Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

Sedi di partito e punti di contatto

MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
MESSINA (nuovo punto di contatto), Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
BENEVENTO, presso Centro sociale Asilo Lap31, Via Bari 1 - il primo Venerdì del mese, dalle ore 19.00.

Corrispondenza

Per la corrispondenza scrivere a:
Istituto Programma ComunistaCasella postale 272 - Poste Cordusio 20101, Milano.
Per brevi comunicazioni o per inviarci i vostri ordini (testi, giornali, articoli etc.) potete anche utilizzare il seguente indirizzo di posta elettronica
info@internationalcommunistparty.org
Contatti
Domenica, 15 Dicembre 2019

La “carovana dei migranti” davanti al muro democratico USA

Immigrazione verso gli USA: alcune considerazioni e alcuni dati

I movimenti migratori di interi popoli sono una costante nell'intero arco storico, ma il modo di produzione capitalistico ha un suo carattere specifico nella determinazione dei flussi migratori delle popolazioni: nella sua necessità di sopravvivere, la classe dominante borghese tenta di controllarne la dinamica, in accordo con le necessità del capitale nazionale. Le crisi economiche sempre più virulente producono rotture degli equilibri dinamici sociali, veri e propri fenomeni tettonici: di qui, immensi spostamenti di masse in fuga da miseria, guerre, devastazioni, siccità, fame... I media, al servizio dell’ordine esistente, parlano di “dimensioni bibliche” di questi fenomeni migratori, propongono immagini angoscianti, offrono scenari di “primitiva barbarie”: una minaccia per la civiltà occidentale e per la democrazia! E ciò proprio qu­ando i confini fra le nazioni vengono scavalcati dalla diffusione mondiale del mercato. La tendenza del capitale alla conquista dei mercati lega infatti insieme lo spostamento di masse di merci a quello di masse di salariati o emarginati, superando così i confini nazionali ed entrando in contraddizione con la base nazionale. Ogni borghesia nazionale deve necessariamente disporre di un’organizzazione statale centralizzata e di un esercito in grado di difenderla, ma al tempo stesso deve sostenere la spinta verso l’estero del proprio capitale e delle proprie merci. Si forza così la massima libertà per il proprio capitale e per le proprie merci, mentre si diffonde il protezionismo contro i capitali e le merci straniere.

La “questione dei migranti”, l'arrivo di milioni di senza riserve, non si limita all'Europa, ma investe e interessa anche gli Stati Uniti e altre metropoli imperialiste, e a essa si aggiunge la migrazione interna di masse contadine urbanizzate e proletarizzate, come sta succedendo in Cina [1].

Avvenimenti eclatanti si sono dunque manifestati al confine tra Usa e Messico, innescando una situazione drammatica – spostamenti di proletari che abbandonano le proprie case e il proprio passato, senza identità, bandiere, passaporto, vittime di un mondo in disfacimento, con l’urgente necessità di sfuggire alla miseria e a condizioni di esistenza disumane, e pronti a superare ogni barriera. Il movimento migratorio dall'America Latina verso gli USA ha rappresentato un fenomeno sociale di grande rilevanza, in quanto i latinos sono sempre stati utilizzati per sopperire alla necessità di valorizzazione del capitale degli USA [2]. Il capitale ha necessità di merce forza-lavoro a basso costo, ma solo nelle quantità utili alle esigenze produttive, senza fastidiosi problemi di surplus e tensioni sociali. Necessità ricorrente, se si dà uno sguardo alle prime ondate migratorie di fine ‘800, quando i politici americani, sconsolati, affermavano: “Attendevamo braccia, ma sono arrivate anche bocche da sfamare!” [3].

La “questione dell’immigrazione” ha rappresentato uno dei punti più rilevanti nella campagna elettorale del presidente Trump con il suo “America first”, tanto da risultare l'argomento che più ha fatto presa sulla classe media e sulla “white working class”, decretando il successo del… super-immobiliarista. Il quale ha più volte promesso azioni politiche orientate verso il contrasto dell'immigrazione, specie per quella di provenienza centro- e sud-americana – azioni concretizzatesi poi con la continuazione della costruzione di quel muro che già da decenni aveva visto la posa delle prime lastre d’acciaio [4].

L'immigrazione “irregolare” verso gli USA vede un'affluenza considerevole soprattutto dal Messico, con una percentuale che tocca il 52%, corrispondente a circa 5,8 milioni di persone solo nel 2014. Tuttavia, va tenuto in debita considerazione il fatto che è aumentato il numero di senza riserve provenienti dall’Asia, da altri paesi del Centro America e dall’Africa sub-sahariana, con un salto numerico che va dai 325 mila nel 2009 ai 5,3 milioni nel 2016. In termini più generali, il picco migratorio ha raggiunto il suo massimo nel 2012, superando i 12 milioni di persone. Nel complesso, nel 2016 gli immigrati rappresentavano il 26% della popolazione totale, con ben 43,6 milioni di stranieri residenti su suolo statunitense e, in modo più specifico, distribuiti soprattutto in stati come California (che conta oltre 2,3 milioni di “irregolari”), Texas, Florida, Stato di New York e New Jersey.

Nella sera di martedì 8 gennaio, Trump ha chiesto al Congresso i fondi necessari (5,7 miliardi di dollari) per completare il muro in acciaio lungo il confine con il Messico, la sua più importante promessa durante la campagna elettorale del 2016, che – come garantiva il candidato – sarebbe stato pagato dal Messico. Il discorso era stato annunciato in seguito al mancato accordo con i democratici, che ora controllano la Camera: com’è noto, l’impossibilità (per il momento) di giungere a un accordo ha portato alla parziale chiusura del governo federale (shutdown). Circa un quarto delle agenzie federali e degli uffici pubblici è stato costretto a interrompere le proprie attività, mentre il Presidente è deciso a tenere chiuso il governo federale a tempo indeterminato, o almeno sino a quando i democratici non acconsentiranno alla sua richiesta di introdurre nel nuovo bilancio federale il finanziamento necessario al completamento del muro. Oggi come oggi (metà gennaio 2019), 800mila dipendenti federali continuano a non percepire alcuno stipendio.

È il secondo shutdown più lungo nella storia degli Stati Uniti. Il discorso di Trump ha definito la situazione lungo il confine meridionale degli Stati Uniti “un’invasione”, con riferimento sia all’immigrazione illegale sia al trasporto di grandi quantità di sostanze stupefacenti negli Stati Uniti, aggiungendo che i migranti entrati illegalmente negli Stati Uniti sarebbero autori di “efferati omicidi a sangue freddo” nei confronti di cittadini americani. In realtà, le statistiche dimostrano che delinquono maggiormente i cittadini americani rispetto agli irregolari e che buona parte dei criminali arriva negli Stati Uniti non attraverso il confine meridionale, ma… in aereo!

La “carovana dei migranti”: un fiume che va ingrossandosi

La “carovana” – come viene ormai chiamata la fiumana che si muove verso gli Stati Uniti – ha iniziato il proprio cammino il 12 ottobre dalla città di frontiera di San Pedro Sula, in Honduras, con soli 160 migranti. Lungo il percorso, il loro numero è andato crescendo, tanto che, una volta arrivato alla frontiera con il Messico, il gruppo superava le 8mila persone, provenienti anche da altri paesi come Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Belice e Costa Rica. Questo fatto ha subito destato l'interesse dei media, ma anche quello del presidente USA, deciso più che mai a schierare l'esercito pur di arrestare il passo dei “minacciosi” migranti, che, da parte loro, hanno più volte ribadito: “La nostra destinazione sono gli USA”. Il fiume di diseredati ha attraversato il Guatemala e percorso migliaia di chilometri, per poi arrivare dopo qualche settimana in vista del territorio messicano, senza badare alle minacce del presidente a stelle e strisce. Così, il 4 novembre, la carovana ha raggiunto il Messico: una sosta in un accampamento di pochi giorni e via di nuovo, in cammino, verso il punto d'ingresso più vicino al “sogno americano”: 800 chilometri! Si tratta di famiglie con bimbi piccoli, alcuni ancora in fasce, obbligate a percorrere oltre 1600 chilometri a piedi per fuggire dall'Honduras, il paese più povero del Centro America, con una popolazione di appena 9 milioni di abitanti, costretta a una vita di stenti (corruzione, droga e rivalità tra bande criminali – los Marabuntas – completano poi il quadretto idilliaco del paese d’origine). I dati della Banca Mondiale descrivono in modo impietoso una situazione da girone infernale: oltre il 60% della popolazione vive in condizioni che oscillano fra povertà e miseria estrema, tutti sospinti ad abbandonare quell'inferno, con la speranza di un futuro migliore: magari verso la California, la terra promessa verso la quale già negli anni ’30 del ‘900, gli anni della Grande Depressione, gli Okies – migranti bianchi interni agli USA, provenienti dall'Oklahoma, ma non meglio trattati da un modo di produzione disumano – si diressero, in una drammatica odissea, descritta da John Steinbeck nel romanzo Furore.

Una via crucis senza fine

Gli ultimi aggiornamenti ci dicono che il numero dei migranti giunti al confine con gli USA è intanto diminuito fino a 5000 persone: la parte restante è stata costretta a trovare asilo in Messico a causa della fatica e delle malattie [5], un ostacolo in più da affrontare, anche se la generosità e solidarietà di altri proletari incontrati lungo la via non si è mai fatta attendere. Nessuno sa esattamente quanti bambini ci siano all'interno della “carovana”, ma il numero potrebbe essere piuttosto alto: forse intorno a 2300. In ogni caso, ciò non ha impedito al Pentagono di schierare ben 5200 militari armati di tutto punto al confine con il Messico, così da bloccare l'accesso “illegale” in territorio statunitense a questa minacciosa “'orda barbarica”! Quando hanno tentato di varcare il confine con gli USA, i migranti sono stati respinti con i gas lacrimogeni, senza nessuno scrupolo verso donne, vecchi e bambini… E’ la democrazia!

Sotto la minaccia USA di non ricevere più aiuti in dollari, i governi del Messico e degli altri paesi di transito hanno reagito allineandosi alla politica nazionalista di Trump: ma ciò non ha impedito ad altri migranti di mettersi in viaggio dai rispettivi paesi per emulare il primo gruppo ormai divenuto celebre. I vari giornali locali riportano infatti la notizia (ricordiamo che scriviamo a inizio 2019) secondo cui una seconda carovana di 2000 persone sarebbe in movimento verso il sud del Messico.

In sostanza, nessuno è riuscito a fermare l'avanzata della carovana: neppure la ferocia del governo messicano, il quale ha agito con durezza persino maggiore rispetto a quello del Guatemala [6], arrestando, identificando e schedando i migranti e obbligandoli a invertire il proprio cammino. Ma a nulla è servita questa dura reazione: la carovana si è prima divisa e poi ricompattata nei pressi di Tijuana, sebbene il tentativo di superamento del muro già esistente abbia provocato l'intervento rabbioso e spietato delle “forze dell’ordine”: oltre 500 migranti arrestati, i bambini sottratti ai genitori e rinchiusi in “centri di accoglienza”, vere e proprie carceri che trasudano tutta la violenza di un sistema sociale ormai giunto alla sua fase più estrema di putrefazione.

La regione messicana di confine è diventata la più pericolosa per via della presenza di gruppi violenti che rapiscono, stuprano e derubano soprattutto gli immigrati più indifesi: famiglie con parecchi figli a carico, i cui genitori o accompagnatori adulti siano stati detenuti dalla polizia a causa del cosiddetto ICE Arrest (Immigration and Customs Enforcement), cioè lo stato di arresto decretato dalla polizia di frontiera. Per tutti costoro, l'avventura dell'immigrazione si è trasformata in un inferno ancora peggiore di quello che vivevano prima di mettersi in viaggio.

Il presidente Trump ha più volte “cinguettato” annunciando che l'onda umana sarà bloccata con ogni mezzo, armi comprese, e sottolineando che il lancio di pietre contro i militari posti a guardia del confine sarà equiparato all'uso di proiettili veri e propri; e il suo omologo messicano – Enrique Peňa Nieto – non è stato da meno, ribadendo che neppure il Messico è disposto ad accettare clandestini (quindi, chi non ha “basi legali”). Con toni meno aggressivi, ma pur sempre a difesa dell'ordine borghese, si è espresso anche l’arcivescovo di Tijuana e, subito dopo, è intervenuto il sindaco di Tijuana, che ha lacrimosamente chiesto il sostegno delle Nazioni Unite davanti all'“apatia del governo federale”. Città del Messico aveva promesso di inviare 20 tonnellate di risorse a Tijuana per aiutare la città: ma per tre quarti si è trattato di materiali utili per rafforzare il confine e solo cinque tonnellate sono state destinate al soccorso.

La “questione dell’immigrazione” in Marx e Lenin

Lasciamo per un momento la cronaca e allarghiamo il discorso. In una lettera del 9 aprile 1870 a Siegfrid Meyer e August Vogt, incentrata sulla “questione irlandese”, Karl Marx tocca il tema dell'immigrazione, trattando ovviamente anche degli effetti che questo spostamento di proletari produce a livello sociale ed economico. La sua analisi è utile per comprendere, oggi come ieri, i meccanismi che governano l’economia borghese: l'esercito industriale di riserva rappresenta una necessità per l’accumulazione del capitale e quindi un’arma della strategia politica borghese, finalizzata a tener bassi i salari e a mettere in concorrenza gli operai di diversi paesi. Oggi, a maggior ragione, dopo un decennio di crisi, occorre dare una boccata d'ossigeno a un’economia sempre più asfittica, con gli esigui margini di profitto propri di un capitalismo stramaturo com’è quello statunitense e della maggior parte dei paesi occidentali.

Ricordiamo, ad esempio, che negli anni passati un accordo con Città del Messico aveva reso possibile la nascita di industrie manifatturiere lungo il confine messicano [7], ma in territorio americano, e reclutando la manodopera necessaria fra i vicini proletari messicani: comprimendo in tal modo i salari e quindi le condizioni materiali di esistenza della stessa classe operaia sul territorio degli USA.

L'arrivo della “carovana dei migranti” fa gola a tutta la borghesia industriale americana, ma nel medesimo tempo mette in agitazione il proletariato americano, specie l'aristocrazia operaia che reagisce con ostilità nei confronti dei lavoratori stranieri. Tale divisione all’interno del proletariato ha la sua origine nella storica predominanza dell'imperialismo statunitense: i profitti estorti al proletariato estero (sovraprofitti) hanno consentito la distribuzione di qualche briciola alla classe lavoratrice indigena, così da porla in condizioni di privilegio – fenomeno identico a quello analizzato da Marx riguardo all’aristocrazia operaia inglese. Questo fenomeno è presente in tutti i paesi imperialisti e la borghesia ha appreso bene come dividere il proletariato e sottometterlo agli interessi nazionali, utilizzando differenze di trattamento economico e di condizioni materiali di vita: ad esempio, attraverso politiche basate su parole d’ordine come “America First” o “Prima gli italiani”. Così operando, la borghesia USA fa sì che la classe proletaria si divida in due campi ostili, proletari “indigeni” e proletari latinos o più in generale immigrati, posti su due campi antagonisti in concorrenza fra di loro.

Marx scriveva quasi 150 anni fa. Ma basta addentrarsi in un minimo di analisi economica della situazione attuale per scoprire ripugnanti parallelismi fra il 1870 e il 2019. Le politiche economiche USA hanno devastato la maggior parte dei paesi sudamericani, determinando il fallimento e l’espropriazione di migliaia di piccoli produttori in America Centrale e nelle isole dei Caraibi [8]. Nel corso di un quarto di secolo, centinaia di migliaia di disperati sono stati costretti a emigrare per cercare lavoro negli Stati Uniti – paese in cui, una volta entrati nel meccanismo dello sfruttamento capitalistico, conosceranno lavori sottopagati, giornate lavorative interminabili, condizioni di vita miserabili… E scarsa solidarietà da parte del proletariato americano, il quale – già spossato da una pesante crisi che non accenna a mollare la presa, ma anzi peggiora mese dopo mese – tende a reagire con ostilità a chi viene percepito come un “concorrente”.

Questa strategia di divisione tra proletari di diversa origine potrà essere contrastata e ribaltata solo sotto la pressione della stessa crisi avanzante, con la progressiva ricaduta del proletariato dei paesi imperialisti nella condizione di senza riserve. L'azione dell'ideologia dominante serve a nascondere la sostanza di un sistema basato sul profitto, ma è efficace solo fino a quando tale sistema riesce a sfamare i propri schiavi. Al riguardo, Lenin si esprimeva come segue: “Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa migrazione moderna dei popoli. La liberazione dall’oppressione del capitale non avviene e non può avvenire senza un ulteriore sviluppo del capitalismo, senza la lotta di classe sul terreno del capitalismo stesso. E proprio a questa lotta il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il mondo, spezzando il ristagno e l’arretratezza della vita locale, distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi nelle più grandi fabbriche e miniere dell’America, della Germania, ecc.” [9].

Quando si afferma che “il sistema capitalistico produce i suoi propri becchini”, si vuole dire proprio questo. Il modo di produzione vigente non può fare a meno di andare in cerca di nicchie dove valorizzare al massimo i profitti, sfruttando manodopera a costi esigui; tuttavia, così facendo, esso crea le condizioni (non meccaniche, non automatiche) per l'unificazione della classe operaia e getta le basi per la rivoluzione comunista mondiale.

Propaganda borghese e sostanza del modo di produzione

Non passa giorno senza che i quotidiani borghesi spargano a piene mani parole d'ordine sul “senso del dovere”, sui principi di “difesa dei confini nazionali” dalla marea umana che, secondo gli alti vertici del governo USA, rappresentano “una micidiale minaccia” ai valori della nazione e ai “diritti dei cittadini”. Si esaspera così la classe media e l’aristocrazia proletaria, sempre più terrorizzate dalla possibilità di essere gettate fra i senza riserve e i reietti del pianeta.

Con l’avanzare delle crisi, il miraggio di un sistema capace di dispensare benessere alla specie umana rivela ai proletari la vera essenza disumana e brutale. L’opera dell’ideologia dominante ha lo scopo di conservare e mascherare l’estorsione di profitto: ma, nonostante tutti gli sforzi messi in campo, raggiungerà il suo scopo solo se riuscirà a riempire le pance.

E’ dunque il capitale stesso a costringere la classe lavoratrice a lottare, nonostante tutta la propaganda caritatevole. E’ il capitale stesso a mostrare ai proletari il ruolo dello Stato, della Giustizia, della Democrazia borghesi. Allora, quando i proletari di diversa origine condivideranno la stessa miseria crescente, potranno imparare nella lotta a riconoscersi come alleati e fratelli. Solo allora vedremo finalmente l’inizio della fine dell’attuale modo di produzione e di tutte le sue tragedie.

L’inganno della “comunione di interessi” entro la nazione potrà essere smascherato solo quando la borghesia nazionale non avrà scrupoli nell’attaccare il proletariato. Allora, acquisterà senso la parola d’ordine comunista: “i proletari non hanno patrie da difendere, devono solo lottare per disfarsi delle catene cui il sistema capitalistico li ha incatenati”. Allora, con l’esperienza e sotto la guida del partito rivoluzionario, i proletari potranno capire che devono rispondere alla violenza borghese con la violenza della dittatura di classe.

Milioni di diseredati guadano fiumi, attraversano deserti, affrontano mari in tempesta, percorrono a piedi migliaia di chilometri alla ricerca di un sostentamento; il capitalismo li arruola nei suoi eserciti del lavoro, li trasforma in proletari e li getta nel vortice dello sfruttamento, rendendoli partecipi – e domani protagonisti – del movimento storico mondiale: costringendoli, in maniera spontanea prima, e poi, grazie all'opera del partito comunista, in maniera organizzata, a schierarsi di fronte al loro vero e unico nemico storico, la borghesia internazionale. Solo una volta giunti a tale condizione, attraverso le vicende e vicissitudini della lotta di classe, i proletari, riconoscendo i propri fratelli di classe e rigettando la solidarietà con il proprio Stato e la propria borghesia, potranno avviarsi verso la nuova società senza classi, il Comunismo.

[1] Le persone che vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate sono circa 244 milioni, secondo l’ultimo rapporto dell’International Organization for Migration (dati aggiornati al 2015), vale a dire il 3,3% della popolazione mondiale: in pratica, una persona ogni 30 ha cambiato Paese. Nel 1990, erano circa 153 milioni di persone, pari a circa il 2,9% della popolazione mondiale (meno di una persona ogni 40), mentre nel 2000 erano 173 milioni, salendo a 220 milioni nel 2010.  A questo numero, va poi aggiunto quello delle persone che migrano all’interno di uno stesso Stato, stimate nel 2009 in 740 milioni. In totale, quasi un miliardo di migranti. I continenti che accolgono più migranti sono Europa e Asia, con 75 milioni di persone, seguiti dal Nord America, che ha accolto 54 milioni di persone. Quanto al rapporto con la popolazione di interi continenti, le cose cambiano: per l’Oceania, i migranti sono il 21% della popolazione; per il Nord America, il 15%; e per l’Europa, il 10%. E’ significativo che 2/3 di questi migranti viva nel 2017 in appena venti Paesi: il numero più elevato (50 milioni) si trova negli Usa, poi Arabia Saudita, Germania e Russia che ne ospitano ciascuno attorno ai 12 milioni. Segue la Gran Bretagna con 9 milioni.

[2] Sull’immigrazione dal Messico e sulla condizione dei proletari di origine latina sfruttati soprattutto in California, cfr. il nostro lungo studio intitolato “Il proletariato chicano: un potenziale rivoluzionario da difendere”, Il programma comunista, n°1, 2, 3/1978.

[3] Nei decenni fra il 1880 e il 1920, giunsero negli Stati Uniti, da ogni parte del mondo, circa 23 milioni e mezzo di persone.

[4] L’inizio della costruzione di “barriere” lungo la frontiera USA-Messico risale al 1994, ma è soprattutto con la Secure Fence Act del 2006 (presidenza di Bush Sr.) che essa viene precisata e sviluppata. Le presidenze successive (Clinton, Bush Jr., Obama) non hanno fatto altro che proseguirla. Nel 2018, sono stati 376 i migranti morti nel tentativo di entrare illegalmente negli Stati Uniti (214 uomini, 20 donne e 4 bambini, che si sommano a 138 vittime che non è stato ancora possibile identificare). Il bilancio è aggiornato al 21 dicembre (dati del gruppo International Organization for Migration's Missing Migrant Project). Negli ultimi tre anni di amministrazione Obama, il dato è sempre stato in aumento: dai 307 decessi del 2014 si è passati ai 396 del 2016, con un tasso di crescita triennale del 28%; nei quattro anni, il dato risulta implacabile: 1.417 persone non sono riuscite a sopravvivere attraversando il confine. Tra le vittime riconosciute, la quota maggiore è rappresentata dagli uomini: nel 2017, sono stati 241 i maschi morti e in quattro anni la cifra è salita a 663 decessi, il 47,6% del totale. Le donne morte provando a varcare il confine Usa-Messico sono state 64, 16 i bambini. Resta molto ampia, infine, la quota dei non riconosciuti: il 47,6% dei migranti morti sognando l’America (Fonte: Nazioni Unite).

[5] Diversi studi medici dicono che i migranti non pagano solo un costo immediato nel varcare la frontiera, colpiti cioè dalle pallottola dei militari o dei sorveglianti di confine, ma scontano un prezzo elevato in termini di salute anche nel lungo periodo, attraverso l'acquisizione di standard alimentari errati se rapportati a quelli dei propri paesi di origine. Ciò vuol dire che i migranti scappano sì dalla fame o da una povertà che li obbliga a uno scarso apporto calorico, ma una volta giunti negli Stati Uniti, il cibo scadente (junk food) causa poi nei loro organismi una serie di problemi di salute legati all'obesità, alla pressione alta, al diabete, ecc. Oltre al fatto, ovviamente, che una ridotta accessibilità alle cure mediche comporta l'aggravarsi di quelle che, in altre circostanze, potrebbero essere catalogate come malattie di minore importanza.

[6] Il governo federale messicano ha negato il proprio supporto e la concessione dell'uso di autobus, esponendo così la “carovana” agli assalti della criminalità organizzata, la quale cerca di estorcere loro denaro o di venderli come forza lavoro per il mercato della droga o della prostituzione. I migranti hanno rifiutato di percorrere un tragitto alternativo verso Città del Messico attraverso lo stato di Oaxaca, poiché questo li avrebbe costretti a un percorso tortuoso e montagnoso molto più impegnativo. Le associazioni che avevano deciso di dare una mano d'aiuto sono state minacciate prima e poi in parte boicottate. I sacchetti di conforto con le coperte e i vestiti, predisposti lungo il cammino, sono stati distrutti o sequestrati dai rangers americani e dalle guardie di frontiera messicane, come ricordavamo in un numero precedente di questo stesso giornale.

[7] Si tratta delle famigerate maquiladoras, aziende di proprietà statunitense, per lo più di assemblaggio di semilavorati industriali, sorte lungo il confine USA-Messico, in regime di totale esenzione fiscale e con sfruttamento spietato della manodopera, composta per lo più da proletari centro- e sud-americani, senza riserve e spesso privi di documenti, e quindi ancor più ricattabili.

[8] Nonostante solo pochi giornali tocchino il tema, e spesso in modo piuttosto superficiale, lo spostamento di milioni di persone dipende, oltre che da cause prettamente economiche, anche dal cambiamento climatico: i dati statistici sulla piovosità nella regione che comprende Guatemala, El Salvador e Honduras mostrano in modo inconfutabile che scarsità di pioggia, cattivi raccolti e migrazioni sono fattori legati in modo indissolubile. Ma il cambiamento climatico – come abbiamo più volte ripetuto su queste stesse pagine – non è altro che un'ulteriore conseguenza della distruttività del modo di produzione attuale.

[9] Lenin, “Il capitalismo e l'immigrazione operaia”, Pravda, n.22, 29 ottobre 1913 (Lenin, Opere Complete, Vol. 19).

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

Informativa 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina di policy & privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.  Per saperne di piu'