Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Commissione italiana. Replica Bordiga (in APC 1922 69/40-45)

(originale in francese)

 

Commissione italiana, 22 novembre

Replica Bordiga

 

Dovrei ora scegliere le cose più importanti fra le diverse obiezioni fatte dai compagni che hanno preso la parola.

Mi occuperò subito delle critiche della nostra minoranza.

È necessario dire chiaramente qual è il pericolo opportunista che si presenta nell’applicazione della tattica dell’Internazionale Comunista.

Alcuni dati di questa tattica, che comincia oggi ad essere capita, sono in certo modo l’università della tattica comunista alla quale tutti i militanti debbono sforzarsi di giungere nello sviluppo della propria esperienza.

Ma, a volte, accade che gli opportunisti ancora nascosti nel nostro movimento scambino questa università per la classe degli asini da essi seguita nella Seconda Internazionale e si gettino con entusiasmo esagerato su queste ultime espressioni della nostra tattica, interpretandole alla loro maniera.

Forse non è un caso che la destra del nostro Partito e la frazione Maffi, che vorrebbero oggi insegnarci come va concepita la vera tattica rivoluzionaria e criticano la nostra incomprensione, siano quasi tutti degli ex-riformisti della II Internazionale.

Ecco perché ci sono dei compagni che vengono qui ad ogni Congresso e si rallegrano con aria del tutto seria che l’Internazionale capisca sempre meglio certi problemi e, ammirando questo fatto, pretendano di ammirare il ritorno di Bucharin al revisionismo di Bernstein.

Si dice che noi soffriamo di una malattia di sinistra che ci impedisce di comprendere queste finezze tattiche, che abbiamo paura di applicarle, che non siamo all’altezza della vera politica del comunismo. E, dopo tutto questo, ci si viene a dire: Ma voi siete abbastanza svegli, abbastanza abili, abbastanza forti, abbastanza capaci, per digerire gli opportunisti che accoglierete in seguito alla fusione, nonostante tutti i pericoli ch’essa implica.

V’è in ciò una contraddizione che bisogna chiarire.

Se non abbiamo saputo applicare i metodi dell’Internazionale, se si è convinti che abbiamo avuto delle incertezze, delle esitazioni, e che abbiamo dato prova di una certa inferiorità rispetto al compito che ci era imposto, se abbiamo tanti difetti, allora bisogna rinunciare a pretendere di affidarci il compito di lottare contro l’opportunismo che, con la fusione, si vuole installare nel partito.

Evidentemente, tutti i centristi che verranno da noi avranno buon gioco ad avvalersi di tutte le critiche che si sono rivolte alla nostra tendenza infantile di sinistra.

C’è un argomento della compagna Fischer che dice che non si può contestare il fatto che le stesse persone cambiano di atteggiamento politico. Ma noi non facciamo una questione di persone e comprendiamo benissimo che è del tutto possibile, per esempio, che un giorno io diventi riformista e che dei massimalisti divengano dei perfetti marxisti rivoluzionari. Ma, quando ho confrontato l’insieme degli uomini che formano rispettivamente il Partito Comunista e il Partito Socialista, non mi sono fissato sulle qualità personali, ma sulla natura dei rapporti che, nei due partiti, si stabiliscono fra i loro membri.

Sono le forme di questi rapporti che sono diversissime ed hanno una tradizione storica che non si può sradicare di colpo.

Può darsi che noi prendiamo un opportunista e che, nelle nostre file, egli diventi un buon comunista. Ma quando siamo costretti a compiere la fusione col Partito Socialista, non possiamo non trasportare in mezzo a noi tutto l’insieme di amicizie, di rapporti, di metodi di lavoro, di legami fra i diversi organi del Partito, che conserva tutti i caratteri socialdemocratici ed opportunisti, caratteri destinati ad avere la più disastrosa influenza sul resto della nostra organizzazione.

Per quanto riguarda il confronto fra l’Italia e la Francia, non ho parlato di un’analogia completa. Ma semplicemente constatato l’esistenza di un carattere universale del centrismo, che consiste nel nascondersi sotto l’accettazione di non importa quale testo, di non importa quale risoluzione; che, quando si realizza un fatto clamoroso nel quale i centristi sono messi alla prova, ed essi vi si rifiutano, tutto il resto della loro ortodossia crolla; e che da solo questo fatto ci permette di concludere che ci troviamo in presenza di un’organizzazione centrista. È da questo punto di vista che ho fatto un confronto fra il giudizio sul gruppo Serrati e quello sul centro francese.

Tutta l’adesione di Serrati alle risoluzioni e alle tesi del II Congresso non era che una maschera, e questa è caduta di fronte all’invito a separarsi da Turati.

È pure necessario stabilire una differenza fra la situazione di Livorno e quella di Roma.

A Roma, non è più la questione dei riformisti a dimostrarci che siamo in presenza di un gruppo centrista, ma sono questioni di altro ordine.

Perché l’atteggiamento verso i riformisti è cambiato da Livorno a Roma senza che il massimalismo abbia avuto bisogno, per farlo, di spostarsi a sinistra?

A Livorno, il problema era di cacciare dalle file del Partito tutti coloro che si mettevano per principio contro le tesi comuniste, contro la dittatura del proletariato, l’impiego della violenza, ecc. Si trattava di cacciare i socialdemocratici anche se sono dei socialdemocratici che non praticano ancora l’aperta collaborazione di classe in parlamento. Se i riformisti fossero rimasti sul terreno di Livorno, Serrati non li avrebbe cacciati. Ma, a Roma, essi avevano cambiato politica; avevano già deciso, compiendo passi decisivi, di praticare la collaborazione parlamentare e governativa con la borghesia.

Ecco perché, in questa seconda situazione, i serratiani hanno voluto la rottura; ecco perché non si può dire che per questo solo fatto abbiano riconosciuto i loro errori, e perduto nello stesso tempo tutto il loro carattere centrista e opportunista.

È perciò che Serrati avrà tutto il diritto di sostenere di essere stato coerente fra Livorno e Roma.

Bisognava far comprendere a tutto il partito questa diversa situazione, invece di fare ciò che l’Internazionale ha voluto, cioè precipitarsi sui massimalisti, ad occhi chiusi, e dire: Hanno abbandonato Turati, devono cadere direttamente nelle nostre braccia.

Quanto al compagno Tasca, dico che egli presta agli altri l’oscurità che esiste solo in lui stesso. Egli ha sempre esitato. Al congresso federale di Torino, da lui citato, io ho esposto molto chiaramente la tattica dell’Internazionale nella questione del fronte unico. Noi siamo stati i primi a spiegare, in articoli e discorsi, quello che diceva l’Internazionale, lottando contro il pericolo rappresentato dalle tradizioni della pseudo-intransigenza serratiana nel nostro Partito, e abbiamo accettato il 99% di ciò che proponeva l’Internazionale, permettendoci unicamente di far delle riserve su dati punti.

Ma queste riserve non possono far dimenticare che noi abbiamo fatto la propaganda di questo metodo in tutti i Congressi federali di preparazione al nostro Congresso nazionale.

A Torino come altrove io ho detto molto chiaramente: Ecco l’attitudine dell’Internazionale. Ho polemizzato contro le interpretazioni false che ne davano gli opportunisti come Serrati e come certi elementi del Partito francese. Dopo aver dimostrato che queste obiezioni erano completamente ridicole, ho esposto chiaramente quali erano le obiezioni, di ordine affatto diverso, sollevate dal Partito italiano.

Tasca, allora, non vedeva ancora chiaramente questo problema. Egli disse d’essere completamente d’accordo con quanto avevo detto, facendo alcune riserve che nessuno capì. Non ci fu discussione e l’assemblea accettò all’unanimità le nostre tesi.

Al congresso di Marsiglia del Partito francese, nel mio discorso a nome dell’Internazionale, ho difeso l’idea del fronte unico e polemizzato contro le errate interpretazioni della politica economica ed estera della Russia dei Soviet.

La propaganda per il fronte unico in Francia è cominciata grazie all’intervento del compagno Valetsky e mio nella riunione notturna nella sottocommissione per la politica generale.

In Italia, abbiamo lavorato per far capire ed applicare la vera tattica dell’Internazionale. Se ci si fosse lasciati sviluppare la nostra azione senza la diffidenza che si è formata nei nostri confronti, si sarebbe constatato che le divergenze erano minime. E questa diffidenza si è prodotta perché, nelle severe regole di organizzazione e di lavoro che avevamo stabilite per noi stessi e per gli altri, certi elementi, certe personalità, tenute un po’ in disparte per le loro caratteristiche, hanno creato un malcontento e fatto delle critiche per il motivo che si lavorava al di fuori del loro prezioso contributo.

Ora il Partito Comunista è un’organizzazione di azione rivoluzionaria. Non si tratta della fortuna personale o della carriera personale di alcuni di noi, e noi abbiamo messo ad ogni posto gli uomini che credevamo più adatti, a causa delle loro attitudini positive e, vorrei dire, tecniche. Se abbiamo scartato qualcuno, è perché non era all’altezza delle responsabilità che era necessario assumersi. Ecco perché certi elementi della minoranza non hanno fatto parte del Comitato Centrale eletto al Congresso di Roma. Ecco la sorgente di tutta una serie di critiche ai dirigenti del Partito, critiche prive di qualunque serio contenuto. Tasca, per esempio, che ha partecipato largamente alla nostra azione accettando i compiti affidatigli dal Partito, nella misura delle sue innegabili qualità, ha fatto delle riserve al momento del Consiglio di Genova della CGL, dicendo che bisognava fare il fronte unico leale. Ho ritrovato questa frase nelle dichiarazioni della destra francese recentemente espulsa dal partito.

Ora, se il fronte unico consiste nell’intrattenere rapporti cordiali con gli opportunisti e i traditori della classe operaia, io lo respingo, e tutti i buoni comunisti lo respingeranno con me.

Al contrario, ciò che l’Internazionale dice è appunto che bisogna fare il fronte unico per distruggere l’influenza degli opportunisti, e lo stesso Radek, che passa per un elemento di destra, a Berlino non li ha risparmiati.

Io credo che l’Internazionale debba diffidare di coloro che accettano tutto ad occhi chiusi, e considerare con meno diffidenza la nostra pretesa di contribuire, nella misura delle nostre forze, alla formazione delle sue opinioni; e di considerare con minore diffidenza coloro che costituiscono una collaborazione leale, mille volte più utile di certe adesioni che nascondono profonde divergenze.

Se si pensa che la politica della fusione sia necessaria perché l’attuale Partito Comunista presenta gravi difetti di sinistrismo, settarismo ecc., bisogna anche considerare che la fusione non sarà un rimedio e non è essa che potrà correggere il nostro sedicente opportunismo di sinistra.

Noi riconosciamo volentieri che l’Internazionale Comunista può e deve aiutarci a correggere certi errori, ma non bisogna perdere di vista il fatto che, col gruppo massimalista che verrà a noi, noi riceveremo nello stesso tempo tutti i pericoli dell’opportunismo di destra e tutte le fesserie del vero opportunismo di sinistra, che non è altro che il serratismo.

Se credete di migliorare il nostro atteggiamento mediante la miscela con i massimalisti, vi sbagliate. Noi possiamo sottometterci a qualunque corso marxista in cui i nostri maestri siano i capi dell’Internazionale e della rivoluzione russa, nei quali abbiamo fiducia, ma non si può pretendere che andiamo a cercare i nostri maestri fra i peggiori opportunisti del Partito massimalista e perfino fra certi compagni della minoranza del nostro Partito.

 

Punti di contatto:

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