Martedì, 16 Agosto 2022

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 


Relazione sugli avvenimenti del 27-28-29 ottobre 1922 (in APC 128/1-3)

Il discorso Mussolini del 24 Ottobre fissando il minimo delle richieste fasciste aveva reso evidente la impossibilità di accordo per la costituzione del ventilato ministero Giolitti; cosicché questi fece sapere di essere disposto ad assumere il governo anche senza la collaborazione fascista. Queste notizie, assieme all’impressione inattesa dello svolgimento pacifico della parata napoletana interpretato come rivelata vanità della conclamata potenza delle squadre nere, ridiede all’improvviso coraggio alla democrazia.

Oltre a ciò i gruppi capitalistici industriali dell’Alta Italia ebbero la sensazione che l’avvento del fascismo al potere avrebbe provocato una catastrofe economica dello Stato; infatti le notizie degli avvenimenti italiani in uno con abili manovre di speculatori di borsa avevano provocato nello spazio di poche ore una caduta della lira nei confronti della sterlina di oltre 10 punti. Il “Corriere della Sera”, organo dei grandi organismi finanziari del settentrione accentuò la sua campagna di recente data contro la tattica fascista ledente sino dalle basi ogni principio costituzionale; inoltre l’enunciato programma di politica estera minacciante una serie di avventure ad occidente e ad oriente aveva provocato un allarme spiegabilissimo in molti ambienti.

Si ebbe in conseguenza di questi vari elementi un’improvvisa ventata di sinistra sia nella pubblica opinione che nelle sfere governative.

Ciò fu avvertito innanzitutto dai gruppi parlamentari di destra i quali si trovarono stretti fra queste due possibilità: dall’una parte che le sinistre riprendessero il sopravvento escludendoli completamente dalla nuova combinazione ministeriale; dall’altra che i fascisti precipitassero per loro iniziativa la situazione appropriandosi in caso di vittoria della parte maggiore del bottino governativo e riducendo la destra tradizionale alla parte di ancella.

Nazionalisti e liberali credettero quindi giunto il momento di prendere essi la iniziativa della crisi ministeriale extraparlamentare che da tanti giorni si trascinava; il momento era ottimo: i capi delle democrazie lontani da Roma (Orlando, Giolitti, Nitti, De Nicola); i capi fascisti in parte impegnati nelle ultime discussioni del congresso di Napoli ed in parte riuniti a Milano; convenuti in Roma i capi della destra (Salandra, Federzoni, Riccio).

La manovra ebbe inizio con la presentazione delle dimissioni del ministro Riccio che rappresentava nel gabinetto Facta la destra; le dimissioni di Riccio presentate la mattina del 27 Ottobre, all’improvviso, posero l’intero gabinetto di fronte al problema delle proprie dimissioni invano da tempo rinviate per attendere che la nuova combinazione Giolitti poggiante sulla partecipazione fascista fosse maturata. La sera del 27 tutti i ministri consegnavano il portafoglio al Presidente del Consiglio e la comunicazione ufficiale della crisi aperta veniva diramata dalla stampa.

Nella stessa notte la direzione del partito fascista lanciava l’ordine di mobilitazione delle squadre la quale veniva iniziata nella notte stessa senza trovare l’opposizione delle autorità locali le quali attenevansi ai vecchi ordini di favorire in ogni modo l’attività fascista. Ma il partito fascista non intendeva limitare la sua azione ad una dimostrazione innocua di forze; la direzione del partito consegnava i suoi poteri al comando militare generale e questo diramava gli ordini per la presa di possesso degli edifici pubblici (prefetture, stazioni, telegrafi, caserme, ecc.) e per la marcia su Roma che discendendo così dalla nebulosità nella quale era restata fino ad ora, mito e tema di discorsi, si trasformava nella realtà concreta della vita politica.

Le prime notizie delle azioni militari del fascismo giunte a Roma nella notte dal 27 al 28 diedero a tutti la sensazione che questo entrasse in lizza per conto proprio, deciso a mettere in atto qualche piano a tutti sconosciuto e preparante delle sorprese per tutti. Ed allora da una parte il governo e dall’altra i gruppi di destra presero le necessarie misure per difendere le proprie posizioni contro l’alleato all’improvviso divenuto nemico.

Il governo, identificando nell’azione fascista ormai in pieno sviluppo, una forma di insurrezione contro i poteri costituzionali dello Stato, deliberava la dichiarazione dello stato d’assedio in tutta Italia deciso finalmente a resistere con le armi all’esercito delle camice nere. Questa iniziativa era così naturale e conseguente a tutte le tradizioni dello Stato, balzava così spontanea dalle necessità della difesa del regime, che immediatamente, prima ancora di aver ricevuto dal re la ratifica del decreto relativo, veniva diramato in tutta Italia l’ordine del passaggio all’autorità militari di tutti poteri. Ciò si eseguiva dovunque ed in molte località avvenivano i primi urti fra truppe e fascisti. La città di Roma veniva messa in stato di difesa circondata di reticolati e guarnita di mitragliatrici. Un’ondata di odio antifascista si diffondeva in tutta la popolazione e ne erano portavoce tutti i giornali.

Per parte sua la destra parlamentare muoveva immediatamente alla conquista del governo mettendo in azione tutti i suoi uomini e scimmiottando la mobilitazione fascista con la mobilitazione dei “Sempre Pronti” nazionalisti. Gli uomini della destra presenti in Roma ponevano l’assedio al Viminale e al Quirinale esibendosi come gli indicati alla successione dato che la crisi era stata provocata dalle dimissioni dell’on. Riccio loro rappresentante nel precedente ministero.

È a questo momento che è avvenuto un fatto inatteso e stranissimo che ha gettato nella più profonda meraviglia tutti partiti e che ha mutato rapidamente radicalmente la direzione degli avvenimenti.

Il re, per la prima volta nella storia della monarchia italiana, ha dato alla politica dello Stato l’impronta della sua volontà, e questa si è rivelata contro ogni aspettativa ed ogni esperienza del passato. Il re rifiutò di firmare il decreto dello stato d’assedio manifestando così la sua precisa volontà di aprire la via all’avanzata fascista e legando le sue sorti a quelle dell’insurrezione antidemocratica. Nello stesso tempo, abbandonando completamente tutti i vecchi uomini di sua fiducia e sdegnando finanche di ascoltarli per i suggerimenti ed i consulti di prammatica, superando tutti e tutto, affidava il mandato di costituire il nuovo governo all’onorevole Salandra tipico rappresentante dei ceti conservatori.

Non appena queste notizie si diffusero la situazione politica generale perse ogni equilibrio e non fu possibile seguirne le fasi contrastanti.

Mentre al mattino del 28 la democrazia pareva la vittoriosa nel pomeriggio i liberali ed i conservatori ripresero il sopravvento. Uno specchio di questo mutamento era dato dalla pubblicazione dei giornali: al mattino sospesi per disposizione dell’autorità militare tutti i giornali veniva dato un permesso straordinario al “Mondo” nittiano di fare uscire due edizioni straordinarie con le notizie dello stato d’assedio e della precisa volontà del governo di domare la sedizione; al pomeriggio una terza edizione del “Mondo” veniva bruciata dai fascisti e riprendeva le pubblicazioni l’“Idea Nazionale” annunciando il rifiuto del re di firmare la proclamazione dello stato d’assedio. Mentre al mattino veniva affisso il proclama del governo annunciante che la lotta contro i ribelli e quello del comando della Divisione Militare decretante le disposizioni limitatrici, al pomeriggio questi manifesti venivano lacerati dalle squadre fasciste senza che da parte delle autorità si facesse comunque opposizione. Mentre al mattino neppure un fascista circolava per le vie nel pomeriggio intere squadre in divisa ed armate sfilavano per le strade principali senza trovare resistenza da parte della forza pubblica disseminata ovunque.

Non è possibile fare altro allo stato dei fatti che dare un resoconto scheletrico dei fatti, senza ricercare il filo logico che li collega né il loro significato.

Alle ore 19 il Ministero Salandra di dava come fatto; i capi fascisti giunti a Roma accettavano le liste proposte dal nuovo presidente e veniva diramato l’ordine alle squadre fasciste ormai concentrate in grande numero alle porte di Roma di sospendere l’avanzata. Per dichiarare chiusa la crisi si attendeva solamente più la conferma positiva di Mussolini che era tuttora a Milano.

Alle ore 21 all’improvviso la situazione mutava nuovamente: Mussolini aveva fatto sapere che non accettava nessuna collaborazione con un ministero Salandra e che sarebbe venuto a Roma solamente se incaricato della costituzione del nuovo governo respingendo in caso contrario l’invito pervenutogli dal re di recarsi alla capitale. Di conseguenza veniva nuovamente inviato l’ordine alle squadre fasciste di puntare su Roma. La combinazione Salandra tramontava senz’altro e si attendeva solamente ulteriori notizie sulle intenzioni di Mussolini.

Alle ore 23 e si diffondeva la notizia che Mussolini faceva noto di avere pronto il ministero con la esclusione assoluta di tutti gli elementi di destra e con la possibile inclusione della sinistra collaborazionista.

Nella notte il re telegraficamente inviava a Mussolini l’offerta di costituire il ministero e questi preannunciava la sua partenza per Roma con treno speciale.

Alla mattina del 29 l’attività fascista in Roma da parte delle squadre ormai giunte in parte pareva annunciare un nuovo mutamento nella situazione: infatti esse si davano alla distruzione sistematica delle sedi dei giornali democratici e sovversivi (Mondo, Paese, Epoca, Azione, Comunista) delle sedi delle organizzazioni operaie (Casa del Popolo, Casa dei Lavoranti della Mensa). Ma nel pomeriggio veniva la conferma precisa della nuova formazione del Ministero Mussolini schiettamente di sinistra. Si parla dell’offerta di portafogli a Baldesi e a Buozzi. Si dice di un accordo firmato dalla Confederazione Generale del Lavoro.

Verso le 18 viene annunziata l’entrata in Roma dell’esercito fascista: circa 40.000 uomini forniti di cannoni e di mitragliatrici.

Si prevede l’occupazione di Montecitorio e gravi violenze; ma non è possibile da parte del governo tuttora in carica organizzare una qualunque difesa dato che tutto l’organismo dello Stato sfugge a qualunque controllo e disciplina. Il Comandante della Guardia regia ha comunicato al ministro Facta che non riceve più ordini che dall’autorità fascista; generali dell’esercito sono partiti ad assumere il comando delle forze fasciste. È un momento di interregno durante il quale occorre attendersi qualunque violenza.

 

29 ottobre 1922 ore 19.30

 

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Benevento, c/o Centro sociale LapAsilo 31, via Firenze 1 (primo venerdì del mese, dalle ore 19)
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Torino, nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 09 luglio 2022, dalle 15.30)
Cagliari, c/o Baracca Rossa, via Principe Amedeo, 33 - 09121 Cagliari (ultimo giovedi del mese, dalle 20)

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