Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Relazione del partito comunista d’Italia al IV congresso dell’IC, novembre 1922 (Rassegna Comunista, 31 ottobre 1922; Lo Stato Operaio, 6 marzo 1924)

I   LA SITUAZIONE ITALIANA

Condizioni generali, economiche e politiche

Se si volesse indicare in un grafico la linea attuale di sviluppo della società italiana, bisognerebbe marcare con tratto largo e senza esitazione, una obliqua discendente a precipizio.

L’Italia unisce in sé infatti nella sua crisi faticosa di dissoluzione gli elementi e le cause di rovina che, dal momento dell’armistizio del 1918, hanno separatamente esercitata la loro deleteria influenza nel gruppo degli Stati vincitori ed in quello degli Stati vinti.

Uscita dalla guerra sotto il peso e con l’aureola della vittoria, che la poneva d’un tratto al terzo posto nella scala delle potenze europee ed al quinto fra le potenze mondiali, essa si vide obbligata al ruolo di regolatrice degli avvenimenti internazionali coll’obbligo di crearsi e di conservarsi un’attrezzatura adatta alla grandiosa bisogna. La pace non segnò quindi per l’Italia la occasione propizia per alleggerire la sua pesante armatura bellica e d’altra parte la irresolubile questione fiumana e l’eterna guerriglia libica hanno imposto una ininterrotta parziale mobilitazione. Ma la gloria guerresca di cui la pace di Versailles donò un lembo anche all’ Italia, non servì affatto a soddisfare il sentimento popolare che non aveva mai nutriti soverchi entusiasmi per l’intervento del 1915; né la sciocca incapacità dei governanti e dei diplomatici riuscì ad esaudire sia pure parzialmente le ambizioni dei gruppi nazionalistici e l’avidità dei gruppi bancari ed industriali; cosicché il malcontento e la insoddisfazione generale furono il fermento favorevole ad un sol movimento di tutte le classi e di tutti i ceti, ad una irrequietezza ognora più grandeggiante, ad uno spirito di ribellione che progressivamente andò guadagnando strati sempre più ampi, ad un senso di sfiducia e di scoramento che gettò nell’impotenza ed in una fatalistica attesa il ceto dirigente. Fu in un ambiente generale siffatto che si verificarono gli avvenimenti di carattere rivoluzionario nel periodo 1919-1921, in ordine cronologico: 1)  il movimento per il caro-viveri con la consegna alla Camera del Lavoro, da parte dei proprietari, dell’amministrazione dei negozi e dei magazzini; 2)  il Congresso di Bologna del Partito Socialista con l’adesione alla Terza Internazionale; 3)  le elezioni generali con la riuscita di 156 deputati socialisti e la loro clamorosa dimostrazione antimonarchica, in presenza del re, durante la seduta reale dell’inaugurazione della tornata parlamentare; l’invasione e la presa di possesso indebita delle terre; 4) lo sciopero generale del Piemonte con il conseguito riconoscimento dei Consigli di fabbrica; 5)  la rivolta militare di Ancona con la sospensione immediata della guerra di Albania; 6)  l’occupazione delle fabbriche e il contemporaneo primo esperimento di armamento dei lavoratori.

Un’apparente prosperità economica accompagnò in un primo tempo questo succedersi di avvenimenti cui il proletariato, che aveva raggiunto una meravigliosa potenza di organizzazione segnava il ritmo e dettava il corso; ché da una parte lo Stato, nei suoi tentativi di arginare la montante marea rivoluzionaria, conservava artificiosamente in vita con sussidi ed inutili, ingenti ordinazioni, tutto il vasto apparato industriale sorto durante la guerra per le necessità militari; dall’altra parte i datori di lavoro, impreparati ad una resistenza e desiderosi solo di prolungare di qualche tempo la loro esistenza di classe privilegiata, cedevano rapidamente ad ogni richiesta ed imposizione delle masse. Erano i periodi nei quali i sindacati, organizzati saldamente su base nazionale, potevano con la sola tacita minaccia della sospensione del lavoro, ottenere continuamente aumenti di salari e vantaggi d’ordine morale: cosicché, per esempio, le otto ore di lavoro divennero patrimonio di tutta la classe lavoratrice senza che a tale scopo essa abbia dovuto impegnare e vincere una battaglia particolare. Tutte le lotte avvenute in quel volgere di tempo, con la grande frequenza delle azioni sindacali, ebbero carattere e sapore schiettamente politico ed il proletariato raggiunse tutte le sue conquiste in dipendenza della potenza politica che aveva raggiunto.

In realtà, sotto l’apparente prosperità, la crisi economica maturava rapidamente: il bilancio dello Stato si stremava sotto i pesi enormi imposti dal continuato artificioso funzionamento delle industrie di guerra; dalla prima creazione e poi dal perfezionamento della guardia regia, vero esercito mercenario di circa 100.000 uomini destinato nell’intenzione dei governanti a costituire l’ultima difesa disperata contro l’attacco rivoluzionario al potere; dal raddoppiarsi degli stipendi all’enorme folla degli impiegati statali e dei pubblici funzionari; dal prezzo politico del pane che costava annualmente oltre 3 miliardi di lire per grano importato. E contemporaneamente l’organismo della produzione si spezzava scompigliando la rete dei suoi rapporti e dei suoi collegamenti per la preoccupazione degli industriali di porre in salvo all’estero la maggior parte possibile delle loro ricchezze per sottrarle al pericolo di una rivoluzione e al sequestro del fisco che, per evitare il proprio sbaraglio ed accontentare la volontà popolare, stabiliva la confisca dei profitti di guerra, la nominatività dei titoli, l’imposta sul reddito e l’imposta sul capitale. Ed è interessante notare che, mentre questi provvedimenti di carattere draconiano non riuscivano per nulla a sanare le finanze dello Stato per l’incertezza della loro applicazione e per l’abilità di elusione dei capitalisti, essi raggiungevano perfettamente lo scopo di affrettare la rovina della economia generale per il panico che diffondevano nei ceti abbienti dei contribuenti. Cosicché mentre l’apparenza pareva testimoniare, per il tenore di vita delle classi più numerose, un rigoglio ed un prosperare di tutto il tessuto economico della collettività, in realtà questo si andava sfacendo in una rapida rovina.

Il periodo di tempo che abbiamo fin qui descritto resta dunque caratterizzato da una linea discendente rappresentante lo sviluppo progressivo della crisi dell’economia, da una linea ascendente raffigurante la potenza ingrandentesi delle classi lavoratrici, e da una terza linea declinante segnante il graduale cedimento della forza politica della borghesia.

La fine dell’anno 1920 e l’inizio del 1921 segnano un rapido e quasi inatteso mutamento nella reciproca posizione di alcune di queste forze e precisamente nella efficienza e nella combattività del proletariato e della classe capitalistica. Ne sono note le ragioni fra cui principale la incapacità e l’inettitudine del Partito socialista, che non seppe portare decisamente allo sbocco rivoluzionario il fatto grandioso della occupazione delle fabbriche e delle terre, con il conseguente rilassamento della forza dei lavoratori e la ripresa della capacità e della volontà di lotta della borghesia. Solo da quel momento si è iniziato l’intervento diretto e decisivo del fascismo nella storia italiana come fattore primo e sostanziale della offensiva capitalistica, ed in quel momento si viene precisando, nel centro stesso dell’ esercito proletario, nel Partito socialista, quella contesa e quell’opporsi di frazioni e di tendenze che, sfasciandone completamente l’organismo, mentre rendeva possibile l’opera di ricostruzione di un vero e saldo partito rivoluzionario, gettava nel marasma e nell’impotenza l’organizzazione operaia per l’appunto nell’istante del maggior pericolo e della più grave minaccia. La linea discendente raffigurante nel nostro grafico la progressiva decadenza politica della classe borghese volge a questo punto, con un rapido e decisivo mutamento, verso l’alto, riportandola al di sopra della mediana nella posizione di maggior forza; contemporaneamente la linea ascendente della potenza politica dei lavoratori si flette ad un tratto oltrepassando il più basso limite in precedenza toccato dalla linea dell’ efficienza della classe borghese; mentre la terza linea segnante il progressivo sviluppo della crisi economica non volge il suo tracciato ch’anzi lo inclina più ancora verso gli abissi dello sfacelo.

Infatti il quasi miracoloso, provvisorio arrestarsi della rovina politica della borghesia ed il capovolgimento dei rapporti di forza fra le due classi contrastanti non ha affatto influito sul fenomeno generale dell’economia nazionale, che ha proseguito il suo corso con un ritmo accelerato dallo squilibrio politico improvvisamente sopraggiunto.

Ad un anno e mezzo di distanza dal riconquistato potere da parte del capitalismo e in regime di effettiva dittatura antiproletaria la situazione italiana presenta tutti i sintomi di una malattia profonda ed inguaribile che abbia ormai toccati gli stessi centri vitali dell’organismo.

Le finanze dello Stato e dei Comuni

Il bilancio dello Stato, dopo quasi quattro anni dalla fine della guerra, si chiude con un deficit, tuttora in aumento di 5 miliardi di lire; non sono valse a sanarlo e neppure a migliorarne la condizione né l’abolizione del prezzo politico del pane che, facendo gravare sulle classi lavoratrici per oltre 3 miliardi di nuova spesa, li ha in massima parte offerti alla speculazione dei grandi produttori agrari nazionali; né l’imposizione di nuove imposte che, cadendo a preferenza sui generi di consumo e di uso non di prima necessità, hanno servito esclusivamente ad abbassare il tenore di vita della classi medie e povere: tipiche fra le altre le imposte sui bagni, sulle lampadine elettriche, sui medicinali, sui saponi, sui biglietti tramviari, sui generi di lusso, sotto il quale titolo generico sono compresi i brillanti e le spazzole, gli automobili e le calze, i dolciumi ed i vestiti. Il capitalismo, forte del riconquistato potere, se ne valse immediatamente per fare sospendere ed abolire le imposte di carattere democratico che i governi nel periodo precedente avevano decretato sotto la pressione della volontà popolare: cosi avvenne nei riguardi dell’ imposta sul reddito e sul patrimonio, cui venne tolto il carattere di espropriazione di una quota parte del capitale sminuzzandola e graduandola nel tempo, snaturandone completamente lo scopo di porre rapidamente a disposizione dello Stato una somma importante e liquida; cosi si fece per la nominatività dei titoli, mutata da obbligatoria in facoltativa e resa inadatta quindi al suo intento di impedire l’imboscamento di quel centinaio di miliardi di lire che investite in azioni al portatore sfuggono normalmente e comodamente ad ogni ricerca del fisco.

Solo nell’anno corrente fu ripresa l’usanza, sancita dalla Costituzione, della discussione parlamentare dei singoli bilanci dello Stato; e fu in quella occasione che dalla bocca stessa del ministro delle Finanze venne resa nota la condizione spaventosa dell’azienda statale. Ai cinque miliardi di deficit occorre ancora aggiungere infatti oltre un miliardo di debiti nuovi accesi nell’corso dell’esercizio con l’emissione, non più controllata e libera da ogni limite legale, di buoni del Tesoro che graveranno per il rimborso sul bilancio dei prossimi anni; le somme impiegate per la liquidazione delle pensioni di guerra e per la ricostruzione delle terre liberate che attendono un ipotetico pareggio da conseguire con l’incasso delle varie indennità di guerra da versarsi dagli Stati vinti. E non bisogna dimenticare il debito pubblico ammontante ad oltre cento miliardi, dei quali un quarto costituito dai debiti all’estero, spada di Damocle sospesa perennemente su ogni speranza e su ogni tentativo di risollevare la condizione economica generale. Si aggiunga a tutto questo la necessità di un intervento finanziario continuo dello Stato per evitare il fallimento ad ogni ora incombente sulle più importanti aziende bancarie e industriali, che si appoggiavano a gruppi politici interessati a sostenere con il denaro pubblico le loro pericolose speculazioni e preoccupati di evitare un urto troppo brusco all’organismo dell’economia nazionale che si sorregge per miracolo.

Questa forma di attività, assolutamente sconosciuta nel passato ed ancora ignota negli altri paesi europei ha assunto in Italia un carattere di quasi normalità; ciò è dovuto in gran parte al fatto che in questa nazione il governo è diventato sempre più uno strumento ed un servo di alcuni potentissimi trusts bancari che se ne contendono il possesso allo scopo di sfruttarlo per le proprie necessità; cosicché in maniera precisa ed inequivocabile ogni uomo politico eminente ed ogni partito politico hanno dietro di se, nei loro giuochi serrati e nemici, uno dei più importanti istituti finanziari con tutta la rete dei suoi interessi e dei suoi affari: Nitti e la fallita Banca di Sconto oggi risorta nella Banca del Credito; Giolitti e la Banca Commerciale; il Partito Popolare e il Banco di Roma non sono avvicinamenti casuali di nomi, coppie create per esercizio polemico, ma rappresentano nel potente connubio della politica e della finanza la forma ultima assunta in Italia dal predominio dittatoriale del capitalismo. Ne discende la conseguenza ineluttabile che lo Stato risente e subisce tutti i contraccolpi degli avvenimenti che si verificano nell’ambiente della speculazione bancaria e, naturalmente ne deve pagare le spese. E’ notoria l’azione svolta dal governo italiano per evitare un crack definitivo della Banca di Sconto; è conosciuta l’opera di soccorso a favore dell’Ansaldo sull’orlo del abisso; nessuno ignora il salvataggio della ILVA e il puntellamento del Banco di Roma: episodi, tutti questi, che sono per la loro importanza come le pietre miliari nella lunga serie di sovvenzioni, di sussidi, di esenzioni dati dallo Stato a spese del suo bilancio fallimentare per sostenere le sue clientele di borsa e di mercato. Queste operazioni camuffate nei bilanci sotto forma di partite di giro che resteranno eternamente aperte, di concessioni di mutui senza speranza di rimborso, di rilevamenti di debiti senza garanzia di rivalsa, non costituiscono altro, tolto l’artifizio contabile, che erogazioni a fondo perduto, veri saccheggi eseguiti dalla classe capitalistica sulla ricchezza dello Stato. Il quale va alla deriva, si sfianca e affonda, ripercuotendo dal centro alla periferia l’ondata della rovina. Gli organismi locali pubblici riflettono infatti nel loro più ristretto ambito il quadro finanziario statale; comuni e province riescono a malapena a saldare l’un con l’altro i bilanci  d’ogni mese gravandosi di debiti e mutui, e, privi della possibilità di servirsi dei cento ripieghi offerti allo Stato dai suoi poteri superiori, lasciano decadere e mancare le funzioni più importanti a loro attribuite. Tutti i grandi municipi hanno un deficit di qualche centinaio di milioni e non una volta sola essi sono stati obbligati a sospendere gli stipendi dei propri funzionari. D’altra parte la guerra civile ferocissima divampante nei tre quinti del territorio fa sentire i suoi contraccolpi in modo rude sui comuni, che vivono la loro attività più intimamente mescolata alla popolazione che non lo Stato, che sono quotidianamente e concretamente il palio della lotta cui ambisce il vincitore. Di circa 3.000 comuni conquistati nel 1920, nelle ultime elezioni, dai partiti operai, oltre 2.000 sono già stati militarmente conquistati dalle milizie fasciste; ed ognuno immagina in quali condizioni si ritrovino dopo le avventure sanguinose.

La economia pubblica è dunque in completo sfacelo ed il mondo della produzione da cui essa trae nutrimento e vita e cui offre protezione è conseguentemente in preda ad un marasma che si poterebbe chiamare mortale.

Condizioni dell’industria e dell’agricoltura

L’Italia è un paese sfornito di materie prime: metalli, legnami, combustibili sono importati si può dire completamente, poiché nessuna importanza hanno, di fronte al consumo interno, i minerali di ferro dell’Isola d’Elba e di Val d’Aosta, la lignite della Toscana ed i boschi del Trentino recentemente annesso. Ogni grande industria italiana è quindi tributaria dell’estero, ed i prodotti nazionali non possono in linea generale battere la concorrenza della altre nazioni. Ciò spiega il relativamente lento sviluppo dell’industria italiana che era nel passato riuscita ad affermarsi solo in alcune lavorazioni specializzate come, per esempio, nell’industria automobilistica. La guerra provocò in Italia un improvviso e meraviglioso rigoglio industriale ingigantendo senza limiti gli impianti di produzione: ogni equilibrio di prezzi era scomparso, ogni rischio superato, ogni concorrenza annullata dalla inesauribile necessità di prodotti bellici che lo Stato richiedeva, acquistava, pagava senza freno. Ma la fine della guerra spezzò d’un tratto il ritmo vorticoso del lavoro: scomparso dal mercato il cliente sicuro e docile, lo Stato, riprese in parte vigore la legge della concorrenza; riaperte sia pure parcamente le frontiere coi luoghi di produzione straniera; contratta la domanda di merci per la crisi generale iniziatesi, decuplicato il costo delle materie prime da importarsi per lo svilimento della valuta; impauriti gli imprenditori per la crescente marea rivoluzionaria, il meraviglioso apparato industriale fiorito durante la guerra per l’artificiosa atmosfera di sicurezza commerciale che si era formato intorno ad esso, vide mancarsi l’impulso ed il nutrimento. Ed incominciò, dopo un certo periodo di effimera attività suscitata dallo Stato per placare in una ingannevole floridezza le passioni della folla tumultuante, il rapido sfacelo, il cui inizio coincise quasi con l’occupazione delle fabbriche nel 1920.

Fallimenti, serrate, chiusura definitiva delle officine, abbandono pure e semplice dei fabbricati e del macchinario all’opera logoratrice del tempo, vendita a prezzo di rottame degli impianti tecnici, segnarono in un crescente demolitore la rovina di quell’organismo che aveva per qualche anno accecato l’orgoglio egocentrico del nazionalismo italiano. Ed in lunghe teorie di miseria i lavoratori, che il vortice operoso dell’industria di guerra aveva strappati alle campagne e rinserrati, in un fenomeno d’urbanesimo esasperato, fra le mura cittadine, ripresero la via dei campi e dei villaggi.

Ma la campagna, come la città, langue e non sfama. L’Italia, che non è un paese industriale per la sua conformazione geologica, non è neppure un paese agricolo nonostante la sua antica tradizione “mater frugum” ; tanto dieci secoli di guerre, di rapine, di sfruttamento e di sgoverno ne hanno disertato le terre già fiorenti e ricche. La “mater frugum” è tributaria all’estero di un buon sesto del suo fabbisogno granario ed importa dall’estero il bestiame da macello. L’importazione industriale non è però controbilanciata dall’esportazione agricola, e dalla fine della guerra questo squilibrio della bilancia commerciale si è enormemente aggravato.

Non impunemente si sono sottratte alle campagne per quattro anni milioni di braccia.

Il precipizio della lira

Dopo la rapida esposizione che abbiamo fatta della situazione economica italiana (finanziaria-industriale-agricola) non vi sarà più alcuno che si meravigli quando osservi il continuo e progressivo peggioramento della valuta italiana: la lira scende verso gli abissi dove il marco e la corona segnano già il tramonto di due capitalismi che furono tra i più potenti del mondo. A fine settembre 1922, in una condizione di completa soggezione del proletariato (negli anni passati si dava la colpa dello svalutamento della lira, mai giunto però al limite attuale, all’agitazione operaia) e di effettiva dittatura capitalistica, 100 franchi valgono 180 lire (alla pari normalmente), una sterlina carta invece di 20 ben 100 lire, un dollaro oppone 24 lire attuali alle 5 di anteguerra, e 100 franchi svizzeri devono essere pagati con 443 lire italiane, mentre nel 1914 la valuta italiana e l’elvetica si equivalevano.

Più che ogni descrizione queste cifre valgono ad indicare il punto rovinoso cui è giunta la progrediente crisi del capitalismo italiano.

Ogni stabilità di prezzi è scomparsa dai mercati italiani e, se anche non si è giunti ancora al punto della Germania e dell’Austria nelle quali di minuto in minuto muta nei negozi il cartello delle vendite, pure ogni giorno porta con se una variazione. Le merci aumentano di prezzo per una quantità di cause: la loro scarsità, la mancanza di denaro liquido, l’alto corso della valuta, l’abolizione di ogni limitazione e di ogni controllo dello Stato, la riunione dei produttori e dei venditori in organizzazioni salde e disciplinate con la conseguente abolizione di ogni concorrenza, etc. All’aumento continuo dei prezzi delle merci si accompagna naturalmente la loro rarefazione: e già dai dirigenti stessi del Commissariato degli approvvigionamenti si predice di sui giornali la prossima carestia invernale.

Questo disordine dei mercati trasforma il commercio nella speculazione ed in questa si affondano e scompaiono sempre più rapidamente imprese ed aziende. Un indice se ne trae dai bollettini dei protesti cambiari e dagli elenchi dei fallimenti. Mentre negli anni passati questi si erano ridotti al minimo ancora di quello degli anni precedenti la guerra, nel 1922 essi si sono quadruplicati nei confronti del 1921, come risulta dai dati esposti, con commenti preoccupanti, dalla Camera di Commercio di Milano.

In stretta connessione con questo stato del commercio sono le condizioni disastrose delle ferrovie, il cui bilancio presenta un deficit di oltre un miliardo nell’esercizio 1921-1922; lo stato di inattività dei porti italiani in gran parte inoperosi, ed il disarmo della flotta mercantile effettuato nella proporzione, ancora aumentante, di oltre il 50 per cento.

Si può qui, a titolo di curiosità e di esempio, rammentare che il porto di Trieste, già primo emporio commerciale dell’Adriatico, e fra i primi del Mediterraneo, è ridotto dalla sua unione all’Italia ad una rada semideserta dove rari piroscafi attraccano, carichi di merci destinate quasi solamente ai nuovi stati sorti dallo smembramento dell’impero austro-ungarico.

LA CONDIZIONE DEL PROLETARIATO

Lo sviluppo dell’offensiva capitalistica

Non vi è forse in Europa presentemente una nazione nella quale le masse lavoratrici si trovino nella disperata situazione in cui giace il proletariato italiano. Colpito contemporaneamente dalle conseguenze economiche della crisi generale (disoccupazione, diminuzione dei salari, caro-viveri, mancanza di alloggi) e dalla reazione cosciente ed organizzata della classe borghese e dello Stato, esso sta attraversando il periodo più pauroso della lunga storia della sua emancipazione. E’ tanto più angosciosa è questa condizione di impotente soggezione in quanto essa è succeduta immediatamente alla potenza incredibile cui il proletariato era assurto fino al 1920.

Due ordini di fatti hanno condotto a questo punto: l’offensiva capitalistica e la crisi del Partito socialista, l’una concatenata all’altra, reciprocamente causa ed effetto, ma diversamente martellanti sulla compagine organizzativa del proletariato.

L’offensiva capitalistica trovò il suo inizio verso la fine del 1920 e si manifestò dapprima in due distinte forme a seconda del terreno su cui si mosse: e cosi le regioni agrarie videro sferrarsi i primi attacchi sanguinosi del fascismo (Bologna 21 novembre 1920, Ferrara dicembre 1921) mentre nei centri industriali la tattica dei licenziamenti principiò a scompaginare la forza operaia. Le due forme della offensiva furono suggerite dal modo con cui si era costituita nei due campi della produzione la potenza del proletariato, dai rapporti che si erano formati nel suo interno e fra la sua massa e gli altri ceti sociali, dagli aspetti della sua organizzazione, dalla psicologia diversa dei lavoratori agricoli e di quelli industriali. L’offensiva capitalistica ha veramente assunto in Italia la sua perfezione, valendosi e sfruttando ogni particolare della situazione; non già affidata allo Stato, cieco organismo pensante e macchinoso ed alla iniziativa dei singoli slegata e confusa, ma diretta e condotta con scientifici criteri dalle organizzazioni della classe borghese riunita nazionalmente in forti sindacati industriali e agrari. La Confederazione generale dell’industria, cui aderisce la quasi totalità degli industriali, divenne il Comando supremo della guerra antiproletaria, mentre la Federazione dei proprietari agrari fu la sostenitrice diretta ed aperta del sorgente esercito fascista. Sono noti gli episodi delle due guerre contemporanee ed intrecciatesi: i larghi licenziamenti quotidiani di milizia di operai, privanti ad un tratto le maestranze dei loro elementi più coscienti e combattivi, indebolenti rapidamente le organizzazioni sindacali cui sfugge il controllo dei disoccupati, provocanti la formazione di eserciti di miserabili pronti a vendere per un boccone di pane la loro forza lavorativa. Contro i licenziamenti le maestranza oppongono la difesa dello sciopero, al quale gli industriali, decisi a giocare il tutto per tutto, risposero con la serrata degli stabilimenti. Sono noti i particolari di queste lotte condotte dalla massa sotto l’impressione radicata della delittuosa ritirata del 1920, con la sfiducia nei capi e secondo la tattica disfattista di questi miranti a sminuzzare in infiniti piccoli episodi locali l’azione unitaria generale del proletariato: qui è sufficiente notare che l’attacco capitalistico riuscì vincitore su tutta la linea, e che l’offensiva contro i salari raggiunse ovunque la sua meta: la loro diminuzione, raggiunte in taluni luoghi il 60 e il 70 per cento, ha toccato per tutte le categorie di lavoratori una media del 25 per cento. Questo risultato disastroso della lotta si è ripercosso terribilmente sull’efficienza dei sindacati i quali hanno visto più che dimezzarsi i loro effettivi; basti dire che la Confederazione generale del lavoro è scesa da circa due milioni e mezzo di aderenti nel 1920 a poco più di 800.000 nel corrente anno 1922.

E mentre nelle regioni industriali si svolgeva in queste forme, nelle regioni agricole la ripresa borghese assumeva gli aspetti ben noti della guerra civile aiutata, favorita, protetta dallo Stato. Il crollo delle forze proletarie fu qui più rapido ancora che nelle regioni industriali; già sul finire del 1920 alcune fra le province dove i lavoratori avevano raggiunto le più perfezionate forme di organizzazione, come Bologna, Ferrara, Rovigo, erano state completamente conquistate dal fascismo. E in progressione di tempo tutta l’Emilia, la Toscana, la Puglia, gli Abruzzi, la Romagna, parte del Piemonte e della Lombardia, le terre più ricche d’Italia, quelle in cui la rete delle leghe e delle cooperative si era stesa più salda e più fitta, furono sommerse dal fiotto sanguinoso della reazione: la Federazione dei Lavoratori della Terra, già forte di un milione di aderenti, è oggi ridotta a meno di 200.000.

Sconfitto il proletariato e sconvolte le sue fila, fu cosi facile per la borghesia passare direttamente all’offensiva antisindacale: il diritto di organizzazione se non di nome, certo di fatto, venne tolto violentemente ai lavoratori uccidendo i dirigenti dei Sindacati, distruggendone le sedi, rifiutando, ove ancora esistono, di riconoscerli nelle controversie come rappresentanti della massa, creando in loro concorrenza, altre sedicenti organizzazioni sottoposte agli ordini e alle disposizioni del padronato. E questa opera perseguita con particolare accanimento dalla borghesia è stata in ogni modo facilitata da pauroso estendersi della disoccupazione, in parte provocata dalla generale rovina dell’economia, in parte perseguita dalla tattica industriale di asservimento del proletariato.

La disoccupazione

L’Italia nei tempi precedenti la guerra ha sempre avuto contro la disoccupazione un rimedio eccellente e sovrano: l’emigrazione. Ogni anno circa mezzo milione di proletari abbandonava il paese cercando stabilmente all’estero dimora e lavoro; circa tre quinti di questo immenso fiotto umano si dirigeva verso l’America dove formava grandiose colonie nazionali, specialmente negli Stati Uniti. La guerra arrestò il flusso migratorio che non riebbe libertà di corso neppure con la pace sopraggiunta; e quando dopo tre o quattro anni, le vie normali di relazione fra gli stati si riaprirono e lo sfogo tradizionale della esuberante popolazione italiana si ripresentò possibile, la nuova legislazione americana sull’emigrazione venne d’un tratto e definitivamente a vietarlo ed ostruirlo. Con le disposizioni entrate in vigore nel corrente anno non oltre 50.000 italiani possono ottenere annualmente l’entrata negli Stati Uniti: tale cifra, già insufficiente per gli anni normali di attività economica ordinata e di vasto assorbimento locale di manodopera, si presenta nella attuale situazione di disoccupazione dilagante come effetto risibile e senza efficacia per le necessità italiane.

All’inizio del 1922 le statistiche ufficiali davano una cifra di mezzo milione di disoccupati in tutto il paese; al 1 maggio essi erano discesi a 432.372 ed al 1 giugno a 410.127 (industrie minerarie ed edilizie 190.549 , agricole 95.532, metallurgiche 38.277, tessili 42.379 etc.); ma ove si tenga conto dei sistemi di registrazione in vigore, di carattere facoltativo e non obbligatorio, si comprenderà come tale cifra rappresenti una parte soltanto dei senza lavoro. La stesse comunicazioni che fornivano i dati surriferiti avvertivano infatti prudentemente che, riferendosi essi al periodo nel quale gli intensi lavori agricoli assorbono provvisoriamente grande quantità di mano d’opera, non occorreva assumerli con piena credibilità, ma occorreva al contrario portare a circa un milione i disoccupati nell’inizio dell’estate.

La condizione dei senza lavoro italiani è spaventosa, esistendo nel paese una forma imperfetta ed inadeguata dell’assistenza. Se si escludono alcune istituzioni di previdenza mutua di carattere volontario e le casse di disoccupazione organizzate internamente in certi sindacati, l’unica forma di aiuto viene alla grande maggioranza offerta dall’assistenza statale contro la disoccupazione. Hanno diritto a questa, per un periodo massimo di 90 giorni annui, quei lavoratori che hanno in regola l’apposita tessera comprovante il puntuale pagamento delle quote cui devono concorrere operaio, industriale, Stato. Ma poiché una parte di industriali e di operai, gli uni per speculazione, gli altri per ignoranza, eludono la legge dell’obbligatorietà dell’assicurazione, molti disoccupati restano privi anche di questa limitatissima forma di assistenza. Per comprendere la insufficienza di questa, bisogna porre mente al fatto che la disoccupazione attuale non è saltuaria e contingente, ma ha un carattere di normalità e di continuità dipendente dal rimpicciolimento definitivo dell’apparato industriale e non soltanto da una transitoria contrazione dei mercati e del consumo. Non si presenta quindi come possibile la trasposizione della mano d’opera dall’una all’altra fabbrica, dall’una all’altra regione, dall’una all’altra industria; ma l’espulso dal lavoro è condannato ad un’inerzia che si prolunga per mesi e per anni.

La miseria da ciò riceve un impulso formidabile: primo ne è il continuo aumento dei depositari ai monti di pietà, il verificarsi frequente dei morti per inedia, etc.

Mancano in Italia da qualche anno le statistiche ed i censimenti, ché l’organismo dello Stato in sfacelo non riesce più a esercitare quest’opera elementare e necessaria di rilievo e di controllo, ma l’osservazione empirica della situazione fornisce ad ognuno queste notizie generali. Riesce impossibile esporre in modo preciso, ad esempio, il continuo alzarsi dei numeri indici dei prezzi dei generi di prima necessità, ma ciononostante, le esperienze personali di ciascuno permettono di constatare il pauroso aumento dei viveri, dei vestiari, delle abitazioni.

La vita costa in Italia oltre cinque volte più dell’anteguerra; e quando si ponga in rapporto questo fatto con la diminuzione dei salari e con la disoccupazione dilagante si comprenderà che non vi è esagerazione nell’affermare che il proletariato italiano scende in questo tempo negli abissi della disperazione.    

 

II   L’OPERA DEL PCdI FRA IL III E IL IV CONGRESSO MONDIALE

ATTIVITA’ SINDACALE

La posizione tattica del P.C.I., nell’attuale situazione del movimento sindacale italiano, si definisce in rapporto a tre principali punti: l’unità sindacale, i rapporti internazionali, l’azione di resistenza e di riscossa contro l’offensiva capitalistica e contro il fascismo.

Il 15 agosto 1921, di fronte allo sviluppo dell’offensiva capitalistica ed alla manifesta impotenza della tattica seguita dai riformisti dirigenti la C.G.L. a difendere i lavoratori dall’attacco padronale, il Comitato sindacale comunista, con una lettera diretta alla C.G.L., al Sindacato Ferrovieri e alla U.S.I.,  proponeva la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale, e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice. La risposta pervenuta dalla C.G.L. riflette chiaramente fino a qual punto i riformisti italiani, come i loro compagni degli altri paesi, abbiano rinnegata la causa proletaria e si siano posti al servizio della borghesia: essi tacciarono di demagogia e di incoscienza la proposta comunista. Il Sindacato Ferrovieri e l’U.S.I., pur dichiarandosi favorevoli al fronte unico, non hanno però neppure preso in seria considerazione il nostro invito [1].

 La questione fu portata dai comunisti direttamente fra la massa, nella quale trovò le maggiori simpatie. Contemporaneamente si chiedeva alla C.G.L. di discutere la nostra proposta in un Congresso nazionale. Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista.

Il Consiglio Nazionale di Verona

Frattanto, nei giorni 7 e 8 settembre si teneva a Milano un convegno nazionale delle organizzazioni su direttiva comunista. Un centinaio di delegati rappresentanti oltre 500.000 organizzati nella C.G.L. e nel Sindacato Ferrovieri, convennero da ogni parte d’Italia. Vennero ampiamente discusse questioni di organizzazione e fissate le direttive dell’azione dei comunisti in seno alle organizzazioni proletarie [2].

La campagna per il fronte unico proseguiva. Dietro richiesta di numerose organizzazioni aderenti, il Consiglio Direttivo della C.G.L. fu costretto a convocare il Consiglio nazionale, che si tenne a Verona nei primi giorni di novembre del 1921. Questione centrale intorno alla quale si svolse la discussione, fu quella del fronte unico e dello sciopero generale nazionale, come più valida forma di lotta contro la offensiva capitalistica. Contro tale proposta  si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della C.G.L. Il risultato delle votazioni fu il seguente:

Camere del Lavoro

                 Mozione comunista:   voti                 246.402

                 Mozione socialista:     voti                 612.653

Frazioni di mestiere

                 Mozione comunista:    voti                 169.310

                 Mozione socialista :     voti                 813.868

Devesi rilevare che la votazione avvenne in base al numero degli organizzati esistenti alla fine del 1920. Ciò ha avuto la seguente conseguenza: che molte organizzazioni ebbero modo di pesare nelle votazioni a favore della mozione confederale, votando per un numero di soci molto maggiore del reale, numerose organizzazioni sorte nel 1921 ed aderenti alla proposta comunista non poterono far valere la loro forza nel voto. Tipico l’esempio della Federazione dei lavoratori della terra che votò per 850.000 iscritti, tanti quanti erano nel 1920, mentre all’epoca del Consiglio nazionale confederale non ne contava che 200.000.

[A questo punto sarà utile confrontare i risultati di questo Consiglio nazionale con quelli del Consiglio precedente, tenutosi a Milano nell’aprile del 1921, nel quale i comunisti raccolsero circa 175.000 voti.

La differenza fra le due votazioni è l’indice dell’aumentata influenza dei comunisti nelle organizzazioni sindacali derivante da un’attività più organica e sistematica di quella svolta, per ragioni diverse cui in parte si è già accennato, nel periodo precedente il Consiglio nazionale di Milano, attività che ci consenti la conquista di numerosi posti direttivi nelle organizzazioni locali e quindi il maggior numero di voti ottenuti a Verona.

Nel paragonare questi due risultati con quello del Congresso di Livorno (di febbraio della C.G.L.) deve tenersi presente che i congressi, dando luogo ad una molto più larga consultazione delle masse, danno maggior numero di voti] [3] .

L’Alleanza del Lavoro

Ma nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinse inesorabilmente verso il fronte unico. La costituzione dell’Alleanza del Lavoro fra le cinque maggiori organizzazioni sindacali nelle quali è diviso il proletariato italiano, fu un passo notevole verso la costituzione del fronte unico [4].

La posizione del nostro Partito di fronte alla Alleanza del Lavoro, definita in pubbliche dichiarazioni fu la seguente: denunziando anzitutto il pericolo che gli opportunisti se ne facessero un mezzo per coprire con un maschera di popolarità la politica di collaborazione borghese, accettare però, e riconoscere, il centro direttivo dell’Alleanza, impegnando l’azione di tutte le forze sindacali comuniste alla disciplina verso le disposizioni che quel centro emanasse. Condurre, però, contemporaneamente, nel senso delle masse e servendosi della rete sindacale del Partito, ed anche invitando a porsi sullo stesso terreno gli elementi sindacalisti ed anarchici, una campagna per questi punti fondamentali:

- Il fronte unico deve essere organizzato su di una vasta rappresentanza delle masse, con comitati locali eletti in tutti i sindacati, e attraverso l’iniziativa di un grande convegno nazionale sindacale, eleggendo un organismo direttivo a cui partecipino tutte le frazioni sindacali proletarie, su di una chiara piattaforma comune;

- Più che una semplice intesa fra gli uffici delle grandi centrali sindacali, il fronte unico deve essere una alleanza di tutte le categorie proletarie e di tutte le Camere del lavoro locali, che reciprocamente si impegnino alla fusione in una sola battaglia di tutte le vertenze parziali che l’offensiva padronale solleva;

- Devono essere stabiliti postulati da difendere con questa azione solidale di tutto il proletariato, fra i quali deve primeggiare la difesa della esistenza e della funzione dei sindacati e il mantenimento del livello del salario e del tenore di vita proletario;

- I mezzi di azione da adoperarsi in comune non devono avere come piattaforma la politica parlamentare statale, ma restare sul terreno della azione diretta sindacale di pressione sulla borghesia e sullo Stato, usando come mezzo centrale e decisivo lo sciopero generale nazionale.

- I capisaldi da stabilire a base di una dichiarazione di alleanza, dovevano dunque corrispondere a quelli avanzati più volte dai comunisti nella nota lettera aperta al Comitato sindacale e nella mozione di Verona.

Il grave problema della disoccupazione, considerato in prima linea fra questi postulati, fu oggetto di agitazioni di massa dirette dai comunisti, i quali dimostrarono di poterlo e saperlo impostare rivoluzionariamente, nel campo dei problemi immediati che interessano i lavoratori.

 

La propaganda comunista

Non è necessario soffermarci in modo particolare sull’attività svolta dai comunisti in ciascuno dei congressi nazionali professionali, per il fatto che il carattere centralizzato della lotta contro i socialdemocratici determina un unico piano d’azione per tutti i comunisti, qualunque sia l’organismo sindacale nelle cui file essi militano.

Il nostro Partito ha intrapreso dal primo momento della sua costituzione un intenso lavoro sindacale. Ma il problema di raggiungere con la nostra propaganda le masse controllate dai socialisti e dagli anarchici si presentò subito a noi e fu praticamente risolto, prima ancora di possedere i dati del III Congresso mondiale e del Congresso dei Sindacati Rossi. Lo studio della situazione italiana ci dettò il nostro piano tattico, che non seguimmo inconsciamente ma tracciammo e lanciammo tra le masse, tenendo conto, naturalmente, delle disposizioni e tendenze di queste [5].

La storia della accoglienza data alla nostra proposta dell’agosto 1921 si riassume in poche parole: ostruzionismo dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse. Con questa proposta noi divenivamo gli iniziatori del fronte unico proletario, e nello stesso tempo non interrompevamo ma intensificavamo il nostro lavoro per strappare posizioni ai socialisti e agli anarchici.

Lo spirito della proposta comunista fu pienamente compreso fra le masse: esse capirono che l’azione parziale di gruppi non avrebbe riportato successo contro l’offensiva borghese, che si imponeva l’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva della borghesia sollevava.

Fu lo sviluppo della nostra campagna che portò alla formazione dell’Alleanza del Lavoro. L’iniziativa ne fu presa nel febbraio dal Sindacato Ferrovieri che, prima di convocare i sindacati, volle convocare i partiti al solo scopo di informazione sulla proposta di alleanza dei sindacati. Tanto è vero che non furono i partiti presenti a detta adunata che ebbero diritto a una rappresentanza nel C.C. dell’Alleanza. Noi non partecipammo alla riunione. Il nostro intervento avrebbe portato ad un contrasto di opinioni insanabile, senza gravissime concessioni di principio da parte nostra, e l’Alleanza non sarebbe sorta. Noi infatti non avremmo potuto sottoscrivere il comunicato equivoco e pacifista uscito dalla riunione dei partiti. Ci limitammo a mandare ai ferrovieri una lettera dicendo che eravamo stati noi gli iniziatori dell’Alleanza sindacale e che questa avrebbe potuto contare sulla disciplina dei comunisti [6].

Contro il collaborazionismo

La iniziativa dei ferrovieri coincideva con la crisi ministeriale tra il Gabinetto Bonomi e quello Facta. Fu evidente che i socialisti volevano allora formare un blocco proletario per servirsene allo scopo di premere per un ministero “di sinistra”. La posizione indipendente del partito come tale aveva l’obbiettivo di permetterci di lottare contro questo piano attaccando anche il C.C. dell’Alleanza del Lavoro se avesse deviato dagli scopi dell’Alleanza stessa, senza per altro romperne la compagine e la disciplina come coalizione di organizzazione di masse. Il piano del “governo migliore” in Italia si esplicò come una propaganda disfattista in mezzo alle masse, poiché lo si presentò come un mezzo per eliminare il fascismo e la reazione, invitando il proletariato a desistere da ogni resistenza attiva. La tattica che ci si impose fu quella della nostra indipendenza e della nostra costante opposizione rispetto a questo piano.

La costituzione dell’Alleanza era una concessione allo spirito dell’unità d’azione che aveva guadagnato le grandi masse, concessione che dagli elementi di destra era stata fatta appunto per diminuire la pressione di queste e dilazionare il momento in cui l’azione si sarebbe imposta. Dovevamo lottare contro il pericolo che l’Alleanza addormentasse le masse nella inazione. Quindi nel fronte unico ci occorreva non una posizione di compromesso reciproco che vincolasse la nostra azione ad una formula comune, ma una assoluta libertà d’azione e di propaganda senza poter essere ricattati ogni giorno da una minaccia di rottura.

Condotti socialisti ed anarchici a compiere il passo irrevocabile dell’Alleanza sindacale, che si esplica in convocazioni di comitati e comizi di masse, abbiamo dettato le direttive per una propaganda sistematica, tendente ad agitare il contenuto effettivo d’azione che secondo i comunisti doveva essere dato all’Alleanza. In un manifesto del marzo ne riassumemmo i capisaldi. Per gli scopi ponemmo avanti una serie di rivendicazioni concrete contro le manifestazioni sia economiche che politiche dell’offensiva, tra cui in prima linea quello che i socialisti non accettano: rifiuto delle riduzioni salariali. Per i mezzi: lo sciopero generale nazionale. Per l’organizzazione dell’Alleanza chiedemmo che essa venisse allargata sulla base della rappresentanza diretta delle masse, con vasti comitati locali nei quali fossero rappresentati tutti i sindacati e con la convocazione di un congresso nazionale dell’Alleanza del Lavoro.      

Per un fronte unico dal basso

Nel comitato nazionale dell’Alleanza chiedemmo anche direttamente, a mezzo del comitato sindacale comunista, che le delegazioni di ciascun organismo sindacale non fossero composte di soli funzionari della centrale, ma nominate con criterio proporzionale alle frazioni in cui ciascun sindacato è diviso. Se tale proposta fosse stata accettata, sarebbero entrati nel comitato i comunisti e, in rappresentanza dell’U.S.I. , delle minoranze confederali e del Sindacato Ferrovieri, i sindacalisti favorevoli all’internazionale dei Sindacati Rossi. Si sarebbe cosi avuta una maggioranza contro i socialisti nell’Alleanza del Lavoro, composta da comunisti, sindacalisti e anarchici. Il rifiuto di tale proposta ci ha permesso di fare una campagna contro il settarismo degli altri e la loro opera di siluramento dell’unità. Un rapporto dettagliato della attività sindacale del nostro Partito viene presentato dalla delegazione italiana al II Congresso del Profintern [7].

L’attività sindacale del Partito è di duplice aspetto: organizzativa, nel senso che essa ha mirato a rafforzare ed a estendere i gruppi comunisti nei sindacati, ed a portare il pensiero del partito attraverso questi dinanzi alle masse; diretta, per quanto gli organismi sindacali che sono nelle mani del Partito hanno fatto nelle varie occasioni in cui le masse organizzate furono in agitazione. In occasione del Congresso dell’Internazionale di Amsterdam a Roma, il nostro Partito, attraverso il suo comitato sindacale aveva preparato una serie di sessanta comizi pubblici, nei quali oratori comunisti avrebbero dovuto spiegare il programma della I.S.R., ed accusare i traditori gialli. Migliaia di manifesti, edizioni straordinarie dei giornali, avrebbero dovuto completare la nostra campagna. In occasione della gita a Tivoli dei congressisti, offerta dalla C.G.L. d’Italia, migliaia e migliaia di manifesti erano stati affissi a Tivoli (allora quel comune era in nostre mani) nei quali erano scritte severe espressioni di disprezzo agli ospiti. In tale occasione era stato predisposto che il redattore capo del “Il Comunista”, compagno Palmiro Togliatti tenesse una conferenza a Tivoli. Tutta questa nostra preparazione fu annullata, non appena il compagno Bordiga ci fece conoscere da Berlino che la riunione delle tre Internazionali imponeva la necessità di attutire in un primo tempo l’attacco comunista alle altre due Internazionali.

Lo sciopero metallurgico di giugno

Notevole la posizione predominante assunta dai comunisti nell’importante sciopero metallurgico del giugno 1922. Nel convegno metallurgico che seguì dopo 17 giorni di sciopero e che si tenne a Genova, i comunisti riportarono 39.000 voti (contro 47.000 avuti da tutte le altre frazioni socialiste – meno la terzinternazionalista – assieme a 14.000 astenuti) sulla proposta di estendere a tutte le categorie lo sciopero. Le grandi agitazioni operaie che continuamente scoppiarono nella primavera e nell’estate del 1922, diffondevano nella massa il concetto dello sciopero generale. La reazione sempre maggiormente intensa, e il dissidio verificatosi in seno al Partito socialista a proposito del collaborazionismo, indussero il Consiglio Direttivo Confederale a convocare il Consiglio Nazionale nei giorni 3-4-5-6 luglio.

La nostra posizione sindacale, in tale occasione emersa, non può essere considerata sulla sola base delle cifre dei voti. Questi sono i risultati di imbrogli abominevoli. In una nostra relazione del 23 luglio noi esaminavamo la portata del voto. Nella preparazione del C.N. noi avevamo guadagnato parecchi sindacati, e le camere del lavoro di Trento, Roma, Ravenna, Como, Vercelli, Aquila, ed altre minori [8].

   

La proposta comunista in difesa dei Sindacati

Altrove diciamo dello sciopero generale e della situazione nuova venutasi a creare. Oggi il compito preciso è quello di salvare i sindacati dal pericolo di un ulteriore disgregamento, che la reazione accelera con un martellamento senza fine, e di impedire che il sindacato perda i suoi connotati classisti. A tal proposito il nostro Comitato Sindacale avanzò recentemente la seguente lettera alle frazioni di sinistra dei sindacati:

“Milano, 6 settembre 1922

“Al Comitato sindacale terzinternazionalista

“Al Comitato sindacale massimalista

“Al Comitato sindacale della Frazione Sindacalista dell’USI

“All’Ufficio Sindacale dell’Unione Anarchica Italiana

“Al Comitato massimalista Ferroviario

“Cari compagni,

        La situazione presente del movimento sindacale italiano ci spinge alla seguente iniziativa, per il successo della quale non dubitiamo del vostro efficace concorso.

        Il pericolo che sovrasta in questo momento alle organizzazioni di classe del proletariato non è solo della reazione statale e fascista che si prefigge di stroncarle con violenza. Un’altra insidia si delinea sempre più, proveniente dai capi stessi di una parte del proletariato organizzato, che vorrebbe incanalare i sindacati su vie e verso metodi nei quali si snaturerebbe il loro carattere di classe.

       Equivoche forme collaborazioniste e borghesi vengono da più parti affacciate sotto il nome di sindacalismo nazionale, di movimento operaio entro il campo degli organismi nazionali; e questo piano non significa altro che il proposito di togliere ai sindacati ogni efficienza rivoluzionaria e perfino ogni effettiva  capacità di lotta contro il padronato nelle stesse contese economiche.

      Si tende per tal modo al siluramento del fronte unico e dell’Alleanza del Lavoro e a rendere impossibile ogni schieramento delle forze proletarie sul terreno della lotta diretta contro il fascismo, con i quali stessi si giungerà in ultima analisi a patteggiare, prima una resa vergognosa, poi una effettiva alleanza.

      Simili propositi non debbono riuscire a realizzarsi: ad essi tutte le forze sane del movimento proletario debbono opporre le gloriose tradizioni rosse di questo, la insopprimibile ragione della lotta di classe, la salda speranza delle masse nell’abbattimento del regime capitalistico.

      A tale scopo noi riteniamo che le varie tendenze sovversive militanti nel campo sindacale, restando nettamente distinte e serbando libertà di azione non solo per quello che è il loro programma politico, ma anche nelle loro particolari vedute su dati problemi di tattica sindacale, possono e debbano stringere fra loro una intesa leale per la difesa della posizioni comuni a quanti sono per la causa della lotta emancipatrice del proletariato.   

Questi punti, su cui un’intesa dovrebbe effettuarsi con l’impegno reciproco di coalizzarsi nella loro affermazione in tutte le adunate proletarie e i congressi sindacali, sono, a nostro modo di vedere, i seguenti:

      Le organizzazioni sindacali debbono essere indipendenti da ogni influenza dello stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale.

     Il fronte unico proletario per la difesa contro l’offensiva padronale deve essere mantenuto e rinnovato nell’Alleanza del Lavoro, stretta  fra le organizzazioni tra cui sorse e resa tale nella sua costituzione da rispecchiare le forze e la volontà delle masse.

      Noi quindi vi invitiamo ad un convegno, nel quale una comune dichiarazione da lanciare al proletariato italiano suggellerebbe una simile intesa, e darebbe a tutte le forze classiste una chiara piattaforme comune di propaganda e di agitazione, suonando severa rampogna ai pochi che tentennano e defezionano nell’ora del pericolo.

      Per tale modo si opererà potentemente al fine di salvare la rossa bandiera della classe proletaria da oblique insidie come dalla bufera della violenza reazionaria, e di stringere i vincoli dell’unità del fronte del proletariato contro la reazione borghese.

      Siamo ben certi di ricevere la vostra adesione alla convocazione del convegno tra le delegazioni degli organismi a cui la presente lettera è indirizzata e di quelli che la sottoscrivono, riservandoci di farvi noto il luogo e la data di convocazione.

      In tale fiducia vi porgiamo il nostro saluto.

                                                       Il Comitato Sindacale Comunista

                                                   Il Comitato Comunista Ferroviario”.

Il giorno 8 ottobre si tenne a Milano il Convegno delle sinistre sindacali. Erano presenti: i rappresentanti del Comitato Sindacale comunista, del Comitato Sindacale Social-massimalista, del Comitato Comunista Ferroviario, della Frazione sindacalista rivoluzionaria (Vecchi).

Poiché l’USI è diretta da sindacalisti anarchici, desiderando l’intervento dei dirigenti attuali dell’USI dal convegno fu inviata una lettera al Comitato Sindacale del Partito Anarchico. L’ufficio di  corrispondenza dell’Unione Anarchica aveva risposto con una lettera nella quale, fra l’altro era detto; “In quanto alla difesa del movimento operaio dalle perniciose infiltrazioni collaborazioniste da un lato e nazionaliste dall’altro, noi siamo in linea di massima perfettamente d’accordo, anzi pensiamo che esso debba essere mantenuto indipendente da qualsiasi governo e da qualsiasi partito politico”.

Il contenuto della lettera era comunque di adesione al convegno. Ma saranno fatti da parte nostra altri passi per impegnare possibilmente in maniera più stretta gli anarchici che dirigono organismi sindacali alla difesa dei “punti”, approvati nel convegno dell’8 ottobre a Milano.

La mozione delle sinistre sindacali

In detto convegno fu approvata la seguente mozione:

     “I Rappresentanti del Comitato Sindacale Comunista, del Comitato Sindacale Socialista, del Comitato Comunista Ferroviario, della Frazione Sindacalista Rivoluzionaria dell’U.S.I.;

       riuniti a convegno il giorno 8 ottobre 1922;

       esaminata la situazione del movimento sindacale italiano;

       convinti che nell’interesse e per la salvezza del proletariato italiano sia indispensabile difendere con un’ azione risoluta e concorde i punti seguenti:

Le organizzazioni sindacali dei lavoratori devono rimanere indipendenti da ogni influenza e controllo dello stato borghese e dei partiti della classe padronale, loro programma e loro bandiera deve essere la lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, le loro file devono essere aperte ad ogni propaganda delle idealità rivoluzionarie del proletariato.

Il fronte unico proletario per la difesa e la riscossa contro le molteplici manifestazioni della offensiva borghese deve essere mantenuto nella forma dell’Alleanza del Lavoro, stretta fra tutti gli organismi classisti del proletariato, ma organizzata in modo che essa sia deliberante a voto maggioritario e assicuri la più fedele consultazione e rappresentanza proporzionale per ogni sindacato aderente delle frazioni che militano nel segno del medesimo e anche come necessaria preparazione alla auspicata definitiva fusione in una sola di tutte le organizzazioni di classe dei lavoratori italiani.

Convinti che ogni manovra tendente sotto varie formulazioni ad intaccare questi capisaldi, col voler raffrenare l’azione sindacale entro i limiti delle istituzioni borghesi, escludere la propaganda e l’azione dei partiti estremi dai sindacati, legalizzare l’opera e l’attività di essi sullo stesso piano delle corporazioni dei ceti abbienti per una pretesa collaborazione ricostruttiva della economia, ammainare il glorioso vessillo rosso emblema delle altissime tradizioni delle organizzazioni classiste italiane, corrisponde al tentativo reazionario di stroncare la lotta di classe, rendere impossibile ogni resistenza economica dei salariati, e avvilire ad un livello schiavistico il tenore di vita delle classi lavoratrici per consentire alle classi sfruttatrici di consolidare le basi compromesse del loro dominio: impegnano tutte le forze aderenti agli organismi convenuti, pur differenziandosi nel sostenere particolari punti di vista circa altri problemi di tecnica e politica sindacale, a coalizzarsi per l’affermazione e la difesa dei capisaldi suddetti, in tutte le adunate, convegni, congressi dei sindacati e convocazioni comuni a vari sindacati, contro proposte e atteggiamenti che tali capisaldi tendessero a ledere, e a provocare, con un’attiva campagna, dalle adunate proletarie, voti che esigano dagli organi centrali dei sindacati nazionali la ripresa dei contatti per la riorganizzazione immediata dell’Alleanza dl Lavoro”.

 

Dopo lo sciopero dell’agosto

In seguito all’approvazione di tale mozione noi tendiamo a mettere sul tappeto della discussione la immediata intesa per la ricostruzione dell’Alleanza del Lavoro, che dopo lo sciopero dell’agosto fu dai capi riformisti ed opportunisti spezzata, ed a sostenere i concetti classisti del Sindacato che una corrente di destra tenderebbe a distruggere.

La intensa opera di propaganda e di organizzazione comunista, compiutasi nel seno dei sindacati classisti italiani, sollevò l’offensiva dei dirigenti socialisti, anarchici e sindacalisti contro di noi. Una campagna di diffamazione fu aperta contro il presunto intendimento dei comunisti di dissolvere i sindacati, che è una parola d’ordine dei mandarini di ogni paese contro l’attività comunista. La campagna dette una maggiore vivacità alla lotta, ed i nostri compagni furono costretti ad una asprezza polemica vivacissima. Fu votato, in una riunione del consiglio direttivo della Confederazione, un ordine del giorno con il quale minacciavasi di espellere chi mantenesse un contegno polemico “diffamatorio” ed “organizzasse la indisciplina”. Queste espressioni volevano significare che i capi comunisti dovevano essere espulsi dai sindacati. Ma noi eravamo riusciti ad essere troppo forti perché i funzionari riformisti ed opportunisti osassero liberarsi con troppo facilità dell’opposizione comunista. E provvedimenti simili non furono presi. Chi,  invece, seppe dare esempio del modo come si debbano trattare i comunisti nei sindacati furono i sedicenti rivoluzionari dirigenti del Sindacato Ferrovieri Italiani, i quali nel luglio espulsero dalla loro organizzazione i compagni Isidoro Azzario e Carlo Berruti, per la loro attività comunista e per aver essi aspramente criticato taluni capi del sindacato. Il provvedimento, nuovo nella storia delle organizzazioni di classe italiane, indignò le masse sindacali e quella ferroviaria in specie.

Numerose assemblee di ferrovieri votarono risoluzioni di simpatia ai nostri due compagni. Sopravvenuto lo sciopero generale, i capi ferrovieri che i nostri compagni avevano accusato dettero prova di voler portare il sindacato fuori dell’orbita classista. La critica dei nostri compagni veniva a trovare conforto nella prova dei fatti. Infatti l’amministrazione ferroviaria dimissionava il compagno Azzario perché capeggiatore dello sciopero. Il Consiglio Generale del S.F.I. (3 settembre 1922) era costretto a ritirare il precedente deliberato e a riammettere nel sindacato i due nostri compagni. Tale avvenimento segnò la vittoria comunista nella organizzazione dei ferrovieri.

Contemporaneamente alla Convocazione del Consiglio Generale del S.F.I. si riuniva a Roma il Convegno Nazionale dei Gruppi Comunisti ferroviari, il quale riuscii numeroso di rappresentanti, e manifestò la preparazione dei ferrovieri comunisti nelle questioni tecniche della vita del loro Sindacato ed il possesso da parte loro delle soluzioni sulle varie rivendicazioni di categoria.

RAPPORTI COL PARTITO SOCIALISTA

Il Congresso Internazionale di Mosca, nel discutere l’appello presentato dal Partito Socialista contro la sua esclusione, interpretò la situazione italiana diversamente dalla nostra delegazione e dal nostro partito, e rinnovò l’ultimatum al Partito Socialista Italiano esigendo l’esclusione dei riformisti per la sua riammissione nell’Internazionale. Il convegno di Mosca si orientò verso la convinzione che il P.S.I. si sarebbe scisso. Il nostro Partito con ampie relazioni in materia precisò invece il suo punto di vista presso l’Internazionale. Esso previde come sarebbero andate le cose, con l’allontanamento di ogni possibilità di contrasto pratico tra la politica del nostro Partito e quella dell’Internazionale, esponendo a Mosca che nessuna scissione sarebbe avvenuta a Milano e che una piccola frazione avrebbe sostenuto la esclusione dei riformisti, ma non per le ragioni collimanti con le direttive nostre e affermate da noi a Livorno, né con la decisione di uscire nel caso non si fosse effettuata la scissione nel Partito Socialista.

D’altra parte il nostro Partito osservava che nell’ipotesi di una scissione tra intransigenti e collaborazionisti, ossia sulla questione che era sul tappeto al Congresso Socialista di Milano, non si sarebbero verificate quelle condizioni che sono necessarie per l’entrata nella Internazionale, a cui non basta che si espellino i fautori della collaborazione borghese, ma anche tutti coloro che sono contro la lotta rivoluzionaria e la preparazione della dittatura proletaria, cosi come lo era tutto il Partito Socialista, compresa la frazione dei dirigenti di sinistra, responsabile di vergogne come la pacificazione con i fascisti. Ripetiamo che questo contrasto fu eliminato dai fatti. Dopo il Congresso di Milano, l’Internazionale con una sua dichiarazione, il testo della quale rispondeva ai desiderati della nostra centrale, escludeva il Partito Socialista dalle sue file [9].

Restava il problema dell’atteggiamento da tenere verso la frazione Lazzari, Maffi, Riboldi. Il nostro Partito precisò la sua posizione col suo manifesto ai lavoratori socialisti, che li invitava a venire nelle sue file aprendo gli occhi sulla rovinosa politica socialista, e colla decisione di non accettare adesioni di gruppi, né di avere contatti ufficiali con le organizzazioni di frazioni nel seno del Partito Socialista, poiché i singoli elementi di tendenza affine alla nostra erano chiamati a passare nelle nostre file e non invitati a fare un lavoro per noi nelle file socialiste. Disposizioni interne chiarirono che gli elementi proletari potevano e dovevano essere cordialmente accolti, come in genere tutti quelli che erano sinceramente convinti nel venire a noi, e le ammissioni pur seguendo le norme statutarie dovevano essere facilitate nello sbrigarne la procedura. In tal modo non pochi sono stati i casi di socialisti passati a noi anche con aperte dichiarazioni contro la politica del loro antico partito.

[Il (II) congresso (del P.C.) può compiere un atto conclusivo della felice soluzione che ha avuto la famosa “questione italiana”, col concedere a tutti  coloro che rispondendo ai nostri appelli sono passati nei nostri ranghi da Livorno ad oggi e che militavano prima nel P.S.I. gli stessi diritti statutari dei soci che fanno fin dal primo momento parte del Partito comunista. Da ora innanzi la base organizzativa del nostro partito è solidamente stabilita, come punto di partenza per l’incessante assorbimento di nuovi militi attraverso l’opera condotta tra le masse].

Quanto alla frazione Maffi essa non è stata trattata con ostilità dal nostro Partito e dalla nostra stampa, a parte le obbiettive critiche a quanto essa ha di indeciso e di incompleto nel suo atteggiamento. Non si sono evitati alcuni esperimenti di collaborazione sindacale con essa, che se non hanno avuto più grande ripercussione, deriva appunto dalla posizione equivoca in cui si trova chi voglia fare opera rivoluzionaria nelle file del Partito socialista.

 [In ogni modo è certo che questo è in un periodo di dissolvimento per la sua galoppante degenerazione politica, e sta alla tattica del Partito comunista accelerare il  processo di chiarificazione in seno alla massa. Come si dirà ancora più innanzi riteniamo che questo debba raggiungersi con la lotta per la effettiva unità d’azione delle masse collegata armonicamente alla ininterrotta campagna di vergogne dell’opportunismo] [10].

LA LOTTA CONTRO LA REAZIONE

Non vi è alcuna probabilità che il fenomeno fascista abbia a cessare per dare luogo ad un regime di liberalismo pratico e di neutralità dello Stato nella lotta tra le classi e partiti, nemmeno nella misura in cui si simulava in altri periodi meno critici l’apparenza giuridica di tutto questo. La situazione tende a due ben distinti sbocchi: o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati e ad un regime di sfruttamento negriero ; o a una risposta rivoluzionaria delle masse che in tal caso contro di se troveranno la coalizione del fascismo, dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni.

La resistenza al fascismo

Data questa previsione, resta risolta una prima questione : quella della resistenza da opporre al fascismo. I socialdemocratici predicarono la non resistenza alle gesta fasciste perché previdero o dettero ad intendere che se il proletariato rinunciava alle “provocazioni” lo Stato avrebbe restaurato contro le violenze fasciste “il diritto comune” e, in fondo perché contrari all’impiego della violenza di classe da parte del proletariato: il Partito comunista deve sostenere la resistenza con tutti i mezzi possibili e dichiarare che è giusto e utile adoperare contro il fascismo gli stessi suoi mezzi offensivi, passando ad organizzare la preparazione e l’impiego di tale mezzi.

Una parola d’ordine veniva data dal Partito in occasione dei fatti di Firenze[11].  

Un secondo problema fondamentale tattico era quello della misura in cui si poteva collaborare con altri partiti proletari che prendevano atteggiamento antifascista e che dettero luogo al sorgere, in episodi del luglio 1921, di formazione di lotta dette “arditi del popolo”.

Gli Arditi del popolo

La Centrale dette decisamente la disposizione che il nostro organismo di inquadramento dovesse restare affatto indipendente dagli Arditi del popolo, pur lottando a fianco di questi come molte volte è avvenuto, quando si avessero di fronte le forze del fascismo e della reazione.

La ragione di questa tattica non furono di ordine teorico e pregiudiziale, ma essenzialmente pratiche e ben connesse ad un attento esame della situazione e delle eventualità a cui nell’uno e nell’altro caso si andava incontro, soprattutto in base ad informazioni riservate, assunte coi mezzi di cui si disponeva, intorno agli Arditi del popolo ed al loro movimento. Una relazione verbale sul nostro inquadramento potrà indicarvi la misura del lavoro fatto nel campo della organizzazione militare. Certo le difficoltà di vincere vecchi pregiudizi e le resistenze della situazione hanno contribuito a dare carattere embrionale a questo tipo di organizzazione, ma i fatti hanno dimostrato più volte che senza di essa difficile è sperare di vincere l’avversario [12].

 [L’azione di un organismo militare e il suo indirizzo successivo, data la grande unità e accentramento organizzativo che esso deve avere, e quindi la poca mutevolezza della sua gerarchia dirigente, assume accentuandoli i caratteri che ha quella degli organismi politici: non è indipendente dal suo “programma” ossia dalla piattaforma su cui sorge e raccoglie adesioni. L’organizzazione che in tal caso si costituisce resta strettamente legata agli obbiettivi per i quali è sorta e non può essere un campo di prevalenza di date tendenze che si propongono di portarla gradualmente e con le vaste sue forme sulla via in principio intravista da una minoranza.

Tutte le ragioni che dimostrano come i comunisti dovessero lavorare nel seno dei sindacati unitari, ma al tempo stesso rompere l’unità del partito socialista immobilizzatrice della tendenza rivoluzionaria, stanno a dimostrare che non si poteva fare un utile rapporto nel seno degli arditi del popolo, e che a un certo punto, questi si sarebbero immobilizzati in una posizione tale da immobilizzare chiunque non disponesse di una organizzazione inquadrata indipendentemente, producendo una situazione analoga a quelle notissime di impotenza rivoluzionaria in cui il partito socialista  per la “forza d’inerzia” della sua tradizione di metodi e di organizzazione metteva non solo la minoranza di sinistra, ma perfino i capi di tendenza rivoluzionaria.

Questa differenza di scopi su cui sorgeva l’organizzazione degli arditi del popolo rispetto alla nostra consisteva nel loro obbiettivo, comune a quello dei socialpacifisti, di arrivare a un governo che rispettasse la libertà di movimento del proletariato sulla base del diritto comune, evitando la fase della lotta contro lo Stato, anzi prendendo posizione contro chiunque turbasse la cosiddetta civile lotta d’idee tra i partiti. Quindi nessuna impostazione di un simile organo di lotta sulla base, non solo della risposta al fascismo, ma della lotta rivoluzionaria, portata contro lo Stato borghese, e poi della solida formazione di una organizzazione militare del potere proletario.

In pratica tutto questo corrispondeva a fatti evidenti, per i giudizi non troppo velati del sentimentalismo. La formazione degli arditi del popolo non corrispondeva al risultato improvvisamente conquistato che il proletariato riuscisse a dotarsi di una organizzazione unitaria di lotta per rispondere adeguatamente alle provocazioni fasciste. L’organizzazione non muoveva dal basso, ma muoveva da un centro che tendeva a monopolizzare il controllo dell’unione proletaria. Si era in una situazione di ordine parlamentare per cui conveniva ad una parte dei partiti borghesi di frenare il fascismo che minacciava di diventare non un mezzo della politica complessa della borghesia, ma un organo fine a se stesso, per lo stesso enorme sviluppo che aveva preso. L’opposizione degli arditi del popolo coincise con l’interregno tra i gabinetti di Giolitti e Bonomi.

Come essa non superò la prova della politica fascistica del secondo – ed è sciocco dire che questo fosse dovuto alla non partecipazione dei comunisti,  poiché la pratica sta a provare che casi di minore resistenza proletaria si ebbero dove i nostri o per fretta o poca disciplina si erano messi sul terreno degli Arditi del popolo, e perché in ogni caso le forze del inquadramento comunista erano a disposizione per una azione comune- cosi nel caso che un ministero di colore nittiano si fosse formato, gli arditi del popolo potevano divenire una forza illegale del governo legale, e non tanto per tenere a freno l’arbitrio delle bollenti squadre fasciste, quanto per intervenire quando domani fosse risultato che gruppi di proletari si organizzavano per provocare un’ azione rivoluzionaria contro lo Stato governato dal ministero di sinistra e magari di collaborazione coi socialisti.

Altri argomenti di ordine pratico sorgono dai casi di poca fedeltà di nostri alleati di vario colore in operazioni illegali, che convinsero praticamente il partito come in questa sfera le coalizione non siano fattibili].

La parola d’ordine gettata tra le masse del nostro Partito fu questa: unità proletaria e lotta contro la reazione. Il nostro Partito, accettando la costituzione dell’Alleanza del Lavoro, ne fissava i compiti d’azione. In ogni adunata proletaria si prospettavano tali compiti, che la massa approvava per acclamazione, culminanti nello sciopero generale nazionale di tutte le categorie.

Nel giugno scorso il Partito Comunista Italiano partecipò con una delegazione ai lavori del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale. In tale occasione il C.E. del Comintern adottò la risoluzione nota alle sezioni dell’Internazionale Comunista, con la quale dichiaravasi la inesistenza di un conflitto disciplinare tra il P.C.I. e il C.E. del Comintern. Pure in tale occasione il Presidium affermò alla delegazione italiana la necessità di lanciare alcune parole d’ordine al proletariato italiano come quella del Governo operaio.

Al ritorno della delegazione in Italia fu data ampia informazione ai gruppi dei lavori svoltisi a Mosca a mezzo della stampa del Partito. In data 2 luglio, mentre si apriva la serie di agitazioni locali antifasciste, noi lanciammo in un manifesto la parola d’ordine del “governo operaio”. Nei discorsi parlamentari del giugno-luglio la parola d’ordine Governo Operaio fu lanciata dai nostri compagni e fu portata al Consiglio Nazionale di Genova della Confederazione Generale del Lavoro con la mozione comunista [13].

Dopo la manifestazione del 1 Maggio, i riformisti della C.G.L. rappresentati nel C.C. dell’Alleanza del Lavoro, dichiararono la inevitabilità dello sciopero generale, il quale non poteva che essere insurrezionale e tendere ad una crisi politica di regime. E perciò essi proposero di interpellare i partiti politici proletari. Noi intervenimmo e dichiarammo che potevamo arrivare alla coalizione politica, ma sotto precise condizioni. Queste condizioni erano tali che accettarle voleva dire per i socialisti e confederali veder fallire tutto il loro piano di deviazione del movimento, mentre il respingerle ci avrebbe dato buon gioco nel dimostrare alle masse la giustezza della condizione da noi poste, e che equivalevano a proteggere il proletariato da tradimenti e terribili delusioni come quelle di cui è viva la memoria.

      Questo nostro atteggiamento fu puramente tattico: in verità noi eravamo per lo sciopero sindacale, da cui la lotta politica, che ne è anzi un episodio, si sviluppa. Fummo contro ogni coalizione di partiti nel dirigere l’azione insurrezionale ed il movimento rivoluzionario delle masse, di cui altri parlavano in mala fede o con incoscienza ed in genere con spaventosa impreparazione.

      Tuttavia la nostra tattica mise gli altri in posizione assai imbarazzante: non accettarono né respinsero le nostre proposte: non potevano accettarle e temevano di compromettersi respingendole, dal momento che si servivano contro l’impulso alla lotta del demagogico argomento che questa poteva essere sola la “rivoluzione”. Data la situazione, non era da pensarsi che ad una soluzione intermediata tra la aperta collaborazione borghese che preparavano i riformisti, e la nostra proposta di azione diretta delle masse.

L’Alleanza del Lavoro e dei partiti proletari

I contatti dell’A.d.L. con i partiti proletari duravano. In ogni riunione si manifestò l’assenza di serietà dei presenti. I rappresentanti socialisti mutavano continuamente attitudine e dichiaravano di non poter impegnare tutti gli aderenti. Si arrivò alla costituzione di un comitato tecnico segreto che doveva preparare l’azione generale proletaria (per noi lo sciopero generale contro l’offensiva borghese e il fascismo, per gli altri le redenzione completa), ma non si accettarono le nostre condizioni per la formazione ufficiale del fronte unico dei partiti. Questo comitato tecnico si riunì per iniziativa dell’ Alleanza del Lavoro, senza fare nulla di serio, al contrario si cercò di servirsi di esso per impedire l’azione e per cercare di coinvolgere in ciò la responsabilità del nostro partito.

Parecchie volte si è cercato, violando gli impegni al segreto, di sfruttare le nostre dichiarazioni per dire pubblicamente che il Partito Comunista aveva dichiarato che lo sciopero generale era impossibile. Contro queste menzogne noi abbiamo preso un’attitudine assai energica precisando i nostri punti di vista nelle caratteristiche dell’azione generale proletaria che noi sostenevamo come immediata nei nostri manifesti, e la nostra attitudine al C.N. della C.G.L. nel luglio.

Lo sciopero dell’agosto 1922

La sera del 29 luglio il nostro delegato nel Comitato tecnico ci informò che il rappresentante  dell’Alleanza aveva annunciato lo sciopero per il mattino del 1 agosto [14]. Non si doveva pubblicare la notizia: l’ordine era stato dato dalla Alleanza del Lavoro per vie interne. Noi osservammo il segreto. Il nostro delegato, in altra seduta, dichiarò insufficienti le misure di organizzazione dello sciopero. Poiché non si era voluto lanciare la parola d’ordine in occasione di una svolta della lotta, gli operai non potevano comprendere senza una preparazione il brusco cambiamento di attitudine di quelli organizzatori che avevano sempre imprecato contro lo sciopero generale. Noi dichiarammo di essere disciplinati, pur riservandoci di accompagnare la pubblicazione della risoluzione dell’A.d.L. , con un nostro manifesto.

La riuscita dello sciopero fu da principio parziale. Le masse furono sorprese per gli ordini imprevisti, dopo essere state disarmate qualche giorno addietro. Al secondo giorno il movimento era in pieno sviluppo, le masse erano largamente entrate in azione, la lotta cominciò ovunque.

La borghesia fu sorpresa dalla situazione prodotta dallo sciopero. La notizia data la domenica 30 luglio dal “Lavoro” fu smentita dai giornali borghesi: a Roma l’emozione fu enorme quando il lunedì sera (31) “Il Comunista” usci avanti gli altri giornali proletari e la sua vendita fu più che decuplicata. Il venerdì precedente (28 luglio) la frazione parlamentare socialista aveva votato per la partecipazione al Gabinetto, non importa quale; il sabato Turati era stato dal Re: tutta l’attenzione era volta all’accordo dei socialisti con le istituzioni costituzionale, quando lo sciopero scoppiò.

I collaborazionisti non avrebbero potuto fare una bestialità maggiore. Nei circoli borghesi e parlamentari le loro azioni caddero tutte di un colpo: in poche ore Facta compose un ministero qualunque, senza i socialisti, con la destra, con l’antico prefetto di Torino, sen. Taddei – vale a dire un funzionario di polizia- al ministero degli Interni.

“L’ultimatum” dei fascisti

I fascisti lanciarono un ultimatum: se il governo non fosse intervenuto a soffocare il movimento entro 48 ore, lo avrebbero fatto essi stessi [15].

Le 48 ore passarono senza gravi conflitti. Nelle sfere ufficiali si sforzarono di dimostrare che lo sciopero era fallito. Il terzo giorno, come si prevedeva, lo sciopero sarebbe riuscito imponente, quando fu spezzato dall’Alleanza. I fascisti scatenarono allora le loro rappresaglie. Non essendo più impegnati in tutto il paese, ciò che li aveva momentaneamente immobilizzati, essi poterono fare dei concentramenti  servendosi dei treni non più fermi, ed attaccarono quelle città nelle quali durante lo sciopero gli operai avevano attaccato gli elementi fascisti locali. La difesa delle masse operaie in questa seconda fase, cioè dopo la fine dello sciopero, fu meravigliosa. Milano, Bari, Ancona, Genova, Parma, ecc. furono teatro di vere battaglie, nelle quali i comunisti validamente parteciparono, mettendosi in evidenza agli occhi delle masse, che ne ricevettero una entusiasta impressione. Carattere quasi generale di questa lotta: il fascismo concentrato nel centro delle città andò all’attacco dei quartieri operai: furono ricevuti sparando dagli angoli delle strade, dalle case, da barricate e da trincee improvvisate. Le donne aiutarono gli uomini, pietre e oggetti di ogni sorta completarono l’armamento insufficiente.

I fascisti si ritirano chiedendo aiuto, e la forza pubblica entrò in azione con le mitragliatrici e le autoblinde che coprirono le case con raffiche di proiettili: le case furono invase da centinaia di armati, furono arrestati tutti gli abitanti sospetti di essersi difesi. Dopo i fascisti ritornarono per distruggere, incendiare, predare: la polizia che avrebbe dovuto respingerli aveva l’ordine di tirare … in aria e li lasciava passare. In questo modo furono prese non dai fascisti, ma dalla polizia, Ancona e Livorno; Milano, Bari, Roma, Genova resistettero. Il Partito Socialista usci da questa lotta distrutto. Il collaborazionismo in rotta, i sindacati socialisti impotenti a mantenersi alla testa delle masse che risposero cosi bene all’appello, i massimalisti resi nulli dalla loro insufficienza pacifista e dalla loro debolezza. Il Partito Comunista al contrario, che denunzio gli errori e che evitò d’impegnarsi da solo in una lotta che avrebbe potuto rovinarlo dopo la ritirata dei socialisti, ma che diede arditamente la parola del combattimento, dimostrò di essere al suo posto fra le masse in lotta ed ha guadagnato molta influenza sul proletariato. Gli elementi estremisti e gli operai anarchici anch’essi tesero a raggrupparsi intorno a noi, avendo compreso che noi siamo un vero partito rivoluzionario.

Le conseguenze dello sciopero

Noi facemmo una inchiesta sullo svolgimento dello sciopero che riuscì interessantissima. Ne risultarono quasi in modo generale le seguenti caratteristiche degli avvenimenti: cattiva organizzazione dello sciopero e ritardo nella trasmissione degli ordini da parte dell’Alleanza del Lavoro. Tradimento e sabotaggio generale da parte dei funzionari sindacalisti socialisti. Vittoria militare dei fascisti contro gli operai assicurata soltanto dopo l’intervento delle forze poliziesche a fianco dei fascisti. Lodevole attitudini dei comunisti con eccezioni di ordine puramente personale che furono risolte il linea disciplinare normale. Buona partecipazione delle masse allo sciopero, quasi dovunque. Considerevole combattività del proletariato.

Le conseguenze dello sciopero sul movimento sindacale furono gravi, bisogna riconoscerlo, per l’attitudine degli organi centrali a completare l’effetto dell’attacco fascista. Parecchie organizzazioni si sfasciarono. Il passaggio ai sindacati fascisti non ebbe una grande importanza e la stampa borghese l’esagerò molto. Esso si limitò a dei piccoli gruppi di certe categorie organizzate su basi cooperative (come i lavoratori dei porti) ma fu nullo nell’industria. Ma i sindacati sono in cattive condizioni a causa della reazione, della disoccupazione, delle rappresaglie, della mancanza di fiducia nell’attitudine dei capi della crisi generale.

Le forze proletarie lottarono contro i vari tentativi di tradimento riformisti, dopo lo sciopero, come quello di trasformare i sindacati in una organizzazione a carattere nazionale entro il quadro dello stato borghese, ecc. I massimalisti furono in quel momento contro la politica dei riformisti e il loro punto di vista sindacale, ma nessuno più li ascolta e ogni giorno di più essi perdono influenza e importanza.

Il nostro Partito ha preso posizione sulla stampa e con un manifesto al proletariato in questo senso: per il fronte unico reale delle masse operaie e per l’Alleanza del Lavoro appoggiata sulle masse secondo le nostre antiche proposte. Per una lotta generale del proletariato, libero dagli impacci riformisti e collaborazionisti e da tutte le illusioni che la politica dello stato borghese possa volgersi contro il fascismo, basata sulla azione diretta classista delle masse. Per l’unità sindacale ma al di fuori di tutte le influenze sul movimento sindacale dello stato borghese o dei partiti della classe padronale.

Nel programma d’azione che il P.C.I. sottopose alla approvazione del IV Congresso del Comintern noi diciamo quale è il lavoro che il nostro Partito deve svolgere in un  prossimo avvenire.

E’ certo che l’esperienza di questo anno di lotte sanguinose è un contributo prezioso allo sviluppo della nostra capacità all’azione; ed i rilievi che i compagni dell’Internazionale vorranno fare alla nostre deficienze noi li consideriamo nel loro alto valore.

 

III   PROGETTO DI PROGRAMMA D’AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA

La tattica generale

1) Secondo i principi ed il programma dell’I.C., il Partito Comunista si prefigge il rovesciamento del potere statale borghese da parte del proletariato rivoluzionario. Il raggiungimento di tale obbiettivo esige, in Italia, che siano debellate tre principali forze avversarie: l’apparato statale con tutte le sue risorse di forza politica e militare; il fascismo con la sua potente organizzazione controrivoluzionaria; la socialdemocrazia, che con la sua predicazione pacifista distoglie una parte grandissima del proletariato dalla lotta rivoluzionaria.

2) Secondo i principi ed il programma marxista, per la rivoluzione proletaria e la vittoria di essa, è indispensabile organo il partito politico di classe che la prepari e la diriga in tutto il suo sviluppo, e questo partito è in Italia il Partito Comunista. Date le forze che oggi conta il P.C. e la sua influenza sulla classe lavoratrice italiana, non può ritenersi possibile la vittoria in un’azione direttamente condotta dal Partito contro lo Stato e il fascismo. Perché la vittoria del proletariato italiano divenga possibile, occorre che il Partito comunista estenda la sua influenza e realizzi la conquista di grandi masse attorno alla sua bandiera. Da questo sorgono tutta una serie di compiti che si deve porre l’azione e la tattica del Partito.

Sviluppo del Partito comunista

3) Questo sviluppo del Partito comunista deve essere considerato tenendo presente la influenza e la situazione di altri partiti politici italiani che si richiamano alla classe lavoratrice. Gli effettivi inquadrati da questi partiti dovranno gradatamente passare al Partito comunista, essendo i loro metodi insufficienti dal punto di vista rivoluzionario. Tali partiti, infatti attraversano quasi tutti, oggi, una grave crisi di principi e di metodi d’azione. Merita particolare considerazione il problema di utilizzare il processo della crisi del Partito Socialista che ha fino ad oggi inquadrato la maggioranza del proletariato organizzato. Obbiettivo del P.C. deve essere la dimostrazione alle masse della incapacità rivoluzionaria di tale Partito, come della sua incapacità a difendere anche i concreti loro interessi. Questo esige che non si cessi dalla opposizione a tutte le correnti del P.S.I. , che si dichiari impossibile fare opera comunista e rivoluzionaria nelle sue file, che si respinga ogni progetto di “noyautage” ufficiale nelle sue file da parte del P.C. Di fronte alla scissione del P.S.I. e alla formazione di un partito indipendente, l’attitudine del P.C. deve essere tale da impedire che questo partito possa essere accolto dal proletariato italiano come un organismo di capacità rivoluzionarie. Le sue tradizioni come principi e metodi, come capacità e responsabilità passate del suo stato maggiore, la sua composizione stessa in cui la maggioranza proletaria è soffocata da una impalcatura piccolo-borghese, demagogica, falsamente rivoluzionaria, esigono che si tenda oltre alla bancarotta politica, a quella organizzativa, di tale movimento. Sono dunque da respingersi i progetti di fusione organizzative del P.C.I.  con tale partito o parte di tale partito, oltre che per considerazioni di ordine generali sulla natura e il processo di formazione del P.C. , per le eventuali conseguenze sfavorevoli sulla compagine del P.C. , che compromettendo gravemente il grado di preparazione e di allenamento alla lotta del medesimo, ne diminuirebbe inoltre il prestigio fino a provocare forse una diminuzione degli effettivi. Il dovere del P.C.I. è dunque si provocare con tutto il complesso della sua azione, dalla propaganda teorica all’intervento nelle quotidiane lotte operaie, il passaggio [degli elementi dissidenti] [16]  del Partito Socialista alle organizzazioni del Partito Comunista, che solo può utilmente inquadrare e mettere in valore le loro energie. Qualunque opinione possa aversi sulla frazione “terzinternazionalisti” del P.S.I. tale compito deve ritenersi oggi esaurito, e i suoi membri dovrebbero essere invitati a passare secondo le comuni norme statutarie nelle file del P.C. La permanenza di una frazione accreditata come comunista in un partito “indipendente” non potrebbe che causare maggiori difficoltà al compito di chiarificazione e inquadramento rivoluzionario della lotta del proletariato italiano. Anche verso gli altri partiti che si basano sulla classe operaia, come anarchici, sindacalisti, riformisti, repubblicani, deve svolgersi un’opera di conquista al P.C. dei loro aderenti, accentuando naturalmente la critica verso quelli di tali partiti che maggiormente, come gli ultimi, sono vicini alla classe dominante borghese.

La conquista delle masse

4) L’incremento delle forze organizzate e dell’influenza sulle masse del P.C. non può essere conseguito col semplice proselitismo che potrebbe derivare da una propaganda teorica e ideologica dei principi del Partito, e il compito di questo non può limitarsi alla preparazione degli elementi che ha inquadrati per il momento della suprema lotta rivoluzionaria. Questo è tanto più vero in quanto le condizioni create in Italia dalla reazione fascista sono tali da paralizzare in parte ed in ogni caso rendere enormemente più difficile sia l’opera di organizzazione interna che quella di propaganda in tutte le sue forme, le quali in gran parte del paese devono assumere carattere di illegalità oppure aperto carattere di battaglia armata. La conquista delle masse allo scopo di preparale alla lotta per il potere proletario si deve realizzare come un’azione complessa ed intensa in tutti i campi della lotta e della vita proletaria, e con la partecipazione del Partito in prima linea in tutte le lotte anche parziali e contingenti suscitate dalle condizioni in cui il proletariato vive. Tuttavia nel corso della partecipazione del Partito a tali lotte deve essere in ogni istante posta in rilievo la connessione stretta tra le parole che il Partito lancia e gli atteggiamenti che assume, ed il conseguimento dei suoi massimi fini programmatici. Per assicurare la conquista delle masse alla causa comunista è necessario accompagnare tutta questa opera nel campo ricchissimo dei problemi concreti con una critica incessante ed una polemica diretta verso gli altri partiti che guidano parte delle masse, anche quando appare che questi possano condividere gli stessi obbiettivi per cui lotta il P.C. Gli elementi guadagnati dall’attitudine ed opera reale del Partito devono poi venire in tutti i campi solidamente inquadrati nelle varie reti organizzative di cui il Partito dispone, delle quali tende ad ottenere la incessante estensione, e dalle quali deve in ogni circostanza essere assicurata la indipendente esistenza e continuità.

 

 La lotta diretta contro la reazione

5) Tra le forme di azione dirette alla conquista delle masse deve essere compresa quella che il Partito condurrà nella lotta diretta contro la reazione, anche dove possa contare sulle sole sue forze.  

Senza tendere con questo all’abbattimento del potere borghese o alla sconfitta campale fascista, e senza lasciarsi trascinare ad azioni che comprometterebbero la propria organizzazione e preparazione, il Partito Comunista deve curare la preparazione e l’armamento necessari a sostenere con le opportune risorse tecniche la guerriglia contro un  avversario di forze superiori e che si trova in posizione di vantaggio. La ragione non è quella di allenare e di provare il proprio inquadramento militare, né quello di potersi vantare di aver dato esempio di coraggio e di eroismo come fini a se stessi, ma è in rapporto diretto con la tattica del fascismo. Questo tende a demoralizzare e battere il proletariato col metodo terroristico, ossia spargendo l’impressione della sua invincibilità e della impossibilità a resistergli. Per contrastare questo processo di demoralizzazione della masse è necessario far sentire al proletariato che l’opporre forza a forza, organizzazione ad organizzazione, armamento ad armamento, non è solo una vaga parola che sarà attuata solo in un avvenire remoto, ma una possibile e pratica attività nell’applicazione della quale sarà solo possibile preparare una riscossa armata proletaria. In questo campo di attività il Partito non si pone limiti di principio se non nel senso che è da respingersi ogni azione che non venga predisposta dagli organi di Partito adatti, e quindi ogni iniziativa individuale. Questo non vuol dire che si rinunci alla iniziativa individuale, intesa cioè a colpire dati individui di parte avversa, o condotta da compagni isolati, su ordine del Partito. Anzi la azione non potrà avere carattere di impiego di gruppi o formazioni militari che nelle circostanze in cui le grandi masse siano in moto ed in lotta: nel corso ordinario della guerriglia di classe sono le azioni dei singoli e di gruppetti  ben scelti che, ben preordinate per evitare conseguenze sfavorevoli, devono essere organizzate. Obbiettivo di tale azione saranno non solo le forze armate fasciste, ma in genere le ricchezze, le istituzioni, le persone della classe e di tutti i partiti borghesi. In massima si deve evitare un troppo grande danno diretto o indiretto agli interessi dei lavoratori o di ceti sociali neutri. Obiettivo della condotta di simili lotte dovrebbe essere quello di rispondere sempre con una rappresaglia ai colpi degli avversari contro istituzioni proletarie. In tale campo il P.C. deve agire, rispetto alla borghesia, come l’inquadramento fascista rispetto alla massa di tutto il proletariato.  Un corollario di questa tattica deve essere quello di non prestarsi, nella campagna antifascista, a fare troppo il gioco del fascismo stesso insistendo sulle atrocità ed implacabilità della sua azione; pur attribuendo ad esso tutte le responsabilità, si deve evitare di prendere un’attitudine pietosa e si deve dare il rilievo massimo agli atti di violenza con cui le nostre forze o il proletariato spontaneamente rispondono ai colpi nemici.

I comunisti nei sindacati

6)  La partecipazione del P.C. alle lotte concrete del proletariato con le sue forze, con le    sue  soluzioni, con la sua esperienza, si effettua in primo luogo con la partecipazione dei membri del Partito all’attività di quelli organismi associativi delle classi lavoratrici che nascono per necessità e finalità economiche, come i sindacati, le cooperative, le mutue ecc. Di massima e sistematicamente i comunisti lavorano in quelli organismi che sono aperti a tutti i lavoratori e non esigono dai loro aderenti speciali professioni di fede religiosa o politica. Nella situazione di oggi in Italia si considerano come tali i seguenti organismi: Confederazione Generale del Lavoro, Sindacato Ferrovieri Italiani, Unione sindacale Italiana, Unione Italiana del Lavoro, Federazione Italiana Lavoratori dei Porti, Lega Nazionale delle Cooperative, Federazione Nazionale delle Mutue, Lega Proletaria Mutilati ed Invalidi di  Guerra ed altre minori associazioni. In tutti questi organismi di massima, i comunisti hanno i loro gruppi, ben collegati tra di loro e col Partito, che vi sostengono il programma conforme alle direttive comuniste, traendo dal Partito le linee fondamentali ed elaborandone nel loro lavoro la parte specifica e tecnica. Il P.C. tende all’unificazione tra loro dei grandi organismi sindacali classisti italiani, e lavora per essa fin dalla sua costituzione. Dinnanzi a taluni organismi sindacali a carattere minoritario, al P.C. si pone il problema di provocare la loro fusione con altri organismi professionali che inquadrano masse più estese, alla condizione che possa essere garantita una possibilità di azione e di propaganda ed evitato un infeudamento   completo allo Stato e ai partiti padronali: un esempio può essere dato dall’Unione Magistrale Italiana, in cui potrebbe utilmente rientrare il Sindacato dei Maestri, dalla Associazione Nazionale Combattenti con la quale potrebbe fondersi la Lega Proletaria, allargando le possibilità di un proficuo lavoro di penetrazione.

Il P.C. si impose alla fusione organizzativa stretta tra i sindacati e gli organi della cooperazione e mutualità, che snaturerebbero le capacità dei sindacati ad una più pronta azione rivoluzionaria e ritarderebbe la loro emancipazione dalle influenze socialdemocratiche.

Per la resistenza nei Sindacati

7) Il lavoro nei sindacati, tendente alla conquista di essi al Partito ed alla conquista al Partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nel sindacato agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento della influenza del P.C. Però in Italia la situazione sia economica che politica, ha prodotto e tende ulteriormente a produrre un indebolimento o diradamento dei sindacati, che mette in grave pericolo le sorti di una buona preparazione rivoluzionaria. Il P.C. deve dunque lottare per la resistenza dei sindacati e per il loro rinvigorimento. Questo si raggiunge primieramente con l’opera attenta e assidua come militanti sindacali dei membri del Partito, col proteggere a mezzo dell’attrezzamento del Partito i sindacati dai colpi della reazione. Ma occorre fare di più oggi, che ai pericoli oggettivi un altro se ne aggiunge, contenuto nel piano degli elementi più opportunisti del movimento sindacale di condurre questo sul terreno delle istituzioni borghesi, dandogli una impronta nazionale, ossia di collaborazione di classe nella ricostruzione della economia capitalistica. Compito del P.C.I. è il mostrare come questo programma coincida con quello della sottomissione dei lavoratori ad un ultrasfruttamento, abolendo non solo la lotta di classe politica, ma anche ogni manifestazione economica di resistenza all’arbitrio padronale. Oggi il P.C. deve condurre un’intensa campagna in tal senso col motto: sindacati rossi e non sindacati tricolori. A  questo scopo il P.C. deve cercare di concludere una intesa con le correnti di sinistra del movimento sindacale che vogliono tenerlo sulla linea della lotta di classe rivoluzionaria, e inserire in questa azione la lotta per la unificazione organizzativa dei sindacati, che  assicurerebbe un massimo di attrazione delle masse nei sindacati stessi. Questa unificazione deve essere perseguita il più largo che sia possibile, senza escludere nemmeno gli elementi di destra che sono inquadrati da riformisti e sindacalisti gia interventisti, oggi tendenti alla rettifica di rotta dei sindacati, ma deve avere i limiti di mantenere gli organi sindacali immuni da ogni influenza diretta dello Stato, e di partiti e sindacati padronali, escludendo la partecipazione esplicita alla vita dei sindacati operai di partiti e correnti che sullo stesso piano propugnano la organizzazione di corporazioni professionale dei ceti abbienti, come oggi sostengono, oltre ad altri partiti borghesi, i fascisti ed in un certo senso i popolari. In caso contrario si lascerebbe passare tutti gli effettivi proletari in organismi in cui ogni propaganda ed ogni penetrazione comunista e rivoluzionaria sarebbero rese impossibile.

8) Vi sono situazioni locali nelle quali il giuoco combinato della mancanza di lavoro e della brutale violenza hanno obbligato tutta la massa a passare nei sindacati  autonomi (fascisti), come è avvenuto quasi esclusivamente in seno a certe masse rurali. In questi casi tutto autorizza al criterio di consentire che i membri e i simpatizzanti del Partito passino anch’essi con la massa ai sindacati autonomi nel momento in cui ogni altra azione si renda impossibile. La esperienza insegna che in tali casi non soltanto la rete sindacale, ma la stessa organizzazione del Partito, specie nei centri piccoli, deve divenire illegale. Sebbene vi siano casi di conquista con tale mezzo di cariche direttive nei sindacati fascisti, l’obbiettivo di tale azione resta il sabotaggio della organizzazione fascista e il ritorno della massa nell’organizzazione rossa. In generale il P.C. si prefiggerà di dimostrare che i sindacati fascisti non garantiscono gli interessi immediati dei lavoratori e dei contadini e agiscono come strumenti del padronato e degli agrari, malgrado certe prime diverse apparenze.

9) Un’opera di difesa dei sindacati è la seguente: in molti organismi che non hanno carattere interno sindacale, ma ai quali partecipa di diritto tutta la massa anche non sindacata, come le varie casse pensioni, disoccupazione, malattie ecc, certe cooperative, e anche i Consigli e le Commissioni Interne di fabbrica, oggi che la percentuale di organizzati è dovunque scemata, partiti borghesi scendono in lotta nelle elezioni delle cariche per assicurarsele. In questo caso il Partito, anziché lottare con proprie liste contro gli altri partiti che si muovono nell’ambito della organizzazione sindacale di classe, può accettare di sostenere assieme a questi partiti liste di “organizzazione” presentate a nome del sindacato classista e sostenute da tutte le forze di questo, per conservagli il controllo degli organismi di cui si tratta. Ciò non esclude che nel senso degli organismi sindacali il Partito lotta in generale per assicurarli al proprio inquadramento sindacale presentando e sostenendo liste proprie per le cariche elettive.

Il problema della disoccupazione

10) Oltre al contrastare la dissoluzione dei sindacati classisti e al fare opera per la riorganizzazione sindacale dei lavoratori in genere, il Partito Comunista deve prefiggersi di avvicinare, con l’azione per le rivendicazioni immediate, gli strati del proletariato che sono costituiti dai non organizzati, e altresì dai non organizzabili sindacalmente. La proporzione della disoccupazione in Italia impone al Partito di porre questo problema in primo piano. Presentemente i sindacati sono ad uno svolto in cui dovranno riassettare le proprie basi prima di poter dare luogo a nuove grandi azioni di masse: questo potrebbero sorgere nel prossimo inverno dai moti dei disoccupati, dei senza casa, dei proletari in genere vessati dal caro-vita, dalla mancanza di riscaldamento, di illuminazione, dalle tasse comunali che assumono talvolta non solo il carattere di imposte sul salario, ma addirittura imposte sul non salario (tassa di famiglia che colpisce gli stessi disoccupati). Una certa organizzazione che merita tutto l’interesse del Partito, è sorta tra gli inquilini, specie nei grandi centri. In genere non è possibile in questo campo formare dei veri e propri sindacati, e talvolta deve limitarsi l’accettazione delle adesioni agli elementi che non sono abbienti o datori di lavoro. Più spesso si possono costituire comitati di agitazione, che dirigano il movimento ed attraggano ad esso la grande massa. E’ risultato sempre notevolmente difficile attrarre e porre in moto i disoccupati: una risorsa è quella di sostenere per il disoccupato che non paga quote il diritto alla permanenza nella iscrizione al sindacato, e anche alla cooperativa e alla mutua.

11) Il Partito deve compiere un’opera di avvicinamento anche a quella parte della massa operaia che è nell’esercito nazionale. Una propaganda opportunamente preparata con collegamenti stabili avvalendosi dell’organizzazione della gioventù comunista, permette di lavorare fra i soldati portando a loro la parola comunista, interessandosi anche ai problemi inerenti al loro trattamento materiale e morale, cercando di rendere più difficile la utilizzazione del esercito ai fine della reazione borghese.

Rivendicazioni parziali e azione generale

12) Dalle rivendicazioni parziali e contingenti che si presentano nei vari campi della vita proletaria si passa quelle di ordine generale che pur non essendo ancora il postulato finale della conquista del potere e della espropriazione dei capitalisti, consistono in concessioni da strappare alla classe padronale e allo Stato borghese. La situazione attuale rende particolarmente chiara l’azione del Partito Comunista in questo campo. Oggettivamente oggi che ovunque per la irresistibile crisi del capitalismo si sferra l’offensiva padronale, non è possibile che le masse percorrono un cammino di conquiste progressive e realizzino un miglioramento sensibile del loro tenore di vita, anzi neppure che riescano a conservare la loro presente situazione materiale, finché le istituzioni capitalistiche sono in piedi. Poiché gli altri partiti, sia borghesi che socialdemocratici asseriscono l’opposto, il Partito Comunista, pur dicendo chiaramente nella sua propaganda questa verità critica, avrà modo di rivolgersi all’intera massa operaia per invitarla a lottare per le rivendicazioni materiali, che avendo per condizioni del loro conseguimento la vittoria rivoluzionaria, condurranno le masse sulla via di una esperienza concreta dei metodi che alla rivoluzione possono condurre. Queste rivendicazioni che il Partito Comunista porrà come obbiettivo di un’azione di tutto il proletariato, possono essere di natura economica strettamente sindacale, ossia essere poste contro il padronato direttamente, come la difesa dei patti di lavoro (salari, orari, contratti agricoli), possono essere economiche ma importare l’onere dello stato, come l’aumento dei sussidi ai disoccupati, possono investire la politica dello Stato come il diritto di organizzazione, la libertà di sciopero e simili. Tutte queste rivendicazioni sono ammissibili e inquadrabili nella lotta del Partito Comunista, purché presentate come un obbiettivo da raggiungersi attraverso la lotta e l’azione diretta delle masse che devono imporre sia ai partiti borghesi che ai loro capi socialdemocratici di mantenere le loro promesse.

13)  Il P.C.I. non porrà queste rivendicazioni come conseguibili attraverso l’azione legalitaria fatta di intese con altri partiti politici per combinazioni parlamentari e di governo. A parte ogni motivo di ordine generale, sta di fatto che neppure le rivendicazioni più modeste, ossia le difensive, potrebbero per tal modo essere sostenute. Sia di esempio il Partito Popolare Italiano, partito che è la colonna dei ministeri che si succedono, e non può sottrarre la sue organizzazioni alle violenze fasciste.  D’altra parte la mancanza di realizzazione legale delle rivendicazioni proletarie – che è un coefficiente rivoluzionario quando vi è la pressione dell’azione di massa sospinta dal Partito Comunista, e si risolve in una esperienza che indica la necessità della lotta rivoluzionaria – quando il P.C. facesse parte di una coalizione che deve attuare tali postulati sul terreno legale, si risolverebbe in un insuccesso sia per il Partito che per la preparazione rivoluzionaria. La situazione della lotta di classe in Italia è oggettivamente sfavorevole al proletariato, ma d’altra parte ha tutti i caratteri dello stadio più acuto, essendo quotidiano l’uso della violenza armata. Ne consegue che il problema dominante è l’organizzazione della lotta armata del proletariato, e ogni prospettiva che mostri alle masse una via per far prevalere i loro interessi senza lotta armata, produce un effetto controrivoluzionario.

La lotta rivoluzionaria contro lo Stato e l’imperialismo

14) Tra le rivendicazioni del P.C. si può comprendere una soluzione del problema del regime statale, che non sia ancora la dittatura proletaria? La esperienza del P.C.I. risponde negativamente, sia come possibilità concreta che come opportunità di lanciare parole di propaganda. In Italia pullulano i partiti e gruppi politici che prospettano soluzioni radicali e rivoluzionarie del problema delle istituzioni politiche, come è naturale, dato il succedersi delle crisi ministeriali e il permanere di una crisi delle forme governative. Ma in tutte queste mutevoli proposte domina la superficialità, la improvvisazione e il confusionismo di direttive e responsabilità politiche, che hanno avuto già nefasti effetti sul proletariato per le molte delusioni a cui lo hanno condotto. Esiste la prospettiva di un mutamento delle istituzioni politiche nel senso di una dittatura delle forze di destra, sebbene questa prospettiva non sia che una apparenza esteriore della difensiva spinta all’estremo delle forze statali tradizionali Esiste  la prospettiva di governo di sinistra sorto dalla collaborazione  dei socialisti di destra e taluni borghesi, popolari e democratici; prospettiva che i recenti avvenimenti hanno allontanato, non avendo oggi la borghesia italiana la sensazione di dover fare estreme concessioni per frenare il movimento rivoluzionario. Un tale esperimento socialdemocratico presenterebbe l’utilità di far toccare con mano alle masse la vanità di tale aspettazione, specie agli effetti di una politica di polizia antifascista, ma mentre è evidente che il P.C. non può che combattere apertamente tale soluzione, è anche evidente che è stato fatto quando si poteva per influire anche su un tale sviluppo della situazione, dalla scissione di Livorno all’atteggiamento nella lotta d’agosto, e che il riformismo italiano è ormai squalificato e impotente a fare questa sua politica specifica di collaborazione al potere borghese.   

15) La nuova situazione delle forze parlamentari, anche quali probabilmente sortirebbero da nuove elezioni, non presenta la possibilità di altre soluzioni puramente parlamentari del problema del governo in Italia. La situazione della lotta nel paese mostra che non si devono dare parole che inducano all’equivoco tra le soluzioni legalitarie e pacifiche  e quelle rivoluzionarie. D’altra parte malgrado certe diverse apparenze non vi sono altre forze disposte alla lotta rivoluzionaria contro lo Stato: comunisti e libertari. Altri elementi antifascisti che prospettano il miraggio disfattista di una repressione di polizia del fascismo, saranno domani alleati di questo in un compromesso di governo (nittiani, socialdemocratici, popolari). Alle masse che tendono alla lotta antifascista e hanno intimamente assimilato l’esperienza della solidarietà tra Stato e fascismo, che è più evidente al più ignorante contadino magari cattolico che non a molti teorici socialisti, non si può dare utilmente che questa parola: non il governo dei fascisti, né l’illusorio governo parlamentare di sinistra, ma un governo degli operai e dei contadini raggiunto con la mobilitazione rivoluzionaria del proletariato. Questa parola pur avendo il preciso senso di quella della dittatura proletaria, può essere adoperata per influenzare le masse meno evolute, accompagnandola incessantemente a quella lotta armata diretta contro il fascismo, che si risolve nella lotta contro lo Stato per abbatterne l’apparato.

16) Le parole del Partito Comunista per le rivendicazioni proletarie possono e devono investire la politica internazionale. La lotta contro l’imperialismo mondiale per il riconoscimento della Repubblica dei Soviet, e soprattutto oggi contro la minaccia di nuove guerre, devono essere al primo posto nella agitazione. Anche qui il Partito Comunista non traccia un programma di politica estera dello Stato borghese, ma tende ad influenzare questo con una pressione delle masse in senso rivoluzionario, e a paralizzare il suo compito di collaborazione ai piani di restaurazione capitalistica mondiale.

 

La collaborazione con gli altri partiti proletari

17) Le rivendicazioni che abbiamo passato in rassegna devono servire al P.C. come piattaforma di inviti all’azione di tutta la massa proletaria, tentando di ottenere che si  giunga ad un movimento al quale la massa intera partecipi, che dimostri in essa un grado notevole di combattività, che le ridia fiducia nell’impiego della propria forza, e che la convinca che per ottenere da tale forza più ampi risultati basta convergere intorno al Partito Comunista, che in tali lotte rivoluzionarie deve mostrare la sua maggiore attitudine all’azione rivoluzionaria. Non si tratterà dunque immediatamente di lotte dirette dal P.C. e dai suoi organi politici, sindacali, militari, ma di azioni dirette da organi a più larga base. Che simili organi si formino centralmente con la partecipazioni dei partiti cosiddetti proletari non è desiderabile in Italia per una serie di ragioni. Tutti gli stati maggiori di questi partiti hanno accumulato prove di inettitudine, insufficienza e leggerezza deplorevoli. Il Partito Repubblicano è diviso in una corrente filofascista e una che si avvicina al proletariato, che ne paralizzano l’azione. Gli anarchici, non organizzati internamente, mancano di direttive sicure e non hanno grande influenza. I socialisti attraversano la crisi ben nota che è lungi dal condurre ad una chiarificazione definitiva. Inoltre i partiti politici accennati dimostrano di non saper intendere la portata di un’intesa di azione su di un programma di rivendicazioni concrete interessanti il proletariato e tali da dover essere sostenute da socialisti, comunisti e libertari, ma tendono a trasportare la questione sul terreno delle intese sul programma politico generale, sulla preparazione della “rivoluzione” della quale essi hanno un concetto tanto sterile quanto ingannevole. Su tale terreno, impossibile è una intesa per la incompatibilità dei programmi. I repubblicani vorrebbero che come obbiettivo comune si ponesse la Repubblica, i riformisti la collaborazione, gli anarchici e i sindacalisti il Non-Stato, e nessuno intende che i comunisti  non propongono come obbiettivo della lotta la dittatura del proletariato, ma formule ben più immediate e concrete. Dall’altra parte in una coalizione ogni partito farebbe la sua politica verso il suo speciale illusorio obbiettivo, senza recare all’azione alcun utile contributo, fuorviando e disorientando le masse.

18) Se invitato a incontri e convegni con altri partiti proletari, il Partito Comunista potrà accettare, e potrà anche dimostrare l’obiettività del suo atteggiamento dinanzi ad una coalizione  politica, col porre alla sua costituzione delle condizioni opportune: quella, ad  esempio, che l’organo direttivo comune non possa deliberare negoziati con organismi estranei all’intesa ( Stato, partiti borghesi) che su voto unanime, per scongiurare così situazioni analoghe a quella in cui è finito ogni moto generale del proletariato italiano, con un compromesso tra i dirigenti di destra e le forze borghesi. Ma la proposta centrale del Partito sarà quella che l’organo comune sorga non da un compromesso tra i partiti, ma sul terreno dei sindacati o di altre forme di inquadramento delle masse proletarie, a cui tutti i partiti impegnino, ciascuno per suo conto e solennemente, l’appoggio delle proprie forze.

19)  Indipendentemente dal problema della coalizione politica potrà essere considerato quello di una collaborazione tra i partiti proletari a scopo di una più efficace azione militare delle masse in caso di agitazioni generali. Anche in questo caso è giusto avanzare condizioni: come quella che si cessi dalla propaganda disfattista e pacifista fatta pubblicamente dagli organi di quei partiti che propongono poi intese per l’uso della forza delle armi. Raggiungendosi un accordo nazionale, si potrà dare la parola che localmente sorgano – a lato degli organi che localmente rappresenteranno l’organo di inquadramento generale di tutta la massa sorto nel campo sindacale o analogo - dei comitati “tecnici” dei vari partiti per l’azione armata, ai quali il Partito Comunista parteciperà tenendo ben distinto il suo proprio inquadramento militare. Non è pero opportuno costituire tali comitati locali colla rappresentanza diretta del Partito, in nessun caso con carattere di intesa politica, e nemmeno con carattere di intesa militare quando manchi l’accordo nazionale in tale campo, poiché la nostra opera di conquista delle masse sarebbe paralizzata se dopo aver impostato il problema della necessità di combattere il pacifismo e il nullismo della guerra di classe e della preparazione militare del proletariato, avversata da socialdemocratici e anarchici per diversi motivi, si valorizzassero questi partiti come naturalmente adatti a sostenere quanto noi la lotta, attraverso organizzazioni improvvisate e locali. L’esperienza sta a dimostrare poi la sterilità dell’azione di tali comitati, detti talvolta di “difesa proletaria”, e la convenienza di lasciare organizzare la confluenza dei lavoratori di ogni partito in una difesa comune attraverso gli organi locali di un “fronte unico” altrimenti costituito, su base di tipo sindacale, che siano permanenti e nei quali si troveranno automaticamente uomini dei partiti che prevalgono nella località. Quanto più tali organi diventano complessi e confusi, tanto più si verifica la penetrazione di elementi infidi, non aventi chiaro mandato e responsabilità e speculanti per conto di gruppi borghesi su spontanei movimenti di masse, come avvenne per gli arditi del popolo e per taluni comitati di difesa proletaria, comitati riuniti e simili. Sarà tuttavia opportuno disporre che, mentre i comunisti non prenderanno mai la iniziativa di tali improvvisazioni, specie poi dove sono in prevalenza, abbiano ad aderire a comitati quali che siano se, malgrado le loro contrarie proposte, essi sorgessero allo scopo di non perdere il contatto con le masse ed apparire estranei alla lotta. In nessun caso però i comunisti potranno entrare a far parte di organismi a tipo militare che esigono una disciplina diversa da quella del loro partito e del loro inquadramento sindacale.

20)  Il fronte unico proletario per le rivendicazioni che si oppongono alla offensiva padronale, è la piattaforma fondamentale della presente azione del Partito Comunista in Italia e la via della sua conquista del primo posto nella dirigenza del proletariato italiano. Di esso vi è già stato un largo esperimento nell’Alleanza del lavoro e nello sciopero generale nazionale dei primi di agosto 1922. Oggi da parte di quegli elementi stessi che tentano di snaturare il carattere dei sindacati tradizionali proletari,  si tende alla dissoluzione della Alleanza del Lavoro. Il Partito Comunista ne sostiene invece la conservazione e la riorganizzazione, con forme costitutive più adatte, quali le propose e le sostenne molto tempo prima, denunziando i pericoli del modo col quale si era costituita l’Alleanza. Questa ricostituzione è anche posta come uno degli scopi dell’intesa fra le frazioni sindacali di sinistra che il P.C. propugna attraverso l’iniziativa del Comitato Sindacale Comunista, e dovrebbe venire con la partecipazione degli stessi organismi sindacali che vi concorsero la prima volta. Il P.C. sostiene il fronte unico anche con quelle masse che sono guidate dai collaborazionisti della destra confederale, o dai dannunziani della Unione del Lavoro, e se da questa parte verrà definitivamente rotta l’unità del fronte, la responsabilità sarà dei capi che dovranno essere smascherati innanzi alla massa [17].

21)  Gli organi della Alleanza del Lavoro dovrebbero cosi essere costituiti: una intesa centrale rinnovellata tra gli organismi sindacali nazionali con la formazione immediata di un Comitato Nazionale, il quale però non dovrà come il presente comprendere solo delegati della centrale dirigente di ogni sindacato, ma avere la rappresentanza proporzionale alle frazioni di ogni sindacato. Localmente dovrebbero immediatamente riattivare le loro funzioni comitati costituiti in modo analogo, ma in seguito dovrebbero eleggersi consigli della Alleanza del Lavoro in cui ogni singola lega iscritta ai sindacati alleati dovrebbe avere il suo delegato. Questo consiglio eleggerà il comitato locale della Alleanza del Lavoro, e in casi speciali eleggerà un ristretto comitato di azione eventualmente segreto. Si procederebbe intanto al lavoro per la convocazione del Congresso Nazionale della Alleanza del Lavoro, coi delegati diretti dei comitati locali, che eleggerebbe gli organi centrali del fronte unico. La obbiezione che sarebbero per tal modo superati i poteri e le autonomie dei singoli sindacati, non dice nulla contro il nostro programma, che intravede come sbocco della Alleanza del Lavoro anche una vasta unificazione organizzativa sindacale.

22) Al tempo stesso l’Alleanza dovrebbe essere sviluppata nel senso di potere inquadrare anche le masse non sindacate o non sindacabili. Questo risultato non appare per ora immediato, correndo pericolo anche la esistenza stessa della Alleanza sindacale; ma si presenta come ricco di sviluppi in ordine a quanto è già detto circa i problemi concreti che interessano e possono porre in moto le masse non sindacate. L’Alleanza del Lavoro cosi allargata diverrebbe un embrione di vera e propria rappresentanza di classe del proletariato urbano e rurale, preludio della organizzazione statale dei consigli operai e della loro formazione avvenire. La possibilità di valorizzare il fronte unico nel momento in cui il movimento sindacale attraversa una crisi si delinea cosi in modo interessante, e si presenta come uno sbocco utile ben diverso da quello di un fronte dei partiti, che non troverebbe in se risorsa alcuna per riparare alla mancanza di energie dovuta alla rarefazione dei sindacati, di cui non potranno non risentire gravemente i partiti proletari, tutti in misura assai maggiore di quello comunista, l’unico saldamente attrezzato a tutte le eventualità e a forme molteplici di azione.

Gli obbiettivi del fronte unico

23) Degli obiettivi del fronte unico, parlando delle rivendicazioni concrete si è già detto abbastanza. Quelli sindacali ed economici, quelli riguardanti il trattamento ai disoccupati, quelli “antifascisti” della libertà di organizzazione e di sciopero, e della difesa delle istituzioni proletarie. La situazione internazionale prepara anche la campagna “contro la guerra”, ben inquadrata nelle linee politiche rivoluzionarie del proletariato mondiale. La parola del governo degli operai e dei contadini potrà e dovrà, dinanzi alle prevedibili nuove crisi di governo e alle nuove elezioni, essere portata dai comunisti nel fronte unico con carattere di attualità, e per esempio votata da un Congresso dell’Alleanza del Lavoro. Indispensabile è però in un primo momento insistere vivamente sul grande valore anche di obiettivi modesti purché precisi, generali e familiari a tutta la massa, e sul fatto che la stessa riuscita di una campagna generale, di una grande agitazione e lotta simultanea del proletariato, in cui l’avversario sia costretto, se non ad arretrare almeno a fermare il suo slancio, sarà una grande conquista morale e materiale dei lavoratori, non solo per la preparazione di ulteriori battaglie sul nuovo e migliore schieramento, ma anche per un regime meno intollerante che succederebbe nella vita sociale quotidiana ad una affermazione del proletariato.

24) Quanto ai mezzi di azione dell’Alleanza del Lavoro, fondamentale resta quello dello sciopero generale nazionale di tutte le categorie, che affasci in sé tutte le vertenze sollevate dalla offensiva padronale. L’azione generale è l’unica tattica utile contro la particolare forma  di reazione che vi è in Italia: e l’ultima lotta sta ad indicare quali dovranno essere  i suoi coefficienti di successo, che il Partito Comunista aveva a tempo indicato ai capi della Alleanza del Lavoro man mano si svolgeva la loro opera rovinosa. Lo sciopero generale deve essere accettato in modo formale dall’Alleanza e dai partiti che dicono di sostenerla, e una vera propaganda – anziché una rabbiosa svalutazione – ne deve essere fatta in seno alle masse. L’ordine ne deve essere pubblico e coincidere con un momento saliente della lotta che interessa tutta una categoria o tutta una zona proletaria, attraendo l’attenzione del proletariato.

I collegamenti interni dell’Alleanza devono essere efficienti, in rapporto alla ben diversa organizzazione e costituzione che i comunisti per essa propongono. Inoltre devono gli organi supremi seguire lo sviluppo reale dell’azione proletaria, e non mai stroncare movimenti parziali per la prospettiva dello sciopero generale, che se li supera  e li integra non può negarli ed escluderli, anzi li deve naturalmente assorbire in sé in un crescendo di attività proletaria.

25) Il contegno del Partito Comunista fin quando l’organo del fronte unico non accoglie le sue proposte deve essere quello di mantenersi ben disciplinato e non minacciare di agire da solo e per suo conto, ma nello stesso tempo di condurre tra le masse una campagna intensa provocando nei sindacati e in ogni altra sede voti contro le tendenze prevalenti nel fronte unico e che ne paralizzano l’efficienza. Queste manifestazioni delle masse saranno utilizzate a migliorare incessantemente l’inquadramento e le posizioni del Partito in tutti gli organismi e nel fronte unico stesso, premendo continuamente per l’azione e per la sua migliore preparazione. Seguendo attentamente gli avvenimenti il P.C. indicherà ad ogni momento saliente della lotta proletaria il compito che la Alleanza del Lavoro dovrebbe e potrebbe esplicare, criticando deficienze ed esitazioni dei capi. Soprattutto questa propaganda sarà portata nei comitati della Alleanza stessa dai delegati comunisti.

Strategia del Partito Comunista

26) Il contegno del Partito Comunista quando gli organi responsabili del fronte unico, pur  non essendo in maggioranza comunisti, abbiano decisa l’azione, sarà di parteciparvi in ogni eventualità con il massimo slancio e la massima energia, nel tempo stesso facendo pervenire per via interna o per le dichiarazioni dei suoi delegati le sue riserve sul modo con cui l’azione è allestita, quando questo non corrisponda alle suggestioni date con la pubblica campagna comunista. Nel corso del movimento il Partito Comunista, tenendosene al corrente per mezzo dei suoi collegamenti interni, farà ad ogni momento le proposte opportune agli organi dirigenti. Se questi si accingessero a fermare il movimento durante un favorevole sviluppo di esso, il Partito Comunista eseguirà la disposizione per disciplina, salvo a riservarne  la responsabilità su chi malgrado il suo parere ha voluto emanarla. Nella sola ipotesi che la lotta avesse talmente spostato i rapporti delle forze da dare al Partito Comunista una influenza dominante, questo potrebbe forzare la situazione afferrando la dirigenza del movimento, tradito dai suoi capi primitivi.

27) Il Partito Comunista, che avrà fatto il possibile per far avvenire l’azione nelle circostanze che possono assicurare il successo proletario, dopo di esso ne farà una critica obbiettiva ma implacabile per le altrui responsabilità, traendone elementi per dimostrare la giustezza dei suoi metodi e la necessità che la gran massa del proletariato si inquadri sulla via che esso addita. Il Partito farà tutto il possibile al tempo stesso per attenuare le conseguenze di un insuccesso da altri provocato sulla organizzazione proletaria e sul morale della massa, opportunamente impiegandovi le proprie risorse.

28) Se il fronte unico accetti le proposte comuniste e se in ogni caso il movimento si affermi con successo, sarà compito precipuo del P.C. lo sfruttamento di questo, e soprattutto la dimostrazione che alla rivoluzione proletaria può essere necessario giungere per tappe successive, che aumentando il grado di preparazione materiale e ideale della classe lavoratrice, segnino un aumento della sua forza politica sia pure potenziale, dinanzi al potere borghese che dovrà essere abbattuto con la battaglia finale.

29) Nell’attuale situazione italiana il compito della riorganizzazione del fronte unico e di una nuova grande azione proletaria si presenta irto di difficoltà. Alle forze e alla combattività della classe dominante si è aggiunto il coefficiente disfattista  dell’azione degli opportunisti, e  di tante e tante correnti di un sedicente rivoluzionarismo. Tuttavia nella crisi generale dei valori nel campo proletario si vedono tutte le energie sane orientate verso il Partito Comunista, attratte dalla sua chiarezza di principi e dalla saldezza della sua organizzazione. La profondità della crisi economica, nel quadro della quale si formerà un nuovo governo probabilmente di destra, prepara al P.C. il compito di partito centrale di opposizione alla classe dominante, al   suo regime ed al suo governo.

Lo stesso fascismo divenuto da inquadramento militare partito di amministrazione, riceverà l’urto di un malcontento incontenibile. Malgrado le nefaste conseguenze di tradimenti passati, è possibile animare e organizzare questa rivolta delle folle esasperate su di una linea sicura di programma e di azione, che centuplicherà il rendimento di questo sforzo e della moltitudine tormentata e fremente farà una forza cosciente ed unita, realizzatrice della  rivoluzione comunista. Se l’ulteriore sviluppo della reazione renderà necessario un periodo ulteriore di difensiva durissima, tutto dà affidamento che anche in tale  caso e malgrado tutto, la bandiera del comunismo non verrà ammainata, e anche nell’aumentato infuriare della tempesta il proletariato italiano non perderà di vista la luce della sua meta suprema.      

 

[0] La prima parte della Relazione, l’unica a vedere la luce nei mesi stessi in cui venne scritta, fu pubblicata su Rassegna Comunista del 31 ottobre 1922. La seconda e terza parte furono pubblicate solo nel 1924, su Lo Stato Operaio del 6 marzo 1924, a documentazione delle divergenze che dividevano i dirigenti del partito italiano. Tutte e tre, in realtà, erano state scritte insieme, prima della fine di ottobre1922, sebbene non si possa escludere che l’ultima sia stata completata a Mosca. Nella premessa editoriale, Lo Stato Operaio ricorda come la relazione comprendesse « tre punti con allegati ». Quali fossero esattamente questi allegati non si può sapere. Per quanto riguarda la parte seconda, “L’opera del PCI fra il III e il IV Congresso dell’Internazionale Comunista”, Lo Stato Operaio omise quanto si riferiva a organizzazione interna, revisione, misure disciplinari, ecc., parti che si possono leggere nella “Relazione del Comitato Centrale”  al II Congresso del Partito. Poiché altri brani sono stati saltati, in alcuni casi abbiamo ritenuto necessario indicarli fra parentesi quadra o in nota. Sempre su Lo Stato Operaio, una nota introduttiva alla terza parte, il “Progetto di programma d’azione del Partito” indicava la necessità di tener conto della data in cui lo scritto era stato composto, “sebbene i principi di tattica generale in esso contenuti siano sempre stati propugnati dagli ex dirigenti del nostro partito”… L’intera Relazione, completata da alcuni altri materiali, è stata ripubblicata in volumetto, nel 1976, dalle Edizioni Iskra. Le note a piè di pagina sono nostre.

[1]  La risposta della Confederazione generale del lavoro, redatta da G. Baldesi, si legge oltre che nell’Avanti! in l’Ordine Nuovo, il 20 agosto 1921.  In essa dopo aver negato di conoscere l’esistenza di un Comitato sindacale comunista e averlo privato della rappresentatività di organizzati in seno alla CGL, Baldesi prende apertamente posizione contro lo sciopero generale, inopportuno in quel momento e contro le rivendicazioni proposte dai comunisti, del tutto demagogiche: “Sciopero generale in questo momento: nel momento cioè in cui la disoccupazione dilaga, in cui gli industriali si divertono nel fanciullesco ripicco della “serrata” di tanti giorni quanti possono essere stati quelli di sciopero, in cui un corpo di armati organizzati, protetti, impuniti, rifiuta di disarmare per meglio combatterci […]. Tutto ciò potremmo contentarci di dichiarare semplicemente puerile se non fosse una speculazione demagogica”.

E’ assurdo, secondo Baldesi, “non volere una legge che garantisca a tutti la conquista già fatta delle otto ore, ma lo sciopero generale, il quale (se vittorioso) terminerà con un concordato che potrebbe venire infirmato, oppure (se lo sciopero è perduto) vedere il bene di un anno andare via in un battere d’occhio e tornare la lavoro con l’orario prolungato e la fronte umiliata”.

La conquista di forti sussidi per i disoccupati, d’altra parte, “rappresenterebbe la fabbrica della disoccupazione e non il rimedio contro la disoccupazione. E’ la demagogia che non conosce confini”. Il problema è che le casse dello Stato sono vuote e si tratta di riempirle, “approvando le leggi in Parlamento, ove occorrono deputati che votino favorevolmente le proposte del genere”.

La contrapposizione, sintetizzando, è fra chi pone la sua fiducia nelle leggi passate attraverso il parlamento e chi invece ritiene che nella situazione determinata il governo e la classe dominante non possono o non vogliono concedere determinate “garanzie”.

La risposta di Armando Borghi per l’USI, pubblicata in l’Ordine Nuovo, 22 agosto, lascia aperta la possibilità futura di un fronte unico difensivo, senza assumere iniziative nel presente, giustificandosi con le esperienze negativa dei due anni trascorsi, quando si dimostrò impossibile organizzare il “fronte unico offensivo”: “Se voi riuscirete a piegare la Confederazione ad aderire all‘azione da voi proposta, noi, che v’incontreremmo in tal modo sulla nostra strada, saremmo ben lieti, lietissimi di entrare nell’azione generale”[nota della Redazione].

[2] Sul Convegno sindacale comunista di Milano si veda la mozione sulla tattica sindacale dei comunisti. Sulle direttive sindacali si possono inoltre leggere i due documenti Direttive dell’azione sindacale del partito comunista, dell’agosto, e Norme per l’azione sindacale, del novembre 1921, oltre che l’appello ai lavoratori organizzati nei sindacati per l’unità proletaria, del maggio precedente.

[3] Fra parentesi quadra abbiamo riportato la parte della “Relazione del Comitato Centrale” al secondo congresso del PCd’I – su cui si basa in gran parte questo testo – non inserita in questo rapporto per il quarto congresso dell’IC. Al congresso di Livorno della CGL, cui si fa riferimento, la mozione comunista, incentrata sulla rottura con Amsterdam e l’adesione all’Internazionale sindacale rossa e sulla rottura del patto di alleanza fra CGL e Partito socialista, ottenne 293.428 voti da parte delle Camere del Lavoro (mozione socialista 598.941).

La mozione comunista presentata a Verona riprende le stesse rivendicazioni formulate nella lettera alle organizzazioni sindacali nazionali con la sola aggiunta di quella del “controllo della organizzazione sulle assunzioni e i licenziamenti perché attraverso questi non sia frustrato il rispetto a tutti i punti precedenti.”

Infine la mozione proponeva “la nomina di un comitato di agitazione che immediatamente provvederà ad intendersi ed integrarsi con le rappresentanze degli altri organismi proletari nazionali e assumerà la coordinazione e la direzione del movimento sull’anzidetta piattaforma di rivendicazioni “ (cfr. l’Ordine Nuovo, 9 e 10 agosto 1921). Dopo il Consiglio di Verona il Partito comunista si rivolse ai lavoratori con un manifesto.

[4] Qui nella relazione del Comitato centrale si leggeva questa frase: “Esso può essere da noi considerato come nostra prima vittoria, nonostante si sia negato il diritto di rappresentanza tanto alla minoranza comunista della CGL e del SFI, quanto a quella che nell’USI sostiene l’adesione alla Internazionale sindacale rossa”.

L’Alleanza del Lavoro si costituì formalmente il 20 febbraio 1922 – in un periodo di crisi governativa – fra le seguenti organizzazioni sindacali: C.G.L., U.I.L., S.F.I., Federazione nazionale lavoratori dei porti. La precedette una riunione fra il Sindacato Ferrovieri, il Partito socialista, il Partito repubblicano, e l’Unione anarchica. L’atteggiamento del PCd’I fu di non intervenire alla riunione fra i “partiti di avanguardia”, ma di spingere alla costituzione dell’Alleanza del lavoro. Quando fu noto che il 15 febbraio si sarebbe svolta a Genova la riunione delle suddette organizzazioni sindacali (svoltasi poi dal 18 al 20), il Comitato esecutivo sindacale comunista scrisse una lettera alla CGL per chiedere che a tale riunione fosse presente una “rappresentanza molto larga e nominata sulla base proporzionale rispetto alle frazioni esistenti nel seno della Confederazione”. La risposta di D’Aragona fu negativa sulla base dell’argomento che: “non è possibile dare ad un comitato politico il diritto nominare i rappresentanti alle Confederazioni […]. I rappresentanti della Confederazione non possono essere nominati che dagli organi responsabili stabiliti dallo statuto”. (Cfr. Il Comunista, 21 febbraio 1922).

Il PSI poteva, da parte sua affermare in una comunicazione interna che l’Alleanza era “in gran parte anche opera della  cordiale spinta iniziale data dalla direzione del Partito alla costituzione dell’unione proletaria”(citato in A. Malatesta, La crisi socialista, Milano , s.d. , p. 215).

Gli scopi della Alleanza si possono ricavare dall’ordine del giorno:

“premesso che l’unione delle forze del lavoro, nella lotta contro il capitalismo, è condizione essenziale per il raggiungimento dell’emancipazione proletaria; considerato che detta unione maggiormente si impone nei momenti (come quelli che attraversiamo) in cui la violenza organizzata delle forze reazionarie si abbatte ciecamente sulle organizzazioni dei lavoratori allo scopo di distruggerle, privando cosi il proletariato dello strumento della propria difesa e della propria conquista; delibera di opporre alle forze coalizzate della reazione l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale delle classi lavoratrici, tanto sul terreno economico quanto su quello morale.

“Pel raggiungimento degli scopi di cui sopra i convenuti reputano opportuno di addivenire alla costituzione di un Comitato nazionale composto dei rappresentanti di tutte le organizzazioni alleate, col preciso incarico di attendere al coordinamento ed alla disciplina della azioni difensive della classe lavoratrice”.

[5] Si veda al riguardo la Relazione del CC per il secondo congresso del PCdI in cui è documentato il lavoro compiuto in questo periodo entro la Lega proletaria per la difesa degli interessi immediati dei reduci di guerra e nei principali scioperi avvenuti dalla serrata alla Fiat all’estensione della lotta sul piano nazionale; lo sciopero di luglio degli impiegati statali (“movimento di grande importanza politica in quanto segnò il fatto nuovo dell’ingresso nel arena della lotta di classe e dell’azione diretta della categoria più retriva  e più tipicamente piccolo-borghese quale è quella degli impiegati di stato”); lo sciopero dei lavoranti del legno (35 giorni) e quello dei lanieri (4 mesi); quello dei metallurgici lombardi che si chiude mentre si apre quello dei metallurgici della Liguria e della Venezia Giulia; lo sciopero politico antifascista a Roma “che determina per solidarietà lo sciopero dei ferrovieri del Mezzogiorno”; lo sciopero dei tipografi; quello “di non lieve importanza politica” a Torino, “In segno di protesta  contro la feroce condanna nel processo per avvenimenti svoltisi durante il periodo di occupazione delle fabbriche” ecc., ecc. “In tutti questi movimenti e negli altri minori ai quali non abbiamo particolarmente accennato – continua la relazione del C.C. – pur sapendo a priori che tali movimenti sarebbero stati impotenti a difendere efficacemente i lavoratori dall’attacco padronale, i comunisti hanno spinto alla proclamazione di essi e vi hanno partecipato in prima linea, e se ne sono anzi resi iniziatori là dove, essendo alla direzione degli organismi sindacali, con tale mezzo hanno ritenuto di poter attenuare le disastrose conseguenze della tattica disfattista e controrivoluzionaria dei socialdemocratici”.

[6] V. nota 4 e il cap. L’Alleanza del lavoro.

[7] Il secondo congresso del Profintern (Internazionale sindacale rossa) si svolse dal 19 novembre al 2 dicembre 1922 in concomitanza del IV congresso dell’Internazionale Comunista.

[8] Lo sciopero nazionale metallurgico durò 15 giorni e venne proclamato il 26 giugno, dopo che da tre settimane resisteva lo sciopero nazionale della categoria in Lombardia. Il Consiglio nazionale della F.I.O.M. si svolse a Genova il 16 e il 17 giugno. Il Consiglio nazionale confederale si svolse sempre a Genova dal 3 al 6 luglio.

Le diverse mozioni vi ottennero le seguenti votazioni: Confederalisti 537.351, Massimalisti 250.472, Comunisti 249.519, Terzinternazionalisti 34.784. I comunisti e i terzinternazionalisti fecero blocco e superarono cosi i voti dei massimalisti. I “confederalisti” non ottennero la maggioranza assoluta. I “brogli” cui si allude si basano sull’osservazione dello scarto fra i voti delle Camere del lavoro e delle Federazioni (i “confederalisti” ottennero rispettivamente 204.869 e 332.482, i comunisti 152.081 e 97.438) determinato dalle modalità della votazione.

[9] Al congresso di Milano del PSI (10-14 ottobre 1921) la frazione “terzinternazionalista” (Lazzari, Maffi, Riboldi) propose, senza ottenerlo, l’allontanamento dei riformisti per potere aderire all’Internazionale di Mosca. L’esito della votazione fu il seguente: mozione Turati-Baldesi: 19.916, mozione Serrati-Baratono : 47.628, mozione del “gruppo massimalista per la terza Internazionale “ : 3.765 voti. Inviati dall’I.C. parteciparono al congresso Clara Zetkin e Walecki che lesse una dichiarazione in cui fra l’altro si diceva: “Il congresso (…) mentre condanna verbalmente la collaborazione con la borghesia, la accetta e la raccomanda di fatto e costituisce una capitolazione di fronte ai riformisti”; in tal modo, il PSI si pone “coscientemente e definitivamente al di fuori dell’Internazionale Comunista” (Cfr. C.Zetkin ed E.Walecki, Il Partito socialista italiano sulla via del riformismo, Libreria Editrice del PCdI, 1921, Feltrinelli reprint pp. 78-79).

[10] Abbiamo indicato fra parentesi quadre i brani della Relazione del C.C. per il secondo congresso del partito, mancanti nella relazione per l’IC, utili per una più chiara indicazione dal punto di vista della direzione del partito. In tale relazione vi è anche l’allusione al passo fatto dall’Internazionale giovanile per attrarre una frazione della gioventù socialista (Cfr. Relazione del C.C. ecc. cit. , p. 21).

[11] Dopo violenti scontri fra i lavoratori e i fascisti e i carabinieri a Firenze, in cui trovava la morte l’organizzatore comunista Spartaco Lavagnini, un Appello contro la reazione fascista diceva:

La parola d’ordine del partito comunista è dunque quella di accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende, attrattavi irresistibilmente dal divenire della crisi mortale che la dilania; è di rispondere con la preparazione alla preparazione, con l’organizzazione all’organizzazione, con l’inquadramento all’inquadramento , con la disciplina alla disciplina, con la forza alla forza, con le armi alle armi (…). Mentre l’azione e la preparazione devono sempre più divenire effettive e sistematiche, lasciando ogni traccia di retorica demagogica, nella situazione che si è delineata fino a questo momento è inevitabile la constatazione che molto deve ancora compiersi perché la risposta proletaria agli attacchi dell’avversario assuma quel carattere d’azione generale e coordinata, che solo potrà assicurare la decisiva vittoria”. Sulla base di queste considerazioni e non dando alcuna fiducia a chi dirige gli organismi proletari, “i cui metodi e la struttura non possono condurre che a nuove delusioni”  la consegna del partito comunista era la seguente:

Oggi quindi il partito da ai suoi militanti la norma della resistenza locale su tutti i fronti dell’attacco dei bianchi, delle rivendicazioni dei metodi rivoluzionar della denunzia del disfattismo dei socialdemocratici che una psicologia debole ed errata potrebbe indurre i meno coscienti a considerare come possibili alleati nel pericolo” , (Cfr. Il Comunista, 6 marzo 1921 e Manifesti ecc. cit. p.33).

[12] Sulla questione degli “arditi del popolo” ritorna anche la terza parte. Anche qui, tuttavia riteniamo utile inserire la parte che in proposito era contenuta nella relazione del C.C. Per quanto si riferisce alla “relazione verbale” di cui si parla, è indubbio che vennero date informazioni ricevute sull’orientamento, le forze, i legami e le condizioni poste dagli “arditi del popolo”. Risulta d’altra parte che Bordiga chiese ai dirigenti dell’Internazionale se fossero disposti ad autorizzare il partito italiano ad affidare agli “arditi” o altre organizzazioni del genere, l’intera rete militare del partito. La risposta fu ovviamente negativa.

[13] La rivendicazione del “governo operaio” venne ripresa in tutti i manifesti e gli interventi del Partito comunista in quel periodo. Diamo alcuni brani significativi del manifesto del 2 luglio (cfr. l’Ordine Nuovo, 2 luglio 1922):

“Mentre gli scontri e le battaglie si estendono e si intensificano, e alla vigilia del Consiglio nazionale della Confederazione del lavoro, convocato per discutere le proposte di una parte dei dirigenti proletari, Il Partito comunista deve e vuole ancora una volta presentare alle masse il suo programma di azione, chiamando a  vagliarlo ed invitando a farlo proprio tutti indistintamente i lavoratori dell’industria e della campagna, siano o no comunisti, appartengano a questa o a quella organizzazione, a questo o a quel partito politico”.

     Il Partito comunista vuole la unità dei lavoratori nella lotta per la difesa della loro vita e del loro avvenire, e assolve con continuità e tenacia il suo compito di additare ad essi un programma di battaglia su cui si possa realizzare il concentramento effettivo di tutte le forze proletarie.

(…) Stabilita una simile intesa, un simile schieramento di difesa del fronte delle legittime esigenze proletarie, occorre impedire lo sfondamento di questo fronte da parte dell’ offensiva capitalistica, tener presente che cedendo su di un solo punto tutte le posizioni dovranno essere abbandonate, e scegliere un momento dell’attacco avversario per contrapporvi lo sciopero generale di tutte le categorie proletarie. In tal modo i lavoratori non scenderanno solo in lotta per impedire la sconfitta di un gruppo dei loro compagni particolarmente attaccato, ma la tempo stesso combatteranno la battaglia di tutti, poiché l’offensiva padronale o viene fronteggiata e fermata, o spietatamente si abbatterà su tutti i gruppi e le categorie dei lavoratori”.

     Dopo la critica alla tattica adottata dall’Alleanza del lavoro e dei capi dell’organizzazioni economiche che “sostengono la tattica del caso per caso e vi propongono una diversa via di uscita dalla tragica situazione in cui versate: la collaborazione parlamentare e governativa con una parte della borghesia” e dopo essersi rivolto ai “contadini popolari” chiedendo “quale difesa abbia fatto di essi il loro partito, partecipante in prevalenza a tutti i governi che fin qui si sono avuti, e che ha alimentato il flagello fascista” il manifesto continuava:

Ma tradiscono gli interessi della classe operaia e contadina non solo coloro che vogliono addormentarla e disarmarla nel miraggio della panacea collaborazionista, bensì anche quelli che, pur respingendo la collaborazione parlamentare, rifiutano di associarsi alla proposta comunista di lotta diretta e generale, e condividono la campagna per la pacificazione e il disarmo delle masse, il luogo di dire ad esse che se la via al collaborazionismo è illusoria, non resta che quella del contrattacco armato contro le bande fasciste e dell’inquadramento rivoluzionario del proletariato. “(…) Anche i comunisti hanno oggi per parola d’ordine: contro la collaborazione. Ma essi aggiungono che questa parola non vale nulla, se non è completata dai chiari termini di un programma positivo di azione. Contro la collaborazione, che è tradimento, è disfattismo, ma altresì per la lotta generale del proletariato italiano contro l’offensiva borghese, per l’azione degli operai e dei contadini contro il fascismo sul terreno degli stessi suoi mezzi di offesa. Questa è la parola dei comunisti al proletariato italiano.

     (…) Il Partito comunista addita al proletariato questo terreno concreto di una battaglia immediata, e gli addita la via che attraverso questo sbocco si apre e che dovrà essere vittoriosamente percorsa dalle falangi dell’armata operaia sorta alla riscossa: la guerra di classe contro le bande schiaviste, la lotta contro la politica reazionaria dello Stato e dei governi che oggi si succedono alla sua direzione, per giungere al governo degli operai e dei contadini.

      Per questo esso invita alla lotta i lavoratori di tutti i partiti che gli opportunisti vorrebbero invece attrarre nel vicolo cieco del compromesso colla borghesia (…)

Il lungo manifesto terminava con le seguenti parole d’ordine:

“Contro l’offensiva borghese con lo sciopero generale nazionale!

“Contro le bande bianche con i loro stessi mezzi di organizzazione e di azione armata!.

“Contro l’insidia della collaborazione borghese, per il governo degli operai e dei contadini!.

“Viva la rivoluzione proletaria! Viva il Comunismo!.

 

[14] Lo sciopero generale d’agosto venne proclamato dal “Comitato segreto d’azione” con il seguente comunicato:

      “I lavoratori di tutte le categorie, appena verranno a conoscenza del presente comunicato dovranno immediatamente abbandonare il lavoro. L’ordine di ripresa sarà loro comunicato per il tramite dei fiduciari delle Organizzazioni responsabili.

      Con la proclamazione dello sciopero il sottoscritto Comitato si propone come obbiettivo la difesa delle libertà politiche e sindacali minacciate dalle insorgenti fazioni reazionarie, le quali mirano –mediante la soppressione di ogni garanzia legale- allo schiacciamento delle Organizzazioni operaie, premessa necessaria per potere susseguentemente rimbalzare i lavoratori da uno stato di relativa libertà ad uno stato di assoluta schiavitù (…). Da una dittatura sostanziale se non anche formale (…) ne sortirebbe, oltrechè la soffocazione di ogni libera e civile manifestazione di pensiero e di movimento, la rovina del Paese.

     E’ stretto dovere di tutti gli spiriti liberi di spezzare, con il blocco delle unite resistenze, l’assalto reazionario, difendendo, in questo modo, le conquiste della democrazia e salvando la Nazione dal baratro in cui la follia dittatoriale, qualora –dannata ipotesi!- dovesse avere il sopravvento, la trascinerebbe immancabilmente.

    Dallo sciopero generale – compatto e severo - deve uscire un solenne ammonimento al Governo del Paese perché venga posto fine e per sempre, ad ogni azione violatrice delle civili libertà, che debbano trovare presidio e garanzia nell’imperio della legge.

     Nello svolgimento dello sciopero generale i lavoratori devono assolutamente astenersi dal commettere atti di violenza che tornerebbero a scapito della solennità della manifestazione e si presterebbero alla sicura speculazione degli avversari (…).

Dopo questo comunicato ,”L’Ordine nuovo” del 1 agosto 1922, faceva seguire poche righe : “Siamo nel momento dell’azione. Non discutiamo ora l’impostazione data allo sciopero dai dirigenti della lotta (…). La disciplina agli organi dell’Alleanza del Lavoro, che rappresenta il fronte unico dei lavoratori di tutti i partiti, sia assoluta (…). Ma aggiungeva che :” si deve considerare infamia e rottura del fronte unico proletario”  venire a patteggiamenti con il nemico.       

[15] L’ultimatum fascista era il seguente: “Diamo 48 ore di tempo allo Stato perché dia prova della sua autorità in confronto di tutti i suoi dipendenti e di coloro che attentano all’esistenza della Nazione. Scaduto questo termine il Fascismo rivendicherà piena libertà d’azione e si sostituirà allo Stato che avrà ancora una volta dimostrata la sua impotenza. Fascisti di tutta Italia, a noi! (Cfr. A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari 19745, vol. II, p. 341).

[16] Nel testo de Lo Stato Operaio manca una riga, dopo la parola interrotta passag- , che ricostruiamo secondo il senso logico.

[17] Già il 19 agosto il Sindacato nazionale ferrovieri decideva di uscire dall’Alleanza del lavoro, ma la decisione fu ritirata per la pressione della categoria. Il 23 agosto la decisione di lasciare l’Alleanza fu presa dal U.S.I. e il 30 fu la volta della U.I.L. di tendenze repubblicane (cfr. A. Tasca, op. cit., p. 482, nota 28. ). Il 6 ottobre 1922 avviene poi la rottura del “patto” che vincolava la C.G.L. al P.S.I., decisione che in quel momento, come notava il Tasca (p. 402) significava “una ritirata precipitosa davanti al nemico, di cui si eseguono le intimazioni, nell’illusione che gridando si salvi chi può si potranno limitare i danni ed evitare la rovina totale”.

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