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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 30 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Storia della Sinistra Comunista (Vol II, Cap IV)

 

IV

 

PRIMI TENTATIVI DI CONTATTI INTERNAZIONALI

 

Come stabilito nel comunicato a chiusura del congresso, i mesi successivi furono utilizzati dalla Frazione comunista astensionista per una serie di tentativi di allacciamento internazionale, prima di tutto con Mosca.

Abbiamo già messo in evidenza come, malgrado la costituzione dell’Internazionale comunista al primo congresso del 2-19 marzo 1919, le informazioni sulla situazione nell’Europa occidentale, con particolare riguardo ai partiti socialisti, fossero a Mosca scarse, incomplete, e quindi spesso erronee. Soprattutto nei confronti del PSI l'opinione di Lenin e dei bolscevichi, memori dell’atteggiamento decoroso da esso tenuto durante la guerra e della sua partecipazione alle conferenze di Zimmerwald e Kienthal, continuava ad essere assai più lusinghiera di  quanto  l'effettivo  contegno  del  partito  meritasse.  I  dirigenti italiani si erano affrettati a dare la loro adesione al neo-costituito orga­nismo internazionale, e la prontezza di tale gesto aveva rafforzato la convinzione che si potesse contare sul loro partito come su una delle più sicure sezioni «comuniste» europee. I contatti diretti mancavano, o erano talmente labili che delle prime fondamentali tesi e circolari della III Internazionale il partito non ebbe notizia in Italia se non con fortissimo ritardo, mentre degli sviluppi del tormentato e tutt'altro che lineare processo di enucleazione dei partiti comunisti perfino in Europa si avevano soltanto nozioni confuse e approssimative. Né le cose anda­vano meglio in senso inverso malgrado la presenza in Europa occidentale di emissari più o meno qualificati del Comintern (i famosi «occhi di Mosca»: Degot prima, Niccolini-Ljubarskij poi, Chiarini-Haller infine). Non fa quindi specie che Lenin salutasse nell’esito del congresso di Bologna un importante successo del comunismo internazionale, e in rifor­misti puri come Turati vedesse i rappresentanti non della destra ma del centro, e quindi in Serrati, Lazzari ecc. i rappresentanti della sinistra. Questo giudizio sfocato continuò a pesare sul processo di formazione dell’organo mondiale del proletariato rivoluzionario, e non fu prima del suo secondo congresso (luglio-agosto 1920) che il vero volto del massimalismo italiano cominciò ad apparire in chiara luce agli «artefici della rivoluzione d'Ottobre».

Tanto più urgente, per la Frazione comunista astensionista, era prendere contatto diretto con Mosca e illustrare ai dirigenti dell’Inter­nazionale la natura, le posizioni e le prospettive di sviluppo del comu­nismo in Italia eliminando il paradosso per cui la sola compagine vera­mente comunista era costretta dall’adesione del PSI all’Internazionale a continuare a convivere in esso. Come abbiamo documentato nel I vo­lume e in tutte le pagine che precedono, fin dal 1917 la Frazione si era schierata sulle stessissime posizioni di principio di cui la rivoluzione di Ottobre era stata la grandiosa riconferma dopo il tradimento socialde­mocratico del 1914: ruolo centrale del partito nella rivoluzione comu­nista come nella preparazione ad essa, dittatura proletaria e terrore rosso come necessario sviluppo dell’atto rivoluzionario, azione internazionale unitaria sulla base dei cardini teorici e pratici vittoriosamente riaffer­mati dai bolscevichi nell’incendio della guerra civile. Nessuna sbavatura di tipo sindacalista, operaista, aziendista (o, per dirla all’italiana, ordi­novista), si troverà nei numerosissimi testi della Frazione che commen­tano non soltanto il cammino glorioso della rivoluzione e della dittatura bolscevica in Russia, ma il corso accidentato dei tentativi rivoluzionari purtroppo falliti nell’Europa centrale, traendone la medesima lezione che Lenin e Trotsky. Se il PSI, o meglio la sua direzione cosiddetta intran­sigente, aveva dato la propria adesione alla III Internazionale non solo senza assimilarne le tesi fondamentali, ma neppure conoscendole; se aveva delegato al congresso costitutivo del Comintern (al quale tuttavia egli non poté mai giungere) un fior fiore di socialdemocratico come l'onesto ma confusionario Oddino Morgari, la Frazione comunista astensionista aveva riconosciuto nei testi ufficiali resi pubblici in quel semestre in Italia l'intero patrimonio di posizioni programmatiche e tattiche che era anche il suo.

Che cosa aveva proclamato il I congresso? Ricordiamolo breve­mente.

Tesi di Lenin sulla democrazia borghese. La risoluzione svolge in pieno le questioni di dottrina e di principio sulla distruzione dello stato borghese e la conquista del potere proletario, come formulate in Stato e rivoluzione e nei testi fondamentali del marxismo. Siamo nel pieno campo dei principi generali collegati alla situazione storica seguita alla prima guerra mondiale:

«La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta alla dominazione, né ha potuto mantenervisi, senza passare attraverso un periodo di dittatura, durante il quale essa si impadronisce del potere politico ed abbatte con la forza la resistenza disperata, esasperata, non arretrante di fronte ad alcun delitto, che gli sfruttatori oppongono [...]. Tutti i socialisti, dimostrando il carattere di classe della civiltà borghese, della democrazia borghese, del parlamentarismo borghese, hanno espresso l'idea, già formulata con la massima esattezza scientifica da Marx ed Engels, che la più democratica delle repubbliche borghesi non può essere che una macchina per opprimere la classe operaia a favore della borghesia, la massa dei lavoratori a favore di un pugno di capitalisti [...]. Nello stato di cose creato in particolare dalla guerra imperialistica, la dittatura del proletariato non è soltanto assolutamente legittima in quanto strumento atto a rovesciare gli sfruttatori e a schiacciarne la resistenza, ma anche assolutamente indispensabile per tutta la massa lavoratrice come solo mezzo di difesa contro la dittatura della borghesia che ha causato la guerra e che prepara nuove guerre. Il punto più importante che i socialisti non comprendono, e che costituisce la loro miopia politica, il loro irretimento in pre­giudizi borghesi, e il loro tradimento politico verso la classe operaia, è che nella società capitalistica, non appena si aggrava la lotta di classe che ne è alla base, non esiste nessun mezzo termine tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato. Tutti i sogni di soluzione intermedia non sono che piagnistei reazionari di piccoli borghesi».

Piattaforma dell’Internazionale comunista. Riafferma i principi della presa rivoluzionaria del potere, della distruzione dell’apparato statale borghese e della sua sostituzione con un potente apparato statale prole­tario «sempre più centralizzato nella sua forma», come «organo di co­strizione diretto contro gli avversari della classe operaia» e destinato «ad infrangerne e renderne impossibile la resistenza» così come a «realizzare una crescente centralizzazione dei mezzi di produzione e la direzione di tutta la produzione secondo un piano unico», avviando il processo di graduale trapasso dal modo di produzione capitalistico a quello socialista e dalla società borghese divisa in classi alla società senza classi, la società di specie.

Risoluzione sulle correnti socialiste e la conferenza di Berna dei socialtraditori. Vi è posta in pieno la questione della ricostituzione del partito rivoluzionario con stretto legame alla teoria e con valuta­zione delle due schiere di socialisti rinnegati, tesi da allora classica: da un lato i socialpatrioti, aperti scherani della borghesia, come quelli che assassinarono Liebknecht e Luxemburg; dall’altro i pericolosi centristi (tra i quali si annoverano Kautsky e Adler, Turati e MacDonald) che negano la dittatura proletaria nella sua universalità, e che Lenin non a caso definisce col termine di socialpacifisti. Non si proclama soltanto la scissione irrevocabile coi primi: si afferma che «la rottura organizzativa col centro e una necessità storica assoluta».

Tesi sulla situazione internazionale e la politica dell’Intesa. Sono riferite al momento storico dato, ma la loro costruzione è universalmente valida. Vi è ribadita la condanna del pacifismo della Società delle Nazioni di allora, del pacifismo di Mosca e dell’ONU di oggi.

Risoluzione sul terrore bianco. La spietata difesa della borghesia e del suo privilegio viene fatta risalire non a forme preborghesi (come si farà poi col fascismo italo-tedesco), ma all’imperialismo dei demo­cratici paesi dell’Intesa, e come sola via di uscita è indicato il rovescia­mento del capitalismo.

Manifesto ai proletari del mondo intero. Riallacciandosi a un secolo di lotte proletarie, termina col grido di guerra:

«La critica socialista ha sufficientemente flagellato l'ordine borghese. Il compito del Partito comunista internazionale (si noti come il nuovo organismo venga fin da allora concepito come partito mondiale unico) è di abbattere questo ordine di cose e di costruire al suo posto il regime socialista [...]. Sotto la bandiera dei Soviet operai, della lotta rivoluzionaria per il potere e la dittatura del proletariato, sotto la bandiera della III Internazionale, proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Non altri erano stati i temi svolti, fin dal suo primo numero del dicembre 1918, da «Il Soviet», per non parlare degli articoli apparsi a nome della Frazione sull’«Avanti!» e sull’«Avanguardia» dal '17 in poi. La nostra corrente era anzi già allora favorevole ad una maggior rigidezza nei criteri di ammissione all’Internazionale, e non solo (come vedremo) dava dei termini centro e centristi un'accezione più lata, com­prendendovi i massimalisti italiani, e ritenendo ormai scontato che nessun accostamento a queste formazioni, statisticamente in gran parte operaie ma politicamente borghesi, sarebbe più stato ammesso, ma era anche d'avviso che al nuovo organismo mondiale si dovessero ammettere sol­tanto i partiti e gruppi di inequivocabile posizione programmatica comu­nista, non organizzazioni economiche, anche se genericamente animate da spirito rivoluzionario, ed esprimeva serie riserve sulla stessa formula usata dai bolscevichi di «blocco con gli elementi del movimento operaio rivoluzionario che, pur non avendo appartenuto in passato a partiti socia­listi, si collocano ora, in tutto e per tutto, sul terreno della dittatura proletaria nella sua forma sovietica, cioè con gli elementi corrispondenti del sindacalismo». La speranza dei bolscevichi - non assurda nel clima dell’epoca - era, da un lato, che il procedere vittorioso della rivolu­zione mondiale, ritenuta più vicina di quanto purtroppo non fosse, avrebbe permesso di amalgamare questi elementi di sana origine proletaria nel grande crogiuolo di un nuovo Ottobre, nel fuoco ardente del quale, come dirà Trotsky più di un anno dopo ricevendo i delegati al II congresso nella sede del soviet di Mosca, i bolscevichi avevano forgiato una infran­gibile spada e invitavano i comunisti di tutto il mondo ad «impugnarla ed immergerla nel cuore del capitale mondiale», dall’altro che, grazie al loro contributo, si potessero controbilanciare se non con la chiarezza teorica, almeno con lo slancio rivoluzionario, l'influenza dei troppi «co­munisti» dell’ultima ora convertitisi alla «moda» dei soviet dopo un passato ricco di compromessi, per non dire di peggio. Una lunga e dura esperienza di lotta nell’arena dell’Europa occidentale aveva insegnato alla sinistra «italiana» che le alleanze anche transitorie «facilitano il supe­ramento di un periodo a tutto danno della possibilità di affrontare il periodo successivo nel quale l'alleanza [in particolare appunto con gli anarco-sindacalisti] dovrà per forza di cose spezzarsi per le divergenze iniziali del programma», nel che andava ravvisato «in tutti i tempi una condizione passiva pel complesso del movimento comunista»: questo dunque doveva «calcolare unicamente sulle forze che si muovono sulla via del suo preciso programma di concretazione rivoluzionaria» (1). I mesi e gli anni avvenire dimostreranno agli stessi bolscevichi - a con­ferma della nostra tesi - che nulla avrebbe mai potuto compiere il miracolo di allineare, per esempio, gli IWW americani, gli shop stewards britannici o, sul piano politico, i sindacalisti francesi (le poche - e dubbie - eccezioni individuali confermano la regola) sulle posizioni clas­siche ed invarianti del marxismo, e, quanto ai sindacati, che sarà perfino impossibile ottenerne la globale adesione all’Internazionale sindacale rossa, costituita nel 1921 in antitesi all’Internazionale di Amsterdam.

Degli anarcosindacalisti e sindacalisti-rivoluzionari, e della nostra decennale polemica con essi, si è lungamente parlato nel I volume. Agli Industrial Workers of the World (IWW o, popolarmente, wobblies) andava il merito di avere organizzato fin dai principi del secolo, in antitesi all’American Federation of Labor (AFL), una rete di sindacati non di mestiere ma di industria aperti a tutti gli operai senza distinzione di razza, nazionalità o qualifica, specialmente manovali e «migranti» supersfruttati, e di aver diretto poderosi scioperi, prima e durante la guerra, malgrado i divieti del bonzume confederale. Nel periodo post­bellico, questi battaglieri militanti furono oggetto di feroci persecuzioni; e non a caso, perché erano i soli a levare, nella Bengodi della prosperità capitalistica, l'antico grido di guerra: «La classe operaia e la classe im­prenditoriale non hanno nulla in comune [...]. Fra le due classi la lotta non può cessare prima che i lavoratori di tutto il mondo si organizzino in quanto classe, prendano possesso della terra e del macchinario produt­tivo, e aboliscano il sistema salariale!». La loro combattività non poteva tuttavia far dimenticare che essi non si spingevano, né volevano spingersi, oltre il limite massimo della associazione economica, intesa inoltre, perché organizzata per industria, come forma intrinsecamente rivoluzio­naria; che, mentre levavano la bandiera dell’azione diretta e dello scio­pero generale, respingevano per principio sia la lotta politica, non po­tendo concepirla altrimenti che come lotta parlamentare, sia il suo or­gano, cioè il partito di classe, in quanto espressione della sovrapposizione dei «capi» alle «masse», e vedevano lo stesso sciopero generale come mezzo taumaturgico atto ad operare da solo, grazie al peso bruto della paralisi produttiva, il crollo del «sistema», senza dunque insurrezione armata, meno che mai dittatura e terrore. D'altra parte, come gli ordinovisti italiani, immaginavano che «organizzandosi per industria, si crei la struttura della nuova società in seno ["nel guscio", come essi dice­vano] della vecchia», sostituendo una specie di «gradualismo rivolu­zionario» escludente la presa del potere politico al gradualismo rifor­mista:  i sindacati «industriali» si sarebbero poi uniti in un solo grande sindacato, One Big Union, che si sarebbe assunto la direzione più o meno pianificata e centralizzata dell’economia socialista. V'era in essi una radice chiaramente sindacalista alla Sorel; nella stessa ala «poli­tica» raccolta intorno a Daniel De Leon e, nel 1908, separatasi dalla vecchia organizzazione, il partito era ridotto a funzioni puramente edu­cative, di illuminazione delle coscienze.

Gli shop stewards, forti soprattutto in Scozia e nelle vitali industrie metalmeccaniche e cantieristiche inglesi, avevano invece costituito una rete di «fiduciari di reparto» eletti direttamente dalle maestranze, in cui si esprimeva la volontà di lotta e il disgusto della prassi ultracollabora­zionistica delle Trade Unions in larghi strati di operai comuni; e, pur sentendo nel corso delle agitazioni l'esigenza della centralizzazione degli sforzi e delle direttive, rimasero sempre gelosamente fedeli a un tipo di associazionismo aziendale, localista, autonomista e federativo; il luogo di lavoro essendo da essi concepito come il vivaio dell’istinto di classe e l'espressione più genuina della «democrazia operaia», e insieme come la base della nuova società e la chiave di volta del modo di produzione socialista. Sia gli IWW che gli shop stewards, protagonisti di gigantesche battaglie, divergevano dunque dalla visione marxista propria della III Internazionale tanto sul piano programmatico e tattico, quanto sul piano delle finalità e della teoria: erano antiparlamentari e astensionisti, ma per «orrore dei capi»; erano contro i sindacati tradizionali, ma perché credevano di aver trovato una forma economica (l'unione industriale o il consiglio di fabbrica) in sé rivoluzionaria; concepivano la società futura, nei termini del proudhonismo o del bakuninismo, come rete di «co­muni» autonome o di «sindacati» autosufficienti. La grande fiamma dell’Ottobre li attirava verso la III Internazionale (Rosmer fra gli altri riconoscerà che quasi tutti avevano scambiato Stato e rivoluzione di Lenin per una... revisione del marxismo in senso anarchico o anarcosindacalista, e i soviet per una nuova edizione delle comunità autoregolantisi della mitologia libertaria) e Mosca tendeva ad aprirgli le porte, in conside­razione del robusto istinto di classe da cui erano animati, malgrado il loro orrore della politica e del partito (2). Raggruppandoli sotto la cate­goria comune del sindacalismo, l'articolo già citato del «Soviet» ne riconosceva bensì la vigorosa reazione al collaborazionismo (e perfino, in tempo di guerra, sciovinismo) dell’AFL e delle Trade Unions, ma precisava:

«I sindacalisti [...] sostengono che la lotta rivoluzionaria è condotta dai sindacati economici e non dal Partito politico; vedono nella rivoluzione il passaggio della direzione della società ai sindacati, anziché allo Stato proletario e al governo rivoluzionario; nella proprietà comunista, non una proprietà sociale, ma una pro­prietà sindacale. La critica di questa scuola mostra che essa è una degenerazione del marxismo nel senso delle teorie economiche borghesi. Di fronte ad essa, pur ricono­scendo che i suoi esponenti sono sentimentalmente rivoluzionari, occorre mostrare che il suo programma è inattuabile, e la preparazione a tale metodo, destinato ad essere scartato dagli avvenimenti, è non-rivoluzionaria. Il programma di Mosca parla di "fare blocco" coi sindacalisti che accettano la dittatura. A parte l'esattezza della espressione blocco, osserviamo che il concetto di dittatura politica è in antitesi col sindacalismo puro [...l. Molto vi è da fare per condurre le masse organizzate economica­mente alla concezione politica della rivoluzione che vive in seno al partito proletario; altrimenti si avranno dolorose sorprese, come in Russia e Ungheria, dal contegno dei sindacati».

Se tuttavia su questi punti esisteva fin da allora il germe di un dissenso fra noi e Mosca, esso verteva sull’opportunità di un'applicazione più o meno rigida dei medesimi postulati, e lasciava intatto il pieno accordo su essi. Va quindi considerata una dolorosa fatalità storica che le due lettere inviate dalla Frazione il 10 novembre 1919 e l'11 gennaio 1920 al Comitato centrale (in realtà esecutivo) dell’Internazionale comunista non siano mai giunte a Mosca: a chiunque siano state consegnate, esse finirono (ad ulteriore dimostrazione della fragilità della rete organizzativa costruita in Europa dagli emissari del Comintern) negli archivi della polizia italiana. Dolorosa fatalità, perché il loro mancato arrivo non soltanto impedì ai bolscevichi di conoscere le vere posizioni difese dalla Sinistra in Italia, ma ritardò di quasi un anno il processo di graduale revisione del giudizio sulla Frazione di maggioranza del PSI, dei massimalisti serratiani, e, di là da questo, il riconoscimento che in Europa urgevano più drastici criteri di selezione.

La prima lettera fu scritta quando ancora non si conoscevano testi della III Internazionale che solo nei primi mesi del 1920 divennero di pubblica ragione in Italia, e ai quali si riferisce invece la seconda, come la lettera di Lenin Ai comunisti italiani, francesi e tedeschi del 10 ottobre 1919, apparsa sull’«Avanti!» solo il 31 dicembre, e la circolare a firma Zinoviev sul Parlamento e la lotta per i Soviet datata 1 settem­bre 1919 (3) e resa nota per la prima volta qui da noi nel nr. 15 feb­braio 1920 di «Comunismo», la rivista diretta da Serrati. Conviene tuttavia, non rispettando la stretta successione cronologica, considerarle insieme.

Entrambe chiariscono all’Internazionale la natura esteriore e forma­listica, non sostanziata da convincimenti profondi, dell’adesione del PSI, e precisano che il nostro dissenso dalla maggioranza elezionista verte in primo luogo sull’incompatibilità dell’appartenenza della destra al par­tito, da noi affermata e da quella respinta. La seconda va ancora più in là nella diagnosi del massimalismo serratiano: esso equivale in Italia al centrismo degli indipendenti tedeschi (4), e impone ai comunisti asten­sionisti di lavorare alla costituzione, fuori dal PSI e non appena l'Interna­zionale abbia riconosciuto l'inderogabile necessità di questo passo, di un partito «puramente comunista» - un partito «forte e centralizzato», giacché essi non solo non condividono le fisime anti-autoritarie ed anti­-centralistiche degli anarchici, ma vengono a giusta ragione attaccati da questi come gli esponenti del più rigoroso autoritarismo e centralismo.

La costituzione di un simile partito, ribadiscono le due lettere, è condizione pregiudiziale non solo di uno snodamento rivoluzionario della crisi sociale italiana, ma della sua stessa preparazione (altro che dedicarsi di più all’organizzazione illegale: qui non ve n'è, ne' può esservene, neppure l'ombra!).

È a questo fine che mira il nostro astensionismo, il quale non ha radici nell’orrore anarchico della «politica» e dello stato inteso come incarnazione del male; non è assoluto e soprastorico, perché ammette che, in date epoche storiche ed aree geografiche - là dove, come in Russia, si pone il problema di una «rivoluzione doppia» non essendosi ancora impiantato su scala generale il modo di produzione capitalistico con le sovrastrutture giuridiche e politiche ad esso corrispondenti – il «parlamentarismo rivoluzionario» conservi la sua validità come mezzo di propaganda sovversiva e di azione disgregatrice (legittima dunque la partecipazione, del resto condizionale e transitoria, dei bolscevichi alla Duma zarista); ma trae origine dalla convinzione, maturata attraverso dolorose esperienze, che nell’Occidente europeo a capitalismo stramaturo, con una secolare tradizione democratica e parlamentaristica, l'astensioni­smo su basi marxiste si imponga al duplice scopo di provocare una spie­tata selezione nei vecchi partiti impestati di democratismo e di rendere inconfondibili agli occhi delle masse i lineamenti della nostra via unica al potere: rivoluzionaria, violenta, dittatoriale. Non si possono senza gravi ripercussioni negative trasferire in paesi che hanno compiuto da un secolo o quasi la loro rivoluzione democratico-borghese le direttive tattiche, d'altronde accessorie rispetto alla linearità delle posizioni di principio valide per la Russia zarista: l'insegnamento universale dell’Ottobre è un altro, e lo scioglimento a mano armata della Costituente ne è l'espres­sione luminosa proprio perché avvenuto là dove una tattica più «blanda» poteva ancora mantenere una parvenza di giustificazione. Né d'altra parte la nostra posizione è di astratta e passiva indifferenza di fronte a un episodio, come quello delle elezioni, che disgraziatamente ha ancora il potere di concentrare su di sé l'interesse e perfino la passione di strati proletari, giacché noi propugniamo bensì l'astensione dalla competizione elettorale, ma siamo per la partecipazione ai comizi in funzione di critica e denunzia, quindi di attiva propaganda delle tesi e finalità comuniste.

Le due lettere delimitano infine la nostra corrente rispetto a due deviazioni allora e poi denunciate da Lenin e dall’Internazionale: respin­gono cioè la pretesa degli operaisti tedeschi (5), futuri creatori del KAPD, di equiparare parlamento e sindacati, e quindi proporre l'uscita da questi ultimi per fondare altri organismi sedicentemente immunizzati dal virus opportunista (per giunta sostitutivi del partito), e con altrettanta energia rifiutano l'utopismo sia di coloro che, come i massimalisti italiani, vaneg­giano di «costruire i soviet» sulla carta, ma restano fedeli ad una prassi gradualista e legalitaria ormai incancrenita, sia di coloro che, come i membri dell’«Ordine Nuovo», confondono i soviet, organi squisitamente politici, con le commissioni di fabbrica o con altri organismi economici e aziendali, e vedono in essi gli embrioni della società nuova, «isole di socialismo» in pieno regime capitalistico, eludendo il problema cen­trale della presa violenta del potere politico e trasferendo sul piano dell’azione locale e aziendistica il gradualismo della destra. Altro che «in­fantilismo», il nostro! La sostanza della critica leniniana al falso estre­mismo è qui già tutta compresa e riassunta!

Diamo il testo delle due lettere (i corsivi sono nostri):

 

I

 

Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano

 

Comitato centrale                                         Napoli, Borgo 5. Antonio Abate 221

Al Comitato di Mosca della III Internazionale

La nostra frazione si è costituita dopo il congresso di Bologna del Partito socialista italiano (6-10 ottobre 1919) ma aveva iniziato prima la sua propaganda a mezzo del giornale Il Soviet di Napoli, indicendo quindi un convegno a Roma il 6 luglio 1919 nel quale venne approvato il programma poi presentato al Congresso. In­viamo una collezione del giornale e diverse copie del programma e della mozione as­sieme alla quale fu posto in votazione.

È bene premettere che durante tutto il periodo della guerra vi fu in seno al Partito un forte movimento estremista che si opponeva alla politica troppo debole del gruppo parlamentare, della Confederazione Generale del Lavoro - perfettamente riformisti - e della stessa Direzione del Partito, sebbene fosse rivoluzionaria intransi­gente secondo le decisioni dei congressi di prima della guerra. La Direzione è sem­pre stata divisa in due correnti di fronte al problema della guerra; la corrente di de­stra faceva capo a Lazzari, autore della formula «né aderire né sabotare la guerra»; la corrente di sinistra a Serrati, direttore dell’ Avanti! In tutte le riunioni tenute durante la guerra le due correnti però si presentavano solidali tra loro, e pur facen­do riserva sul contegno del gruppo parlamentare non si mettevano decisamente con­tro di esso. Elementi di sinistra estranei alla Direzione lottavano contro questo equi­voco prefiggendosi di scindere dal Partito i riformisti del gruppo ed assumere un at­teggiamento più rivoluzionario.

Il congresso di Roma del 1918, tenuto poco prima dell’armistizio, nemmeno seppe romperla colla politica transigente dei deputati, e la Direzione, pure aggiungen­dosi elementi estremisti come Gennari e Bombacci, non mutò sostanzialmente la sua direttiva, attenuata dalla debolezza verso certe manifestazioni della destra contraria all’indirizzo della maggioranza del Partito.

Dopo la guerra, apparentemente tutto il Partito prese un indirizzo «massimali­sta» aderendo alla Terza Internazionale. Il contegno però del Partito non fu soddi­sfacente dal punto di vista comunista; vi preghiamo di vedere sul Soviet le polemi­che col gruppo parlamentare, colla Confederazione (a proposito della «costituente professionale») e colla stessa Direzione, specie per la preparazione dello sciopero del 20 e 21 luglio.

Subito noi, con altri compagni di tutta Italia, ci orientammo verso l'astensioni­smo elettorale, che abbiamo sostenuto al congresso di Bologna. Desideriamo sia chiaro che al Congresso ci siamo divisi da tutto il resto del Partito non solo sulla questione elettorale, ma anche su quella della scissione del Partito.

La frazione «massimalista elezionista», vincitrice al Congresso, aveva anche essa accettata la tesi della incompatibilità della permanenza nel Partito dei riformisti, ma vi rinunziò per considerazioni puramente elettorali nonostante i discorsi anticomunisti di Turati e Treves.

Questa è una forte ragione per l'astensionismo: non sarà possibile la costituzio­ne di un partito puramente comunista se non si rinunzierà alla azione elezionistica e parlamentare.

La democrazia parlamentare nei paesi occidentali assume forme di tale carattere, che costituisce l'arma più formidabile per la deviazione del movimento rivoluzionario del proletariato.

La sinistra del nostro partito fin dal 1910-1911 è impegnata nella polemica e nella battaglia contro la democrazia borghese, e questa esperienza conduce a conclude­re che nell’attuale periodo rivoluzionario mondiale deve essere troncato ogni contatto col sistema democratico.

La situazione attuale in Italia è questa: il Partito fa la campagna contro la guerra ed i partiti interventisti, sicuro di ricavarne un grande successo elettorale, ma poiché il governo attuale è composto dai partiti borghesi contrari alla guerra nel 1915, si determina una certa confluenza tra l'azione elettorale del Partito e la politi­ca del governo borghese.

Siccome tutti gli ex deputati riformisti sono stati ripresentati candidati, il go­verno Nitti, che è con loro in buoni rapporti, come risultò dalle ultime vicende par­lamentari, farà in modo che essi riescano a preferenza. Dopo, l'azione del partito, già esaurito dai grandi sforzi della attuale campagna elettorale, si perderà in polemi­che col contegno transigente dei deputati. Avremo quindi la preparazione delle ele­zioni amministrative peI luglio 1920; per molti mesi il partito non farà propaganda e preparazione seriamente rivoluzionaria. È da augurarsi che avvenimenti imprevisti non superino e travolgano il partito (6).

Noi diamo importanza alla questione dell’azione elettorale e pensiamo che non sia conforme ai principi comunisti lasciare la decisione in merito ai singoli partiti aderenti alla III Internazionale. lì Partito comunista internazionale dovrebbe esami­nare e risolvere tale problema.

Oggi noi ci prefiggiamo di lavorare alla costituzione di un partito veramente comunista, e per ciò lavora la nostra frazione nel seno del P.S.I. Ci auguriamo che i primi eventi parlamentari condurranno verso di noi molti compagni, in modo da realizzare la scissione dai socialdemocratici.

Al congresso hanno votato per noi 67 sezioni con 3.417 voti, mentre i massi­malisti elezionisti hanno vinto con 48.000 voti, e i riformisti ne hanno avuti 14.000.

Noi dissentiamo anche dai massimalisti su altre questioni di principio; per brevità vi uniamo una copia del programma approvato dal congresso che è oggi il programma del Partito (col cambiamento del programma, nemmeno un socio ha la­sciato il partito), con alcune nostre osservazioni.

Occorre notare che non siamo in rapporti di collaborazione coi movimenti fuori dal Partito: anarchici e sindacalisti, perché seguono principi non comunisti e con­trari alla dittatura proletaria, anzi essi accusano noi di essere più autoritari e centra­lizzatori degli altri massimalisti del partito. Vedete le polemiche su Il Soviet.

È necessario in Italia un complesso lavoro di chiarificazione del programma e della tattica comunista, a cui noi dedicheremo tutte le nostre forze. Se non si riesce ad organizzare un partito che si occupi unicamente e sistematicamente della propaganda e preparazione comunista nel proletariato, la rivoluzione potrà risolversi in una sconfitta.

Sull’opera tattica e specie in merito alla costituzione dei Soviet, ci pare che si stanno commettendo errori anche dai nostri amici, col pericolo che tutto si limiti ad una modificazione riformistica dei sindacati di mestiere. Si lavora infatti alla costituzione dei comitati di officina, come a Torino, riunendo poi tutti i commis­sari di una data industria (metallurgica) che prendono la direzione del sindacato pro­fessionale col nominarne il comitato esecutivo.

Si resta così fuori dalle funzioni politiche dei Consigli operai a cui occorre­rebbe preparare il proletariato, pur essendo, secondo noi, il problema più importan­te quello di organizzare un potente partito di classe (partito comunista) che prepari la conquista insurrezionale del potere dalle mani del governo borghese.

Sarebbe vivo desiderio nostro conoscere la vostra opinione:

a) sull’elezionismo parlamentare e comunale e l'opportunità d'una decisione in merito della Internazionale comunista;

b) sulla scissione del partito italiano;

c) sul problema tattico della costituzione dei Soviet in regime borghese e sui limiti di tale azione.

Salutiamo voi e il grande proletariato russo pioniere del comunismo univer­sale.

Napoli, 10 novembre 1919.

 

II

 

Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano

 

Comitato centrale                                         Napoli, Borgo 5. Antonio Abate 221

Al Comitato centrale della III Internazionale comunista  - Mosca

Napoli, 11 Gennaio 1920.

Carissimi compagni,

L'11 novembre vi abbiamo indirizzato un'altra nostra comunicazione. Ci serviamo della lingua italiana sapendo che il vostro ufficio è diretto dalla compagna Balaba­noff che la conosce benissimo.

Il nostro movimento è stato costituito da coloro che al congresso di Bologna votarono per la tendenza astensionista. Torniamo a mandare il nostro programma e la mozione che lo accompagna. Speriamo che vi siano giunte le collezioni del nostro giornale Il Soviet e vi mandiamo ora le copie del I e Il numero della nuova serie le cui pubblicazioni si sono iniziate col principio dell’anno.

Scopo della presente lettera è il sottoporvi alcune osservazioni alla lettera del compagno Lenin ai comunisti tedeschi che l'Avanti! del 31 dicembre 1919 riportava dalla Rote Fahne (7) del 20, per chiarirvi bene quale sia il nostro atteggiamento politico.

Richiamiamo anzitutto la vostra attenzione sul fatto che nel Partito socialista italiano sono ancora quei socialisti opportunisti tipo Adler e Kautsky, di cui parla nella prima parte la lettera di Lenin. Il partito italiano non è un partito comunista e nemmeno rivoluzionario; la stessa maggioranza «massimalista elezionista» è piut­tosto sul terreno degli indipendenti tedeschi - Noi al congresso ci dividemmo da essa non solo per la tattica elettorale ma altresì per la proposta di esclusione dal par­tito dei riformisti capitanati da Turati.

La divisione dunque tra noi e quei massimalisti che votarono a Bologna la mozione Serrati non è analoga a quella che separa nel partito comunista tedesco i sostenitori dell’astensionismo da quelli della partecipazione elettorale, ma è piutto­sto simile alla divisione tra comunisti e indipendenti.

Programmaticamente il nostro punto di viste non ha nulla a che fare con l'anar­chismo e il sindacalismo. Siamo fautori del partito politico marxista forte e centraliz­zato di cui parla Lenin, anzi siamo i più tenaci assertori di questa concezione nel campo massimalista. Non sosteniamo il boicottaggio dei sindacati economici ma là loro conquista da parte dei comunisti, e le nostre direttive sono quelle che leggia­mo in una relazione del compagno Zinoviev al congresso del Partito comunista russo pubblicata dall’Avanti! del 1° gennaio.

Quanto ai Consigli operai, essi esistono in Italia solo in alcune località, ma consistono soltanto nei Consigli di fabbrica, composti di commissari di reparto, che si occupano di questioni interne dell’azienda. È invece nostro proposito prendere l'iniziativa della costituzione dei Soviet municipali e rurali, eletti direttamente dalle masse riunite per fabbriche o villaggi, perché pensiamo che nella preparazione della rivoluzione la lotta deve avere carattere prevalentemente politico. Siamo per la par­tecipazione alle elezioni di qualunque rappresentanza della classe lavoratrice a cui prendano parte solo lavoratori. Siamo invece apertamente avversi alla partecipazione dei comunisti alle elezioni pei parlamenti, consigli comunali o provinciali o costi­tuenti borghesi, perché riteniamo che in tali organismi non sia possibile fare opera rivoluzionaria, e crediamo che l'azione e la preparazione elettorale ostacolino la for­mazione nella massa lavoratrice della coscienza comunista e la preparazione alla dit­tatura proletaria in antitesi alla democrazia borghese.

Partecipare a tali organismi ed evitare le deviazioni socialdemocratiche e col­laborazioniste, è una soluzione che non esiste in realtà nell’attuale periodo storico, come i fatti dimostreranno anche per l'attuale esperimento parlamentare italiano. Ci conduce a tali conclusioni l'esperienza della lotta condotta dall’ala sinistra del nostro partito dal 1910-1911 ad oggi contro tutti gli inganni del parlamentarismo in un paese che da lungo periodo è retto a regime democratico borghese: la campagna contro il ministerialismo, i blocchi politici e amministrativi elettorali coi partiti de­mocratici, la massoneria e l'anticlericalismo borghese, ecc. Da questa esperienza traemmo la conclusione che il più grave pericolo per la rivoluzione socialista è la collaborazione colla democrazia borghese sul terreno del riformismo sociale; espe­rienza generalizzatasi poi nella guerra e negli avvenimenti rivoluzionari di Russia, Germania, Ungheria, etc.

L'intransigenza parlamentare era realizzabile, sempre però tra continui urti e difficoltà, in periodo non rivoluzionario, quando non si prospettava possibile la con­quista del potere da parte della classe operaia; e le difficoltà dell’azione parlamenta­re sono tanto maggiori quanto più il regime e la composizione del parlamento stes­so hanno tradizionale carattere democratico. È con questi criteri che noi giudiche­remmo i confronti colla partecipazione dei bolscevichi alle elezioni della Duma dopo il 1905.

La tattica seguita dai compagni russi di partecipare alle elezioni per la Costituente e poi di sciogliere colla forza questa stessa assemblea, anche se non ha co­stituito una condizione sfavorevole al successo sarebbe pericolosa in paesi dove la rappresentanza parlamentare, anziché essere una formazione recente, è un istituto costituito saldamente da molto tempo e radicato nella coscienza e nelle abitudini dello stesso proletariato.

Il lavoro occorrente a predisporre le masse alla abolizione del sistema di rap­presentanza democratica appare ed è per noi molto più vasto e sostanziale che in Russia e forse in Germania, e la necessità di dare la massima intensificazione a que­sta propaganda di svalutamento dell’istituto parlamentare e di eliminazione della sua nefasta influenza controrivoluzionaria ci ha condotti alla tattica astensionista. Contrapponiamo alla attività elettorale la conquista violenta del potere politico da parte del proletariato per la formazione dello stato dei Consigli, e quindi il nostro astensionismo non discende dalla negazione della necessità di un governo rivoluzionario centralizzato. Siamo anzi contrari alla collaborazione cogli anarchici e sinda­calisti nel movimento rivoluzionario, perché essi non accettano quei criteri di propaganda e di azione.

Le elezioni generali del 16 novembre, pure svolte da parte del P.S.I. sulla piattaforma del massimalismo, hanno ancora una volta provato che l'azione elettora­le esclude e fa dimenticare ogni altra attività e sopratutto ogni attività illegale. In Italia il problema non è di unire azione legale ad azione illegale, come Lenin con­siglia ai compagni tedeschi, ma di cominciare a diminuire l'attività legale per ini­ziare quella illegale, che manca affatto.

Il nuovo gruppo parlamentare si è dato a fare opera socialdemocratica e mi­nimalista, presentando interrogazioni, preparando disegni di legge, ecc.

Concludiamo la nostra esposizione col dichiararvi che secondo ogni probabilità, se finora siamo rimasti nel P.S.I. disciplinati alla sua tattica, tra poco tempo e pri­ma forse delle elezioni comunali, che avranno luogo nel luglio, la nostra frazione si separerà dal partito che vuol tenere nel suo seno molti anticomunisti, per costituire il Partito comunista italiano, il cui primo atto sarà quello di mandarvi la sua ade­sione alla Internazionale comunista.

Saluti rivoluzionari.

 

È facile capire che, con questa concezione veramente organica della genesi del partito - nascente sul tronco della tradizione marxista restau­rata nella sua interezza contro socialdemocratici e centristi, e resa ancor più aspra dal bilancio di formidabili lotte e sanguinose sconfitte, quindi senza cedimenti all’anarchismo, al federalismo, all’aziendismo - la no­stra corrente giudicasse più tormentoso di quanto non appariva ai bol­scevichi il processo di costituzione di sani partiti comunisti in Occidente, e auspicasse  - come farà al II congresso di Mosca - metodi di sele­zione estremamente drastici.

Al congresso costitutivo dell’IC nel marzo 1919 erano potute in­tervenire solo rappresentanze di alcuni gruppi e partiti europeo-occiden­tali: mancavano i delegati francesi e italiani, mentre la delegazione cru­ciale, quella tedesca, esprimeva per bocca di Albert (pseudonimo di Eberlein) gravi riserve sull’opportunità di costituire ufficialmente la stes­sa Internazionale. L'argomento -  tipico dello spartachismo - era che le masse non avrebbero capito la necessità di un nuovo organo inter­nazionale, anzi vi avrebbero visto un ulteriore differimento della tanto desiderata «unità» - quasi che compito del partito di classe, in quan­to «coscienza» del proletariato, non fosse appunto di anticipare gli svi­luppi che le masse sentiranno poi come inevitabili, e di orientarle fin da ora in questo senso invece di attendere la maturazione spontanea di una consapevolezza che la classe nella sua bruta estensione e nella som­ma statistica dei suoi componenti non può attingere che a rivoluzione avvenuta, ma sul cui solco si muoverà deterministicamente, agendo pri­ma di capire. Ed è noto che l'ostinata resistenza del delegato tedesco, vincolato da un mandato imperativo, minacciò per breve ora di rin­viare l'atto costitutivo del Comintern.

Lo si comprende, del resto. Il KPD [Kommunistische Partei Deutsch­lands (Spartakusbund)] era, in marzo, l'unico grande partito comuni­sta esistente in Europa, non solo aureolato della luce del sacrificio dei suoi migliori e di un patrimonio di eroica lotta rivoluzionaria di classe, ma operante nel vero epicentro della crisi mondiale post-bellica: eteroge­neo e frammentato in più correnti il movimento operaio in Inghilterra e America, minuscoli e di dubbia consistenza i partiti o gruppi già sorti in Svizzera, Austria (8), Scandinavia, Olanda, più che larvale l'esistenza di nuclei comunisti in Francia, ancora indefinita la situazione in Italia.

Il congresso, malgrado le esitazioni tedesche, aveva comunque de­cretato la fondazione del Comintern e aveva fissato le grandi linee sulle quali il nuovo organismo si sarebbe mosso. Il problema, per noi, era fino a che punto si sarebbero cristallizzati intorno alla «piattaforma dell’Internazionale» dei partiti «puramente comunisti».

Per quanto vaghe fossero le notizie giunte in Italia (ed è un pun­to da tener sempre presente, anche perché spiega come la Sinistra in Italia poté solo a poco a poco farsi un'idea degli sviluppi nell’Europa Centrale e solo gradualmente abbandonò l'illusione che esistessero so­prattutto in quell’area le basi per una omogenea corrente di sinistra co­munista europea) le due lettere ci delimitano già dalla corrente cosid­detta di sinistra del partito tedesco, che proprio in ottobre, al congres­so di Heidelberg (20-24 ott.), ne era stata esclusa. Al congresso di fon­dazione, alla fine di dicembre 1918, il KPD si era dichiarato a maggio­ranza contro la partecipazione alle elezioni per l'Assemblea nazionale co­stituente, e aveva mostrato nell’insieme uno stato d'animo - comprensi­bile dato il ruolo sostenuto dalle organizzazioni sindacali durante la guer­ra e subito dopo la sua fine, ma non per questo teoricamente accettabile - di ostilità all’adesione dei suoi militanti ai sindacati diretti da socialdemocratici e al lavoro di attiva propaganda e agitazione nel loro seno (9). La prima posizione poteva, in apparenza, coincidere con la nostra e perfino con quella dei bolscevichi che espressamente ammet­tevano in date circostanze (e quella del gennaio tedesco ne era senza dubbio una) il boicottaggio e delle urne e del parlamento; la seconda non si accordava né con l'una né con l'altra; e col passar dei mesi ap­parve chiaro che, in larghi strati del partito tedesco, le due posizioni na­scevano dalla stessa matrice, la matrice - in sostanza - immediatista: ricerca di forme generiche di espressione «autentica» dello spirito rivo­luzionario della classe, disdegno della «politica» come sovrapposizione della volontà dei «capi» a quella dei militanti, riduzione del partito (quando non lo si condannava, alla pari coi sindacati, come ostacolo al libero «autodeterminarsi» e «autoattivarsi» delle masse) a puro or­gano di propaganda dei principi comunisti, rivendicazione di strutture federali e di autonomia locale degli organi economici e delle stesse se­zioni del partito. Al congresso di Heidelberg, la Centrale, per bocca di Levi, attaccò violentemente questa opposizione di falsa sinistra, che aveva il suo centro ad Amburgo, con argomenti del tutto simili a quelli da noi usati nei confronti di anarcosindacalisti e ordinovisti: tuttavia (e anche su questo aspetto della questione, come vedremo più oltre (10), gettammo ben presto l'allarme), la procedura con la quale la «Sinistra» tedesca era stata brutalmente posta di fronte all’aut aut di capitolare o abbandonare il partito, e la violenza della polemica che aveva reso ir­revocabile il distacco - deprecato da Lenin stesso in una lettera al co­mitato centrale del KPD del 28.X.1919 - di un'ala bensì deviante, ma non consolidatasi fino allora in posizioni teoriche definitive, e forse re­cuperabile con un energico sforzo di inquadramento e in virtù di una salda e coerente azione dell’insieme del partito, sembravano a loro volta nascondere nelle sue sfere dirigenti uno stato d'animo incline, come si dimostrerà ben presto, a sbandamenti ancor più gravi in senso opposto: gli «uomini di Amburgo» non avevano tutti i torti quando, a Hei­delberg, protestarono perché la polemica verteva esclusivamente su di loro nell’atto in cui dall’alto si offriva un ramoscello d'olivo agli Indi­pendenti con l'invito a commemorare insieme… la Rivoluzione d'Otto­bre mille volte infangata dai Kautsky e dagli Hilferding - inizio di una manovra di cui vedremo più innanzi gli sviluppi e che contribuirà ad irrigidire su posizioni sbagliate nuclei proletari senza dubbio generosi, e per istinto assai più combattivi dei «vertici»!

Vedremo poi come questi sviluppi resero vane le nostre speranze che si potesse costruire una sinistra internazionale omogenea. Resta per ora il fatto che ci dissociammo subito dai futuri promotori del KAPD (Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands, Partito operaio comunista di Germania), per giunta impeciati, nel caso di Wolffheim e Laufenberg, di «nazional-bolscevismo» (11); e non mancammo nel contempo di met­tere in guardia contro il pericolo di uno slittamento del partito tedesco verso destra, poco importa se per giusta reazione a tali infantilismi.

Della situazione francese, la Sinistra in Italia aveva avuto cono­scenza diretta attraverso una conversazione con Louise Saumoneau, rap­presentante di quel Comité pour l'adhésion à la III Internationale (già Comité pour la reprise des relations internationales, promotore dell’ade­sione di gruppi operai di minoranza alle conferenze di Zimmerwald e Kienthal), al quale si doveva la prima iniziativa per la formazione di un nuovo partito in antitesi alla SFIO immersa nel fango dell’ «union sacrée», a guerra finita. La composizione del Comité era però eteroge­nea, con prevalenza di sindacalisti come Monatte, Monmousseau, Péricat, Rosmer, su un esile gruppo di socialisti di sinistra (Loriot, Cartier); e se ai primi non si poteva negare un forte spirito rivoluzionario e di clas­se, è altrettanto chiaro che su quella base difficilmente poteva sorgere (purtroppo sorgerà su basi ancor più infelici alla fine del 1920) un par­tito comunista saldamente ancorato ai principi marxisti. Riportiamo qui il commento del «Soviet», 20.X.1919, sull’incontro con la compagna francese, a ennesima smentita delle «ricostruzioni» postume che assimi­lano la Sinistra in Italia alle variopinte «opposizioni» di tipo anarco-sin­dacalista.

 

Conversando con la compagna Louise Saumoneau

 

«Nell’occasione del Congresso nazionale abbiamo anche avvicinato la valorosa compagna Louise Saumoneau che rappresenta l'estrema sinistra del movimento so­cialista francese ed il gruppo di compagni che ha resistito in Francia alla infatuazio­ne patriottarda.

«La Saumoneau non è favorevole ad una scissione, per il momento, del Par­tito Socialista francese, malgrado esso comprenda elementi transingenti ed antirivo­luzionari per eccellenza. Coloro che nel Partito propugnano l'adesione alla III Inter­nazionale non sono numerosi e non potrebbero costituire un partito a sé. La Saumo­neau partecipa con elementi anarchici e sindacalisti della Sinistra della Confederazio­ne Generale del Lavoro al Comitato per la III Internazionale, che esplica la sua attività sotto le mille restrizioni poliziesche del democratico governo della Repubblica. La condizione dei comunisti francesi è alquanto scabrosa, presi come sono tra il riformismo dilagante nel Partito Socialista e le correnti anarco-sindacaliste che non potrebbero - e la Saumoneau concordava in questo con noi - essere rappre­sentate in un Partito comunista aderente alla Internazionale di Mosca.

«L'impressione da noi riportata dalla vivace e limpida esposizione fattaci dalla nostra compagna è che, sebbene anche in Francia le masse, tormentate dalla situa­zione economica, tendano ad uno stato d'animo rivoluzionario, pochissime probabili­tà vi sono che possa presto sorgere in Francia un forte Partito sulla base del pro­gramma della III Internazionale».

La diagnosi sarà purtroppo confermata dagli anni successivi, quando il partito francese, avendo nel suo seno elementi di destra e di centro malamente controbilanciati da una sinistra non integralmente comunista, vagherà come una nave trascinata da opposti marosi, e l'Internazionale sarà di volta in volta costretta a intervenire per rimetterla sulla strada giusta, solo per doversi accorgere che il filo era stato di nuovo perduto.

Sono, tutti questi, materiali da tener presenti per la storia futura della III Internazionale, e che spiegano perché fin dal 1919-1920, come corrente di sinistra comunista in Europa, la nostra frazione si trovò - non certo per suo desiderio - pertinacemente sola (12).

(1)       Da «Il Soviet» del 10.VIII.1919, Il programma comunista e le altre tendenze proletarie.

(2) La lunga lettera dell’Esecutivo agli IWW, nel gennaio 1920, le tesi e i discorsi al Il congresso del luglio-agosto, sono una testimonianza dello sforzo paziente e tenace per convincere quei generosi proletari che «il partito politico e l'organizza­zione economica devono marciare con lo stesso passo verso lo scopo comune: l'abolizione del capitalismo mediante, la dittatura del proletariato e i soviet, verso la soppressione delle classi e dello stato».

(3) Cfr. oltre l'appendice al cap. VIII.

(4) È vero che gli indipendenti avevano svolto e svolgeranno in Germania un ruolo ben più infame, staccandosi dalla socialdemocrazia maggioritaria durante la guerra con la fredda determinazione (ben documentata dalle lettere di Kautsky a Adler) di trattenere le masse in preoccupante radicalizzazione dal precipitare nelle braccia dei «ragazzacci Carlo e Rosa»; andando al governo con gli stessi riformisti alla caduta del regime kaiserista per facilitarne il trapasso indolore alla repubblica; separandosene di nuovo per rifare il gioco del «rivoluzionarismo» in concorrenza con gli spartachisti, salvo pugnalarli alle spalle durante le giornate di «azione comune» in gennaio e marzo a Berlino, e in aprile a Monaco. Ma - anche a pre­scindere da quello che faranno dopo - i massimalisti italiani avevano esattamente lo stesso bagaglio ideologico e «fraseologico» degli indipendenti d'oltr'alpe, e infatti salutarono con entusiasmo le mozioni dei loro congressi del marzo e del novembre-dicembre, tutte intonate - come vedremo più avanti - alla spuria com­binazione del verbalismo rivoluzionario e della prassi parlamentare e gradualista.

(5)       Cfr. il cap. VIII.

(6) Era, come si è visto, anche il timore di Lenin, di cui tuttavia non si conosceva la lettera.

(7) Cfr. più oltre l'appendice al cap. VIII.

(8)   Il delegato austriaco fu in sede di congresso - insieme con i balcanici, i fin­landesi, gli ungheresi, gli svizzeri e gli scandinavi - uno dei più accesi sostenitori della necessità (da noi pure assunta) di costituire subito l'Internazionale. Ma il suo giudizio iperottimistico sulla situazione generale europea corrispondeva all’immaturità teorica di un movimento che proprio in quell’anno si lancerà in avventati putsch subito repressi con grave danno per la sua compagine nascente.

(9)       Sulla questione torneremo più particolarmente nel cap. VIII.

(10) Cfr. più oltre il cap. VIII.

(11) La teoria, cioè, secondo cui il nemico era l'Intesa, e i comunisti dovevano pren­dere l'iniziativa di una resistenza nazionale o addirittura di una guerra in alleanza con la Russia offrendo a questo fine alla propria borghesia la pace sociale. È tipi­co degli sbandamenti a ripetizione del KPD, il fatto che Levi si muoverà su un terreno analogo, dopo averlo condannato negli «amburghesi», all’inizio del '21, e tutto il partito vi si tufferà nel 1923 ai tempi dell’occupazione della Ruhr, trascinan­dosi dietro la stessa Internazionale.

(12) La questione sarà approfondita più oltre, nel cap. VIII. Notiamo qui soltanto che, riproducendo un articolo di Sylvia Pankhurst, esponente della Socialist Workers' Federation (uno dei molti gruppi estremisti operanti in Inghilterra), e compiacendosi della concordanza sulla questione dell’astensionismo, «Il Soviet» del 20.X.1919 os­servava come nella classe operaia inglese stentasse a farsi strada il concetto - nostro come di tutti i marxisti - «di un'attività politica che non sia quella parlamentare, ma svolga l'azione rivoluzionaria di classe, che è azione squisitamente politica». Il seguito mostrerà che le idee della Pankhurst si avvicinavano assai più a quelle dell’«Ordine Nuovo».

La Pankhurst, come la Saumoneau (entrambe disertarono nel corso del 1920 il movimento comunista), aveva assistito al congresso di Bologna parte­cipando poi al convegno internazionale tenuto a Imola il 10 ottobre sotto egida massimalista con la partecipazione anche di delegati svizzeri e austriaci. La platonica riunione, presente un fior fior di socialdemocratico come P. Faure, aveva espresso totale adesione ai principi, a tutti o quasi... sconosciuti, della III Internazionale, aveva incaricato il PSI di convocare una conferenza internazionale dalla quale sarebbe dovuto uscite «un comitato coordinatore della preparazione alla dittatura [!!!] che intanto stabilisca in pratica il sabotaggio e il boicottaggio dei mezzi bellici somministrati dall’Intesa ai nemici della Repubblica dei soviet di Russia», e aveva anche deciso di lanciate un manifesto ai lavoratori di tutti i paesi per riconfermare la rottura dei rapporti con quanti in guerra avevano infranto i principi dell’interna­zionalismo e invitare i compagni delle diverse nazioni a lavorare per il distacco dei rispettivi partiti dalla Il Internazionale e la loro adesione alla III. Inutile dire che né la conferenza né il manifesto divennero mai realtà...

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