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Venerdì, 22 Novembre 2019

La pianificazione capitalista alla luce dell'esperienza inglese I ( n° 14, 1949)

 

Una delle più insigni storpiature dell'analisi e della critica marxista è l'identificazione, ormai d'uso corrente sia presso i teorici dell'economia classica sia presso i cosiddetti pensatori progressisti, fra pianificazione e socialismo. Al fine di ristabilire i termini reali del problema e dimostrare che la pianificazione è perfettamente compatibile con l'esistenza di un'economia capitalistica ed è anzi un tratto specifico della sua evoluzione in senso accentrato e totalitario, che i tratti distintivi del regime di produzione socialista nei confronti del regime di produzione attuale vanno cercati altrove, e che la possibilità di una pianificazione capitalista non toglie nulla e nulla cambia alla critica generale del sistema, noi partiremo - come già abbiamo fatto a proposito di un altro slogan di questo dopoguerra, le nazionalizzazioni (v. “Prometeo” n. 4) - non da considerazioni generali ma dallo studio della reale evoluzione dell'economia borghese negli ultimi anni e dei suoi faticosi tentativi di adattamento alle mutate condizioni generali del mercato. E poiché gli spacciatori di moneta falsa partono dalla contrapposizione fra economia “pianificata” ed economia capitalista per concluderne esultanti che nei paesi di “nuova democrazia” esiste il socialismo, concentreremo la nostra analisi sull'esperienza inglese, per concludere, rovesciando quella tesi, che v'è nella società borghese internazionale un orientamento omogeneo verso forme più o meno rigide, più o meno allentate di pianificazione, e che, nel quadro di questa evoluzione generale, sono bensì possibili discriminazioni di quantità e di grado ma non di qualità - che, in altre parole, la pianificazione come tale è, semmai, un argomento a favore dell'omogeneità fra i regimi economici che un artificioso “sipario di ferro” vorrebbe allineare su due opposte barriere di classe. 

 

                                                                      

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È forse inutile ricordare come il tratto più spettacolare della crisi inglese fosse, nella fase di trapasso dalla guerra alla pace, lo squilibrio, unico nella storia del capitalismo britannico e gigantesco anche in rapporto ad altri paesi, della bilancia dei pagamenti. Questo squilibrio non era, d'altra parte, che l'aspetto esteriore e visibile della decadenza sul piano dei rapporti internazionali di potenza di un'economia legata per mille vincoli al mercato mondiale, della sua accresciuta dipendenza dall'estero, dell'avvenuta liquidazione di posizioni finanziarie internazionali, dell'incapacità di tenere il passo sul mercato con lo sviluppo quantitativo e qualitativo della produzione di organismi economici entrati più di recente nell'arena delle competizioni internazionali. Liquidata un'altissima percentuale degli investimenti all'estero, ridotto il provento dei noli e delle assicurazioni, si scopriva il tallone d'Achille dell'economia britannica, il cui sviluppo aveva portato ad una fortissima dipendenza dall'estero per il rifornimento delle materie prime e dei prodotti alimentari compensata non tanto da una corrispondente esportazione di beni quanto dagli utili di un'acquisita posizione di predominio finanziario. E poiché tutto l'impianto economico e sociale inglese si fondava sul mantenimento dell'attivo di una bilancia dei pagamenti così caratterizzata, era ovvio che “ricostruire” significasse per l'Inghilterra, per la sua stabilità economica e sociale prima, per la ripresa delle sue posizioni di forza poi, rimontare anzitutto il gravissimo sbilancio dei rapporti commerciali e finanziari col mondo.

 

 

Ciò comportava come condizione sine qua non una mobilitazione di tutte le risorse produttive del Paese, e questa mobilitazione, di fronte all'impoverimento crescente determinato dall'emorragia verso l'estero e di fronte a condizioni generali del mercato che non consentivano di attendere la guarigione dal gioco “normale” e “spontaneo” delle energie risanatrici, doveva avere il suo centro propulsore nello Stato ed inquadrarsi in un piano organico, in cui ogni aspetto della ripresa si legava all'altro, lo condizionava e ne era a sua volta condizionato. Poiché l'importazione non era compensata dall'esportazione, poiché lo scompenso non era colmato dalle partite invisibili della bilancia dei pagamenti, bisognava orientare tutta l'economia verso un aumento costante dello smercio ed una relativa compressione degli acquisti; aumentare la produzione era possibile solo attraverso una ripresa ed un'espansione degli sbocchi commerciali all'estero e perciò orientando tutti i fattori produttivi verso le industrie considerate più vitali al duplice scopo di permettere una rapida riattrezzatura economica del paese e un aumento delle esportazioni, distribuire la mano d'opera nei diversi settori produttivi secondo criteri di discriminazione fondati su quelle basilari esigenze, intensificare gli investimenti sia mobilitando il risparmio privato sia accrescendo il peso degli investimenti pubblici e quindi aumentando il tasso dell'imposizione fiscale, ottenere un aumento sensibile della produttività del lavoro, limitare i consumi per ridurre le importazioni di beni primari senza sacrificare il rifornimento di materie prime all'industria, convogliare una percentuale crescente del reddito nazionale verso il risparmio e verso la tassazione, bloccare salari e prezzi e reagire alle immancabili spinte inflazionistiche di un regime di piena occupazione per contenere i costi degli articoli da esportare, e via dicendo. Tutto questo significava coordinare tutti i fattori della ripresa: il problema di sanare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti entro il più breve termine possibile si convertiva nel problema più generale di organizzare centralmente una struttura economica tradizionalmente frazionata, il cui equilibrio e, in passato, il cui sviluppo ascendente erano stati sempre affidati al gioco di fattori internazionali sommersi dalla grande crisi prima e dalla guerra poi, alla permanenza indefinita di un mercato mondiale a flusso continuo, centrato in gran parte sulla sterlina. La stessa dipendenza dall'intreccio dei rapporti economici internazionali ch'era stata la forza dell'Inghilterra nel periodo della sua splendida ascesa e la ragione della sua relativa stabilità nell'interguerra si convertiva ora in un elemento di debolezza. Crollato quel mondo, la ripresa britannica dipendeva, oltre che dall'aiuto americano (destinato alla lunga a tradursi in uno scompenso), dalla capacità di stimolare e soprattutto armonizzare i molteplici fattori della produzione - armonizzazione non sempre facile (giacché, per citare soltanto alcuni aspetti del problema, la riduzione delle importazioni trova il suo limite nelle esigenze di rifornimento dell'industria in materie prime, la politica degli investimenti trova un limite nella necessità di esportare macchinario e prodotti semifiniti e finiti in genere), e postulante perciò una sempre più controllata pianificazione.

 

 

La situazione era aggravata dal fatto che lo sbilancio, già fortissimo nel 1946 - quando il passivo toccava i 370 milioni di sterline, cui partecipavano per 202 milioni le partite visibili e per 168 milioni le partite invisibili della bilancia dei pagamenti - tendeva nel 1947 a peggiorare, nonostante la già iniziata mobilitazione economica del Paese, passando alla fine di quell'anno all'imponente cifra di 630 milioni. Il fatto è che, indipendentemente dalla temporanea crisi dell'industria mineraria e ad onta della ripresa delle esportazioni e della limitazione delle importazioni, continuavano a pesare sulla bilancia fattori di ordine internazionale: un forte aumento dei prezzi delle merci importate, un'ulteriore dilatazione delle spese governative (soprattutto per impegni militari imprescindibili) e una troppo lenta ripresa delle entrate invisibili, tutti fattori che la Gran Bretagna era ed è impotente a dominare (infatti, i prezzi delle importazioni hanno continuato a crescere nel 1948; le spese governative all'estero sono condizionate dagli sviluppi della situazione internazionale ecc.) e i cui effetti potevano essere controbilanciati soltanto da un'ancor più vigorosa e quasi ferrea politica di pianificazione. Inoltre, il deficit 1947 (630 milioni, come s'è detto, contro i 500 previsti per il biennio 1947-48!) era interamente dovuto allo sbilancio nei rapporti con l'area del dollaro (655 milioni, più del deficit complessivo della bilancia dei pagamenti!), dalla cui dipendenza nessun paese del mondo, e meno che mai una nazione impoverita e in pieno sforzo di ripresa come l'Inghilterra, è oggi per le ragioni anche recentemente illustrate sulla nostra rivista (1) in grado di svincolarsi. E tuttavia, lo sforzo produttivo pianificato si è concluso, alla fine del 1948 con un successo che neppure le più ottimistiche previsioni scontavano. Il deficit della bilancia commerciale scendeva nel 1948 a 218 milioni di sterline contro i 302 milioni del 1938 e i 441 del 1947; la bilancia invisibile, ch'era in passivo per 189 milioni nell'anno precedente, si chiude con un attivo di 98 milioni; la bilancia dei pagamenti (partite visibili più partite invisibili) presenta un deficit di 120 milioni contro i 630 del 1947, e nel secondo semestre dell'anno offre un attivo di 30 milioni. Questo miglioramento è avvenuto ad onta del permanere della tendenza ascendente dei prezzi all'importazione, e si deve imputare sia all'aumento sensibile delle esportazioni (il rapporto fra esportazioni ed importazioni è salito all'82% contro il 63 nel 1938), sia ad un aumento delle entrate invisibili (aumento dei noli, attivi delle compagnie petrolifere, diminuzione delle spese governative all'estero in seguito all'abbandono della Palestina e all'assunzione di una forte quota delle spese di occupazione in Germania da parte degli S.U.): e il piano quadriennale prevede per il 1952-53 un attivo di 100 milioni. Rimane l'insolvenza verso l'area del dollaro, che è stata di 340 milioni. Ma anche in questo vitalissimo settore il miglioramento è sensibile: le importazioni dall'area del dollaro, che nel 1947 costituivano il 46% del totale, scendono al 32%: contemporaneamente, le esportazioni verso la stessa area aumentano raggiungendo il 125% dell'anteguerra (139% previsto nella prima metà del 1949).

 

                                                     

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Riservandoci di tornare più oltre sulla consistenza, le ragioni esterne ed i riflessi generali dei risultati raggiunti, e limitandoci per ora a constatare che la bilancia dei pagamenti - croce del governo e della classe dominante britannica - è ormai in pareggio, e tende a ridiventare attiva come aveva cessato di essere fin dal 1932, vediamo come questo radicale capovolgimento della situazione è stato raggiunto (2).

 

 

La produzione industriale inglese ha superato il livello anteguerra: considerando uguale a 100 la produzione 1946, abbiamo nel 1948 l'indice 127 contro l'indice 104 nel 1938. Poiché il problema dell'esportazione (e quello parallelo della riduzione delle importazioni) faceva premio su tutti gli altri, la politica del pieno impiego dei fattori produttivi doveva comportare, ed ha infatti comportato, un orientamento della mano d'opera e degli investimenti verso i settori produttivi più interessanti agli effetti dell'aumento delle vendite all'estero (industria carbonifera, tessile, dell'acciaio, chimica) o agli effetti della riduzione degli acquisti esterni (industria chimica, agricoltura) a scapito delle industrie che lavorano per la ricostruzione degli impianti produttivi e, soprattutto, per il consumo interno. Poiché d'altra parte la popolazione industriale è cresciuta di una percentuale relativamente modesta (19,3 milioni alla fine del 1948 contro 17,9 alla metà del 1939), né è stato possibile “liberare” notevoli percentuali di lavoratori ancora sotto le armi o impiegati in servizi pubblici, l'aumento della produzione poteva essere realizzato soltanto mediante un aumento sensibile della produttività del lavoro, che risulta cresciuta del 2 _ per anno-uomo nel complesso dell'economia e di circa il 5% nella sola industria. A sua volta, questo risultato implicava non soltanto maggiori investimenti ai fini della modernizzazione degli impianti e dell'organizzazione e razionalizzazione della produzione, ma una tensione massima delle forze lavorative, e perciò una politica sindacale di piena collaborazione fra Trade Unions e governo che nel 1948 si è tradotta nella quasi completa rinuncia alla riduzione dell'orario settimanale (solo 600.000 operai hanno fruito di riduzioni settimanali contro 5 milioni nel 1947), nella riduzione degli scioperi (2 milioni di giorni di lavoro perduti contro 2,5), nell'introduzione di sistemi di “collaborazione aziendale” di schietta marca corporativa e nello sviluppo di una campagna di emulazione nel lavoro, di lotta contro lo spreco di tempo e di energia, di stimolo al rendimento massimo per unità lavorativa, che ricorda molto da presso i metodi, cari alle “democrazie popolari”, dello stakhanovismo. Ne risulta anche che il quadro della pianificazione si sfaccetta nel seguente trittico: aumento del peso economico generale dell'esportazione (questa raggiungeva nel 1945 il 46% del livello anteguerra, tocca in media nel 1948 il 135%, sale nel marzo 1949 al 162%); sviluppo intensivo dell'industria pesante (la produzione di acciaio finito sale da 12,7 milioni di tonn, nel 1946-'47 a 14,8 milioni nel 1948 ed è prevista per il 1949 in 15,5 milioni); aumento della produttività media connesso ad un regime di “volontaria” limitazione dei conflitti di lavoro e delle rivendicazioni sindacali degli operai e in omaggio alla quale e per un perfezionamento tecnico ed organizzativo della attrezzatura esistente - tanto più necessario in quanto gli investimenti di capitale hanno dovuto, come vedremo, essere contenuti - il governo laburista ha attribuito nuove responsabilità ai comitati aziendali paritetici (Joint Committees), caldeggiati anche dalle Trade Unions, attraverso i quali si è ottenuta e si ottiene una collaborazione della maestranza alla soluzione dei problemi organizzativi, tecnici, finanziari dell'azienda - la famigerata funzione di tutti i “consigli di gestione” o di “azienda” cari al riformismo di tutti i tempi e di tutti i paesi, - completata dalla creazione di un Comitato misto anglo-americano per lo studio delle più scottanti questioni tecniche poste dalle condizioni tecnicamente e organizzativamente arretrate dell'industria britannica, per cui l'operaio inglese collabora, oltre che col proprio capitalismo, anche col padrone gerarchicamente superiore, il capitalismo americano. È superfluo aggiungere, poiché ne abbiamo già lungamente parlato su queste stesse colonne, che la nazionalizzazione, destinata fra poco a raggiungere anche l'industria dell'acciaio, oltre ad accollare alla “collettività nazionale” il peso di organismi economici passivi o suscettibili di divenirlo, permetterà via via di portare a termine il necessario processo di aggiornamento tecnico ed organizzativo dell'apparato industriale.

 

 

La realizzazione di questi obiettivi, che ha riportato l'Inghilterra ad un livello produttivo pari agli anni migliori dell'anteguerra e ne ha rifatto un grande paese esportatore, mentre riaggiustamenti di altro genere e un'abile politica imperiale hanno permesso di riprendere buona parte del terreno perduto nel campo degli investimenti all'estero e delle operazioni finanziarie internazionali, presupponeva un'adeguata manovra del reddito nazionale, degli investimenti, della tassazione, dei consumi, del meccanismo dei prezzi e dei salari.

 

 

L'esportazione doveva aumentare proporzionalmente più di quanto potesse nelle condizioni generali di fatto la produzione, e poiché l'importazione doveva essere ridotta allo stretto necessario per la fornitura di materie prime all'industria esportatrice, e la massa di beni disponibili all'interno era perciò destinata a contrarsi, bisognava limitare i consumi. Poiché la riattrezzatura e l'espansione dell'industria imponevano una politica d'investimenti crescenti e lo Stato doveva accollarsi oltre alle maggiori spese per la difesa e per il servizio del debito pubblico l'onere di sempre più pesanti “servizi sociali” (assicurazioni, sussidi, servizio medico gratuito ecc.) come contropartita alla pillola amara di un'economia fondata sull'“austerità” e sulla tensione massima della forza-lavoro, senza contare il costo delle nazionalizzazioni e di analoghe iniziative cosiddette sociali, la parte del reddito nazionale riservata ai consumi personali doveva essere ridotta a vantaggio dell'accumulazione. Poiché infine la politica del pieno impiego, l'aumento ad essa corrispondente del reddito nazionale, la dilatazione delle spese pubbliche avrebbero determinato una nuova e potente spinta inflazionistica (aumento della domanda di fronte a una riduzione dell'offerta) con conseguente aumento dei prezzi e perciò minori capacità di concorrenza sul mercato internazionale ed instabilità degli elementi di calcolo posti a base della pianificazione economica, riduzione del consumo, aumento delle tasse, spinta agli investimenti pubblici e privati, blocco dei salari e dei profitti, controllo dei prezzi erano le necessarie conseguenze dell'impostazione di politica economica che la situazione di fatto aveva imposto alla classe dominante, e questo insieme di fattori condizionava pur esso una politica sociale di collaborazione fra le classi, e di completo aggiogamento delle Trade Unions allo Stato.

 

 

Il reddito nazionale calcolato in prezzi correnti passa dai 4,6 miliardi dì sterline nel 1938 e dagli 8,7 miliardi del 1947 ai 9,67 miliardi nel 1948 (aumento dell'11% sul 1947); la produzione nazionale lorda sale negli stessi anni da 5 a 9,4 a 10,5 mrd. Si noti che, mentre la produzione nazionale è aumentata, rispetto al 1947, dell'11% (che si riduce, tenuto conto delle variazioni dei prezzi, al 3-4), le somme disponibili per l'impiego interno sono, in seguito alla contrazione delle importazioni di beni e capitali, aumentate soltanto del 5. La politica dell'“austerità”, eufemismo di un'ipocrisia tutta protestante per indicare il prolungamento oltre i limiti della guerra della politica di compressione dei consumi mediante il tesseramento da una parte e la tassazione dall'altra combinati col blocco delle mercedi, ha avuto per naturale conseguenza uno spostamento del peso relativo delle diverse forme di impiego del reddito nazionale lordo. Infatti, la percentuale dei consumi personali sul totale scende dal 73% nel 1938 al 62% nel 1948; quella delle spese pubbliche sale dal 14% al 18%; quella delle somme destinate alla formazione di capitale all'interno del Paese passa dal 15 al 22%: in altri termini, una parte sempre maggiore del reddito nazionale viene divorata dallo Stato e dagli investimenti. Questa situazione tende a peggiorare, non sembri un paradosso, man mano che le condizioni generali dell'economia britannica “migliorano”; nel 1948, anno trionfale della ripresa britannica, la percentuale delle spese personali scende, rispetto all'anno precedente, dal 65 al 62%, gli investimenti crescono dal 21 al 22%.

 

 

D'altra parte, l'appello del governo per una “volontaria” rinuncia alle richieste di aumento dei salari e dei dividendi distribuiti dalle società anonime ha consentito di frenare l'aumento dei redditi di lavoro e di capitale: l'indice dei salari (calcolato su base 1924 = 100), che nel 1947 era passato da 178.75 a 189.75, sale nel 1948 dal 191.25 a 198.75: l'indice dei prezzi al minuto (1947 = 100) sale da 104 a 109. L'appoggio pieno delle Trade Unions alla politica governativa di rinuncia alla prosperità presente in vista di una promessa prosperità futura permette anche in questo settore la realizzazione di una “pace sociale” correlativa alla diminuzione dei conflitti fra capitale e lavoro e direttamente collegata all'orientamento disinflazionista del governo. Cosi, mentre si richiede agli operai un crescente sforzo produttivo, si impone il blocco dei salari e lo si “controbilancia” con una politica di stabilizzazione dei prezzi basata sulla concessione di sussidi ai produttori di generi di primario consumo che contribuisce per gran parte al vertiginoso aumento della tassazione e fa pagare al contribuente quello ch'esso si illude di non pagare come consumatore - di più, anzi, giacché la politica delle sovvenzioni deve garantire prezzi “remunerativi” per merci che si potrebbero importare a prezzi notevolmente più bassi. Per far fronte alle spese richieste dalla difesa nazionale (compresi gli impegni militari di natura internazionale ed imperiale), dalla politica dei sussidi, dallo sviluppo di quei “servizi sociali” che sono il condimento necessario di una pianificazione economica come quella descritta e, in genere, dello intervento e del controllo statale sulla economia ai fini della stabilità generale del regime, e dai servizi di un debito pubblico gonfiatosi a dismisura, e, nel contempo, per realizzare il pareggio del bilancio statale e se possibile un sia pur modesto e temporaneo attivo (che nel 1948 è stato infatti per la prima volta dopo il 1948 di 352 milioni di sterline), era inevitabile, inoltre, che l'onere fiscale salisse a cifre che non hanno riscontro in nessun paese del mondo: la percentuale di reddito nazionale assorbito dalle tasse ed imposte, e ch'era nel 1938-'39 del 25% (nel 1913-'14 dell'11), sale nel 1947-48 al 42%. Inoltre, nel dopoguerra si è verificata una tendenza alla diminuzione percentuale delle imposte dirette e ad un corrispondente aumento delle indirette: dal 1945-'46 al 1947-'48, la percentuale delle prime sul complesso delle entrate fiscali scende dal 63 al 53,1%, la percentuale delle seconde sale dal 37 al 46,9% (3). Tutto ciò spiega anche come le somme disponibili per il risparmio privato siano, in rapporto al reddito personale, diminuite: dedotte le imposte sul reddito, solo il 2.7% del reddito personale resta disponibile per il risparmio contro il 4,9% nel 1938 e il 10,9% nel 1946: le spese personali sulle quali gravano poi le imposte indirette assorbono il 97,3 del reddito personale medio. Ancora, il finanziamento della formazione di capitale interno, che nell'anteguerra avveniva per il 28,7% mediante ricorso al risparmio personale lordo, per il 46,7% attraverso le somme accantonate dalle imprese in vista del deprezzamento degli impianti, per il 22,1% dal passaggio di utili a riserva, assume nel 1948 un volto del tutto diverso: il risparmio personale contribuisce alla formazione del capitale solo per il 9,4%, diminuisce pure sensibilmente la seconda voce, mentre la percentuale delle somme accantonate per intervento delle autorità pubbliche sale al 32%. È insomma lo Stato che interviene a colmare le lacune nella formazione del capitale derivanti dall'inaridimento del risparmio personale. È infine interessante avvertire, a dimostrazione del crescente grado di autosufficienza dell'economia inglese, che, su un totale di 2,3 miliardi destinati nel 1948 alla formazione di capitale (2 nel 1947) i doni e prestiti dall'estero e la liquidazione di titoli esteri contano solo per 120 milioni contro i 630 del 1947.  

 

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Il 1948 si è dunque concluso con risultati superiori a quelli previsti dal piano: aumento superiore al previsto delle esportazioni, sviluppo superiore al previsto della produzione nazionale, miglioramento superiore al previsto della bilancia dei pagamenti, risanamento del bilancio statale, arginamento della spirale inflazionistica. La situazione appare sotto questo aspetto migliore che nell'anteguerra, anche se, per quanto riguarda il bilancio dello Stato, è prevista una diminuzione delle entrate sia per la cessazione di alcune fonti straordinarie sia per la diminuzione dei prezzi, l'aumento delle entrate invisibili della bilancia dei pagamenti si ripeterà solo in parte essendo dovuto a fattori temporanei, e forti dubbi permangono sia sulla possibilità di contrarre le spese pubbliche che sul prolungamento nel tempo della politica di blocco dei salari e di “pace sociale”. D'altra parte, per il 1949 il piano prevede un ulteriore aumento della produzione delle industrie-chiave, uno sviluppo degli investimenti nelle medesime mentre (in tema di “risanamenti” e di “guarigioni”!) rimarrà al livello 1948 l'investimento statale nei “servizi pubblici” e si ridurranno le spese per la costruzione di case, il raggiungimento dell'indice 162 per l'esportazione con un sensibile aumento soprattutto nell'area del dollaro, l'aumento delle importazioni dall'area della sterlina e dai paesi dell'OECE contro una diminuzione delle provenienze dall'America, la riduzione del deficit complessivo della bilancia dei pagamenti a 15 milioni di sterline, un lieve aumento del reddito nazionale ferma restando la sua ripartizione fra consumi personali, spese pubbliche e formazione lorda di capitale, e il mantenimento della politica di compressione dei prezzi, dei salari, dei profitti, e perciò dei consumi. La relazione del Cancelliere dello Scacchiere (marzo di quest'anno) è più che chiara: chiuso il periodo di espansione che ha caratterizzato il 1948, gli sviluppi ulteriori della produzione dipendono, più che da un aumento della forza-lavoro e dalla “raccolta dei frutti della precedente riconversione”, dal progresso tecnico, dalla riattrezzatura degli impianti, dal miglioramento dell'organizzazione delle aziende, da un “lavoro più continuo, tenace e produttivo”: essendo interesse comune mantenere una politica di forti investimenti, s'invoca l'autodisciplina “della comunità nazionale nel limitare i consumi attuali per lasciar libere le risorse necessarie a condurre a termine un programma indispensabile per assicurare il benessere la stabilità e l'indipendenza futura della nazione”; bisognerà comprimere i costi e migliorare la qualità della produzione, e per far ciò aumentare la produttività del lavoro, l'organizzazione aziendale, l'abilità e flessibilità della mano d'opera, la tecnica del lavoro, la collaborazione fra datori di lavoro e prestatori d'opera; bisognerà rafforzare le basi della raggiunta stabilità economica evitando l'inflazione senza ridurre le esportazioni e senza limitare gli investimenti, cioè comprimendo i consumi e aumentando l'accumulazione. Non c'è respiro, per i lavoratori, nel quadro della pianificazione della ripresa britannica. Dica pure il governo laburista che questa pianificazione si fonda, contrariamente a quanto avviene nei paesi di “nuova democrazia”, non sulla costrizione ma sulla volontaria adesione dei produttori, sull'appello a fattori morali: l'ipocrisia borghese non ha limiti quando si tratta di far passare per atto di libera scelta il contributo personale ad un sistema di produzione a binari obbligati.

 

 

L'Inghilterra capitalistica non soltanto ha pianificato, ma la sua pianificazione “riesce”: sia detto, questo, a marcio disdoro degli “economisti” che si beano delle norme di produzione raggiunte e superate dalle economie pianificate della felice terra delle democrazie popolari. Aggiungiamo subito, perché siano confusi non meno di quelli gli “economisti” della controparte, che la pianificazione britannica somiglia come una goccia d'acqua alle pianificazioni cecoslovacca, polacca, jugoslava e bulgara (per tacere del modello russo) e tutte insieme alla pianificazione nazional-socialista: sviluppo intensivo dell'industria pesante, dilatazione dell'esportazione, vincolo delle importazioni, compressione dei consumi, blocco dei salari e dei prezzi, esasperazione della produttività del lavoro, politica sindacale di rincalzo alle esigenze della produzione e di sabotaggio di ogni sia pur minima rivendicazione operaia, onere fiscale soffocante, controllo del mercato del lavoro, delle importazioni e dei consumi, supervisione o addirittura gestione statale delle esportazioni. E, come per accrescere le affinità, una trasformazione quasi diremmo fisica del personale dirigente, dove la figura del capitano d'industria trapassa in quella del dirigente di grandi organismi statali o controllati direttamente dallo Stato, industriali o commerciali, dell'amministratore, del tecnico, del “politico”, dell'appaltatore, del concessionario, dell'organizzatore insieme sindacale e industriale ingranato nel meccanismo generale della pianificazione e comproprietario del capitale nazionale; dove i rappresentanti fisici della vecchia borghesia sono soggetti ad una graduale spoliazione attraverso la scala progressiva delle imposte sul reddito e sulla successione, per lasciare il posto al nuovo personale dirigente del capitalismo di Stato, operante per conto di strati capitalistici sempre più ristretti e sempre più potenti.

 

 

Quanto alle nazionalizzazioni, vale la pena di ricordare che la percentuale dei settori nazionalizzati non è in Inghilterra inferiore a quella raggiunta dai paesi di democrazia popolare (dove è stata d'altronde realizzata contro indennità come in regime laburista), e in questi come in quella coesiste col mantenimento dell'antica rete largamente privata della distribuzione?

 

 

Se la pianificazione fosse il tratto distintivo di un'economia socialista, e se socialismo fosse tutto quello che siamo andati dicendo più sopra (e sarebbe, per gli operai, una ben grama rivendicazione massima), perché mai non si dovrebbe dichiarare socialista l'Inghilterra? La verità è che socialismo significa fra l'altro pianificazione, ma non è vero l'inverso, che pianificazione significhi necessariamente socialismo. I criteri che distinguono la pianificazione socialista dalla pianificazione non socialista sono quelli stessi e non altri che distinguono un'economia socialista in generale dall'economia capitalista in generale, quali che siano le trasformazioni imposte a quest'ultima dalle esigenze imperiose della sua conservazione. Quando in un'economia pianificata, “riesca” pur essa al cento o al duecento per cento come accade in Inghilterra e nei paesi di democrazia popolare, sussiste il mercato, quando la permanenza del mercato si riflette nella sopravvivenza del danaro, quando esiste il meccanismo della generazione e distribuzione del plusvalore ed operano le leggi ferree dell'accumulazione, quando l'economia aziendale è regolata dal meccanismo delle entrate e delle uscite e dalla norma suprema del pareggio del bilancio e, meglio ancora, della sua chiusura in attivo (4), ivi è il capitalismo, quali che possano essere i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione e i sistemi di conduzione dell'organismo produttivo. Fuori da questa fondamentale distinzione non c'è che la polemica fra economisti borghesi aggrappati al mito del liberalismo ed economisti borghesi legati alla realtà dello statalismo.

 

 

Questa polemica ha trovato la sua soluzione non nel regno sovraterreno delle idee ma nei fatti. E i fatti - cui appartengono, per limitarci a due dei più tipici paesi capitalistici, la pianificazione inglese di oggi e il New Deal americano di ieri - dimostrano che, nell'attuale fase della sua sopravvivenza, il capitalismo non può affrontare i problemi della sua crisi se non sulla base della pianificazione statale. Se, dal punto di vista della conservazione del regime, la questione è di garantire il pieno impiego dei fattori produttivi, di rallentare o differire le crisi, di riattivare il ritmo della produzione in una situazione internazionale come quella in cui ogni economia nazionale oggi si muove, solo lo Stato è in grado di manovrare dirigere proporzionare i fattori della produzione - la forza lavoro come il capitale - in armonia con le esigenze imperiose del sistema ed anche a costo di calpestare e mortificare determinati interessi costituiti. Di più: là dove l'impresa privata crolla e fallisce, lo Stato resiste - è questo uno dei segreti di Pulcinella della pianificazione - accollando alla collettività i passivi che per il capitalista singolo entravano nel gioco circoscritto dei rischi della propria azienda. Insomma, la pianificazione non è se non un momento dell'evoluzione dialettica del capitalismo dal regime dell'impresa individuale al monopolio e da questo alla gestione statale della economia: una delle forme specifiche della sua sopravvivenza. Essa è più o meno rigida a seconda dell'intensità della crisi interna del regime: ma è ormai sempre presente, sotto Roosevelt o sotto Truman, sotto Churchill o sotto Attlee.

 

 

La pianificazione non può compiersi - altra esperienza inglese - senza una lotta conseguente contro resistenze che nascono dal seno stesso della classe dominante, contro interessi sezionali che rifiutano di subordinarsi agli interessi generali della conservazione di classe, contro gli ostacoli di un tradizionalismo dalla vista corta. Ci stupiremo dunque che di fronte ad una politica come quella laburista - figlia d'altronde per tanti riguardi della politica conservatrice - che tosa attraverso la progressività delle imposte e le tasse di successione l'antico “milione dorato” e, nazionalizzando, lo manda in pensione con il dovuto trattamento di quiescenza, sottopone l'intera collettività a un regime di restrizioni, favorisce o deprime questo o quel settore dell'attività produttiva, rinsangua la vecchia classe dirigente con gli “uomini nuovi” chiesti dalla situazione, si sostituisce ai privati negli investimenti, nella scelta dei mercati, delle materie prime da importare e dei prodotti finiti da esportare, nell'organizzazione delle ricerche tecniche e nello studio del mercato, stabilisce non solo che cosa si deve mangiare ma che cosa si deve produrre acquistare e vendere, ci stupiremo, diciamo, che particolari interessi e settori s'inalberino gridando al socialismo - in commovente accordo con gli apologeti della pianificazione, coi Pesenti e coi Sereni di tutto il mondo - e la polemica si rivesta delle forme apparenti di un contrasto fra opposti regimi di classe? E ci stupiremo per contro che le geremiadi dei nostalgici non del passato in generale ma delle proprie particolari posizioni passate di potenza si perdano di fronte ai risultati concreti di una politica di generale conservazione perseguita dallo Stato, e gli stessi oppositori si dispongano, se mai la ruota della storia li richiamasse al potere, a battere la medesima strada?

 

 

Ma se tutto questo ci autorizza non soltanto a negare che pianificazione significhi socialismo, ma ad affermare che, realizzata in piena sopravvivenza del regime di produzione attuale, è l'esaltazione del più spietato sfruttamento e della più feroce oppressione di classe anche quando (o forse soprattutto quando) getta agli operai l'offa del riassorbimento della disoccupazione e dell'“assicurazione contro le crisi”, v'è un'altra e non meno probante ragione per negare ch'essa voglia dire socialismo e guarisca i mali interni del sistema di produzione borghese: ed è ch'essa significa l'organizzazione di una economia nazionale chiusa fra e contro altre economie nazionali.   

 

                                                              *  *  *

 

 

Siamo così giunti a un altro punctum dolens della pianificazione capitalistica. Un'economia capitalista pianificata riduce i contrasti e le frane interne determinate dall'anarchia della produzione per aziende, alla sola condizione di trasformarsi essa stessa; tendenzialmente, in una sola grande azienda, razionalmente organizzata nella complessità dei suoi reparti e nell'organico coordinamento dei suoi processi produttivi, chiusa e contrapposta ad altre unità aziendali nazionali. Se la classe dominante inglese si è preoccupata di colmare il deficit della bilancia dei pagamenti non è certo per risolvere quello che non è mai stato un problema economico - pareggiare meccanicamente importazioni ed esportazioni, - bensì per rimettersi in condizione di produrre, cioè di salvare la propria esistenza di classe; ora, in regime capitalista, si produce non per il gusto di produrre ma per realizzare come merci i beni prodotti. Gli organizzatori di un'economia pianificata ragionano negli stessi termini del dirigente di un'impresa: tanto entra, e tanto e più deve uscire, paese per paese, anno per anno, e magari semestre per semestre, crepi pure per questo il concorrente. Prendete qualsiasi economia pianificata di questo dopoguerra, la britannica come la cecoslovacca o la jugoslava: la musica è sempre una: moltiplicare le esportazioni, contenere proporzionalmente le importazioni. Il mondo capitalista internazionale, quello che vantava fra i suoi postulati la divisione internazionale del lavoro, è oggi una fungaia di esportatori: tutti vogliono vendere, tutti vogliono ridurre gli acquisti. Alla testa di questa corsa alla vendita stanno, ovviamente, le economie pianificate, perché sono quelle che più hanno sentito il morso della crisi.

 

 

È perciò per una logica di ferro che la Gran Bretagna, terra di elezione del libero scambio, è oggi la terra del più geloso nazionalismo economico; che l'alfiere degli scambi multilaterali è divenuto l'arcigno mercante degli scambi compensati; l'avanguardia militante della lotta contro le autarchie degli “stati totalitari” il più esoso campione degli esperimenti autarchici. Essa che, in omaggio alla conclamata divisione internazionale del lavoro, aveva cessato di essere un paese agricolo per trasformarsi in un unico grande arsenale industriale, sta ricreando a suon di sussidi ai produttori e di prezzi garantiti una agricoltura nazionale. Esporta in Europa, ma si circonda di fili spinati contro l'importazione dall'Europa; finanzia la ricostruzione tedesca ma protesta contro la ripresa delle esportazioni dalla Germania; decretando l'inconvertibilità della sterlina costringe i molti paesi che vantano nei suoi confronti un saldo creditore o che comunque non possono fare a meno di vendere sul mercato britannico a comprare il più possibile nella sua area, a comprare comunque; elevando il tasso di cambio della propria valuta con altre valute come l'italiana, mette il partner nella condizione di subire, per non perdere tutto, l'ukase della City; è insomma, nel quadro della tanto vantata ricostruzione europea, un costante elemento di attrito.

 

 

La verità è che l'Inghilterra pianifica non soltanto per riprendere una posizione dominante in Europa, ma per riconquistare almeno in parte la sua tradizione di centro propulsore di un complesso economico articolato che è il Commonwealth e, di là da questo, di passaggio obbligato delle transazioni commerciali e finanziarie di mezzo mondo. Non per nulla - altra ironia del “socialismo dei pianificatori” - il piano prevede per il 1952 un attivo della bilancia dei pagamenti essenzialmente fondato sulle partite invisibili, su una fortissima ripresa dei proventi dei noli, delle assicurazioni, degli investimenti all'estero, delle società petrolifere in primo luogo, cioè sulla ripresa di posizioni finanziarie mondiali. Non per nulla la pianificazione britannica si estende ad un programma di sviluppo intensivo della produzione nelle colonie: e ci vogliono proprio gli adoratori degli eterni principii, in buona o cattiva fede, per non capire che l'abbandono del controllo poliziesco dell'India o della Birmania, paesi che hanno ormai dato quanto potevano dare in regime di occupazione militare e che continueranno ad essere spremuti sotto l'impero di un prepotere economico-finanziario, non significa una rinuncia al colonialismo ma la decisione di concentrare tutte le energie e tutte le risorse, limitate in confronto all'enormità dei compiti, su nuove terre da sfruttare. L'economia chiusa britannica si muove al centro di un'altra economia chiusa che è il Commonwealth; una duplice muraglia cinese la difende dall'esterno, per permetterle di aggredire l'esterno.

 

 

Cosi la pianificazione realizzata su scala nazionale riproduce e ingigantisce su scala internazionale i più violenti e drammatici squilibrii dell'economia per aziende, chiuse in sé e contrapposte in una corsa affannosa per chiudere ognuna in attivo, a scapito delle altre e comunque, il proprio bilancio. Diretta a realizzare entro i suoi confini l'equilibrio di tutti i settori produttivi, essa è un supplementare e ancor più inquietante fattore di squilibrio su scala internazionale: ed è l'arma più affilata dell'imperialismo. Ma poiché le economie, come le imprese singole, non si chiudono in sé se non per uscire da sé, le forze che scatenano nel loro sforzo di espandersi si ritorcono contro se stesse. L'Inghilterra che ha contribuito in modo così deciso a questa vertiginosa corsa internazionale all'esportazione risente già oggi di una situazione in cui, per usare un termine ormai di moda, il “seller's market”, il mercato cioè dominato dalla sete di merci, di qualunque merce comprata a qualunque prezzo, viene soppiantato dal “buyer's market”, il mercato in cui il venditore va a caccia di un compratore qualsivoglia, restio a comprare perché sovraccarico a sua volta di merci di cui disfarsi. Non si vende se non si compera; e di fronte all'Inghilterra c'è uno schieramento di Paesi stanchi di dover comprare da lei, a tutti i costi, senza poter vendere e spesso senza poter realizzare i saldi creditori frutto di vendite passate. L'Inghilterra orgogliosa dei suoi costi rigidi, delle sue bardature fisse, si trova davanti un mercato internazionale in cui i prezzi tendono a calare mentre i suoi, nella migliore delle ipotesi, non si muovono - e guai se cedessero, perché tutto l'impianto della politica dei sussidi, delle sovvenzioni, dei prezzi remunerativi, della piena occupazione ecc. crollerebbe con loro. L'Inghilterra che ha difeso l'alto livello del cambio della sterlina come il fortilizio della sua potenza imperiale e il mezzo di manovra per imporre agli altri Paesi la sua legge, si trova oggi premuta da forze internazionali che, in nome di una ripresa degli scambi multilaterali e di un ristabilimento del meccanismo dei costi comparati, chiede la svalutazione della sterlina e perciò il tramonto della sua politica disinflazionista da una parte, della pratica del commercio bilaterale dall'altra. Insomma, l'Inghilterra che ha invocato la “solidarietà internazionale” al modo che gli industriali privati invocano la “solidarietà nazionale”, cioè chiedendo che lo Stato - in questo caso l'America e, se occorre, i paesi “fratelli” dell'ERP - venga loro in aiuto ma non pretenda la contropartita di oneri da sopportare, sente oggi il morso di una concorrenza altrettanto spregiudicata e di una volontà altrettanto rabbiosa di difendersi ed offendere; trema di fronte ad entrambi i corni del dilemma - la ricostruzione di un sistema di scambi multilaterali, o la chiusura delle unità economiche nazionali in se stesse (5).

 

 

La prima minaccia viene dall'America, direttamente interessata, per il superamento delle proprie difficoltà economiche e per la conservazione del suo predominio finanziario mondiale, alla cosiddetta libertà di circolazione dei beni, dei servizi e delle persone: la seconda viene dalle nazioni protese in un analogo sforzo di pianificazione interna. Già oggi, l'impalcatura della pianificazione inglese è percorsa da cigolii paurosi. Poiché la crisi del capitalismo non è - allo stesso modo dell'economia capitalistica - localizzabile in settori e curabile in parti. L'anestesia locale della pianificazione può attutirne i sintomi esteriori e temporanei, le manifestazioni spaziali e temporali; non guarirla, né impedire alla malattia organica del sistema di affermare su tutte le sue parti la propria natura unitaria. 

 

 

            

                                                            *  *  *

 

Nella prima parte di questo studio, abbiamo cercato di mettere in evidenza come il regine di produzione capitalista possa e, in situazioni particolarmente critiche, debba pianificarsi, e come ciò non soltanto non elimini ma accentui le ragioni interne e permanenti dell'antagonismo fra capitale e lavoro, intrinseco al sistema di produzione mercantile. Abbiamo anche sottolineato come le forze di punta della teorizzazione del piano come ricetta per guarire le malattie della società capitalista denunciate dal marxismo, siano, sempre, le forze germogliate dall'opportunismo proletario e finite alla avanguardia della conservazione borghese: i De Man come i Cripps, gli Stalin come i Tito o i Gottwald.Ma era suggestivo completare questo primo quadro generale con la dimostrazione che la pianificazione non elimina ma sposta su un piano più vasto anche quell'“anarchia della produzione” ch'era, o sembrava essere nel ristretto orizzonte di un Paese singolo, l'unico male cui potesse vantarsi di contrapporre un rimedio. La pianificazione va di pari passo con l'esacerbazione del nazionalismo economico e della spinta imperialistica: è il correlato di quella sublimazione del capitalismo monopolizzatore e assetato di potenza che si chiama, a seconda dei gusti, nazionalsocialismo, socialismo nazionale, “socialismo in un solo paese” - non organica coordinazione ma frantumamento dell'apparato produttivo mondiale, non concentrazione ma dispersione delle risorse economiche, non moltiplicazione ma spreco dei beni, non soddisfazione ma mortificazione dei bisogni, cioè tutto l'opposto del socialismo (6).

 

 

A riconferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, che un'economia socialista non può essere, in tutta la varietà delle sue manifestazioni, se non un'economia mondiale unitaria.Vedremo nella seconda parte di questo articolo i riflessi che l'evolversi della situazione internazionale ha avuto e potrà avere sulla pianificazione nazionale inglese.

Incontri pubblici in evidenza

  • Milano 16/11/2019, ore 16,00 " Presentazione del quaderno n. 10: Perché la Russia non era socialista " presso Libreria Calusca, Via Conchetta 18
  • Torino,  Prossimo incontro a Torino 07-12-2019, dalle 15,00, c/o Bar "Pietro" Via San Domenico 34

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