Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Rapporto di Bordiga sul fascismo 12 seduta (16 novembre 1922) (in Protokoll IV Kongresses der Kommunistischen Internationale..., cit, pagg. 330-350)

[...]

(dopo aver ricordato che gli avvenimenti italiani hanno reso impossibile il mantenimento di collegamenti diretti con l’Italia, e che si attende ancora un rapporto Togliatti sugli ultimi sviluppi della situazione, e premesso che nella discussione della questione italiana si tornerà sul punto dell’atteggiamento pratico del partito di fronte al fascismo, il relatore affronta l’argomento delle origini del movimento fascista).

Per quanto riguarda l’origine per così dire immediata ed esteriore del movimento fascista, questa risale agli anni 1914-15, cioè al periodo precedente l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale. I suoi primi inizi sono appunto i gruppi che appoggiarono questo intervento e che, dal punto di vista politico, consistevano in esponenti di diverse tendenze. Vi era un gruppo di destra con Salandra: i grandi industriali interessati alla guerra, che, prima di invocare l’intervento a favore dell’Intesa, avevano addirittura caldeggiato una guerra contro di essa. V’erano d’altra parte delle tendenze borghesi di sinistra: i radicali italiani, cioè i democratici di sinistra, i repubblicani, per tradizione fautori della liberazione di Trento e Trieste. V’erano in terzo luogo alcuni elementi del movimento proletario: sindacalisti rivoluzionari ed anarchici. A questi gruppi apparteneva – si tratta, è vero, di un caso personale, tuttavia di particolare importanza – il capo dell’ala sinistra del PSI e direttore dell’Avanti!: Mussolini.

Si può dire che, tutto sommato, il gruppo intermedio non prese parte al movimento fascista, mantenendosi entro la cornice della tradizionale politica borghese. Nel movimento dei Fasci di combattimento rimasero i gruppi dell’estrema destra e quelli dell’estrema sinistra: gli elementi ex anarchici, ex sindacalisti e sindacalisti rivoluzionari.

Questi gruppi politici, che avevano ottenuto una grande vittoria nel maggio 1915, imponendo la guerra al Paese contro la volontà della maggioranza del Paese stesso, e perfino del parlamento, che non seppe opporsi all’improvviso colpo di mano, dopo la fine della guerra videro ridursi la loro influenza, cosa che del resto avevano già potuto constatare nel corso del conflitto.

Essi avevano presentato la guerra come un’impresa estremamente facile; quando però si vide che essa andava per le lunghe, questi gruppi persero completamente la popolarità che, d’altronde, non avevano mai posseduto se non parzialmente. La fine della guerra segnò quindi la riduzione a un minimo della loro influenza.

Durante e dopo il periodo di smobilitazione, verso la fine del 1918, nel 1919 e nella prima metà del 1920, nel generale malcontento suscitato dalle conseguenze del conflitto, questa tendenza politica perse bensì il suo slancio; ma ciò non impedisce di riconoscere il legame politico ed organico esistente fra questo movimento, allora apparentemente quasi spento, ed il poderoso movimento che oggi si svolge sotto i nostri occhi.

I Fasci di combattimento non hanno mai cessato di esistere. Capo del movimento fascista è sempre stato Mussolini, e suo organo Il Popolo d’Italia. Nelle elezioni politiche della fine ottobre 1919, i fascisti rimasero completamente battuti in quella Milano in cui usciva il loro giornale e risiedeva il loro capo politico. Ottennero un numero di voti infinitesimo, ma non per questo cessarono il loro lavoro.

Nel periodo postbellico la corrente socialista rivoluzionaria del proletariato si era notevolmente rafforzata grazie all’entusiasmo rivoluzionario che, per ragioni sulle quali non occorre che mi addentri, si era impadronito delle masse, ma non seppe trarre profitto da questa situazione favorevole, e finì per rattrappirsi ancor più perché i fattori oggettivi e psicologici favorevoli al rafforzarsi di un’organizzazione rivoluzionaria non trovavano un partito in grado di erigere su di essi una stabile organizzazione. Non sostengo che in Italia il Partito socialista – come ha detto in questi giorni il comp. Zinoviev – avrebbe potuto fare la rivoluzione, ma almeno doveva dare alle forze rivoluzionarie della massa operaia una solida organizzazione. Esso non era tuttavia all’altezza di questo compito. Abbiamo quindi dovuto assistere a una diminuzione della popolarità di cui godeva in Italia la tendenza socialista che si era sempre opposta alla guerra.

Nella misura in cui, nella crisi della vita sociale italiana, il movimento socialista commetteva un errore dopo l’altro, il movimento opposto – il fascismo – cominciò a rafforzarsi, riuscendo in particolare a sfruttare la crisi verificatasi nella situazione economica, la cui influenza cominciò a farsi sentire anche sull’organizzazione sindacale del proletariato. Nel momento più difficile, inoltre, il movimento fascista trovò un appoggio nella spedizione fiumana di D’Annunzio, spedizione dalla quale il fascismo attinse una certa forza morale e in cui, sebbene il movimento dannunziano e il fascismo fossero due cose distinte, nacquero anche la sua organizzazione e la sua forza armata.

Abbiamo parlato dell’atteggiamento del movimento proletario socialista: l’Internazionale ne ha ripetutamente criticato gli errori. Conseguenza di questi errori fu un completo cambiamento nello stato d’animo della borghesia e delle altre classi. Il proletariato era lacero e demoralizzato. Il suo stato d’animo, nel vedersi sfuggire la vittoria dalle mani, aveva subito una profonda alterazione. Si può dire che nell’anno 1919 e nella prima metà del 1920 la borghesia italiana si era in certo modo rassegnata a dover assistere alla vittoria della rivoluzione. La classe media e la piccola borghesia tendevano a giocare un ruolo passivo, non già al seguito della grande borghesia, ma al seguito del proletariato, che stava per ottenere la vittoria. Questo stato d’animo si è radicalmente modificato. Invece di assistere alla vittoria del proletariato, vediamo la borghesia raccogliersi in difesa. Quando la classe media capì che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da ottenere il sopravvento, espresse la propria insoddisfazione, perse a poco a poco la fiducia nelle fortune del proletariato e si volse dalla parte opposta. È in questo momento che ha inizio l’offensiva della borghesia. Essa sfruttò essenzialmente lo stato d’animo in cui la classe media era venuta a trovarsi. Grazie alla sua composizione estremamente eterogenea, il fascismo rappresentava la soluzione del problema; potè quindi mobilitare le classi medie ai fini dell’offensiva capitalistica.

L’esempio italiano è un esempio classico di offensiva del capitale. Questa offensiva, come ha detto ieri da questa tribuna il comp. Radek, è un fenomeno complesso che va studiato non solo dal punto di vista della riduzione dei salari e del prolungamento del tempo di lavoro, ma anche sul terreno generale dell’azione politica e militare della borghesia contro la classe lavoratrice. In Italia abbiamo vissuto, nel periodo di sviluppo del fascismo, tutte le forme fenomeniche dell’offensiva capitalistica.

Dal primo momento della sua esistenza, il nostro partito ha studiato criticamente la situazione e ha additato al proletariato il compito di un’autodifesa unitaria contro l’offensiva borghese, tracciando il piano unitario sulla cui base esso si sarebbe dovuto muovere nell’opporsi a questa offensiva.

Se vogliamo avere una visione di insieme dell’offensiva capitalistica, dobbiamo considerare la situazione nelle sue linee generali e precisamente, da un lato, nel campo dell’industria e, dall’altro, nel campo dell’agricoltura.

Nell’industria l’offensiva capitalistica sfrutta prima di tutto la situazione economica. Comincia la crisi e si afferma la disoccupazione. Una parte degli operai deve essere licenziata e i datori di lavoro hanno buon gioco, perché possono cacciare dalle fabbriche degli operai alla testa dei sindacati e, in genere, gli estremisti. La crisi industriale fornisce ai datori di lavoro il punto di partenza che permette loro di invocare la riduzione dei salari e la revisione delle concessioni disciplinari e morali che precedentemente erano stati costretti a fare agli operai delle rispettive aziende. È all’inizio di questa crisi che nasce in Italia la Confederazione generale dell’Industria, cioè l’organizzazione di classe degli imprenditori, che dirige la lotta e subordina alla propria guida l’azione di ogni singolo ramo dell’industria.

Nelle grandi città, la lotta contro la classe operaia non può aver inizio con l’immediato impiego della violenza: gli operai urbani costituiscono in generale una massa considerevole, possono essere radunati con relativa facilità e opporre una seria resistenza. Si imposero quindi al proletariato prima di tutto delle lotte a carattere essenzialmente sindacale, i cui risultati furono in genere sfavorevoli perché la crisi economica si trovava nello stadio più acuto e la disoccupazione aumentava di continuo. L’unica possibilità di sostenere vittoriosamente le lotte e economiche che si svolgevano nell’industria sarebbe consistita nel trasferimento dell’attività dal campo sindacale a quello rivoluzionario, nella dittatura di un vero partito politico comunista. Ma il partito socialista italiano non era un tale partito. Esso non seppe, nel momento decisivo, trasferire l’azione del proletariato sul terreno rivoluzionario. Il periodo dei grandi successi della organizzazione sindacale italiana nella lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro cedette quindi il passo ad un nuovo periodo, in cui gli scioperi divennero scioperi difensivi, e i sindacati subirono una sconfitta dopo l’altra.

Poiché in Italia, nel movimento rivoluzionario, hanno una grande importanza le classi agrarie, soprattutto i salariati agricoli, ma anche quegli strati che non sono completamente proletarizzati, le classi dominanti si videro costrette a servirsi di un mezzo di lotta contro l’influenza che le organizzazioni rosse avevano conquistato nelle campagne. La situazione che si presentava in una gran parte d’Italia, anzi nella parte economicamente più importante di essa, cioè nella Valle padana, assomigliava ad una specie di dittatura locale del proletariato, o almeno dei salariati agricoli. In questa zona, alla fine del 1920, il partito socialista aveva conquistato numerosi comuni, che poi avevano praticato una politica fiscale locale diretta contro la borghesia media ed agraria. Noi vi possedevano fiorenti organizzazioni sindacali, importanti cooperative, numerose sezioni di partito. E, anche là dove il movimento era nelle mani dei riformisti, la classe operaia delle campagne assumeva un atteggiamento rivoluzionario. Essa costringeva i datori di lavoro a versare all’organizzazione dei contributi che rappresentavano in certo modo una garanzia della loro sottomissione ai contratti imposti attraverso la lotta rivendicativa. Si verificò così una situazione in cui la borghesia agraria non poteva più vivere in campagna ed era costretta a ritirarsi in città.

Ma i socialisti italiani commisero una serie di errori, particolarmente nella questione dell’appropriazione del suolo, della tendenza cioè dei piccoli affittuari, dopo la guerra, ad acquistare terra per divenire piccoli possidenti. Le organizzazioni riformiste costrinsero questi piccoli affittuari a rimanere, per così dire, schiavi del movimento dei lavoratori agricoli. In tali circostanze, il movimento fascista trovò in mezzo ad essi un notevole appoggio.

Nell’agricoltura, non esisteva una crisi legata ad una estesa disoccupazione, che permettesse ai proprietari fondiari, sul terreno delle semplici lotte sindacali, una vittoriosa controffensiva. Qui perciò il fascismo cominciò a svilupparsi e ad applicare il metodo della violenza fisica, della violenza armata, poggiando sulla classe dei proprietari terrieri e sfruttando il malcontento suscitato negli strati medi del contadiname dagli errori organizzativi del partito socialista e degli organizzatori riformisti, oltre che facendo leva sulla situazione generale, sul malessere e l’insoddisfazione crescenti di tutti i ceti piccolo-borghesi, dei piccoli commercianti, dei piccoli proprietari, dei militari in congedo, degli ex ufficiali che, dopo la posizione di cui avevano goduto durante la guerra, si sentivano delusi dallo stato in cui erano caduti. Si sfruttarono tutti questi elementi, e, organizzandoli e inquadrandoli in formazioni militari, si potè dare inizio al movimento per la distruzione del potere delle organizzazioni rosse nelle campagne.

Il metodo di cui il fascismo si servì per quanto mai caratteristico; esso radunò tutti quegli elementi smobilitati che non riuscivano più, dopo la guerra, a trovare il loro posto nella società; mise a suo profitto le loro esperienze militari, cominciando ad organizzare le proprie formazioni militari non nelle grandi città industriali, ma in quelle città che possiamo considerare capoluoghi dei distretti agricoli, come Bologna e Firenze, e appoggiandosi a questo fine (come vedremo ancora) alle autorità statali. I fascisti dispongono di armi e mezzi di trasporto, godono dell’impunità di fronte alla legge, e fruiscono dei vantaggi di questa situazione favorevole anche là dove non raggiungono ancora la consistenza numerica dei loro nemici rivoluzionari. E si organizzano anzitutto le cosiddette “spedizioni punitive”, procedendo nel modo che segue: invadono un piccolo territorio, distruggono le sedi centrali delle organizzazioni proletarie, costringono con la forza i consigli comunali a dimettersi, feriscono e, se occorre, uccidono i dirigenti avversari, o, nel migliore dei casi, li obbligano ad emigrare. I lavoratori delle località in questione non sono in grado di opporre resistenza a queste truppe armate, appoggiate dalla polizia e raccolte in tutte le parti del paese. Il gruppo locale fascista, che prima non osava affrontare in loco e forse proletarie, può ora avere il sopravvento, perché i contadini e gli operai sono terrorizzati e sanno che, se osassero intraprendere contro questi reparti un’azione qualsiasi, i fascisti potrebbero ripetere le loro spedizioni in forze anche maggiori, alle quali non si potrebbe mai opporre resistenza.

Così il fascismo si conquista una posizione di dominio nella politica italiana, e prosegue nella sua marcia, per così dire, territorialmente, secondo un piano che si può seguire molto bene su una carta geografica. Il suo punto di partenza è Bologna, dove nel settembre-ottobre 1920 si era installata un’amministrazione socialista e, in tale occasione, si era proceduto ad una grande mobilitazione delle forze di combattimento rosse. Avvengono incidenti, le sedute sono disturbate da provocazioni dall’esterno; sui banchi della minoranza borghese – forse con l’aiuto di agenti provocatori – si spara. Questi fatti portano al primo grande attacco fascista. La reazione scatenata procede a distruzioni e incidenti, oltre che a violenze contro i dirigenti proletari. Con l’aiuto del potere statale fascisti si impadroniscono della città. Con questi avvenimenti, lo storico 21 novembre, ha inizio il terrore, e da allora il consiglio comunale di Bologna non è più in grado di riprendere il potere.

Partendo da Bologna, il fascismo segue una via che qui non possiamo descrivere in tutti i particolari; ci limitiamo a dire che esso prende due direzioni geografiche: da un lato verso il triangolo industriale di Nord ovest (Milano, Torino e Genova), dall’alto verso la Toscana e il centro Italia in genere, per poter accerchiare e minacciare la capitale. Fin dall’inizio, era chiaro che nell’Italia del sud, per le stesse ragioni che vi avevano reso impossibile la nascita anche di un forte movimento socialista, non poteva sorgere un movimento fascista. Il fascismo rappresenta così poco un movimento della parte retrograda della borghesia, che esso ha fatto la sua prima comparsa non nell’Italia meridionale, ma proprio là dove il movimento proletario era più sviluppato e la lotta di classe si era manifestata in forma più netta e decisa.

Come dobbiamo, in base questi dati, spiegarci il movimento fascista? È un movimento puramente agrario? È questa l’ultima cosa che intendevamo dire affermando che il movimento era nato prevalentemente nelle campagne. Non si può considerare il fascismo come il movimento indipendente di una singola frazione della borghesia, come l’organizzazione degli interessi agrari in antitesi a quelli del capitalismo industriale. Del resto, il fascismo, anche in quelle province in cui ha limitato la propria azione alla campagna, ha creato la sua organizzazione insieme politica e militare nelle grandi città.

Abbiamo visto che nella Camera, quando il fascismo, in seguito alla partecipazione alle elezioni del 1921, potè disporre di una proprio gruppo parlamentare, si formò, indipendentemente da esso, un partito agrario. Nel corso degli avvenimenti successivi, abbiamo visto gli imprenditori industriali appoggiare il movimento fascista. Decisiva per la nuova situazione fu negli ultimissimi tempi una dichiarazione della Confederazione Generale dell’Industria che si pronunciava a favore dell’incarico a Mussolini per la formazione del nuovo governo.

Ma un fenomeno ancor più interessante, sotto questo profilo, è quello del movimento sindacale fascista. Come si è già detto, i fascisti hanno saputo approfittare del fatto che i socialisti non avevano mai avuto una loro politica agraria, e che certi elementi delle campagne, non direttamente appartenenti al proletariato, avevano interessi divergenti da quelli rappresentati dal partito socialista italiano. Il fascismo, pur utilizzando e dovendo utilizzare tutti i mezzi della più selvaggia e brutale violenza, ha anche saputo unire questi mezzi all’impiego della più cinica demagogia, e ha cercato di creare, con contadini e perfino con salariati agricoli, delle organizzazioni di classe. In un certo senso, ha preso addirittura posizione contro i proprietari fondiari. Si sono avuti esempi di lotte sindacali dirette da fascisti, che mostravano una grande somiglianza con i metodi precedentemente seguiti dalle organizzazioni rosse.

Noi non possiamo certo considerare questo movimento, che crea con la costrizione e col terrore una propria organizzazione sindacale, come una forma della lotta contro i datori di lavoro. D’altra parte, non dobbiamo però concluderne che esso rappresenti un movimento degli imprenditori agricoli in senso stretto. La realtà è che il movimento fascista è un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di dati gruppi di imprenditori agricoli e industriali.

Il proletariato non si è saputo affasciare in un’organizzazione unitaria per la lotta comune alla fine della conquista del potere e sacrificare a questo obiettivo gli interessi immediati di gruppi e gruppetti; non ha saputo risolvere nel momento favorevole questo problema. La borghesia italiana ha sfruttato questa circostanza per fare da parte sua questo tentativo. Il problema è enorme. La classe dominante si è creata una organizzazione per la difesa del potere che si trovava nelle sue mani, e ha seguito in questo un piano unitario di offensiva antiproletaria, capitalistica.

Il fascismo ha creato un’organizzazione sindacale. In quale senso? Forse per condurre una lotta di classe? Giammai! Il fascismo ha creato un suo movimento sindacale sotto la parola d’ordine: Tutti gli interessi economici hanno il diritto di costituire un sindacato; possono sorgere leghe di operai, contadini, commercianti, capitalisti, grandi proprietari terrieri, ecc.; tutti possono organizzarsi sulla base dello stesso principio. L’azione sindacale di tutte le organizzazioni deve però subordinarsi all’interesse nazionale, alla produzione nazionale, alla gloria nazionale, ecc. Si tratta di collaborazione fra le classi, non di lotta di classe. Tutti gli interessi vengono fusi in una sedicente unità nazionale. Ma noi sappiamo che cosa significhi questa unità nazionale: significa conservazione controrivoluzionaria dello Stato borghese e delle sue istituzioni.

La genesi del fascismo deve, secondo noi, essere attribuita a tre principali fattori: lo Stato, la grande borghesia, le classi medie.

Il primo di questi fattori è lo Stato. In Italia, l’apparato statale ha avuto una parte importante nella fondazione del fascismo. Le notizie sulle crisi a ripetizione del governo borghese in Italia hanno fatto sorgere la credenza che la borghesia abbia un apparato statale così fragile che, per abbatterlo, basti un semplice colpo di mano. Le cose non stanno affatto così. La borghesia ha potuto costruire la sua organizzazione fascista proprio nella misura in cui il suo apparato statale si andava consolidando.

Durante l’immediato dopoguerra, l’apparato statale attraversa bensì una crisi, la cui causa manifesta è la smobilitazione; tutti gli elementi che fin allora partecipavano alla guerra vengono bruscamente gettati sul mercato del lavoro, e in questo momento critico la macchina statale, che fin allora si era preoccupata di dotarsi di ogni sorta di mezzi contro il nemico esterno, deve trasformarsi in un apparato di difesa del potere contro la rivoluzione interna. Si trattava, per la borghesia, di un problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo sul piano politico.

In questo periodo nascono i primi governi di sinistra del dopoguerra. In questo periodo sale al potere la corrente politica di Nitti e di Giolitti. E proprio questa politica ha permesso al fascismo di assicurarsi la successiva vittoria.

Bisognava, a tutta prima, fare delle concessioni al proletariato. Nel momento in cui l’apparato statale aveva bisogno di consolidarsi, apparve in scena il fascismo; è per pura demagogia che questo critica i governi di sinistra postbellici accusandoli di viltà di fronte ai rivoluzionari. In effetti, i fascisti sono debitori della possibilità di vincere proprio alle concessioni della politica democratica dei primi ministeri postbellici. Nitti e Giolitti hanno fatto delle concessioni alla classe operaia: alcune rivendicazioni del partito socialista – la smobilitazione, il regime politico, l’amnistia per i disertori – sono state soddisfatte. Queste diverse concessioni miravano a guadagnare tempo per la ricostruzione su basi più solide dell’apparato statale. Fu Nitti a creare la Guardia regia, cioè un’organizzazione di natura non proprio poliziesca, ma di un carattere militare affatto nuovo. Uno dei grandi errori dei riformisti fu di non considerare fondamentale questo problema, che pure avrebbero addirittura potuto affrontare su un terreno costituzionale mediante una protesta contro il fatto che lo Stato si stava creando un secondo esercito. I socialisti non capirono l’importanza della questione, e videro in Nitti un uomo con il quale si poteva anche collaborare in un governo di sinistra. Altra dimostrazione, questa, dell’incapacità socialista di capire gli sviluppi della politica italiana.

Giolitti completò l’opera di Nitti. Nel suo ministero il ministro della guerra Bonomi appoggiò i primi tentativi del fascismo, mettendosi a disposizione del nascente movimento fascista e degli ufficiali smobilitati, che pur dopo il ritorno alla vita civile continuavano a ricevere la maggior parte della loro paga. L’apparato statale venne posto in altissima misura a disposizione dei fascisti, e si fornì loro tutto il materiale necessario per la creazione di un esercito.

Al momento dell’occupazione delle fabbriche, il ministero Giolitti capì perfettamente che il proletariato armato si era bensì impadronito delle fabbriche e il proletariato agricolo nella sua spinta rivoluzionaria si avviava a impadronirsi delle terre, ma che sarebbe stato un errore madornale accettare battaglia prima che l’organizzazione delle forze controrivoluzionarie fosse stata messa a punto.

Nell’organizzazione delle forze reazionarie destinate un giorno a schiacciare il movimento operaio, il governo potrà sfruttare la manovra dei capi traditori della Cgl, allora membri del partito socialista. Concedendo la legge sul controllo operaio, che non è mai stata applicata, anzi neppure votata, il governo riuscì, in quella situazione critica, a salvare lo Stato borghese.

Il proletariato si è impadronito delle officine e delle terre, ma il partito socialista dimostrò ancora una volta di essere inetto a risolvere il problema dell’unità di azione della classe lavoratrice industriale e agricola. Questa errore permetterà in seguito alla borghesia di realizzare l’unità controrivoluzionaria, e questa unità la metterà in condizione di battere, da una parte, gli operai di fabbrica, dall’altra i lavoratori agricoli.

Come si vede, lo Stato ha avuto una parte di enorme importanza della genesi del movimento fascista.

Dopo il ministeri Nitti, Giolitti e Bonomi, vi è un governo Facta. Questo serve a mascherare la completa libertà di azione del fascismo nella sua avanzata territoriale. Al tempo dello sciopero di agosto del 1922, scoppiano tra fascisti e operai (i primi apertamente appoggiati dal governo) serie battaglie. Possiamo citare un esempio di Bari, dove un’intera settimana di scontri non è bastata a vincere gli operai che si erano asserragliati nelle loro case entro la città vecchia e si difendevano, le armi in pugno, malgrado il completo spiegamento delle forze fasciste. I fascisti sono stati costretti a ritirarsi lasciando sul terreno molti di loro. E che cosa ha fatto il governo? Di notte, ha fatto circondare da migliaia di soldati, da centinaia di carabinieri e guardie regie, la città vecchia, ordinando poi di attaccare. Dal porto una torpediniera bombarda le case; mitragliatrici, carri armati e fucili entrano in azione. Gli operai, sorpresi nel sonno, hanno la peggio, la Camera del Lavoro viene occupata. Esattamente così lo Stato agisce dappertutto. Dovunque si noti che il fascismo è costretto a ritirarsi di fronte agli operai, il potere statale interviene sparando sui lavoratori che si difendono, e arrestando e condannando gli operai la cui unica colpa è l’autodifesa, mentre i fascisti che avevano indubbiamente compiuto delitti comuni vengono sistematicamente assolti dalla magistratura.

Il primo fattore è dunque lo Stato. Il secondo è, come si è già detto, la grande borghesia. I grandi capitalisti dell’industria, della banca, del commercio, e i grandi proprietari fondiari, hanno un naturale interesse a che sia fondata un’organizzazione di combattimento che appoggi la loro offensiva contro i lavoratori.

Il terzo fattore non gioca tuttavia un ruolo meno importante nella nascita del potere fascista. Per creare, accanto allo Stato, un’organizzazione reazionaria illegale, bisognava arruolare elementi diversi da quelli che l’alta classe dominante poteva fornire dai propri ranghi. Li si ottenne rivolgendosi a quegli strati delle classi medie che già abbiamo ricordato, e allettandoli con la difesa dei loro interessi. È questo che il fascismo ha cercato di fare, e che, bisogna riconoscerlo, è riuscito a fare. Esso ha attinto partigiani dagli strati più vicini al proletariato come pure fra gli insoddisfatti della guerra, nelle file di quei piccoli borghesi, semi-borghesi, bottegai, mercanti, e soprattutto fra quegli elementi intellettuali della gioventù borghese, che, aderendo al fascismo, ritrovavano l’energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta antiproletaria per finire nel patriottismo e nell’imperialismo più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di partigiani e gli permisero di organizzarsi militarmente.

Sono questi i tre fattori che hanno consentito ai nostri avversari di contrapporre a noi un movimento che non ha l’eguale in rozzezza e brutalità, ma che, bisogna riconoscerlo, dispone di una solida organizzazione e di capi di grande abilità politica. Il partito socialista non è mai riuscito a comprendere l’importanza del fascismo nascente. L’Avanti! non ha mai capito nulla di ciò che la borghesia stava preparando approfittando degli errori madornali dei dirigenti operai. Non ha mai nemmeno voluto citare Mussolini, per paura, mettendolo troppo in luce, di fargli réclame.

Noi vediamo quindi che il fascismo non rappresenta una nuova dottrina politica. Possiede una grande organizzazione politico-militare, una stampa importante diretta con molta abilità giornalistica e molto eclettismo, ma non ha idee proprie, non ha programmi, e ora che è salito al timone dello Stato, ora che si trova di fronte a problemi concreti ed è costretto a dedicarsi all’organizzazione dell’economia italiana, non appena passerà dal lavoro negativo a quello positivo mostrerà, nonostante tutte le sue capacità organizzative, i suoi punti deboli.

Abbiamo trattato di fattori storici e della realtà sociale da cui il fascismo è nato. Dobbiamo occuparci dell’ideologia che esso ha fatta propria e del programma con cui si è conquistato un seguito.

La nostra critica ci permette di concludere che, in confronto alla ideologia e al programma tradizionali della politica borghese, il fascismo non apporta nulla di nuovo. La sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono in tutto e per tutto nella sua organizzazione, nella sua disciplina, nella sua struttura gerarchica. All’infuori di questi eccezionali e militari aspetti esteriori, non gli resta che una situazione irta di difficoltà di cui è incapace di venire a capo: la crisi economica non cesserà infatti di riproporre le cause di una ripresa rivoluzionaria, mentre il fascismo non sarà in grado di riorganizzare l’apparato sociale borghese. Il fascismo, che non saprà mai superare l’anarchia economica del sistema capitalistico, ha un altro compito storico, che noi possiamo definire come la lotta contro l’anarchia politica, contro l’anarchia della stessa organizzazione della classe borghese in quanto partito politico. Gli strati della classe dominante italiana hanno finora costituito dei raggruppamenti politici e parlamentare tradizionali che non poggiano su partiti saldamente organizzati, si combattono a vicenda e, nei loro interessi particolari e locali, conducono una lotta di concorrenza che fra i politici di professione porta ad ogni sorta di manovre nei corridoi di Montecitorio. L’offensiva controrivoluzionaria della borghesia rendeva necessario radunare le forze della classe dominante nella lotta sociale come nella politica governativa. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità. Ponendosi al di sopra di tutti i partiti borghesi tradizionali, esso li priva a poco a poco del loro contenuto, li sostituisce nella loro attività e, grazie agli errori e agli insuccessi del movimento operaio, riesce a utilizzare per i suoi piani il potere politico e il materiale umano delle classi medie. Ma non riuscirà mai a darsi una ideologia e un programma concreto di riforme sociali e amministrative che superino i limiti della tradizionale politica borghese, una politica che ha già fatto mille volte bancarotta.

La parte critica della sedicente dottrina fascista non ha gran valore. Essa si dà una vernice antisocialista e, nello stesso tempo, antidemocratica. Per quel che riguarda l’antisocialismo, è chiaro che il fascismo è un movimento delle forze antiproletarie; altrettanto ovvio è quindi che si dichiari avverso a tutte le forme economiche socialiste e semisocialiste, senza che, nel far ciò, riesca ad esprimere nulla di nuovo in appoggio al sistema della proprietà privata, a meno di accontentarsi del luogo comune del fallimento del comunismo in Russia. Quanto alla democrazia, essa dovrebbe cedere il posto ad uno stato fascista perché non ha saputo combattere le tendenze rivoluzionaria e antisociali. Ma questa non è che una vuota frase.

Il fascismo non è una tendenza della destra borghese che poggi sulla aristocrazia, il clero, gli alti funzionari civili e militari, e miri a sostituire alla democrazia del governo borghese e della monarchia costituzionale una monarchia dispotica. Il fascismo incarna la lotta controrivoluzionaria di tutti gli elementi borghesi affasciati; perciò non gli è affatto necessario distruggere le istituzioni democratiche. Dal nostro punto di vista marxista, questa circostanza non deve essere considerata paradossale, perché sappiamo che il sistema democratico rappresenta solo una miscela di garanzie menzognere, dietro la quale si nasconde la lotta della classe dominante contro il proletariato.

Il fascismo unisce insieme la violenza reazionaria e l’astuzia demagogica con cui la sinistra borghese ha sempre saputo ingannare la classe proletaria e mostrare la superiorità dei grandi interessi capitalistici in confronto a tutte le esigenze sociali e politiche delle classi medie. Quando i fascisti passano da una sedicente critica della democrazia liberale alla presentazione di una dottrina positiva, predicando un patriottismo esasperato e blaterando di una missione storica del popolo italiano, agitano un mito storico privo di ogni base alla luce della vera critica sociale, che mette spietatamente a nudo quel paese delle finte vittorie che si chiama Italia.

Quanto all’influenza sulle masse, ci troviamo di fronte ad una imitazione dell’atteggiamento classico della democrazia borghese: quando si sostiene che tutti gli interessi devono subordinarsi al superiore interesse della nazione, ciò significa in realtà che si propugna in linea di principio una collaborazione di tutte le classi, mentre in pratica non si sostengono che le istituzioni conservatrici borghesi contro i tentativi di emancipazione rivoluzionaria del proletariato. La stessa cosa ha sempre fatto la democrazia liberale borghese.

La novità del fascismo sta nell’organizzazione del partito borghese di governo. Gli avvenimenti politici sulla tribuna del parlamento italiano hanno fatto sorgere l’impressione che l’apparato statale borghese fosse precipitato in una tale crisi, che bastasse uno scrollone per abbatterlo. In realtà, si trattava soltanto di una crisi dei metodi di governo borghesi, scoppiata in seguito all’impotenza dei gruppi e dirigenti tradizionali della politica italiana, che non riuscivano, durante una crisi acuta, a condurre la lotta controrivoluzionaria.

Il fascismo ha creato un organo capace di assumere il ruolo di guida dell’intera macchina statale. Ma, quando i fascisti, accanto alla loro lotta pratica contro i proletari, espongono un programma positivo e concreto di organizzazione sociale e di amministrazione statale, in fondo si limitano a ripetere le tesi banali della democrazia e della socialdemocrazia: non hanno mai costruito un proprio sistema organico di proposte e progetti. Per esempio, hanno sempre sostenuto che, nel programma fascista, è contenuta una limitazione della macchina burocratica, che, partendo dall’alto con una riduzione dei ministeri, si estenderebbe poi a tutti i campi dell’amministrazione. Ora, se è vero che Mussolini ha rinunciato alla carrozza ferroviaria speciale di primo ministro, ha invece aumentato il numero dei ministeri e dei sottosegretariati per poter insediare i propri pretoriani.

Esattamente allo stesso modo, dopo diversi gesti repubblicani e sibillini in merito al problema: monarchia o repubblica? il fascismo si è deciso a favore di un leale monarchismo, e, dopo tanto strepito sulla corruzione parlamentare, ripreso in pieno la prassi del parlamentarismo.

Esso ha mostrato una così scarsa inclinazione ad appropriarsi le tendenze della reazione pura, che ha lasciato il più largo margine di manovra al sindacalismo. Al congresso di Roma dell’autunno 1921, in cui il fascismo ha fatto tentativi quasi buffoneschi di fissare la propria dottrina, si è tentato anche di caratterizzare il sindacalismo fascista come predominio del movimento delle categorie dei lavoratori intellettuali. Ma quest’indirizzo sedicentemente teorico è smentito dalla cruda realtà. Il fascismo, che ha fondato le sue organizzazioni sindacali sulla base della forza materiale e del monopolio delle questioni di lavoro, ad esso ceduto dagli imprenditori per spezzare così le organizzazioni rosse, non è tuttavia riuscito ad estendersi neppure fra quelle categorie in cui è più avanzata la specializzazione tecnica del lavoro, e ha ottenuto successi unicamente fra i lavoratori agricoli e in poche categorie qualificate di operai urbani, per esempio fra i portuali, senza che sia riuscito a conquistare la parte più evoluta e intelligente del proletariato. Esso non ha neppure dato una nuova spinta, sul terreno sindacale, al movimento degli impiegati e degli artigiani. Il sindacalismo fascista non poggia su nessuna dottrina seria. L’ideologia del programma del fascismo [contiene] una miscela confusa di concetti e rivendicazioni borghesi e piccolo-borghesi, e l’impiego sistematico della violenza contro il proletariato non gli impedisce affatto di attingere alle fonti socialdemocratiche dell’opportunismo.

Lo dimostra la presa di posizione dei riformisti italiani, la cui politica, per un certo tempo, è apparsa dominata da princìpi antifascisti e dall’illusione di poter costituire un governo di coalizione borghese-proletario contro i fascisti, ma che oggi si accodano al fascismo vittorioso. Questo avvicinamento non è affatto paradossale: è il frutto di una lunga serie di circostanze, e molte cose lo lasciavano prevedere: fra l’altro, il movimento dannunziano, che da una parte è collegato al fascismo e dall’altra tenta di avvicinarsi alle organizzazioni proletarie sulla base di un programma, derivante dalla Costituzione fiumana, che pretende di poggiare su fondamenta proletarie e perfino socialiste.

Dovrei ricordare ancora alcuni punti che ritengo molto importanti per il fenomeno fascista; ma non è ora il tempo. Altri compagni italiani potranno, in sede di discussione, completare il mio discorso. Ho volutamente tralasciato il lato sentimentale della questione e le sofferenze che gli operai e i comunisti italiani hanno dovuto sopportare, perché non mi sembravano il punto nodale della questione.

Devo ora parlare degli ultimi avvenimenti accaduti in Italia, sui quali il Congresso attende informazioni più precise.

Gli ultimi avvenimenti

La nostra delegazione ha lasciato l’Italia prima degli ultimi avvenimenti e ne era, fino a poco tempo fa, male informata. Ieri sera, è però giunto un delegato del nostro C.C. e ci ha fornito un quadro degli avvenimenti, della cui esattezza mi rendo garante di fronte a voi. Ripeterò le notizie che ci sono state fornite.

Come vi ho già detto, il governo Facta aveva lasciato libero gioco ai fascisti nell’attuazione della loro politica. Ne do soltanto un esempio. Il fatto che nei ministeri via via succedutisi il partito popolare, cattolico-contadino, godesse di una forte rappresentanza, non ha impedito ai fascisti di continuare nella lotta contro le organizzazioni, i membri e le istituzioni di questo partito. Il governo esistente non era che un governo-ombra, la cui sola attività consisteva nell’appoggiare l’offensiva fascista in direzione del potere, quell’offensiva che qui abbiamo designato come puramente territoriale e geografica.

In realtà, il governo prepara il terreno al colpo di Stato fascista. La situazione intanto precipitava. Si aprì una nuova crisi ministeriale. Si chiesero le dimissioni di Facta. Le ultime elezioni avevano dato al parlamento una composizione tale, che era impossibile assicurarsi una maggioranza stabile in base ai sistemi partitici tradizionali. In Italia, si era soliti dire che “il gigantesco partito liberale” era al potere. In effetti, questo non era un partito in senso proprio, non aveva mai avuto un’organizzazione degna di questo nome, non costituiva che un miscuglio di cricche personali di politici del Nord e del sud, oltre che di borghesi industriali ed agrari, manovrati da politici di professione. L’insieme di questi parlamentari costituiva in realtà il nocciolo di ogni combinazione ministeriale. Ma, per il fascismo, se non voleva cadere preda di una grave crisi interna, era venuto il momento di modificare questa situazione: era in gioco anche la questione organizzativa, in quanto si dovevano soddisfare le gesta del movimento fascista e pagare le spese della sua organizzazione. Questi mezzi materiali sono stati anticipati in larga misura dalle classi dominanti e, a quanto sembra, perfino da governi stranieri. La Francia ha finanziato il gruppo Mussolini. In una seduta segreta del suo governo, si è discusso su un bilancio comprendente ingenti somme fornite a Mussolini nel 1915. Di questi ed altri documenti il partito socialista ha preso visione; ma non ha dato seguito alla cosa perché riteneva che Mussolini fosse un uomo finito. D’altra parte, il governo italiano ha sempre facilitato il compito agli squadristi, che, per esempio, hanno potuto servirsi gratuitamente, in intere bande, della rete ferroviaria. Ma, date le enormi spese del movimento, la situazione, se non si fosse deciso di prendere direttamente il potere, sarebbe divenuta difficilissima. Esso non poteva aspettare nuove elezioni, anche se il suo successo era scontato.

I fascisti possedevano già una forte organizzazione politica, contavano 300.000 uomini; sostenevano anzi di averne di più. Avrebbero quindi potuto vincere anche solo coi mezzi “democratici”; ma occorreva far presto. E presto si è fatto.

Il 24 ottobre si riunisce a Napoli il Consiglio nazionale fascista. Oggi si dice che questo avvenimento, al quale tutta la stampa borghese ha fatto pubblicità, non sia stata che una manovra per distogliere l’attenzione dal colpo di Stato. A un certo punto, si è detto ai congressisti: Chiudiamo il dibattito; c’è di meglio da fare; ciascuno torni al proprio posto. Ha così avuto inizio una sorta di mobilitazione. Era il 26 ottobre. Nella capitale regnava ancora una calma completa. Facta aveva dichiarato di non volersi dimettere prima di aver convocato ancora una volta il governo per osservare la procedura di rito. Nonostante però questa dichiarazione, eccolo offrire al re le sue dimissioni. Cominciano le trattative per un nuovo governo. I fascisti marciano su Roma, che è il centro della loro attività (essi sono particolarmente attivi nell’Italia centrale, specialmente Toscana). Li si lascia fare.

Incaricato di formare il nuovo governo, Salandra vi rinuncia in seguito all’atteggiamento dei fascisti. È probabile che, se non li si fosse soddisfatti con l’incarico a Mussolini, essi si sarebbero comportati da banditi anche contro la volontà dei loro capi, e avrebbero saccheggiato e distrutto ogni cosa nelle città e nelle campagne. L’opinione pubblica comincia a mostrare segni di inquietudine. Il governo Facta dichiara: Noi proclamiamo lo stato d’assedio. Lo si proclama, infatti, e per tutta una giornata l’opinione pubblica attende uno scontro fra il potere statale e le forze fasciste. In merito, i nostri compagni rimangono però estremamente scettici. E in realtà i fascisti, in tutto il loro cammino, non si scontrano in nessuna resistenza seria. Eppure v’erano nell’esercito alcuni ambienti sfavorevoli ai fascisti; i soldati erano pronti a battersi contro di loro. Ma gli ufficiali erano in maggioranza filofascisti.

Il re si rifiuta di firmare il decreto di stato d’assedio. Ciò significa accettazione delle condizioni poste dai fascisti, che nel “Popolo d’Italia” scrivono: Basta incaricare Mussolini di formare un nuovo governo, e si è trovata una soluzione legale; in caso contrario, marceremo su Roma e ce ne impadroniremo.

Qualche ora dopo la revoca dello stato d’assedio, si sa che Mussolini andrà a Roma. Si era già preparata una difesa militare, si erano riunite delle truppe; ma gli accordi sono ormai presi, e il 31 ottobre i fascisti entrano senza colpo ferire nella capitale. Mussolini forma il nuovo governo, la cui composizione è nota: il partito fascista, che in parlamento non conta più di 35 seggi, ottiene nel governo la maggioranza assoluta. Per sé Mussolini prende non solo la presidenza, ma i portafogli degli interni e degli esteri. Negli altri dicasteri interessanti vengono insediati dei fascisti. Ma, non essendosi ancora venuti ad una rottura completa coi partiti tradizionali, figurano nel governo anche due rappresentanti della democrazia sociale, cioè della sinistra borghese, come pure dei liberali di destra, ed un giolittiano. Rappresentano la corrente monarchica il generale Diaz al ministero della guerra e l’ammiraglio Thaon de Revel al ministero della marina. Il partito popolare, che ha un forte peso in seno al governo, si è mostrato molto abile nel compromesso col gabinetto Mussolini. Sotto il pretesto dell’impossibilità degli organi ufficiali del partito di riunirsi a Roma, la responsabilità di accettare le proposte di Mussolini è stata lasciata ad una riunione ufficiosa di alcuni parlamentari. Si è però riusciti a ottenere da Mussolini alcune concessioni, e la stampa del partito popolare ha potuto dichiarare che il nuovo governo non avrebbe cambiato gran che nel sistema elettorale di rappresentanza del popolo.

Il compromesso si è esteso agli socialdemocratici, e, per un momento, è sembrato che il riformista Baldesi avrebbe partecipato al governo. Mussolini ha avuto la scaltrezza di farne sondare il parere da uno dei suoi luogotenenti; dopo che Baldesi si era ormai dichiarato felice di accettare l’incarico, Mussolini ha reso noto che il passo era stato compiuto da uno dei suoi amici sotto la sua responsabilità personale, e Baldesi non è entrato nel nuovo governo. Mussolini non ha neppure accolto nel governo alcun rappresentante della riformista CGL; ma solo perché gli elementi di destra del suo ministero vi si sono opposti.

Ma egli resta del parere che una rappresentanza di questa organizzazione nella sua “grande coalizione nazionale” sia, ora che si è resa indipendente da qualunque partito politico rivoluzionario, necessaria.

In questi avvenimenti noi vediamo un compromesso fra le cricche politiche tradizionali e i diversi strati della classe dominante, industriale, banchieri e proprietari fondiari, tutti inclini al nuovo regime istituito da un movimento che si è assicurato l’appoggio della piccola borghesia.

A nostro parere, il fascismo è un mezzo per rafforzare il potere con tutti i mezzi a disposizione della classe dominante, non senza mettere a frutto gli stessi insegnamenti della rivoluzione proletaria vittoriosa, la rivoluzione russa. Di fronte ad una grave crisi economica, lo Stato non basta più per mantenere intatto il potere. Occorre un partito unitario, un’organizzazione controrivoluzionaria centralizzata. Per i suoi legami con l’intera classe borghese, il partito fascista è, in un certo senso, quello che in Russia, per i suoi legami con il proletariato, è il partito comunista, cioè un organo di direzione e controllo dell’intero apparato statale, ben organizzato e disciplinato. In Italia, il partito fascista ha occupato quasi tutti i posti importanti della macchina statale: esso è l’organo dirigente borghese dello Stato nel periodo di putrescenza dell’imperialismo. È questa, a mio avviso, una spiegazione storica sufficiente del fascismo e degli ultimi avvenimenti italiani.

I primi provvedimenti del nuovo governo mostrano che questo non intende modificare le basi degli istituti tradizionali. Naturalmente, non sostengo che la situazione sia favorevole per il movimento proletario e comunista, sebbene preveda che il fascismo sarà liberale e democratico. I governi democratici non hanno mai dato al proletariato altro che dichiarazioni e promesse. Per esempio, il governo Mussolini ha dato assicurazione che la libertà di stampa sarà rispettata. Ma non ha tralasciato di aggiungere che la stampa deve a sua volta dimostrarsi degna di questa libertà. Che cosa significa ciò? Significa che il governo promette bensì di rispettare la libertà di stampa, ma lascerà sussistere le sue organizzazioni militari, che, come è già avvenuto in qualche caso, marceranno contro gli organi comunisti. D’altra parte, bisogna riconoscere che, se il governo fascista fa alcune concessioni ai liberali borghesi, non si possono riporre eccessive speranze nella sua dichiarazione di voler trasformare le proprie organizzazioni militari in associazioni sportive o che di simile; è a nostra conoscenza che dozzine di fascisti sono stati trattenuti in arresto perché si erano opposti all’ordine di smobilitazione dato da Mussolini.

Quale influenza hanno avuto questi avvenimenti sul proletariato? Esso si è trovato in una tale situazione, che non ha potuto recitare alcuna parte importante nella lotta, e si è dovuto comportare in modo quasi passivo. Quanto al partito comunista, esso si è sempre reso conto che la vittoria del fascismo avrebbe significato una sconfitta del movimento rivoluzionario. Il problema è essenzialmente di sapere se la tattica del PCI è stata in grado di ottenere il massimo di risultati nella difesa del proletariato italiano e in una posizione difensiva, giacchè non abbiamo mai creduto neppure per un momento che esso fosse in grado di lanciare un’offensiva contro la reazione fascista. Se, invece del compromesso fra la borghesia e il fascismo, fosse scoppiato un conflitto militare, una guerra civile, il proletariato avrebbe forse potuto giocare un certo ruolo, creare il fronte unico per lo sciopero generale e ottenere qualche successo. Ma, nella situazione così com’era, il proletariato non ha potuto partecipare alle azioni. Per quanta importanza avessero gli avvenimenti in corso di sviluppo, non bisogna perdere di vista il fatto che il cambiamento di scena politico è stato in realtà meno brusco di quanto possa apparire, perché la situazione si era, già prima dello scatenamento dell’offensiva finale fascista, di giorno in giorno acutizzata.

Come unico esempio di lotta contro il potere statale e il fascismo, non v’è che il conflitto di Cremona, in cui si sono avuti sei morti. Il proletariato ha combattuto soltanto a Roma, dove i reparti operai rivoluzionari si sono scontrati con le squadre fasciste, e vi sono stati dei feriti. L’indomani, la guardia regia ha occupato il quartiere operaio, l’ha privato di ogni mezzo di difesa e ha quindi permesso ai fascisti accorsi di sparare a sangue freddo sugli operai. È questo l’episodio più sanguinoso che si sia verificato nelle recenti lotte in Italia.

Quando il Partito comunista ha proposto lo sciopero generale, la CGL lo ha disarmato e ha spinto i proletari a non seguire le pericolose esortazioni dei gruppi rivoluzionari, diffondendo anche la voce che il Partito comunista si fosse sciolto: e ciò in un momento in cui la nostra stampa si trovava nell’impossibilità di uscire.

A Roma, l’evento più grave per il partito è stato l’occupazione della redazione del “Comunista”. Il locale della tipografia è stato occupato il 31 ottobre, nel momento in cui il giornale stava per essere pubblicato e 100.000 fascisti tenevano in stato d’assedio la città. Tutti i redattori erano riusciti a mettersi in salvo attraverso uscite secondarie, con la sola eccezione del redattore-capo, il compagno Togliatti, che era nel suo studio. I fascisti, entrati, si sono impadroniti di lui. Il contegno del nostro compagno è stato veramente eroico. Egli ha fieramente dichiarato di essere il nostro redattore-capo, ed era già stato messo al muro per essere fucilato, mentre i fascisti spingevano indietro la folla per procedere alla sua esecuzione, quando (e solo a ciò egli deve la sua salvezza) corse voce che gli altri redattori fossero scappati attraverso il tetto. Gli aggressori si sono dati ad inseguirli: ciò non ha impedito al nostro compagno, qualche giorno dopo, di tenere un discorso a Torino, nel comizio per la ricorrenza dell’anniversario della Rivoluzione di Ottobre (Applausi).

Ma si tratta di un caso isolato. L’organizzazione del nostro partito è in uno stato abbastanza buono. Se il “Comunista” non esce, non è per decisione del governo, ma perché la tipografia non vuol stamparlo. Lo abbiamo fatto uscire clandestinamente, servendoci di un’altra tipografia. Le difficoltà di pubblicazione sono state di ordine non tecnico, ma economico.

A Torino, è stata occupata la sede dell’ “Ordine Nuovo” e sono state sequestrate le armi che vi si trovavano a scopo difensivo. Ma il quotidiano è ora pubblicato altrove. A Trieste la polizia ha preso possesso della tipografia del “Lavoratore”, ma anche questo organo appare ora illegalmente. Il nostro partito ha ancora la possibilità di lavorare alla luce del sole, e la nostra situazione non è affatto tragica. Ma poiché non si può sapere come le cose andranno in avvenire, sono costretto ad esprimermi con un certo riserbo sullo stato futuro della nostra organizzazione e del nostro lavoro. Il compagno da poco arrivato è uno dei dirigenti di un’importante organizzazione locale del Partito, ed il suo parere, condiviso da molti altri militanti, è che d’ora innanzi potremo lavorare meglio. Non voglio presentare questa opinione come una verità definitiva, ma il compagno che la esprime è un militante che lavora veramente fra le masse, e la sua opinione ha un grande valore.

Vi già detto che la stampa avversaria ha diffuso la falsa notizia dello scioglimento del nostro partito. Noi abbiamo pubblicato una smentita e ristabilito la verità. I nostri organi politici centrali, la nostra centrale militare clandestina, la nostra centrale sindacale, sono in piena attività, e i collegamenti con la provincia sono stati ripristinati quasi dappertutto. I compagni rimasti in Italia non hanno perso la testa neppure per un momento, e stanno facendo tutto il necessario. Quanto agli socialisti, la sede dell’ Avanti! è stata distrutta dai fascisti, ed occorrerà qualche tempo prima che il giornale possa riprendere le sue pubblicazioni. È stata anche distrutta la sede del PSI a Roma e bruciati tutti i suoi archivi. Circa la posizione dei massimalisti nella polemica tra il PCI e la CGL, non possediamo né un manifesto né una dichiarazione.

Per quel che infine riguarda i riformisti, dal linguaggio della loro stampa che ancora esce risulta chiaro che si accoderanno al nuovo governo.

In merito alla situazione sindacale, il compagno Repossi del nostro Comitato Centrale Sindacale è dell’avviso che il lavoro potrà continuare.

Queste informazioni, datanti dal 6 novembre, che abbiamo ricevuto.

Il mio discorso dura già da molto tempo e io non toccherò la questione della presa di posizione del nostro partito durante l’intero periodo di sviluppo del fascismo, perché mi riservo di farlo in occasione di altri punti all’ordine del giorno del Congresso. Vogliamo solo porci la questione di quali siano le prospettive per l’avvenire.

Abbiamo sostenuto che il fascismo dovrà fare i conti con il malcontento provocato dalla politica governativa. Ma sappiamo fin troppo bene che quando, oltre che dello Stato, si dispone di un’organizzazione militare, è più facile soffocare il malcontento e padroneggiare una situazione economica per quanto sfavorevole. Sotto la dittatura del proletariato, ciò è vero in un senso molto più vasto, perché lo sviluppo storico parla a nostro favore. I fascisti sono assai bene organizzati ed hanno obiettivi ben precisi. In tali circostanze, è da prevedere che la posizione del governo fascista non sarà insicura.

Come avrete notato, non ho affatto esagerate le condizioni in cui il nostro partito ha combattuto. Non vogliamo qui farne una questione sentimentale. Il PCdI può aver commesso degli errori, lo si può criticare, ma io credo che, nel momento attuale, il comportamento dei compagni prova che abbiamo svolto un autentico lavoro nel senso della formazione di un partito rivoluzionario del proletariato, e che esso costituirà la base della riscossa della classe operaia italiana.

I comunisti italiani hanno il diritto di chiedere che la loro opera venga riconosciuta. Anche se il loro atteggiamento non ha sempre riscosso l’approvazione generale, essi sentono di non aver nulla da rimproverarsi nei confronti della rivoluzione e dell’Internazionale comunista.

Punti di contatto:

Milano, via dei Cinquecento n. 25 (citofono Istituto Programma), (lunedì dalle 18) (zona Piazzale Corvetto: Metro 3, Bus 77 e 95)
Messina, Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
Roma, via dei Campani, 73 - c/o “Anomalia” (primo martedì del mese, dalle 17,30)
Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
Berlino, ogni ultimo giovedì del mese dalle ore 19, presso il Cafè Comunista, RAUM, Rungestrasse 20, 10179 Berlino.
Bolognac/o Circolo ARCI Guernelli - via Gandusio 6 - 40128 Bologna (Prossime date e orari: 9/10, 27/11, 11/12, 29/1, 26/2, 26/3; dalle 15,30 alle 17,30)
Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 09 luglio 2022, dalle 15.30)
Cagliari, c/o Baracca Rossa, via Principe Amedeo, 33 - 09121 Cagliari (ultimo giovedi del mese, dalle 20)

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