico si fonda su una delimitazione,  su una scissione che vertono non solo sulle questioni politiche ma anche sulle questioni organizzative, o meglio, che danno alle questioni d'orga­nizzazione un valore essenziale di principio. I bolscevichi, cioè, quando si trattò di costituire le basi del loro partito, curarono la delimitazione sino all’estremo e, secondo noi, è proprio in virtù di questa cristallizzazione iniziale che i bolscevichi si sono preparati a poter dirigere le battaglie rivoluzionarie del 1917. In Italia la sinistra non voleva procedere diversamente per la costituzione del Partito Co­munista, pur non potendo spingere questa delimitazione — per considerazioni internazionali e storiche che esamineremo più avanti — ad un grado tanto estremo come avevano fatto i bolscevichi nel 1903. Tuttavia, qualche anno dopo la fonda­zione del Partito Comunista, proprio dalla Russia parte il rimprovero « scissione troppo a sinistra »; proprio dalla Russia parte la direttiva per il Congresso di fusione a Halle tra gli Spartachisti e gli Indipendenti, e dalla Russia ancora la parola d'ordine di tolleranza per il Congresso di Tours del partito francese, fino ad ammettere nel suo seno elementi social-patrioti come Cachin e Frossard.

 

 

 

E’ evidente che non si tratta di una improvvisa conversione dei bolscevichi ad un altro processo di formazione dei Partiti Comunisti, ma essenzialmente di una prospettiva storica che prevedeva la possibilità di evitare il difficile cammino percorso per la fondazione del Partito Bolscevico. Lenin e i bolscevichi sconta­vano, nel 1918-1920, lo scoppio immediato della rivoluzione mondiale e, da ciò, il concetto della fondazione dei Partiti comunisti nei vari paesi come di altrettanti complementi all’opera rivoluzionaria dello Stato russo che appariva loro come l'elemento  essenziale del  rovesciamento  del mondo  capitalista.

 

L'esperienza e l'evoluzione dell’I. C. e dello Stato operaio dovevano provare ancora una volta che la prospettiva e la contingenza, quale che sia la loro impor­tanza, non possono menomare le questioni di principio. Ma, nel 1920, fu merito esclusivo del compagno Bordiga l'aver sollevato, anche di fronte a Lenin, la neces­sità di mantenere, per tutti i paesi, l'esperienza vittoriosamente applicata dai bol­scevichi.

 

La frazione astensionista del Partito Socialista Italiano si propose dunque di seguire il processo della sua trasformazione in Partito per operare la scissione nel seno del Partito Socialista e per fondare la sezione italiana dell’I. C. Ma le era impossibile di far trionfare i suoi disegni nella situazione del 1920 e ciò perché, contrariamente al 1903, la Sinistra si trovava di fronte alla I. C. e alla fondazione dello Stato operaio  in Russia.

 

Le considerazioni internazionali dovevano evidentemente essere in primo piano e la concentrazione del proletariato italiano per fondare il suo partito non poteva farsi che sulla base degli stessi principi su cui era nata l'I. C. La corrente del movimento italiano che confluì nella stessa direzione dei bolscevichi fu la frazione astensionista. Questa, infatti, aveva sostenuto le posizioni di Lenin sulla guerra imperialista e, per prima, dichiarò, in Italia, la realtà comunista della rivo­luzione  russa  presentata  secondo  le  concezioni  fondamentali  del  marxismo.

 

Gli elementi di cui si è servito l'Esecutivo dell’Internazionale, per le sue manovre nella lotta contro la Sinistra, non hanno affatto lottato durante la guerra con Bordiga, all’interno del Partito Socialista, e, nel dopo-guerra, hanno presen­tato la rivoluzione russa come una smentita alle posizioni essenziali e di classe del marxismo: sulla questione della fondazione del Partito essi non avevano fatto altro che riflettere in Italia — con l'« Ordine Nuovo » — un movimento analogo a quello che si era creato in Inghilterra e negli Stati Uniti, per annullare soprattutto il significato dei Partito e sostituirvi i Consigli di Fabbrica onde poter rea­lizzare, anche nel seno della società capitalistica, una trasformazione organica evolvente verso il socialismo.

 

Sulla base dell’adesione all’I. C. si fonderà il Partito Comunista in Italia. La cronaca dei rapporti dell’Esecutivo dell’Internazionale con le differenti correnti del Partito Socialista ha permesso un equivoco che i centristi non hanno potuto sfruttare unicamente per la loro antecedente compromissione e per l'evidenza dell’apporto essenziale dato dalla frazione astensionista per la fondazione del Par­tito. Lenin scrisse una lettera al gruppo dell’« Ordine Nuovo » solidarizzando con le conclusioni politiche di una sua risoluzione in cui erano incluse le posizioni difese dalla frazione astensionista e in cui non si parlava affatto della teoria dei Consigli di Fabbrica e dell’unità del Partito (compresivi i riformisti): due tesi care al gruppo dell’« Ordine Nuovo ».

 

Sarebbe del tutto arbitrario rimproverare alla frazione astensionista di esser venuta a compromesso col gruppo dell’« Ordine Nuovo » per la fondazione del Partito in Italia. Anzitutto non c'era possibilità di compromesso perché il gruppo dell’« Ordine Nuovo » non faceva che aderire al materiale ideologico maturato dalla frazione astensionista, cui d'altronde esso rimaneva ipocritamente fedele fino al 1922, quando approvava le tesi di Roma. Da un punto di vista generale, la frazione astensionista non poteva procedere ad una delimitazione nei confronti delle posizioni un tempo sostenute dall’« Ordine Nuovo », tanto più che la basi di costituzione dei nuovi partiti comunisti non poteva provenire che dal centro situato nel crogiuolo della rivoluzione mondiale. La frazione astensionista doveva necessariamente spostare, su scala internazionale, l'opposizione politica che non poteva risolvere nei quadri limitati del Partito Italiano. E questo essa lo fece im­mediatamente dopo la fondazione del Partito, spingendo l'I. C. all’apertura di una polemica su tutte le questioni controverse e respingendo la via delle manovre e dei compromessi che avrebbero soffocato e le divergenze politiche e le stesse pos­sibilità di chiarirle. 

                                                     *  *  *

 

Esaminiamo dunque l'azione della frazione astensionista - in realtà la prima e unica corrente comunista nel movimento operaio italiano in questi mesi deci­sivi del 1919-20. Il movimento operaio italiano non aveva, infatti, quasi mai conosciuto lotte collegate a tesi di principio. E' sintomatico il limitatissimo contributo apportato dall’Italia al bagaglio teorico internazionale: ad eccezione degli eccellenti, ma brevi saggi di Antonio Labriola, e del contributo della « Critica Sociale », che ebbe principalmente il carattere d'una volgarizzazione del marxismo, non possono notarsi che gli scritti della scuola sindacalista, di Arturo Labriola e di Leone, che furono d'altronde fortemente influenzate da Sorel.

 

 

 

Il Partito Socialista, fondato sulla base del programma di Erfurt, apportò unicamente il programma di rivendicazioni minime e, un saggio di programma agrario. Le divergenze « storiche » tra Turati e Ferri, che occuparono i lavori di molti congressi, si ridussero al problema di una più o meno grande intransigenza elettorale, oppure della partecipazione o no ai governi borghesi. Se si rileggessero oggi le polemiche precedenti i congressi, si  resterebbe grandemente sorpresi — a meno di non scegliere a termine di paragone il vuoto veramente pneumatico delle marionette che si fanno muovere negli attuali partiti socialista e comunista - della povertà degli argomenti.

 

La sinistra del P. S. I. che, sotto il nome di « Socialisti intransigenti rivolu­zionari », ottenne la vittoria al Congresso del 1912 a Reggio Emilia, non ebbe una maggior sostanza teorica: Bissolati e i suoi compagni furono espulsi per il loro appoggio alla spedizione di Tripoli e la loro visita a Corte. L'intransigenza a proposito delle elezioni comunali e l'esclusione degli elementi aderenti alla massoneria furono i temi di discussione al Congresso di Ancona.

 

Quanto allo stesso problema della guerra, la formula del P. S. I. — né ade­rire, né sabotare — era estremamente equivoca. La creazione della frazione astensionista nell'immediato dopo-guerra cambia radicalmente questo stato di cose. Il P. S. I. dà, nel marzo 1919, la sua formale adesione all’I. C, senza cam­biare nulla, né nella sua struttura, né nei suoi metodi di lotta. Si è alla vigilia del Congresso che deve prendere delle posizioni definitive nei confronti dell’I. C. e della  rivoluzione  russa.

 

La frazione astensionista presenta una mozione chiedendo che il partito prenda il nome di Partito Comunista d'Italia e, come corollario di questa trasfor­mazione, escluda dalle sue file tutti quelli che proclamano la possibilità dell’eman­cipazione del proletariato nel quadro del regime democratico e che ripudiano i metodi della lotta armata contro la borghesia per l'instaurazione della dittatura del  proletariato.

 

La mozione chiede anche che il partito si astenga dalle lotte a carattere elet­torale, pur partecipando attivamente alle campagne elettorali per spiegare i mo­tivi comunisti del suo atteggiamento. Il partito deve mobilitare tutte le sue forzo al fine: 1) di precisare e diffondere nella classe operaia la coscienza storica della realizzazione integrale del programma comunista; 2) di creare gli organi operai e i mezzi pratici d'azione e di lotta necessari per realizzare le tappe successive che conducono allo scopo finale.

 

Questa mozione è sviluppata in una serie di articoli apparsi ne « Il Soviet », organo della frazione: « Il proletariato che lotta contro il potere della borghesia è rappresentato dal suo partito di classe. Ma, per poter attuare il suo compito, il partito deve abbandonare ogni elezione di suoi rappresentanti negli organismi della democrazia borghese. I motivi di questa affermazione sono evidenti. Il partito deve essere composto di elementi preparati alle responsabilità e ai pericoli della lotta che si incontrano nei periodi di insurrezione e di riorganizzazione sociale. Il partito di classe non può avere questo reale significato, né essere in grado di dare l'as­salto al potere borghese, per sostituire al regime parlamentare della democrazia il sistema sovietico, se non rinuncia a delegare i suoi rappresentanti nel seno degli Organismi borghesi ».

 

Il Congresso nazionale del Partito Socialista si tenne a Bologna nell'ottobre 1919. La cuccagna elettorale è all’ordine del giorno. Tutti i delegati, che aspira­vano come minimo al titolo di consigliere municipale, costituiscono un blocco compatto contro i « guastafeste » costituiti da alcuni rappresentanti della mino­ranza astensionista: un blocco che — da Turati a Serrati e fino al gruppo dell’« Ordine Nuovo » — è per la partecipazione alle elezioni, ma, nello stesso tempo, contro ogni scissione e, in conseguenza, contro la creazione di un vero partito di classe.

 

In novembre 156 deputati socialisti entrano in parlamento e, poco dopo, le elezioni municipali danno 2.500 comuni « rossi » al partito socialista. « Il Soviet » analizza così questi risultati (A. III, n. 1, 4 gennaio 1920): « le condizioni positive, rivoluzionarie, che risiedono nella preparazione della parte di avanguardia del proletariato, e nella sua consapevolezza del processo storico che si prepara, quelle condizioni da cui dipende il successo della classe lavora­trice nella lotta contro la borghesia e nella lotta successiva contro le difficoltà della organizzazione di un nuovo ordinamento sociale, in qual misura esistono, e si sono esse accresciute o sono diminuite?

 

Noi non vediamo un vantaggio in tal senso nel successo elettorale e nel nume­roso gruppo parlamentare socialista: ve lo possono vedere solo i socialisti più fatui ed di borghesi più superficialmente pusillanimi. La condizione sostanziale per il suc­cesso del movimento rivoluzionario è la esistenza d'un vero e grande partito comunista, che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia. Questo partito si forma attraverso la disgregazione dei partiti operai tradizionali e la liquidazione del  socialismo  borghesuccio  e  transigente  dell’anteguerra.

 

Ora, quando il partito socialista italiano, pur composto in maggioranza e diretto da « massimalisti », rifiuta di selezionarsi dai riformisti anticomunisti solo per stravincere sul terreno delle elezioni, vuol dire che dalla formazione del partito comunista siamo ancora lontani ». Nel suo messaggio al Congresso Socialista di Bologna, l'I. C. — e Zinoviev per essa — scriveva: « Ciò che è necessario è la chiarezza degli scopi e dei pro­grammi. La dittatura del proletariato nella forma dei Soviet, la distruzione dei parlamenti borghesi democratici, che sono le armi della dittatura borghese, la creazione dell’armata rossa, tali sono i compiti per i quali si unisce internazional­mente il proletariato rivoluzionario ».

 

Il Congresso di Bologna rispondeva alla richiesta di chiarezza dei principi con un'adesione in blocco che manteneva nel partito Turati e simili, i quali pro­clamavano apertamente che la tattica comunista era o una puerilità o una pazzia. Alla questione della distruzione di istituti democratici rispondeva con i bac­canali elettoralistici destinati a creare illusioni sulle possibilità legali, sopratutto in un proletariato come quello italiano che, nella maggioranza, aveva una coscienza di classe non molto sviluppata e già notevolmente infettata dal contagio eletto­ralistico.

 

Quanto alla costituzione dei Soviet, Granisci e il gruppo dell’« Ordine Nuovo » affermavano che essi esistevano già a Torino... sotto forma di Consigli di Fab­brica, mentre altri affermavano che i comuni socialisti rappresentavano i noccioli costitutivi dei futuri Soviet. « Il Soviet » ha condotto una lunga polemica contro questa infatuazione dei compagni di Torino, che faceva perder loro di vista il compito primo ed essen­ziale della creazione del partito di classe su scala nazionale: « il gruppo dell’« Or­dine Nuovo » sopravaluta il problema del controllo operaio considerandolo come una conquista diretta che il proletariato, col nuovo metodo di organizzazione per officina, può strappare alla borghesia, realizzando così una forma economica comu­nista prima della conquista politica del potere, di cui il partito è l'organo specifico.

 

Un reale controllo operaio sulla produzione non è possibile prima che il potere sia passato nelle mani del proletariato. Lo Stato borghese può solamente ammettere un pseudo controllo, esercitato dai Consigli di Fabbrica e che, in realtà, rappresenta una manovra riformista il cui scopo è di paralizzare l'azione rivoluzionaria del proletariato ». I compagni di Torino non esitarono, al tempo delle battaglie operaie nel­l'aprile 1920, a porre la questione « di principio » del controllo operaio sulla produzione.

 

Questi scioperi di Torino, nell'aprile 1920, non furono, per la loro evoluzione, che un'anticipazione di ciò che doveva verificarsi nel secondo movimento del set­tembre 1920 e che doveva metter capo all’occupazione delle fabbriche. I compagni di Torino insorsero contro il tradimento dei riformisti, contro l'inefficienza del partito socialista, anziché recitare il « mea culpa » poiché, in defi­nitiva, tutto ciò rappresentava la conclusione logica, di cui essi stessi erano respon­sabili per non essersi dati al lavoro di costituzione del partito comunista e aver tollerato un partito socialista corrotto dalla pratica riformista, soffocato dal feti­cismo dell’unità e dalle preoccupazioni elettorali. 

 

                                                                      *  *  *

Nel maggio 1920 la Frazione comunista astensionista tiene la sua Conferenza Nazionale a Firenze. Ancora a questo momento gli interventi dei compagni Grani­sci, per il gruppo « Ordine Nuovo », e Gennari, per la maggioranza massimalista, non portano ad alcuna possibilità di accordo; la frazione elabora le sue tesi che sottolineano nuovamente la necessità della costituzione del partito comunista su scala nazionale.

 

Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che si tiene nel luglio 1920, segna una tappa decisiva nel lavoro preparatorio della costituzione di que­sto partito. Bordiga è invitato direttamente dall’Internazionale Comunista a partecipare a questo Congresso, nel quale presenta la tesi antiparlamentare chiedendo che, in applicazione dei principi marxisti, l'agitazione per la dittatura proletaria, nei paesi in cui il regime democratico è da molto tempo sviluppato, sia basata sul boicottaggio delle elezioni e degli organi democratici borghesi.

 

La grande importanza, egli aggiungeva, che si dà in pratica all’azione elet­torale comporta un doppio pericolo: da una parte, dà l'impressione che sia questa l’azione essenziale; dall’altra, assorbe tutte le risorse del partito e conduce all’ab­bandono pressoché completo dell’azione e della preparazione nelle altre direzioni del movimento.

 

Ciò che è necessario alla rivoluzione è nn partito centralizzato  che diriga l’azione proletaria. La vecchia maschera democratica deve essere strappata per poter passare all’azione diretta rivoluzionaria. Come è noto, anche Lenin prese posizione contro la tesi antiparlamentare di Bordiga e la partecipazione alle elezioni fu approvata da una forte maggioranza di delegati. Al Congresso stesso Bordiga dichiarò, nella sua replica, che dal momento che l'Internazionale respingeva la tesi dell’appoggio del proletariato alla democrazia, la sinistra italiana era pronta a sottomettersi alle sue risoluzioni.

 

In accordo con questa dichiarazione « Il Soviet » (n. 27 del 31 ottobre 1920), sotto il titolo « La disciplina nell'Internazionale », affermava la sua piena adesione al secondo Congresso dell’I. C. e dichiarava che gli astensionisti, una volta real­mente costituito un partito comunista, avrebbero partecipato alle elezioni senza alcuna riserva.

 

A Mosca si erano infine poste le basi della costituzione di una frazione comu­nista unitaria del partito socialista italiano, formata dalla nostra frazione asten­sionista, dal gruppo dell’« Ordine Nuovo » e da una parte di massimalisti. Questa costituzione era resa più difficile dalla rottura definitiva con Serrati che, a Mosca, si era pronunciato contro l'esclusione dei riformisti e in favore di una semplice epurazione, chiedendo anche, per questa operazione, il diritto di scegliere il mo­mento più favorevole « perché essa sia utile alla rivoluzione che prepariamo in Italia» !

 

Alla conferenza di Imola, nel novembre 1920, si costituì definitivamente la frazione comunista del partito socialista italiano, che si fissò il compito di organiz­zare il lavoro preparatorio del Congresso Nazionale del Partito Socialista, che si doveva tenere a Livorno nel gennaio 1921, e dar vita al Partito Comunista d'Italia.

 

La nostra azione non è stata infruttuosa. Se il Partito Comunista, malgrado tutti i nostri sforzi, non poté essere costituto che troppo tardi — in un periodo in cui non si trattava più di condurre il proletariato alla vittoria, ma di proteggere la sua ritirata per evitare lo sfacelo — noi abbiamo ciononostante dato al nuovo par­tito l'impronta ideologica e il metodo organizzativo, pur non rappresentandone numericamente che una debole minoranza.

 

La fondazione del Partito Comunista d'Italia — nel gennaio 1921, a seguito della scissione di Livorno — significava il congiungimento del proletariato italiano col proletariato internazionale, e gli dava la guida indispensabile per l'instaurazione della sua dittatura di classe. Questa fondazione si è verificata all’indomani di quella del partito comunista tedesco a Halle e del partito francese a Tours, ma i principi posti a base della fondazione del partito italiano erano del tutto diversi da quelli degli altri partiti. La nostra scissione fu la prima operata realmente a sinistra, senza obbedire a calcoli opportunisti che sono stati peraltro pagati a caro prezzo dagli altri partiti.In Italia, come ovunque, si procedette alla fondazione del partito in funzione dell’atteggiamento assunto nei confronti della guerra, ma era questa una posizione contingente e che portava come conseguenza l'incorporazione, nel seno dei partiti comunisti, di elementi puramente pacifisti. C'era anche l'atteggiamento nei con­fronti della Rivoluzione Russa, posizione molto più fondamentale. Ma si era an­cora nella fase del blocco e dell’attacco contro il primo Stato proletario da parte del capitalismo coalizzato, e lo stesso Stato proletario rappresentava ancora una nebulosa indefinita e simbolica che poteva attirare sul partito comunista le sim­patie di elementi sentimentali e superficiali.

 

Al Secondo Congresso dell’I. C. erano stati votati i 21 punti che dovevano rappresentare una barriera di filo spinato contro tutti gli opportunisti, ma che in pratica non poterono impedire a questi opportunisti di insinuarsi attraverso la insufficienza e l'attenuazione di queste condizioni e di continuare, con l'etichetta della falce e martello, la stessa politica di compromesso e collaborazione  con la borghesia.

 

In Italia noi abbiamo tentato, come si è visto, di ovviare a questi pericoli con la pratica dell’astensionismo e con l'attuazione della scissione a sinistra ope­rata a Livorno. Non si dimentichi che, all’epoca in cui venne lanciata la parola d'ordine dell’astensionismo in Italia, eravamo in una fase in cui la presa del potere era, o ci sembrava essere, all’ordine del giorno e, di conseguenza, si trattava di non distrarre la spinta rivoluzionaria con le lotte elettorali destinate a dare agli operai l'illusione che si potessero ottenere conquiste radicali attraverso il metodo legale. I fatti hanno dimostrato la giustezza della nostra valutazione: dopo l'ele­zione di 156 deputati, gli operai attesero tutto, ma questi deputati non fecero nulla e nulla avrebbero potuto fare.

 

Ci si potrebbe accusare, e ciò sarebbe facile dopo che i fatti sono avvenuti, di aver avuto una prospettiva falsa e troppo ottimista sulle possibilità del momento, ma, in ogni caso, possiamo sempre rispondere mostrando l'esempio che la stessa borghesia ci ha dato con lo sbarazzarsi di tutte le sue istituzioni democratiche per instaurare la nuova forma della sua dittatura di classe.

 

Resta l'altro problema della scissione a sinistra — troppo a sinistra, come ci fu rimproverato — e che si collega al problema del partito di massa. E' evidente che partito di massa non significa partito pletorico ad ogni costo, ma un partito che, anzitutto, possieda una capacità rivoluzionaria. Il problema della massa non può porsi da un punto di vista numerico degli aderenti al partito. Il vero partito di massa è il partito che sa convogliare sfere sempre più numerose di lavoratori stabilendo un intimo collegamento tra i loro interessi immediati e pratici della lotta quotidiana e l'interesse più generale della classe nel suo complesso per la realiz­zazione dell’annientamento del regime di oppressione capitalista.

 

Al momento della fondazione del P. C. solo i destri dell’I. C. consideravano Serrati come un « vero » rivoluzionario e avevano una « spiacevolissima opinione » dei dirigenti del nuovo Partito e di Bordiga in particolare, mentre si aggrappa­vano ai vari Bombacci, Graziadei ecc.

 

Questa era la conseguenza dell’incomprensione sempre mostrata dall’I. C. nei riguardi della reale situazione in Italia, e della quale un esempio significativo lo si può trovare nel fatto che, nei momenti decisivi, essa ebbe un rappresentante che brillava sopratutto per la sua nullità e la sua apatia e che, perciò, non poteva essere che  un fedele pappagallo degli ordini di  Mosca.

 

All’indomani stesso del Congresso di Livorno, il Comintern manovrava per sostituire nell'Esecutivo del partito comunista Gramsci a Bordiga, perché sapeva bene che Gramsci era un elemento suscettibile di essere guadagnato alla politica realizzata dall’I. C.

 

Si sa che, sotto la pressione dell’Esecutivo dell’I.C., Gramsci svolse un note­vole lavoro tendente a costituire la frazione centrista nel Partito Comunista d'Italia: esempio tipico di una frazione creata dall’alto contro la volontà di tutta la base, come è dimostrato dalla Conferenza di Organizzazione del 1924 che diede una grande maggioranza alla sinistra. A quest'epoca la sinistra non era più, e da molto tempo, alla direzione del Partito. Già, al IV Congresso dell’I. C. nel novembre 1922, essa restò alla testa del Partito per ragioni di disciplina (di cui diede non poche prove), e, benché fosse la prima corrente in divergenza con l'I. C, essa fu l'ultima a costituirsi formalmente in frazione. In realtà, già a quest'epoca, la linea imposta al Partito Italiano era la premessa cui doveva seguire, all’insaputa del Partito, l'eliminazione della direzione di sinistra i cui militanti erano nelle galere fasciste e si preparavano ad arricchire il proletariato internazionale, col famoso processo di Roma, di uno splendido esempio di atteggiamento rivoluzionario di fronte alla giustizia borghese.

 

Progressivamente si ebbe la prova che la linea « leninista », senza Lenin, non era che una linea convergente verso quella della destra. Era l’esordio dell’era delle sconfitte proletarie segnata dalla vergognosa ritirata del 1923 in Germania, e l'inizio, in Russia, dell’egemonia della burocrazia centrista che doveva condurre, nel 1927, all’esclusione dell’Opposizione di Sinistra, premessa necessaria e indi­spensabile al tradimento totale degli interessi della rivoluzione mondiale e al defi­nitivo ingresso dello Stato proletario nel giuoco delle competizioni imperialistiche.

 

La. Sinistra Comunista ha dunque affrontato la lotta ideologica su scala inter­nazionale, a partire dal II Congresso dell’I. C. e, come abbiamo visto, ha tentato, nel quadro nazionale, di schivare i pericoli dell’opportunismo con le norme orga­nizzative e le tesi di Roma.

 

Queste tesi, votate al II Congresso del P. C. d’I., nel marzo 1922, rappresenta­vano l'apporto di esperienza del proletariato italiano messo al servizio del pro­letariato internazionale, apporto indispensabile per le sue lotte rivoluzionarie. La Sinistra fu battuta su scala internazionale e questa sconfitta provocò il rovesciamento delle posizioni in seno al Partito, che passò nelle mani di coloro che dovevano divenire i suoi affossatori. Furono tuttavia i principi comunisti che presiedettero alla formazione del Partito Comunista d'Italia, che permisero al proletariato, nei momenti più difficili della guerra civile e del trionfo della dittatura fascista, di opporre una resistenza che il centrismo ha persino tentato di presentare come la conseguenza della sua linea politica.

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