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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 26 Ottobre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

La collera "negra" ha fatto tremare i fradici pilastri della "civiltà" borghese e democratica

Tra l’11 e il 16 agosto 1965, un’autentica rivolta ebbe luogo nel ghetto nero di Watts, a Los Angeles, California. La popolazione afro-americana, già esasperata per la diffusa povertà e la crescente disoccupazione, per la continua repressione e le miserabili condizioni di vita, insorse a fronte dell’ennesimo caso di brutalità poliziesca. Al termine della rivolta, si contarono in 34 i morti a opera delle “forze dell’ordine” e della Guardia Nazionale. Fu uno degli episodi più gravi, dopo quello di Harlem nel 1943 e prima di quello che seguì il feroce pestaggio di Rodney King a Los Angeles, nel 1992. Il nostro partito pubblicò subito l’articolo che segue e che dedichiamo a tutti proletari che, dopo l’omicidio di George Floyd il 25 maggio scorso, sono scesi nelle piazze e nelle strade di tutti gli Stati Uniti, per manifestare la propria rabbia e la propria volontà di lotta.

 

NOTA BENE: A scanso di equivoci e per zittire preventivamente l’inevitabile “cacasenno”, ricordiamo che il termine italiano “negro”, di uso comune nel 1965, non aveva allora i connotati negativi e razzisti che ha assunto in seguito.

 

La collera "negra" ha fatto tremare i fradici pilastri della "civiltà" borghese e democratica

Prima che, passata la buriana della "rivolta negra" in California, il conformismo internazionale seppellisse il fatto "increscioso" sotto una spessa coltre di silenzio; quando ancora i borghesi "illuminati" cercavano ansiosamente di scoprire le "misteriose" cause che avevano inceppato laggiù il "pacifico e regolare" funzionamento del meccanismo democratico, qualche osservatore delle due sponde dell'Atlantico si consolò ricordando che, dopo tutto, le esplosioni di violenza collettiva degli uomini "di colore" non sono una novità in America, e che, per esempio,         una altrettanto grave si verificò – senza seguito – a Detroit nel 1943.

Ma qualcosa di profondamente nuovo c'è stato, in questo fiammeggiante episodio di collera non solo vagamente popolare, ma proletaria, per chi l’abbia seguito non con fredda obiettività, ma con passione e speranza. Ed è ciò che fa dire a noi: La rivolta negra è stata schiacciata; viva la rivolta negra!

La novità –  per la storia delle lotte di emancipazione dei salariati e sottosalariati negri, non certo per la storia delle lotte di classe in generale –  è la quasi puntuale coincidenza fra la pomposa e retorica promulgazione presidenziale dei diritti politici e civili, e Io scoppio di un'anonima, collettiva, "incivile" furia sovvertitrice da parte dei "beneficati" dal "magnanimo" gesto; fra l’ennesimo tentativo di allettare lo schiavo martoriato con una misera carota, che non costava nulla, e l’istintivo, immediato rifiuto di questo schiavo di lasciarsi bendare gli occhi e curvare nuovamente la schiena.

Rudemente, non istruiti da nessuno – non dai loro leader, nella grande maggioranza più gandhisti di Gandhi; non dal "comunismo" marca URSS che, come si è fatta premura di ricordare subito l'Unità [organo degli stalinisti italiani], respinge e condanna la violenza – , ma ammaestrati dalla dura lezione dei fatti della vita sociale, i negri di California hanno gridato al mondo, senza averne coscienza teorica, senza aver bisogno di esprimerla in un linguaggio articolato, ma dichiarandola col braccio e nell'azione, la semplice e terribile verità che l'uguaglianza civile e politica non è nulla , finché vige la disuguaglianza economica, e che da questa si esce non attraverso leggi, decreti, prediche ed omelie, ma rovesciando con la forza le basi, di una società divisa in classi. È questa brutale lacerazione del tessuto di finzioni giuridiche e di ipocrisie democratiche, che ha sconcertato e non poteva non sconcertare i borghesi; è essa che ha riempito e non poteva non riempire di entusiasmo noi marxisti; è essa che deve far meditare i proletari assopiti nella falsa bambagia delle metropoli del capitalismo storicamente nato in pelle bianca.

Quando il Nord americano, già avviato sui binari del pieno capitalismo, lanciò una crociata per l'emancipazione della schiavitù regnante nel Sud, non lo fece per motivi umanitari o per rispetto agli eterni principi del 1789, ma perché occorreva infrangere i ceppi di una economia patriarcale pre-capitalista, e "liberarne" la forza-lavoro affinché si donasse come gigantesca risorsa all'avido mostro del Capitale. Già prima della guerra di secessione, il Nord incoraggiava la fuga degli schiavi dalle piantagioni sudiste: troppo lo allettava il sogno di una mano d’opera che si sarebbe offerta sul mercato al prezzo più vile e che, oltre a questo vantaggio diretto, gli avrebbe assicurato quello di comprimere le mercedi della forza-lavoro già salariata, o almeno di non lasciarle salire. Durante e dopo quella guerra il processo fu rapidamente accelerato, generalizzandosi.

Era un passo storicamente necessario per uscire dai limiti di un’economia ultra-arretrata; e il marxismo lo salutò, ma non perché ignorasse che, “liberata” nel Sud, la manodopera negra avrebbe trovato nel Nord un meccanismo di sfruttamento già pronto e, sotto certi aspetti, ancora più feroce. Libero il “buon negro” sarebbe stato, nelle parole del Capitale, di portar la sua pelle sul mercato del lavoro per farvela conciare: libero dalle catene della schiavitù sudista ma anche dallo scudo protettivo di un’economia e di una società fondate su rapporti personali ed umani, anziché impersonali e disumani; libero, – cioè solo, cioè nudo, cioè inerme.

E in verità, lo schiavo fuggito nel Nord si accorse di non essere meno inferiore di prima; perché pagato meno; perché privo di qualifiche professionali; perché isolato in nuovi ghetti come il soldato di un esercito industriale di riserva e come una potenziale minaccia di disgregazione del tessuto connettivo del regime della proprietà e dell’appropriazione privata; perché segregato e discriminato come colui che doveva sentirsi non uomo ma bestia da lavoro, e come tale cedersi al primo offerente non chiedendo né di più, né di meglio.

Oggi, a un secolo dalla presunta “emancipazione”, esso si vede concedere la “pienezza” dei diritti civili nell’atto stesso in cui il suo reddito medio è spaventosamente inferiore a quello del concittadino bianco, il suo salario è la metà di quello del suo fratello in pelle non scura, la mercede della sua compagna è un terzo del salario della compagna del salariato non “di colore”; nell’atto stesso in cui le dorate metropoli degli affari lo chiudono in ghetti spaventosi di miseria, di malattia, di vizio, isolandovelo dietro invisibili muraglie di pregiudizi costumi e regolamenti polizieschi; nell’atto stesso in cui la disoccupazione che l’ipocrisia borghese chiama “tecnologica” (per dire che si tratta di una “fatalità”, di un prezzo che si deve pagare per progredire, di una colpa che non è della società presente) miete le vittime più numerose nelle file sei suoi compagni di razza, perché sono le file dei manovali semplici e dei sottoproletari addetti a compiti sudici e faticosi; nell’atto stesso in cui, uguale di fronte alla morte sui campi di battaglia al commilitone bianco, è reso profondamente disuguale da lui di fronte al poliziotto, al giudice, all’agente del fisco, al padrone di fabbrica, al bonzo sindacale, al proprietario della sua topaia.

Ed è anche vero – e assurdo per i collitorti – che la fiammata della sua rivolta è divampata in quella California in cui il medio salariato negro guadagna più che nell’Est; ma è appunto in quelle terre di boom capitalistico e di fittizio “benessere” proletario, che la disparità di trattamento fra genti di pelle diversa è più forte; è appunto lì che il ghetto, già chiuso lungo le coste atlantiche, si va precipitosamente rinserrando al cospetto della boriosa ostentazione di lusso, di scialo, di dolce vita della classe dominante – che è bianca! È contro la ipocrisia di un egualitarismo scritto gesuiticamente sulla carta, ma negato nei fatti di una società scavata da solchi profondissimi di classe, che la collera negra è virilmente esplosa, non diversamente da come esplose la collera dei proletari bianchi vorticosamente attirati e accatastati nei nuovi centri industriali del capitalismo avanzante, stipato nelle bidonvilles, nelle “coree”, nei quartieri di catapecchie della cristianissima società borghese, e in essa “liberi” di vendere la propria forza-lavoro per… non morir di fame; come esploderà sempre la santa furia delle classi dominate, sfruttate e, come se non bastasse, schernite!

“Rivolta premeditata contro il rispetto della legge, i diritti del vicino e il mantenimento dell’ordine!”, ha esclamato il cardinale di Santa Madre Chiesa McIntyre, come se il novello schiavo-senza-ceppi-ai-piedi avesse motivo di rispettare una legge che lo curva a terra e ve lo tiene inginocchiato, o avesse mai saputo, egli “vicino” dei bianchi, di possedere dei “diritti”, o avesse mai potuto vedere nella società basata sul trinomio bugiardo di libertà, uguaglianza e fratellanza, qualcosa di diverso dal disordine elevato a principio.

“I diritti non si conquistano con la violenza”, ha gridato il presidente Johnson. Menzogna. I negri ricordano, anche solo per averlo sentito dire, che una lunga guerra è costata ai bianchi la conquista dei diritti loro negati dalla metropoli inglese; sanno che una più lunga guerra è costata a bianchi e negri temporaneamente uniti lo straccio di una “emancipazione” ancor oggi impalpabile e remota; vedono e sentono ogni giorno la retorica sciovinista esaltare lo sterminio dei pellerossa contrastanti la marcia dei padri verso terre e “diritti” nuovi, e la rude brutalità dei pionieri del West “redento” alla civiltà della Bibbia e dell’Alcool; che cos’era questa, se non violenza? Oscuramente, essi hanno capito che non c’è nodo nella storia americana, come in quella di tutti i paesi, che non sia stato sciolto dalla forza; che non v’è diritto che non sia la risultante di un cozzo, spesso sanguinoso, sempre violento, tra le forze del passato e quelle dell’avvenire. Cent’anni di pacifica attesa delle magnanime concessioni dei bianchi che cosa hanno portato loro, all’infuori del poco che l’occasionale esplosione di collera ha saputo strappare, anche solo con la paura, alla mano avara e codarda del padrone? E come ha risposto, il governatore Brown, difensore di diritti che i bianchi sentivano minacciati dalla “rivolta”, se non con la democratica violenza dei mitra, degli sfollagente, dei carri armati e dello stato d’assedio?

E che cos’è, questa, se non la esperienza delle classi oppresse sotto tutti i cieli, in qualunque colore della pelle, di qualunque origine “razziale”? Il negro, poco importa se proletario puro o sottoproletario, che a Los Angeles gridò: “La nostra guerra è qui, non nel Vietnam”, non formulava un concetto diverso da quello degli uomini che “scalarono il cielo” nelle Comuni di Parigi e di Pietrogrado, distruttori dei miti dell’ordine, dell’interesse nazionale, delle guerre civilizzatrici, e annunziatori di una civiltà finalmente umana.

Non si consolino i borghesi pensando: Episodio lontano, che non ci tocca – da noi la questione razziale non si pone. La questione razziale è, oggi in forma sempre più manifesta, una questione sociale. Fate che i disoccupati e i sotto-occupati del nostro lacero Sud non trovino più la valvola dell’emigrazione; fate che non possano più correre a farsi scuoiare oltre i sacri confini (e a farsi ammazzare in sciagure non dovute alla fatalità, alle imprevedibili bizzarrie dell’atmosfera, o, chissà mai, al malocchio, ma alla sete di profitto del Capitale, alla sua ansia di risparmiare sui costi del materiale, dei mezzi di alloggiamento, dei mezzi di trasporto, dei dispositivi di sicurezza, pur di assicurarsi un più alto margini di lavoro non pagato, e magari lucrare sulla ricostruzione che segue agli immancabili, tutt’altro che impreveduti, e sempre ipocritamente lacrimati, disastri); fate che le bidonville delle nostre città manifatturiere e delle nostre capitali morali (!!) brulichino, più che già non avvenga oggi, di paria senza-lavoro, senza-pane e senza riserve, e avrete un “razzismo” italico, fin da ora visibile del resto nelle querimonie dei settentrionali sui “barbari” e “incivili” terroni.

È la struttura sociale in cui siamo dannati a vivere oggi che suscita simili infamie; è sotto le sue macerie ch’esse scompariranno. È questo che ammonisce e ricorda, agli immemori dormienti nel sonno illusorio del benesserismo, e drogati dall’oppio democratico e riformista, la “rivolta negra” della California – non lontana, non esotica, ma presente in mezzo a noi; immatura e sconfitta, ma foriera di vittoria!

Da "Il programma comunista", n.15, 1965

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