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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 01 Aprile 2020

Le cause storiche del separatismo arabo

Non è la prima volta che ci occu­piamo delle cause della scissione araba. Soprattutto dobbiamo ricor­dare al lettore l'articolo La chime­ra dell'unificazione araba attraverso intese fra gli Stati, che pubbli­cammo su questo foglio l'anno scor­so, nel n. 10. Si era da qualche gior­no concluso nel sangue il moto an­timonarchico di Giordania. Tutti ri­cordiamo lo svolgersi di quegli av­venimenti. Il successo ottenuto dal despotello di Amman, sostenuto dal­la VI Flotta USA e dalle tribù del deserto, contro il movimento pan-­arabista appoggiato dall'Egitto, non segnò soltanto una svolta nella po­litica interna della Giordania, in quanto provocò l'aperta rottura tra le monarchie arabe (la Giordania e, con essa, l'Iraq e l'Arabia Saudita) e le repubbliche che conducono l'agitazione nasserista nell'Islam (Egitto e Siria).
L'ultima scissione
La scissione determinatasi in oc­casione della crisi giordana si è pienamente appalesata in questi giorni con la proclamazione della Repubblica Araba Unita che federa l'Egitto e la Siria. Ad essa si con­trapponeva immediatamente la Fe­derazione araba sorta dall'unione dell'lraq e della Giordania. Per chi segue gli avvenimenti del Medio Oriente, le nuove invenzioni costi­tuzionali non rappresentano un im­previsto. Esse vengono a conferma­re che la scissione araba continua più aspra e spietata che mai. L'un­ificazione araba attraverso intese tra gli Stati continua ad essere una vana chimera. Per attuarsi essa de­ve seguire vie diverse; non può af­fidarsi a modifiche dell'ordine co­stituito esistente, ma al contrario al suo totale capovolgimento. Cioè, deve seguire la via rivoluzionaria. Questione importante è vedere quale movimento politico è in grado di addossarsi il tremendo compito della guida della rivoluzione araba. Ma non possiamo almeno per ora occuparci di essa, essendo necessa­rio studiare anzitutto le cause stori­che che impediscono il realizzarsi dell'unificazione statale dei popoli d'Asia e d'Africa che parlano l'ara­bo. Non pretendiamo di esaurire in queste poche righe un così impo­nente lavoro, e neppure di stender­ne il piano completo, ma soltanto di trattare, e neppure in maniera de­finitiva, i grandissimi problemi che sono ad esso connessi.
Innanzi tutto, come va posta la questione? Noi pensiamo che si può farlo solo in tali termini: "Quali fattori storici impediscono la for­mazione di uno Stato nazionale ara­bo, favorendo il perpetuarsi del nefasto sub-nazionalismo degli artifi­ciali Stati arabi odierni, e agendo in senso opposto alle tendenze unificatrici che sgorgano dalla comunanza della lingua, dall'origine razziale e delle tradizioni che distinguono popoli che abitano l'Africa settentrionale, dal Marocco all'Egitto, e l'Asia occidentale, dalla penisola del Sinai al Golfo Persico?".
Chi crede di rispondere a tale quesito facendo risalire all'imperialismo capitalista tutte le cause della scissione che strazia il cosiddetto mondo arabo dà una visione incompleta del fenomeno. E si capisce benissimo il perché, se si pensa che la divisione e la "balcanizzazione" della nazione araba si verificò molto prima che sorgesse l'imperialismo. In effetti, le antiche tribù che irruppero fuori dell'Arabia a seguito della rivoluzione religiosa sociale di Maometto, e conquistarono le loro sedi attuali in Asia e in Africa, non riuscirono praticamente a costituire una nazione ad onta dei legami di sangue e di cultura. Soltanto per breve tempo il Califfato riuscì a imporre l'autorità di un potere centrale sull'immenso impero islamico. Dire, pertanto, che la divisione degli arabi è un effetto della dominazione imperialistica non è esatto. E' vero, invece, che la dominazione imperialistica ha potuto perseguire i suoi fini proprio sfruttando i potenti fattori storici che, dal secolo X, impediscono l'unificazione degli arabi.
In altre parole, per spiegare la causa immediata della soggezione degli arabi all'imperialismo capitalista, dobbiamo ricorrere alle lotte intestine che si manifestano nella esistenza di numerosi Stati e Sta­terelli arabi, diversamente dimen­sionati ma egualmente impotenti a sottrarsi alla morsa dello sfrutta­mento e dell'oppressione imperialista. Ma spiegare la disunione solo con l'intervento imperialistico sa­rebbe incorrere in una tautologia. In realtà, le cause della divisione araba sono collegate intimamente alla stessa epopea della conquista musulmana.
Il ciclo passato
Il maomettanismo, codificato nel Corano, fu l'ideologia della rivolu­zione sociale delle popolazioni no­madi del deserto, dedite all'alleva­mento del bestiame in periodi nor­mali come all'esercizio della razzia, che si levarono contro lo potente oligarchia mercantile imperante nella Mecca. Gli allevatori di be­stiame - i beduini - e i piccoli agricoltori costituivano, all'epoca della predicazione di Maometto, la stragrande maggioranza degli abi­tanti della penisola arabica. Su di loro si ergeva la dominazione di classe dei mercanti della Mecca, che monopolizzavano il commercio marittimo attraverso il Mar Rosso e i trasporti carovanieri che collegava­no il retroterra coi porti della costa, quando non operavano addirittura il congiungimento per via di terra, lungo il Sinai, delle correnti com­merciali dell'Europa e dell'Asia. Nelle loro mani si concentravano tutte le ricchezze, non escluse le derrate alimentari, che le tribù no­madi, quando la siccità decimava gli armenti, erano costretti ad acqui­stare a prezzi esorbitanti. Esempio non raro nella storia delle rivolu­zioni, Maometto era un "transfuga" della classe dominante passato nel campo della rivoluzione, essen­do stato - fino all'Egira - un ricco mercante della potente tribù dei Coreisciti.
Per le speciali condizioni storiche in cui si svolse, la rivoluzione mao­mettana non poté essere che una applicazione in dimensioni colletti­ve della razzia beduina, cioè una forma inferiore di espropriazione della ricchezza. La "guerra santa" islamica fu, in origine, una guerra sociale contro l'usura e la prepo­tenza della ricchezza. Ma la rivolu­zione, uscita vittoriosa dalla guerra sociale, avrebbe potuto raggiungere le sue finalità solo a condizione di trasformarsi in un feudalismo agrario, come avevano fatto in Europa i conquistatori barbari che avevano rovesciato l'Impero romano. A ciò si opponevano le stesse condizioni naturali del paese, per gran parte desertico. Nella storia dell'Islam i1 deserto ha una parte di primaria importanza, e ciò prova come siano le condizioni materiali a "plasmare i destini" dei popoli, come amano esprimersi certuni.
La rivoluzione che aveva acceso la guerra civile tra gli arabi non poté arrestarsi allorché le schiere islamiche conquistarono e unificaro­no, sotto la guida del  "Profeta", la loro patria atavica: l'Arabia. Non potendo raggiungere all'interno le sue finalità essendo rimasti in mol­ti, combattenti rivoluzionari della prima ora e nuovi convertiti, ad essere esclusi dal bottino, fu giocoforza forzare i confini degli Stati confinanti. Così, la "guerra santa" maomettana assunse sotto i suoi successori - i Califfi - le forme di una invasione barbarica, che fu im­petuosa e irresistibile perché sul suo cammino si ingrossava di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Costoro si convertivano con entusiasmo alla nuova religione, infiammante ideo­logia rivoluzionaria che chiamava a sé gli umili e i poveri, e respin­geva con apocalittiche maledizioni i ricchi e gli usurai. La tremenda eruzione sociale invase e sommerse in breve tempo i due grandi Impe­ri che in Oriente perpetuavano tra­dizionalmente, contro i "barbari", la funzione già svolta da Roma in Occidente, cioè l'impero bizantino e l'impero persiano sassanide. Vere "galere di popoli" e sedi della più raffinata dominazione di classe, essi si opposero invano alla conquista musulmana. Formidabile esempio di come Stati possenti ed antichi, ma conservatori, possono essere piegati da altri Stati di formazione recen­te o addirittura in via di formazio­ne, ma resi invincibili dal furore ri­voluzionario che li spinge!
In pochi anni, dal 632, data della morte di Maometto, al 720, la con­quista musulmana si estese ad un territorio immenso. Dai Sind (la regione sudorientale del Pakistan attuale) esso andava fino al di là dei Pirenei. L'impero persiano sas­sanide ne era rimasto distrutto, l'impero bizantino enormemente mutilato. L'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto romano, il Ma­ghreb erano perduti per Bisanzio. La monarchia visigota di Spagna veniva cancellata via e spariva nel nulla, il plurisecolare impero sas­sanide, comprendente l'Iraq e l'Iran attuali fino all'Amu-Daria, crollava fragorosamente e le sue antiche cit­tà, come Bagdad, diventavano i centri della nuova civiltà del Cora­no. Una immensa rivoluzione tra­sformava il mondo. Tanto più sor­prendente, riflettendo a ciò, appare l'incapacità degli arabi, conquista­tori magnifici, a crearsi uno Stato nazionale.
Sotto questo aspetto gli arabi rap­presentano forse un caso unico fra i popoli conquistatori. I mongoli, ad esempio, riuscirono a fondare imperi molto più vasti che quello musulmano, ma occuparono per po­co i territori conquistati, finendo col ritirarsi nella patria di origine o restando etnicamente assorbiti dalle popolazioni autoctone. Gli ara­bi, invece, riuscirono a sovrappor­si alle popolazioni assoggettate, an­zi a trasformare in loro patria i territori conquistati; ma fallirono in pieno nel tentativo di superare il loro particolarismo barbarico e darsi un reggimento politico uni­tario, uno Stato nazionale. Ciò do­veva ritardare di molto, lo vediamo oggi, lo sviluppo storico dell'Africa e del Medio Oriente.
A dire il vero, ci fu un tempo in cui parve che la tendenza unitaria dovesse prevalere nell'incandescente mondo islamico, e fu l'epoca che vide il Califfato passare nelle mani della dinastia degli Omeiadi (660-750). Sotto costoro l'Islam raggiun­se la massima estensione territoria­le, poi cominciò l'ineluttabile decli­no. Gli Omeiadi, divergendo alquan­to dall'ortodossia politica coranica, tentarono di liquidare il separatismo, profondamente legato alle tra­dizioni di un popolo che aveva va­gato per secoli nel deserto non co­noscendo altra forma di convivenza sociale che la tribù nomade ribelle ad ogni forma di costrizione che non fosse quella esercitata dalle forze della natura. Fu un esperimento ap­pena abbozzato. Il grande disegno politico di una monarchia naziona­le, assoluta ed ereditaria, poggiante su una burocrazia militare e civile che assicurasse al centro del potere un controllo regolare sull'immenso impero, doveva fallire miseramente. Sulle tendenze accentratrici e na­zionali dovevano prevalere le forze dell'atavico anarchismo beduino. Il primitivo comunismo tribale, collettivista all'interno e anarchico ver­so l'esterno aveva permesso ai no­madi del deserto, allevatori di pe­core e di cammelli e implacabili razziatori di carovane e di villaggi contadini, di travolgere l'aristocra­zia mercantile della Mecca. Aveva fornito l'alimento di una fanatica fede e di un coraggio favoloso alla rivoluzione maomettana. Ma operò negativamente quando, uscite le mi­lizie islamiche dall'Arabia e con­quistato l'immenso impero, si  trattò di dare ad esso un assetto politico che ne assicurasse la continuità.
Qualcuno può meravigliarsi che noi attribuiamo al primitivo comu­nismo beduino una certa influenza negativa. Ma, per i marxisti, il co­munismo non è un idolo al quale non si possono rivolgere che laudi. Esiste un comunismo primitivo che segna l'uscita della specie umana dallo stato bestiale della sua esisten­za, e in quanto tale è una rivoluzione di incommensurabile impor­tanza, forse la più grande di tutte le rivoluzioni. Consociandosi, l'antro­poide divenne uomo. Quale mag­gior omaggio il marxismo può ren­dere al comunismo primitivo? Tut­to ciò che esiste, e esisterà ancora, tra il comunismo primitivo e il comunismo moderno è, per il marxi­sta, un'infame ma necessaria paren­tesi nell'esistenza della specie.
La rovinosa scissione tra Sciiti e Sunniti, cioè tra la vecchia guardia del maomettanismo che aveva ac­compagnato il Profeta nella sua emigrazione - la "egira" - dalla Mecca a Medina e gli innovatori, doveva far crollare per sempre le ancora fragili strutture dello Stato nazionale arabo. La dinastia degli Abbassidi che si impadronì nel 745 del Califfato, scacciandone gli Omeiadi, fu ridotta ben presto al rango di quelle monarchie feudali che la troppa potenza e lontananza dei feudatari svuota di ogni autorità effettiva. Il Califfo si ridusse al gra­do di mero capo della religione islamica, quasi privo di potere tem­porale. Lo smembramento dell'impero fu rapido e irrimediabile. Già qualche anno dopo il rivolgimento dinastico gli esuli omeiadi scampati alle vendette del partito vincente si rifugiavano in Ispagna e vi fonda­vano un emirato indipendente. In seguito, anche il Maghreb e l'Egit­to si resero praticamente indipen­denti dal governo di Bagdad. Al­l'inizio del secolo l'involuzione è completa. Il Califfato si è ridotto a governare, e neppure direttamente, sul solo Iraq; l'Islam è diviso tra numerose dinastie più o meno indi­pendenti, lo Stato nazionale arabo appare meno che un sogno.
La mancanza di uno Stato nazio­nale arabo foggiato sul modello delle monarchie nazionali che si stavano formando in Europa, ebbe conseguenze storiche di importanza colossale. E' agevole pensare che uno Stato nazionale arabo, saldamente costruito, avrebbe potuto im­pedire le vittorie riportate dalle Crociate. Non è da quell'epoca che l'Europa acquista una supremazia sull'Africa e le si oppone? Se poi si considera che i colpi inflitti alla potenza araba dagli eserciti crociati gettarono le premesse della rovinosa invasione dei Mongoli e, in se­guito, della conquista degli Ottomani, si ha un quadro completo delle ripercussioni negative che la man­cata unificazione degli arabi ebbe sulla storia di tre continenti.
Volendo uscire dal campo delle congetture e restare sul terreno storico, emerge, dallo studio del ci­clo storico degli arabi, una conclusione che può sembrare quasi ov­via. Per l'incapacità a fondare uno Stato nazionale, gli arabi divennero da conquistatori conquistati, e fu­rono tagliati fuori dal progresso storico, cioè condannati a restare nel fondo del feudalesimo mentre gli Stati d'Europa si preparavano ad uscirne per sempre e acquistare in tal modo la supremazia mon­diale.
Ora possiamo spiegarci agevol­mente le cause storiche della caduta degli arabi sotto il giogo della dominazione imperialistica. Sappia­mo, cioè, che a mantenere l'attuate stato di disunione e di impotenza degli arabi, che è la condizione del perpetuarsi dello sfruttamento im­perialistico, concorrono due ordini di cause: le secolari tradizioni con­servatrici all'interno, l'ingerenza straniera dall'esterno. Che significa ciò, in sede politica? Significa che il mondo arabo deve addossarsi il tremendo compito di una duplice lotta: la rivoluzione sociale e la ri­voluzione nazionale, la rivolta con­tro le classi reazionarie che traman­dano tradizioni ormai superate e contro gli occupanti stranieri. Sol­tanto una vittoria riportata in en­trambi questi campi può assicurare il trionfo dell'unità araba dall'Ocea­no Atlantico al Golfo Persico.
Il gioco dell'imperialismo
Seguitando nella via intrapresa, la "balcanizzazione" degli arabi ar­riverà alle estreme conseguenze. Gli arabi si mureranno sempre più en­tro Stati prefabbricati, cioè fabbri­cati dall'imperialismo e dai suoi agenti, Stati ammorbati da una mi­seria deprimente, avviliti da una insuperabile impotenza, che consumeranno la loro inutile esistenza nella lotta intestina. Allo stato at­tuale esistono non si sa quanti bloc­chi inter-arabi. Alle due federazio­ni rivali che si contendono le ade­sioni degli altri Stati (i siro-egiziani sono riusciti ad ottenere il voto dello Yemen, gli irakeno-giordani sono ancora alla fase di corteggiamento dei sultanati del Golfo Per­sico), minaccia di aggiungersi - e contrapporsi! - la Federazione del Maghreb, caldeggiata da Maomet­to V e da Burghiba, che dovrebbe comprendere il Marocco, la Tunisia e l'Algeria, quando questa otterrà l'indipendenza. Ma già si sa, dai di­scorsi anti-nasseriani di Burghiba, che la progettata Federazione è orientata a favore dell'Occidente e contro il pan-arabismo. Sono poi da annoverare gli Stati doppiogiochi­sti come l'Arabia Saudita, il Libano, la Libia che hanno un sorriso per la Lega Araba (perché mai la ten­gono, ancora in piedi?) e due sorrisi per il Dipartimento di Stato.
Ma l'imperialismo non dorme son­ni tranquilli. Le allarmate invoca­zioni al "pericolo russo", le romanzature delle "infiltrazioni rus­se" nel Medio Oriente e nel Magh­reb servono a nascondere il vero timore. Ciò che veramente temono le borghesie europee, e con esse l'imperialismo americano, è un effettivo progresso del movimento di unificazione araba. Avete mai pen­sato alle enormi conseguenze che la formazione di uno Stato unita­rio arabo comporterebbe? Essa se­gnerebbe la fine della dominazione colonialista in tutta l'Africa, non solo nell'Africa araba, ma anche nel resto del continente abitato da popoli di razzo negra, che è percor­so da profondi brividi di rivolta. I miti che la classe dominante si fab­brica mirano a inculcare nelle men­ti delle classi oppresse il pregiudi­zio della inanità della lotta contro l'ordine vigente. Ebbene, chi può misurare la gigantesca portata ri­voluzionaria che avrà il crollo del mito della superiorità della razza bianca?
Spezzettati in diversi staterelli, divisi da ignobili questioni dinasti­che, divorati vivi da manigoldi dei monopoli capitalistici stranieri che volentieri cedono larghe fette dei profitti petroliferi, invischiati nelle mortifere alleanze militari dell'im­perialismo, gli Stati arabi non solo non incutono timore agli imperialismi ma servono da pedine nel loro gioco diabolico. Ma che avverrebbe se gli arabi, superate le disunioni suicide, riuscissero a fondare uno Stato nazionale abbracciante tutti i territori africani e asiatici abitati da popolazioni arabe? Avremmo soltanto il risveglio dell'Africa inte­ra? No, otterremmo, noi tutti che militiamo nel campo della rivolu­zione comunista, ben altro. Otter­remmo di assistere alla definitiva, inappellabile condanna a morte del­la vecchia Europa, di questa fra­dicia, corrotta, micidiale Europa borghese, impastata di reazione e di fascismo più o meno camuffato, che da quarant'anni è il focolaio inesausto della guerra imperialisti­ca e della controrivoluzione.
Perciò siamo per la rivoluzione nazionale araba. Perciò siamo con­tro i governanti degli Stati arabi i quali o perseguono apertamente finalità separatiste e reazionarie (le monarchie mediorientali) o mirano ad un superficiale riformismo e alla collaborazione con l'Occidente (Bur­ghiba, Maometto V). Né possiamo, come fanno i comunisti di Mosca, appoggiare incondizionatamente il movimento pan-arabo di Nasser, perché in esso c'è troppa zavorra reazionaria invano mascherata da un abile gioco demagogico. Lo Stato nazionale non sarà fondato da co­storo. Ognuno di essi ama posare a campione dell'Islam. Ma il loro isla­mismo sta a quello dei compagni di Maometto come il cristianesimo dei cattolici sta a quello degli agitatori delle catacombe.



 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista n°06 - 1958)

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