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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 06 Agosto 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

La “teoria della decrescita”: abbondanza frugale o morte per fame?

“Una volta un valentuomo si immaginò che gli uomini annegassero nell’acqua soltanto perché ossessionati dal pensiero della gravità. Se si fossero tolti di mente questa idea, dimostrando per esempio che era un’idea superstiziosa, un’idea religiosa, si sarebbero liberati dal pericolo di annegare. Per tutta la vita costui combatté l’illusione della gravità, delle cui dannose conseguenze ogni statistica gli offriva nuove e abbondanti prove. Questo valentuomo era il tipo del nuovo filosofo rivoluzionario tedesco”. Così scriveva Marx nell’Ideologia tedesca1, prendendo in giro l’idealismo che si diffondeva in Germania all’approssimarsi degli eventi rivoluzionari borghesi del 1848 – eventi di cui la borghesia stessa aveva grande terrore, perché mettevano in moto un proletariato giovane e combattivo. A più di un secolo e mezzo, il medesimo terrore abita (e debilita) la mente dei filosofi (?) controrivoluzionari d’oggi, allarmati dalla crisi economica in atto in quanto potenzialmente foriera di eventi rivoluzionari. Parliamo qui del molto noto (nei circoli intellettuali e di finta sinistra) Serge Latouche, “teorico della decrescita”, e della sua lectio magistralis dal titolo “L’invenzione dell’economia e la decrescita”2.

 

Quando i filosofi filosofano

Niente di nuovo, a ben vedere. In ogni crisi economica che sconvolge anche le sovrastrutture ideologiche, c’è sempre più di un filosofo ossessionato dalla ricchezza, dall’avidità e… dal Pil pro-capite – dal fatto cioè che esso non misura… la felicità, il vero benessere, “i quali non possono essere quantizzati sotto forma di beni e servizi commerciali e affini, prodotti e consumati” (ma guarda!). La proposta di Latouche è invece di “concepire e costruire una società di ‘abbondanza frugale’ e una nuova forma di felicità”. Insomma, un nuovo francescanesimo: e vi sembra poco? In realtà, la materia sul piatto risulta alquanto miserella: roba vecchia rimasta ad ammuffire in qualche magazzino di libreria (o nel retrobottega cerebrale di qualche “nuovo vecchio filosofo”), che non ha nemmeno la dignità di una Filosofia della miseria del signor Proudhon (quello stesso contro cui Marx diresse la propria efficace risposta, tagliente e ironica nello stesso tempo, in Miseria della filosofia)3.

C’immaginiamo la scena della lectio magistralis. A bocca spalancata, si accalcano gli adepti francescani del cenacolo frugale, aspettando che parli l’oracolo: nessuna meraviglia se fra questi troveremo anche una bella fetta di piccola borghesia di sinistra, di variopinto pretume, oltre che di grassa borghesia industriale, molto interessata a proporre… le ricette crudiste ai propri operai – in fin dei conti, se c’è la crisi, che… si mangi di meno! Il demagogo, nemico del consumismo (ma soprattutto del comunismo), non potrà che esprimersi in pompa… magna. Udite un po’: “è necessario decostruire l’ideologia della felicità quantitativa della modernità; in altre parole, per ‘decolonizzare l’immaginario’ del Pil pro capite, dobbiamo capire come si è radicato”. Un’operazione, come si comprende, tutta all’insegna di una “rivoluzione culturale”, che meriterebbe una sonora pernacchia da parte di qualche operaio disoccupato e incazzato: ma per fortuna, gli operai non frequentano simili festini letterari, abituati come sono a una “frugalità” che rasenta la fame, anche quando sono occupati.

Il nostro scopo è smascherare questi consiglieri fraudolenti, questi maîtres à penser che in un’epoca di crisi infestano il terreno della lotta di classe, ostacolandola mentre tenta (molto faticosamente, dopo ottant’anni di controrivoluzione) di aprirsi la strada con la violenza rivoluzionaria: l’unica strada possibile e necessaria nel mare della palude interclassista. Infatti, c’è di tutto, in giro, in una società parassitaria in stato d’incipiente catastrofe: chi domanda un surplus di consumi in epoca di sovrapproduzione4, chi sostiene che è tempo di responsabilità collettiva e nazionale, chi chiede riconversioni produttive pro domo sua, chi propone riforme di struttura di cui lo Stato si dovrebbe fare decisamente carico e garante (soprattutto nei confronti di… banche e aziende), chi parla di emergenza morale, ecc. ecc…. Ma la violenza di classe, orientata all’abbattimento di questo marcio sistema e alla presa del potere, per carità: mai! Su tutto regnino, sotto scorta e imperio della legge, l’Ordine sociale e la sua deliziosa consorte, la pace dei cimiteri!

Nelle alate parole di Latouche, non si tratta nemmeno lontanamente di ciò che abbiamo definito5 “dittatura sui consumi”, che il potere proletario immediatamente imporrà sulla società (in poche parole: chi non lavora non mangia!). Si tratta al contrario di come… sottonutrire oggi i proletari, troppo abituati, a parere del nostro dotto, a un regime di “felicità quantitativa”. Non dice questo? Allora, dovremmo pensare che sia ossessionato, non dall’idea della gravità come i filosofi “rivoluzionari” del XIX secolo di cui parlava Marx, ma dall’idea del Pil pro capite: liberiamoci del Pil, decolonizziamo il nostro immaginario dal suo influsso, decostruiamo l’ideologia dell’avere, e riacquisteremo così la felicità, quella vera!

La natura borghese del prof. Latouche non si ferma all’enunciazione e alla propaganda: va in fondo all’analisi. Tira fuori dalla memoria niente di meno che Saint-Just, la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776 e l’innesto dell’idea di felicità nel cuore della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Ma… dov’è andato a finire quell’ideale dell’illuminismo? Pare proprio che la felicità si sia sporcata le vesti e la faccia nei bassifondi della realtà, dove nemmeno un lume più la rischiara. Il Pil è colpevole di misurare il “ben avere statistico”: “la stima della somma dei beni e dei servizi è calcolata al lordo, ossia senza tener conto della perdita del patrimonio naturale e artificiale necessario alla sua produzione”, pontifica Latouche. Anche noi torneremmo volentieri indietro nel tempo, ma solo per strappare dal sonno eterno quei politici-filosofi utopisti che, nei primi anni del XIX secolo, aprirono involontariamente la strada al comunismo scientifico: ma che distanza abissale tra questi e le giuggiolate di un Latouche!

Tra i lumi del passato rivoluzionario borghese, il nostro fa aleggiare anche lo spettro di Robert Malthus, il grasso pretonzolo rappresentante dei ceti parassiti, il quale, discutendo amabilmente con l’economista Jean Baptiste Say, si chiede se la conversazione non debba essere considerata un’attività produttiva. Ovviamente, fra pari scansafatiche la conversazione fa bene: ma poi, viene loro il dubbio che la soluzione di considerare produttivi il cantare, il conversare, l’accedere alle passioni, non possa portare all’autodistruzione dell’economia come campo specifico. Ahimè! A questo punto la conversazione giunge alla conclusione naturale: la vera felicità è quella del consumo (non da parte degli operai, donne e uomini, che se potessero avere insieme la pancia piena e la conversazione assicurata dopo pranzo non metterebbero più piede in fabbrica)!

Se la felicità è inerente dunque al consumo, perché non imporre un nome nuovo al Pil? Il nome più azzeccato sarebbe il Fil (Felicità interna lorda). Ma il nostro filosofo non è convinto: sarebbe comunque una felicità quantitativa, e non quella qualitativa di cui avremmo bisogno: “il Pil esclude le transazioni fuori mercato, i lavori domestici, il volontariato, il lavoro in nero, le spese di riparazione, ecc.

Ormai scaldati i motori, Latouche procede a ruota libera e propone un altro campione borghese, Robert Kennedy (!), che, imbeccato dall’economista Galbraith, prima di essere ucciso avrebbe dichiarato: “il nostro Pil […] include l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti sulle strade, include la distruzione delle nostre foreste e la scomparsa della natura. Include il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi. In compenso il Pil non conteggia la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione, l’allegria dei loro giochi, la bellezza della nostra poesia o la saldezza dei nostri matrimoni. Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità, la nostra intelligenza, la nostra saggezza. Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta”. Sagge considerazioni, da parte di uno dei grandi marpioni della storia politica borghese del XX secolo!

Ora, non c’era proprio bisogno di ricorrere alla solita americanata per capire che il calcolo dell’andamento del Prodotto interno lordo è sempre stato poco meno che una panzana. In un’economia in cui i servizi e la finanza hanno un peso sempre più grande, che cosa sia il Pil in termini reali, che cosa rappresenti, non si sa più. Eliminando l’effetto dell’inflazione, il Pil dovrebbe infatti misurare grandezze fisiche: ma se questo è già problematico per il settore industriale, dove si producono milioni di merci diverse, figuriamoci nei settori dove non c’è una vera e propria produzione fisica, come nei servizi e nella finanza. Le misurazioni diventano sempre più inaffidabili, per cui il nostro filosofo trova il terreno già seminato da misure alternative e sostitutive, che mostrano divergenze sempre maggiori rispetto alle statistiche ufficiali.

Latouche in realtà è rimasto paralizzato dall’insulsaggine del Pil e quindi, invece di capire la sua inconsistenza reale, lo identifica con… il demonio. Se riuscissimo a togliercelo dalla testa (“vade retro, Satana, esci da questo corpo!”) e usassimo al suo posto un “Pil qualitativo”, staremmo tutti felici e… freschi! Ma non gli basta: il nostro stregone-esorcista ha bisogno di un linguaggio più aulico. Si tratta, dice, di una “pauperizzazione psicologica”, di cui occorre liberarsi. Se i lavoratori del mondo intero potessero accedere alla conoscenza profonda del loro bisogno “distorto”, se gli affamati d’Africa e del Medioriente sapessero di questa “carenza psicologica”, potrebbero trovare lavoro… milioni di analisti e psicoterapeuti. E invece, che cosa tocca sopportare? anni e anni di catena di montaggio e di lavori forzati, di lunghe file nelle sedi sindacali e di manganellate della polizia! Si capirebbe invece che servono infrastrutture che creino “valori d’uso non quantificato e non quantificabile dai fabbricanti professionali del bisogno”.

Ma poi “uscire dall’immaginario economico implica rotture molto concrete”. Ohilà, le paroline mancanti! “Rotture concrete”? Si convertirà dunque il nostro alla lotta di classe?

 

Una variante antiglobal

Tiriamo il fiato, concediamoci un intermezzo prima di riprendere la critica. Nel tempi della grande abbuffata della globalizzazione, degli inni al mercato che tracimava e distruggeva piccole economie incapaci di resistere agli uragani delle forze produttive, le giaculatorie erano diverse: l’antimperialismo reazionario affidava il suo riscatto alle anticaglie, che nessuno poteva e voleva salvare. “Occorre una nuova democrazia”, si diceva, “che permetta di eleggere rappresentanti affidabili contro burocrati globali: il potere deve essere affidato alle persone e alle comunità”. E ancora: “contro la delocalizzazione che la globalizzazione economica impone, e quindi contro l’impoverimento delle comunità e delle economie locali, è necessario invertire la tendenza”, gridavano migliaia di giovani e non più giovani, marciando e issando cartelli. “Solo quando un’attività non può essere soddisfatta localmente il potere e l’attività devono spostarsi a un livello più alto: il percorso dovrà essere quello che va dalla regione, alla nazione, al mondo”.

Sul piano del lavoro, gli antiglobal si ergevano a difesa dei piccoli agricoltori, espropriati delle proprie terre, e dei pescatori, privati del proprio ecosistema costiero: essenziali entrambi “per costruire un mondo dove tutti possano vivere e lavorare con dignità”. Incapaci di concepire una possibilità rivoluzionaria, che spazzi via come un uragano le immense forze distruttive del capitalismo, le piccole creature del sottobosco capitalistico invocavano d’essere salvate dalla furia devastatrice. Occorre, sostenevano strisciando tra Bruxelles, i palazzi dell’Onu e il Chiapas (ricordate il Chiapas, il sub-comandante Marcos?), lottare per… la sostenibilità ecologica, difendere la diversità, la sussidiarietà, l’equità, il principio di precauzione: “le comunità e le nazioni sono sicure”, sostenevano, “quando la popolazione ha cibo sufficiente e in particolare quando produce il proprio cibo”. E aggiungevano: le persone vogliono che questo cibo sia certo, che non sia una merce scarsa, come avviene da quando le corporations si sono impossessate di tutti i mezzi di distribuzione e di scambio. La globalizzazione ha aumentato la disparità fra ricchi e poveri all’interno della maggior parte dei paesi, le tensioni sociali sono diventate una minaccia alla sicurezza generale... Dunque, oltre ai diritti civili e politici, “occorre”, dicevano, “garantire anche i diritti economici sociali e culturali”. Invocavano la loro salvezza, mentre tutt’intorno intere aree erano sconvolte da guerre, stupri etnici e pogrom, mentre collassavano intere regioni devastate da terremoti, tsunami, tracimazioni di fiumi e di fango, mentre la massa immensa dei proletari interni e immigrati si accresceva e si incamminava per le vie dell’intero pianeta per creare quell’immensa ricchezza che a loro era negata... E intanto, le “piccole comunità isolate” (il mondo dei Puffi) cercavano degli sponsor per il proprio caffè, per la piccola produzione, per i prodotti biologici e artigianali...

Ora, questa vecchia malattia a contenuto proudhoniano e bakuninista (lo sosteniamo da sempre) è contagiosa: l’opportunismo tenta di inocularla nelle file operaie, spostando le posizioni politiche e storiche del proletariato su un terreno interclassista, a fianco di strati piccolo- e medio-borghesi della società. Questa è la sede di tutti gli errori, la fonte di tutte le rovine. Qual è in effetti la sostanza piccolo-borghese della “critica” all’imperialismo? E’ quella di immaginarsi e far credere alla classe operaia che l’imperialismo possa essere diverso (più benevolo, più corretto, più premuroso, più equilibrato), purché si ascoltino i sermoni dei preti piccolo-borghesi; che la classe operaia possa raggiungere il benessere, restando in piedi il capitalismo; che ci possa essere un capitalismo senza crisi periodiche, senza disoccupazione, senza miseria, e soprattutto senza guerre, senza oppressione dei popoli e delle nazioni più deboli, senza lotta accanita per i mercati e le fonti di materie prime… e tutto questo al prezzo stracciato di qualche pacifica riforma dello stato borghese. Come diceva Lenin, è questa la sostanza del riformismo piccolo-borghese: un capitalismo pulito, leccato, moderato, ordinato! E invece non esiste altro capitalismo che il capitalismo e il profitto è il suo profeta: dunque, o si sta dalla parte del proletariato o si è contro di esso. E per lo stesso proletariato vale il grido di battaglia di Marx: “il proletariato o è rivoluzionario o non è nulla”!

Erano dunque i tempi delle illusioni, per le tante comunità destinate allo sfascio totale. “Improvvisamente”, poi, entra in scena una crisi economica il cui potenziale distruttivo è paragonabile a quello del ’29, se non peggio. Panico! Sconcerto! Tradimento! Ma quelle illusioni, fondate come sono sulla piccola produzione, su un lavoro “concreto” che cerca di salvarsi in epoca di prosperità, di avere un proprio sia pur piccolo spazio, sono dure a morire. Ora che siamo entrati nel gorgo della tempesta, che cosa ne è dunque di queste comunità? che cosa ne è delle tante promesse ai popoli affamati e derelitti? dove sono gli sponsor dalla pancia piena? “Bambole, non c’è una lira”, denunciano dal palcoscenico sociale i bilanci degli Stati. “Il debito pubblico è arrivato alle stelle, occorre tirare su le maniche, stringere la cinghia”.

La nostra critica alle illusioni di questo mondo di dannati ai limiti del baratro tendeva allora, all’epoca dei no-global o anti-global trionfalistici (ricordate il nume tutelare Naomi Klein?), a dimostrare che solo la direzione del proletariato guidato dal partito rivoluzionario poteva dare qualche speranza ai dannati della terra. Sappiamo d’altronde, per teoria e per esperienza, che la loro domanda, la loro azione, in tempi in cui la dinamica borghese corre in fretta, sono sorde al contatto vivificante del proletariato in lotta. Sappiamo che solo quando la pauperizzazione, quella reale, li porterà sulla soglia dell’abisso, allora, forse, sarà possibile trascinare la loro massa sulla scia del proletariato che tenta l’assalto al cielo. E per tutti questi strati che cosa significa la “felicità quantitativa”?

 

Nel mezzo della tempesta 

Ma il pragmatismo americano alla Naomi Klein non bastava più: ci voleva il condimento filosofico alla francese, ed ecco che arriva Serge Latouche. Il quale si accoda, e naturalmente filosofa: riscopriamo tutti quant’è bello tirar la cinghia, che bel rumore fa la pancia vuota! Dalla sua cattedra, denuncia un modello economico in cui il “Pil quantitativo” sarebbe il non plus ultra della ragioneria nazionale e internazionale. “Occorrono rotture radicali concrete”, esclama! E allora, novello Don Chisciotte, lancia in resta si dà a colpire quel gigante immaginario, da cui discende una nutrita figliolanza (per esempio, gli indicatori del debito/Pil e del deficit/Pil, posti quali colonne d’Ercole a difesa di un’unità monetaria europea che fa acqua da tutte le parti – indicatori che ballano a seconda dell’ubriacatura finanziaria internazionale e degli interessi nazionali in gioco).

E sentite le ricette: “Sarà necessario fissare regole che inquadrino e limitino l’esplosione dell’avidità degli agenti (ricerca del profitto, del sempre più): protezionismo ecologico e sociale, legislazione del lavoro, limitazione della dimensione delle imprese e così via. E in primo luogo la ‘demercificazione’ di quelle tre merci fittizie che sono il lavoro, la terra e la moneta”…

Il talento per le barzellette è, come si vede, al centro della sua dottrina educazionista: egli vede le classi sociali e i suoi agenti come bambini dell’asilo nido, a cui vorrebbe far indossare un grembiulino perché non si sporchino, da controllare notte e giorno perché non vadano di nascosto a rubare la marmellata. Come gli antiglobal o no global e gli antenati del ceppo anarchico, vorrebbe limitare la dimensione delle imprese, proteggere e “de-mercificare” pacificamente la società dello spreco per lo spreco. Demenziale!

Mentre i comunisti rivoluzionari aspettano con ansia che il bestione esploda proprio a causa di quella sua avidità sociale generale, di quel suo divorare mercificando tutto quello che tocca, e affilano le armi per la sua distruzione attaccandolo nei suoi punti deboli, nelle sue crisi di rigetto, questo pretonzolo alla Don Bosco vuole salvarlo. “Parallelamente a una lotta contro lo spirito del capitalismo [sic!], sarà opportuno dunque favorire le imprese miste in cui lo spirito del dono [sic!] e la ricerca della giustizia [sic!] mitighino l’asprezza del mercato”. O gran virtù dei cavalieri antichi! Nemmeno il De Amicis del libro Cuore è mai arrivato a tanto: il povero scrittore ottocentesco almeno era giustificato dallo spirito unitario nazionale (o almeno dalla sua propaganda!), ma il nostro filosofo dell’anno 2010 è sicuramente colto da “demenza senile”. In questo suo frullatore, stanno bene lo Stato, le classi sociali, il mercato, il salariato, le imprese, ecc.: praticamente, il presente stato sociale, purché sia… buono e virtuoso, per virtù delle sante disposizioni dell’animo evangelizzato. Per arrivare all’abbondanza frugale, le proposte degli “alter mondisti”, quelli dell’economia solidale, del volontariato, del “chilometro zero”, delle “alternative regionali”, e via farneticando, sono bene accetti ai “partigiani della decrescita”, di cui Latouche si sente padre fondatore. Con grande modestia, autocertifica come rivoluzionario il suo programma (si fa per dire) e la sua azione riformista: una società conviviale, organizzata attorno allo spirito del dono, e una bandiera in cui sono ricamate tante luminose R: “rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica”6. Dei quattro cavalieri dell’Apocalisse che guidano il carro del capitale (Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte) non c’è più traccia: basta concentrarsi bene sulle “otto R”, credere fermamente in esse, praticarle (chissà mai come?), e il miracolo di San Serge è compiuto, il Pil s’è sciolto!

Questo spirito cristianuccio dovrebbe dunque essere il guardiano interiore dell’ordine, della pace sociale. L’utopismo che Latouche rivendica è lo stesso Aldilà religioso sfuggito da qualche angolo di sagrestia o da qualche incensiere. Da quando la rivoluzione borghese ha separato Stato e Chiesa, ogni pacifismo gioca a rimpiattino tra concezioni mistiche e milizia controrivoluzionaria, e il suo santo terreno di gioco non è altro che il cimitero. La dura critica che in un altro articolo Latouche porta alla Chiesa cattolica e alle sue encicliche si muove dentro queste contorsioni ideologiche. Attratto dalla mistica, egli infatti richiama le parole dell’evangelista Matteo: “Nessun uomo può servire due padroni. Poiché sempre odierà uno e amerà l’altro. Non si può servire al contempo Dio e Mammona”7.  E dunque, se Mammona è il Pil, qui Dio rappresenta l’economia degli orticelli privati.

Ma l’economia degli orticelli privati è quella stessa economia pre-capitalista da cui faticosamente un’immensa massa di popolazione rurale si è staccata, sotto la spinta imperiosa di un capitalismo nascente e trionfante, nel corso di un infinito processo di proletarizzazione – sola condizione affinché gli espropriati possano poi giungere a espropriare a loro volta gli espropriatori (la grande produzione, la grande distribuzione). Dunque, non per tornare alla pace dei campi (che non c’è mai stata), ma per abbattere finalmente un modo di produzione che ha chiuso il suo tempo storico e aspetta solo una rivoluzione violenta che distrugga i vecchi rapporti di produzione: cioè, l’azienda come unità economica, il mercato dei produttori autonomi, il denaro e con esso il profitto, la rendita, l’interesse, il salario…

Il filosofo sa tutto questo, ne ha sentito parlare (è pur sempre un intellettuale, ohibò). Ma, poiché milita nella fureria antistalinista di stampo democratico (altra nefasta conseguenza dello stalinismo), egli, come i suoi compari, continua a contrabbandare per “socialismo” quanto avveniva nella Russia degli anni ’30 e ’40 (i piani quinquennali, lo stakhanovismo, la competizione con l’Occidente a colpi di produttività accresciuta, ecc. ecc.) e non vuole comprendere che non si trattava d’altro che di capitalismo, con i suoi ritmi di sviluppo infernali, gli orari di lavoro ossessivi, l’industrializzazione forzata, i salari da fame, il gulag come sistema di internamento d’ogni specie di opposizione.

Epoca di crisi generale è questa: parlar male di questa “finzione di socialismo” per salvare il… lato onesto e virtuoso del capitalismo è davvero una santa impresa. I rinascenti francescani alla Latouche hanno assicurato un posto in paradiso.  

 

Il programma rivoluzionario immediato

“Ma allora”, esclamerà a questo punto, indignato, uno di questi francescani, “ma allora voi comunisti siete per la crescita irresponsabile, per la produttività esasperata, per il Pil come misura d’ogni cosa!”.

“Spiegare con calma”, consigliava Lenin. E così bisogna fare. Bisogna cioè spiegare che la soluzione a tutti quei malanni (che sono reali, e che sempre più lo saranno, drammaticamente, nell’approfondirsi della crisi) non può essere cercata dentro al modo di produzione che li produce. Il “latouchismo”, la “teoria della decrescita”, non sono altro che sempre più esangui riapparizioni di quel “cadavere che ancora cammina” che è il riformismo: credere (e soprattutto far credere) che la soluzione possa esserci “qui e ora”, in nome di un “pragmatismo” che in ultima analisi è dello stesso stampo borghese. Noi comunisti diciamo invece, da un secolo e mezzo, che le misure di “disintossicazione” dall’avvelenamento (reale e metaforico) del capitale potranno solo essere prese da un potere proletario, saldamente in pugno al partito rivoluzionario e strappato alla borghesia attraverso un processo rivoluzionario necessariamente violento. Solo allora si potrà cominciare a “decrescere”, se vogliamo usare quest’espressione ambigua; solo allora si potranno creare le condizioni per lo sviluppo del comunismo (che non “si costruisce”, come si voleva fare nella Russia degli anni ’30, a colpi di iper-produzione – dimostrazione lampante che lì “si costruiva” capitalismo); solo attraverso il periodo, più o meno lungo (questo lo dirà la storia), della dittatura del proletariato guidata dal partito comunista sarà possibile questa riorganizzazione dell’economia e della società su basi diverse, aprendo così la strada al pieno dispiegarsi della società senza classi, della società di specie. Allora (e non prima) saranno possibili le “rotture concrete” di cui cianciano a vanvera Latouche e i suoi seguaci: e saranno quegli interventi dispotici nell’economia, che Marx e Lenin hanno da sempre indicato come contenuto centrale del potere dittatoriale.

Allora si dovrà procedere, per esempio, al “disinvestimento dei capitali”, ossia alla destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali, a favore di quelli di consumo; allora si dovrà procedere all’“elevamento dei costi di produzione”, per poter dare, fin tanto che vi è salario, mercato e moneta (non dimentichiamolo: siamo ancora dentro alla dittatura del proletariato), più alte paghe per meno tempo di lavoro, provvedendo, contemporaneamente, alla “drastica riduzione della giornata di lavoro” (meno della metà delle ore attuali, assorbendo così disoccupazione e attività antisociali); allora si dovrà procedere alla riduzione del volume della produzione con un “piano di sottoproduzione” (ecco la decrescita!), che la concentri sui campi più necessari, e dunque al “controllo autoritario dei consumi”, combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili, dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria (gli esempi non mancano certo!); allora si dovrà procedere alla rapida “rottura dei limiti di azienda”, con trasferimento di autorità non del personale, ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo; alla “rapida abolizione della previdenza” a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale; all’“arresto delle costruzioni” di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna, con riduzione dell’ingorgo, della velocità, del volume del traffico, vietando quello inutile; alla “lotta decisa”, con l’abolizione delle carriere e dei titoli, “contro la specializzazione” professionale e la divisione sociale del lavoro; alle ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento…8. Ma ciò si potrà fare solo allora: cioè con il potere saldamente in pugno – un potere volto non alla difesa di un modo di produzione superato, inutile e solo dannoso, e dunque alla conservazione e alla riproduzione di classi e caste privilegiate, ma al futuro della specie stessa.

Ecco la nostra risposta al riformismo di ogni specie: post-staliniano, verde, rosa o viola, o latouchiano.

 

Note:

1. K. Marx, L’ideologia tedesca,, Editori Riuniti, pag. 3-4

2. Cfr. Il Manifesto del 17/9/2010, da cui traiamo le citazioni che seguono.

3. K. Marx,  Miseria della filosofia, Editori Riuniti, pag. 28. La dedica di Marx sta a pennello anche a Latouche-Proudhon: “L’opera del Sig Proudhon non è un puro e semplice trattato di economia politica, un libro ordinario; è una Bibbia: ‘Misteri’, ‘Segreti strappati dal seno di Dio’, ‘Rivelazioni’, non vi manca nulla. Ma poiché ai nostri giorni i profeti sono discussi più coscienziosamente degli autori profani, è pur necessario che il lettore si rassegni a passare con noi attraverso l’arida e tenebrosa erudizione della Genesi, per librarsi poi con il signor Proudhon  nelle regioni aeree e feconde del supersocialismo”…

4. Cfr. il nostro articolo, sul numero scorso di questo stesso giornale, “Gli idiots savants e la cosiddetta ‘crisi dei consumi’”.

5. Cfr. idem.

6. Cfr. Serge Latouche, “Il programma delle Otto R”, decrescita.it (sito dell’Associazione per la Decrescita).

7. Cfr. Serge Latouche, “Decodifica dell’Enciclica ‘Caritas in veritate’. L’ode papale alla ‘buona’ economia”, Le Monde Diplomatique, settembre 2010.

8. Ritorneremo ancora presto su queste questioni. Cfr. intanto “Il programma rivoluzionario immediato (Riunione di Forlì del 28 dicembre 1952, seconda parte)”, ora in Per l’organica sistemazione dei princìpi comunisti, Edizioni Il programma comunista, Milano 1973, pp.29-30.

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°01 - 2011)

 

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