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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 11 Novembre 2019

Meridionalismo e moralismo ( Il programma Comunista, n° 20, 1954)

Sono oggetto di nuova attenzione le vicende in Italia del movimento della classe operaia moderna, dalle sue origini fino ad oggi. Come destano particolare interesse le vicende a cavallo della Prima Guerra Mondiale, che condussero alla formazione del partito comunista, e quelle dello sviluppo di questo, così si hanno nuove ricerche relative al periodo della lotta di indipendenza nazionale. È del tutto logico che in simili antecedenti storici si cerchino le spiegazioni della situazione odierna, che sono indubbiamente di carattere internazionale, ma che costituiscono un interessante quesito storico, in rapporto al curioso aspetto di un movimento operaio di estrema sinistra, con un massiccio peso quantitativo, e un contenuto dinamico di puro spaventapasseri.
La ricerca dei benpensanti delle varie scuole non ha alcun interesse a mettere in evidenza questa ultima caratteristica: il gioco in Italia della controrivoluzione sta nel far credere che esista una sinistra rivoluzionaria nel paese, come può essere altrove (poniamo Inghilterra, America) nel sottolineare l'assenza di ogni movimento estremista. Ma la partita storica ha sfondo e campo mondiale e non molto dicono queste risorse, somiglianti su per giù a quelle stesse degli spaventapasseri rosseggianti, e camaleontici.
Tuttavia il materiale che viene addotto è molto utile per la presentazione dello sviluppo giusta il metodo genuino del materialismo storico. Non ancora è tempo di trarre le somme del lavoro intrapreso da Aldo Romani per una Storia, che si vanta "monumentale", del movimento socialista in Italia, e che per ora si estende al periodo dal 1861 (meglio si direbbe dalle origini) fino al 1872, epoca della scissione della Prima Internazionale tra marxisti e libertari.
Una tale ricerca di cui non ci è ancora noto il dettaglio, necessariamente porta in luce il quesito: "quale funzione abbia la classe proletaria nello sviluppo della rivoluzione borghese (se si vuole, liberale; se si vuole, democratica; se si vuole, nazionale: ci riferiamo tutti allo stesso definito sistema di fatti)". Ed è importante, scorrendo in anticipo tutto il ciclo che si dovrebbe chiudere al 1945, è importante constatare come un movimento, che in un modo o nell'altro può oggi vantare il seguito delle masse, sostiene sempre più apertamente, oggi, 1954, che tale funzione di sviluppo è quella presente del proletariato, dedito con ogni sua forza, a dire di queste correnti politiche, a diffondere le conquiste della rivoluzione ottocentesca territorialmente e socialmente, con l'ideale supremo di borghesizzare province del paese e ceti della sua popolazione che ancora non lo sarebbero stati.
Questo apparirebbe ineluttabilmente come bilancio fallimentare della nostra posizione storica nella politica italiana: che la classe operaia, come per la grande Europa avrebbe deposto quella funzione alla data della Comune di Parigi, così lo avrebbe fatto nettamente in Italia, sia pure con un certo ritardo (ma anche con poderosi anticipi che vedremo se andranno al loro posto storico) quanto meno all'uscita dal periodo del '98, al suono della non certo marxista ma saldamente impugnata rivoltella di Gaetano Bresci.
Il mezzo secolo del Novecento doveva, nella nostra attesa, dialetticamente rovesciare l'ultimo dell'Ottocento, e ridurre la borghesia italiana e l'Italia borghesemente retta colle spalle al muro. Come, perché, fin quando, sarebbe caduto nel ripetere, in una edizione divenuta parodia di istrioni, i motivi dell'Inno di Mameli?
IERI
Risorgimento e Socialismo
Una prima questione sarebbe se movimenti proletari furono presenti, sia pure come collaboratori alla rivoluzione nazionale, prima del 1860, nelle lotte del '21, del '31 e del '48. Larga parte vien fatta a Carlo Pisacane (di cui altra volta ci occupammo) ma per ora non come organizzatore di lavoratori, più che altro come ideologo socialista. Tuttavia l'importanza che egli dà alla economia e la denunzia dei caratteri capitalisti di questa autorizzano a considerarlo come avviato ad una visione materialistica della storia e della lotta di classe; non può ora approfondirsi un tale tema.
Movimenti che dichiaratamente fondassero su lavoratori salariati, distinti dai lavoratori autonomi urbani e rurali, artigiani o piccoli contadini, non sono forse visibili prima del sessanta: ma i proletari indubbiamente lottarono nelle file della rivoluzione anche se confusi con altri ceti poveri. Non dobbiamo per l'ennesima volta ripetere che per il marxismo ortodosso tale fatto storico è generale nel trapasso da precapitalismo a capitalismo, e che - per esprimerci ora alla spiccia - i proletari lo avrebbero dovuto fare anche se già fossero stati diretti da un partito marxista. Ed il verbo dovere e l'avverbio se hanno momentanea cittadinanza del dire marxista, in quanto, se quella condizione mancava nell'Italia di allora, può non mancare in altri tempi e luoghi.
Si sa che nella storia fatta per nomi non vedremo negli attori del 1848, e prima, altro che intellettuali, studenti, vari artigiani, e altresì nobili, dame e qualche principe del sangue, e non pochi prelati. Ciò per noi non crea difficoltà: non solo non vieta, come opina il Salvatorelli commentando Romano, di parlare di rivoluzione borghese, il fatto che insieme all'alta borghesia industriale si battessero quei medi ceti, ma nemmeno quello che anche questi spulciatori di storia stenterebbero a darci su due piedi qualche nome di "padrone di fabbrica" del tempo, misto a cospirazioni liberalnazionali o vestito di camicia rossa. Non a caso i massoni sono "muratori", ossia hanno preso nome da un mestiere che in fondo è il meno artigiano di tutti, in modo che, prima che il principio borghese trionfasse, poteva simbolicamente prendersi un'attività di vero salariato a simbolo di suo fautore più risoluto; e non solo pel banale concetto di mettere su con calce e cazzuola una società nuova, fatto omaggio al grande Architetto dell'Universo, surrogato del Dio dei preti.
Una rivoluzione è borghese non quando è fatta dai borghesi ma quando è fatta per i borghesi, magari ficcati in cantina e in sacrestia o di là da venire al mondo, quando è fatta per il tipo capitalista di società, anche se non lo sanno i combattenti. Ed è vero che quando una rivoluzione è borghese, pure essendo in questo esplicito rigoroso senso rivoluzione di classe, è per noi marxisti rivoluzione fatta dal popolo "veramente popolare", mentre collo stesso diritto poniamo in antitesi "popolo" e "classe". Solo la rivoluzione proletaria sarà a sua volta rivoluzione di classe, fatta da una classe, non per una classe, perché distruggerà le classi, ed è vaneggiamento definirla, ottocentescamente rincoglionendo, popolare.
Rivoluzione "conservatrice"?
Il Romano ha ragione quando dice rivoluzione borghese, ed ha torto il Salvatorelli quando si oppone (al solito scopo di sostenere che la ragione di classe non spiega il divenire storico, mentre oggi vediamo spezzarsi attorno a noi questo assedio ideologico e i tronconi disperdersi sempre più ribalbettando il nostro stesso dizionario - né il dialettico trema quando deve pascersi di vittorie "teoretiche" tra batoste materiali; trema solo, e a sua volta cambia lessico, il battilocchio di vanesia libidine, marionetta candidata a personaggio storico!).
Ma invece ha ragione il Salvatorelli quando rifiuta l'espressione di rivoluzione conservatrice che il Romano ha introdotto (se non presa da Gobetti o da Gramsci). È giusto contestare che una rivoluzione può essere democratica e progressista, aristocratica o reazionaria, ma conservatrice no. Ciò che conserva non rivoluziona: con quali fini si conserva non interessa nemmeno saperlo, se il risultato è lo statu quo. In linea storica è giusto dire che la rivoluzione (borghese, diciamo noi) italiana è stata più di ogni altra sovvertitrice, se ha distrutto una serie di Stati tra cui quello papale, con relativi istituti.
Ma il pericolo è altrove, e non è puramente terminologico. Quando il Romano chiama conservatrice la rivoluzione di Cavour e dei Savoia, dice conservatrice per dire moderata, per dire destra. E dice ciò perché nella sua ricostruzione storica pensa ad una seconda rivoluzione borghese, che resta a fare, che sarà radicale e sinistra. Rivoluzione della stessa classe, della stessa forma sociale borghese, ma rivoluzione in due fasi, in due tappe, in due tempi.
Qui bisogna fermare questi signori e mostrare l'abisso che si scava tra essi e il marxismo, scienza unica di tutte le Rivoluzioni. Quando la storia fa rivoluzioni brucia nel loro incendio fasi, tappe e tempi. Una rivoluzione può portare nel suo stesso crogiolo incandescente due classi: vi è per Marx la doppia rivoluzione. Una classe non può fare che tutta la sua rivoluzione o nulla.
La mezza rivoluzione non esiste. L'ultimo paese in cui si doveva inventarla è l'Italia. La peste del movimento sono stati questi profeti della seconda mezza rivoluzione. È ormai non già dalla nostra infanzia ma da due generazioni che noi vogliamo in Italia l'altra rivoluzione, la nostra, la soltanto nostra.
La borghesia radicale
Oggi ci occupa il rapporto tra il movimento operaio, una volta apparso, e le correnti politiche della nuova Italia. Queste erano molteplici, avendo in comune il postulato di unità-indipendenza politica, e il programma di abbattere i poteri dell'amministrazione austriaca nel Nord e degli Stati autocratici nel centro e nel Sud, compreso quello del papa, sostituendovi un governo unico parlamentare. Ma si distinguevano in diverse correnti, secondo che erano centraliste o federaliste, monarchiche o repubblicane o anche cattolico-unitarie. Protagonista della conquista del potere da parte dello Stato piemontese e della sua monarchia era il generico partito liberale costituzionale; fautore deciso della soppressione del potere papale e della capitale in Roma quel partito di azione, il cui nome di recente fu sterilmente resuscitato. Mazzini impersonava il partito repubblicano, di cui in senso lato era parte Garibaldi: dopo il 1860 non solo il secondo, ma anche il primo, indubbiamente rivoluzionari non a metà, considerano vittoriosa la conclusione monarchica del ciclo, e ciò tanto più con la breccia di Porta Pia. Garibaldi si restringe a Caprera, Mazzini si allarga all'Europa. All'opposizione del governo liberale in Italia si trovano dunque - prima che quello si scinda in destra e sinistra e poi nei loro trasformistici camuffamenti - una democrazia radicale borghese ed un partito repubblicano anche borghese, forse più di tutti conservatore.
Questi partiti guardarono dunque agli operai, è storico, con diversi intenti, ma che si riducono a quelli di Mazzini: il proletariato è un formidabile strumento della rivoluzione, per la rivoluzione. Organizzare e propagandare dunque i lavoratori non per un movimento nuovo, ad essi ed essi soli proprio, ma come massa di azione ai fini, già dati, di una Rivoluzione.
Questa la posizione che rovescia il marxismo, e che in una condizione storica parallela a quella del Risorgimento italiano, ossia nella Russia zarista, rovesciò Lenin col dire: la rivoluzione per il proletariato, non il proletario per la rivoluzione. Proprio quel Lenin del tutto cosciente che - nella lotta armata - proprio il proletariato dovesse capitanare la rivoluzione antifeudale.
È dunque giusto dire che Mazzini "aveva pensato di servirsi della classe operaia italiana come pietra basilare della rivoluzione nazionale, e per questo propugnò l'unificazione delle classi operaie europee".
Gli elementi avanzati della classe operaia non furono in primo tempo sordi a tali appelli, e si staccarono dai liberali e dai cattolici in larga misura. Ma non poteva bastare loro il programma di Mazzini, almeno dal momento che le sue richieste di rovesciamento di quanto sopravanzava di feudale (poco in Italia) e di introduzione delle libertà giuridiche ed elettive erano un fatto compiuto. L'istinto di classe degli operai li avvertiva fino da allora che la questione istituzionale, come si diceva, ossia l'alternativa tra re e repubblica, non poteva avere un contenuto rivoluzionario.
Quali altri elementi poteva avere l'ideologia di Mazzini, che si rivolgessero all'operaio salariato più che a qualunque altro tipo di cittadino? Nessuno. Al fondo della sua concezione della società e della storia erano principii religiosi ed etici il cui sviluppo condannava ogni antitesi e lotta di classe: sul terreno economico sosteneva un cooperazionismo idilliaco che appariva poco eloquente, allo svegliarsi prepotente del capitale per le sue imprese nel nuovo clima di grande Stato.
Da Mazzini a Bakunin
Finché ci vogliono servire un dramma a protagonisti illustri utilizzeranno male un materiale preziosamente scavato: collezioni di pubblicazioni periodiche dimenticate, archivi di polizia, carteggi che dovranno essere importanti come quello tra Engels e Cafiero venuto alla luce. Perché alla popolarità di Mazzini seguisse quella di Bakunin non lo spiegano le qualità e origini personali di tali agitatori, il misticismo del primo o il cinismo del secondo. Una vera analisi sociale può solo spiegare il motivo per il quale le sezioni della Associazione Internazionale dei Lavoratori verso il 1870 in Italia sono tutte della tendenza anarchica bakuniniana e scarsa eco vi hanno le teorie marxiste, tanto che nella lotta del 1872 lo stesso Cafiero, primo divulgatore dottrinale del marxismo in Italia, tenne contro Marx ed Engels nella scissione.
Tardivamente e lentamente il proletariato italiano, finita la Prima Internazionale, si organizza sindacalmente, ed affluisce verso un partito socialista dei lavoratori, che soltanto venti anni dopo condanna gli anarchici e li esclude dichiarandosi integralmente marxista.
Il punto che interessa è la valutazione delle due correnti - separati ormai i primi organismi della classe lavoratrice italiana dalla ideologia mazziniana e dai chiusi circoli del suo movimento - in rapporto appunto al compito, che, a Risorgimento avvenuto, la classe operaia tende ad assumersi.
La giusta interpretazione è capovolta mettendo i bakuninisti a sinistra e i marxisti a destra, e per essere più esatti immaginando che i primi volessero andare fuori ed oltre con rotture violente degli ordinamenti della nuova Italia liberale, mentre i secondi volessero solo (colla famosa conquista dei pubblici poteri del programma di Genova 1892) sul piano della completa democrazia costituzionale, influire nel senso e nell'interesse vagamente proletario sulla ulteriore evoluzione dell'ordine borghese.
Invece, e sarà il caso di collegare questa tesi ai documenti storici, sono i libertari, nello stesso senso dei mazziniani, a voler curare lo sviluppo di forme insite nella rivoluzione liberale; i primi saranno liberali arrabbiati, i secondi liberali purificati, ma liberali sempre, legati idealisticamente agli stessi assoluti valori il cui trionfo segnò, per il corrente giudizio, il passaggio tra il vecchio regime ed il moderno costituzionalismo: libertà, esaltazione del Cittadino e del Popolo, azione se occorre armata ma volta alla difesa di tali valori supremi.
Sono invece i marxisti che si cominciano a liberare di questi limiti, di questi vincoli, che vedono nel trapasso rivoluzionario borghese una necessità storica, ma non una conquista sociale o peggio "ideale", che vanno tracciando le vie del crollo del regime capitalistico e della sua economia, di una nuova originale rivoluzione, che non mette le toppe alla frusta divisa della prima, ma la brucia, non diversamente da quello che sui falò dei sanculotti la borghesia fece di sottane di preti e livree di nobili.
"Seconda mezza" e riformismo
Questa dottrina della integrazione del Risorgimento, che si gettò tra le gambe degli operai marxisti nel 1860-70 e che lo stesso ha fatto nel 1940-50, non è un prodotto speciale della società italiana, ma è ciò che fu detto ovunque riformismo; e cominciò prima come ancora più scialba dichiarazione di socialità. Il socialismo nascente rimase rivoluzionario fin quando fu allo stesso modo attaccato e maledetto perché predicava una società nuova e perché denunziava e combatteva la ristrettezza della vita operaia, la fame sociale. Cominciò a tralignare per cento vie e modi quando ne accettarono, a fini di classe appunto, la seconda parte, come riconoscimento che esisteva nel libero e civile mondo moderno la imponente "questione sociale". Sono temi ben noti ai Fili.
Quella seconda mezza porzione di rivoluzione la borghesia se la sarebbe centellinata a sorsi, con la legislazione a favore del "popolo" e le misure di assistenza sociale, e coi mille annessi cerotti in campo educativo, religioso, familiare, elettorale e chi più ne ha più ne metta.
Questo grande moto storico, il riformismo, che è fatto e non espediente puramente "propagandistico" in quanto contiene sempre più e meglio una autolimitazione, una autopianificazione del capitalismo, al fine di sostenere e disciplinare l'accumulazione progressiva con un ritmo sempre più veloce, ma anche tale da soddisfare nuove gamme di bisogni della classe che lavora, in Italia ha avuto, procedendo a sintesi, tre forme del tutto parallele.
Forma socialdemocratica: quella svolta da partiti che vantavano di essere formati da lavoratori con la loro azione elettorale, parlamentare, amministrativa; i primi ad essere collegati coi sindacati economici, che primi si fecero merito delle conquiste salariali, assistenziali, legislative.
Forma cattolica: quella cui si indirizzò l'azione "secolare" della Chiesa di Roma a partire dall'enciclica Rerum Novarum, esplicandosi a sua volta nel campo sindacale e poi in quello elettorale e legislativo - come da tempo nelle amministrazioni periferiche minori - col formarsi del partito popolare.
Forma fascista: quella con cui la borghesia italiana sia delle città che delle campagne organizzò la risposta alla situazione del primo dopoguerra, quando lo schieramento autonomo proletario apparve poter divenire da teorico anche di azione, non per ritogliere i vantaggi economici e assistenziali a carico della classe abbiente, che anzi estese e consolidò, ma per tagliare la strada all'organizzazione del proletariato in partito diretto ad attaccare e rovesciare l'ordine statale.
Tutta la nostra valutazione della fase successiva dipende dal negare che le prime due forme e forze, alleandosi a quella liberale o quanto ne restava, si rompessero a morte con la terza e la distruggessero dopo esserne state per un ventennio conculcate. Non lotta di irriducibili ideali e programmi, ma divisione del lavoro e logica successione di tempi.
Il risultato peggiore, per le sorti delle classe proletaria, è l'entrata nel tronfio affasciamento antifascista della parte proletaria che aveva finalmente imboccata la via originale ed autonoma, sicché tutti, ognuno a modo suo, si sono rimessi a rifare lo sviluppo del primo Risorgimento. Merito questo controrivoluzionario che pesa un secolo, se quello di Mussolini ha pesato un ventennio. Ma il secondo ha pesato in senso controrivoluzionario perché così l'hanno preso i maneggioni della politica opportunista: per il movimento che avesse rigata la via diritta sarebbe stato, come sarà un giorno, il regalo migliore della storia.
Radicalismo preriformista
Il riformismo socialdemocratico cattolico e fascista nella società italiana, con i suoi risultati di fatto, non è stato una buffonata. Ma lo aveva preceduto la forma storicamente inferiore, in cui ci vediamo ripiombati a generale vergogna, del radicalismo borghese che sta tra la formazione dello Stato unitario e la fine del secolo, e che almeno dal 1900 al 1910 imprigionò ancora nelle sue istanze popolarmassoniche - come in altre nazioni - il movimento socialista che si proclamava pure marxista.
Due sono i cavalli di battaglia di questa Tavola Rotonda della democrazia romantica e fasulla: la questione delle regioni depresse e le questioni morali. Da queste si trattò di svincolarsi con lavoro immenso, quando si cominciò a riportare il partito proletario alla posizione rivoluzionaria e si ebbe il cimento della Prima Guerra Mondiale e della lotta tra Seconda e Terza Internazionale. Le battaglie che furono date contro la politica amministrativa dello Stato fecero leva sistematicamente sullo stato arretrato delle regioni meridionali, ed anzi sul loro regredire dopo l'unità nazionale, e sugli scandali in serie, sulle denunzie al sistema di ruberie e di porcheriole che sta intorno all'oceano del profitto capitalista come una schiuma che ne denunzia il moto, ma la cui importanza vale il peso della schiuma rispetto a quello dell'onda e di tutta la massa acquea.
Tutti questi fatti erano invocati a prova che la rivoluzione risorgimentale non aveva assolti tutti i suoi compiti e quindi occorreva sospingervela, allorché invece tali risultati ed effetti e soprattutto tali movimenti di proscenio non erano che la prova del compiuto avvento della rivoluzione borghese, della liberazione di forze produttive che avevano fatto dell'Italia un moderno Stato capitalista. Sopra tutto questo agitarsi dei Cavallotti, dei Bovio, degli Imbriani, dei Romussi, dei Colajanni, e via via, era la migliore contromisura allo sviluppo nelle file della classe operaia della consapevolezza di un compito anticapitalista, della tendenza a sopprimere e non a rendere tollerabile il capitalismo, cui la teoria marxista assegnava effetti progressivamente peggiori sul piano storico generale, come oggi (vittoria teoretica...) è a tutti evidente dopo due guerre mondiali e tutta la postbellica patologia sociale.
Questo valeva - ma quelli ci credevano - ritornare a quella concezione classica della liberazione dal feudalesimo che ebbe ad esempio un Robespierre, che ebbe un Garibaldi, lottatori che nulla avevano preso per sé, per definizione "incorruttibili" ed incorrotti: una immensa e definitiva crociata cioè per il vero al posto del falso, il giusto al posto del criminale, la virtù al posto del vizio; concezione tanto classica, quanto è classico che essa del marxismo proletario è la più dichiarata antitesi. Il capolavoro del materialismo storico, attorno al quale aveva preso ad ordinarsi il proletariato mondiale, è la rottura in frantumi di quel sistema di generose frottole e di formule vuote e roboanti.
Nord e Sud
Non esiste un grammo di fatti storici che dimostri che il regime liberale e capitalista livelli le condizioni disparate di una data area; è tanto marxista dimostrare che questo è impossibile e falso, quanto il provare che impossibile e falso è nel regime borghese il "compenso" degli interessi tra gli opposti ceti e la diminuzione delle distanze sociali. Come il capitalismo è l'esasperazione delle distanze sociali verticali, tra l'esercito dei nullatenenti e le vette del grande capitale, così è l'esasperazione delle distanze orizzontali nello spazio geografico di una società-Stato tra la super-azienda industriale e i quattro stracci degli ultimi produttori autonomi e delle topaie proletarie.
L'unità nazionale in grandi blocchi è una delle tappe storicamente indispensabili alla formazione della società capitalistica sviluppata e alla sua diffusione in tutto il mondo; come tale nelle varie storiche fasi è da noi marxisti accettata e difesa. Ma il risultato ci occorre ai fini della ulteriore dialettica corsa al socialismo, come ci occorreva la defenestrazione sanguinosa del piccolo artigiano o coltivatore, e non certo perché realizzi la giustizia, nel seno della patria, tra le province che la formano.
Unità nazionale significa superamento, entro un mercato nazionale, dell'isolamento delle piccole oasi di diretta produzione e consumo, significa concentrazione della produzione e applicazione della risorsa immensa della divisione del lavoro, che a sua volta è orizzontale e verticale, nella azienda e nella società, che resta smistata non solo tra strato e strato e tra categoria e categoria economico-professionale, ma anche tra provincia e provincia, secondo che esistano condizioni, dai giacimenti minerari alle vie di trasporto, che permettono i "tenui prezzi delle merci" di cui parla il Manifesto e che già un secolo fa spezzavano la muraglia cinese.
Quando questo circuito entro il quale il nuovo modo di produzione smistava i settori di lavoro si è esteso a inglobare quelli piccoli degli antichi staterelli, l'evoluzione di molti di questi ha subito localmente una remora, è proceduta meno lentamente che se l'unità non fosse venuta. Questo era un risultato scontato della rivoluzione borghese, non una colpa della sua incompletezza. La nascente industria dello Stato borbonico ad esempio fu stroncata in fasce: i lanifici napoletani chiusero, e vi sono ancora oggi ruderi vasti, perché la lana e il tessuto di Biella ruppero il loro mercato, e così via.
Vi è di più: in tutto il perimetro del nuovo Stato non vi erano le basi della grande industria pesante: il capitalismo italiano che a questa stregua tenne uno dei posti mondiali meno importanti si rifece sul piano - modernissimo - delle opere pubbliche, cui la conquista del Sud da parte del più attrezzato Nord aprì campo immane, facendo fallire di colpo le piccole imprese locali e dando campo di azione alle grandi compagnie ferroviarie e costruttrici, di navigazione e di ogni altra natura, a quelle che si possono dire le industrie a sede volante. Tutto questo sistema non poteva non costituire un succhiamento di ricchezza e una intensificazione di scarti di tenore di vita tra le parti del nuovo regno. Inutile ripetere la rivoluzione borghese per rimediare a questo: si andrebbe, se non fosse vuota illusione, in senso peggiore.
Nel Sud i piani di opere statali dei Borboni erano molto più seri di quelli dei vari governi di Roma, tricolori, neri o rossi domani (rosso risorgimentale). Allora potevano essere avviamento ad una autoctona industrializzazione e al formarsi di capitale indigeno, oggi sono esercitazioni "imperiali" di capitale che manca in loco, e che, tanto più avendo perduta ogni altra colonia, si dà da fare in lavori inutili e stupidi, con miliardi della signoria americana, dello Stato nazionalpantalonesco, o dei profittatori settentrionali: vedi Cassa del Mezzogiorno e leggi di "perequazione nazionale".
Stamburare meridionalismo oggi, da qualunque lato, ha un senso solo: tenere mano in modo complice o imbecille a questo vasto cerchio di facile speculazione borghese, senza poter evitare che il plusvalore per legge di attrazione viaggi verso il baricentro capitalista, ossia da Sud verso Nord.
L'ammirata FIAT di Torino ha per condizione necessaria il trullo pugliese. Ridurre la differenza tra la Grandi Motori e il sottano di Matera non è affare amministrativo di applicazione di costituzioni repubblicane o di galantomismo di classe (!): è cosa connessa al far saltare in aria l'economia aziendale e mercantile. Chi fa credere quello al lavoratore gli fa più male del più famigerato capitalista e grande proprietario, del più truculento appartenente ai ceti parassitari.
 
 
Il cretinismo delle mani nette
Più facile della dispersione della esosa questione meridionale è la demolizione delle questioni morali. Contro questi capisaldi si dovette dare di cozzo quando, poco dopo il '900, cominciò la via faticosa che doveva condurre a formare a Livorno un partito marxista rivoluzionario. Liquidata la deviazione anarchica anche nella recente forma sindacalista (la quale trasformava l'avversione ai nefasti dell'opportunismo-riformismo parlamentare in svuotamento della politica di classe, dunque della forza rivoluzionaria) si trattò di scrollarsi di dosso la peste bloccarda, il metodo delle alleanze - non per fare a fucilate, ma per coalizzare forze elettorali contro fantocci che venivano di volta in volta levati ad ubriacare le masse, dai preti ai baroni feudali, dalla pancia del santo papa Bepi alle fedine del maledetto imperatore Cecco. L'Asino fu di questa roba la grandiosa bandiera, ma oggi abbiamo di peggio. Allora si ebbe di contro sempre il solito dire: eh, a Milano il partito può fare da solo con tante industrie, con tanti sindacati, con tante tessere, con tanti voti; a Napoli o a Palermo la cosa è diversa, nel Sud dobbiamo fare ancora tanta strada!
Poteva questa gente capire la forza unitaria dello Stato, il durare storico di un tipo di Stato dalla sua nascita violenta alla sua distruzione? La tattica doveva essere locale: autonomia, si gridava, nelle unioni elettorali, come autonomi pretendevano essere gli eletti dalle direzioni locali o centrali del partito. Coglionerie anche queste, checché dicessero gli esaltati, figliate da Bakunin, non certo da Marx. Dalle famose "comuni rivoluzionarie", locali, di cui Marx ed Engels ferocemente si beffarono.
E questi blocchi locali, nutriti di regionalismo e specie di crasso meridionalismo, si rovesciarono sullo scandalo amministrativo; sulla ruberia episodica, sul furterello del fornitore, sulla porcheria del prete. Alcuni nomi di reverendi che avevano svolto pratiche poco edificanti nei convitti clericali ebbero - questo alla scala nazionale - tale successo di notorietà che se allora ci fosse stato Hollywood, se lo sarebbero guadagnato.
Se qualcosa si fece, se si condusse il partito fuori dalla minaccia del possibilismo o partecipazione ministeriale in tempo di pace, della unione sacra in guerra, e nel suo seno si svolsero le forze che miravano a farne un organo risanato del tutto nella dottrina e nella organizzazione, fu liberandosi da questo impaccio e ciarpame borghese, meridionalista, moralista. E difesista.
Difesismo costituzionale
Abbiamo posto lo svolto di questo scorcio storico sbozzato a tratti incompleti al 1898-1900. La crisi economica degli ultimi anni del secolo aveva sboccato in rivolte per fame dal Nord al Sud: i piccoli borghesi piativano regionalmente; le masse del lavoro insorgevano già nazionalmente, e contro il governo di Roma. Venne non certo la prima volta, la repressione, e colpì organizzatori operai e propagandisti socialisti, come colpì radicali e repubblicani, e perfino qualche sacerdote cattolico. Reagì tutta l'opinione di sinistra contro lo Stato di assedio del generale Pelloux, contro le fucilate in piazza, gli arresti, i processi, le condanne e il domicilio coatto. Gridarono questi bravi signori allo "Stato di polizia"! Ma quando lo Stato borghese non ha la forma di Stato di polizia? Era lo Stato feudale che ne mancava, fondamentalmente! E quando questo Stato borghese ne potrà mancare? Quando gli avremo spiegato in carte aperte di dottrina storica che andiamo a recidergli i garretti? E quando uno Stato ne potrà mancare, se esso sarà al controllo di un territorio uguale, se non molto maggiore, di quello degli Stati borghesi storici? Dove è lo Stato non di polizia, dall'Ovest all'Est?
La polizia è una porcheria? Forse. Ma il fatto è che lo Stato è una porcheria, che deterministicamente le classi devono commettere, o moralisti? A volte (ma Freud non c'entra) un ricordo infantile lontano fornisce una pennellata utile a quelli che... vennero dopo. Discutevano due buoni e leali liberalradicali borghesi. Alla Camera avevano attaccato Pelloux per avere violato, colle misure eccezionali, lo Statuto albertino e le garanzie costituzionali. La minoranza di estrema aveva attaccata una maggioranza clerico-moderata per avere votate le leggi eccezionali, compiendo un abuso di potere. Dai banchi della destra si era risposto che dato il principio democratico la maggioranza del Parlamento può anche violare lo Statuto, la costituzione dello Stato. La frase di uno dei valentuomini, il meno avanzato di idee, ma tuttavia contrario a Pelloux, fu questa: l'estrema sinistra le ha chiamate eresie! le ha chiamate eresie!
Da che parte stavano i rivoluzionari? È lo stesso caso delle polemiche in Germania di Marx contro Lassalle ed altri sulla politica di Bismarck. I rivoluzionari erano quelli di Pelloux. E veramente i loro avversari di sinistra, esasperati nel difesismo di quella gran conquista che fu lo Statuto di Carlo Alberto del 1848, mostravano davvero di non poter fare la famosa "seconda mezza rivoluzione" liberale popolare, ma di essere invischiati nel compito limaccioso delle "rivoluzioni conservatrici".
Da allora a fianco del morbo "depressistico" e di quello "moralistico", vive quello "difesistico", cui Lenin aveva strappate zanne ed unghie (per suo bene e mal per noi, gli altri due non li aveva quasi avuti per le mani). Difesa della patria, difesa della civiltà, difesa (buuuum!) delle costituzioni!
Signori della borghesia! grida il proletario per bocca di costoro, fregateci ed affamateci pure quanto volete e magari più di oggi. Ma fatelo nel religioso rispetto della vostra costituzione, della carta fondamentale dello Stato (oggi si vomita: del paese). Noi staremo buoni e zitti. Se la costituzione voi violaste, ohibò! sorgeremmo in piedi e vi vedreste levare davanti quello spettro, che vi era così lieve non evocare. Sua schifezza costituzionale, la rivoluzione conservatrice.
O G G I
Posizioni ordinoviste
Passando al periodo che va dall'interguerra ad oggi, occorre girare molto per trovare le prove di identità, tra quelle posizioni del tempo risorgimentale, e le attuali del partito comunista italiano, del partito socialista italiano, nei nomi ufficiali? La posizione presa davanti al fatto storico immenso della rivoluzione russa di tutta una corrente che ebbe il rappresentante certamente più rispettabile - e non solo perché morto in tempo - in Antonio Gramsci, non fece adeguatamente vagliare (tuttavia alcuni moniti espliciti sono utilmente citabili) la posizione di tal corrente sulla struttura della società italiana, una posizione che si rivelò nel seguito e negli scritti, non ufficiali come era nel temperamento dell'uomo, anche in questo pre-marxista, soprattutto dello stesso Gramsci: posizione chiaramente di "seconda mezza rivoluzione", come quella del Gobetti. Chiesto un dì ad Antonio una raccolta degli scritti di quello, perché se ne facesse una disamina critica alla luce e coi metodi del marxismo, egli rispose col più eloquente sguardo dei limpidi occhi: oh non lo fare! Non fu fatto, e sia a discapito dell'interlocutore imputabile almeno per questo di insufficiente marxismo.
Non è difficile intendere dialetticamente la curiosa svista per cui le vicende e le norme e la storia (ah, bolscevizzazione, consegna bestemmiata!) della lotta dei compagni russi potettero, nella loro ortodossa motivazione marxista, collimare con quella letteratura interessante ed evolvente, ma ibrida nella sua origine ed essenza. Una doppia rivoluzione come quella del 1917, in cui vive uno dei periodi in cui il fatto corre davanti alla stanca ideologia e alla stessa dottrina dell'eletto e ristretto movimento di decenni, non potette non usare insieme linguaggi di due epoche ed avvicinare, almeno nella forma, rivendicazioni che nella storia sviluppata stanno lontane e nemiche. Per chi vede non da materialista, il linguaggio sovrasta i fatti, ed è facile la distorsione tra le parole di una travolgente doppia rivoluzione che incendia tutto l'orizzonte umano, e quelle di una cachettica mezza rivoluzione in ritardo che dovrebbe spiegare perché antropologicamente perfino il pastore di Sardegna parla e capisce di cose tanto diverse dall'aggiustatore della FIAT, messo, come una specie zoologica, sotto la lente acuta di un indagatore consumato, la cui testa è un vulcano di domande e di quesiti e non una corazza attorno ad alcune direttive di acciaio.
La sottile questione dei mezzi e del fine, della coscienza e dell'azione, la profonda polemica sulla tattica del partito, fecero pensare che non significasse nulla essere dietro la rivoluzione borghese, o essere di molte miglia davanti ad essa, una volta che la doléance regionale e quella morale facevano parimenti correre un fremito sulla superficie dell'oceano delle masse.
 
Smantellamento del tessuto
La stessa casistica tattica che si attaglia alla vigilia di una doppia rivoluzione viene perfino adesso impiegata, che la rivoluzione andrebbe spaccata non più in due ma in tre: diciamo la rivoluzione singola, quella borghese. Ed infatti il primo terzo sia di Cavour, il secondo sarà di diritto del C.L.N. del 1945, ed il terzo è quello di quanto sarebbe da fare per andare oltre Scelba, sempre a gran forze di depressismo, di moralismo e di difesismo.
Ma leggiamo quanto ammonì Marx alla Germania prima e durante il 1848, quanto Lenin nel 1917, e troveremo la stessa nota, tattica "duplice", ma contrapposizione netta di teoria di partito e di preparazione al corso storico. Duplicità sia pure finzione, è ai moralisti che ciò caso mai farà paura, e li lasciamo al quotidiano compito: fingere di non fingere.
Il partito fingerà di prendere sul serio gli spasmi di certi strati per la democrazia, se e quando davvero, fisicamente, il moto che si scatena ci avvicina al momento in cui alla democrazia si tirerà il colpo finale.
Ma partito e classe verranno al tempo stesso preparati a questa fase successiva, a questi colpi in nuova direzione, non solo senza misteri e pubblicamente, ma soprattutto nel lavoro di organizzazione e di predisposizione ai compiti di lotta. Ciò nulla ha a che fare col tradizionale bloccardismo occidentale. In esso i vari gruppi dichiarano di avere trovato un fondo comune di principii che resteranno tali anche dopo la lotta imminente, principii che sovrastano storicamente quelli particolari di ciascun gruppo: lo dichiarano e lo credono, e soprattutto lavorano per farlo credere ai propri aderenti.
Oggi non restano che i borghesi a credere (anche da questo lato, non dubitate, è una utile finzione di credere) che quei partiti che abbiamo dovuto nomare siano rivoluzionari e tengano sotto la casacca, per scoprirlo a suo tempo, l'armamentario della rivoluzione rossa. I lavoratori sono tanto esortati ogni giorno a levare incensi alle ideologie difesiste, moraliste, costituzionaliste, che ad esse credono davvero. L'apparato tutto, drogato quanto la massa è intontita, ci giura con serietà. Ma i capi supremi? Se questi fossero indenni, o credessero di esserlo, avremmo soltanto una nuova prova del nostro parallelo con le estreme del Risorgimento: il carbonarismo di iniziati. Ma non temete, credono anche essi, o dio ci confonda, a quello che dicono.
Dividiamoli in due gruppi. Gli uni non capiscono nulla e non credono nulla. Gli altri sono nutriti di filosofia gramsciana, pur non essendo a tanto da definire il cursus del pensiero di Gramsci. Come lui, che tuttavia dovette in troppo breve tempo apprendere troppe e troppo tremende cose, e con sforzi per lui incredibili in un primo entusiasta avvicinamento di eventi negati nel tempo ma lontani nello schema (scolastico: sia), e dato che lui lo disse, attendono e attenderanno convinti che deve venire Kerensky.
Documenti? Dis donc!
Quanto poteva dire il più spaccato "mezzista" di mezzo secolo fa lo potete leggere in articoli e discorsi, come quello ad esempio tenuto al congresso federale napoletano. Strano: tanti anni fa si dava la croce addosso a chi diceva che il movimento doveva essere lo stesso nelle sue consegne a Napoli e a Milano, oggi le tessere e i voti del Sud fanno premio su quelli del Nord. Campa cavallo borghese.
Perdonate un florilegio. Partito schiettamente patriottico, per il quale l'amor di patria non è formula retorica, ma cura e ricerca continua dell'interesse del Paese e della sua unità. (In quanto segue le virgolette possono restare in cassetta). A Milano 25 per cento della popolazione nell'industria, a Napoli la disgregazione definita da Gramsci. Ma lo stesso quantitativamente e qualitativamente il partito. Tuttavia compiti particolari: uno slogan per Napoli: 100 mila lavoratori nell'industria, capolavoro dei comunisti locali. (Tra parentesi, questa richiesta, che non significa nulla se non la richiesta inutile di investimento adeguato dello Stato o del capitalista milanese, non porta che al dieci per cento rispetto al 25 per cento di Milano: dopo?).
Altri compiti particolari: esistenza della questione meridionale. Arresto nello sviluppo economico sociale e civile. Mancata industrializzazione. Residui feudali nelle campagne. Mancato sviluppo delle città. (Questa è forte: perché mai l'ordine di popolazione che nel 1860 era Napoli, Roma, Milano, oggi è Roma, Milano, Napoli? La vita moderna concentrata nelle città è formula marxista, o superborghese?).
Rimedio alla disgregazione della grande massa è la organizzazione popolare, e le alleanze soprattutto, sempre tra popolari. Ma come - obiettano alcuni nostri avversari - volete distruggere la società capitalistica e poi vi proponete di rinnovare il Mezzogiorno, che ne è una parte? 50 o 100 anni fa questa era una contraddizione, oggi non più, perché esistono interi grandi paesi ove vi è il socialismo. In una situazione in cui la rivoluzione borghese non ha ancora compiuta l'opera sua, lasciandoci nel Sud i residui del feudalesimo, come dovremmo muoverci? Limitarci a predicare la società socialista, o risolvere per il popolo i problemi che non ha risolto la borghesia? La classe operaia lottando per tali problemi lotta nell'interesse di tutto il paese. Così la lotta contro il fascismo in cui siamo stati primi è stata lotta di tutta la nazione per tutta la nazione.
Può la questione meridionale attendere la sua soluzione fino alla vittoria del socialismo? No, non può. (Attenda il socialismo, che altrove ha fatto così presto). Compito fondamentale è quello di far sorgere una nuova ondata democratica e socialista meridionalista... ispirandosi alle tradizioni delle lotte risorgimentali e delle lotte che furono all'origine del movimento socialista.
Ed ora il moralismo
Il capitoletto ora dato, si sarà ben capito, è una collana documentaria delle posizioni dell'attuale movimento cominformista italiano quanto al più deciso meridionalismo, che abbiamo dato senza confutazione, cedendo solo alla tentazione di qualche lieve parentesi-commento. La confutazione non consiste nel deridere e smontare passo per passo e termine per termine un testo nemico. Dialetticamente essa vale un sillogismo storico. Chi quel testo espose non ha detto una serie di fesserie, ha presentato una tesi coerente e completa, che si tratta solo di mettere al suo posto.
Il sillogismo storico è questo. Alle posizioni del radicalismo borghese della "seconda mezza rivoluzione", del Risorgimento a singhiozzo, imperversate in Italia dal 1860 al 1900 circa, si oppone come aperta antitesi il movimento marxista di sinistra del proletariato italiano, dal 1910 in poi. Storicamente questo secondo termine del sillogismo sta con Marx, con Engels, con Lenin, internazionalmente; nazionalmente coll'ala rivoluzionaria intransigente del socialismo, poi con l'ala antiguerresca e disfattista, poi con la frazione comunista che a Livorno 1921 fonda il Partito Comunista d'Italia. Messi in contraddizione inesorabile questi due programmi dottrinali e movimenti storici di azione, si esamina il terzo termine del sillogismo: posizione politica attuale del partitone comunsocialista: le sue dichiarate posizioni, non per occasionali contingenze, ma su tutto il fronte, collimano in pieno col primo termine, col radicalismo alla Schubert, che ha a suo capolavoro la incompiuta sinfonia risorgimentale e nazionale. Ergo il terzo termine che sta tutto col primo, sta tutto contro il secondo.
Come può esso rappresentare, nel senso non delle oscenità elettorali ma del corso storico, la classe lavoratrice italiana? Come questa avrebbe dovuto ricadere, rinculare tanto, da avere gli stessi obiettivi di lotta che le si volevano dettare nel 1860 e da cui in lungo processo si sollevò? Ha dunque la potenza nazionale e mondiale del proletariato così paurosamente indietreggiato? No, ci si risponde: la ragione sta in vittorie strepitose del socialismo in altri paesi!
Tutto ritorna al suo posto nella costruzione del materialismo dialettico con questo secondo sillogismo: la pretesa vittoria socialista nell'Est altro non è che una fase di radicalismo borghese ammorbante il proletariato nel territorio di poteri neo-capitalistici. La prova del meridionalismo ha dato risultato positivo con tre crocette: restano quelle del moralismo e del costituzionalismo. Dobbiamo proprio citare ancora, quando i testi circolano a milioni di esemplari? Le conclusioni camminano sullo stesso binario.
Capolavoro di questa tendenza, ritornante da quei passati decenni e cinquantenni, è la campagna Montesi. Nelle dichiarazioni ufficiali questo fatto ha commosso la nazione quanto quello dell'uccisione di Matteotti! Evvia! Molto abbiamo detto nel 1924 e dopo per svuotare l'esagerazione quasi idolatra sorta intorno alla soppressione del deputato non certo rivoluzionario, e alle conseguenze anticlassiste di quella campagna: allora era ancora possibile riportare per un orecchio i parlamentari comunisti dal "risorgimentale" Aventino nella camera borghese, soli. Ma davvero ora ci pare che l'idolo Matteotti sia profanato: si trattò della vittima di una lotta politica, e come paragonarla a quella di un fatto di cronaca comune?! Nell'ipotesi più coerente a quella, che è sostenuta e sperata nei discorsoni comunisti, si tratta puramente della vittima di abitudini patologiche miserabilmente private.
Quanta sensibilità nei fondatori di questa Italia, dove le giovani immolate alla corruzione sono state migliaia! Offerte ai vincitori armati di violenza primitiva o di dollari, venuti dal feroce Marocco o dalla civilissima America, per mesi ed anni, quando ancora i ciellenisti, oggi in rotta tra loro, cantavano in coro, sono state impiegate in colonie installate nei quartieri miseri di Napoli o nei boschi toscani.
La corruzione della classe dirigente prova che la società borghese sta per crollare! Argomento da mandare al pari di quello dell'esistenza di vittorie del socialismo nel continente. La rivoluzione è matura; e si danno alle masse le stesse consegne dell'epoca romantica borghese, si fanno le campagne tipo scandalo del Panama o della Banca Romana, per il colossale risultato rivoluzionario di trovare ministri o figli di ministri colle mani nel sacco?! Tutto il marxismo dovrebbe sfociare nell'impiego delle responsabilità del figlio contro il padre; nello stupore per questa ovvia tecnica, che la ragione di Stato faccia mettere a tacere qualche birbonata penale-morale? Cavallotti o Zola erano ancora nel loro romantico indignarsi comprensibili: questi di oggi sono aborti della storia, vergogna ed infamia della tradizione rivoluzionaria.
E il difesismo infine
L'antologia è parimenti inutile, degli inni alla costituzione, delle dichiarate crociate per la Costituzione, dei proclami che il proletariato italiano non chiede il potere ma chiede solo di "essere ammesso nello Stato", che i nominati Togliatti e Nenni non vogliono nemmeno per via elettiva arrivare a fare il loro ministero, ma solo essere inclusi in un ministero coi Saragat e gli Scelba, che si apra a sinistra. Occorre citare di questa robetta, e citare di fianco Marx sulla costituzione, Lenin sullo Stato, passi a migliaia delle stesse edizioni ufficiali del partito?
Basterebbe ricordare dalle Lotte di classe in Francia la frase possente: il grido "Vive la Constitution!" equivale all'altro: "À bas la Révolution!". E questo correre indietro a prima del 1870 e del 1852 si giustifica, al solito, con la potenza organizzata della classe operaia in Italia, col suo trionfo in dieci repubbliche "socialiste"!
Tutto questo sarebbe raffinata abilità. Questa corsa paurosa a ritroso di un secolo intero di movimento e di lotta, sarebbe giustificata dallo scopo di fare più presto a gettare giù di sgabello uno Scelba, perché la sua polizia e la sua lieve maggioranza non sono costituzionali!
Ma il modestissimo Scelba, in fatto di furberia, può ridere allegramente alle spalle di questi suoi spietati nemici. Correndo dietro il miraggio del bis e del tris risorgimentale mettono avanti tuttora (essi per cui ogni giorno le cose cambiano e le tattiche si improvvisano) la storia stantia della distruzione del fascismo, della uccisione morale e civile di chi era fascista od ovrista, e simili buaggini, sfatate dopo dieci anni e scolorite pietosamente. E le due ali della opposizione a Ike, a Clara, e al maggiordomo della casta d'Italia, fanno a cazzotti, e si ripromettono di fare a pistolettate. Che spasso! Avete bruciato e barattato le più alte tradizioni - non vostre ma della classe lavoratrice italiana - per guadagnare questo: dare allo Scelbetto il diritto di avere non una ma due maggioranze; non una ma due polizie.
Fate almeno questo numero degno di voi, e qualche volta caldeggiato come tattica "bolscevica" nelle accanite discussioni di un tempo: bloccate con monarchici e missini. Sembra non mancasse qualche relazione giovanile.

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  • Milano 16/11/2019, ore 16,00 " Presentazione del quaderno n. 10: Perché la Russia non era socialista " presso Libreria Calusca, Via Conchetta 18
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