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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 28 Maggio 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

Marxismo e questione militare (n 23, 1963)

Fase dell'organizzazione del proletariato in partito. Premessa.

 

Prima di entrare in argomento, è utile ricordare ancora una volta che la questione militare non la limitiamo a ciò che concerne la classica forza organizzata in eserciti regolari, ma la estendiamo all'uso delle armi fatto dalle masse popolari che in modo più o meno spontaneo si sollevano in certi svolti storici contro i poteri costituiti.

Queste due essenziali forme della violenza: quella popolare e quella statale, sono d'altronde in stretta interdipendenza e in rapporto dialettico con l'economia. Comprendere la genesi e lo sviluppo della violenza nelle sue varie forme, ed il suo effetto sulle forme di produzione nelle fasi critiche della storia in cui suona l'ora della loro trasformazione, significa comprendere anche la questione del potere che assume la massima importanza nello sviluppo della lotta rivoluzionaria. Questa parte teorica e generale è stata da noi già trattata. Successivamente ne abbiamo viste le applicazioni pratiche, cioè le conferme storiche nella vivente realtà umana e per le diverse epoche che hanno contraddistinto i principali modi di produzione.

Trattando della società feudale abbiamo visto il sorgere delle moderne forze produttive ed il ruolo avuto dalla violenza nel favorirne lo sviluppo. Successivamente si è esaminato il fenomeno della proletarizzazione (cioè la separazione totale dell'uomo dai mezzi di produzione) che accompagno lo svi­luppo del capitalismo stesso: quella che abbiamo chiamato fa­se della prima esistenza del proletariato, in cui cioè questo "non è ancora classe per se ma per il capitale". Durante tale fase, il proletariato non difende ancora interessi di classe, ma solo interessi limitati di categoria o di semplici gruppi.

II tema che trattiamo ora riguarda invece la fase in cui il proletariato si organizza in partito, e durante la quale "gli interessi che esso difende diventano interessi di clas­se" e la sua lotta assume aspetto politico perchè "la lotta di classe contro classe è lotta politica" (le citazioni sono tratte dalla Miseria della filosofia di Marx). Anche  per la borghesia, abbiamo seguito questo stesso schema tracciato da Marx nel libro ora citato, perché pure per essa vanno distinte due fasi: "quella durante la quale essa si costituì in classe sotto il regime della feudalità e della monarchia assoluta, e quella in cui, ormai costituitasi in classe, rovesciò la feudalità, e la monarchia per fare della società una società borghese. La prima di queste fasi fu la più lunga e richiese i più grandi sforzi. Anche la borghesia aveva cominciato con coalizioni parziali contro i signori feudali".

Si può dire che le due fasi di formazione del proletaria­to (quella di "classe per il capitale" e quella di "classe per sé") si accompagnano a quella della borghesia. Infatti, per restare alla seconda di tali fasi, che è quella che interessa il nostro tema, si può affermare che proprio in concomitanza con le due grandi rivoluzioni borghesi: la Riforma e la Rivoluzione francese (e specie con quest'ultima) si hanno le prime coraggiose rivendicazioni del programma storico della classe proletaria, da parte di due suoi gloriosi martiri: Munzer e Babeuf. Esse non sono ancora la teoria rivoluzionaria del proletariato, per la quale bisognerà attendere altre prove sanguinose culminanti in quelle del '48 parigino, la cui trattazione sarà oggetto della seconda parte di questo tema in una prossima riunione di lavoro del partito.

Si può quindi dire che la grande crisi storica del 1789 costituì una vera e propria breccia attraverso la quale si lanciò tumultuoso e minaccioso il giovane movimento operaio. A chi non sa intendere quelle storiche lezioni, può sembrare che il rosso sangue proletario sia stato versato invano. Ma, a parte il fatto che il grande contributo della forza prole­taria alla rivoluzione francese, fece compiere un enorme balzo avanti a tutto lo sviluppo sociale, esso valse a formare la preziosa materia prima della sua dottrina rivoluzionaria. Grazie a quei grandi sacrifici ha potuto vedere la luce il partito di Babeuf, cioè il primo partito comunista, senza il quale neppure il moderno partito marxista sarebbe esistito. Certo, tale processo di trasformazione non fu un'evoluzione lenta e graduate. Dal partito "spontaneo" a quello "cosciente" non si giunge per successivi apporti minori di ideologi e combattenti della classe operaia. Al contrario: attraverso nuove e profonde crisi sociali e politiche fu permesso a Marx di teorizzare una volta per tutte ciò che la storia aveva già con i fatti espresso in modo inequivocabile. "II pensiero segue l'azione": ciò è vero anche per la dottrina di Marx; attenti però! Dal momento che questa dottrina è sorta, nessun partito proletario può pretendere di difendere gli interessi storici della classe operaia se non  pratica quella dottrina che, come detto sopra, è il prodotto dialettico di grandiose lotte proletarie ed è essa stessa tradizione rivoluzionaria di lotta. In fondo, tutto lo sforzo che l'imperialismo d'0ccdente e d'Oriente compie contro il proletariato rivoluzionario, si riduce ad impedire il risorgere ed il ricostituirsi del suo partito mondiale.

Dopo questa lunga premessa, passiamo ad esporre il nostro tema: la rivoluzione francese. Se pur un secolo avanti la rivoluzione inglese fu la prima rivoluzione che portò al potere la borghesia, la rivoluzione francese, per la risonanza che ebbe in campo europeo e mondiale, fu a giusto titolo considerata la "Grande Rivoluzione" della borghesia. E' nel suo corso che vediamo il proletariato cominciare ad organizzarsi in "classe per sé" e dunque in partito.

 

 

La borghesia, protagonista della rivoluzione nel senso sociale storico

 

In quanto la storia poneva all'ordine del giorno la rivoluzione borghese, il ruolo della borghesia in questa fase e incontestabile, e a confermarlo sta la funzione direttiva che essa svolse. Le due forze fondamentali della rivoluzione: il governo rivoluzionario e l'esercito rivoluzionario, furono diretti dai suoi più audaci rappresentanti politici e militari. Ma tale funzione non fu opera e risultato di un vero e proprio coraggio di classe, che tanto Lenin quanto Marx non hanno mai riconosciuto alla borghesia. Può sembrare strano che questa classe il cui modo di produzione è il più rivoluzionario non debba presentare una corrispondente iniziativa sul piano dell'impiego della forza armata. Ma ciò si spiega non certo con ragioni misteriose e più o meno spirituali, ma semplicemente con ragioni sociali e storiche.

La borghesia, come classe, è irresoluta nell'azione militare, per due ragioni fondamentali:

1) Dietro l'esperienza della seconda rivoluzione inglese del 1688 (quella del 1648 fu violenta e portò alla decapitazione di Carlo I), la borghesia francese s'immaginava e sperava di poter fare la sua rivoluzione in modo quasi legalitario, con semplici pressioni illuministiche sia sulla monarchia, che sui vecchi ordini privilegiati e attraverso un compromesso politico con queste forze. La "convenienza" di una simile eventualità seduceva la sua mentalità bottegaia, e la sua "anima" ne risultava poco disposta a scegliere strade più irte di difficoltà e di incognite. Nella sua natura sociale sta dunque la sua incapacità storica di comprendere le vere ragioni ed i mezzi idonei dello sviluppo sociale. La sua anima filistea le impediva di rendersi conto del ruolo che la storia le assegnava e della dittatura di classe che doveva imporre. A questa prassi la borghesia perverrà spinta dalla logica ferrea della lotta in cui si troverà impegnata, ma né prima né dopo la conquista del potere la teorizzerà mai.                      

2) La borghesia aveva paura che la violenza da compiere sulle forze conservatrici potesse far staccare la classe proletaria dal proprio fianco per vedersela contrapporre da una posizione autonoma e reclamare non solo il crollo delle vecchie classi sfruttatrici ma anche delle nuove. La borghesia aveva cioè paura che la rivoluzione avrebbe educato e fatto decidere il proletariato ad usare la sua violenza per stabilire un ordine economico in cui essa non avrebbe avuto alcun diritto di cittadinanza o produrre una situazione di caos che poteva ugualmente compromettere le sue aspirazioni di dominio.

Oggi noi sappiamo che questa paura della "plebaglia" e della "canaglia" sarà "giustificata" in tempi successivi (dal '48 in poi) perché le premesse economiche e politiche della rivoluzione socialista saranno allora più mature.

 

 

II proletariato classe motrice della rivoluzione nello sforzo di costituirsi in partito

 

Come abbiamo detto, la rivoluzione francese, in quanto fa raggiungere la temperatura di ebollizione della "pentola storica" (Marx) e in quanto mette in moto tutte le molecole sociali, libera tutte le energie delle classi oppresse e sfruttate ed apre ad esse la breccia attraverso la quale le mas­se si slanceranno alla conquista della meta finale e più liberatrice: il comunismo. Alla loro testa non può che esservi la classe più rivoluzionaria: il proletariato, che affolla i sobborghi di tutte le grandi città e di Parigi in particolare (famoso il sobborgo di S. Antonio sul quale biecamente guardano i cannoni della Bastiglia).

La concezione secondo la quale almeno la punta avanzata delle "braccia nude" e dei "sanculotti" non sarebbe stata proletaria "nel senso moderno" è del tutto erronea, perché il carattere di classe del proletariato non dipende tanto dal fatto che gli operai abbiano un impiego o no, quanto e soprattutto dalla loro posizione di senza-riserve di fronte alla monopolizzazione del mezzi di produzione da parte della borghesia.

Certo, il fine delle braccia nude e dei sanculotti era prima di tutto quello di disfarsi dell'oppressione feudale e solo successivamente di abolire ogni tipo di sfruttamento e di oppressione. C’è di più: alla base della loro azione di rivolta non stanno le semplici difficoltà economiche. Trotsky spiega così fatti analoghi presentatisi durante la rivoluzione russa (v. vol. III, pag.12): "Le privazioni non sono suf­ficienti a spiegare un'insurrezione, altrimenti le masse sarebbero in sollevamento perpetuo; bisogna che l'incapacità definitivamente manifesta del regime sociale abbia reso queste privazioni intollerabili e che nuove condizioni e nuove idee abbiano aperto la prospettiva di uno slancio rivoluzionario".

Ciò assodato, possiamo concludere due cose:

che "senza l'elemento plebeo della città, la borghesia non avrebbe mai condotto la propria battaglia alla sua decisione finale" (Marx);

2) che durante questo stesso intervento armato il proletariato si costituisce in classe per sé, ovvero in partito: "la prima apparizione di un partito comunista veramente agente si produsse nel quadro della rivoluzione borghese" (Marx).

 

        Le cause della rivoluzione

 

Di esse abbiamo parlato diffusamente quando abbiamo parlato della società feudale e dello sviluppo delle forze borghesi dal suo seno; quindi non ci soffermeremo molto su questo punto.

Sinteticamente, possiamo dire che nella Francia del 18° secolo erano giunte a maturazione le contraddizioni che nei secoli precedenti si erano prodotte fra le forze produttive in sviluppo e tutto l'apparato giuridico e politico feudale. I reciproci effetti della rivoluzione agricola sull'industria, e della rivoluzione industriale sull'agricoltura, cioè la trasformazione del capitale mercantile in capitale industriale e agrario avevano già talmente trasformato la realtà economica che le vecchie sovrastrutture non le corrispondevano più, anzi impedivano la definitiva liberazione delle forze produttive.

La fondamentale condizione per tale liberazione era la completa mercantilizzazione della terra. "Gli uomini hanno spesso fatto dell'uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata; essa data dall'ultimo trentennio del 17° secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi" ("II capitale", vol. I).

La monarchia francese che più di tutte le altre monarchie europee si era messa al servizio del capitale - dal secolo 14° divenuto la nuova potenza sociale rivoluzionaria - e si era conquistato meriti storici indiscutibili, aveva, specie nel 16° secolo, cominciato ad invertire la sua rotta, sbarrando la strada all'ulteriore sviluppo economico e sociale. Con sforzi secolari essa aveva unito le varie province attraverso un legame più o meno stretto, ed aveva così creato le condizioni più favorevoli alla fusione delle loro economie in una più vasta economia di mercato, tipica della nazione moderna. Occorreva fare gli ultimi e importanti passi per liberare la società dalle pastoie feudali (dogane interne, differenti monete ed unità di peso ed altre misure, ecc.).

Ma ciò richiedeva il sacrificio dei privilegi della nobiltà e del clero e della stessa monarchia che, come potere politico, mai come allora trovavasi in una posizione di assoluto dominio sulla società e sulle sue classi fondamentali: nobiltà e borghesia. Non era possibile fare questi ulteriori passi con altre e più coraggiose riforme per iniziativa delle forze politiche dirigenti e della monarchia in particolare, come tuttora ritengono certi storici moderni, compresi coloro che si piccano di "realismo": il loro terrore sacro della violenza li costringe a costruire la storia con i "se" ed i "ma".

Non un impossibile sacrificio di queste forze del privilegio poteva trasferire il potere politico alla classe borghese che deteneva già quello economico. Solo la violenza rivoluzionaria delle masse sfruttate del popolo - proletariato in testa - poteva farla finita una volta per sempre con il passato.

Circa le cause contingenti che sono quelle cui in genere gli storici danno molto peso, ne diamo qui solo un cenno critico.

Certamente la crisi finanziaria dello Stato ebbe la sua importanza nel precipitare gli eventi, e spingeva gli stessi aristocratici contro re Luigi XVI per costringerlo a riparare le falle, naturalmente non a loro carico. Ma attribuire ad essa l'importanza che le si dà è un enorme errore, perché il grave deficit del bilancio statale fu esso stesso un prodotto, un effetto caratteristico, delle vere e più profonde cause del dramma cui abbiamo fatto cenno più sopra.

Rendere poi responsabile numero uno - come fanno i più incalliti storici idealisti -  le nuove dottrine filosofiche, e semplice idealismo e non e il caso di insistervi. Certamente quelle "idee" ebbero la loro importanza e nessuno più di noi le considera meno efficaci delle volgari armi, ma esse pure non nacquero nelle teste dei pensatori rivoluzionari di quel tempo se non per riflesso di una realtà materiale in movimento, che reclamava la rimozione di ogni ostacolo.

 

L'equilibrio delle forze politiche alla vigilia della rivoluzione

 

Qual era il rapporto di forza fra le classi in lotta, quale la posizione del potere politico dello Stato in mano alla monarchia del secolo 18° e fino all'apertura della crisi del 1789? La risposta ce la dà Engels, ne "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato": "Poiché lo Stato è nato dal bisogno di contenere gli antagonismi di classe; essendo al tempo stesso nato dal conflitto delle classi, esso è, come regola generale, lo Stato della classe più forte, della classe economicamente dominante che, grazie ad esso, diventa la classe dominante anche politicamente ed acquista così nuovi mezzi per opprimere e sfruttare la classe oppressa.  In via di eccezione, vi sono però periodi in cui le classi in lotta raggiungono un equilibrio di forze tale che il potere statale acquista una certa indipendenza di fronte a queste classi ed appare una specie di arbitro fra di esse. Tale è il caso della monarchia assoluta fra il XVII ed il XVIII secolo che mette in posizione di equilibrio la nobiltà e la borghesia; tale il caso del Bonapartismo del Primo e del Secondo Impero e di Bismark in Germania" (il corsivo e nostro).

Anche Lenin in "Stato e rivoluzione" cita questo passo di Engels (le traduzioni non coincidono perfettarnente) ed aggiunge alla serie del "casi eccezionali" anche quello prodotto in Russia fra il Febbraio 1917 e l'Ottobre: "Tale aggiungiamo noi, il governo Kerensky nella Russia repubblicana, dopo che esso è passato alle persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel momento in cui i Soviet sono già impotenti a causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la borghesia non è ancora abbastanza forte per scioglierli senz'altro".

 

Le forze politiche rivoluzionarie e la loro evoluzione

 

L'unico partito che avesse una certa organizzazione prima della rivoluzione era quello della borghesia. Non è da credere che la sua fisionomia ed il suo carattere abbiano nulla di comune con i moderni partiti borghesi. Basta considerare, infatti, che allora era un partito sovversivo, mentre oggi è per la conservazione e riceve tutto l'appoggio che vuole dallo Stato.

II partito della borghesia era allora organizzato per clubs e circoli che formavano una rete di centri di propaganda rivoluzionaria legati fra loro da una vasta ed intensa corrispondenza. Tali circoli, che facevano capo ad un comitato centrale residente a Parigi, erano all'inizio composti di pochi membri, quasi tutti uomini della classe colta e possidenti disposti ad aprire i loro forzieri per finanziare l'attività dei circoli stessi, rivolta essenzialmente all'agitazione della media e della piccola borghesia. In seguito, nel corso della rivoluzione, quando la necessita di contrapporre una seria ed efficace resistenza alle forze monarchiche ed a gli stessi borghesi moderati della timorata Assemblea lo richiederà, i clubs faranno appello alle masse popolari, le quali già per proprio conto si vanno organizzando in società popolari" e poi, con la riforma amministrativa dei grandi centri, in "sezioni".

E' interessante notare come il processo di sviluppo della lotta porti ad una specie di decantazione delle forze rivoluzionarie: le prime a promuovere offensive dimostreranno presto timore dell’ampiezza e dell'asprezza assunte dalla lotta, e saranno presto sostituite da altre più radicali che, a loro volta saranno scavalcate da altre forze ancora più risolute tanto nell'azione militare quanto in quella di governo. Questi slittamenti sempre più a sinistra, come vedremo in seguito, saranno provocati dall'intervento energico e risolutivo delle masse con in testa il proletariato. Commentando sulla "Nuova Gazzetta Renana" la fallita rivoluzione in Germania del 1848, Marx così caratterizza questa situazione: "Per noi febbraio e marzo potevano avere il significato di una vera rivoluzione solo se divenivano non la conclusione ma, al contrario, il punto di partenza di un lungo movimento rivoluzionario in cui, come nella grande rivoluzione francese, il popolo avesse continuato a svilupparsi solo attraverso le sue lotte, in cui i partiti si fossero sempre più nettamente distinti fino a coincidere completamente con le grandi classi - borghesia, piccola borghesia, proletariato - in cui le singole posizioni fossero conquistate l'una dopo l'altra dal proletariato in una serie di giornate di battaglia". Come si vede, il proletariato è in un primo periodo confuso con le altre classi, e appoggia la borghesia contro la monarchia e contro la reazione feudale; in un secondo periodo, a fianco della piccola borghesia, spinge la grande borghesia ormai al potere a portare a termine la stessa rivoluzione borghese con le più coraggiose riforme, e infine, in un terzo periodo, quando la grande borghesia si sente pienamente vittoriosa e sicura contro le forze del passato interne ed esterne, il proletariato, ergendosi con Babeuf contro la nuova classe al potere, si rende del tutto autonomo dalle altre classi e si contrappone al nuovo ordine con un’altra lotta e con le sue rivendicazioni storiche.

 

La presa della Bastiglia e la grande paura

 

La crisi politica del 1789, com'è noto, si aprì con la convocazione degli Stati Generali sollecitata dagli stessi aristocratici (tale "rivoluzione aristocratica" non è che una delle tante contraddizioni presenti nell'ancien regime). Nessuno dei tre ordini che componevano tale specie di parlamento feudale (in ordine gerarchico: clero, nobiltà e borghesia o terzo stato) dimostrò di avere idee chiare e volontà precisa sul da farsi, e nessuno sospettava nemmeno ciò che riservava l'imminente futuro. Gli ordini privilegiati, che erano stati i primi a prendere l'iniziativa contro il re, si accorgeranno presto che nessuna riforma finanziaria all'ordine del giorno poteva "migliorare" la società (pio desiderio!) e che invece occorreva cambiarla dalle fondamenta. Ben presto infatti, le discussioni finanziarie cedono il passo a quelle costituzionali, Una questione procedurale sulla maniera di votare porta alla rottura. I rappresentanti del terzo stato fanno il primo esperimento del meccanismo democratico: oppongono la votazione per testa a quella per ordine: il diritto di rappresentare la Nazione che - secondo essi - "non poteva ricevere ordini da alcuno". L'indecisione del Re, favorita dalla disgregazione degli ordini privilegiati (parte dei rappresentanti del basso clero e alcuni nobili, come il marchese La Fayette, passano dalla parte della borghesia), porta già ad un virtuale sdoppiamento del potere con la trasformazione in Costituente dell'Assemblea Nazionale.

Ma prima di capitolare, il re, con un atto di forza, reagisce e tenta di esautorare l'Assemblea e ripristinare il pieno assolutismo. Ma grazie al pronto intervento popolare, il tentativo fallisce e l'Assemblea è salva. L'assalto e la presa della Bastiglia (4/7/1789) da parte del popolo è il primo grande atto di violenza rivoluzionaria. II suo immediato eco nelle altre città fa insorgere tutta la Francia contro i poteri locali del re, mentre nelle campagne si scatena la furia della rivolta contadina contro la reazione signorile. L'intera nazione è scossa e la "grande paura" che segue, arma la rivoluzione, ovvero il popolo, col quale le stesse guardie regie passano a far causa comune. II potere può dirsi ora veramente frantumato, e in modo reale esso può trasferirsi per metà in mano alla borghesia. Solo per metà, perché la borghesia non solo non spinge avanti (e subito) la rivoluzione e si rappacifica col Re, ma ha essa stessa paura della violenza scatenatasi dalle viscere delle masse contadine ed urbane nelle quali l'odio di classe si è andato accumulando in lunghi secoli di servitù.

Sia a Parigi che nel resto del paese la borghesia ha nelle mani i due organi fondamentali del potere: il governo municipale e la guardia nazionale. All'Assemblea Costituente non resta che prendere atto della realtà e nella sola notte del 4 agosto abolisce i diritti ed i privilegi feudali e due settimane dopo, con la "Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo" consacra l'ordine borghese fondato non più sulla nascita e sul sangue, ma sul censo.

La presa della Bastiglia aveva assunto un significato enorme: per la prima volta, dopo secoli di continua ascesa e di dominio assoluto e incontrastato, la monarchia scendeva a patti con altre forze politiche. Questo terribile colpo non solo toglie al Re il suo ruolo di arbitro, ma fa scorgere e prevedere la spoliazione di ogni suo residue potere e perfino l'abolizione dell'istituto monarchico.

A confermare i nuovi rapporti fra le classi e a stabilire più chiaramente la subordinazione del potere monarchico, giungono le giornate del 5 e 6 ottobre (1789) con le quali la violenza della piazza e della strada impongono il trasferimento del Re (che si era rifiutato di sanzionare alcuni decreti legge che dovevano realizzare il nuovo ordine borghese) e della stessa Assemblea da Versailles a Parigi. E' interessante rilevare che queste dimostrazioni popolari, che condussero il Re a Parigi in condizioni di vero e proprio prigioniero della folla, furono meno spontanee delle precedenti (perché organizzate in parte dalla nuova Comune) e videro il concorso della Guardia Nazionale, embrione di esercito rivoluzionario della classe borghese.

 

 

Partito Comunista Internazionale
(
il programma comunista, n. 23, 1963)

 

 

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