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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 06 Agosto 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

Marxismo e questione militare (n.3, 1966)

 

 

PRIMA FASE DELLA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA

 

Non si può parlare della Comune senza comprendere gli aspetti di quella guerra franco-prussiana che segnò in Europa un vero e proprio svolto storico nelle relazioni fra gli Stati e fra le classi. I suoi caratteri cambiarono più volte durante il suo stesso sviluppo e in conseguenza mutò l'atteggiamento delle classi nei due paesi in lotta.

In merito alle cause, occorre distinguere quelle apparenti da quelle reali. Ufficialmente il conflitto scoppiò per una questione dinastica: si trattava di decidere a favore o contro la candidatura di un Hohenzollern al trono spagnolo. In effetti la questione spagnola servì a Bismarck per creare il casus belli con la Francia, così come la questione dei ducati danesi gli era servita per creare quello con l'Austria nel 1866. Per completare l'unità nazionale tedesca, la guerra contro la Francia era divenuta una necessità: solo un bagno di sangue comune agli stati del Nord e del Sud poteva lavare le antiche rivalità e costituire il saldo cemento della unificazione. Obiettivamente, quindi, da parte tedesca, la guerra poteva essere considerata nazional-rivoluzionaria. Ma il motivo ufficiale dello scoppio della guerra faceva chiaramente intendere come la condotta del governo e della monarchia prussiana non volesse essere soggettivamente rivoluzionaria. La mira delle autorità prussiane non era di mettersi al servizio della nazione tedesca, ma di fare della necessità unitaria un mezzo per consolidare il predominio della Prussia in Germania. Nel primo caso si sarebbe giunti alla germanizzazione della Prussia e ci si sarebbe dovuti appellare al popolo armato e in particolar modo alla classe proletaria. Ma Bismarck non voleva correre il rischio di spartire il successo, che egli si attendeva da un esercito già sperimentato dalla vittoria di Sadowa, col proletariato tedesco che avrebbe potuto accampare dei diritti reclamandoli da una posizione autonoma. Proprio per continuare a tener soggetta la classe operaia e la stessa borghesia, come era avvenuto dalla controrivoluzione del '48, Bismarck intendeva realizzare l'unità tedesca dall'alto, ossia prussianizzando la Germania. Se questo era l'atteggiamento del potere politico in Prussia, e se la borghesia tedesca restava “vacillante” (Mehring) nella sua tradizionale viltà, qual era la posizione del proletariato?

In linea di principio si può dire che, in generale, la classe operaia tedesca avversava la guerra per la impostazione statalistica e non popolare che Bismarck aveva dato ad essa. Ma, in linea pratica, gli operai tedeschi, valutando realisticamente le cose, non vollero osteggiare la guerra ne sabotarla. Ritennero anzi doveroso prestare nervi e muscoli all'esercito. Non possedendo ancora la forza di abbattere Bismarck e condurre in porto dall'interno la rivoluzione democratica, e tenuto presente che neanche il proletariato francese era in grado di liquidare Bonaparte, il proletariato tedesco accettò la guerra come un male necessario e inevitabile. “Con profondo rammarico e con dolore ci vediamo costretti a sottostare a una guerra di difesa, come ad una sciagura inevitabile”. Così si esprimeva il C.C. della sezione dell'Internazionale di Brunswick. Era in gioco la questione nazionale per cui solo la lotta armata consentiva di violare “il diritto ereditario della Francia a mantenere la Germania disunita”. (Marx nell’Indirizzo sulla Guerra Civile). Concorrere dunque a battere dall'esterno Napoleone era per gli operai tedeschi il solo modo pratico di dimostrare il loro internazionalismo, e il loro “essere lieti di stringere la mano fraterna offertaci dagli operai di Francia”.

In Francia, la sezione parigina dell'Internazionale, interpretando il sentimento e la volontà di tutta la classe operaia, si era pronunciata contro la guerra. La stessa borghesia francese, avvertendo il pericolo di una sconfitta, stentò a credere all'annuncio della guerra, ma, presa dalle sue contraddizioni, non seppe reagirvi. L'azione del Bonaparte era infatti da una parte l'espressione della spinta derivante dalla bramosia di profitto dei capitalisti francesi, dall'altra doveva servire a rialzare il prestigio, in netta fase di declino, del suo potere poliziesco per fiaccare la crescente minaccia dei proletari, di cui già aveva cercato di spezzare le organizzazioni sindacali e politiche e, più di tutte, la sezione parigina dell'Internazionale, con processi, condanne e persecuzioni.

La sua vittoria contro la Prussia avrebbe dunque significato una sconfitta non solo per i proletari tedeschi ma anche per gli operai francesi. “La pretesa di riavere i confini del Primo Impero perduti nel 1814 o almeno quelli della prima repubblica” (Prefazione di Engels alla G. C.) mostrano a sufficienza la sua politica di conquista e il tratto imperialistico della sua guerra; e la forma sciovinistica (“A Berlino!” gridavano a Parigi i figli di papà) con la quale essa era avviata ne metteva ancora più in luce il carattere reazionario e aggressivo.         

 

LE PAROLE D'ORDINE POLITICHE NELLA STORIA

 

Nel momento in cui la guerra scoppiava non era nota ancora la trappola tesa da Bismarck col rimaneggiamento del famoso dispaccio di Ems, trappola in cui goffamente incappò Napoleone il Piccolo, sicché anche sul piano delle apparenze la Germania si trovava in posizione di difesa. Si aggiunga lo stato d'animo popolare che, alla minaccia di invasione da parte della Francia, riandava con la memoria alle aggressionI del Primo Impero ai tempi di Jena. E non basta. Di fronte alla necessità, Guglielmo I, in un suo proclama, aveva subito affermato il carattere difensivo della sua guerra, dichiarando di aver assunto il comando dello esercito tedesco soltanto “per respingere l'aggressione” (v. Indirizzo sulla G. C.). Considerato quindi che da una parte del fronte c'era un imperialismo sia sostanzialmente che formalmente aggressore, e dall'altra una nazione nella sua ultima e decisiva fase di formazione, l’Internazionale ritenne allora giusto dare agli operai tedeschi la parola della “difesa della Patria”.

E’ vero, noi sappiamo che questa parola d'ordine e stata sfruttata dai Kautsky e C. per tradire il proletariato internazionale allo scoppio della prima guerra imperialistica e da Stalin nella seconda quando la Russia aveva già da tempo rinnegata la via rivoluzionaria e perciò comprendiamo l'avversione psicologica del proletariato rivoluzionario verso di essa. Ma in politica non ci si deve far guidare da sentimentalismi e moralismi. Per digerire questa formula citeremo più avanti lo stesso Marx, e intanto ci richiamiamo a Lenin nel 1916: “Noi non dobbiamo permettere che ci si inganni con parole. L'idea della “difesa della patria”, per esempio, è a molti odiosa, perché gli opportunisti aperti e i kautskiani se ne servono per coprire e mascherare la menzogna della borghesia nella presente guerra di rapina. E’ un fatto. Ma da ciò non consegue che noi dovremmo cessare di riflettere sul significato delle parole d'ordine politiche. Ammettere la “difesa della patria” nella guerra attuale significa considerarla una guerra “giusta”, conforme agli interessi del proletariato, - e nulla più, assolutamente nulla, poiché nessuna guerra esclude l'invasione. Ma sarebbe semplicemente sciocco negare “la difesa della patria” da parte dei popoli oppressi nella loro guerra contro le grandi potenze imperialistiche, o da parte del proletariato vittorioso nella sua guerra contro un qualsiasi Galiffet di uno Stato borghese”. (Da II Programma Militare della Rivoluzione Proletaria). Deve essere dunque chiaro che “la classe operaia tedesca ha appoggiato risolutamente la guerra - che non aveva la possibilità di impedire - come guerra per l'indipendenza della Germania e per la liberazione della Francia e dell'Europa dall'incubo pestilenziale del Secondo Impero” (Marx nel Indirizzo). In questo passo Marx fa intendere che, avendone la “possibilità” (cioè la forza organizzata), il proletariato tedesco avrebbe potuto e dovuto disfarsi di tutti i principi tedeschi nonché di Bismarck e del suo sovrano, per realizzare l'unità del paese senza la guerra nazionale che, come egli dice, era “il più alto slancio di eroismo” di cui fosse capace la società borghese prima della Comune; divenendo dopo di questa una “semplice mistificazione dei governi, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. II dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono tutti federati” (Indirizzo sulla Guerra Civile).

 

LA STRATEGIA RIVOLUZIONARIA DEL PARTITO

 

Qual’era la condizione perché la guerra franco-prussiana si risolvesse in modo favorevole allo sviluppo storico europeo, in vista cioè dell'affermazione della rivoluzione proletaria nei paesi più progrediti dell'occidente e della rivoluzione permanente nei paesi arretrati del centro-Europa e della Russia, ove “vulcaniche forze sociali minacciano di scuotere le basi stesse dell'autocrazia”? Essa era che la guerra da parte tedesca non perdesse il suo carattere difensivo e che, battuto Napoleone, si concludesse in una “pace dignitosa”. Solo così i popoli francese e tedesco avrebbero potuto vivere per un lungo periodo in relazioni pacifiche e fruttuose, e con una conseguenza di straordinaria importanza: “Se i vincitori tedeschi concludono una pace onorevole con la Francia, la guerra russo-tedesca, che ne seguirà, farà assorbire la Prussia nella Germania, permetterà al continente europeo di svilupparsi in pace e aiuterà infine la rivoluzione sociale russa, che non ha bisogno che di un colpo dall'esterno per scatenarsi, con beneficio per l'intero popolo russo” (2) (Marx e Engels al Comitato di Brunswick, 22-8-'70). Come si vede, Marx non pensa minimamente a una pace imbelle. II grande rivoluzionario vuol preparare il terreno affinché le forze sociali compresse si liberino, nuova energia se ne sprigioni e più presto e con minori sofferenze per l'umanità si giunga al traguardo della rivoluzione comunista nell'intera Europa. Come e più che nel '48, egli affida al proletariato il compito di non far degenerare la guerra e di impedire così l'alleanza controrivoluzionaria borghese-feudale. A tal proposito val la pena di ricordare la lotta di Marx ed Engels per far liquidare il patto di Parigi del 1856 che legava l'Inghilterra alla Russia, entrambe interessate a vedere esaurirsi i contendenti francese e tedesco nella lotta fratricida. Ancora il 1° settembre Marx scriveva a Sorge sullo stesso argomento: “La guerra attuale condurrà a una guerra tra la Germania e la Russia così fatal

 

 

mente come la guerra del 1866 ha condotto alla guerra tra la Prussia e la Francia ... Questa guerra n. 2 genererà l’inevitabile rivoluzione sociale in Russia”. Purtroppo, il proletariato - come sappiamo - non riuscì ad assolvere felicemente il grandioso compito assegnatogli. Se la sconfitta proletaria di giugno del ’48 a Parigi aveva segnato l'inizio della controrivoluzione borghese feudale, il “grande maggio insanguinato” (Lenin) del 1871, in cui cadde la gloriosa Comune di Parigi, segnerà il trionfo della nuova controrivoluzione iniziata per volontà della Prussia con il crollo del Secondo Impero.

 

 

II

 

IL CROLLO DEL SECONDO IMPERO.

L’INSURREZIONE DI PARIGI. LA REPUBBLICA

 

Nel primo Indirizzo sulla guerra franco-prussiana Marx aveva profetizzato: “Qualunque possa essere il corso della guerra fra Luigi Bonaparte e la Prussia, a Parigi è già suonato il rintocco funebre del Secondo Impero. Esso finirà come è incominciato: con una parodia”. II tono sicuro di Marx dimostra quanto egli conoscesse la situazione politica e militare della Francia, la struttura del suo stato, la funzione del bonapartismo. Dice Lenin che “il problema fondamentale di ogni rivoluzione e quello del potere dello Stato. Finché questo problema non è chiarito non si può nemmeno parlare di partecipare coscientemente alla rivoluzione e tanto meno di dirigerla”. Per Marx, il governo di Bonaparte “era l'unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto la facoltà di governare e il proletariato non l'aveva ancora acquistata ... Sotto il suo dominio, la società borghese, libera da preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato; la sua industria e il suo commercio assunsero proporzioni colossali; la truffa finanziaria celebrò orge cosmopolite; la miseria delle masse faceva stridente contrasto con una ostentazione sfacciata di lusso sfrenato, disgustoso, abietto. II potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il vero e proprio vivaio di tutta la sua corruzione”. Qui le radici della sconfitta militare della Francia prevista da Marx. Engels, in uno studio militare, aveva aggiunto che in Francia “tutto era marcio”: l'atmosfera di corruzione in cui viveva il Secondo Impero aveva finito per agire sul principale appoggio del regime: l'esercito”. E la disfatta militare, sgombrando di colpo il terreno di lotta fra le classi di vecchi ostacoli polizieschi, mette in moto il popolo di Parigi. Esso insorge, armi alla mano e con alla testa internazionalisti e socialisti proudhoniani e blanquisti travolge gli sbarramenti di guardie di città davanti al palazzo del Corpo Legislativo ed entra nell'aula, dove il blanquista Granger intima ai deputati di decretare la caduta dell'Impero e la proclamazione della Repubblica. Si ripete la scena del febbraio 1848 in cui la seconda repubblica veniva imposta dall'operaio Raspail avendo dietro a sé il popolo armato. Ma, come allora, anche questa volta il proletariato, generoso e bonario, si lascia sfuggire il potere che pur gli apparteneva di pieno diritto, essendo questo fondato unicamente sulla forza. Se però nel '48 ciò era accaduto a causa dello stato d'animo euforico di falsa fraternité che sempre si forma quando senza spargimento di sangue si riesce ugualmente a spezzare la volontà nemica, questa volta vi influisce anche la situazione militare del paese. Così si spiega la formazione di un governo della Difesa Nazionale composto di orleanisti e repubblicani borghesi.

“Ma Parigi, nel turbamento della sorpresa, mentre i veri capi della classe operaia erano ancora nelle prigioni di Buonaparte e i prussiani già marciavano sulla città, tollerò che assumessero il potere, alla condizione espressa che questo sarebbe stato adoperato esclusivamente ai fini della difesa nazionale” (Indirizzo sulla G. C.). Cinque giorni dopo l’insurrezione di Parigi, l'Internazionale lancia il suo Secondo Indirizzo sulla guerra franco-prussiana, si associa agli operai tedeschi nel salutare i nuovi avvenimenti, e mette in guardia gli operai francesi dal farsi delle illusioni sul nuovo governo.

“Insieme con loro, salutiamo l'avvento della repubblica in Francia, ma in pari tempo soffriamo per apprensioni che speriamo si rivelino infondate. Questa repubblica non ha rovesciato il trono, ma ha semplicemente preso il suo posto rimasto vacante. E’ stata proclamata non come conquista sociale ma come misura nazionale di difesa. Essa è nelle mani di un governo provvisorio in parte di orleanisti notori, in parte di repubblicani borghesi, su alcuni dei quali l'insurrezione del giugno 1848 ha impresso il suo marchio indelebile”. In questo secondo Indirizzo c'è di più: ci sono direttive positive di tattica rivoluzionaria che si inquadrano nel piano di strategia visto innanzi. Da questo momento il partito, in Francia come in Germania, prende atto che la guerra in corso non ha più il significato storico che possedeva all'inizio e perciò la sua lotta non può non assumere lineamenti diversi.

 

LA SECONDA FASE DELLA GUERRA FRANCO - PRUSSIANA

 

II mutato carattere della guerra non giunse inatteso al Partito. Già nel primo Indirizzo Marx aveva scritto: “Se la classe operaia tedesca permette alla guerra presente di perdere il suo carattere strettamente difensivo e di degenerare in una guerra contro il popolo francese, tanto una vittoria quanto una sconfitta saranno ugualmente disastrose”. II bonapartismo prussiano vale dunque per Marx quanto quello francese ai fini della rivoluzione borghese in Europa e del movimento operaio e socialista.

II secondo Indirizzo è la risposta che l'Internazionale da alla seconda fase della guerra. Anzitutto, si rileva che “se non ci siamo ingannati circa la vitalità del secondo Impero, non abbiamo nemmeno avuto torto nel nostro timore che la guerra tedesca perdesse il suo carattere strettamente difensivo e degenerasse in una guerra contro il popolo francese ... La guerra difensiva ebbe termine, in linea di fatto, con la resa di Luigi Bonaparte, con la capitolazione di Sedan e con la proclamazione della repubblica a Parigi”.

Le conseguenze controrivoluzionarie che Marx vede scaturire dal mutato carattere della guerra da parte tedesca sono disastrose. II ruolo di Bonaparte sarà d'ora in poi assunto da Bismarck che già ne aveva imitato i metodi prima del '70. Da difensore, sia pure alla maniera prussiana, di quel “principio di nazionalità” di cui allora si parlava tanto in Europa, egli ne diveniva l'affossatore, gettando così le basi di future reazionarie guerre imperialistiche. Se la fortuna delle armi, l'arroganza del successo e gli intrighi dinastici porteranno la Germania ad una spoliazione del territorio francese, le rimarranno aperte solo due vie. O dovrà diventare, ad ogni evento, strumento dichiarato dello espansionismo russo, o, dopo una breve tregua, si dovrà preparare di nuovo a una nuova guerra “difensiva”, e non a una delle guerre “localizzate” di recente invenzione, bensì a una guerra di razze, contro le razze alleate degli slavi e dei latini”. Grandiosa previsione che la storia ha, purtroppo, vista avverarsi con la massima precisione nella prima guerra mondiale. Ritornando per un momento sulla questione delle parole d'ordine e del loro uso appropriato al mutare delle circostanze storiche, facciamo notare che le virgolette apposte da Marx alla parola difensiva nel passo citato hanno un senso ben preciso. Vi è il monito ai futuri Kautsky, Stalin e C. che, come per la Germania dopo il 1870-’71, non si potrà più parlare di “”guerra per la difesa della patria”: il farlo costituirebbe puro e semplice tradimento!

Quando poi la Prussia decide di annettersi l'Alsazia e la Lorena, Marx riprende con tono ancor più minaccioso e sicuro le sue previsioni sul funesto avvenire che attende l'Europa, allo scopo di infondere nelle direzioni dei partiti proletari dei paesi in guerra la più forte volontà ed energia e spingere i proletari ad afferrare nelle loro mani la sorte dei popoli in gioco. In un messaggio al Comitato di Brunswick, Marx scrive: “Annettere l'Alsazia-Lorena sarebbe il miglior modo per trasformare questa guerra in una istituzione europea. Sarebbe, in effetti, il più sicuro mezzo di eternare nella Germania il dispotismo militare indispensabile alla conservazione di questa Polonia occidentale, 1'Alsazia-Lorena. E’ il mezzo più infallibile di trasformare la pace futura in una semplice tregua fino a che la Francia si senta in grado di rivendicare i territori perduti. E’ il mezzo più infallibile perché la Francia e la Germania si scannino a vicenda”. A Engels non fu dato di registrare l'avverarsi della profezia sulla guerra mondiale, ma egli poté constatare de visu il dispotismo bismarckiano e le sue leggi eccezionali contro i socialisti.

Dopo la repressione subita dal comitato di Brunswick per aver espresso in un manifesto il punto di vista del Partito, Marx insiste con più energia: “chiunque non sia completamente stordito dai clamori del momento o non abbia interesse a sviare il popolo tedesco, comprenderà che una guerra tra la Germania e la Russia dovrà nascere dalla guerra del 1870 così necessariamente come la guerra del 1870 è nata da quella del 1866. Io dico necessariamente e fatalmente, salvo il caso poco probabile che una rivoluzione in Russia scoppi prima. Fuori di questo caso poco probabile la guerra tra Germania e Russia può d'ora innanzi essere considerata come un fatto compiuto”.

Come si vede, mentre Marx era favorevole a una guerra di Francia e Germania unite contro la Russia, ora prevede che la conseguenza disastrosa della politica di conquista prussiana porterà alla guerra della Germania contro Francia e Russia unite, e cioè a una guerra reazionaria e imperialistica al posto di una rivoluzionaria.

E’ comprensibile quindi come, per evitare queste funeste eventualità, Marx abbia dato un nuovo indirizzo di lotta a tedeschi e francesi. In Germania gli operai non dovevano più appoggiare la guerra tedesca, dovevano anzi opporsi decisamente ad essa. Purtroppo, la pronta reazione prussiana soffocò l'agitazione contro l'annessione dell'Alsazia e della Lorena promossa dal partito in Germania. Molti dei suoi capi furono arrestati, processati e deportati. In Francia invece gli operai, ai quali, subito dopo il 4 settembre 1870 la borghesia aveva promesso di combattere solo per evitare lo smembramento del paese, e che non possedevano ancora un'organizzazione efficiente (il “partito formale”) per prendere nelle mani tutto il potere e impiegarlo per costringere la Prussia ad una pace “giusta”, non potevano far altro che prepararsi a questo ruolo di prim'ordine. E tale preparazione si poteva raggiungere solo nella pratica dell'azione: da una parte, spingere il governo ad armare il popolo per respingere Bismarck, dall'altra organizzarsi approfittando delle libertà repubblicane che gli stessi operai armati potevano imporre.

Certo, con la poca fiducia che si poteva riporre nel governo di difesa nazionale, la situazione si presentava difficile e piena di rischi che Marx valutava in tutta la loro portata. Ma altra via d'uscita non c'era: occorreva tentare a tutti i costi: lo imponeva l'obiettivo finale previsto dal piano strategico generale, fisso e immutabile. O si riusciva a far trionfare questo piano, o ancora una volta, come nel '49, la marea controrivoluzionaria avrebbe sommersa l'intera Europa. L'insieme dei compiti assegnati agli operai francesi risulta chiaro da questo importante passo del Secondo Indirizzo: “La classe operaia francese si trova dunque ad agire in circostanze estremamente difficili. Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nella crisi presente, mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi, sarebbe una disperata follia. Gli operai francesi devono compiere il loro dovere di cittadini; ma nello stesso tempo non devono lasciarsi sviare dalle memorie nazionali del 1792, come i contadini francesi si lasciarono ingannare dai souvenirs nazionali del Primo Impero. Essi non devono ricapitolare il passato ma guardare al movimento futuro. Migliorino con calma e risolutamente tutte le possibilità offerte dalla libertà repubblicana, per lavorare alla loro organizzazione di classe. Ciò darà loro nuove forze erculee, per la rinascita della Francia e per il nostro compito comune, l'emancipazione del proletariato. Dalla loro forza e dalla loro saggezza dipendono le sorti della repubblica”.

In merito alla questione del partito come forza di preparazione e direzione della rivoluzione è ora chiaro che non esiste discordanza alcuna tra Marx e Trotsky, come affermavamo parlando dei rapporti fra Comune e Partito.

Se il Partito, dal lato organizzativo, fosse già stato pronto ed efficiente, avrebbe potuto e dovuto sferrare il suo attacco il 3 settembre 1870 anziché il 18 marzo 1871, perché il momento era più propizio in quanto la grande borghesia si trovava priva di appoggi politici in altre classi e senza forze armate ad essa fedeli. “La Comune venne troppo tardi. Essa avrebbe potuto prendere il potere il 4 settembre 1870 e permettere così al proletariato parigino, alla testa delle masse lavoratrici, di intraprendere la lotta contro tutte le forze del passato, contro Bismarck come contro Thiers. Invece il potere cadde nelle mani di democratici chiacchieroni, i deputati di Parigi” (Trotsky, Gli insegnamenti della Comune di Parigi). E siccome tale organizzazione pienamente rivoluzionaria il proletariato non possedeva ancora, Marx giustamente considerò che sarebbe stata “disperata follia” battezzare col sangue della guerra civile la giovane repubblica per impedire l'usurpazione del potere da parte di quei deputati orleanisti e repubblicam, che, “per legittimare l'usurpato titolo di governanti della Francia, pensavano sufficiente presentare il loro mandato scaduto di deputati di Parigi” (Indirizzo sulla Guerra Civile).

 

VERSO LA TERZA FASE DELIA GUERRA

 

“Le sezioni dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori chiamino la classe operaia all'azione in tutti i paesi. Se gli operai dimenticheranno il loro dovere, se resteranno passivi, la presente tremenda guerra sarà soltanto l'annunciatrice di nuovi conflitti internazionali ancora più mortali, e porterà in ogni paese a nuovi trionfi dei signori della spada, della terra e del capitale, sugli operai.

L'Internazionale chiama dunque gli operai a compiere “il loro dovere” che è, lo ripetiamo, di fermare e respingere il prussiano e obbligarlo a concludere una pace “giusta” ossia, - marxisticamente - nel senso favorevole allo sviluppo storico generale, e cioè conforme agli interessi immediati delle stesse borghesie tedesche e francesi (unità della Germania ma senza smembramento della Francia) come agli interessi immediati della rivoluzione democratica e permanente in Europa orientale e di quella proletaria in Francia, ove la lotta di classe, che già nel '48 aveva conosciuto la sua forma estrema nella guerra civile, minacciava di riprendere aspetti militari risolutivi.

 

BORGHESI E PROLETARI IN GERMANIA

 

Abbiamo già detto che il proletariato tedesco aveva raccolto unanimemente l'appello dell'Internazionale. Ma, dato anche l’appoggio servile della borghesia a quel potere prussiano che l’aveva sempre presa a calci nel sedere, la classe operaia tedesca trovò ancor piu difficile il compito di fermare “il vincitore in mezzo al fragore delle armi” di quanto il proletariato francese avesse trovato il compito di bloccare l'azione bellica dell'avventuriero Bonaparte. In Germania, la borghesia che “nelle sue lotte per la libertà civile dal 1846 al 1870 aveva dato un esempio inaudito di irrisolutezza, di incapacità e di vigliaccheria, si sentì naturalmente assai lusingata di rappresentare nella scena europea la parte di ruggente leone del patriottismo tedesco”. Anziché, come sarebbe stato suo interesse, fermare Bismarck, aiutò quindi il suo governo a realizzare la sua reazionaria politica di conquista.

Marx svergogna i “”coraggiosi patrioti teutonici” e denuncia i meschini pretesti addotti dal governo per far dimenticare il proclama del re di Prussia all'inizio della guerra e giustificare la sua nuova politica aggressiva. Con considerazioni di arte e storia militare, in cui si dimostrano maestri, Marx ed Engels demoliscono ogni “argomento” invocato dai professori prussiani per mascherare i suoi piani.

 

LA PAURA DELLA BORGHESIA FRANCESE

 

In Francia la classe operaia non poteva prestare ciecamente fiducia ai membri del governo provvisorio. Non doveva lasciarsi incantare dalle loro frasi altisonanti. II partito aveva messo subito in guardia i lavoratori. Nel Secondo Indirizzo Marx aveva scritto: “Alcuni dei loro primi atti provano abbastanza chiaramente che essi hanno ereditato dallo Impero non solo un mucchio di rovine, ma anche la sua paura della classe operaia”.

Ma perché questa paura? Non offriva l'operaio francese il suo braccio armato alla “sua” borghesia per combattere quell'esercito prussiano che fin allora era stato considerato il suo nemico mortale? II giornale di Blanqui “La Patria in pericolo” non doveva contribuire a quel compito di difesa nazionale per il quale gli operai trascurarono che il potere conquistato con la rivoluzione del 4 settembre restasse nelle mani della “sinistra” dell'ex Corpo legislativo? Se i membri del governo provvisorio, istintivamente guidati da un accanito pregiudizio di classe, imboccarono la via opposta a quella delle loro dichiarazioni ufficiali, noi abbiamo il dovere di chiarirne le ragioni. E solo la teoria rivoluzionaria ci da la chiave per capire il segreto di quella “grande paura” e delle azioni che essa dettò a Trochu, capo del governo e autore di quel piano di difesa che fino alla capitolazione di Parigi fu oggetto di scherno popolare.

Si faccia mente locale e si rifletta sulla situazione politico-militare della Francia nel settembre '70 e sui suoi sviluppi potenziali. Una difesa di Parigi e dell'intera Francia, che volesse essere una cosa seria, non poteva assolutamente affidarsi ai soli resti del vecchio esercito regolare e al suo corrotto ed incapace stato maggiore, vergognosamente sconfitto a Sedan. Del resto, anche a volerlo, ciò sarebbe stato impossibile, perché a Parigi e in parte a Lione, a Marsiglia e in altre città, il popolo, sotto la minaccia incombente dell'invasione, si era già armato e, accanto alle vecchie formazioni militari statali, vi era già un esercito popolare che preferiva ubbidire a uomini scelti nelle sue file in base a provate capacita e volontà politico-militari.

A Parigi, ove fino al 4 settembre i battaglioni di guardie nazionali (g. n.) erano appena 60 e formati da elementi borghesi di fiducia dell'Impero, erano subito saliti a 120, e a fine settembre raggiungevano il numero di 254. Specie questi ultimi battaglioni erano reclutati dai quartieri più popolari e proletari, e quindi più sospetti per il governo. Una guerra seriamente intesa, per raggiungere sicuri successi, aveva dunque una sola possibilità: mobilitare, armare, organizzare e incitare l'immensa forza popolare, favorirne le iniziative in quella forma di guerra invincibile che, come aveva dimostrato la guerra di liberazione tedesca del 1815, è la guerriglia.

Ma mettere in moto questa potentissima macchina bellica e le sue inesauribili risorse energetiche, avrebbe avuto per conseguenza inevitabile l'assimilazione totale del vecchio esercito permanente dello stato di classe borghese nel nuovo esercito del popolo armato, cioè la catastrofe per il potere della borghesia. La guerra avrebbe acquistato un carattere sempre più rivoluzionario e la classe più attiva e più risoluta della società, il proletariato, per quel fenomeno di decantazione delle forze politiche e sociali che si registra in ogni processo rivoluzionario, avrebbe finito per afferrare tutto il potere e lo avrebbe impiegato per gli scopi fissati dall'Internazionale, favorendola nel rafforzarsi e disciplinarsi organizzativamente secondo la stessa logica delle cose.

La guerra rivoluzionaria non era soltanto l'unico mezzo per respingere l'orgoglioso invasore prussiano. Essa sarebbe anche stata lo sviluppo della rivoluzione del 4 settembre 1870 che, con la demolizione della macchina militare del vecchio apparato statale, avrebbe spazzato via il governo degli usurpatori. L'intuizione di queste disastrose prospettive, alimentata dal ricordo del giugno 1848, era più che sufficiente a riempire di paura il governo borghese e a fargli battere la strada del tradimento e del disonore. Nulla di più vivace, di più incisivo e sintetico, che questo passo di Marx: “Però non era possibile difendere Parigi senza armare i suoi operai, senza organizzarli in una forza di guerra effettiva, senza allenarli alla guerra attraverso il combattimento stesso. Ma Parigi in armi era la rivoluzione in armi. Una vittoria di Parigi sull'aggressore prussiano sarebbe stata una vittoria dell’operaio francese sul capitalista francese e i suoi. parassiti statali. In questo conflitto tra il dovere nazionale e l'interesse di classe, il Governo della Difesa Nazionale non esitò un momento a trasformarsi in Governo del Tradimento Nazionale” (sottolineatura nostra).

Nel calcolo astuto dei Trochu, Favre e C., solo per mezzo del tradimento teso ad ottenere una pace all'esterno doveva essere possibile ritogliere le armi agli operai e riconsegnare alla borghesia l'effettivo potere politico.

Possiamo concludere per ora che tanto la borghesia tedesca quanta quella francese, in modo diverso, spingono nella stessa direzione; cioè, per dirla con Marx, introducono la rivoluzione sulla scena storica. La loro guerra assume il carattere opposto a quello desiderate dal proletariato: è l'azione con la quale si realizza il complotto controrivoluzionario, e spinge verso la guerra civile. Prima di parlare di questa conviene seguire gli ultimi sviluppi della guerra franco-prussiana dal settembre '71, che la cospirazione antiproletaria franco-prussiana vuole contro il proletariato. Potremo così vedere come in pratica si andasse realizzando il piano di Trochu, che, tenuto segreto per mesi, lasciò cadere la “maschera” dell'impostura il giorno della resa incondizionata agli junkers prussiani.

 

 

Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista, n. 3, 1966)

 

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