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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 20 Gennaio 2020

Giappone. Il disastro è il capitalismo

È passato un solo anno da che un buco sugli inferi eruttò tonnellate e tonnellate di greggio nel Golfo del Messico e già l’apprendista stregone ci ricasca nuovamente, scatenando un’altra indomabile forza primordiale della natura contro l’intera umanità. Oramai vecchio e decrepito, mai assurto agli splendori della vera magia, si dimostra fragile e inconsistente e provoca immani disastri ad ogni lieve volteggiar di bacchetta.

Il Giappone è un insieme di quattro isole che si affacciano su due delle più profonde fosse sottomarine: la fossa delle Curili e la fossa del Giappone, appunto. Nelle più buie profondità di queste spaccature della crosta terrestre, la zolla del Pacifico si inabissa scomparendo sotto una delle zolle asiatiche. Il risultato di questo enorme e continuo scontro fra titani crea in tutta la zona innumerevoli terremoti e una discreta quantità di vulcani attivi, che in parte restituiscono in superficie l’enorme quantità di materia rocciosa che si fonde nel mantello dopo essersi infossata; ma la presenza costante di terremoti, soprattutto in isole di tale origine, significa anche la continua esposizione della terraferma a tsunami – e non è certo conoscenza di oggi quella di questa stretta correlazione tra i due fenomeni.

In una siffatta situazione, diciamo, turbolenta, l’apprendista stregone ha costruito la bellezza di 54 reattori nucleari da cui estrarre energia per soddisfare l’immensa fame di risorse per le proprie improrogabili necessità di profitto. Non soddisfatto, l’apprendista stregone, ovvero il capitale e la sua classe borghese, ha applicato anche a questa produzione, così delicata, il sempre valevole anarchico motto di qualsiasi produzione capitalistica: sfruttare, sfruttare e ancora sfruttare, occupandosi, nel frattempo, poco o niente della manutenzione e dei possibili pericoli che una tale produzione comporta.

Non vi è però solo l’incuria tra le colpe del capitalismo. Vi è anche e soprattutto il cieco perseguire l’affare ad ogni costo: nessun progettista, al soldo del capitale, prende in considerazione circostanze naturali che gli farebbero perdere una commessa miliardaria. I terremoti esistono, gli tsunami anche, ma le eventuali misure di sicurezza sono prese in considerazione e realizzate solo fino al limite ingegneristico oltre il quale la commessa verrebbe annullata per conclamato pericolo. Il risultato finale, sotto gli occhi di tutti, è che a Fukushima nulla ha funzionato, e tutto l’impianto di sicurezza si è dimostrato, dopo decenni di sfruttamento e incuria, una beffarda chimera.

Sono passati ormai più di 30 giorni dall’inizio dell’emergenza nella centrale di Fukushima e la cronaca che descrive i tentativi di intervento è drammatica. In 3 dei 6 reattori sono esplosi i contenitori esterni e dunque molto materiale radioattivo è stato esposto all’aria. Solo dopo 10 giorni dall’incidente i vertici della TEPCO  hanno ammesso che le vasche di contenimento del combustibile esaurito  avevano subito una perdita di refrigerante e che, di conseguenza, anche questo materiale radioattivo rischiava una parziale fusione. 

Tutta la supertecnologia giapponese, tutto il fantomatico modello toyotista, fiori all’occhiello dell’ideologica scienza borghese mondiale, si sono miserevolmente infranti davanti alla potenza della natura, mostrando tutta l’idiozia di classe: l’unico mezzo infine utilizzato, nel tentativo di arginare il disastro nucleare, è stato ricorrere a… secchi d’acqua. Certo, secchi d’acqua molto tecnologici, sparanti e volanti: ma pur sempre secchi d’acqua! Ci sarebbe da farsi un sacco di risate se questo evento non fosse così drammatico.

 

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In parole povere, la problematica è così sintetizzabile. A seguito degli eventi naturali eccezionali, gli impianti di raffreddamento dei reattori, ma anche delle vasche di contenimento delle barre esaurite, si sono guastati. Questo ha prodotto prima il surriscaldamento dell’impianto, poi la vaporizzazione di gran parte del liquido refrigerante e infine l’esplosione delle parti più esterne degli involucri in cemento armato dei reattori – esplosione dovuta alle alte pressioni, conseguenza dell’idrogeno prodotto dalle reazioni fissili ormai incontrollate. Le immediate conseguenze di questi drammatici eventi sono state la sicura esposizione all’ambiente esterno delle barre esaurite, e la non improbabile esposizione all’ambiente dell’involucro esterno del reattore e dunque, attraverso fessurazioni di questo, l’esposizione del nucleo stesso del reattore. E’ necessario raffreddare, altrimenti è la catastrofe, l’ecatombe. Ma siccome nulla funziona l’unica soluzione è gettare sulle carcasse dilaniate dei reattori acqua di mare. E qui casca l’asino.

Infatti, non si può non raffreddare: ma siccome nulla funziona si può utilizzare solo acqua di mare, unica fonte di refrigerante immediatamente disponibile. Utilizzare l’acqua di mare significa però propagare enormemente la radioattività a grandi distanze, nell’ambiente esterno. Significa inoltre corrodere profondamente tutti gli impianti della centrale, compresi quelli che dovrebbero essere utilizzati per raffreddare i reattori, cioè gli impianti di refrigerazione. Questa stallo nefasto è talmente reale che, a un mese dall’incidente, i tecnici della TEPCO dichiarano che ci vorranno dai 6 ai 9 mesi per riuscire a rendere innocua la centrale. Come dire: “non sappiamo quanto tempo ci vorrà né se mai ce la faremo”.

 

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Fermiamo per un attimo l’esposizione dei fatti e prendiamo nota del seguente problema di fisica elementare. Sappiamo che nei metalli radioattivi, una volta trattati per diventare carburante atomico e una volta innescata la reazione di fissione nucleare, la produzione di calore è la conseguenza dei continui processi fissili e di decadimento atomico, interni ai materiali stessi. Sappiamo anche che i tempi di raffreddamento controllato di questi materiali sono decennali e sappiamo altresì che i tempi di decadimento naturale e dunque di esaurimento delle proprietà radioattive, cioè il tempo in cui essi si spengono, sono, diciamo per semplificare, biblici. Sappiamo infine che in un qualsiasi materiale, nella fase di transizione da uno stato a un altro (in questo caso, da solido a liquido), la temperatura rimane costante fino a che l‘intero materiale ha subito il passaggio di fase: avvenuta la transizione da uno stato all’altro, la temperatura incomincia di nuovo a salire, fino a che il fenomeno riscaldante sussiste. Premesso tutto questo, che cosa accadrebbe se un materiale, che è un naturale fornellino temporalmente infinito, fondesse completamente, potendo così continuare a innalzare la sua temperatura senza ostacoli? (Ricordiamo che l’uranio fonde a circa 1400 gradi, ma la successiva transizione di fase, cioè la sua gasificazione, avviene a ben 4400 gradi). Ai lettori l’ardua sentenza.

 

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Ma torniamo ai nostri reattori e alle varie barre esaurite. Come abbiamo detto, possiamo fissare la temperatura di fusione dei materiali fissili utilizzati nella centrale intorno ai 1000-1400 gradi. Le temperature di cui stiamo trattando sono dunque enormi e sicuramente sufficienti a nebulizzare immediatamente per contatto quantità ingenti di acqua di mare a mano a mano che questa viene riversata sui reattori. Ciò determina la creazione di una nube, nella quale le particelle radioattive, cioè gli atomi (o meglio gli isotopi), risultato dei processi di fissione, primi fra tutti Cesio e Iodio, ma non solo, si legano in un micidiale areosol con l’acqua vaporizzata, e in questa forma vengono propagate dai venti per centinaia e centinaia di kilometri.

Almeno all’inizio, il caso ha voluto che i venti spirassero sostanzialmente verso l’est e dunque verso l’enorme distesa d’acqua rappresentata dall’Oceano Pacifico, e non verso l’ovest, dove in brevissimo tempo avrebbero propagato il micidiale veleno radioattivo sulle coste russe, coreane e cinesi.

L’orientamento dei venti non ha comunque impedito che Tokyo, che dista più di 250 km dal sito atomico, sia già talmente coinvolta nelle conseguenze dell’incidente da fare affermare all’OMS che la situazione relativa alla contaminazione di cibo e acqua è grave e che sempre nell’aria di Tokyo sono presenti in quantità massicce di Cesio e Iodio radioattivi.

Presto, anche il mare avrà modo di restituire alla terra un enorme quantità di radiazioni. Infatti, l’acqua di mare utilizzata per raffreddare i reattori, una volta uscita da questi per percolamento (la porzione che non si è nebulizzata), tornerà nell’oceano: ma questa volta con disciolte in sé grandi quantità di elementi radioattivi, che presto o tardi le correnti riporteranno sulla terraferma, dopo aver naturalmente devastato gli ambienti marini. Talmente banale e incontrastabile è questa verità che i tecnici della TEPCO hanno deciso, di comune accordo con il governo giapponese, di scaricare volutamente centinaia di migliaia di litri d’acqua contaminata nell’oceano, consapevoli del fatto che prima o poi l’acqua sarebbe comunque tornata da sé in mare.

Per giorni e giorni, i mezzi di comunicazione di massa hanno riportato cifre sempre più catastrofiche sull’inquinamento dell’area e soprattutto del mare. Si è arrivati a dichiarare che l’acqua di mare antistante la centrale ha un valore di radiazioni 7,5 milioni di volte superiore a quelle considerate non pericolose per la vita biologica. E così quello che inizialmente veniva classificato come un incidente di piccola entità si è evoluto in un incidente atomico superiore perfino a quello di Chernobyl.

 

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Che dire di più?

Sicuramente la tragedia del Giappone avrà un enorme impatto sulla già disastrata economia mondiale. In questo caso, infatti, il tragico evento non è avvenuto in un paese povero, che incide poco o niente sulle fredde statistiche del PIL mondiale. Al contrario, nel caso del Giappone, si tratta di un imprescindibile mercato di 125 milioni di persone che pesano molto sul mercato mondiale, sia in termini produttivi, sia (e questo è l’aspetto più pericoloso per il sistema già in crisi di sovrapproduzione) in termini di consumo. E la situazione, se possibile, è ancora più tragica in quanto il Giappone è una nazione già indebitata, prima di questo evento, per il 180% del proprio PIL. Se dunque la situazione sfuggisse veramente di mano e le radiazioni si dovessero diffondere per centinaia e centinaia di kilometri su suolo giapponese (e non solo), l’impatto sarebbe davvero devastante. Tale evento potrebbe infatti gettare le basi per un enorme esodo di popolazione e per la quarantena millenaria di una vasta area del Giappone, determinandone, in nuce, anche la potenziale scomparsa come entità nazionale e istituzionale. Possiamo prevedere che, con un enorme debito pubblico e un drammatico calo della produzione (dovuto sia alla mancanza di energia, conseguenza dello spegnimento delle altre centrali nucleari, sia alla necessità di abbandonare ampie aree di territorio e di conseguenza abbandonare le infrastrutture produttive ivi collocate), il Giappone non potrà che cercare di arginare il crollo finanziario generale e il costo economico del disastro, con l’unica arma che gli rimane: iniziare a stampare yen, a una velocità tale da determinare in breve tempo un’iperinflazione della misura di quella storica avvenuta nella repubblica di Weimar negli anni ’20 del ‘900.

Stiamo esagerando? Pensate davvero che la borghesia abbia sempre una risposta per ogni suo passo falso, o meglio per ogni suo disastro? Rifletteteci bene e vedrete che non è così.

Se non credete a quello che affermiamo, non vi resta che credere a quello che affermano i borghesi stessi. Nel 2003, è stata fermata la prima centrale atomica inglese e si è riunita una commissione di esperti per determinare il progetto e i tempi per lo smantellamento. La commissione ha presentato al parlamento le proprie conclusioni: essa pensa che, realisticamente (!!!) il piano di smantellamento possa essere portato a termine a… fine 2115!

Avete letto bene 2115. Siamo così sicuri che si debba lasciare il destino della terra e dell’umanità intera a simili idioti?

Non se ne esce: il capitale è al termine della sua vita ed il proletariato non può permettergli di trascinare con sé, nella sua ultima agonia, esso stesso e l’umanità intera come specie. L’apprendista stregone è arrivato al capolinea: ma non sarà mai disposto a lasciare il controllo sulla produzione e della società se non costretto- Solo la presa violenta del potere politico da parte del proletariato e del suo partito e la conseguente fuoriuscita da un sistema produttivo di tal fatta può concedere all’umanità una speranza di sopravvivenza. Diversamente, e lo affermiamo senza esagerazioni né enfasi retoriche, saremo tutti condannati all’estinzione.

Per noi comunisti, nulla di quanto è accaduto è una novità, poiché è da più di un secolo e mezzo che andiamo denunciando le nefandezze del capitalismo. Chiudiamo quindi quest’articolo con una citazione tratta dai nostri testi degli anni ’50 del ‘900:

L’alto capitalismo modernissimo segna gravi punti di rinculo nella lotta di difesa contro le aggressioni delle forze naturali alla specie umana, e le ragioni ne sono strettamente sociali e di classe, tanto da invertire il vantaggio che deriva dal progresso della scienza teorica ed applicata.

“Attendiamo pure ad incolparlo di avere esasperata con gli scoppi atomici l’intensità delle precipitazioni meteorologiche, o domani ‘sfottuta’ la natura fino a rischiare di rendere inabitabile la terra e la sua atmosfera, e magari di farne scoppiare lo stesso scheletro per avere innescate ‘reazioni a catena’ nei complessi nucleari di tutti gli elementi.

“Per ora stabiliamo una legge economica e sociale di parallelismo tra la sua maggiore efficienza nello sfruttare il lavoro e la vita degli uomini, e quella sempre minore nella razionale difesa contro l’ambiente naturale, inteso nel senso più vasto” .

 

P.S.: Ai primi di giugno, si viene a sapere (ma i media ne hanno dato solo una fuggevole notizia) che gli esperti di una squadra dell’Aiea (Agenzia internazionale dell'energia atomica), guidati da un alto funzionario britannico per la sicurezza nucleare, hanno redatto un documento in cui “si chiariscono le mancanze del prima e del dopo tsunami”. Dopo aver lodato (!) il modo in cui il governo giapponese ha reagito all’emergenza (gettando acqua di mare sui reattori?), si critica l’aver sottovalutato il rischio tsunami (ma guarda!), con il risultato che non si è riusciti a proteggere la centrale di Fukushima dall’onda di 5,7 metri che ha investito la costa in seguito al terremoto dell’11 marzo scorso. La relazione completa dell’Aiea verrà presentata a Vienna dal 20 al 24 giugno prossimo: possiamo insinuare che ne leggeremo delle belle?

 

1. Si tratta dell’azienda privata che si occupa della gestione degli impianti atomici in Giappone.

2. Esaurito, solo in rapporto alla produttività della centrale: dal punto di vista radioattivo, questo combustibile è ben altro che esaurito!

3. “Piena e rotta della civiltà borghese”, Battaglia comunista, n.23/1951 (scritto dopo le inondazioni del Polesine).


N.B.: L’articolo qui sopra non ha trovato posto nel numero scorso di questo giornale. Nel frattempo, una spessa coltre di silenzio è calata sul Giappone e la centrale di Fukushima, rotta solo da qualche notizia ogni tanto che non fa che confermare quanto già risultava chiaro fin dagli inizi: “esperti” e “politici” non sanno che pesci pigliare e ogni loro azione non fa che peggiorare le cose. A tanto ammonta la meravigliosa scienza borghese. L’articolo dunque non è certo invecchiato.

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°04 - 2011)

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