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Sabato, 28 Marzo 2020

Sud Africa: Annegano nel sangue della feroce repressione anti-proletaria i miti e le illusioni del post-apartheid

 “… a un quindicennio ormai dall’abolizione dell’apartheid, dalla vittoria dell’African National Congress di Nelson Mandela, dalla tanto decantata introduzione della democrazia, le cose non [sono] gran che cambiate rispetto a prima : la situazione della classe proletaria sudafricana continua a essere tragica, in tutti i sensi e da ogni punto di vista. Tra miniere obsolete, manutenzioni inesistenti, condizioni di lavoro in progressivo peggioramento, non è che allora il problema sarà, non di colore, non di ‘democrazia contro apartheid’, ma sempre e comunque, in Sud Africa come altrove, di classe? E che dunque richiederà prospettive e soluzioni di classe?

 

Così concludevamo su queste pagine, cinque anni fa, un breve articolo che dava conto del salvataggio di tremiladuecento minatori sudafricani rimasti intrappolati per alcuni giorni in una delle più vecchie e profonde miniere d’oro del Paese (un anno prima, sempre in Sud Africa, un analogo “incidente” aveva fatto duecento morti) [1].

 Le nostre erano, come si dice, “domande retoriche”. Il “problema”, in Sud Africa, era sempre stato di classe: in regime capitalistico, il “razzismo” e la “segregazione razziale” sono la sovrastruttura ideologica e giuridica che serve allo sfruttamento del lavoro salariato – sono l’espressione di una più profonda divisione tra le classi, di un isolamento proletario devastante, di un duro controllo repressivo.

Il terrificante massacro di minatori operato dalla polizia della democratica Repubblica del Sud Africa a metà agosto, nei pressi della miniera di platino di Marikana, di proprietà della multinazionale inglese Lonmin, a un’ottantina di chilometri da Johannesburg, ha tragicamente confermato questa realtà, richiamando alla mente altri massacri attuati in pieno regime segregazionista, come quelli di Sharpeville nel 1960 e di Langa nel 1985. Le cifre ufficiali parlano di 34 minatori uccisi, almeno una settantina feriti (alcuni in modo molto grave) e duecentocinquanta arresti: ma, come sempre, dietro queste cifre si nascondono anche, trascurate e non dette, le tragedie di intere famiglie private di colpo di sostegno economico, in una situazione già disperata in partenza. L’osceno massacro è ben più grave delle crude cifre, e deve ravvivare nei proletari di ogni latitudine e longitudine, di ogni lingua e colore, l’odio più profondo per la classe dominante capitalista e i suoi sgherri-macellai.

 

Con l’80% delle riserve mondiali, il Sud Africa è il primo produttore ed esportatore di platino, metallo prezioso usato, oltre che nella gioielleria, nella componentistica automobilistica (marmitte catalitiche): e del platino la Lonmin è il terzo produttore mondiale. Le condizioni di lavoro in queste miniere (come nelle altre, di metalli preziosi e non) [2] sono durissime, le paghe sono irrisorie, la vita nelle baraccopoli sorte tutt’intorno è al limite della sopravvivenza. In questa situazione, e seguendo l’esempio dei loro compagni delle miniere di plutonio di Impala, nel Rustenberg, protagonisti di uno sciopero vittorioso a gennaio, i minatori della Lonmin – la cui avanguardia è costituita dai rock drillers, cui spetta il compito di frantumare i massi con i martelli pneumatici (lavoro che si prende il suo alto tributo di malattie, di ossa spezzate, di dita e mani mozzate, di morti atroci) – nella prima settimana di agosto sono scesi in sciopero selvaggio a oltranza, richiedendo forti aumenti salariali (almeno il triplo dei 4000 rand mensili che ricevono oggi: circa 480 dollari o poco meno di 400 euro), riduzioni dell’orario e migliori condizioni di vita e di lavoro – rivendicazioni basilari del movimento operaio. La risposta della Lonmin (che lamenta un calo dei profitti: sic!) è stata la minaccia di licenziamento per 3mila minatori. I quali non si sono fatti intimidire e hanno insistito nella propria azione: si sono radunati sulle colline circostanti la miniera, cantando “La lotta, la lotta ci renderà liberi” [3] e stringendo in pugno spranghe e machete (un’esperienza pluridecennale di scontro con le forze dell’ordine, in regime di apartheid e post-apartheid, ha insegnato loro che le mani nude non bastano). A quel punto, la polizia, arrivata in forze, in assetto antisommossa e con il supporto di autoblinde e cannoni ad acqua, ha aperto il fuoco sparando all’impazzata ad altezza d’uomo.

Lo sciopero selvaggio, nato spontaneamente dalla rabbia e dall’esasperazione, seguiva ad altre settimane di agitazione, sia alla Lonmin sia in altre miniere (per esempio, alla Aquarius Platinum e per l’appunto alla Impala Platinum) e in altri settori di una classe proletaria che non ha cessato, in tutti questi anni, di manifestare con generosa energia la propria volontà di lotta, a fronte di condizioni di vita e lavoro in costante peggioramento [4]. A sostegno dello sciopero, è scesa in campo la giovane Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), sindacato dei minatori e dei lavoratori edili nato nel 1998 da una scissione dalla National Union of Mineworkers (NUM), sindacato protagonista in passato di grosse battaglie, ma – con la fine della segregazione – schieratosi del tutto a sostegno del governo e delle sue politiche economiche e spina dorsale della COSATU, la potente centrale che riunisce le organizzazioni dei vari settori e si configura come un autentico sindacato di regime: non a caso, la NUM si è opposta allo sciopero dei minatori di Marikana, giungendo a operare un aperto crumiraggio che ha causato scontri anche violenti fra i militanti delle due organizzazioni. La AMCU si propone come organismo di base radicale, critica con forza la NUM (il cui ex presidente siede nel consiglio di amministrazione della Lonmin!) e il governo costituito fin dal 1994 dall’African National Congress (molti dei cui ministri possiedono pacchetti azionari della Lonmin!) e nel corso di questi anni ha abbondantemente sottratto iscritti alla NUM [5]. Non abbiamo al momento sufficienti elementi per inquadrare orientamento e posizioni dell’AMCU: di certo, quello che si sta verificando è una contrapposizione molto violenta fra un sindacato di regime e un sindacato che si propone di svolgere un’azione indipendente dal COSATU e dall’ANC.

 

Nata nel 1912, l’African National Congress si è posta da subito come organizzazione interclassista: un partito borghese radicale impegnato a dirigere il movimento anti-segregazionista, senza mai superarne i limiti [6]. Quando poi, nel 1994, dopo un tortuoso percorso di trattative con il regime precedente, si è giunti all’abolizione dell’apartheid, l’ANC ha vinto le elezioni e ha formato il proprio governo, fondato sull’alleanza con la COSATU e con… il Partito “comunista” sudafricano, che da tempo funziona come referente e ispiratore ideologico dell’ANC, e dunque è corresponsabile di tutte le politiche economiche adottate.

 

In un articolo, uscito proprio nel 1994, subito dopo le “prime elezioni democratiche” sudafricane, scrivevamo: “Noi, in quanto marxisti, non avremmo mai preso sul serio l’ambizioso quanto demagogico programma di nazionalizzazione e ‘ridistribuzione delle terre’ sbandierato ai tempi dall’ANC: il rapporto di capitale sussiste in regime di nazionalizzazione come in regime di privatizzazione; il lavoro salariato resta tale nel primo come lo è nel secondo. E’ comunque significativo che i massimi esponenti del partito di Mandela si siano ufficialmente ‘convertiti’ alla tesi che non si tratta più di ‘opporsi alle grandi imprese come tali’, tutt’al più introducendo le solite leggi antitrust; che, lungi dal gravare sul bilancio dello Stato con i faux frais [le spese improduttive] di una politica ‘sociale’, si tratta di ‘aggiustare e ridurre gradualmente le spese correnti dello Stato per avere risorse da impegnare negli investimenti produttivi’ [cit. da Le Monde Diplomatique dell’aprile 1994]” [7]. Naturalmente, il problema andava al di là della “semplice” questione delle nazionalizzazioni: il riformismo democratico e pietistico espresso dalla “sinistra” fino a Mandela ha deviato il movimento di classe proletario (che aveva lottato duramente non solo contro la segregazione) verso una soluzione miserabile – e ciò va additato come un autentico tradimento nei confronti del proletariato. Alla luce di tutto ciò, non stupisce proprio, se al governo stanno l’ANC, il COSATU e il Partito “comunista” sudafricano (la cosiddetta “Alleanza Tripartito”), e miseria, fame e repressione colpiscono il proletariato, che emergano formazioni come l’AMCU. D’altra parte, a noi non interessa la dinamica delle sigle e delle autorappresentazioni: la lotta di classe, il conflitto fra capitale e lavoro, è incessante – è la vecchia talpa che non smette di scavare, indipendentemente da ciò che i proletari possono pensare di se stessi e da ciò che le organizzazioni che di volta in volta essi si danno possono dichiarare di essere.

 

Ma facciamo a questo punto un breve passo indietro e domandiamoci: perché l’apartheid e che cosa fu il passaggio al post-apartheid? Nel 1990, mentre erano in corso i negoziati nemmeno troppo sotterranei fra il governo bianco di DeKlerk e l’ANC, così scrivevamo: “Il sistema dell’apartheid era stato introdotto essenzialmente dalla proprietà fondiaria e dal capitale minerario, che sfruttavano la forza-lavoro delle riserve nere su una base semi-schiavistica: in un primo tempo, il capitale industriale se ne avvantaggiò largamente, ma ora è venuto per le industrie il momento di funzionare sulla base del lavoro ‘libero’, cioè della schiavitù moderna fatta di catene dorate; il loro stesso sviluppo esige, sia pure attraverso riforme graduali, l’instaurazione dell’eguaglianza razziale di fronte al lavoro e il lancio di parole d’ordine democratiche atte a rendere più sicura, perché meno odiosa sul piano dei rapporti fra etnie, la sua dominazione. Si tratta di un processo che ha preso l’avvio già da qualche anno e che punta a limare a poco a poco (il piano previsto è di 5 anni…) [ne bastarono in realtà quattro!] gli aspetti più retrivi della costituzione sud-africana, anche sotto la pressione delle multinazionali straniere favorevoli a un adeguamento del sistema alla realtà della società e dell’economia borghese, e alla necessità, per esempio, di creare un vasto mercato interno, di render possibile un’effettiva mobilità del lavoro nero non più impacciato dal sistema del passaporto interno e del lavoro migrante, e di disporre di una manodopera nera più qualificata”. E aggiungevamo, a ennesima conferma della teoria marxista: “l’organismo produttivo, a un certo punto del suo sviluppo, genera una particolare sovrastruttura funzionale al momento storico dato, che sarà a sua volta soppiantata da un’altra sovrastruttura rispondente alle esigenze dell’ulteriore processo di accumulazione. Le forme di produzione entrano così in contrasto con le forze produttive” [8].

 

Quattro anni dopo, a processo di democratizzazione iniziato, con l’ANC trionfante alle elezioni e fra gli inni di tutti i convinti democratici al “paese arcobaleno” di Mandela, potevamo aggiungere (non “profeti di sventura”, non Cassandre, ma materialisti): “I proletari di colore del Sud-Africa saranno quindi posti – lo sono già – di fronte alla nuda realtà di uno sfruttamento non mitigato in nessun caso dalla presenza al governo, anzi alla sua direzione, di uomini dello stesso colore della pelle; dovranno, piaccia o non piaccia, imboccare la via dura ma limpida della lotta intransigente di classe contro un salario miserabile e un tempo di sopralavoro infame, oltre che con la piaga della disoccupazione e sottoccupazione. Noi proletari in pelle bianca dovremo lottare, e lotteremo, con loro e per loro, come loro con noi e per noi[9]

 

Il Sud Africa, infatti, non è così lontano come parrebbe sul mappamondo, non è un paese marginale: è da tempo, prima e dopo la caduta dell’apartheid, uno degli anelli fondamentali della catena imperialistica mondiale. Quello che è successo in quest’estate 2012 segue un copione ripetutosi mille e mille volte a ogni latitudine e longitudine, ieri come oggi, e destinato purtroppo a ripetersi ancora, se il proletariato mondiale non trarrà dall’osceno massacro dei suoi fratelli neri tutta una serie di lezioni: che l’esito di qualunque conflitto sociale, foss’anche “solo” per conquistare aumenti salariali e migliori condizioni di vita e di lavoro, dipende dalla forza organizzata messa in campo – è una questione di forza (“chi ha del ferro ha del pane”, diceva Auguste Blanqui, uno dei capi della Comune di Parigi); che, nel tortuoso cammino della ripresa classista generalizzata, il proletariato dovrà scontrarsi duramente con tutte le formazioni politiche e sindacali sempre pronte a sbarrargli la strada quando esso scende davvero in lotta; che qualunque governo non esita a ricorrere alla propria sbirraglia per contrastare ogni tentativo di mettere in discussione, anche minimamente, il rapporto fra sfruttati e sfruttatori; che lo Stato, democratico o fascista, con tutte le sue articolazioni armate, legali e illegali, è lo strumento con cui il Capitale e la classe dominante conservano e difendono il proprio dominio.

E’ dunque una questione di potere: di chi il potere ce l’ha e lo difende a costo di bagni di sangue, e di chi il potere non ce l’ha e deve conquistarlo, organizzandosi sul piano immediato per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro e riconoscendo sul piano politico la necessità di una guida rivoluzionaria, saldamente fondata su una tradizione e dotata di un programma storicamente verificato e confermato. Il lungo articolo del 1990, cui rimandiamo per l’approfondimento di tutte le questioni storiche, politiche ed economiche connesse, così concludeva: “Il modo di produzione borghese non ha bisogno, per nascere nel Sud Africa, di una rivoluzione democratica: vi è saldamente in piedi da ben più di un secolo. Può riformarsi nello sforzo disperato di sopravvivere alle ondate di rivolta che gli si avventano contro da tutti i lati del sottosuolo sociale; ma non può chiudere, grazie a qualche brandello di riforma ‘egualitaria’, i conti con un passato di sanguinario sfruttamento della forza lavoro. Può addolcire e magari sopprimere un giorno la schiavitù segregazionista, ma solo per mantenere in vita la schiavitù salariale e, se possibile, allargarne le basi. Come e a maggior ragione per tutto il resto del mondo, l’asse della situazione, per il Sud Africa, è la rivoluzione proletaria e comunista. Della possibilità che essa esploda e travolga i bastioni del capitale decideranno la nascita, lo sviluppo, l’organizzazione fortemente centralizzata, del partito comunista mondiale, nel quadro di un risveglio mondiale delle lotte di classe. La meta, lo sappiamo, non è vicina; non c’è tempo da perdere nell’imboccare la strada che ad essa conduce” [10].

Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto scritto dodici anni fa – se non che, nel conto finale che presenteremo a una borghesia tanto più sanguinaria quanto sempre più inutile, metteremo anche i corpi martoriati dei nostri fratelli di classe, falciati sulla collina di Marikana, in Sud Africa.

 

P. S.: A un mese dalla strage di Marikana, il fronte di lotta si è esteso a tutto il comparto minerario sud-africano, con le medesime rivendicazioni. La tensione sociale è altissima, la polizia è già intervenuta in alcune baraccopoli mettendole a soqquadro, il governo minaccia di mettere in campo l'esercito.



[1] “Sud Africa: salvi i tremila minatori, resta il problema principale”, Il programma comunista, n.5/2007.

[2] Ricordiamo che il Sud Africa è il maggior esportatore al mondo, oltre che di platino, di oro, manganese, cromo e vanadio; il secondo di antimonio, diamanti, fluoro e amianto; il terzo di titanio, uranio e zirconio.

[3] New York Times, 16/8/2012.

[4] Secondo le statistiche ufficiali relative al 2011, la disoccupazione si aggira intorno al 24%. Va ricordato che la classe proletaria sudafricana si compone, oltre che del grande contingente nero africano, di settori definiti “coloured”, di asiatici e di bianchi: la disoccupazione è del 30% per i neri, del 22,30% per i “coloured”, dell’8,60% per gli asiatici e del 5,10% per i bianchi (Fonte: Statistics South Africa – Economic Indicators for 2009–2010 by Year, Key Indicators and month). A ciò si può aggiungere l’altro dato, relativo alla percentuale della popolazione che vive al di sotto della linea di povertà: 31,3% nel 2009 (secondo la World Bank). Per quanto riguarda il reddito pro capite, fatto 100 quello della popolazione bianca, si ha un 60,0 per la manodopera asiatica, un 22,0 per quella “coloured” e un 13,0 per quella nera (Fonte: Trends in South African Income Distribution and Poverty since the Fall of Apartheid, OECDiLibrary). Si può anche ricordare che, secondo uno studio del 2011 dell’Università di Cape Town relativo al 10% più ricco della popolazione sudafricana, il suo 40% è composto di una medio-alta borghesia nera: a ulteriore dimostrazione che il problema non è di colore, ma di classe.

[5] Cfr. Il Manifesto, 19/8/2012.

[6] Per un’analisi più dettagliata, cfr. “Rapporti fra classi e fra razze nel Sud-Africa”, Il programma comunista, nn.13-14/1956, e “Sud Africa: Realtà e contraddizioni dell’apartheid”, Il programma comunista, n.3/1990.

[7] “Sud Africa: I proletari sono appena all’inizio della loro lotta”, Il programma comunista, n.4/1994.

[8] “Sud Africa: Realtà e contraddizioni dell’apartheid”, cit. Cfr. al riguardo “Le riforme in Sud Africa alla misura del capitalismo”, Le Monde Diplomatique, marzo 1990.

[9] “Sud Africa: I proletari sono appena all’inizio della loro lotta”, cit.

[10] “Sud Africa: Realtà e contraddizioni dell’apartheid”, cit.

 

 

Partito Comunista Internazionale

(il programma comunista n°05 - 2012) 

 

 

 

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