Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Partito Comunista d’Italia Sezione dell’Internazionale Comunista (Archivio del Partito comunista internazionale) Relazione: Sul movimento sindacale in Italia dal mese di novembre 1921 al mese di settembre 1922

Comitato Esecutivo Sindacale

Piazzale Venezia-Milano-Palazzina ex Dazio

 

Milano, 1 settembre 1922

All’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa

Mosca

 

Cari compagni,

Come da vostra circolare in data 29 luglio 1922 pervenutaci il 23 agosto c.a. per mezzo dell’ufficio dell’Europa centrale di Berlino, vi trasmettiamo il rapporto sulla situazione del movimento sindacale in Italia.

In diverse occasioni vi abbiamo inviato relazioni parziali su determinati argomenti (relazioni pubblicate anche in parte della vostra rivista) per cui ci limiteremo a riassumere per sommi capi il contenuto delle nostre precedenti relazioni.

La caratteristica principale del movimento proletario italiano è ancora fornita dalla più feroce reazione delle bande armate fasciste e della classe padronale che tenta di ridurre in stato di schiavitù morale e materiale la classe lavoratrice. Da parte sua lo Stato, abbandonato ogni principio democratico, tollera e protegge gli assassini dei militanti delle organizzazioni e dei partiti di avanguardia, l’incendio delle Camere del Lavoro, Cooperative ed istituzioni proletarie classiste, la soppressione violenta della stampa operaia e sovversiva, ecc.

Per quello che riguarda l’attività specifica delle organizzazioni sindacali faremo un esame cronologico delle varie agitazioni operaie succedutesi negli ultimi dieci mesi, e cioè, dall’epoca del Consiglio Nazionale della Confederazione del Lavoro tenuto a Verona nei giorni 5, 6, 7, ed 8 Novembre 1921, l’esito del quale vi abbiamo già direttamente comunicato nella nostra relazione del 28 Dicembre 1921.

 

Lo sciopero generale in Liguria e nella Venezia Giulia

Il 1° Ottobre 1921 scadeva il concordato nazionale metallurgico strappato agli industriali un anno prima, all’epoca della occupazione delle fabbriche. Il Convegno Nazionale della Federazione Metallurgica tenuto a Roma l’8 Ottobre, respingeva con una piccola maggioranza la proposta avanzata dai comunisti di sostenere nazionalmente la lotta per la rinnovazione del concordato e passava alla nomina di un Comitato di agitazione composto di 4 socialisti e 4 comunisti il quale aveva il mandato di trattare con gli industriali.

Malgrado il parere contrario dei membri comunisti, il comitato di agitazione iniziava delle trattative regionali.

Avvenne così che, malgrado che i comunisti si rifiutassero di sottoscriverle, i membri socialisti – capitanati dall’onorevole Buozzi – firmavano una proroga del vecchio concordato con gli industriali della Lombardia, regione che conta il numero maggiore di operai metallurgici.

La firma del compromesso per la Lombardia, pregiudicava enormemente la posizione dei metallurgici delle altre regioni che venivano ad essere indeboliti di fronte agli industriali.

Infatti questi ultimi, nella Liguria e nella Venezia Giulia, non accettarono la proroga proposta dall’organizzazione costringendo gli operai allo sciopero. Il 15 Novembre le organizzazioni sindacali della Liguria – data la intransigenza degli industriali metallurgici – decidevano la proclamazione dello sciopero generale regionale di tutte le categorie, sciopero che veniva effettuato soltanto il 21 Novembre cessando due giorni dopo in seguito all’accordo che l’onorevole Buozzi – arbitro del ministro del lavoro – concludeva a Roma con gli industriali della Liguria. Nel concordato – firmato anche dall’organizzatore sindacalista Negro – si accettavano notevoli riduzioni di salario, per cui la massa metallurgica riprese il lavoro scontenta e disillusa per la sconfitta subita.

Continuava sempre compatto lo sciopero metallurgico nella Venezia Giulia. Le organizzazioni operaie di quella regione – dirette da comunisti – imitando il proletariato ligure, e nell’intento di rafforzare la resistenza operaia, proclamarono esse pure lo sciopero generale di tutte le categorie nella loro regione. Le autorità statali commisero arbitrii e violenze inaudite per tentare lo strozzamento del movimento riuscito compattissimo. Fu anche minacciata la proclamazione dello stato d’assedio che non venne fatta perché la sera del 27 Novembre il Consiglio Generale della Camera del Lavoro deliberava la chiusura dello sciopero. Anche i metallurgici della regione Giulia – dopo l’abbandono della lotta da parte di quelli liguri – dovettero subire riduzioni di salario.

Il nostro Comitato – che aveva seguito da vicino lo svolgimento dei movimenti suddetti – propose ufficialmente alla Confederazione del Lavoro la proclamazione dello sciopero generale nazionale di solidarietà con le regioni in lotta e contro la reazione. Naturalmente la nostra proposta non venne accolta dalla Confederazione del Lavoro.

 

Lo sciopero dei lanieri

Il 23 Novembre si riuniva in Milano il Convegno Nazionale della Federazione Operai Tessili per discutere circa lo sciopero nazionale delle maestranze laniere che durava da circa tre mesi.

Il Convegno invitava gli operai a riprendere il lavoro senza condizioni. Questa agitazione, finita con la più clamorosa sconfitta che mai si sia registrata nel campo operaio italiano, merita una rapida illustrazione.

La Federazione Operai Tessili – forte fino allo scorso anno di circa 150.000 aderenti – raggruppa nel proprio seno gli operai delle varie branche dell’industria –cotonieri, lanieri, filatrici e tessitrici in seta, addetti alla lavorazione della juta, della canapa, ecc. Le più importanti di queste branche sono i cotonieri ed i lanieri. Nell’Agosto dello scorso anno si dovevano rinnovare i contratti di lavoro dei cotonieri e dei lanieri.

Non raggiungendosi l’accordo con gli industriali la Federazione dette ordine di sciopero ai cotonieri, ordine revocato in seguito alla conclusione di un accordo – per la sola categoria dei cotonieri – con il quale si accoglieva una riduzione della paga del 20%. Il concordato concluso dai dirigenti socialdemocratici della Federazione incontrò una violenta ostilità nella massa operaia che in parecchie importanti località (Gallarate, Legnano, Busto Arsizio, Varese, Luino, Vicenza, Pordenone, ecc.) non ne accettò l’applicazione e si pose in sciopero per ottenere migliori condizioni di salario.

Questi scioperi isolati che durarono alcune settimane si chiusero con la accettazione da parte operaia di una riduzione sulle paghe del 10% anziché del 20% come avevano concordato i dirigenti federali.

Restavano però ancora in campo i lanieri per i quali non si era concluso nulla. Gli industriali di questa industria, evidentemente rafforzati dalla sconfitta degli operai cotonieri e dal principio di disgregazione della organizzazione, furono assolutamente intransigenti insistendo sulla richiesta di forti riduzioni di salario. Si addivenne così alla proclamazione dello sciopero nazionale di quella importante e numerosa categoria operaia, la quale fu abbandonata a se stessa dai capi responsabili del movimento. Si aggiunga a questo la bestiale e violenta offensiva sferrata dagli industriali che si servivano delle guardie bianche e dei mezzi più brutali – sorretti dalla sfacciata connivenza dello Stato – per fiaccare la resistenza operaia. Malgrado tutto però lo sciopero proseguì per circa tre mesi fin tanto che, vista inutile ogni ulteriore resistenza, la Federazione Tessile deliberava nel convegno di cui abbiamo accennato, di invitare gli operai a cessare la lotta senza alcuna condizione. A titolo di documentazione riportiamo l’ordine del giorno di aspra critica ai dirigenti federali presentato dai comunisti in quella riunione.

 

Il Congresso nazionale della FIOT convocato in Milano il giorno 23 Novembre 1921 per discutere in merito allo sciopero generale nazionale delle maestranze laniere, che da circa tre mesi lottano energicamente contro la tracotante, cinica e bestiale offensiva del padronato tendente allo stroncamento delle organizzazioni di classe e a ridurre in conseguenza la massa operaia alla più obbrobriosa schiavitù morale e materiale, richiamandosi all’ordine del giorno presentato dal Gruppo comunista nel consiglio nazionale dei giorni 16 e 17 Agosto del corrente anno e nel quale si affermava non potersi affrontare con successo l’offensiva padronale se non coordinando l’opera di tutte le Federazione di mestiere avviandole su una linea di lotta decisamente rivoluzionaria che avrebbe dovuto sboccare nello sciopero generale nazionale di tutte le categorie contro i tentativi reazionari della classe dominante;

Considerato che lo sviluppo successivo dell’offensiva borghese ha pienamente dimostrato il fallimento della tattica del caso per caso, propugnata e seguita dai dirigenti riformisti delle grandi organizzazioni sindacali, ed implicitamente confermato la bontà del metodo d’azione generale di tutto il proletariato sostenuto dei comunisti;

Considerato che la triste condizione nella quale sono stati posti gli operai lanieri è conseguenza della funesta tattica confederale condivisa ed appoggiata dagli attuali dirigenti della FIOT;

Mentre plaude alla eroica e disciplinata resistenza delle maestranze laniere che, attraverso ammirabili sacrifici ed insidie di ogni genere, seppero dimostrare quanto in esse sia radicato il sentimento delle rivendicazioni classiste;

Le invita a rinsaldare sempre più le file dell’organizzazione, e, traendo ammaestramento dalle battaglie trascorse, agire per imprimere ad esse le chiare direttive rivoluzione imposte dall’acuirsi della lotta di classe nell’attuale situazione sociale;

Respinge qualsiasi riconoscimento di decantate “situazioni di fatto” dovute subire dalle maestranze, e delibera di svolgere la più intensa propaganda e la più oculata azione onde affrontare con successo le immancabili lotte del prossimo domani”.

 

Sciopero generale a Roma

Verso la fine del mese di Ottobre i fascisti convocarono il loro congresso nazionale a Roma. Dopo il congresso essi intendevano tenere una grande manifestazione ed all’uopo fecero affluire in Roma le squadre di azione di ogni centro d’Italia. Queste squadre arrivando alla capitale provocarono gravissimi incidenti con i ferrovieri. Venne perciò immediatamente proclamato lo sciopero generale che durò alcuni giorni e che si chiuse soltanto dopo che i fascisti abbandonarono la città. A questo meraviglioso movimento parteciparono entusiasticamente i ferrovieri i quali, mentre durava lo sciopero delle altre categorie di operai, si rifiutarono di eseguire l’ordine della ripresa del lavoro emanato dalla Centrale del loro sindacato ed affidarono ai comunisti la dirigenza della loro organizzazione. Ai ferrovieri romani si univano intanto per solidarietà i compagni di Napoli, Palermo, Reggio Calabria e di altre località dell’Italia meridionale. Chiuso lo sciopero generale a Roma e mentre i ferrovieri romani potevano riprendere indisturbati il lavoro, quelli delle altre località furono costretti a continuare l’agitazione perché la direzione delle ferrovie intendeva applicare contro di essi le sanzioni disciplinari contenute nel regolamento. La centrale del sindacato dei ferrovieri invitata ad interessarsi della questione non seppe prendere posizione decisiva contro il primo tentativo di reazione governativa ai danni della massa ferroviaria, cosicché il governo poté applicare le sanzioni disciplinari contro gli scioperanti addivenendo anche al licenziamento di alcuni fra i più noti dirigenti del movimento ferroviario di quelle regioni.

Fu appunto in seguito ai fatti sopra accennati che il Sindacato Ferrovieri – pressato continuamente dai comunisti perché agisse in difesa dei colpiti, e per la risoluzione di importanti questioni di categoria rimaste sospese – iniziò le pratiche per la costituzione del fronte unico fra le diverse organizzazioni proletarie.

 

L’Alleanza del Lavoro

Infatti, dopo numerosi approcci e superando numerose difficoltà dovute soprattutto alla cattiva volontà degli organizzatori socialdemocratici, si addivenne alla convocazione di una riunione generale fra i vari organismi sindacali agenti sul terreno della lotta di classe. La riunione annunciata per il 15 Febbraio a Genova ebbe luogo invece a Roma il 20 dello stesso mese. È interessante fare qualche considerazione circa il rinvio ed il cambiamento della sede di questa conferenza intersindacale.

Il Consiglio Direttivo della Confederazione Generale del Lavoro, composto nella sua grande maggioranza di socialdemocratici collaborazionisti, aveva votato nella riunione tenuta in Gennaio e malgrado il parere contrario della direzione del P.S.I. rappresentato da Serrati, un o.d.g. invocante dal partito l’adozione della tattica collaborazionista. I Dirigenti Confederali perciò accolsero l’invito di partecipare alla sopra accennata conferenza intersindacale col proposito di rafforzare, sia nei riguardi del Partito Socialista, sia nei riguardi dei partiti avversari, la loro tattica collaborazionista. Essi chiesero ed ottennero il trasloco della conferenza da Genova a Roma, perché proprio mentre essa doveva svolgersi si iniziava la crisi ministeriale con le dimissioni del Ministero Bonomi. Il gioco collaborazionista dei dirigenti confederali non poteva essere più chiaro, e fu rilevato dalla stampa comunista.

Comunque il nostro Comitato si dichiarò immediatamente disposto non solo ad appoggiare il primo tentativo di fronte unico ma ad assumere anche la corresponsabilità sulla dirigenza del nuovo organismo, in proporzione alle forze da esse rappresentati in seno alla Confederazione Generale del Lavoro. A questo scopo, appena la notizia della conferenza fu resa pubblica, inviamo alla C.G.d.L. la seguente lettera:

 

Partito Comunista d’Italia - Sezione dell’Internazionale Comunista

Comitato esecutivo Sindacale

Milano 11 febbraio 1922

Alla Confederazione Generale del Lavoro

Milano

 

Sappiamo che per il 15 Febbraio è indetta a Genova una riunione delle grandi organizzazioni sindacali italiane, per costituire una alleanza nella lotta contro l’offensiva del padronato.

Vi domandiamo se ad una riunione così importante e dalla quale deve uscire una effettiva intesa per l’azione comune di tutte le organizzazioni affiliate alle centrali sindacali, non crediate opportuno invitare una rappresentanza molto larga e nominata sulla base proporzionale rispetto alle frazioni esistenti nel seno della Confederazione.

Non dubitiamo che aderirete a questo concetto, e vi domandiamo ufficialmente di mandarci la nomina dei delegati per la minoranza che fa capo al nostro Comitato, e che si affermò al Consiglio Nazionale di Verona sulle nostre proposte, sicuri che non troverete ingiustificata una simile richiesta.

Vi preghiamo di farci tenere una urgente risposta.

F.to Nicola Cilla”

 

Dopo tre giorni la Confederazione rispose in questi termini:

 

Confederazione Generale del Lavoro

Milano 14 febbraio 1922

 

Al Partito Comunista d’Italia

Milano

 

Lo statuto della Confederazione Generale del Lavoro stabilisce quali sono gli organismi che la rappresentano.

Non è possibile dare ad un Comitato politico il diritto di nominare i rappresentanti della Confederazione. Se ciò consentissimo per voi, dovremmo consentirlo per tutti gli altri Comitati politici che sono costituiti e che vorranno costituirsi, annullando così ogni autorità e possibilità di funzionamento degli organismi responsabili.

Al Consiglio Nazionale di Verona vi furono rappresentanti di Camere del Lavoro e di Federazioni che votarono pro e contro l’attuale indirizzo confederale; nessun Comitato vi ha potuto partecipare e votare non essendo ciò consentito dallo statuto.

I rappresentanti della Confederazione non possono essere nominati che dagli organi responsabili stabiliti dallo statuto.

F.to D’Aragona”

 

La conferenza, abbiamo detto, si tenne il 20 Febbraio a Roma ed in essa venne votato il seguente ord. del giorno che segnava la costituzione dell’Alleanza del Lavoro.

 

I rappresentanti delle organizzazioni operaie che agiscono sul terreno della lotta di classe (Confederazione Generale del Lavoro, Unione Sindacale Italiana, Unione Italiana del Lavoro, Sindacato Ferrovieri, Federazione Nazionale Lavoratori dei Porti);

Premesso che le forze del lavoro nella lotta contro il capitalismo è condizione essenziale per il raggiungimento dell’emancipazione proletaria;

Considerando che detta unione maggiormente si impone nei momenti(quale è quello che attraversiamo) in cui la violenza organizzata delle forze reazionarie si abbatte ciecamente sulle organizzazioni dei lavoratori allo scopo di distruggerle, privando così il proletariato dello strumento della propria difesa e della propria conquista;

Delibera di opporre alle forze coalizzate della reazione l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale della classe lavoratrice tanto sul terreno economico che su quello morale;

Per il raggiungimento degli scopi di cui sopra, i convenuti reputano opportuno addivenire alla costituzione di un Comitato Nazionale composto di rappresentanze di tutte le organizzazioni alleate, col preciso incarico di attendere al coordinamento e alla disciplina dell’azione difensiva della classe lavoratrice.

Il Comitato Nazionale inizierà il suo funzionamento con la compilazione di un programma pratico di attività (senza escludere alcun mezzo di azione sindacale, compreso lo sciopero generale), che valga a sollevare le depresse energie del proletariato, e trasfondere in esso la persuasione che mediante l’unione combinata dei propri sforzi si renderà prontamente possibile la ripresa del libero esercizio delle proprie funzioni sindacali e politiche.

Il Comitato sarà composto di due rappresentanti per ciascuna organizzazione alleata ad eccezione per la Confederazione Generale del Lavoro che ne nominerà cinque, tenuto conto della entità numerica dei propri aderenti e della necessità di far posto nel Comitato stesso alle rappresentanze delle più importanti categorie federate.

I rappresentanti saranno nominati dalle rispettive organizzazioni.

Le deliberazioni del Comitato, quando siano prese con unanime consenso dei delegati, impegnano tutte le organizzazioni alleate.

Le organizzazioni comunicheranno il nome dei propri rappresentanti al Sindacato ferrovieri con sede in Bologna, il quale provvederà alla convocazione della prima seduta del Comitato Nazionale”.

Il Partito Comunista pubblicava immediatamente una dichiarazione con la quale esso si dichiarava lieto della avvenuta costituzione della Alleanza del Lavoro alla quale prometteva il massimo appoggio anche se i dirigenti di essa fossero dei nostri avversari politici, e ciò in omaggio alla tattica del fronte unico sindacale sempre sostenuta.

Il nostro Comitato da parte sua chiedeva nuovamente alla Confederazione del Lavoro, con una lettera in data 24 Febbraio, il diritto di rappresentanza proporzionale nel Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro. Questo ci veniva negato per la seconda volta cosicché non potremmo mai direttamente partecipare alla vita dell’Alleanza del Lavoro.

Successivamente il nostro Comitato, unitamente al Comitato Esecutivo del Partito, lanciava un manifesto ai lavoratori, nel quale, dopo avere riaffermato la nostra adesione e la nostra disciplina all’Alleanza del Lavoro, si formulavano alcune proposte pratiche per il fronte unico proletario, affinché divenisse veramente tale, e perché per mezzo di esso le masse fossero chiamate all’azione.

Vi uniamo allegato n° 1 copia del manifesto (Sindacato Rosso – Anno 2° n° 11 – 18 Marzo 1922).

 

Contro il Congresso dell’Internazionale di Amsterdam e per le manifestazioni del 20 aprile

In previsione del Congresso della Federazione Sindacale Internazionale di Amsterdam sul nostro “Sindacato Rosso” avevamo iniziata una vivace campagna contro la stessa Federazione di Amsterdam a base di numerosi articoli, note polemiche, pubblicazioni di documenti, di vivaci note biografiche, dei maggiori esponenti dei gialli, ecc. La campagna avrebbe dovuto culminare in una serie di manifestazioni pubbliche che si dovevano tenere contemporaneamente nei maggiori centri proletari nei giorni 20 e 21 Aprile, data di apertura del Congresso Internazionale di Roma. Il lavoro preparatorio per queste manifestazioni procedeva intensissimo cosicché ben 50 comizi pubblici erano già organizzati quando – per mezzo del compagno Bordiga che si trovava a Berlino – ci giunse l’ordine dal nostro ufficio di Berlino di sospendere tali manifestazioni in seguito all’accordo raggiunto fra le tre Internazionali in quei giorni riunite a Berlino. Appena a conoscenza delle deliberazioni della conferenza fra le tre Internazionali per la convocazione di grandi comizi nei giorni dal 20 al 30 Aprile, il nostro Comitato invitò l’Alleanza del Lavoro – organismo unitario della classe operaia già esistente in Italia – a farsi essa stessa iniziatrice della convocazione dei comizi. A tale scopo inviammo la lettera che segue:

 

Milano, 11 aprile 1922

Alla Segreteria dell’Alleanza del Lavoro

Bologna

 

Compagni,

La Conferenza delle Tre Internazionali testé chiusasi a Berlino ha trovato una base di accordo ed una possibilità comune di azione nella proposta di convocazione di grandi comizi in ogni paese, nei quali dovranno svolgersi ed agitarsi alcuni problemi di interesse urgente, immediato e generale per la classe lavoratrice intera.

Con tale proposta si è cercato di predisporre il terreno ad una futura e più vasta unità di azione dei lavoratori che possono trovare la prima ragione del loro raggruppamento nella difesa dei principi elementari della resistenza individuale e della convivenza collettiva.

Per iniziativa delle organizzazioni di classe italiane, tale tentativo di fusione delle lotte proletarie ha già trovato una sua forma concreta nell’Alleanza del Lavoro, la cui costituzione ha posto il nostro paese all’avanguardia della controffensiva anticapitalistica.

La deliberazione di Berlino tende alla costituzione di un fronte unico proletario; ebbene esso, sia pure in maniera ancora embrionale, è già stato creato in Italia, ed ogni convocazione di comizi cui l’Alleanza del Lavoro procede nei vari centri d’Italia, costituisce una manifestazione di questa già esistente e progressiva unificazione.

Per questa ragione noi pensiamo che l’Alleanza del Lavoro presenti tutti i requisiti necessari per divenire in Italia la esecutrice dei deliberati di Berlino procedendo alla convocazione di comizi nei quali dovrà affermarsi la precisa volontà del proletariato italiano sui seguenti capisaldi:

1. La giornata di otto ore

2. La disoccupazione e la responsabilità della politica delle riparazioni.

3. L’azione comune del proletariato controffensiva del capitalismo.

4. Difesa della Rivoluzione Russa.

5. Aiuto agli affamati russi.

6. La ripresa delle relazioni commerciali e diplomatiche con la Russia dei Soviet.

7. Fronte unico nazionale ed internazionale.

Vi proponiamo quindi in conseguenza di prendere l’iniziativa diramando le istruzioni per la sollecita preparazione delle manifestazioni.

Fraterni saluti

p. Il Comitato Esec. Sind. Comunista

F.to Nicola Cilla”

 

A questa lettera però l’Alleanza del Lavoro non rispose cosicché l’iniziativa dei comizi deliberati dalla conferenza di Berlino fu presa all’ultima ora dal nostro partito. Per la affrettata preparazione però le manifestazioni non poterono essere numerose ed avere quella imponenza voluta dall’eccezionale importanza di esse.

 

Primo Maggio

Lo sciopero generale nella giornata del primo Maggio (dichiarata festiva dal governo) esteso ai servizi pubblici, si svolse compattissimo malgrado che la reazione infuriasse più che mai violenta in ogni provincia d’Italia. Le masse operaie avevano risposto con uno slancio insperato, dando alla tradizionale “festa del lavoro” un carattere di protesta contro la imperversante reazione reazionaria del padronato, delle bande fasciste e dello Stato.

La giornata del primo Maggio fu però funestata da gravissimi incidenti.

In ogni località le manifestazioni operaie furono turbate o violentemente impedite dalla polizia dello Stato e dalle guardie bianche della borghesia.

In alcune località a molti lavoratori furono uccisi, feriti, bastonati, arrestati. I morti nella Giornata del Lavoro furono, in tutta Italia, circa una ventina.

Il Comitato Sindacale Comunista, appena avuta notizia dei tragici avvenimenti del Primo Maggio, ha trasmesso alla Confederazione Generale del Lavoro l’invito che più sotto riportiamo, affinché essa, direttamente rappresentata nel Comitato dell’Alleanza, sostenesse la proposta, già approvata dalle principali Camere del Lavoro d’Italia e dallo stesso Comitato Sindacale, per la proclamazione dello sciopero Generale Nazionale.

Ecco l’invito:

Raccomandata a mano: Urgentissima.

Alla Confederazione Generale del Lavoro

Milano

Notizie pervenute da molti centri d’Italia, sia direttamente che per mezzo della stampa, ci rendono edotti che la giornata del Primo Maggio si è svolta quasi ovunque attraverso la opposizione violenta delle forze armate dello Stato e della guardia bianca. Lavoratori inermi sono stati aggrediti, percossi ed uccisi. In molte località come Milano, Torino, Trieste, Bologna, Roma, ecc., le manifestazioni di popolo sono state proibite, in tal’altre sono stati proibiti persino i comizi, in tal’altre ancora (come a Melegnano) delle Amministrazioni Comunali sono state sciolte, violando perfino ogni normale procedimento legale, perché nella “giornata del lavoro” avevano esposta alla bandiera rossa.

In questi fatti noi abbiamo ragione di ravvisare una precisa violazione di quelli che sono – nella lettera e nello spirito – i postulati di difesa sulla base dei quali si è costituita l’Alleanza del Lavoro. Crediamo quindi opportuno invitarvi a voler sottoporre d’urgenza al Comitato dell’Alleanza del Lavoro, nel quale siete direttamente rappresentati, la proposta di proclamazione, immediata e senza termine fisso, dello sciopero generale nazionale di tutte indistintamente le categorie dei lavoratori compresi gli addetti ai pubblici servizi, quale adeguata protesta alle violenze subite e come unico mezzo per imporre alla classe dominante il riconoscimento ed il rispetto delle conquiste e dei diritti dei lavoratori.

Certi che questa nostra proposta, che vi facciamo a nome di tutti gli operai che seguono le direttive comuniste e organizzati nelle file della Confederazione Generale del Lavoro, sarà da voi sollecitamente accolta.

Con perfetta osservanza

p. il Comitato Sindacale Esec. Comunista

Pietro Tresso”

 

Naturalmente i capi della Confederazione e dell’Alleanza del Lavoro non si curarono neppure di rispondere alla nostro lettera! E un’altra volta i delitti della classe padronale e le violenze antiproletarie dello Stato restano senza alcuna protesta!

 

Agitazioni, scioperi, reazione

Fin dal mese di Febbraio era scoppiato – sempre per le proposte industriali di riduzione del salario – lo sciopero nazionale dei ceramisti.

I lavoratori di questa categoria hanno combattuto una lotta eroica contro l’ingordigia degli industriali, lotta durata per ben 5 mesi e terminata con la parziale sconfitta degli operai. Una delle zone più importanti – Sesto Fiorentino – dove lavoravano circa 1500 operai ceramisti, ha defezionato dopo circa un mese dall’inizio dello sciopero per le inaudite violenze dei fascisti e per il tradimento dei dirigenti locali che – all’insaputa della massa che resisteva eroicamente – stipulavano un accordo con gli industriali accettando la riduzione dei salari, e compromettendo così le sorti della battaglia degli operai delle altre località.

Altri importanti movimenti di operai sono avvenuti nella categoria degli edili.

In previsione della scadenza dei contratti di lavoro, scadenza che è avvenuta in quasi tutte le regioni d’Italia nel mese di Aprile, gli imprenditori e i capimastri di tutta Italia avanzarono alla Federazione Edile richieste di riduzioni dei salari e di aumento di ore di lavoro mediante la formula del “recupero” di quelle perse a causa delle condizioni atmosferiche che impediscono generalmente la prosecuzione dei lavori nei cantieri. Gli industriali chiedevano che durante l’annata i muratori lavorassero complessivamente 2496 ore, cosa che, se accolta, avrebbe portato alla giornata normale media di 10 e 11 ore lavorative tenuto conto delle immancabili interruzioni dovute alle condizioni climatiche e specialmente sfavorevoli nella stagione invernale.

La violazione del principio delle otto ore era tanto palese quanto brutale. Gli imprenditori e capimastri inoltre suffragavano la loro richiesta di diminuzione dei salari con il pretesto della diminuzione del costo della vita per la necessità di ridurre il costo della produzione. A vantaggio di chi andasse questa riduzione è facilmente intuibile quando si pensi che il costo dei materiali è diminuito in media di circa il 20% mentre i canoni di affitto delle nuove costruzioni sono enormemente aumentati ed in misura assolutamente sproporzionata agli inasprimenti fiscali subìti dai proprietari di esse.

I dirigenti riformisti della Federazione edile accettarono la discussione in contraddittorio con gli industriali sui pericolosi principi della riduzione salariale e del “recupero”. Posti su questo terreno essi cedettero in parte alle pretese industriali e conclusero in alcune località sulla base di una notevole riduzione di caro-viveri e dell’aumento delle ore lavorative nella stagione estiva mascherato dalla sibillina formula sostenuta dal padronato. In parecchie località però la massa (come Milano, Firenze, Pistoia, Alessandria, Cremona, ecc.) respinse tali accordi conclusi dai capi sindacali della Federazione edile affrontando in difficilissime condizioni la lotta per il rispetto integro dello spirito e della lettera dei vecchi patti di lavoro.

A Milano, Firenze, Pistoia, Cremona, ecc., gli operai proclamarono lo sciopero. La Federazione edile incurante degli interessi vitali dei propri organizzati, ha abbandonato questi operai ai propri destini alla testa dei quali si sono posti però coraggiosamente ed educatamente i dirigenti comunisti scelti fra gli stessi operai.

Malgrado però il sabotaggio federale questi scioperi, durati per circa due mesi, si chiusero ottenendo condizioni assai migliori di quelle accettate dei capi della Federazione. Il principio delle otto ore venne completamente salvato a Firenze, Cremona, Pistoia, ecc., mentre a Milano, per inopportuno intervento socialdemocratico, esso fu in minima parte sacrificato avendo gli operai accettato un prolungamento della giornata di lavoro per mezz’ora in due mesi estivi dell’anno.

 

Lo sciopero generale dei metallurgici

Di questa grandiosa lotta dei metallurgici italiani – chiusa prima che essa entrasse nella fase decisiva, per il tradimento dei capi socialdemocratici – conviene parlare un po’ diffusamente anche perché essa ha indubbiamente segnato l’inizio della riscossa del proletariato, che non ha ancora raggiunto la sua fase vittoriosa ma che è nell’animo e nella volontà di tutti i lavoratori.

Gli operai metallurgici, subito dopo la conclusione dell’armistizio, sono stati i primi a partire in lotta contro il padronato per la conquista delle otto ore. La grandiosa battaglia si è conclusa con la piena vittoria proletaria che ha avuto l’effetto di scuotere tutte le altre categorie di lavoratori, che a loro volta riuscirono ad imporre al padronato il riconoscimento della giornata di otto ore. Gli operai metallurgici sono stati però anche i primi a dover subire l’urto della reazione borghese. Dopo che le bandiere rosse furono tolte dalle ciminiere delle officine, dopo di aver dovuto subire la smobilitazione, essi dovettero affrontare, abbandonati e depressi, l’assalto delle forze del capitale che ebbero buon gioco di compiere la loro completa mobilitazione e di rimettere in completa efficienza il loro apparato di dominio e di oppressione della classe lavoratrice.

Ai licenziamenti immediati, limitati a un ristretto numero di operai, seguirono i licenziamenti su alta scala e le eliminazioni sistematiche degli operai sovversivi e dei migliori militanti nelle file dell’organizzazione, gettati brutalmente sul lastrico ed obbligati ad emigrare di città in città alla ricerca di un qualche mezzo per campar la vita alla meno peggio. I padroni non ricorsero più a diversivi anche grossolani: essi cinicamente e freddamente hanno proceduto contro gli operai sovversivi soltanto perché tali che la magistratura, per conto proprio, provvede a relegare nelle galere i combattenti del Settembre 1920. Ai licenziamenti è seguito l’ingaggio di crumiri attraverso i cosiddetti sindacati economici, crumiri ai quali viene demandata anche la funzione di spiare le opinioni politiche degli operai allo scopo di denunciare alla direzione coloro fra essi che, per avventura, manifestassero simpatia per il comunismo ed i comunisti.

La reazione industriale mirava però a conseguire ben altri risultati. I salari degli operai dovevano essere salassati in misura vistosa. E, per vero dire, il padronato metallurgico ha proseguito audacemente il piano. Fin dal Gennaio dello scorso anno esso dichiarò che non intendeva più oltre rispettare il recentissimo concordato (concluso soltanto nel precedente mese di ottobre) e che di conseguenza non avrebbe più concesso gli aumenti di caro vita contemplati nel suddetto concordato e che si venivano verificando in misura notevolissima. La Federazione Metallurgica, preoccupata di dimostrare il proprio pentimento per aver ordinata l’occupazione delle fabbriche, non si oppose ai propositi degli industriali, e gli operai dovettero subire di conseguenza i sempre maggiori gravami del costo della vita senza riceverne nessun compenso.

Il padronato, sempre rinvigorito dalla direzione dei capi della organizzazione, procedette senza alcun ritegno a gravissime riduzioni sui cottimi, costringendo di conseguenza gli operai a un faticoso lavoro in cambio di un compenso notevolmente ridotto. Si giunge così alla scadenza dei concordati quando questi più non erano rispettati né nella lettera né nello spirito.

Il diversivo della proroga concessa dagli industriali si è dimostrato nella esperienza un trucco alla buona fede delle maestranze. Quasi ovunque infatti esse hanno dovuto subire l’imposizione di altre riduzioni di salario. Gli operai presi isolatamente, impreparati, e soprattutto abbandonati a se stessi, dovettero sottostare in qualche località, dopo coraggiose e alquanto sfortunate agitazioni e scioperi, alle pretese dei padroni. Le successive proroghe hanno trovato così la maestranza disorientata, disillusa e sacrificata anche a dover subire le riduzioni di lavoro per la mancanza di energia elettrica.

La scadenza dell’ultima proroga ha trovato le condizioni dell’industria migliorate, in quanto gli stabilimenti lavoravano in piena efficienza. Ma scadeva però la proroga di un concordato diventato una burla in quanto esso è stato così sfacciatamente calpestato da uno dei contraenti: gli industriali. I quali però, forti della loro posizione di prevalenza e dell’apparato offensivo da essi costituito, non si sono accontentati delle conquiste ottenute ma hanno richiesto nuovi sacrifici alle maestranze. Soppressione, in un primo tempo, del cosiddetto “caro viveri Giolitti”, ed in un secondo tempo della completa indennità di caro viveri.

Gli operai però respinsero unanimemente tali proposte. I metallurgici lombardi che avevano dovuto scatenare per primi l’attacco industriale furono chiamati dalla loro Federazione a referendum perché si pronunciassero sull’accettazione delle proposte industriali o sulla proclamazione dello sciopero.

Su circa 50 mila votanti, ben 44 mila si dichiaravano favorevole dello sciopero che – per la sola regione lombarda – venne proclamato ed attuato compattamente il 1° di Giugno. Nelle altre regioni d’Italia continuavano intanto le trattative – da parte dei dirigenti della FIOM – per la rinnovazione dei contratti. Il nostro Comitato Nazionale Comunista nella Federazione Metallurgica svolse però una grande attività per indurre la FIOM a convocare un congresso straordinario, allo scopo di unificare le varie agitazioni in corso per arrivare allo sciopero generale. Il congresso venne infatti tenuto a Genova nei giorni 16 e 17 Giugno ed in esso venne dichiarato lo sciopero generale nazionale della categoria. In quel convegno si manifestarono tre correnti: la comunista che sosteneva

 

  1. lo sciopero generale di categoria

  2. un invito all’Alleanza del Lavoro perché proclamasse lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie

  3. la sfiducia nei dirigenti socialdemocratici della Federazione

 

La socialista che accettava i due primi punti (contenuti nell’ordine del giorno approvato) della tesi comunista respingendo la sfiducia nei dirigenti federali.

Ed infine una terza sostenuta da alcuni funzionari che respingeva lo sciopero generale di categoria e che si estende dalla votazione. L’esito della quale fu il seguente:

Comunisti Voti 39.000

Socialisti “ 44.000

Astenuti “ 17.000

 

Malgrado che la grandissima maggioranza degli organizzatori nella Fed. Metall. si fosse manifestata favorevole allo sciopero generale, questo non fu proclamato subito, ma otto giorni dopo e precisamente il 26 Giugno, dopo cioè circa un mese che i metallurgici lombardi lottavano contro il padronato. A dirigere lo sciopero furono lasciati i funzionari federali – che si erano manifestati contrari – coadiuvati dal comitato di agitazione nel quale comunisti rifiutarono di entrare pur chiarendo ed osservando la massima disciplina ed il maggior spirito di sacrificio nella lotta.

L’attuazione dello sciopero nazionale avvenne fra il massimo entusiasmo della massa. La lotta durò compattissima per due settimane e si chiuse il 10 Luglio con un compromesso firmato a Roma dalle parti contrastanti, arbitro il ministro del lavoro. Il compromesso che accettava la nuova riduzione di salario, incontrò manifesta ostilità che un’altra volta dovette subire i frutti della tattica rinunciataria e disfattista dei capi socialdemocratici.

Durando lo sciopero metallurgico si riuniva a Genova il Consiglio Nazionale della Confederazione del Lavoro (di cui parleremo in appresso) verso il quale si rivolsero – purtroppo invano – le speranze degli scioperanti.

Da quel consesso – ancora una volta – non era uscita una parola di azione e di incoraggiamento, e la tenacia dei proletari metallurgici fu un’altra volta frustrata dalla più amara illusione!

 

Lo sciopero dei tessili veneti

Il Sindacato Veneto operai Tessili (organizzazione formatasi dopo la lotta dei cotonieri del mese di Agosto dello scorso anno) diretto da sindacalisti che sono favorevoli all’adesione alla I. S. R., dichiarava il giorno 8 Giugno lo sciopero generale dei cotonieri del Veneto.

Gli operai stanchi di subire continuamente le provocazioni industriali accolsero immediatamente l’ordine dello sciopero. Le riduzioni salariali venivano arbitrariamente [...] senza alcun preavviso, ogni libertà era soppressa, le commissioni interne erano poste nell’impossibilità di funzionare. A ciò si aggiunga la reazione delle autorità statali che si erano completamente poste al servizio dei padroni, e le violenze sistematiche della guardia bianca contro gli operai.

Questo sciopero si è svolto fra violenze inaudite. Gli organizzatori in molte località furono impossibilitati dalle bande fasciste in combutta con le autorità a recare qualunque assistenza gli operai ed alle operaie scioperanti, costretti a riprendere il lavoro per l’opera intimidatoria delle stesse bande pagate dai padroni. Comunque lo sciopero proseguì per circa un mese, dopo di che fu giocoforza chiuderlo. In talune località come a Venezia l’organizzazione riuscì a stipulare nuovi vantaggiosi concordati con gli industriali. In altre invece il lavoro venne ripreso senza condizioni perché gli industriali – vinta con la violenza più brutale la resistenza della massa – non accettarono di trattare con l’organizzazione. Lo spirito di quelle masse è però ancora buono, e l’opera di organizzazione, immediatamente iniziata, comincia a dare ottimi frutti.

 

Il Consiglio Nazionale della C.G. del L.

Le grandi agitazioni operaie che continuamente scoppiavano (e delle quali nella presente relazione noi non abbiamo accennato che alle più importanti), la continua pressione di sempre più larghi strati della massa lavoratrice per la proclamazione dello sciopero generale, la reaazione sempre più violenta e, soprattutto, il grave dissidio scoppiato con il P. S. a proposito di collaborazionismo, indussero il Consiglio Direttivo Confederale a convocare il Consiglio Nazionale della Confederazione del Lavoro per i giorni 3-4-5 e 6 Luglio. La convocazione di detto consesso fu annunciata appena 10 giorni prima, in modo da rendere impossibile una larga discussione ed una chiara consultazione della massa organizzata sugli argomenti che il Consiglio Nazionale avrebbe dovuto trattare.

Ad ogni modo, però, dove la discussione si poté fare noi uscimmo notevolmente avvantaggiati. Alcune Camere del Lavoro furono da noi conquistate nelle votazioni per il Consiglio Confederale.

Di questo ci limiteremo a trasmettervi le mozioni presentate e l’esito delle votazioni.

Il gruppo comunista, numeroso e disciplinato, si impose fin dal primo giorno all’attenzione ed al rispetto del convegno.

Il testo delle 5 mozioni presentate si rileva dall’allegato n° 4 Bis, Sindacato Rosso, n° 2, n° 26 – 15 Luglio.

Le nostre forze di maggioranza e minoranza sono chiaramente dimostrate nel prospetto che vi uniamo all’allegato n° 2,

Sindacato Rosso, n° 37 – 29 Luglio.

 

Lo sciopero generale il Lombardia e in Piemonte

Abbiamo detto che le violenze del fascismo andavano continuamente intensificandosi. Le bande armate della borghesia dopo aver domato le zone agricole, tendevano minacciosamente alla conquista anche di quelle industriali. Alle azioni limitate seguivano azioni militari in grande stile.

Così vennero militarmente occupate – con pretesti vari, ma col fine unico di distruggere tutte le istituzioni proletarie (Case del Popolo, Camere del Lavoro, Leghe, Cooperative, Circoli Operai, ecc.) e di costringere indistintamente i capi di queste organizzazioni ad abbandonare le loro abituali residenze pena la immediata soppressione – Bologna, Cremona, Andria, Rimini, Volta Mantovana e altri centri minori. Ma l’offensiva fascista mirava, come abbiamo detto, a conquistare i centri industriali. E così si tentò l’attacco a Novara, importante città industriale fra il Piemonte e la Lombardia. Ai primi sintomi di reazione le organizzazioni sindacali e politiche di Novara proclamarono lo sciopero generale.

Le forze fasciste si concentrarono allora in gran numero su Novara, iniziando una violenta opera di repressione e di distruzione. La resistenza delle masse fu veramente eroica ed un ordine di cessazione dello sciopero emanato dai dirigenti riformisti, non venne eseguito durando ancora l’occupazione fascista della città, ed essendo stata da questi incendiata la Camera del Lavoro, proprio quando veniva emanato l’ordine di cessazione dello sciopero che durava da otto giorni.

Intanto le organizzazioni di tutto il Piemonte decidevano lo sciopero generale di solidarietà ad iniziare dal 19 Luglio. Il giorno successivo anche i proletari di tutta la Lombardia aderivano allo sciopero che assumeva così proporzioni vastissime e che era stato attuato col massimo entusiasmo. La situazione era tesa ed i lavoratori di altre regioni (nelle Marche si era già proclamato lo sciopero generale contro il fascismo) attendevano frementi di entrare in campo a fianco dei compagni novaresi, che sostenevano una lotta sanguinosa ed impari contro lo schiavismo calato nella loro provincia.

Fra la sorpresa e l’indignazione generale il Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro, anziché dare l’ordine di sciopero generale in tutta la nazione come era stato invitato a fare da moltissime organizzazioni, ordinava la immediata cessazione degli scioperi in Lombardia ed in Piemonte.

La disillusione provocata nella massa da questo inaudito stroncamento del primo atto di riscossa proletaria fu gravissima e determinò uno sbandamento nelle file delle organizzazioni. Intanto gli operai del Novarese, abbandonati a se stessi, dovevano riprendere il lavoro vinti e demoralizzati mentre il fascismo continuava indisturbato ed incontrastato a compiere le sue gesta criminose.

 

L’eccidio proletario di Ravenna e lo Sciopero Generale Nazionale

Mentre ancora ferveva la polemica per la chiusura dello sciopero generale in Lombardia ed in Piemonte, a Ravenna per un tentativo di dimostrazione operaia la polizia sparava su una compatta folla di lavoratori provocando la morte di 5 operai, il ferimento di molte altre decine e compiendo arresti in massa. Questo atto di selvaggia prepotenza delle forze statali provocava immediatamente la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Romagna, sciopero svoltosi fra le violenze dei fascisti i quali, mentre erano riusciti a terrorizzare la provincia di Ravenna, erano stati respinti da quella di Forlì, dove le organizzazioni operaie erano in maggioranza rette dai comunisti.

L’Alleanza del Lavoro – invocata da ogni parte perché sostenesse i lavoratori romagnoli in lotta con lo sciopero generale nazionale – non sentì il dovere di intervenire neppure in quell’occasione che lo sciopero in Romagna cessò – dopo alcuni giorni – per il tradimento di alcuni capi repubblicani, che firmarono un patto di pacificazione con i fascisti.

Il ministero intanto era nuovamente in crisi ed i deputati socialisti nella loro maggioranza lavoravano per una soluzione collaborazionista a loro favorevole. A questo scopo il 29 Luglio l’On. Turati si recava per la prima volta dal re. La situazione all’interno, pur essendo sempre reazionaria, non presentava nulla di insolitamente grave come nei giorni trascorsi.

Vogliamo dire che nessun nuovo avvenimento era intervenuto a commuovere l’opinione pubblica proletaria assai delusa e scoraggiata dalla assoluta mancanza di sensibilità e di tatto da parte dei capi dell’Alleanza del Lavoro ai quali era ormai demandata la dirigenza della lotta proletaria contro la reazione. In queste condizioni nella giornata del 31 Luglio veniva improvvisamente diramato dall’Alleanza del Lavoro l’ordine di sciopero generale nazionale da effettuarsi a partire dalla mezzanotte stessa.

Lo sciopero venne infatti proclamato e si attuò con una compattezza veramente confortante. In molte località gli operai appresero l’ordine soltanto dai giornali borghesi e non poterono perciò entrare nel movimento che il giorno successivo, 2 Agosto. Il Comitato dell’Alleanza del Lavoro aveva deferito i poteri ad un Comitato segreto d’azione, il quale ordinò di contenere la manifestazione dando ad essa carattere di protesta contro il fascismo. D’altra parte i deputati socialdemocratici affermavano che lo sciopero aveva carattere legalitario, confermando così chiaramente che esso doveva servire ai loro fini collaborazionisti.

Noi non discutemmo, nel momento dell’azione, l’impostazione errata della lotta ma partecipammo ad essa con tutte le nostre forze. Malgrado l’ordine di mantenere la calma, in molte città come Milano, Genova, Parma, Livorno, Bari, Civitavecchia, Ancona, Gorizia, ecc. lo sciopero assunse carattere di lotta armata contro le forze di polizia statale e contro il fascismo. Quasi dovunque la resistenza operaia ai tentativi di attacco delle forze armate avversarie fu vittoriosa malgrado la inferiorità palese dei nuclei proletari.

In queste lotte i comunisti si distinsero per spirito di disciplina e di sacrificio. Mentre la minaccia fascista di instaurare la dittatura militare non poteva avere alcun pratico effetto per la impossibilità – dato lo sciopero compattissimo nelle ferrovie – di forti e rapidi concentramenti nelle zone di maggiore resistenza e mentre, d’altra parte, la lotta si intensificava, che si allargava il sempre maggiore entusiasmo delle folle lavoratrici, il Comitato segreto dell’Alleanza del Lavoro accettava l’imposizione del ricostituito governo Facta e ordinava la chiusura del movimento a mezzogiorno del 3 Agosto. Con la ripresa del lavoro da parte dei ferrovieri, avvenuta la mattina del successivo giorno 4, i fascisti potevano compiere il loro concentramenti e fiaccare la resistenza dove la lotta continuava ancora. La reazione da parte loro e da parte del governo fu violentissima assumendo carattere nazionale ed investendo zone che fino allora erano rimaste completamente immuni come Ancona, Bari, Genova, ecc.

 

Lo scioglimento dell’Alleanza del Lavoro

Il governo, da parte sua, cedendo alle richieste dei ceti più reazionari della borghesia e tradendo la promessa fatta ai deputati socialisti, puniva gravemente i propri funzionari che avevano preso parte allo sciopero.

Ferrovieri e postelegrafonici furono così in gran numero licenziati, denunciati all’autorità giudiziaria, retrocessi, sospesi dall’impiego, ecc.

Molte organizzazioni, intanto, per l’azione coercitiva delle guardie bianche, passavano nelle corporazioni nazionali fasciste. A questo proposito il nostro Comitato ha dato ordine ai comunisti (vedi allegato N°. 3) di imporre ai dirigenti delle organizzazioni che passano ai fasci la consultazione degli associati a mezzo dell’assemblea. In ogni modo i comunisti hanno l’ordine di opporsi con tutti i mezzi al passaggio nelle corporazioni fasciste delle leghe operaie.

Pochi giorni dopo lo sciopero generale, il Comitato Centrale del Sindacato Ferrovieri deliberava l’uscita dall’Alleanza del Lavoro. Questa deliberazione veniva presa successivamente anche dall’Unione Sindacale Italiana ed alla Unione Italiana del Lavoro. Il Partito Repubblicano ritirava esso pure la propria adesione morale cosicché si può dire che l’Alleanza del Lavoro sia ormai definitivamente sciolta.

Il nostro Comitato, che ha criticato aspramente le deliberazioni accennate, lavora ancora per sostenere l’Alleanza del Lavoro e tenta di ricostituirla soprattutto facendo propaganda a favore di essa nella massa operaia.

 

La nostra posizione nella Confederazione del Lavoro

In questa difficilissima situazione la nostra posizione della Confederazione e negli altri organismi sindacali, grazie alla disciplina del nostro Partito e alla disgregazione del Partito Socialista, va sempre più migliorando. Andiamo giornalmente guadagnando terreno ed al Congresso confederale, che sarà convocato entro l’anno, le nostre forze saranno certamente aumentate notevolmente.

Il nostro sistema organizzativo rimane immutato essendosi rilevato il migliore agli effetti della propaganda. Esso è illustrato nel grafico unito all’allegato N° 4.

Certamente i difetti organizzativi sono sempre gravi e dovuti soprattutto alla scarsità dei mezzi finanziari ed alla scarsità di elementi per cui gli organi periferici del nostro Comitato non possono svolgere quelle attività che sarebbe desiderabile. La dimostrazione però che il sistema organizzativo adottato da noi è ottimo, viene data dal fatto che gli stessi socialisti massimalisti – in previsione della scissione del loro Partito – lo hanno imitato persino nei particolari.

 

L’offensiva anticomunista dei sindacati

Un’altra dimostrazione della bontà del nostro metodo di organizzazione viene fornita dal fatto che i dirigenti sindacali nostri avversari si scagliano contro di essi minacciando – ed in taluni casi attuando –l’espulsione dei comunisti. Così il capo della Federazione Marinara, capitano Giulietti, ha fatto espellere da una assemblea da esso manipolata un gruppo di marinai comunisti che costituivano il Comitato Centrale Comunista fra i lavoratori del mare.

Anche i dirigenti del Sindacato Ferrovieri hanno espulso dall’organizzazione i nostri ottimi compagni Azzario e Berruti per la loro opera di propaganda comunista.

Contro queste espulsioni abbiamo iniziata una vivace campagna che darà presto i suoi frutti. Si apprende intanto che il Sindacato Ferrovieri convocherà presto il proprio Congresso reclamato insistentemente dai gruppi comunisti.

In questi giorni ha luogo in Roma un convegno nazionale dei gruppi ferrovieri comunisti del quale vi manderemo un esteso resoconto.

Crediamo con la presente di aver esposta con la più possibile chiarezza la situazione generale del movimento operaio italiano. In essa abbiamo accennato a grandi linee gli avvenimenti più importanti trascurando per necessità quelli di minore importanza. Pure per la necessaria brevità abbiamo dovuto parlare soltanto del movimento classista che però ha tenuto il primo posto nella vita politica sindacale italiana di questi ultimi tempi. La nostra delegazione al Congresso vi illustrerà ampiamente questa relazione di cui gradiremo un cenno di ricevuta.

 

Con fraterni saluti comunisti.

 

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bolognac/o Circolo ARCI Guernelli - via Gandusio 6 - 40128 Bologna (Prossime date e orari: 9/10, 27/11, 11/12, 29/1, 26/2, 26/3; dalle 15,30 alle 17,30)
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 09 luglio 2022, dalle 15.30)
Cagliari, c/o Baracca Rossa, via Principe Amedeo, 33 - 09121 Cagliari (ultimo giovedi del mese, dalle 20)

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