Domenica, 28 Novembre 2021

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


La rivoluzione comunista è la piu’ radicale rottura con i tradizionali rapporti di proprietà

Il programma del proletariato è, insieme alla sua emancipazione dalla attuale classe dominante e privilegiata, la emancipazione della collettività umana rispetto alla schiavitù delle leggi economiche che esso comprende, per poi dominarle in una economia finalmente razionale e scientifica che subirà il diretto intervento dell’opera dell’uomo… la rivoluzione proletaria segna il passaggio dal mondo della necessità in quello della libertà.

                                (F. Engels)

 

Oggi, nel secondo decennio del terzo millennio della cosiddetta era cristiana, ovvero nel terzo secolo dall’esordio sul nostro pianeta del dominio del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti di produzione, una delle più disarmanti conseguenze della sconfitta subita dalla nostra classe sotto i colpi di una controrivoluzione esplosa a metà circa degli anni 20 del ‘900 e non ancora interrotta, è la mistificazione degli scopi della rivoluzione proletaria e comunista: mistificazione degli scopi, mistificazione dei metodi, mistificazione degli strumenti, nel tentativo di incanalare e mantenere il conflitto di classe nel quadro della sopravvivenza delle forme dei rapporti di produzione esistenti.

Per noi e i compagni che ci hanno preceduti, subire una sconfitta è cosa ben diversa dall’accettare una onorevole resa. La guerra comunque non è finita… E contro ogni mistificazione, la nostra battaglia, il nostro lavoro di restauro dell’organo rivoluzionario (teoria, principi, programma, tattica, organizzazione), con pazienza e determinazione continuano, negli alti e nei bassi delle lotte e della vita della nostra classe.

Nessun borghese può ormai più negare che, anche e proprio perché esprime con convinzione la concretissima costruzione ideologica che il suo mondo sia l’unico possibile ed eterno, che nell’ambito del suo amato Stato nazionale esistono differenze di “reddito” (guadagni, profitti, rendite ,onorari, stipendi, salari) e che alla base di queste differenze esistono classi (ceti, come preferisce chiamarli) – e soprattutto l’insieme dei “lavoratori”, mai contenti di quanto li pagano e sempre pronti al mugugno, a pretendere di più, magari anche una vita come la sua. E perfino a scioperare! E, nella sua borghese memoria ed esperienza di dominio, nonostante tutti gli sforzi, potenzialmente in grado di riprendere la strada della guerra di classe. Così, il borghese intelligente mantiene alta la guardia del suo violento dominio, utilizzando al meglio l’esperienza del “riformismo” e dell’opportunismo traditore, cresciuto con e sul sangue della sconfitta proletaria.

Indicare obiettivi, metodi, momenti del processo rivoluzionario non è dunque un lavoro da esegeta dei testi dottrinari o da pretonzoli deboli di dialettica, costretti dalla loro astrazione dalla realtà della lotta di classe a ricorrere all’ipse dixit, al principio d’autorità. E’ parte integrante di quei compiti di partito rivendicati con forza nel 1926 al III congresso del Partito Comunista (ormai declassato a “Italiano”) contro quei poveri disgraziati che stavano diventando strumenti e complici della più grave e devastante degenerazione opportunista vissuta dal movimento rivoluzionario.

L’attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica […] deve conglobare […] la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia” (dalle nostre Tesi di Lione, 1926).

Mentre i guasti dell’apparentemente razionale sfruttamento capitalistico delle fonti originarie di ogni ricchezza (gli esseri umani con il loro lavoro produttivo e riproduttivo e le risorse naturali) si fanno drammaticamente evidenti, mentre il termometro della lotta di classe segnala ancora il gelo dello strapotere borghese, eccoci, indefessi e caparbi, non “a gettare il cuore oltre all’ostacolo”, ma ad allungare lo sguardo sui doveri, i compiti, di una rivoluzione proletaria e comunista che, quando avrà abbattuto lo Stato del capitale, dovrà iniziare il suo lavoro di dissoluzione dei rapporti di produzione borghesi.

***

La nostra dichiarazione di guerra al Capitale, alla Borghesia, al suo Stato e a tutti i suoi poveri gallonati intelligentissimi servi, il Manifesto del partito comunista, così ci esorta: “Abbiamo già visto sopra che il primo passo della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato si eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia”.

Questa esortazione è anche frutto dell’esperienza “spontanea”, “pratica”, del movimento operaio che, costretto dalla necessità, stava muovendo i suoi primi passi nella lotta economica e nella lotta politica. È il frutto della critica dialettica e materialista, che fornisce alla classe gli strumenti teorici per comprendere gli eventi che sta vivendo e quindi potere (dovere!) organizzarsi in un Partito che la separi da quel “clima rivoluzionario” genericamente “anti-dispotico”, “radicale”, “repubblicano”, caratteristico di una borghesia che si stava liberando (con fatica!) dalle scorie del cosiddetto ancien régime.

Il Partito che raccoglie le migliori energie proletarie e rivoluzionarie, il solo strumento che può permettere alla classe dei senza riserve di emanciparsi da sé stessa dal dominio e dallo sfruttamento; che, a differenza delle altre organizzazioni operaie, avendo studiato, criticato, compreso le dinamiche fondamentali del modo di produzione capitalistico (ed i suoi punti deboli), libera l’azione di classe da ogni suggestione minimalista, idealista, volontarista, utopica, e può far gridare al proletariato in lotta rivoluzionaria: il comunismo è il movimento che cambia lo stato di cose presenti, perché lo stesso modo di produzione capitalistico, nel suo uso associato della nostra forza-lavoro, getta le fondamenta di un mondo nuovo che non si limiterà a spartire i parti uguali la ricchezza!

Il programma sintetizzato dal Manifesto supera l’istinto egualitario del comunismo primitivo rozzo e volgare espresso dalle ali più “estreme”, “plebee”, del Terzo Stato in rivolta (dai Livellatori inglesi agli Uguali francesi). Il comunismo materialista analizza dialetticamente l’origine delle divisioni sociali; non si limita alla constatazione dell’esistenza e della lotta di “poveri e ricchi”, “sfruttati e sfruttatori”, “servi e signori”, “lavoratori e padroni”. Identifica nelle e dalle regole dell’organizzazione economica “moderna e contemporanea” non solo l’origine della divisione in classi sociali, ma l’origine stessa della “ricchezza”: cioè, l’oggettiva capacità della borghesia di aver moltiplicato le potenzialità produttive degli esseri umani attraverso l’organizzazione del lavoro industrialmente associato e il monopolio delle forze produttive (la proprietà borghese).

L’identificazione dell’origine, e non solo la constatazione dell’esistenza della moderna lotta di classe, permette ai proletari organizzati nel combattente Partito Comunista di essere quelli che “lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano l’avvenire del movimento stesso” (ancora il Manifesto).

Dall’osservazione del sintomo (la moderna lotta di classe), il materialismo dialettico e storico diagnostica la malattia  e la sua eziologia (l’ormai parassitario modo di produzione capitalistico), ne analizza il decorso (le leggi dell’economia capitalistica), formula la sua prognosi (la transitorietà della società divisa in classi) e impone una terapia  chirurgica (il processo rivoluzionario del proletariato) che estirperà il processo degenerativo (la società borghese) e, dopo l’opportuna convalescenza e fisioterapia (dittatura del proletariato e transizione al comunismo inferiore), ripristinerà un migliore stato di salute (comunismo pieno o superiore).

***

Dal 1848, dunque è ormai chiaro che “Il proletariato adopererà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive”.

L’esplosione rivoluzionaria di quel periodo è stata riassorbita dal e con il consolidarsi della società borghese, ma questo punto programmatico non è stato certo abbandonato dai comunisti nel lavoro di agitazione e organizzazione della nostra classe e di consolidamento del quadro teorico della nostra scienza del divenire sociale.

Cosa ben più importante, nel 1871, quando il proletariato ha preso in mano Parigi, dimostrando che il comunismo non è solo uno spettro, in quei pochi mesi di cielo assaltato si è potuto sperimentare che “Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia, ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione”.

La sanguinosa sconfitta dell’insurrezione parigina s’inserisce nel passaggio di fase del modo di produzione capitalistico dal momento liberal-liberista a quello del monopolio imperialista. Questo passaggio è stato caratterizzato da uno sviluppo delle forze produttive (compreso l’aumento numerico dei lavoratori senza riserve) e della “ricchezza”, mai visto prima.

Tutto sembrava funzionare così a meraviglia, nonostante le lotte del proletariato, che la borghesia si riferisce a quel periodo di “sorti mirabili e progressive” con il nostalgico attributo di Belle époque

In questo quadro, si sviluppa, proprio sfruttando le energie liberate dalle lotte soprattutto economiche, la seconda ondata di opportunistico tradimento della lotta politica proletaria.

Il riformismo si presenta anche come travisamento delle finalità di stravolgimento dei rapporti di produzione borghesi. Il comunismo viene “revisionato” a socialdemocrazia, una organizzazione che smusserebbe più o meno velocemente le diseguaglianze sociali migliorando le condizioni generali di vita dei lavoratori, senza più mettere in discussione l’esistenza delle classi: anzi, inchiodando per l’eternità gli operai (maschi e femmine) al ruolo di forza produttiva indispensabile di un mondo che si andava trasformando sempre di più in una immensa industria.

Ma l’ingannevole utopia borghese non ha retto alla inesorabilità delle sue regole. L’espansione economica si inceppa nonostante la creazione di mercati e di nuove forme di investimento e sviluppo industriale: il monopolio imperialista non elimina la concorrenza (l’intreccio tra capitale e Stato origina allora il sistema dei trust (gli antenati delle multinazionali, e l’intervento economico diretto dello Stato lo trasforma da Comitato d’affari tra borghesi in un vero e proprio Capitalista collettivo) e potenzia la dittatura borghese... Ma può solo rallentare quella caduta tendenziale del saggio medio di profitto che la costringe innanzitutto a comprimere il costo del lavoro e poi a ingripparsi (sovrapproduzione di merci e capitali, saturazione del mercato) nella crisi economica.

I trent’anni d’oro dello sviluppo imperialista “classico”, con le sue guerre di aggressione e controllo coloniale dei popoli d’Africa, Asia e di tutto il resto del pianeta, esplodono nel primo scontro inter-imperialistico mondiale. Il riformismo si svela per quello che è: il miglior strumento per imprigionare e sottomettere il proletariato nello Stato nazionale e costringerlo a morire e distruggere per permettere al Capitale di riprendere e continuare a funzionare.

Ma le stesse atrocità di quel primo scontro aprono gli occhi a settori sempre crescenti del proletariato, sia a quello bruciato nel forno delle battaglie che a quello stremato negli stenti delle retrovie. La catena dell’imperialismo si smaglia e l’anello più debole salta.

L’impero degli Zar si rivolta, si riaccende il sacro fuoco dell’insurrezione proletaria, proprio lì dove i rivoluzionari si sono sempre battuti senza risparmiarsi e senza riguardi contro il nemico riformista. E proprio grazie al loro decennale lavoro di lotta, organizzazione e preparazione rivoluzionaria sono in grado di guidare il movimento insurrezionale per abbattere, prima il potere dello Zar, poi sradicare quello della borghesia e infine instaurare un nuovo Stato: quello che eleva il proletariato a classe dominante e non si accontenta più della conquista della democrazia, ma rivendica la dittatura del proletariato.

È nel processo rivoluzionario, nella dinamica della lotta di classe internazionale, nella storia di quegli anni (1917/1922) in cui il primo vero e proprio Stato proletario si deve difendere, in quanto bastione di quella rivoluzione internazionale che nella tragedia ungherese e tedesca accusa i primi terribili rinculi, che i compiti economici e la definizione corretta dei difficilissimi passaggi necessari alla transizione ad un mondo nuovo ritrovano la loro necessità: strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive. Purtroppo, ciò avviene nell’immensa Russia dove i centri industriali si contano sulle dita di una mano e il proletariato vittorioso è una minoranza immersa in una rete di rapporti economici dove quelli compiutamente borghesi sono sopraffatti, non solo da quelli particolari del feudalesimo degli Zar, ma addirittura da quelli patriarcali delle economie cosiddette naturali.

Moltiplicare la massa delle forze produttive in attesa e in aiuto dello sviluppo del processo rivoluzionario nel resto degli Stati imperialisti, soprattutto in quelli come la Germania dove lo sviluppo industriale quelle stesse forze produttive le ha già ben “moltiplicate”: questa la consegna!

***

Il primo Stato proletario, pur avendo consolidato i propri confini, si trova isolato, mentre il processo rivoluzionario perde il suo slancio internazionalista con le sconfitte militari, poliziesche, politiche in Occidente (e nel Giappone “occidentalizzato”). Ma per battere e riassorbire il proletariato rivoluzionario gli Stati borghesi impiegano almeno una decina d’anni, passando dalla repressione socialdemocratica in Germania alla “sperimentazione” della riorganizzazione “fascista” dello Stato in Italia, dalla fucilazione legalizzata degli operai sindacalizzati negli Stati Uniti all’esaltazione del repubblicanesimo borghese in Francia…E l’ultima insurrezione proletaria viene schiacciata nel 1927 a Canton e Shanghai.

La Russia proletaria non può non risentire della generale catastrofe internazionale della sua classe e, pur non soffrendo una disfatta militare, comincia a subire una pressione controrivoluzionaria proveniente da quei rapporti di produzione borghesi che inevitabilmente nascono dallo sviluppo della massa delle forze di produzione e si traduce nella sconfitta politica che si sintetizza nel malefico “stalinismo” che “promuove” la terza (e più drammaticamente devastante, nel suo cannibalizzare il lampo della vittoria di Ottobre) ondata di tradimento opportunista della forza e della potenzialità rivoluzionaria del movimento proletario.

I comunisti raccolti e organizzati intorno a Lenin avevano ben chiaro il drammatico compito di riorganizzazione economica dell’appena defunto impero dello Zar: sapevano benissimo che la modernizzazione industriale avrebbe permesso alla Russia solo di sviluppare la base materiale della transizione verso la socializzazione delle forze produttive – niente di più e niente di diverso.

Non possiamo qui riassumere le battaglie che i nostri compagni hanno ingaggiato nel corpo di quell’Internazionale Comunista (e nella sua sezione italiana), fin da subito, da quando cominciano a manifestarsi i sintomi, sempre più gravi, di quella degenerazione controrivoluzionaria che la trasformerà da potenziale organo della rivoluzione internazionale a federazione di partiti nazionali (e via via sempre più nazionalisti), subordinati alle direttive di uno Stato russo che pretendendo di poter “costruire il socialismo in un paese solo” in realtà si andava consolidando come un efficiente e al passo coi tempi capitalista collettivo. E proprio come ogni capitalista collettivo aveva imparato che il miglior metodo per incatenare i proletari al loro ruolo di “paziente” forza di produzione era quello di regalar loro un interesse, un bene comune, la Patria Socialista: dove si accumula il capitale, ma socialista; dove ti pagano un salario, ma socialista; dove circola la moneta, ma socialista; dove compri e consumi merce, ma socialista… E per la quale vai a farti ammazzare, in una alleanza democratica con altri capitalisti collettivi.

Così come non possiamo ripercorrere il lungo lavoro, cominciato allora e non ancora concluso, di lotta e difesa di quei principi e metodi di combattimento che soli permetteranno al movimento rivoluzionario di riprendere la via della ripresa rivoluzionaria.

Limitiamoci, oggi, alla demistificazione dell’identificazione, della coincidenza, tra l’aumento della massa delle forze di produzione, e quindi di un accumulo continuo di merci e capitali, come caratteristica economica del “socialismo”.

E con pazienza ricominciamo.

***

“Lo Stato proletario, infranta la vecchia macchina burocratica, poliziesca e militare unificherà le forze armate della classe lavoratrice in una organizzazione destinata a reprimere tutti gli sforzi controrivoluzionari della classe spodestata, e ad eseguire le misure d’intervento nei rapporti borghesi di produzione e di proprietà.

“Il processo attraverso il quale si passerà dall’economia capitalistica a quella comunistica sarà molto complesso e le sue fasi saranno diverse secondo le diverse condizioni di sviluppo economico.

“Il termine di tale processo è la realizzazione completa del possesso e dell’esercizio dei mezzi di produzione da parte di tutta la collettività unificata, della distribuzione centrale e razionale delle forze produttive nei vari rami della produzione, della razionale amministrazione collettiva nella ripartizione dei prodotti.

“Quando i rapporti dell’economia capitalistica saranno stati totalmente soppressi, l’abolizione delle classi sarà un fatto compiuto e lo Stato come apparecchio politico di potere sarà stato sostituito progressivamente dalla razionale amministrazione collettiva dell’attività economica e sociale.

“Il processo di trasformazione dei rapporti di produzione sarà accompagnato da una serie vastissima di misure sociali fondate sul principio che la collettività prenda cura dell’esistenza materiale e intellettuale di tutti i suoi membri.

“Andranno così successivamente eliminandosi tutte le tare degenerative che il proletariato eredita dal mondo capitalista, e, secondo la parola del Manifesto, alla vecchia società divisa in classi cozzanti fra loro subentrerà una associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.”

(da “Il Soviet”, giugno 1920)

 

“Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.”

(dal Programma del Partito Comunista d’Italia, Punto 9, Livorno 1921)

 

Non vi è una briciola di utopia nella prospettiva comunista indicata dal materialismo dialettico. Le misure che via via verranno proposte dal partito e realizzate dai proletari che agiranno nelle istituzioni dello Stato della loro dittatura non “costruiranno” il comunismo secondo un “piano”, ideato e custodito da una consorteria di mistici intellettuali, tecnici, scienziati... Le energie e le capacità proletarie riunite dalla e nella scienza della rivoluzione sociale nel Partito Comunista avranno il compito di indirizzare e svolgere le “linee guida” che, disfacendo i rapporti di produzione borghesi, potranno adeguare le forze produttive, organizzandole nel migliore dei modi possibile, alla soddisfazione dei bisogni materiali e intellettuali ed alla vita associata della nostra specie finalmente in grado di usare senza abusarne tutte le risorse  e di comprendere senza forzarle, unico modo di padroneggiarle, le dinamiche  della natura.

Fatti salvi la vittoria della nostra classe e il controllo dello Stato proletario in una parte più che significativa del pianeta, si darà il via alle prime disposizioni che saranno più politiche che in senso stretto economiche. Però, a differenza delle prime due vittorie della rivoluzione proletaria, mentre l’indicazione di accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante rimane indispensabile, il compito di moltiplicare al più presto le forze produttive sarà quello di riordinarle per ridimensionarle.

Ai tempi della Comune, il pieno sviluppo strutturale del capitalismo era, in fin dei conti, concentrato nel solo Regno Unito e, appena ai suoi pur formidabili esordi, nella stessa Francia e nel neonato Reich (come nel Giappone in via di modernizzazione, negli USA, nell’Italia post risorgimentale…), le forze produttive erano ancora “scarse e disperse” e il dominio del “capitale morto” (macchinismo, pletora di merci, consumo del suolo e del sottosuolo, denaro “cristallizzato” come capitale finanziario…) sul “capitale vivo” (la forza-lavoro e quindi le condizioni generali di vita e di sfruttamento del proletariato) non avevano ancora raggiunto le dimensioni planetarie e distruttive di oggi.

L’Ottobre Rosso esplode nel periodo dell’imperialismo, quando è vero che le forze produttive negli Stati di più vecchia industrializzazione sono ormai stramature per essere rivoluzionariamente avviate a una possibile e realizzabile socializzazione, in quell’anello debole nel quale lo sviluppo capitalistico era relativamente scarso ed il proletariato vittorioso si doveva sobbarcare il compito di guidarlo e controllarlo.

Lo “stalinismo”, soffocando la prospettiva necessaria e obbligatoria dell’internazionalizzazione del processo rivoluzionario con l’invenzione della costruzione del “socialismo in un paese solo” (e per di più industrialmente arretrato) non solo non riesce a controllarlo e guidarlo, ma ne viene “travolto” e comincia l’opera di mistificazione: mentre era chiaro per la critica materialista che lo sviluppo delle forze produttive (e quindi della “ricchezza” socializzabile) costituisce la base materiale su cui il processo della rivoluzione proletaria avrebbe potuto innescare il passaggio dai rapporti di produzione capitalistici (lavoro associato, ma alienato/appropriazione, ripartizione, distribuzione, consumo privato del  prodotto del lavoro associato) a quelli comunistici (lavoro associato senza alienazione perché  il prodotto del lavoro associato non è più appropriato, ma ripartito, distribuito, consumato  in modo associato), per lo “stalinismo” e i suoi figli e figliastri quello sviluppo diventa sinonimo prima di transizione al socialismo  e poi addirittura di socialismo.

La controrivoluzione staliniana diventa anche così una variante della concezione borghese del mondo. Si riprende (moltiplicandolo, come si suol dire, all’ennesima potenza), il ruolo di forza riformista e quindi reazionaria: questo mondo, il modo di produzione borghese, seppur “migliorabile”, è l’unico possibile e

chi se ne frega se il suo sviluppo mina e distrugge le fonti di ogni ricchezza: le risorse naturali e gli stessi esseri umani!

Il nostro partito non si è limitato a un lavoro di denuncia e critica dei disastri sociali causati direttamente (organizzazione del lavoro capitalistico nelle aziende industriali e agricole, urbanizzazione…) e indirettamente (sfruttamento dei fenomeni naturali) dall’ordinamento borghese, ben prima che parte della “opinione pubblica” più o meno colta, scientificamente attenta o solo più umanamente sensibile al disastro in cui le tocca vivere, scoprisse negli ultimi decenni del ‘900 la questione ecologica, ambientale, l’esaurimento delle risorse, il riscaldamento globale… Ma lo ha collegato al più generale lavoro di restauro della dottrina e della pratica di partito che ha come scopo la preparazione rivoluzionaria della nostra classe, anche e soprattutto in questi periodi in cui il dominio borghese sembra essere dannosamente invincibile.

Proprio nel corso degli anni ’50 del ‘900, quando lo stalinismo dei russi e di tutti i suoi segmenti inter/nazionalistici esaltavano i successi della “accumulazione socialista” e delle “economie a proprietà e pianificazione statale” (e l’antistalinismo democratico socialisteggiante richiamantesi all’ultimo Trockji si trastullava intellettualisticamente con concetti nominalistici quali lo “Stato operaio degenerato”, la “burocrazia”, e celebrava comunque i successi economici dell’U.R.S.S. e della Armata Rossa a dimostrazione di una pretesa superiorità di una economia pianificata), e proprio perché la nostra caparbia difesa dell’invarianza della dottrina comunista non ci limita in una parareligiosa  custodia di salmodie e formulette teoriche, ma ci impone di rendere viva e operante la critica materialista, dedicammo una riunione generale di partito (Forlì, 27 e 28 dicembre 1952) a indicare le linee dorsali dei compiti immediati di quella rivoluzione finalmente in marcia e vittoriosa alla cui preparazione lavoriamo. Leggiamone la sintesi, pubblicata nell’opuscolo Sul filo del tempo (maggio 1953):

 

IL PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO

1. Col gigantesco movimento di ripresa dell’altro dopoguerra, potente alla scala mondiale, e in Italia costituito nel solido partito del 1921, fu chiaro il punto che il postulato urgente è prendere il potere politico e che il proletariato non lo prende per via legale ma con l’azione armata, che la migliore occasione sorge dalla sconfitta militare del proprio paese, e che la forma politica successiva alla vittoria è la dittatura del proletariato. La trasformazione economica sociale è compito successivo, di cui la dittatura pone la condizione prima.

2. Il “Manifesto dei comunisti” chiarì che le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano dispoticamente sono diverse -essendo la via al pieno comunismo lunghissima- a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive del paese in cui il proletariato ha vinto, e della rapidità di estensione di tale vittoria ad altri paesi. Indicò quelle adatte allora, nel 1848, per i più progrediti paesi europei, e ribadì che quello non era il programma del socialismo integrale, ma un gruppo di misure che qualificò: transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente contraddittorie.

3. Successivamente, e fu uno degli elementi che ingannò i fautori di una teoria non stabile, ma di continuo rielaborata da risultati storici, molte misure allora dettate alla rivoluzione proletaria furono prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese; esempi: istruzione obbligatoria, banca di Stato, ecc.

Ciò non doveva autorizzare a credere che fossero mutate le precise leggi e previsioni sul trapasso dal modo capitalista a quello socialista di produzione con tutte le forme economiche, sociali e politiche, ma significava solo che diveniva diverso e più agevole il primo periodo postrivoluzionario: economia di transizione al socialismo, precedente il successivo del socialismo inferiore e l’ultimo del socialismo superiore o comunismo integrale.

4. L’opportunismo classico consistette nel far credere che tutte quelle misure, dalla più bassa alla più alta, le potesse applicare lo Stato borghese democratico sotto la pressione o addirittura la legale conquista del proletariato. Ma in tal caso quelle varie misure, se compatibili col modo capitalista di produzione, sarebbero state adottate nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta, se incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato.

5. L’opportunismo attuale, colla formula della democrazia popolare e progressiva, nei quadri della costituzione parlamentare, ha un compito storico diverso e peggiore. Non solo illude il proletariato che alcune delle misure sue proprie possano essere attuate nel compito di uno Stato interclassista e interpartitico (ossia, quanto i socialdemocratici di ieri, fa il disfattismo della dittatura) ma addirittura conduce le masse inquadrate a lottare per misure sociali popolari e progressive che sono direttamente opposte a quelle che il potere proletario sempre, fin dal1848 e dal Manifesto, si è prefisse.

6. Nulla mostrerà meglio tutta la ignominia di una simile involuzione che un elenco di misure che, quando si ponesse in avvenire, in un paese dell’occidente capitalista, la realizzazione della presa del potere, si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora.

7. Un elenco di tali rivendicazioni è questo:

  1. Disinvestimento dei capitali, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.
  2. Elevamento dei costi di produzione per poter dare, fino a che vi è salario, mercato, moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.
  3. Drastica riduzione della giornata di lavoro almeno della metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.
  4. Ridotto il volume della produzione con un piano di sottoproduzione che la concentri sui campi più necessari, controllo autoritario sui consumi combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili   dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.
  5. Rapida rottura dei limiti di azienda con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.
  6. Rapida abolizione della previdenza a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.
  7. Arresto delle costruzioni di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.
  8. Decisa lotta con l’abolizione di carriere e titoli contro la specializzazione professionale e la divisione sociale del lavoro.
  9. Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento.

8.- Non è strano che gli stalinisti e simili oggi richiedano tutto l’opposto, coi loro partiti di Occidente, non solo nelle rivendicazioni istituzionali ossia politico-legali, ma anche nelle strutturali ossia economico-sociali. Ciò consente la loro azione in parallelo col partito che conduce lo Stato russo e i connessi, nei quali il compito di trasformazione sociale è il passaggio da pre-capitalismo a capitalismo pieno, con tutto il suo bagaglio di richieste ideologiche, politiche, sociali ed economiche, tutte orientate allo zenit borghese; volte con orrore solo contro il nadir feudale e medioevale. Tanto più sporchi rinnegati questi sozii [compari] di occidente, in quanto quel pericolo, fisico e reale ancora dalla parte dell’Asia oggi in subbuglio, è inesistente e mentito per chi guarda alla tronfia capitalarchia di oltreatlantico [gli USA], per i proletariati che di questa stanno sotto lo stivale civile, liberale e nazionunitario”.

Con questa precisazione, frutto dell’analisi materialistica dell’ennesima lezione della controrivoluzione e della lotta contro l’ennesimo attacco opportunista al movimento rivoluzionario del proletariato, si riprende con maggiore vigore la parola d’ordine del Manifesto.

E nel dirigere i proletari negli istituti della loro dittatura, il Partito comunista avrà il duro e difficile compito di indicare, per la prima volta nella preistoria delle società divise in classi, obiettivi, mezzi e metodi che progressivamente e quanto più possibile velocemente elimineranno ogni ragione di divisione sociale del lavoro produttivo e riproduttivo.

 Avrà il compito di rendere inutile e superfluo il dominio di classe, di ogni classe, che d’ora in avanti non avrà più alcuna ragione di esistere. Sempre il Manifesto del 1848:

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico.

“In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra.

“Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio di classe.

“Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”.

 

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bolognac/o Circolo ARCI Guernelli - via Gandusio 6 - 40128 Bologna (Prossime date e orari: 9/10, 27/11, 11/12, 29/1, 26/2, 26/3; dalle 15,30 alle 17,30)
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 09 ottobre 2021, dalle 15.30)

Informativa 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina di policy & privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.  Per saperne di piu'