Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Divisioni e polemiche nel campo proletario Amadeo Bordiga (Stato Operaio, 20 marzo 1924)

Di questo argomento si sente spesso parlare. Molti borghesi sembrano deplorare le scissioni nel campo operaio e socialista attribuendo ad esse i nostri insuccessi; mentre se mai se ne dovrebbero compiacere… Molti lavoratori, poi, ed è di questi che ci preme, sono proclivi a credere che in realtà le divisioni in tendenze e partiti diversi nel campo del proletariato abbiano facilitato il compito della reazione, quando addirittura non ritengono che le divisioni sono dovute soltanto ai dissensi personali e alla concorrenza dei capi. Da questo stato d’animo sorge la sfiducia e la rinunzia ad ogni attività di classe da parte di un certo numero di lavoratori, conseguenza deplorevole e pericolosa.

Faremo al proposito solo alcune brevi e semplici osservazioni. Anzitutto, non è vero che il fascismo abbia vinto in seguito alle scissioni del vecchio partito socialista. Tutti riconoscono che il periodo più favorevole alle lotte operaie è stato quello che va dal principio del 1919 all’autunno del 1920, epoca della occupazione delle fabbriche. Il periodo successivo, che si apre clamorosamente con i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna, il 21 novembre 1920, è quello dell’avanzata fascista e della ritirata proletaria. Ma la sconfitta del settembre di quell’anno, coronando una serie di errori commessi nei momenti più importanti e decisivi, costituisce già la condizione (…) irreparabile del proletariato. Fin allora il fascismo si è organizzato silenziosamente, mentre la politica democratica dei Nitti e dei Giolitti, favorita dal collaborazionismo dei capi socialisti al parlamento e nelle organizzazioni economiche, ha deviato la minaccia incombente del proletariato. Dopo il colpo mancino Giolitti-D’Aragona, grazie al quale i lavoratori senza un colpo di fucile sono abilmente fatti sloggiare dalle fabbriche occupate (e questa non è solo una nostra opinione, ma una confessione dei riformisti CHE SE NE SONO VANTATI), il fascismo può spiegare in campo aperto le sue forze e iniziare le spedizioni punitive in grande stile.

Tutte le cause della sconfitta, lo mostrano le date, non sono dunque nelle divisioni, ma nella falsa ed equivoca unità del vecchio partito. Comprendendo comunisti e riformisti, avvicinandosi nelle solite alleanze esteriori anche anarchici e sindacalisti, esso dava alle masse la falsa impressione di una preparazione e di una mobilitazione che in realtà non esistevano, mentre il prevalere dei destri negli organismi sindacali, il facile e pericoloso entusiasmo per i grandi successi nelle elezioni parlamentari e amministrative sabotavano ogni effettivo lavoro rivoluzionario. Su questo abisso che si scavava, il falso estremismo massimalista stese un velo, che impedì alla gran massa del proletariato di scorgerlo a tempo.

Lo scorsero a tempo i comunisti, colla loro critica all’andazzo di allora, che in un primo tempo sperò di farsi strada (non però nella modesta opinione di chi scrive) col convincere la pretesa maggioranza rivoluzionaria del partito a liquidare gli equivoci e agire con maggiore serietà, poi dovette indirizzarsi a preparare ed effettuare la costituzione di un vero partito rivoluzionario, attraverso la inevitabile scissione. Ci spingevano a questo gli insegnamenti di molti partiti e di molti episodi: i grandi partiti unitari, come quelli di Germania, di Francia, d’Austria, ecc., falliti vergognosamente allo scoppio della guerra mondiale, la vittoria rivoluzionaria in Russia perché il partito bolscevico si era separato a tempo da tutte le correnti equivoche e falsamente rivoluzionarie (socialisti, populisti, menscevichi, socialrivoluzionari ecc. ecc.), più tardi la sconfitta ungherese dovuta alla improvvida unione dei comunisti coi socialdemocratici, che sabotarono la dittatura operaia e così via.

Fare la scissione, unica via per sanare le colpe del vecchio partito, esigeva questo: prepararla nel vecchio partito, convincerne la Terza Internazionale che in un primo tempo poteva credere sincera l’adesione del partito socialista deliberata a Bologna, proclamarla, organizzare il nuovo partito, poi servirsi di questo per strappare le masse alla influenza dei capi riformisti e dare ad esse un inquadramento autonomo. Dall’estate del 1920 si è fatto questo lavoro; non si poteva più ARRIVARE PRIMA DEI FASCISTI, non diciamo alla rivoluzione proletaria, ma ad una effettiva mobilitazione offensiva-difensiva della classe operaia. La scissione dunque NON HA FATTO MALE: bensì NON HA POTUTO FARE TUTTO IL BENE CHE DOVEVA PERCHĖ AVVENUTA TROPPO TARDI.

Tutti i fatti posteriori alla scissione, che qui non esaminiamo, ma che siamo pronti a discutere con compagni lavoratori che serbino dubbi in proposito, confermano questo. La stessa scissione di Roma tra massimalisti e riformisti, avvenuta alla vigilia del trionfo del fascismo, dimostra come i massimalisti, ritardando col loro equivoco contegno una soluzione inevitabile, e avvalorando la tesi di una unità così falsa che nemmeno essi hanno potuto mantenerla, sono stati i veri responsabili del disastro; si prova facilmente come fino al luglio del 1922 essi si sono comportati come i protettori della dittatura riformista nella Confederazione e nella Alleanza del Lavoro.

Il dovere dei comunisti, perché il proletariato tragga almeno utili lezioni da così terribili prove, è di sviscerare queste responsabilità e chiamare a riconoscerle tutti i lavoratori, anche quelli che in perfetta sincerità si sono illusi. Il trionfo del fascismo non è che la conferma che i soli mezzi efficaci di lotta operaia sono quelli da noi comunisti sostenuti; ogni più semplice lavoratore, più che capirlo, lo constata oggi ad ogni momento.

Diremo solo un’ultima cosa della polemica tra socialisti e comunisti: a parte tutti questi argomenti, a parte la superiorità che ci deriva dal sostenere oggi le stesse cose che sostenevamo ieri e sempre, vi è un’altra considerazione assai facile da intendere. Noi accusiamo i socialisti di destra e sinistra di essere più o meno chiaramente responsabili della reazione borghese e troppo tiepidi difensori degli interessi proletari contro i padroni: picchiando su di essi, battiamo su un’incudine il cui ceppo è la borghesia e sono i partiti che stanno successivamente a destra dei socialisti, per dirla in maniera materiale. Invece, attaccando noi, spargendo veleno contro i comunisti, contro la Terza Internazionale, contro la Russia proletaria, è chiaro che i signori socialisti non hanno e sanno di non avere altro bersaglio che movimenti o istituzioni chiaramente ed esclusivamente basati sulla classe lavoratrice, su quella che ne è l’avanguardia, non solo come capacità e coscienza rivoluzionaria, ma come decisione nella lotta e disposizione ad affrontare senza tema i colpi più diretti dei nemici del proletariato.

Il lavoratore che giudica la polemica tra il giornale comunista e quello socialista, anche prima di essersi reso conto di tutte le questioni, alle volte abbastanza complesse e difficili, se vuole anche diffidare per principio e fino a prove esaurienti degli uomini che dirigono i partiti e scrivono i giornali, deve essere avvertito dal suo istinto di classe che non possiamo mai essere noi a fare il gioco della borghesia e a danneggiare per fini poco belli LA VERA ED EFFICACE unità della massa: l’unità per la lotta e per la rivoluzione.

 

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