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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 30 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Storia della Sinistra Comunista (Vol II, Cap V)

 

V

 

MASSIMALISMO ALLA DERIVA E BATTAGLIA DELLA SINISTRA

 

La fine del 1919 in Italia è caratterizzata dallo sviluppo imponente dei moti sindacali, che portano ad aspri scontri con le forze dello stato e con le prime apparizioni di «squadristi» (ne redigiamo un elenco, purtroppo scarno ed incompleto, per ricordare che il martirologio proletario nelle città e nelle campagne precede di gran lunga il fascismo, è di segno democratico); per gli opportunisti di allora e di oggi, vi fa spicco la grande campagna per le elezioni politiche fissate al 16 novembre.

Il partito apre la sua il 14 ottobre con un manifesto che pudicamente chiede agli elettori «non un voto», ma «una promessa, un atto di fede», l'impegno a «muovere lotta diretta alla conquista della vostra emancipazione»; e conclude inneggiando alla rinfusa a «tutto il potere al proletariato organizzato nei Consigli», all’«Internazionale dei popoli» (!!) e alla «Repubblica socialista». Più esplicitamente l'«Avanti!» scrive nei suoi titoloni: «Le falangi proletarie sgomineranno il fascismo borghese» e addirittura: «Non disertate le urne se non volete il vostro servaggio».

Noi allora subimmo questa posizione del partito, socialdemocratica in pieno; ma sapevamo - e le nostre manifestazioni lo dissero - che la decisione a favore dell’azione legalitaria avrebbe avuto per sbocco la vittoria del fascismo e il «servaggio del proletariato», raccogliesse o no compatto l'appello alle urne. La vittoria non mancò. Il Partito socialista ebbe 1.834.792 voti, con 156 seggi contro i 51 di anteguerra: il Partito popolare, padre dell’attuale DC, per la prima volta in scena, 1.175.552 con 100 seggi (1). Altri 225 seggi andarono ai partiti tradizionali, fra cui repubblicani e socialisti riformisti (bissolatiani). I fascisti, che si erano infilati nei partiti borghesi, scesero in campo con lista propria a Milano:  4.795 voti e nessun eletto.

Potevamo noi a Mosca, nel giugno del 1920, cedere all’autorità di Lenin, il quale pensava che l'azione parlamentare permettesse di di­sporre di un indice preventivo dei rapporti di forza? Noi sentivamo nelle nostre stesse carni che i tanti voti ci suonavano la campana a morto.

 

 

 

1. - LE GRANDI LOTTE PROLETARIE

 

Le lotte proletarie, già riprese in luglio, non solo non cessarono nella torbida atmosfera elettorale, ma rapidamente si estesero, e dobbiamo seguirle d'un fiato fino alle ultime settimane di marzo del 1920, perché sul loro sfondo prendono più netto risalto le malinconiche vicende del Par­tito socialista e la vigorosa battaglia della nostra corrente. Esse presentano tratti significativi: investono intere categorie, hanno una durata spesso eccezionale, mirano essenzialmente alla conquista delle 8 ore; non accade però mai - salvo in caso di protesta per... infortuni parlamentari - che la CGL, forte di 2,15 milioni di iscritti, le unifichi in una sola vertenza e proclami lo sciopero generale (sia detto a suo onore: almeno non aveva scoperto le.. - virtù dell’ «articolazione» delle lotte operaie entro una stessa categoria, regione, provincia e fabbrica!). Fedele al «patto di alleanza», il PSI ingoia e tace.

Il grande sciopero nazionale metallurgico era durato dal 9 agosto al 27 settembre (2): il 27 fu firmato con notevoli conquiste il concor­dato, ma l’ 1 ottobre Bologna ancora scioperava. Il 15 settembre si erano astenuti dal lavoro i tessili novaresi, e nella stessa battagliera provincia si preparava lo sciopero dei salariati e avventizi agricoli che, definito il più grande fin allora avvenuto, coinvolse 160.000 lavoratori dal 18 al 30 settembre, portando alla conquista delle 8 ore e a un patto fra le categorie in lotta.

Il 23-24 a Modena scoppia un'autentica sommossa popolare contro il carovita, con violenti scontri di piazza e arresti in massa. Il 5 ottobre lo sciopero agricolo incendia un'altra provincia di genuino proletariato agricolo: quella di Piacenza. Si combatte per le 8 ore fino al 3 novembre da parte di 70.000 salariati, con morti e feriti negli scontri in specie con crumiri e mazzieri fascisti assoldati dagli agrari: le masse prole­tarie rispondono con la forza, e non tremano. In tutto questo periodo, e non per decisioni centrali del Partito e della CGL, scoppiano in tutta Italia scioperi spontanei contro l'impresa fiumana e in appoggio alla Russia.

Dai primi fino al 24 di ottobre incrociano le braccia i bellicosi lanieri di Prato. Il quotidiano socialista, imbottito di notiziario elettorale, non se ne accorge quasi, e un corrispondente protesta con amarezza: «la battaglia elettorale fa passare in seconda linea il meraviglioso sciopero dei lanieri».

Gravi eccidi si lamentano a Riesi (Caltanissetta) l'8 ottobre (20 morti, 50 feriti), a Terranova di Sicilia il 9, a Besenzone (Piacenza) il 9 (5 morti, una cinquantina di feriti), ad Arezzo il 27. Poco dopo, hanno inizio le prime gesta pubbliche dello squadrismo: a Lodi, il 12 novembre, 1 morto; diversi feriti il 17 a Milano.

A Torino è intanto cominciato il movimento dei consigli di fabbrica, di cui parleremo a lungo nel capitolo successivo dedicato all’«Ordine Nuovo», e il 31 ottobre si tiene un'assemblea quasi totalitaria dei com­missari di reparto della FIAT e di qualche altro stabilimento. Il «pro­gramma» votato susciterà vivaci dibattiti anche nella sezione socialista e polemiche con l'«Avanti!», durate fino a metà dicembre, di cui pure tratteremo. Limitiamoci per ora a dire che i commissari di reparto erano operai, per lo più socialisti di sinistra e iscritti alla Federazione sindacale (FIOM, sezione di Torino), eletti da tutti i loro compagni, sindacalmente organizzati o no, per ogni reparto della fabbrica, sulla traccia delle già esistenti commissioni interne. L'insieme dei commissari formava il consiglio di fabbrica, ma la designazione avveniva reparto per reparto, in cui si sceglieva un solo nome (non diciamo si votava, perché in  pratica  la designazione comune  andava  all’ operaio più attivo e coraggioso, noto ai compagni per il quotidiano contatto).

La Camera si apre il 1 dicembre, e il neo-costituito gruppo parlamentare socialista decide, d'accordo - si badi bene - con la direzione (nuovo segretario, dal novembre, è Bombacci), di «affermare in modo non equivoco la necessità concreta ed attuale di un radicale mutamento istituzionale che emancipi la forza politica del proletariato dalle pastoie costituite dalle prerogative di partiti irresponsabili, dal veto delle assem­blee privilegiate e, in genere, da tutte le sopravvivenze del tradiziona­lismo monarchico, strumento sempre docile del militarismo e del parassi­tismo capitalistico; permetta l'esplicazione della nuova politica proletaria internazionale, dal ripristino dei rapporti con la Russia rivoluzionaria fino all’annullamento delle paci di violenza; renda possibile quell’insieme di energiche e radicali provvidenze economiche, indispensabili per la più sollecita ripresa delle attività produttive del Paese, e consenta l'inizio delle realizzazioni socialiste [!!! ]» (3): a tal fine, stabilisce che tutti i deputati, rifiutandosi di rendere omaggio al sovrano, lascino l'aula prima del discorso della Corona  - cosa che essi fanno al grido di «Viva la repubblica socialista» (a tanto arrivano gli esperimenti in... parlamenta­rismo rivoluzionario!) solo per essere accolti al portone di Montecitorio da una dimostrazione non di proletari, ma di ufficialetti e studenti nazional-fascisti, che picchiano qualche onorevole. È, per molti mesi, l'unica occasione in cui CGL e Direzione proclamano concordi lo sciopero gene­rale: il 2 e il 3 dicembre i lavoratori rispondono incrociando le braccia; si registrano scontri con le forze dell’ordine a Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli, e morti e feriti particolarmente a Milano, Bologna e Mantova, dove la popolazione inferocita occupa la stazione ferroviaria e assalta le carceri. Lo sciopero viene tuttavia sospeso il 3 sera.

Continuano dovunque i movimenti sindacali, quasi tutti con successo. Mentre a Torino si agitano i chimici, a Genova gli elettricisti e ovun­que i postali e ferrotramvieri, il 4, ad Andria, nelle Puglie, i braccianti si rendono «padroni della città»: ricordiamo di aver visto più volte il bel centro agricolo pugliese libero da borghesi e poliziotti e irto di bandiere rosse. Nello stesso dicembre si prepara l'agitazione dei lavoratori dei servizi pubblici (i telefonici postali rimangono in sciopero dal 6 dicem­bre al 12 gennaio!) che scoppia violentissima in gennaio. Il moto è irresistibile, perché lo svalutarsi progressivo della lira suscita lotte per alzare i salari di privati e pubblici lavoratori. Il 16 dicembre, ennesimo eccidio: questa volta a Sarteano.

Il 21 dicembre Nitti, blandamente osteggiato dai socialisti, ottiene di stretta misura la fiducia. È trascorso un anno dalla fine della guerra, forse il più combattivo per le masse proletarie e il più irto di pericoli per la classe dominante. Il 1920 non si annuncia però meno agitato.

In gennaio continuano a Bologna, Verona ed altre città le agita­zioni dei tramvieri, e su scala nazionale quella dei telefonici; in Liguria sono in fermento i metallurgici, nelle province di Piacenza e Lecce i salariati agricoli (4). Il 13 gennaio viene proclamato lo sciopero nazionale postale, telegrafico e telefonico, che si chiude il 20 avendo il governo accettato di discutere tutte le rivendicazioni, di non applicare nessuna sanzione agli scioperanti, e di corrispondere le giornate di lavoro «per­dute». Non mancano tuttavia multe e processi.

Tipico esempio di «compartimentalizzazione» delle lotte operaie nello stesso settore dei dipendenti dello stato, lo sciopero postelegrafonico finisce quando appena inizia lo sciopero generale proclamato dal potente sindacato dei ferrovieri per ottenere il riconoscimento del diritto di asso­ciazione e di sciopero (negato da un'Italia non ancora fascista!), le 8 ore e un nuovo organico; esso dura nove giorni e si chiude con successo totale. Il comitato di agitazione, composto di socialisti di sinistra e di anarchici, tiene un contegno molto risoluto e diffonde comunicati corag­giosi, che vietano di scendere a trattative se non è garantito un com­pleto accoglimento delle rivendicazioni di classe. Infatti, lo sciopero viene sospeso solo ad accordo raggiunto; le trattenute rateali per ore non erogate vengono devolute al fondo case economiche ferrovieri. In questa occasione si verificano sporadici episodi di crumiraggio e scoppia il famoso scandalo Turati.

Fermato a Pisa, spazientito e, come risulta dalle lettere alla Kuliscioff, addirittura invelenito contro gli scioperanti (diavolo, un rappresentante elettivo cui si impedisce di raggiungere il parlamento!) (5), Turati versa le 10 lire della sottoscrizione-premio ai crumiri che su un altro convoglio lo portano a Roma.

L'«Avanti!» del 25 pubblica la lettera di giustificazione del leader della destra: si sa, gli impegni urgenti e il grosso bagaglio! Ma interes­sante è la parte di principio, del tutto coerente con la dottrina riformista che Turati rivendica di aver sempre osservato: «Rimarrebbe la questione grossa: se e quando sia dovere socialista - e da quale congresso pro­clamato - il riconoscere la incondizionata legittimità - e quindi l'obbe­dire ciecamente - di qualunque sciopero decretato nei servizi pubblici per un interesse esclusivamente corporativo, in particolare in quei servizi pubblici che involgono la vita stessa non dello stato soltanto [...] ma di tutte le nazioni e di tutta l'umanità civile». Il giornale, che a ferro caldo aveva chiesto al partito di pronunciarsi su un gesto col quale Turati si era obiettivamente «messo da sé fuori dai nostri ranghi», reagisce poi sempre più fiaccamente; la questione non ha seguito, meno che mai in sede di gruppo parlamentare... (6).

Dalle colonne dell’«Avanti!» si ha breve notizia di uno sciopero nettamente politico, svoltosi a Como dal 10 al 24 gennaio, per protesta contro il processo a carico del redattore dell’organo socialista «Il Pro­letario» e la virtuale soppressione del foglio. Il 10 febbraio scoppia lo sciopero nazionale dei chimici, cui partecipano 170.000 lavoratori; con­temporaneamente sono in atto numerose agitazioni locali: panettieri e pastai in Liguria; tessili a Torino; tra il 16 e il 20, in appoggio all’agita­zione della Lega braccianti, arresto generale del lavoro a Vicenza. Il 18 iniziano gli scioperi dei metallurgici in Liguria (Ansaldo, ecc.) per otte­nere l'aumento caro-viveri. Gli industriali attuano la serrata; gli operai rispondono con un primo esempio di occupazione delle fabbriche e istituzione di consigli; dopo due giorni gli industriali capitolano. Si muovono per solidarietà, e per gli stessi obiettivi, anche i lavoratori dell’Ilva di Bagnoli; scontri con le forze dello stato si verificano a Napoli e a Genova, mentre proseguono le lotte contadine e il 19, a Minervino Murge, si ha uno sciopero di braccianti seguito da eccidio: le squadre fasciste non sono ancora in piena azione; chi provvede è lo stato democratico, come cronicamente avverrà nei mesi successivi (7).

Il 23 e 28 febbraio si svolgono nel Trevigiano e nella zona del Piave scioperi, eccidi, agitazioni, occupazioni di municipi da parte di disoccupati: si tratta di una plaga ancora praticamente sotto occupazione militare, in cui le lentezze burocratiche ritardano la «ricostruzione» più ancora che là dove dirigono «la cosa pubblica» i poteri civili.

Nel Ferrarese, il 23 febbraio, inizia un gigantesco sciopero dei lavoratori della terra, che dura fino al 6.III: obiettivi le otto ore, i patti colonici, il collocamento. Nello stesso giorno, conflitto con la polizia a Brescia durante un comizio socialista.

Il 26 si tengono comizi di protesta indetti dalla direzione del partito contro la repressione e il terrore bianco in Ungheria. Notare la strana formula: «Allo scopo di indurre il governo italiano ad impedire, presso i governi dell’Intesa [buoni, quelli!], che ancora si compia indi­sturbato il delitto contro l'Ungheria proletaria»! Intanto, la lista degli scioperi e delle vertenze si fa sempre più fitta:

27.II.  La direzione espelle i ferrovieri macchiatisi di crumiraggio nel grande sciopero nazionale; non però Turati per le 10 lire. A Torre Pellice e a Pont Canavese, come già a Sestri Ponente e come poi nella metallurgia a Napoli, i lavoratori occupano due stabilimenti tessili.

29.II.  A Milano, in occasione di un comizio pro Ungheria e pro Lega proletaria mutilati, i carabinieri sparano sulla folla causando due morti e numerosi feriti; si proclama lo sciopero generale di 24 ore, che gli anarchici riescono a prolungare a 48.

3.III.  Poderoso sciopero dei lavoratori agricoli nel Novarese, Ver­cellese e Pavese per il collocamento, il minimo di 240 giorni annui di lavoro garantito, ecc. che dura fino al 21 aprile e registra ripetuti scontri, eccidi, e scioperi di solidarietà di altre categorie lavoratrici. Il 6.III è reintrodotta la tessera sui generi alimentari: poco dopo, il governo an­nunzia il proposito di abolire il prezzo politico del pane.

18.III.  Scoppia a Parma e dura alcuni giorni uno sciopero gene­rale per l'aumento dell’indennità carovita.

23.III.  Nel Bresciano sospendono il lavoro 30.000 braccianti; si lotta fino al 31.III: si registrano morti e feriti. Preannunziato fin da allora, il 31 viene proclamato lo sciopero - che si prolunga in varie forme per tutto aprile e in maggio - dei lavoratori delle industrie di stato. Le guardie regie uccidono due scioperanti nelle campagne novaresi. Feriti e morti in scontri con carabinieri si hanno a Brescia e ancora a Napoli, dove solo con vili stratagemmi prima e con spargimento di sangue poi i carabinieri riescono a sloggiare gli operai dalla Miani Silvestri (8). Proclamano nazionalmente l'astensione dal lavoro i cartai.

Il 26 marzo a Novara e a Napoli scoppia lo sciopero generale. Lo stesso giorno inizia a Torino il curioso sciopero interno per diver­genze sull’applicazione dell’ora legale, di cui parleremo nel VI capitolo.

Il 28.III, in relazione a tale vertenza e per il timore che gli operai interrompano il lavoro senza evacuare la fabbrica, tutti gli stabilimenti metallurgici attuano la serrata.

Il 30, gli agenti aprono il fuoco sulla folla a S. Giovanni in Fiore.

E qui per ora ci fermiamo, perché lo sciopero torinese, le agitazioni e gli eccidi verificatisi contemporaneamente altrove segnano l'inizio di una svolta - ancora incerta e confusa - nella vita interna del PSI, di cui potremo occuparci solo dopo aver tirato il bilancio politico del semestre post-congressuale.

 

(1)  La vera forza del PP, oltre che nella Chiesa in quanto tale, era nella fitta rete di cooperative e banche rurali e nella base essenzialmente contadina della neonata Confederazione italiana dei lavoratori, madre dell’odierna CISL, che su 1,6 milioni o poco più di aderenti nel 1920 vantava quasi 950.000 coltivatori diretti.

(2)       L'«Avanti!» del 20 agosto, mentre esalta lo sciopero dei metallurgici, dei tessili e dei tipografi, pubblica il comunicato della CGL in cui si dice: «nessun'altra forma di solidarietà [...] dev'essere data ed offerta, per evitare l'allargarsi dello sciopero che diminuirebbe anziché accrescere [!!!] la possibilità di resistenza», all’infuori «dell’im­mediato versamento della prima quota di almeno Lire 2 settimanali per ogni associato»!

(3) Così il testo della mozione Modigliani: non si creda tuttavia che il massimali­smo, pur avendo abbracciato la tesi del «parlamentarismo rivoluzionario», avesse un programma meno... minimalista. L'articolo di fondo dell’«Avanti!» del 22 no­vembre avanza una vera e propria piattaforma di azione all’insegna del motto «Bisogna ricostruire l'Italia» e offre la candidatura del Partito al governo con l'elegante pretesto che «per gettare le basi del mondo nuovo della giustizia e del lavoro divenuto legge per tutti» devono realizzarsi «determinate condizioni che noi siamo pronti a creare mediante l'assunzione e la gestione del potere» - autentico «programma transitorio» che, passando attraverso un'originale politica estera, mili­tare, finanziaria, interna, sociale, annonaria, culmina nella suprema vetta della «libera repubblica, arbitra e padrona del suo destino»; ma dovrà essere attuato dal Partito solo, senza «compromissioni e accostamenti». L'«intransigenza» al servizio della transigenza!

(4) Si è già accennato al fenomeno, particolarmente diffuso nel Sud, dell’occupa­zione delle terre. Per mettervi argine, cioè per incanalarlo nelle vie della legalità, Nitti emanò due decreti, del 2.IX.'19 e del 22.IV.'20, che autorizzavano i prefetti a consentire l'occupazione delle sole terre incolte o non sufficientemente coltivate ad opera di corpi legalmente costituiti e dimostratisi atti a coltivare il suolo. Entrambi restarono, praticamente, lettera morta.

(5)  «Ma che scelleraggine questo sciopero [...]  Io trovo che vero crumi­raggio, non contro una classe o un ceto, ma contro la nazione, contro lo stesso proletariato, è quello dei ferrovieri che prendono la nazione brigantescamente per la gola. Se non si reagisce, saremo eternamente vittime di ogni più audace ricatto [...] contro la nazione e i consumatori, ossia contro lo stesso proletariato!» (Carteggio) II, pagg. 179-180 e 184).

(6)       Nel numero dell’1.II, il «Soviet» ironizza sullo scalpore provocato da un singolo gesto di Turati mentre nessuna protesta solleva il suo «continuo, metodico atteg­giamento» di pubblica ribellione e opposizione al programma del partito, e prevede che nessun provvedimento disciplinare sarà preso a carico del fedifrago: «Se Turati non andasse via solo, se gli amici che gli sono fedeli lo seguissero, addio comune di Milano, addio massimalismo vittorioso!» (noterella Il fallo).

(7)       Secondo un documento del PCd’I (pubblicato da R. De Felice in «Rivista Sto­rica del Socialismo», nr. 27, pagg. 104 segg.), il contingente dei carabinieri era stato aumentato a 65.000 uomini e quello delle guardie di finanza a 35.000, mentre la guardia regia saliva a un totale di 45.000 e si creavano battaglioni mobili «ubicati in modo da possedere piccole masse di manovra nei punti di più facile spostabilità». Una statistica dell’«Avanti!» calcola in 145 morti e in 444 feriti le «vittime del piombo borghese» nel periodo aprile 1919-aprile 1920.

(8)  Per maggiori particolari sull’episodio e, in genere, sull’intensa attività sindacale della Frazione specialmente in Campania, cfr. Storia della Sinistra, I, pagg. 135-136 e preced.

 

2.         - OFFENSIVA DELLA DESTRA E RITIRATA DEL CENTRO

 

Per la vita interna del PSI, i mesi seguiti al congresso di Bologna possono sintetizzarsi in una formula: al coperto dell’unità, i riformisti passano decisamente all’offensiva puntando sul controllo totalitario del gruppo parlamentare e della CGL; nella stessa misura, i propositi solo retoricamente battaglieri del «vittorioso» massimalismo si afflosciano, fino a tradursi in convergenza pratica e infine anche teorica con la destra.

Oltre che nei fatti già in parte illustrati, la rimonta riformista si può seguire sulle pagine della «Critica Sociale». Il numero del 16-30 novembre commenta così il trionfo alle elezioni (e non gli si può dare torto, dal suo punto di vista): «Non si sfugge alla sola definizione possibile della vittoria elettorale del Partito socialista: è una rivoluzione! Legale, legalissima; pacifica, pacificissima - ma è una rivoluzione».

Il massimalista «Avanti!» aveva celebrato la stessa vittoria come argine opposto dagli elettori nientemeno che alla guerra (1); l'organo dei rifor­misti gli fa eco additando nella stessa vittoria una condanna non solo della «guerra storica», ma anche della «guerra-idea» (qualunque cosa vogliano dire queste sibilline parole) e afferma che, essendo il PSI dive­nuto «il più forte partito nazionale e il più forte partito parlamentare», gli incombono responsabilità persino internazionali: «una non cercata, una spontanea ma necessaria leadership dei socialisti parlamentari ci tocca, la quale ci costringerà a fare da tratto d'unione tra i socialismi parlamentari dell’occidente e quello extraparlamentare della Russia».

       In altre parole, il disegno è di opporre una... internazionale di deputati socialisti all’Internazionale di Mosca ridotta al livello di organizzazione «extraparlamentare»!

La leadership, in attesa d'essere internazionale, viene intanto eser­citata nazionalmente dai neo-eletti, fra i quali i riformisti fanno tran­quillamente la pioggia e il bel tempo. È dalla bocca di Treves che il 3 dicembre il «paese» apprende che lo sciopero indetto per protesta contro i fattacci di Montecitorio è stato revocato: la classe operaia, sensibile al «vento sinistro di controrivoluzione», si è levata in piedi; «ma noi siamo pacifisti: oggi un telegramma del Partito socialista e della Confederazione generale del lavoro è partito per dire il nostro plauso e la nostra riconoscenza per la protesta del proletariato solidale con noi, e consigliare la ripresa del lavoro» (2). E non si tratta di una capitolazione, dio guardi!: «Guai a chi interpretasse ciò come un atto di resa! Al contrario, è un grande atto di forza». (Prontamente, Nitti esclama dal banco del governo: «Pur nel dissenso legittimo, nessuna parola poteva giungere più opportuna di quella dell’on. Treves. Essa è stata parola di serenità e di pace»).

Consumato l'ennesimo eccidio, lo stato democratico si impegna a difendere l'ordine e a far rispettare la legge che i socialisti sono tanto «forti» da non violare: nei mesi successivi, i proletari constateranno sulla loro pelle che la promessa è stata ben mantenuta.

Poiché la direzione non ha nulla da obiettare, nella «Critica So­ciale» dell’1-15 dicembre lo stesso Treves tira le conclusioni dell’episodio:

«In questo momento che la direzione del Partito [...] praticamente non esiste più, tutte le responsabilità si assommano nel gruppo [parlamen­tare], il quale mal provvederebbe a se stesso se [...] si lasciasse indurre a sabotare il parlamento, mentre ogni altra forma più democratica e più di classe [!!!] è ancora lontana, anzi non si disegna neppure all’orizzonte». Il suo compito è chiaro: «Noi vediamo nettamente che l'assunzione di forme più compiute e veramente socialiste suppone ancora da parte nostra l'esercizio effettivo ed integrale della funzione parla­mentare [...]. Il gruppo è il buon operaio di un'opera che ha in sé le ragioni della continuità e della gravità, che si compendiano nella parola solenne e fatale: preparazione». Il riformismo attivista alla Treves è finalmente vendicato: esso... prepara la rivoluzione!

Chiedere ai «comunisti» della direzione massimalista una risposta qualsiasi ad un'offensiva così garibaldina sarebbe fatica sprecata. Né la salvano le parole, tutt'altro che energiche, dell’organo «teorico» del massimalismo, la rivista «Comunismo». Nel numero del 15-31 dicembre, ponendo in termini solo formalmente esatti la questione dei Consigli di fabbrica, essa ha un bel dire che «la dittatura del proleta­riato è la dittatura del partito»; e che perciò quest'ultimo dev'essere un nucleo di «uomini forti e decisi, animati dalla stessa fede, muoventesi sulle stesse direttive». Le stesse direttive! E quali? Quelle del gruppo parlamentare autoelevatosi a direzione effettiva del partito? Quelle di una CGL che ignora i consigli (soltanto consigli) di una direzione poli­tica praticamente «inesistente»? Quelle di un'ala massimalista-estrema impaziente e riottosa, contro la quale Serrati crede di potersi appellare all’autorità della lettera di Lenin del 29 ottobre, dimenticando l'augurio in essa contenuto di una prossima resa dei conti con gli «opportunisti palesi o nascosti» in parlamento, e servendosi della chiusa sulla difficile «arte dell’insurrezione» per bollare a fuoco coloro i quali pensano che «la direzione del partito e la Confederazione del lavoro [dopo i fatti di Montecitorio] non abbiano saputo osare a sufficienza non spingendo il movimento alle sue conseguenze estreme» (3); di un'ala ribelle contro la quale lo stesso autore non sa che invocare una disciplina sulle cui infrazioni da parte riformista si passa ogni giorno lo spolverino? O, infine, le direttive che il «comunismo [sedicente tale!] elezionista» do­vrebbe dare e ostinatamente non dà?

Il seguito degli avvenimenti mostrerà che più la destra parlamentare e confederale cresce in baldanza, più aumenta la vocazione unitaria dei massimalisti, e più, in mancanza di ogni chiara linea di azione, o di qualunque linea addirittura, essi si aggrappano all’unico orientamento defi­nito in campo elezionista-unitario: appunto quello della destra.

Non dobbiamo dimenticarlo, perché negli anni (non solo nei mesi) successivi, tale sarà costantemente la missione - da noi mille volte denunziata, purtroppo invano, contro le illusioni in buona fede dell’In­ternazionale - della variante italica del centrismo mondiale: il massi­malismo.

 

(1) E aveva aggiunto che essa avrebbe segnato l'inizio dell’opera di costruzione della nuova società: «I lavoratori devono ora procedere al nuovo ordinamento sociale, provvedendo all’elezione diretta, continuamente rinnovata, dei rappresentanti di ogni nucleo economico, coordinati per gradi di Consigli maggiori, sino al Consiglio generale nazionale dei produttori lavoratori». A questa interpretazione mette conto di avvicinare il commento dell’«Ordine Nuovo» del 29 novembre, in cui dal risultato elettorale si deduce che «il processo rivoluzionario è giunto ad una fase critica decisiva» ed è ora che, sullo slancio del trionfo... schedaiolo, i Consigli operai e contadini «diventino carne ed ossa», quindi «nuovi organi di potere». Come poi questo «potere» venga interpretato, lasciamo al lettore di giudicare: «Il problema immediato del Partito socialista è [...] il problema della costruzione di un apparecchio statale che nel suo ambito interno funzioni democraticamente, cioè garantisca a tutte le tendenze anticapitalistiche la libertà e la possibilità di diventare partiti di governo proletario, e verso l'esterno sia come una macchina implacabile che stritoli gli organismi del potere industriale e politico del capitalismo». Gli ineffabili storici ultimo modello, tipo Lepre-Levrero, citano con legittimo orgoglio questa dichiara­zione in cui il gradualismo riformista si allea al kautskismo stritolato proprio in quei giorni da Lenin e Trotsky: è qui in nuce la dottrina del «governo operaio» pluripartitico da istituire dopo di aver «conquistato» per metà il potere, rosic­chiando a poco a poco, dal seno di un «apparecchio statale» costruito chissà come, gli «organismi del potere industriale e politico del capitalismo» con esso conviventi all’«esterno». Tale concezione calza perfettamente con le tesi di Mosca 1972 (o 1952), ma sfidiamo chiunque non sia uno storico «obiettivo» a conciliarla con i dettami di Mosca 1920! E poi si dice che, nell’immensa babele ideologica di allora, noi eravamo... troppo pignoli!

(2)   Il comunicato congiunto («Avanti!» del 4.XII) «prende atto, plaudendo, della riuscita e spontanea manifestazione del proletariato in difesa delle sue libertà, e di protesta contro le offese arrecate ai suoi rappresentanti», e ordina la cessazione dello sciopero. Direzione e CGL dichiarano però, «come avvertimento e come monito, che non tollereranno mai più alcuna, sia pur minima, violazione del diritto di rappresentanza e della libertà di pensiero, pronti a prendere quelle misure che -costituendo il fronte unico dei lavoratori di tutta l'Italia - valgano a rintuzzare efficacemente ogni velleità reazionaria del militarismo professionale».

(3)       Esattamente come Treves pretenderà di servirsene per liquidare l'idea di qualunque insurrezione!

 

 

 

3. - UN PRIMO BILANCIO DEL “Soviet»

 

«Il  Soviet», riprendendo le pubblicazioni il 4 gennaio 1920 (anno III, nr. 1) dopo un intenso periodo riservato dalla Frazione al riordinamento organizzativo ed alla propaganda, e dedicando uno spazio sempre maggiore alle questioni internazionali, stende un primo bilancio dei due mesi e più trascorsi in Italia dopo il nr. 49 del 1919, in un articolo su La situazione italiana e il socialismo, che merita d'essere largamente citato.

La prima parte è insieme una registrazione dei sintomi oggettivi della crisi del regime borghese in Italia, e la riaffermazione che condizione pregiudiziale di una soluzione rivoluzionaria di questa è «l'esistenza di un vero e grande partito politico comunista che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia» - condizione alla quale osta la caparbia volontà massimalista di mantenere unito ad ogni costo il PSI, e la cui assenza minaccia di privare il proletariato italiano della «mi­gliore arma per dominare le difficili vicende» di una fase rivoluzionaria che l'incalzare degli avvenimenti esterni potrebbe precipitare:

 

«Riprendiamo le nostre pubblicazioni con più di due mesi d'intervallo. Il grande fatto nuovo intervenuto nella vita politica italiana sono le elezioni generali del 16 novembre ed il loro risultato che, come tutti sanno e come si sapeva anche prima, ha segnato un grande successo pei Partito popolare e pel Partito socialista.

«Ma qual è oggi la situazione sociale e politica italiana giudicata non già attraverso le statistiche elettorali, ma nei reali rapporti della lotta delle classi, nei segni del disfacimento dei vecchi istituti e del sorgere di nuove forze che ne pren­deranno il posto?

«Non è il caso di ripetere l'analisi dei molteplici fatti che dimostrano come dopo la guerra e per le conseguenze di essa il regime borghese attraversi in Italia una crisi profonda ed acuta, che non può non essere la finale. È anche notissimo che i sintomi negativi della fase prerivoluzionaria vanno diventando sempre più evi­denti attraverso il crescente disagio, malcontento e nervosismo delle masse ed anche dei ceti medi.

«Ma le condizioni positive rivoluzionarie, che risiedono nella preparazione della parte di avanguardia del proletariato, e nella sua consapevolezza del processo storico che si prepara, quelle condizioni da cui dipende il successo della classe lavoratrice nella lotta contro la borghesia e nella lotta successiva contro le difficoltà della organizzazione di un nuovo ordinamento sociale, in qual misura esistono? e si sono accresciute o diminuite?

«Noi non vediamo un vantaggio in tal senso nel successo elettorale e nel numeroso gruppo parlamentare socialista: ve lo possono vedere solo i socialisti più fatui ed i borghesi più superficialmente pusillanimi.

«La condizione sostanziale - prima ancora di parlare di formazione dei Consigli operai e di armamento del proletariato - per il successo del movimento rivo­luzionario, è la esistenza di un vero e grande partito comunista che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia.

«Questo partito si forma - come altrove s'è formato - attraverso la disgrega­zione dei partiti operai tradizionali, e la liquidazione del socialismo borghesuccio e transigente dell’anteguerra [corsivi nostri].

«Ora, quando il Partito socialista italiano, pur composto in maggioranza e diretto da "massimalisti", rifiuta di selezionarsi dai riformisti anticomunisti, solo per stravincere sul terreno delle elezioni, vuol dire che dalla formazione del partito comunista siamo ancora lontani; e che se l'incalzare di altri avvenimenti precipiterà nello scoppio della rivoluzione, mancherà al proletariato italiano la migliore arma per dominarne le difficili vicende.

«Si negherà il fatto che nel partito vi sono molti che si dicono apertamente avversi al programma comunista? Si negherà forse che costoro sono stati tollerati per sola speculazione elettorale? [...]».

 

La seconda parte affronta un tema di vitale importanza teorica, e perciò stesso di chiare implicazioni pratiche. Il nerbo del dominio di classe non è il parlamento ma l'apparato di amministrazione e repressione statale; il primo fa da puntello al secondo non in quanto sia «tecnicamente» necessario al suo funzionamento, ma in quanto assicura «l'impu­nità del capitalismo nell’esercizio del suo potere» cullando le masse in una «falsa sensazione di libertà e sovranità»; sotto questo aspetto, più «uomini dei partiti avanzati» esso comprende, meglio il suo compito sarà assolto; il «trionfo elettorale» socialista è dunque una condizione di sopravvivenza, non un fattore di disgregazione del regime [corsivi nostri]:

 

«La presenza di centosettanta deputati del partito (ossia di centosettanta tra socialisti democratici e comunisti: la ripartizione è prematura) nella Camera italiana, non è una circostanza sfavorevole per la difensiva borghese. Serve solo a galvanizzare verso questa gli strati più pigri della borghesia, a cui il pacifico étalage di tanti onorevoli pare una rassegna in anticipo della guardia rossa.

«La tattica della borghesia è determinata dalla logica di una estrema situa­zione, più che dalle combinazioni dell’alchimia parlamentare.

«Il sistema rappresentativo democratico non è che un trucco colossale. Lo Stato borghese, organo del dominio politico del capitalismo, vive e funziona fuori del parlamento. Il governo, la rete burocratica, il servizio di pubblica sicu­rezza, l'esercito, ne sono gli organi effettivi.

«Il parlamento può essere chiuso, ma tutto l'ingranaggio agisce ugualmente, e può anzi centuplicare la sua efficienza, come in guerra, proprio quando il potere parlamentare si riduce ad una lustra.

«Compito del parlamento è oggi solo quello di soccorrere indirettamente la funzione dello stato, ossia l'impunità del capitalismo nell’esercizio del potere, col dare alle masse la falsa sensazione della libertà e della sovranità: esso serve quando le ruote di quella immensa macchina di oppressione e di estorsione cominciano a cigolare, ad eliminarne lo stridere coll’efficacissimo lubrificante dell’illusione.

«Ecco perché alla borghesia, in quanto essa ha una coscienza storica, non im­porta perdere terreno nel parlamento, quando gli altri organi sono saldamente a posto per la sua vita e la sua difesa. Anzi nei momenti decisivi è meglio per essa che nel parlamento ci siano molti uomini dei partiti avanzati [...]».

 

La parte finale tocca un punto che in anni più tardi, quando l'oscu­rarsi delle prospettive rivoluzionarie mondiali all’esterno e la pressione di forze di classe extra-proletarie all’interno annebbieranno la vista per­fino ai bolscevichi, la Sinistra dovrà ricordare alla gloriosa Internazionale rivoluzionaria: maniera forte e maniera «dolce» non sono due metodi contrastanti di governo della borghesia; sono le due facce di un solo metodo, l'una inefficiente senza l'altra; e può essere il partito più demo­cratico - all’occorrenza il socialista come in Germania - ad usare spietatamente la prima dopo che la seconda abbia esaurito le sue possi­bilità di presa reale sulle masse [corsivi nostri]:

 

«L'Avanti! dice che Nitti è un incosciente perché non sa risolversi tra la maniera forte e la maniera dolce, tra il blocco reazionario e il blocco radico-socialista.

«A noi pare che invece proprio l'Avanti! sbagli sostanzialmente nella sua valutazione: i metodi di governo non sono due, ma uno solo, e il Nitti del 20 e 21 luglio è pur quello del 16 novembre.

«Se la storia contemporanea internazionale vale ad apprenderci qualcosa, quando il pericolo urge la borghesia affida la sua difesa alla social-democrazia, al partito radico-riformista, che dopo aver esaurito fino all’ultimo le risorse dell’insidia collaborazionista per frastornare il proletariato dalla via della rivoluzione passa senza sforzo all’azione di repressione violenta ed armata.

«Nell’ora del cozzo finale, quando la guerra sociale s'è delineata e le ingannevoli risorse democratiche sono sfatate, la borghesia getta la maschera delle sue logomachie parlamentari. I superficiali dissensi tra democratici e conservatori spariscono: che ne è più della destra e della sinistra nella Camera Italiana? Non paiono lontane di secoli le inferocite polemiche tra clericali e anticlericali?

«I partiti borghesi si sono fusi nel crogiuolo della guerra e della prerivolu­zione, assumendo nuove forme e nuovi contorni. Non ci sono più i reazionari classici. Ci sono solo i Noske in incubazione.

«La situazione italiana potrà forse presentare molte analogie con quella ger­manica: il potere potrà passare nelle mani di un vasto partito o aggregato social-riformista, formato più che dagli avanzi impotenti del partito radicale e del socialismo autonomo", dal Partito popolare - che è una nuova democrazia lontana mille miglia dal programma antidiluviano di una restaurazione teocratica - e da una parte delle forze attualmente inquadrate proprio nel nostro partito.

«Questo è l'avversario di domani, ed è strano che si possa seguire più facil­mente la sua genesi che fare affidamento sui movimenti del proletariato rivoluzionano verso il supremo cimento. Perché la selezione e l'orientamento vero del Partito socialista sono ancora assai dubbi, quando questo accoglie a migliaia elementi con­quistati non dal programma massimalista ma dallo "sport" elettorale, che vengono a rafforzare la massa grigia che già in esso vive, lavorando, sperando ed ansando solo per un'altra emozionante "partita delle schede": le elezioni amministrative».

 

Il blocco o aggregato social-riformista non venne né nel 1920 né nel 1921-1922 malgrado le aspirazioni di una destra tirata sciaguratamente per la coda; ed ecco gli storici gridarci: Avete sbagliato diagnosi! Ma, a parte che proprio quel blocco si realizzò ripetutamente fuori d'Italia (la nostra prospettiva era, occorre ripeterlo?, internazionale), che cosa ci ha dato il domani di 30, 40, 50 anni dopo (la nostra prospettiva era, e ce ne davano atto gli stessi avversari, tutt'altro che contingente), se non quello che anticipavamo nel 1920, cioè un governo semi-perpetuo di cattolici non più «teocratici», anzi progressisti e magari... contestatori, e di socialisti di tutte le risme, falsi comunisti compresi, in fasi alterne? E, nell’avvenire più immediato rispetto al 1920, di che soffrirà il corag­gioso proletariato italiano se non della divisione del gioco fra socialdemo­cratici della maniera dolce e praticanti borghesi della maniera forte, gli uni oggettivamente incapaci di tenersi a galla senza gli altri? Già alla fine del 1919 era chiaro che le migliori carte del gioco non erano nelle nostre mani ma in quelle della borghesia italiana. Poco più innanzi la Sinistra dirà ancora: Fascisti e socialdemocratici non sono che i due aspetti di oggi dello stesso nemico di domani! Nel 1919 e negli anni seguenti, essi si divisero le parti; prima ci paralizzarono i socialdemocra­tici, poi ci assalirono i fascisti. Il gioco continua, ed oggi è ancora il blocco con la borghesia di sinistra e gli strati piccolo-borghesi che tiene schiavo, a scala nazionale e ultra-nazionale, il proletariato (1).

Nel nr. 2 dell’11 gennaio, un articolo sulla Lotta comunista inter­nazionale saluta le definitive vittorie dell’armata rossa sovietica che ha disperso la soldataglia della controrivoluzione, e impreca alla forza rea­zionaria dell’America di Wilson, ove «la polizia più feroce e sopraf­fattrice gode della maggiore impunità» e la magistratura è la più «asservita agli ordini del capitale». Constatando che in Italia si è indietro, e ancora si attende salvezza da manovre parlamentari, si avanza questa recisa tesi: «La reazione capitalistica è logica quando si difende con tutte le forze: ai suoi colpi,solo i colpi egualmente formidabili di altre forze possono venire utilmente opposti».

In questo era la nostra formula davanti alla «minaccia fascista». E l'articolo aggiunge: «Se proprio le forze del proletariato italiano non sono pronte per intervenire su questo terreno, non è almeno evidente la necessità di ometterne il pericoloso addormentamento nella aspettativa morbosa dello scioglimento degli spettacoli parlamentari?».

Un secondo articolo su Il massimalismo parlamentare in azione fa il bilancio dell’«azione rivoluzionaria» che la maggioranza aveva stabi­lito di svolgere «all’interno del parlamento». Quella formula era stata per noi da allora un misterioso enigma: a Mosca in luglio, i validi marxisti Bukharin e Lenin non riuscirono più convincenti nell’illustrarci il «logogrifo» del sabotaggio dell’istituto parlamentare da parte dei deputati comunisti. Forte dell’esperienza europea, «Il Soviet» vede la questione in modo del tutto concreto:

 

«La soluzione del logogrifo dal di dentro è consistita nella uscita fuori dalla prima seduta. Tutti si attendevano una specie di finimondo: i deputati massimalisti che impediscono violentemente lo svolgersi del discorso della Corona, il governo costretto ad adoperare la forza per espellere dalla sala del parlamento i rivoltosi, e giù di lì tutta una serie di violenze catastrofiche. Invece nulla di tutto questo: qualche grido e l'uscita in massa la quale turba per qualche momento l'abituale composta serietà della cerimonia. Il parto della montagna incoraggia i teppisti assol­dati dalla borghesia; qualche compagno deputato riporta delle graffiature; il prole­tariato interviene per la protesta, e il piccolo atto dell’uscita, mezzo di dentro e mezzo di fuori, provoca un certo numero di inutili vittime proletarie e dà agio al governo borghese di salvare ancora una volta con la forza le istituzioni proprio nel momento in cui nessuno pensa di metterle in pericolo».

 

A meno di considerare pericoloso il razzo finale di un discorso di Modigliani («un discorso sulla politica estera esaminata da un punto di vista così rigidamente internazionale da riscuotere l'assentimento della maggioranza borghese»), cioè la proposta della repubblica «borghese per ora, salvo a divenire col tempo e con la paglia socialista»! Per tutto il 1920 ed oltre, sarà questo il cavallo di battaglia modiglianesco: ma all’epoca, gli aveva fatto eco lo stesso «Avanti!». E «Il Soviet» commenta:

 

«Il massimalismo parlamentare vorrebbe dunque regalarci per ora una repub­blica borghese, attraverso una costituente che sta dietro le quinte pronta a farsi avanti al momento propizio?

 

Oggi sappiamo che il momento propizio è venuto. Il fascismo vibrò un potente ceffone sul volto del proletariato, e lo disarmò per vent'anni. Il proletariato avrebbe potuto rispondere: Ah, non ti è convenuta la costituente? avevi tutte le ragioni; ora il sangue è corso; beccati la dittatura e il terrore rossi! Invece, dopo il clamoroso fallimento della proposta 1919, i nuovi traditori della classe lavoratrice le hanno propi­nato un altro venticinquennio... di costituente rancida e rafferma! Viva perdio Modigliani, solo massimalista dal di dentro!

L'articolo rileva il dilemma in cui si è cacciato il massimalismo, già elezionista ed ora parlamentare: «In parlamento, l'unica opera e la più... rivoluzionaria che si possa fare è quella di riuscire a far appro­vare le riforme più radicali; ma mettersi su questa via significa dar ragione ai riformisti, che stanno più che mai in vedetta. D'altra parte, col gridare, con l'intralciare il lavoro parlamentare, con le interruzioni, con le interrogazioni e i voti platonici non si conclude nulla». Come uscirne? Qualcuno pensa che valga meglio abbandonare il parlamento e gettarsi arditamente alla propaganda fra le masse:  non sia mai, la segreteria del gruppo e lo stesso direttore dell’«Avanti!», «più ac­canito di tutti i parlamentari presi insieme», si precipitano a denunziarne «la grave colpa in nome del mancato... comunismo»! Evidentemente, si deve star là in difesa delle sacre libertà proletarie!

La conclusione è che il massimalismo parlamentare, mostro deforme, è morto prima di nascere; non gli resta, se il governo scantona, che, richiamarlo dal di dentro a rispettare le decisioni del parlamento «ren­dendosi così tutore e paladino dell’istituto che dovrebbe abbattere»; oppure, e sarà peggio, «farà appello alla massa... per la tutela dell’isti­tuto parlamentare, chiamandola in una di quelle solite azioni monche, frammentarie, slegate, e perciò incapaci di produrre altro risultato che far vittime tra il proletariato e irrobustire la resistenza borghese».

Fu proprio quel che avvenne. Allorché si vide che la difesa legale era inutile si trattava di affrontare in armi il fascismo, era troppo tardi; lo si volle fare col blocco dei rivoluzionari e dei legalitari, e la battaglia fu perduta. Quando forze non nazionali travolsero il fascismo, si ripeté la stessa manovra dei costituentisti del 1919 e si cadde nell’in­cesto di democrazia e rivoluzione, che significa controrivoluzione.

La portata storica della controrivoluzione bloccarda è peggiore di quella fascista, perché fin da allora assicurò la vittoria della classe capita­listica e il fallimento delle energie della classe lavoratrice. Fu la peste opportunistica che ci uccise, non la forza delle camicie nere, né quella molto più seria delle difese armate dello stato di classe. Un diverso indi­rizzo politico del proletariato, nel primo dopoguerra, avrebbe fatto tre­mare sulle fondamenta l'edificio ignobile della civiltà borghese che ancor oggi torreggia, grazie alle stesse risorse, di fronte a noi. Anche una disfatta sarebbe stata meno disastrosa dell’ignominiosa ritirata, il cui senso è quella che loro chiamano liberazione nazionale e riscossa demo­cratica, e lungo la quale il proletariato si trascina ancora disonorato e rinculante.

 

(1)  Riserviamo ad uno speciale capitolo la polemica con «L'Ordine Nuovo» (ma anche coi massimalisti) sulla questione dei soviet, che inizia con questo stesso numero.

 

 

4. - IL CONSIGLIO NAZIONALE DI GENNAIO

 

Il malessere per la paralisi del partito, per l'indisciplina dei deputati, e per l'inefficienza dei confederali, costrinse la direzione a convocare un Consiglio nazionale a Firenze l’11 gennaio. Lo fece nella più completa impreparazione, nel più grave disordine di idee, e nel fermo proposito di salvare l'abile destra per proteggersi da una sinistra che guadagnava terreno e simpatie fra i proletari. Fu quindi svolto un intelligente lavoro per escludere ogni rappresentanza della Frazione comunista astensionista (si vedano nel «Soviet» le proteste delle sezioni di Napoli, Castellam­mare ed altre per le manovre e i brogli esperiti a tal fine); del resto anche i «torinesi» facevano paura a causa dell’insofferenza loro e dei metallurgici locali per la tattica ostruzionistica dei bonzi della CGL e della FIOM; e più di un pezzo di artiglieria venne puntato nella loro direzione.

Diamo un rapido cenno di questo Consiglio-fantasma, appoggiandoci allo scarno resoconto dell’«Avanti!». Era al primo comma dell’ordine del giorno la «designazione dei compagni scelti per coprire i posti di membri della Direzione lasciati vuoti dai compagni eletti deputati». A questo proposito, prima ancora che la riunione si aprisse, il «Soviet» dell’11 gennaio in un articoletto su Il Consiglio Nazionale del Partito aveva scritto:

«Osserviamo che, avendo il Congresso Nazionale stabilita l'incompatibilità tra la funzione di deputato e quella di membro della Direzione del Partito, il Consiglio nazionale dovrebbe ora decidere anzitutto se quei compagni che ricoprono entrambe le cariche debbano dimettersi dall’una o dall’altra. La Direzione dà invece come assodato che essi devono restare deputati ed essere sostituiti da nuovi membri della direzione.

«Ciò non ci sembra molto regolare né conforme al senso di responsabilità di cui dovrebbero essere compresi coloro cui il congresso ha creduto affidare l'elevato compito di dirigere il partito».

Il problema venne infine risolto com'era facilmente prevedibile: a maggioranza riuscì approvata una mozione che invitava gli 8 membri della direzione su 12 a rimanere in parlamento; questi ubbidirono, e lo stesso Bombacci che «parlando con grande calore e sincerità» aveva espresso il desiderio di lasciare la Camera perché l'ambiente non era «molto conforme al suo temperamento», piegò il capo e cedette la segreteria del partito a Egidio Gennari. Del resto, nella relazione intro­duttiva egli si era limitato a dire che il contegno dei deputati non si poteva ancora giudicare per il breve tempo decorso, e non meno vagamente aveva riaffermato la tattica massimalista dicendo che quella parlamentare non doveva essere «la sola forza del partito».

In tutto il corso della riunione la maggioranza massimalista è chiara­mente sulla difensiva; e, per parare i colpi della destra e le critiche di un'ala ribelle nel suo stesso seno, non trova di meglio che elargire cer­tificati di buona condotta ai riformisti parlamentari e confederali. Di fronte alle critiche per il comportamento della Direzione negli scioperi dei primi di dicembre, Serrati rivendica alla direzione stessa la guida sul movimento e l'ordine impartito alle organizzazioni economiche e politiche di dargli un carattere di semplice protesta: più avanti, proclama che la Confederazione «è sempre stata a fianco del partito», e analoga sanatoria dà poco dopo Bombacci. Quanto al gruppo parlamentare, Serrati finisce per riconoscere «socialista» il contenuto del tanto discusso di­scorso Modigliani; se qualche rilievo critico meritano i deputati, esso riguarda quei massimalisti che si sono affannati con eccesso di zelo a presentare valanghe di interpellanze. Prendendo la palla al balzo, Modi­gliani preannuncia un’azione parlamentare «tale che assumerà un carat­tere veramente rivoluzionario, e non certo inferiore a quello che fino ad oggi si è soltanto predicato»: l'abile leguleio, il cui attivismo rifor­mista è qui di scena, non esita ad affermare che il periodo «profonda­mente rivoluzionario» offre come unica via di uscita «la proclamazione della repubblica, non attraverso compromessi [...] ma solo per la forza e la volontà del proletariato». È chiaro a che cosa pensa la destra: ad una mobilitazione delle masse in appoggio all’azione... rivoluzionaria in parlamento. Nulla di diverso faranno Nenni e Togliatti nel '46, quando la repubblica di... Modigliani sarà finalmente proclamata!

In un ennesimo discorso, Serrati flebilmente osserva che la differenza fra massimalisti e riformisti non è poi così profonda; mette tuttavia in guardia contro possibili manovre borghesi per scaricare la responsabilità della guerra sulla monarchia e salvarsi attraverso il passaggio alla repub­blica:  la repubblica, che diavolo, dev'essere socialista anche se per giungervi occorre un'adeguata «educazione politica e morale» (troppa «teppa» - ha il coraggio di dire - si infila nei movimenti rivendi­cativi e politici operai!). Lo spunto finale è un attacco agli errori decen­tratori mentre per preparare organi rivoluzionari tutto dovrebb'essere accentrato: giusto in linea di principio, il rilievo non ha che il valore di una botta ai «torinesi» per le loro periodiche manifestazioni di indisciplina sindacale, e ha sapore ironico in una riunione in cui l'azione «decentrata» del gruppo parlamentare e della CGL ottiene il pieno avallo del vertice del partito! L'operato della direzione viene infine approvato a stragrande maggioranza, e Modigliani prontamente ritira la proposta di un nuovo congresso del partito imperniato sul tema della costituzione della repubblica.

Il Consiglio si occupa di questioni internazionali dopo un discorso di Serrati che si scaglia contro tutti i nazionalismi latenti in Europa, e contro la tesi, sostenuta da qualche socialista, di «Fiume ai fiumani». Ha un certo interesse un battibecco fra lui e ancora Modigliani. Il secondo «esclude la possibilità di una resurrezione borghese in Russia, ma non crede che in essa possa affermarsi in modo definitivo la repubblica co­munista»; soprattutto nega la possibilità di una rivoluzione comunista in Europa, e mette in rilievo le difficoltà che si oppongono all’instaura­zione di una dittatura proletaria in Italia. Il primo ribatte che la con­quista del potere da parte del proletariato dev'essere raggiunta anche nel nostro paese, ma riconosce che le difficoltà ricordate da Modigliani sono reali (se dovessimo prendère alla lettera il resoconto dell’«Avanti!», da noi esistono «residui di borghesia» che in Russia 1917 invece non esistevano più!). Un ordine del giorno estremamente generico conclude la discussione, e si passa al punto che più interessa i sommi capi: le elezioni amministrative e la conquista dei comuni. La mozione conclusiva decide che il partito venga mobilitato per affrettare l'apertura delle consultazioni elettorali.

Il dibattito ha occupato tanto tempo, che non ne resta per discutere dell’argomento di moda: i Consigli. La discussione è rinviata all’indomani, quando riferisce Bombacci e cade nella più completa confusione tra consigli di fabbrica e soviet politici, sui quali ha pronto, e lo legge, uno schema di progetto «provvisorio». Esso dà la stura ad una discussione ancora più confusa. Modigliani dichiara che quello che è andato bene in Russia non va bene in Italia («ogni sistema di organizzazione deve essere intonato a certe particolari condizioni mentali»!) e ne trae lo spunto per chiedere nuovamente un congresso che decida in materia. Ribatte Serrati che i consigli operai, essendo un portato della situazione internazionale, devono essere costituiti «senza incertezze». Il... fruttuoso dibattito si conclude con un ordine del giorno Bombacci a favore della apertura di «un'ampia discussione» in seno al partito, e della convoca­zione dopo due mesi di un nuovo Consiglio nazionale per procedere «alla definitiva [!!!] costituzione dei Consigli». La proposta raccoglie la maggioranza dei suffragi: altra votazione priva del minimo indizio né sulle correnti del partito né sulle grandi questioni teoriche e, in quel momento, strettamente attuali.

Il Consiglio nazionale è insomma una manifestazione palese non solo dell’ impotenza della direzione massimalista di fronte alla destra, ma anche del malessere in atto nella strapotente maggioranza di Bologna. È tipico che lo segua un'acre polemica fra Terracini e Serrati sull’«Ordine Nuovo» del 24-31 gennaio e del 21 febbraio. Reduce da Firenze, Terracini critica spietatamente la vuota demagogia di Bombacci e Serrati, sottolinea la leggerezza con cui si è parlato dei nuovi organi proletari, e nota come sostanzialmente massimalisti e riformisti ripie­ghino sulla formula stantia, propria del gradualismo tradizionale, di chiedere cento alla classe dominante per ottenerne dieci. A sua volta, Serrati ha buon gioco nel burlarsi di Terracini, il quale non solo ha votato gli ordini del giorno sulla situazione internazionale e sulle elezioni amministrative, ma ha perfino accettato di far parte della nuova direzione. L'accusato ribatte che lo ha fatto al solo scopo di lottare contro il nullismo dei dirigenti in carica, ma a sua volta cade in posizioni confusionarie allorché proclama che «la rivoluzione russa non ebbe inizio nel giorno in cui il trono degli zar precipitò nella polvere, ma il giorno in cui fu costituito il primo Consiglio di fabbrica». Se egli ha ragione di scagliarsi contro l'anticipazione di una struttura giuridica su una realtà non ancora attuale, cioè contro la pretesa di costruire i soviet sulla carta dotandoli preventivamente di un regolare statuto, da buon ordinovista confonde però un organo a carattere non solo economico ma aziendale e locale come il consiglio di fabbrica, con un organo di natura squisitamente politica come il soviet (aggiungiamo solo, a riprova della serietà massi­malista, che Serrati dichiara a sua volta di non aver avuto conoscenza preventiva del progetto Bombacci e di giudicarlo esattamente come Terracini, cioè nel peggiore dei modi!) (1).

Ma torniamo al Consiglio di Firenze. Benché la nostra Frazione ne fosse stata esclusa, «Il Soviet» dell’8 febbraio poté recare su di esso un arguto commento di Virgilio Verdaro, presente in qualità di spettatore (2). Al Consiglio, egli dice,

«incombeva di fissare praticamente i capisaldi di quell’azione pratica che teoricamente si era affermata al Congresso nazionale di Bologna, nella nebulosa di quel massimalismo elezionista ormai in completo disfacimento.

«Ma questa indicazione pratica è del tutto mancata: non si è avuto che una piccina critica del passato ed una scia di rancori, dando con ciò buon gioco a Modigliani e ai compagni destri, che erano molto più a posto di quel che non fossero gli esponenti delle molteplici correnti discordi e cozzanti tra loro nelle quali va dissolvendosi la pletorica maggioranza del Congresso di Bologna.

«Almeno allora avevano un punto comune d'azione: la speranza nelle elezioni! Ancor più inqualificabile, per non usar altra parola, è stato lo spunto sulla disput­e pei Soviet. Si è, dalla prima battuta, tanto precipitato in basso che si è dovuto, colla massima fretta, troncare la discussione e rimandarla... ad ulteriore studio!

«Consigli di fabbrica, Commissioni interne, Consigli di operai, Soviet, erano, per i nostri compagni d'élite convenuti per discutere i sommi interessi del partito, parole che non rivestivano alcuna peculiare differenza... E ciò, dopo due anni di sovietismo in Russia, dopo gli esperimenti di Germania e Austria, dopo che il Con­gresso di Bologna ne ha affermato in massima il principio.

«E vediamo Bombacci presentarci, con lussuoso sfoggio di particolari, tutta la struttura di questi organismi, mentre il partito, nella quasi totalità, non sa ancora veramente di che si tratti - ché l'Avanti! nulla ha fatto per volgarizzarne la portata - e prima ancora di discutere, ciò che credo doversi fare in via pregiudiziale, quali dovranno essere i rapporti di questo nuovo organismo coi preesistenti movimenti politici ed economici del partito e della confederazione. Quello stesso Bombacci che ci parlava dei Consigli di fabbrica coi criteri della Russia, dove il trapasso alla gestione economica è già avvenuto!

«Tutte le discussioni di Firenze non hanno servito che ad avvalorare la nostra tesi della assoluta impreparazione teorica e culturale dei dirigenti massimalisti che si sono visti crescere tra le mani un movimento troppo, ma troppo superiore alle loro capacità. L'ignoranza che è stata sempre la caratteristica del movimento nostro, teorico-culturale ripeto, balza oggi sempre più in evidenza, e così viene perpetuandosi quel periodo di stasi che ha seguito le elezioni politiche, quell’assoluto nullismo in un momento storico quale traversiamo, che può essere foriero di regresso se il partito non saprà, coi mezzi più energici, salvarsi dalla acefalite letargica che traversa per mancanza di direttive, e non vorrà sostituire alla passività fatalistica musulmana con cui subisce gli avvenimenti storici che gli si svolgono attorno, una azione di iniziativa che possa imporre la "propria storia"».

Era, è ovvio, soltanto un augurio. (Notiamo per inciso che i rifor­misti trassero dal Consiglio di Firenze la conferma - perfettamente giusta - che nel partito andava infine maturando una concezione più realistica, cioè gradualista e parlamentare, del socialismo: fu allora che Treves si sentì autorizzato ad uscire nel grido di guerra: Al potere! - naturalmente, via Montecitorio...). Quanto a noi, proseguimmo nel duro compito che la storia ci imponeva, sul duplice fronte della chiarificazione teorica e programmatica e dell’organizzazione, intorno a questi caposaldi, di una sia pur esile avanguardia.

 

(1) È significativo che il 7 febbraio, dunque a breve distanza dal Consiglio na­zionale, l'«Ordine Nuovo» proceda ad una definizione delle posizioni generali del gruppo torinese sui Consigli, che è agli antipodi completi della concezione leninista. Ne riportiamo il nocciolo essenziale:

       «1) La rivoluzione o è un movimento di masse o non è. La minoranza rivoluzionaria fallisce al suo scopo se non riesce a creare un sistema di organismi nei quali tutti gli uomini entrino in modo naturale [il corsivo è nostro: notoriamente per Gramsci è naturale il rapporto in cui l' "uomo" si trova materialmente posto nei confronti della produzione dal dominio del lavoro morto, del capitale, sul lavoro vivo!], divenendo parte di sostegno delle cellule costitutive della società nuova;

       «2) Il processo rivoluzionario, per essere realmente processo trasformatore e creatore, deve partire dalla intimità della vita produttiva nella quale debbono radi­carsi gli istituti della società comunista;

       «3)  I soviet debbono essere formazioni di massa collegate strettamente con gli organi strutturali della nuova libera economia comunista. Solo avvicinandosi alla economia essi diventano organismi vitali e cessano di essere semplici conventicole politiche;

       «4) Ogni movimento, il quale tenda a educare i produttori al governo di sé, sul luogo del lavoro, e il quale si concreti in una forma organica permanente, fornisce una base reale ed effettiva quale non è data dai sindacati di resistenza e nemmeno dalle sezioni di partito;

       «5) La costituzione dei Consigli di fabbrica è quindi la prima possibile affer­mazione concreta del movimento comunista in Italia».

       Gli storici che si affannano a dimostrare la piena aderenza dell’ordinovismo al cosiddetto leninismo sono pregati di confrontare queste cinque tesi non solo con le formulazioni del II Congresso sul ruolo del partito, ma addirittura con il Che fare? di Lenin nella lotta contro l'economicismo. Vale anche la pena di osservare come all’utopismo costituzionalista giustamente rinfacciato ai programmatori di soviet a tavolino l'ordinovismo abbia soltanto da opporre il concretismo di una «edificazione della nuova società» sullo stampo della divisione della società capitalistica in unità produttive, fabbrica per fabbrica e senza partito politico, per una specie di genera­zione spontanea. Come Togliatti scrive altrove, «rivoluzionaria è, senza bisogno di definirsi tale [...] l'organizzazione che, sorgendo sul luogo del lavoro, a contatto con gli organi della economia padronale, viene ad essere naturalmente l'antagonista del padrone e ad esercitare un controllo sul suo modo di agire... Non vi è che da lasciare che la nuova organizzazione si sviluppi... Essa contiene in sé la sua legge e sarà domani la rivale dello Stato borghese». Se il massimalismo ufficiale era con­fusionario, il gruppo dell’«Ordine Nuovo» che continuava a farne parte non brillava certo per maggior chiarezza, ed era, se possibile, ancor più fuori dal solco marxista.

(2)                L'articolo è intitolato Il Consiglio Nazionale del Partito.

 

 

5.         - LOTTE ECONOMICHE ED ESIGENZA DEL PARTITO

 

Il tragico è che l'acefalia e il letargo del partito privavano la classe operaia, impegnata in aspre lotte economiche, di una guida sicura: non soltanto gli scioperi si esaurivano in un rovinoso stillicidio (il gennaio 1920 è, ricordiamolo, il mese degli scioperi, potenti quanto slegati, dei postelegrafonici e dei ferrovieri), ma l'insofferenza per la prassi confede­rale e socialista, in perenne contrasto con le proclamazioni da comizio, alimentava iniziative locali, generava tendenze centrifughe (Torino, come già al Consiglio nazionale di gennaio, sarà per questo sul banco degli accusati in quello di aprile) e favoriva le oscure manovre dei teorici, o meglio dei praticanti dell’insurrezione ad ogni costo ed in qualunque forma, non esclusi gli avventurieri versipelli e gli eroi da operetta.

I coltissimi storiografi dei nostri giorni guardano con nostalgia alla fioritura di tentativi insurrezionali... disgraziatamente falliti, che, innestan­dosi ai poderosi movimenti operai, avrebbero, secondo loro, potuto assu­mere il carattere di movimenti popolari atti a prevenire, niente po' po' di meno, l'ancora lontano avvento del fascismo. Per noi marxisti - come si legge nell’articolo integralmente riprodotto in appendice a questo capitolo (1) e intitolato Vecchia storia! - era proprio questo uno dei più gravi pericoli del momento, qualcosa che anticipava, e molto in peggio, la futura babele degli Arditi del Popolo. Durante lo sciopero dei ferrovieri, l'avventuroso capitan Giulietti della Federazione dei la­voratori del mare si fece intermediario fra gli anarchici, e segnatamente Malatesta - il quale scriveva proprio in quei giorni, apocalitticamente: «Se non andremo fino in fondo, dovremo scontare a lacrime di sangue la paura che adesso tacciamo alla borghesia» - da un lato, e D'Annunzio arroccato coi suoi legionari a Fiume dall’altro: si ventilava un'azione generale in nome della repubblica e di un presunto... sovietismo italiano (la «rosa dell’amore» in cui si sarebbe poeticamente trasmutato, secondo le parole del Vate, il «cardo bolscevico»), ed è vero che il fantastico piano - «una specie di marcia su Roma», dirà poi Malatesta, e indizio macroscopico del confusionismo imperante - morì prima di prendere corpo, essendosi la CGL e la direzione del PSI, il cui intervento D'Annunzio aveva posto come condizione di un accordo, rifiutate di aderirvi; ma resta il fatto che il nullismo massimalista suscitava continue e scomposte reazioni di impazienza, destinate a fermentare proprio perché mancavano alternative politiche chiare ed energicamente perseguite (2). Oggi, in piena orgia «contestataria», c'è chi guarda con tenerezza a quei giorni e inorridisce per le grida d'allarme lanciate da noi: che delizioso bagno in acque popolari sarebbe stato! Che splendido folclore!

Ma il grave non era soltanto questo. In febbraio incominciarono le prime occupazioni delle fabbriche in Piemonte, in Liguria, poi anche in Campania. È un altro argomento caro agli storici per costruire l'ennesima fandonia, quella cioè che noi avremmo assunto nei confronti del feno­meno un atteggiamento non solo di fredda e distaccata sufficienza, ma addirittura di intellettualistica condanna e perfino di sabotaggio; dal che i suddetti cultori della storiografia obiettiva deducono la sostanziale con­vergenza fra le nostre posizioni e quelle dei massimalisti, sempre ostili a manifestazioni (spontanee o provocate) di indisciplina nei confronti dell’organizzazione sindacale e del partito (3). Nulla di più falso. Come si legge nell’articolo Prendere la fabbrica o prendere il potere? ri­prodotto integralmente in appendice (4), per noi il fenomeno andava preso in seria e meditata considerazione come indizio non solo della stanchezza delle masse operaie per le lotte puramente economiche e di­fensive, ma della loro oscura coscienza che le energie proletarie dovevano dirigersi verso la presa di possesso dell’apparato produttivo, quindi del potere: non si trattava di abbandonare gli operai a se stessi in un esperimento condannabile in teoria e negativo in pratica; si trattava, al contrario, di dar loro una guida impedendo che il movimento si esau­risse in vani conati e, peggio ancora, nutrisse perniciose illusioni - scon­tate poi nel settembre - sulla possibilità di abbattere il regno del ca­pitale col semplice atto di impadronirsi delle fabbriche. Noi vedevamo con preoccupazione assillante lo svolgersi di un moto che non trovava il suo organo direttivo non diciamo in una organizzazione sindacale di ormai provata e incancrenita natura riformista, ma nel partito di classe, e ne traevamo ulteriore conferma della necessità pregiudiziale che questo organo fosse finalmente dato alla combattiva e per nulla disposta a capi­tolare classe lavoratrice italiana. Ancor più della destra, era il massima­lismo, con la sua falsa aureola «rivoluzionaria», e con la presa che ap­punto perciò esercitava sulle masse, l'ostacolo che urgeva rimuovere: se ciò non fosse avvenuto, il proletariato avrebbe dovuto subire, impotente a difendersi, una nuova, disastrosa esperienza. Mezz'anno dopo, i fatti ne daranno la drammatica conferma.

Tutto questo fu detto dai rappresentanti della nostra Frazione nell’intenso lavoro di propaganda svolto in comizi e riunioni di sezioni o federazioni che andavano orientandosi verso le nostre tesi, o che comin­ciavano a rendersi conto dell’urgenza della scissione non solo dai destri, ma anche dai massimalisti: a Torino, a Novara, a Firenze, a Milano, a Roma.

Il problema centrale della costituzione del partito comunista si inte­grava d'altra parte con quello - in prospettiva - della necessaria con­quista delle grandi organizzazioni sindacali alla sua politica. Abbiamo già ricordato che in Italia vigeva fra il PSI e la CGL un patto di alleanza che, in pratica, assicurava alla seconda l'indipendenza dal primo e costrin­geva l'organo politico a consultarsi e cercar di venire a patti con l'organo sindacale anche di fronte a decisioni di lotta non soltanto economica. Que­sta prassi era stata inaugurata in Germania, benché in altra forma, fin dal congresso di Mannheim del 1906, la cui mozione aveva suggerito alla Luxemburg di paragonare i rapporti così instauratisi fra sindacati e partito a quelli fra il contadino di un racconto popolare e sua moglie: «Quando siamo d'accordo, chi decide sei tu; quando siamo in disaccordo, decido io». D'altra parte, l'indipendenza che la CGL si era assicurata in pratica nei confronti del PSI, e che si traduceva in un suo virtuale predominio, era rivendicata per principio dall’organizzazione anarco-sindacalista dell’USI (Unione sindacale italiana). Entrambe rivendicavano la propria «apoliticità»: di fatto, com'era naturale, impostavano le agitazioni e gli scioperi l'una in base alla visione politica gradualista e legalitaria del riformismo e l'altra in base alle concezioni più «battagliere» ma altret­tanto lontane dal marxismo di... Georges Sorel o di... Arturo Labriola.

La Frazione comunista astensionista respingeva l'indipendenza sia di fatto che di principio dell’organizzazione sindacale, e condannava ad un tempo il legalitarismo dei bonzi socialdemocratici e l'attivismo barricadie­ro dei cosiddetti sindacalisti rivoluzionari. Per essa, come per l'Interna­zionale, il sindacato operaio è e deve rimanere aperto a lavoratori ap­partenenti a qualunque partito o a nessun partito, non chiedendosi loro se non di essere dei salariati; i comunisti non ne propongono e non ne provocano la scissione perché i loro organi direttivi sono tenuti in pugno da opportunisti; proclamano però apertamente che la funzione sindacale si completa solo quando le organizzazioni economiche operaie siano di­rette dal partito politico di classe: ogni diversa influenza non solo impe­disce loro di servire in date fasi come mezzi all’emancipazione rivoluzio­naria del proletariato, ma le rende sterili agli stessi effetti dei migliora­menti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi padronali.

Una breve nota ne «Il Soviet» dell’11 gennaio, intitolata Il comu­nismo e i sindacati chiarisce nelle linee generali questi punti di principio rispondendo a una lettera di Angelo Russo che chiedeva in quale conside­razione si dovessero tenere le due confederazioni sindacali, se si dovesse militare piuttosto nell’una che nell’altra, e se la denunzia da noi sempre invocata del patto di alleanza e la nostra negazione della pretesa dei sin­dacati all’ «apoliticità» non implicassero la necessità di uscirne:

 

«Rispondiamo per ora assai brevemente alle domande che il Russo avanza... Non condividiamo né il metodo della Confederazione del lavoro né quello dell’Unione sin­dacale, e il perché l'abbiamo detto più volte.

«Anziché ripeterci, invitiamo il Russo a leggere sull’Avanti! di capodanno la relazione del compagno Zinoviev sui rapporti tra partito e organismi sindacali.

«Il nostro pensiero coincide con le definizioni teoriche che dà lo Zinoviev delle funzioni del Partito, dei Sindacati e dei Soviet. Anche dal punto di vista tattico condividiamo le sue conclusioni: abbandono deI principio della "eguaglianza di di­ritti" (al partito la dirigenza politica, ai sindacati quella economica), per costituire un dominio del partito sui sindacati, la direzione da parte del partito comunista sia della lotta politica che di quella economica del proletariato.

«In Italia non è il caso di adottare il boicottaggio delle organizzazioni, tanto più che nessuna delle due è apertamente "gialla". Occorre, come Zinoviev propone, conquistare i sindacati economici costituendo in ciascuno di essi i "gruppi comuni­sti" tra gli operai organizzati e gli iscritti al partito e convinti che questo debba do­minare sul sindacato [...]».

 

Era anche questa una linea che, per essere seguita, presupponeva la costituzione di un partito effettivamente di classe: e che sarà alla base dell’azione svolta con tenacia e con successo dal Partito comunista d'Italia dopo Livorno.

 

(1) Cfr. pag. 172.

(2) Un nuovo sondaggio dannunziano, anch'esso respinto (a onor del vero, rifor­misti e confederali conservavano un senso dei rapporti di classe molto più vivo dei loro più tardi nipoti), si avrà in aprile con la sezione socialista di Trieste. È curioso però rilevare che all’amo di un possibile... rivoluzionarismo del compilatore della «Carta del Carnaro» abboccherà lo stesso Gramsci un anno dopo e ancora nel 1924. Peccato - sembrano dire i suoi discendenti politico-storiografici -: una «bella occasione» perduta!

(3) La dotta ignoranza degli storici ragiona così: Serrati diede sempre un giudizio severo e negativo del tendenziale «localismo» torinese, riflesso anche nella sopra-valutazione dei consigli come organi in sé rivoluzionari: dunque, noi eravamo una specie di ala sinistra del... serratismo! Tanto varrebbe dire che i bolscevichi, per i quali - come per tutti i marxisti - il centralismo è un principio, erano serratiani! Ma i principi vanno considerati nella loro connessione inscindibile e nel senso in cui, perciò, vengono praticati: i comunisti sono centralisti e quindi antilocalisti, ma il centralismo non basta da solo e nella sua cruda formulazione a definirli, come d'altra parte non significa negazione di azioni locali ma necessità di superarle integrandole in un azione generale. Serrati era centralista in funzione di un partito che, per essere parlamentare e democratico, favoriva oggettivamente il localismo; predicava la disciplina delle organizzazioni economiche locali alla direzione della CGL ma riconosceva l’...indisciplina di questa al partito; era feroce contro la ribellione nostra (o dei movimenti di disturbo «torinesi»), ma si inchinava all’autonomia quasi assoluta del gruppo parlamentare. Sentiva l'esigenza dell’organo (ed arma) partito; ma aveva un'idea distorta del senso in cui esso doveva muoversi. Era agli antipodi, anche in questo, degli astensionisti!

 

(4) Cfr. pag. 176.

 

 

6. - VERSO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

 

       Con abile fiuto, il governo aveva lasciato intravvedere come prossi­me le elezioni amministrative; con altrettanta sagacia le spostò via via fino a novembre. Annunzi e rinvii avevano l'effetto congiunto di accendere e tenere in caldo le fregole schedaiole del PSI e distrarre l'attenzione dei militanti e dei proletari dalla gravità della situazione economica e sociale per concentrarla su programmi di azione necessariamente minimalisti. Si aveva un bel dire: servirsi delle elezioni unicamente per svolgere propa­ganda rivoluzionaria! Proporsi la conquista del comune significava pro­porsi di amministrarlo; per amministrarlo, occorreva un programma di ri­forme nell’ambito del regime capitalistico e delle sue inviolabili leggi e istituzioni. Per mesi e mesi, il partito venne quindi impegnato in faticose elucubrazioni per conciliare i postulati massimalisti di Bologna col mini­malismo di piattaforme elettorali che, non meno inevitabilmente, rispec­chiavano la pressione di clientele locali e gli appetiti di amministratori in pectore. Lo stesso Gennari si lanciava nella elaborazione di piani atti «ad affrettare la dittatura proletaria», come la richiesta - utopistica in regi­me borghese e contrastante con la necessaria centralizzazione politica ed economica in regime di dittatura proletaria - di una larga autonomia ai comuni, l'inaugurazione di una politica annonaria che risolvesse (nientemeno) l'angoscioso problema del carovita, e infine l'attribuzione ai muni­cipi del compito di dare insieme impulso ai costituendi Consigli operai, e... forza di legge (!) ai loro deliberati, proposta quest'ultima che provocò una feroce stoccata polemica del «Soviet» nei numeri del 25 gennaio e dell’1 febbraio (1). A sua volta, la sezione in maggioranza massimalista-elezionista di Milano ventilava di organizzare corsi accelerati per redigere manuali ad uso dei futuri amministratori socialisti, mentre in quella di Torino (2) gli astensionisti - per dare un contentino agli ordinovisti del cui appoggio godevano al vertice della sezione - avevano l'ingenuità di giustificare la partecipazione alle elezioni amministrative col proposito di conquistare il comune - preventivamente trasformato in «sezione economica» di un consiglio operaio urbano basato sui consigli di fabbrica - «per servirsi dei locali di riunione e di tutti i mezzi in mano a un municipio, per pre­parare armi all’insurrezione proletaria, per organizzare fortilizi alla lotta operaia, per chiamare all’azione di riscossa gli strati più larghi della popo­lazione lavoratrice» - provocando un duro intervento raddrizzatore della Frazione attraverso il suo organo nazionale.

Contro queste storture, di cui purtroppo cadevano vittime anche mi­litanti distintisi nella lotta contro il massimalismo come contro il rifor­mismo, e che creavano nei proletari illusioni fatali e tragici disinganni, la Frazione prese posizione in un deliberato che il lettore farà bene a con­frontare con le tesi di Mosca sul parlamentarismo rivoluzionario del luglio successivo (punto 5), e che apparve nel «Soviet» del 18 gennaio:

 

Per le elezioni amministrative

«Il Comitato centrale della Frazione comunista riafferma le direttive contenute nel programma presentato dalla Frazione comunista astensionista al Congresso di Bologna, secondo le quali nell’attuale periodo storico non è compatibile la partecipazio­ne dei comunisti alle elezioni degli organismi rappresentativi borghesi:

«rileva che la principale ragione di tale incompatibilità, la contraddizione cioè fra la propaganda nelle masse per la dittatura del proletariato e l'invito alle stesse mas­se ad intervenire nelle elezioni a parità di diritto coi borghesi, sussiste tanto per le elezioni al parlamento che per quelle ai consigli comunali e provinciali;

«ritiene che la conquista del potere politico da parte del proletariato non ha alcun valore se non è intesa come conquista del potere centrale che trovasi oggi nelle mani dello Stato capitalistico; e che, come è una illusione quella di poter arrivare a tanto attraverso la maggioranza del parlamento, così è un'illusione quella di conside­rare un risultato rivoluzionario il possesso della maggioranza in un consiglio ammini­strativo locale. Essendo infatti le funzioni di tali organi subordinate al potere effettivo dello Stato borghese, ogni opera di migliore ordinamento e funzionamento tecnico di essi si risolve in un vantaggio per la conservazione del regime attuale, ed ogni tenta­tivo di ribellione ai principi costituzionali del mondo borghese viene immediatamente paralizzato dal controllo esecutivo dello Stato;

«considerando, d'altra parte, inopportuna una campagna per l'autonomia dei poteri locali dello Stato, tanto più nel momento attuale in cui il movimento comuni­sta ha per diretto obiettivo la realizzazione rivoluzionaria della dittatura del proletaria­to, che avrà carattere fondamentale di forte centralizzazione, tendendo essa al subor­dinamento degli interessi locali e particolari all’interesse generale della collettività pro­letaria;

«afferma che i comunisti debbono respingere la partecipazione alla lotta elettorale anche per i comuni e le province, riservando tutti i propri sforzi alla preparazione della conquista rivoluzionaria della dittatura del proletariato, unica e specifica fun­zione storica del movimento comunista».

Il monito cadde nel vuoto, ma rappresenta per noi un altro punto fermo in un cinquantennio di battaglie.

 

(1) La geniale teoria secondo cui i consigli comunali dovevano prima «tenere a balia i consigli operai», poi diventarne «i notai», suggerì anche al «Soviet» del 18 gen­naio questo commento finale: «In regime attuale, i consigli operai sarebbero una pa­rodia, una superfetazione ed una finzione giuridica, e il vero potere sarebbe quello dei consigli comunali, che è riconosciuto dallo stato borghese, il quale in un conflitto fra questi organi appoggerebbe i comuni. La costituzione dei consigli è questione di sostan­za. I consigli operai politici costruiscono lo stato proletario e sono gli organi con cui si esercita la dittatura del proletariato. Non la costituzione formale dei consigli, ma il loro reale funzionamento presuppone la rivoluzione vittoriosa ed il crollo dello stato borghese già verificatosi. Solo allora essi avranno un reale significato, come in Russia; invece in Germania e in Austria, ove il regime non è crollato, i consigli politici sono larve e la loro esistenza non è una forza attiva della rivoluzione. Per noi, lo stiamo ripetendo da tempo, la vera forza attiva è l'esistenza di un partito comunista organico, compatto, saldo e che non si balocchi nella costruzione di castelli sulla rena. Preparia­moci, dunque!, vogliamo dire anche noi col compagno Gennari. Facciamola la prepa­razione per davvero, non quella che egli consiglia di fare e per giunta di fare feb­brilmente: questa è la febbre, è la malattia della preparazione rivoluzionaria, della quale febbre bisognerà prima guarire, combattendo senza tregua il male che la produce ed è la malattia elettorale».

(2)  A Torino, come si legge nel «Soviet» del 22.II, parve che in seno allo stesso «Ordine Nuovo» andasse maturando, in seguito al nostro intervento, una demarca­zione più o meno netta fra Gramsci e Tasca. Tuttavia, come dimostrerà il seguito della trattazione, l'iniziale ma assai vago riconoscimento del ruolo del partito, e della na­tura politica dei soviet, stenterà a radicarsi anche negli elementi più sensibili ai problemi politici della rivoluzione proletaria: Gramsci, che all’assemblea del 19.II a To­rino sembrava avvicinarsi alle posizioni difese dal «Soviet» in piena coerenza con le tesi dell’Internazionale, a distanza di tre mesi ricadrà in pieno nell’«ordinovismo delle origini», questa volta in polemica con lo stesso Tasca il quale, almeno, aveva il senso della tradizione di partito e dell’importanza della organizzazione sindacale!

 

 

7. - I MASSIMALISTI SEMPRE PIU’… UNITARI

 

Sui primi di febbraio giunse in Italia, e l'«Avanti!» lo pubblicò nel numero dell’8, un appello dei compagni russi al segretario del partito so­cialista italiano, firmato W. Degot e Elena Sokolovskaja; membro l'uno, segretaria l'altra, della sezione estera della III Internazionale.

Nel salutare la vittoria elettorale del partito socialista, l'appello dava al proletariato di Occidente e in particolare a quello italiano una serie di indicazioni circa i problemi urgenti sul tappeto. La prima era «di respin­gere decisamente le illusioni del riformismo e del parlamentarismo, giacché trascinare il proletariato in questa via sarebbe fare i lacché della borghesia; di condurre una lotta attiva contro le correnti opportunistiche e riformi­stiche socialpatriote e romperla con quegli elementi che possono diventa­re un peso inutile ed anche dei nemici nella lotta rivoluzionaria»: il se­condo era di fare un altro passo dopo quello dell’adesione alla III Internazionale dichiarandosi apertamente partito comunista. In una breve nota di commento, l' «Avanti!» dichiarò, al solito, d'essere... completamente d'accordo: «Non c'è che un punto solo [!!] di dissenso, per noi di lie­vissima importanza: quello che si riferisce al cambiamento di nome al nostro Partito [...]. Si tratta, in fin dei conti, di argomento di spettanza alte singole sezioni della III Internazionale [policentrismo in anticipo!], aven­do speciale riguardo alla loro particolare situazione»; cambino nome i bulgari «stretti» per distinguersi dai «larghi», ma a che scopo, in Italia, dove «il nostro nome non può dar luogo ad equivoci e il Partito ha una bella tradizione»?

Per «Il Soviet», che commentò l'appello nel numero del 15 feb­braio (1), l'accordo, come dimostrava tutta l'azione svolta dal partito dopo Bologna, in realtà non esisteva affatto. Ma c'era di più: per noi, che il partito cambiasse nome sarebbe stato, al punto in cui erano giunte le cose, una jattura, e il fatto stesso di insistere perché Serrati e C. vi si decides­sero dimostrava che i compagni russi conoscevano assai male il movimento socialista italiano e ne davano una valutazione del tutto contrastante con la realtà. «Il Soviet» scrive:

«In Italia il partito non deve cambiare il nome, per impedire che esso compia non il secondo passo voluto dai compagni russi ma la seconda turlupinatura, dopo la prima della adesione alla III Internazionale votata per acclamazione, ma voluta sol­tanto da pochi in perfetta coscienza e in perfetta buona fede. A questo amalgama, che non può dar luogo ad equivoci perché è per sé stesso un equivoco, così è ora il partito, varrebbe proprio la pena di cambiare l'etichetta? [..,]. In Italia il partito comu­nista deve nascere ed è necessario che nasca. Ma esso deve raccogliere tutti coloro che hanno sorpassato ormai tutti gli opportunismi [...], che accettano integralmente il programma della III Internazionale, che hanno rotto tutti i ponti con la socialdemocrazia, e vogliono compiere decisamente una proficua opera rivoluzionaria».

Il massimalismo, tuttavia, non aveva nessuna intenzione di seguire i consigli dell’Internazionale, e non perché, come aveva mille volte ripetu­to, gli stesse tanto a cuore una tradizione «gloriosa», ma perché si ren­deva conto che il cambiamento di nome implicava qualcosa di ben più so­stanziale. Su «Comunismo» del 15-19 febbraio, Serrati scriveva: «La que­stione - per se stessa d'importanza assai relativa - nasconde un propo­sito ben più grave: il proposito di scindere il partito socialista sotto il pretesto di allontanarne elementi dubbi e collaborazionisti»; e, vivaddio, i massimalisti erano ben decisi ad impedirlo. La «scissura», infatti, «dan­neggerebbe e comprometterebbe gravemente l'opera di propaganda e di organizzazione» del partito; soprattutto (argomento che, come si ricorde­rà, era già stato avanzato dai riformisti e in particolare da Treves) lo taglierebbe fuori dalla Confederazione generale del lavoro e dalla Lega na­zionale delle cooperative, dalle quali il partito si aspetta - nientemeno! - di «trarre gli elementi tecnici indispensabili per l'amministrazione della società socialista che noi vagheggiamo, e nella cui realizzazione speriamo come in cosa prossima». Nessuna scissione, dunque: al massimo epura­zione caso per caso e «coi calzari di piombo, onde non determinare scis­sure da noi in nessun modo desiderate».

È certo che, pur non dicendolo, Serrati aveva davanti agli occhi le ele­zioni amministrative, per il buon esito delle quali «l'unità» del partito e il contributo fattivo della destra, gonfia di «elementi tecnici» formatisi alla scuola dell’azione sindacale e cooperativa, era indubbiamente essen­ziale. Ma egli non si fermava qui, come risulta da un brano dell’articolo Unione o scissura?, che mette conto di citare a dimostrazione di che cosa sia stato in realtà quel massimalismo che gli storici a tanto il braccio cercano periodicamente di rivalutare:

«Il periodo rivoluzionario è eminentemente collaborazionista, non nel senso di una collaborazione della rivoluzione con la reazione, ma nel senso di una larga e profonda leva nel campo avverso di elementi che vengono alla rivoluzione. Si può anzi dire che uno dei sintomi più caratteristici del periodo rivoluzionario è proprio lo spostarsi verso sinistra degli elementi grigi rimasti sempre incerti fra il vecchio padrone e il nuovo e che, fiutando l'aria, sentendo vicino il cambiamento, avendo quasi l'intuito della fine del vecchio regime, si precipitano verso il nuovo, agendo a loro volta non solo come elementi negativi, ma anche come fattori positivi della trasfor­mazione. Ora sarebbe veramente assai strano e inconcepibile che, mentre ci appre­stiamo per necessità di cose a ricevere quanti a noi si volgono spinti da opportunismo quasi subcosciente, ci rifiutassimo di mantenerci uniti a coloro che, avendo in comune con noi un fondamento dottrinale ed avendo con noi vissuto la vita dell’organizzazione operaia e del partito politico, da noi in questo momento dissentono su un partico­lare - importante quanto si vuole - della tattica rivoluzionaria. Sarebbe veramente curioso che, nello stesso momento in cui ci prepariamo ad accogliere come nostro col­laboratore nel nuovo stato socialista, ad esempio, un Tonini qualsiasi - e ve ne sa­ranno più di uno di popolari che verranno necessariamente alla rivoluzione [oggi li si cercherebbe fra i «cattolici di sinistra»] - ci rifiutassimo di mantenere il necessa­rio contatto con chi fu fin qui nostro e con noi fece le prime battaglie del movimento proletario».

Logica perfetta: siccome i grigi ceti medi correranno frettolosi in braccio al «nuovo padrone», teniamoci gli uomini che meglio ne espri­mono gli interessi, e facciamone nostro il programma! Dopo tutto, da essi non ci divide che un piccolo particolare di tattica rivoluzionaria! Se poi diventano rivoluzionari per opportunismo, facciamoci opportuni­sti noi, e li avremo bell’e conquistati!

Con ciò Serrati non intende rassegnarsi ad ogni offesa ai «nostri principi, alla dittatura [!!!] del nostro partito»: no, bisogna pretendere «l'accettazione completa, assoluta, della disciplina nell’azione». E qui la logica va a farsi benedire, poiché subito dopo Serrati avverte che «si può, nell’ambito del comune programma, avere e propagare diverse in­terpretazioni del programma»: ma, di grazia, il «propagare diverse interpretazioni del programma» rientra o no nella «azione»? E come la mettiamo, allora, con la «disciplina»? La chiusa dell’articolo parla da sé: «quello che oggi urge è di allontanare dal nostro campo, individual­mente, tutti gli elementi incerti ed inattivi, stringere insieme tutti gli altri con un programma di profonde realizzazioni immediate e rivoluzionarie, che sia la bandiera chiara e accessibile a tutte le folle che non sanno di astruserie teoriche». La destra può dormir fra due guanciali; nessuno può accusarla d'essere «incerta» od «inattiva», perché ha idee fin troppo chiare e, quanto ad attivismo, non è seconda a nessuno; se si vuole un programma di realizzazioni immediate, è la sola che possa non solo ela­borarlo, ma trasformarlo, come aveva detto Modigliani, in programma rivoluzionario! Le «astruserie teoriche» saranno lasciate agli uomini del «Soviet»; il massimalismo si appagherà del «concreto» fornitogli dai riformisti. E dimenticherà - logico almeno in questo - i casi di indisci­plina personale...

 

(1)       L'Appello dei Russi e l'equivoco italiano, cfr. più oltre, pag. 173.

 

 

8. - LA NOSTRA DIRITTA VIA

 

Beninteso, l'articolo di Serrati in risposta all’appello degli emissari russi dell’Internazionale era soprattutto polemico con noi che, proprio in quei mesi, dedicavamo una larga parte del settimanale alla battaglia per la scissione dal PSI. La rottura era per noi, come si è già detto, condizionata ad una decisione a carattere non nazionale ma internazionale:  ciò tuttavia non ci impediva di insistere sul fatto che ormai la scissione era non soltanto necessaria, ma in pratica già avvenuta, e non riguardava più soltanto il distacco dalla destra, ma anche e con altrettanta ragione dal centro massimalista. Pur opponendoci alle proposte di abbandono im­mediato del partito prima ancora che l'Internazionale decidesse in merito - proposte avanzate su «Il Soviet» dell’8 e del 22 febbraio soprat­tutto da E. Peluso e N. Lovero -, non avevamo alcun dubbio che, prima o poi, la forza delle cose ci avrebbe posti nella necessità di essere noi a lasciare in minoranza un partito al quale nulla, salvo l'osservanza dei deliberati dell’Internazionale, più ci legava. In polemica con Fran­cesco Misiano, l'unico massimalista elezionista che si dichiarasse per l'esclusione dei destri e per quella che egli definiva la «purificazione del partito» in quanto opposta alla «scissione», il nostro settimanale osser­vava il 15 febbraio:

 

«Non vede Misiano che, lungi dal purificare il partito, ogni giorno più i mas­simalisti elettorali imbastardiscono se stessi in una pratica tutta riformistica? Egli si illude che possa spezzarsi questo incantesimo senza rompere quello della scheda. I fatti diranno chi ha ragione.

«Non possiamo poi passargli la tesi che occorra conquistare, come i sindacati e le altre organizzazioni proletarie, anche il partito politico da parte dei comunisti. Nel partito non è a parlarsi di conquista (di maggioranza) ma di omogeneità program­matica, a costo di essere pochissimi. Questo vuole tutta la dottrina e la tattica della III Internazionale».

 

Aggiungiamo soltanto, per gli storici che vanno farneticando di un folto gruppo di comunisti già convinti, ma allontanati dalla Frazione a causa della nostra «settaria» posizione astensionista, che nella stessa nota «Il Soviet» ricorda a Misiano che, se pochi sono gli astensionisti, ancora meno sono i cosiddetti «purificatori»...

La prospettiva di abbandonare il partito come minoranza anche esigua non ci spaventava allora come non ci spaventerà alla vigilia del congresso di Livorno. In un articolo intitolato Vogliono la scissione!, del 29 febbraio, e rivolto alla «pudibonda» socialdemocratica «Giustizia» la quale, puntando il dito contro di noi, esclamava scandalizzata e sgomenta:

Eccoli, sono quelli che vogliono la scissione!, si legge:

 

«Sì, è proprio così, noi vogliamo la scissione, e non è da ora che la vogliamo. Fin dal Congresso di Bologna fummo scandalosamente contro l'unità del partito e tenacemente sostenemmo non l'espulsione, perché non amiamo queste manifestazioni che ricordano i giudizi di Dio medievali, ma la necessità di amputare decisamente tutta la destra [...]. La maggioranza massimalista non ci ha seguiti allora; oggi una maggioranza sempre crescente in mezzo a noi dice: o fuori loro o fuori noi!

«La povera Giustizia è un poco sulle spine per il timore che il partito debba pronunziarsi per noi. Ma si rassicuri: il partito si è già pronunciato e se il fuori noi ci sarà, saremo noi stessi a darcelo».

 

Più che il problema della scissione in quanto tale, tuttavia, premeva alla Frazione di definire con la massima esattezza i cardini del programma del partito futuro. È in questo primo trimestre del 1920 che appare ne «Il Soviet» la lunga serie di articoli sulla natura e la funzione dei soviet in polemica con l'«Ordine Nuovo» e comincia ad apparire una serie molto dettagliata di articoli di analisi critica sul movimento comunista in Europa e nel mondo. Ad essi saranno dedicati rispettivamente i capi­toli VI e VIII del presente volume. Qui ci soffermeremo su alcuni articoli riprodotti in appendice al capitolo (1), che, benché suggeriti da fatti contingenti, rivestono un'importanza molto più vasta della polemica su tutti i fronti nella quale i comunisti astensionisti erano impegnati. Essi riguardano in gran parte i concetti fondamentali del partito, dei suoi rap­porti con la classe, della sua funzione prima e dopo la conquista del potere; tutti punti sui quali regnava in Italia una confusione pari all’ignoranza.

Un primo articolo dell’11 gennaio, intitolato Socialisti e anarchici, interessa non tanto per l'ormai vecchissima polemica con i seguaci di Bakunin e di Proudhon, quanto per la chiara delineazione del processo attraverso il quale dopo la presa del potere il proletariato procederà alla trasformazione economica, espropriando non certo dalla sera alla mattina la classe dominante e le semiclassi ruotanti intorno ad essa: processo ne­cessariamente graduale, ma che presuppone la conquista non graduale bensì violenta del potere. Vi è pure demolita la concezione non solo degli anarchici di stretta osservanza, ma comune per esempio anche all’ordino­vismo, secondo cui l'economia comunista si baserebbe sulla «libertà» dei gruppi di produttori e consumatori nell’approntare e distribuire i beni socialmente necessari, e le si contrappone il concetto diametralmente op­posto, l'unico accettabile per i marxisti, della soppressione di ogni «libertà di produzione». Il ruolo storico dello stato dittatoriale proletario - non creatore di «nuove» classi, ma strumento per l'abolizione di ogni classe - è infine ribadito come indispensabile ponte di passaggio per spezzare i molteplici vincoli che impediscono l'avvio a un modo di produzione utilmente e razionalmente armonizzante l'opera di tutti gli uomini nella lotta contro l'avversa natura.

Nell’articolo La dittatura proletaria del 15 febbraio si svolgono tre argomenti che nella storia della Sinistra costituiscono un filo ininterrotto: il cosiddetto leninismo non è altro che la grandiosa realizzazione pratica della dottrina uscita di getto non dal cervello di Marx ma dalla comparsa sulla scena storica del proletariato come antagonista della classe dominante borghese; centro di tale dottrina, come già ribadito da Lenin in Stato e Rivoluzione, non è il concetto di lotta di classe ma quello del suo svolgi­mento nella dittatura del proletariato, da questo esercitata «da solo, con unitaria organizzazione, escludendo le altre classi, e con energica forza di coazione», quindi sotto la guida del partito e fuori da qualunque mistifi­cazione democratica anche sul piano della terminologia spicciola (e, a questo proposito, non è inopportuno ricordare che in seno all’Interna­zionale la Sinistra si oppose costantemente alla sostituzione della limpida formula di «dittatura proletaria» con «sinonimi» ritenuti più accessibili alle grandi masse come «governo operaio» o «governo operaio e con­tadino»); la rivoluzione comunista è un processo essenzialmente internazionale, che dall’Ottobre rosso è stato internazionalmente aperto e solo internazionalmente  potrà essere concluso (il che non significa - osserva l'articolo - simultaneità nella conquista del potere in tutti i paesi!).

Il terzo articolo, intitolato Gli scopi dei Comunisti e apparso nel numero del 29 febbraio, sintetizza efficacemente i compiti fondamentali dei militanti rivoluzionari, primo fra tutti l'organizzazione e unificazione dell’avanguardia della classe operaia in partito politico. Quest'ultimo è caratterizzato da due aspetti fondamentali - l'universalità e la finalità massima - dai quali discende il principio, formulato in anni successivi dalla Sinistra, del centralismo organico, tipica forma di organizzazione di un movimento che appunto supera quel particolarismo di individui e gruppi e quel contingentismo di rivendicazioni parziali, su cui poggia ogni mecca­nismo democratico e che è in antitesi con le basi fondamentali della società comunista così come della lotta per conseguirla. L'articolo insiste sul con­cetto, indigeribile per gli immediatisti e gli operaisti, che il compito pro­prio del partito di unificare e centralizzare la classe rappresentandone gli interessi e i fini storici, non solo non verrà meno con la conquista del potere, ma assumerà allora caratteri di maggiore urgenza in rapporto all’opera di trasformazione economica e sociale, di guerra civile interna, e di estensione internazionale dell’assalto rivoluzionario. Infine si contrap­pone la visione «catastrofica» del marxismo alle molteplici e troppo frequenti deviazioni che consistono nel disperdere e sminuzzare l'azione del partito in pretese realizzazioni concrete e nel sopravvalutare speciali attività tecniche ed istituti politico-economici, considerati di per sé rivo­luzionari e costituenti le tappe successive di una più facile «passerella di passaggio al comunismo» (deviazioni riformista, sindacalista, ordinovista, cooperativista).

Marginalmente aggiungiamo che la nuovissima teoria serratiana degli «elementi grigi» che in periodo rivoluzionario si avvicinerebbero al pro­letariato e al suo partito, e che lo stesso periodo rivoluzionario sarebbe «eminentemente collaborazionista», trovò adeguata risposta in due note polemiche apparse nei numeri del 28 marzo e del 25 aprile del «Soviet». All’opinione di Serrati secondo cui «il periodo rivoluzionario si pre­senta con lo spostamento verso sinistra degli elementi grigi, con l'allarga­mento delle basi del partito rivoluzionario», per cui più esso si avvicina più le diverse tendenze politiche in seno al proletariato dovrebbero affa­sciarsi, il nostro settimanale oppone una confutazione tratta «dalla storia delle rivoluzioni comuniste vittoriose o vinte, dagli scritti di tutti i co­munisti pubblicati da tutta la stampa nostra, dalla stessa ragion d'essere della Internazionale di Mosca, nata dallo spezzarsi della vecchia Internazionale prima in socialpatrioti e internazionalisti, e poi ancora in socialisti più o meno democratici e comunisti fautori della dittatura proletaria»:

 

«Tutta la storia contemporanea su cui la III Internazionale fonda il suo metodo e la sua tattica ci dice l'opposto [di quanto Serrati sostiene ora]. Con l'approssimarsi della rivoluzione il movimento operaio e socialista si scinde e si seleziona sempre più nella ricerca della soluzione storica del problema rivoluzionario. Il Partito Comu­nista ha questo compito: di precisare sempre più il campo dei suoi metodi di azione respingendo da sé i falsificatori del socialismo, sicuro di avere il consenso delle masse proletarie nell’ora decisiva». (L'ex-massimalismo) (2).

 

E, per completare questa rassegna di articoli a carattere teorico usciti nel primo trimestre del 1920, e tutti intonati alle posizioni fondamentali difese dai bolscevichi, ricordiamo una nota del 18 gennaio dal titolo Prepararsi a tutto che, nel ribadire la necessità della dittatura per abbat­tere gli innumerevoli ostacoli che si oppongono al potere proletario, all’interno e all’esterno del paese in cui la rivoluzione sarà avvenuta, anticipa la celebre sfuriata di Lenin durante il II congresso agli indipen­denti, timorosi di dover annunziare ai proletari tedeschi che la rivoluzione comporterà i più gravi sacrifici, la fame e il combattimento per la vita o per la morte. Ai comunisti è qui additato il dovere di «dire francamente e onestamente che il periodo verso il quale ci dirigiamo è un lungo cam­mino di privazioni e di sofferenze, di battaglie e di sacrifici»: la forza del partito rivoluzionario è nel non aver nulla da nascondere né ai propri seguaci, né alle masse operaie strette intorno alla sua bandiera e chiamate a un durissimo compito, e neppure ai propri avversari. Agli eroici proletari russi in piena guerra civile, Lenin oserà dire, avendo davanti agli occhi le esigenze della rivoluzione internazionale: «Molto si chiede a chi molto ha dato!».

(1) Cfr. pagg. 170, 173, 180.

(2) Al solito, Serrati infiorava il suo articolo di attacchi e pettegolezzi personali nella vecchia tradizione del suo «scampolismo». Nel nostro caso, egli credeva di trovare una conferma della sua tesi che le idee non erano ancora abbastanza chiare per una «scissura», nelle nostre divergenze coi compagni astensionisti torinesi sulla questione della partecipazione o meno alle elezioni comunali e sul modo corretto di intendere i Consigli (si veda il «Soviet» del 13.II). È certo che i compagni torinesi erravano nel vagheggiare un possibile utilizzo del comune come strumento di propaganda Comunista e - in quanto collegato alla rete dei consigli di fabbrica - fortilizio di lotta proletaria e preparazione alla conquista del potere. Ma queste erano discussioni nell’ambito di un'unica visione del processo rivoluzionario (come quelle che avremo poi coi bolscevichi); nulla v'era in esse di paragonabile all’abisso fra riformismo e bolscevismo - se così vogliamo chiamare il marxismo ristabilito sulle sue vere basi!

 

9.         - SILENZIO: PARLA IL GRUPPO PARLAMENTARE!

 

In attesa di convocare un nuovo Consiglio nazionale, la direzione massimalista si andava baloccando sia con un nuovo progetto, questa volta dovuta a Gennari, di costituzione dei consigli operai, sia con un programma non tanto di partecipazione alle elezioni amministrative (che non sarebbe stato il peggio) quanto di vera e propria amministrazione dei comuni, nonché con difficili esercitazioni cerebrali sui loro rapporti coi futuri soviet. Era però chiaro che, mentre l'avvenirismo massimalista ela­borava i suoi complicati geroglifici, i parlamentari dovevano risolvere il problema dell’azione da condurre nell’aula di Montecitorio; e la chiave alla sua soluzione poteva dargliela soltanto la destra, dominatrice incon­trastata del gruppo e turgida di piani bell’e pronti di riforma.

Secondo le tradizioni della Sinistra, le direttive in materia, precise e vincolanti, dovevano emanare dalla direzione ed essere da questa comu­nicate al gruppo. Invece si continuava a tollerare che il gruppo discutesse per proprio conto, nel caos pauroso di idee e di atteggiamenti che si stabi­liva nel rapporto tra gli abili riformisti e i troppi massimalisti privi di ogni chiara visione e direttiva socialista nella difficile situazione del tempo.

Fu quindi il direttivo del gruppo che invitò la direzione ad assistere ad una riunione comune indetta a Roma per il 27 febbraio, ma durata fino a tutto il 29 e aperta da Costantino Lazzari, l'araldo di una remota «intransigenza» e di fiere rampogne ai deputati ribelli, che ora si fa tramite di due programmi emananti dal gruppo parlamentare, uno assai lungo di Turati e uno assai breve di Bombacci, e, dichiarando che «è bene [!!!] giungere ad una intesa con la direzione», avalla la tesi di due organi centrali con pari diritti e facoltà di concordare o dissentire a piacere.

I due testi sono riprodotti integralmente nell’«Avanti!» del 7 marzo. Nella sua prolissa introduzione, il primo afferma che il gruppo non deve seguire la politica del governo e dei partiti borghesi limitandosi a vuote schermaglie, ma presentare e propugnare esso stesso un vero programma (che in fondo è un programma di governo) «tale da mettere alla prova la capacità di evoluzione dello Stato borghese»: bontà sua, Turati lascia al partito e alla direzione di agitarlo nel paese. La premessa, dopo aver detto che si minaccerà il governo di trasformazioni più radicali «che il proletariato potrà rivoluzionariamente imporre ed attuare in un lontano avvenire», svolge una critica sarcastica alla politica borghese di rimedi empirici allo sfacelo economico accusando il governo di attuare una econo­mia di tipo medievale invece di attenersi a criteri di autentico liberismo, che cita come egregi; condanna però anche la pretesa proletaria di lottare per l'aumento dei salari, sostenendo che questo metodo per risolvere i contrasti economici di classe si auto-distrugge perché conduce alla salita dei prezzi e al disastro dell’economia nazionale; invita quindi le masse produttrici a lavorare per sostenere se stesse e la nazione, anziché limitate caste di profittatori, mezzani e sperperatori!

Allo squarcio oratorio, che potrebb'essere firmato da un «comuni­sta» tipo 1972, segue un elenco di accapi che a loro volta anticipano i programmi contemporanei di «riforme di struttura»:  Liquidazione delle paci di Versailles e Saint-Germain e ritorno alla normalità della convivenza internazionale (oggi, coesistenza pacifica...), libero scambio delle materie prime (Mercato Comune...), remissione dei debiti di guerra, smobilitazione e disarmo internazionale, ricostituzione della finanza ed economia nazionale confiscando gli arricchimenti di guerra e tassando pa­trimoni e successioni, lotta contro le evasioni fiscali, avviamento alla socializzazione produttiva della terra e delle fabbriche... gestione proletaria dell’azienda... (programma che meno dei modernissimi parla di tutela della microproprietà e della microazienda).

Segue una puntualizzazione delle misure economiche. Ne citiamo le più suggestive: Bonifiche igieniche idrauliche e agrarie; abolizione del latifondo per farne vasti demani nazionali (non proprietà parcellare!); affittanze collettive e cooperative di lavoro, severamente controllate sotto pena di esproprio a proprietari e conduttori, per adeguare la produzione agricola ai bisogni del consumo (ricetta discutibile, ma che oggi manca del tutto), consigli di fabbrica per il controllo e la gestione della produ­zione (chiara mano tesa all’ordinovismo), nazionalizzazione delle miniere, risoluzione del problema della casa impedendo che l'aumentato costo delle nuove abitazioni crei maggiori rendite e agevolando l'edilizia popo­lare (nulla di nuovo, e oggi 1972 nulla di vecchio), assicurazione obbli­gatoria globale, previdenza, ecc. (istituita poi dai fascisti), cultura e debel­lamento dell’analfabetismo (premessa all’attuale infessimento generale).

Il programma Bombacci non dice proprio nulla, ma afferma che il gruppo deve dimostrare col «programma socialista parlamentare» che i problemi e le risoluzioni in senso socialista possono essere prospettati anche in parlamento. Un testo più articolato è infine letto da Gennari, rappresentante la direzione. Esso comincia con lo scusarsi: la direzione non vuole affatto sostituirsi all’attività del gruppo «nell’azione tecnica e nei dettagli dell’opera parlamentare»; si limita a ricordare che l'opera del partito, «oltre ad essere coordinata allo sforzo esterno delle masse per il rigetto del parlamentarismo borghese», deve essere rivolta alla propaganda dei principi comunisti dalla tribuna del parlamento allo scopo di mostrare insieme l'incapacità di governare della borghesia, l'inanità dei programmi democratici e riformisti, e «la capacità nostra di ricostru­zione, appena conquistato il potere». Postosi su questo piano, il segretario non può che gareggiare con Turati nell’elenco dei punti «concreti» da svolgere dalla tribuna di Montecitorio, possibilmente chiedendo di più ma, in sostanza, accettando il terreno di «lotta» della destra. Ne spigoliamo le perle:

Socializzazione della proprietà fondiaria industriale, incominciando da quella più matura, senza farsi deviare dai tentativi di esperimenti piccolo-borghesi (anche queste scialbe formule possono essere migliori delle volgari rivendicazioni dei «comunisti» 1972), provvedimenti seri quanto comunisti (?) per la difesa delle assicurazioni sociali, per la aboli­zione del privilegio dell’istruzione ecc., provvedimenti contingenti ma fortemente intaccanti il diritto di proprietà, atti a lenire i disagi del pro­letariato, specie per il caroviveri, la mancanza di abitazioni ecc. Sulle questioni internazionali vi è un passo generico sulla necessità di strappare i veli delle illusioni democratiche e pacifiste, e qualche accenno all’opera rivoluzionaria che muove dalla Russia. Si chiede ancora al gruppo «di acuire maggiormente il dissenso tra le classi, accrescerne la capacità rivo­luzionaria, provocare e affrettare crisi più profonde, preparando [!!!] la rivoluzione proletaria e la realizzazione del comunismo» - Un rapido com­mento: se allora non riuscivamo a capire come fosse possibile lavorare a questi scopi platonicamente descritti con l'azione e la prassi parlamentare, oggi diciamo che mezzo secolo di esperienza ha risolto il problema nel senso che la «tecnica dell’azione parlamentare» non può che ridursi alla tecnica della castrazione e del sabotaggio della forza rivoluzionaria del proletariato.

Da un primo resoconto dell’«Avanti!» del 29.II e 2-3.III si vede come gli uomini dell’ala destra si esprimano in modo particolarmente audace. Turati dichiara che il comitato direttivo del gruppo ha un punto di vista opposto a quello «critico, negativo, catastrofico» della direzione: crede che le masse lo respingano e chiedano invece la soluzione dei pro­blemi immediati (tale era anche l'opinione del gruppo torinese: concreto vale immediato, e la Sinistra marxista ha sempre condannato concretisti e immediatisti). La rivoluzione, secondo l'oratore, si deve far prima nelle coscienze: ma la coscienza non è mai stata qualcosa né di concreto né di immediato! Infine Turati ammette che la guerra ha aperto al prole­tariato la possibilità di maggiori conquiste e formula il già detto pro­gramma come piattaforma di rivendicazioni più avanzate nel prossimo futuro.

Modigliani è più a sinistra non solo di Turati ma, poniamo, dell’odierno Partito comunista italiano. Secondo lui, il programma turatiano 1920 è collaborazionista mentre quello della direzione è utopistico; co­munque, l'azione dei deputati non può essere che antitetica a quest'ultimo, nel quale v'è aperto contrasto fra le premesse «teoriche» e le misure contingenti in cui le traduce (constatazioni che si possono considerare storicamente giuste). Accennando all’assurdità di preparare a tavolino gli organi della trasformazione socialista, Modigliani sostiene che si può avvicinare il proletariato al socialismo con un certo numero di esperi­menti di socializzazione, o nazionalizzazione, ma si riprende subito per negare che così si faccia opera di governo e ci si avvii alla collaborazione di classe, giacché l'esperimento può essere direttamente compiuto anche dalle masse.

Lazzari difende il programma Gennari e parla di «funzione nega­tiva» nel parlamento, mentre quella svolta fra le masse è «positiva». Stando alla sua formula, in parlamento si va non a fare, bensì a disfare. Treves ripete l'attacco alla politica massimalista osservando che più la realizzazione rivoluzionaria si allontana, più si ricade nella modesta intran­sigenza prebellica; ma polemizza anche con Modigliani, suo compagno di tendenza, dichiarando senza mezzi termini che non occorre il possesso del potere come presupposto all’attuazione del programma; al contrario, è il programma che, sviluppandosi, deve portare al possesso del potere. I massimalisti si difendono assai male da queste dure puntate per bocca del gran confusionario Baratono e del sottile Graziadei. Questi dice che il programma Turati provocherebbe la scissione nel partito e quindi la collaborazione al potere borghese (non era meglio, o intelligente anima di Tonino?) e difende la via del Congresso di Bologna.

Nella sua replica, Turati respinge l'accusa di collaborazione, e con i soliti paradossi dice che al potere già ci siamo, perché non si è al potere solo quando si è al governo; anzi, non si è meno al potere che quando si è al governo. Ribadisce agevolmente le critiche alla contraddittorietà della direzione massimalista che giustamente chiama anarchica da un lato e contingentista da un altro. Interessante è l'intervento di D'Aragona, capo della CGL, che in quest'epoca manifesta simpatie del tutto verbali per Mosca e dice persino che non si potrebbe tenere il potere socialista se non con la dittatura del proletariato; ma... attenti, perché la borghesia non se ne sta con le mani in mano e adotterà contromisure! L'esperto organizzatore sa inoltre che le masse ne hanno abbastanza d'essere sfrut­tate ed esclama: «Bisogna far qualcosa subito per soddisfare queste esigenze e necessità»: dunque, dittatura proletaria a parte, pensiamo al concreto!

Dopo un battibecco sulla competenza al voto, si presentano due ordini del giorno, uno di Vella a favore del programma della direzione e uno di Treves in appoggio al programma Turati. Votano per Vella 7 compo­nenti il comitato direttivo; per Treves 2, lui stesso e Turati. I membri della direzione, invece di contestare il diritto al voto dei dirigenti il gruppo parlamentare, e imporre essi il programma della direzione, non votano affatto e ingoiano il sesquipedale rospo.

Poco tolgono al significato di questa deforme tenzone - sulla quale ci siamo soffermati per mostrare sia l'enorme confusione regnante nelle idee, sia la sostanziale confluenza del centro massimalista nella destra, e di tutte e due nell’odierna corsa alle riforme di struttura - le critiche mosse alle tesi più destre dall’«Avanti!» dei giorni successivi: un pro­gramma in realtà vale l'altro, e quello riformista, semmai, ha il pregio di non pretendere d'essere... rivoluzionario!

Non essendo uscito a causa del lungo sciopero dei tipografi parte­nopei (29 febbraio - 20 marzo) «Il Soviet» poté commentare la «storica» seduta e altre divagazioni dell’elettoralismo massimalista solo nel numero doppio 9-10 del 28 marzo, in particolare con gli articoli Il partito socialista e il programma di azione parlamentare e Realizzare, entrambi intonati ad un concetto che ritornerà più volte nella successiva storia della corrente di sinistra.

Che cosa definisce il massimalismo, come variante dell’opportunismo? La sua smania della «realizzazione», il suo orrore dell’accusa di «nulli­smo». Esso quindi si è dato all’opera, proprio in campo parlamentare, per battete la destra sul piano delle realizzazioni, manco a dirlo, concrete: «realizzare, realizzare, realizzare necesse est, non vivere». È nato così, nuovissimo mostro,

«il massimalismo realizzatore [nome caro anche agli ordinovisti], uscio aperto per lasciar passare qualsiasi merce, anche la più avariata. L'uno realizza coltivando nella serra calda e al riparo dei venti il consiglio di fabbrica, il nuovo organo prole­tario strettamente aderente al meccanismo di produzione, prima cellula della società futura, attuazione rivoluzionaria autenticamente marxista senza la quale si vedrebbe il paradosso di una trasformazione politica non preceduta da una trasformazione economica. Un altro realizza dandosi attorno per costituire i soviet, forma dello stato proletario, ma che, creato in regime borghese, non avrebbe, come il precedente, il valore di una attuazione rivoluzionaria, di una vera realizzazione rivoluzionaria, in quanto l'uno non esclude dalla fabbrica il padrone e l'altro non esclude dal potere politico il borghese. Un altro realizza ipotecando il domani legislativo compilando progetti di legge... futuristi; un altro realizza nelle cooperative; l'altro interessandosi della maestra comunale di Roccacannuccia che non ha percepito lo stipendio e un altro ancora interessandosi dell’olio di Vattelapesca e via seguitando; uno realizza nei consigli comunali, l'altro nel sindacato di mestiere.

«Il massimalismo realizzatore, quando concreta qualche cosa, non è che rifor­mismo, puro e semplice riformismo, cioè adattamento alla contingenza con abbandono della dottrina e a detrimento dell’indirizzo, quando non è empirismo, non potendosi concretare efficacemente ed utilmente se non ciò che oggi occorre, di cui si sente oggi il bisogno e il beneficio.

«Di realtà rivoluzionaria, oggi, non vi è che la profonda crisi in cui è immersa la borghesia, incapace a ristabilire la produzione e metterla in rapporto ai bisogni che premono da ogni parte, incapace per la sua azione di sfruttamento e di dominio a distribuire in modo egualitario lo scarso prodotto di cui oggi, e chissà per quanto, il mondo può disporre.

«Di realtà rivoluzionaria, non vi è che l'enorme disagio della classe lavoratrice, sempre più acuto e tormentoso, ed insieme ad esso una sempre crescente coscienza in una parte sempre più grande di essa che questa formidabile crisi mondiale solo la classe lavoratrice potrà risolverla, e non potrà risolverla se non assumendo essa dovunque la gestione sociale.

«L'unica opera, l'unica realizzazione veramente rivoluzionaria in questa ora è di negazione, che valga a contribuire alla disgregazione della società borghese e ad allenare la forza e la coscienza proletaria all’abbattimento di quella.

«È artificioso sostenere che si debba concretare prima, per preparare organi ed uomini alla gestione del domani».

Il concretismo, il «realizzazionismo», continua l'articolo, non è in fondo che una versione della dottrina tipicamente borghese e, per il proletariato, controrivoluzionaria dell’evoluzione (giriamo il brano agli storici che presentano la Sinistra italiana come un'appendice dello stesso massimalismo e, per suo tramite, dell’evoluzionismo da cui il pensiero della II Internazionale decadente era dominato). Che fare, dunque?

«[...] I compagni russi ci siano di esempio e di modello. Essi debbono alla loro precedente costante annosa opera di negazione - il cui carattere era ancor meglio garantito dal fatto che i dirigenti erano esuli all’estero - la loro meravigliosa virtù creatrice che ovunque e in ogni campo si afferma vittoriosa e rigeneratrice.

«L'ora della realizzazione rivoluzionaria non è ancora giunta per noi; non ci fac­ciamo prendere dall’illusione, non è in nostro potere di anticipare la storia».

Ancora una volta, il problema centrale, l'unico - diciamolo polemi­camente – concreto, è indicato nella costruzione del partito, che ha insie­me un compito di negazione della società presente e di preparazione della società futura non nella vana ricerca di capacità tecniche o amministrative superiori, e della costruzione di organismi operanti in funzione di tali capacità entro il regime capitalistico, ma nella salda preparazione teorica e pratica, programmatica e organizzativa, dei militanti rivoluzionari. Non spetta al partito - e, se lo facesse, si porrebbe automaticamente sul piano inclinato del riformismo - opporre alla classe dominante la propria «superiore» capacità realizzatrice: i piani della conservazione capitalistica e della eversione rivoluzionaria proletaria non si intersecano, la soluzione della crisi aperta dalla guerra mondiale non va cercata né in un «confronto» fra due modelli, come si direbbe oggi, di funzionamento ottimale del meccanismo economico, né in una lotta di concorrenza fra chi offre sul mercato la ricetta migliore per raggiungere lo scopo:

«Costruisca pure la borghesia a suo modo; se è capace o non è affare suo; se non è capace farà male, e tanto peggio per essa, per i suoi interessi, non per quanto riguarda il proletariato contro cui è diretta la sua azione. Il proletariato non è più capace di ricostruire; soltanto ricostruisce a modo suo, nel proprio interesse e quindi in antitesi con essa. Ponendosi a discutere sulla piattaforma della capacità, si cade non nel riformismo, ma nella collaborazione»

Era così posta da noi la pietra tombale ai programmi di azione parlamentare ed... extraparlamentare sia della destra che del centro, in nulla diversi se non nell’arte più o meno raffinata di gabbare i proletari illudendoli di emanciparsi attraverso una lenta opera di riforma, di gra­duale conquista di punti di vantaggio nel quadro della società borghese, di minimalistico rosicchiamento di quelle che oggi si chiamano, nel voca­bolario dell’ultrariformismo, «posizioni di potere».

Questa pietra, è forse inutile dirlo, «Il Soviet» non aveva aspettato, per metterla, che il direttivo del gruppo parlamentare socialista si riunisse nelle scandalose - al metro di allora - sedute poco sopra illustrate. Fra i molti articoli dedicati a questo tema, ne scegliamo, riproducendolo integralmente in appendice (1), quello intitolato Una soluzione che non esiste, del febbraio. Anticipando argomentazioni che saranno svolte dalla sinistra nel II e in successivi congressi dell’Internazionale, vi si dimostra alla luce dei fatti che in parlamento «o si fa del riformismo o non si fa nulla» e che d'altra parte non regge l'argomento-scappatoia secondo il quale la tribuna di Montecitorio potrebb'essere un utile strumento per la proposta di soluzioni di cui si sa in anticipo che sono incompatibili con la sopravvivenza del regime borghese, quasi per mettere l'avversario alle corde mostrandone la... cattiva volontà o la mala fede: peggio poi se si pretende, come ancor oggi da parte di certa falsa sinistra, di antici­pare sotto forma di progetti di legge quelle che saranno le più importanti e radicali misure della dittatura proletaria.

Solo per inciso (e con una punta di malignità) osserviamo che fin d'allora uno dei pezzi forti dell’azione parlamentare massimalista era il... divorzio. Passano gli anni, l'opportunismo non invecchia, e il divorzio stenta ancora ad assicurarsi il diritto di cittadinanza nella «repubblica nata dalla resistenza» con la benedizione congiunta di laici e di preti!

 

Cfr. pag. 178.

 

10. – AL BIVIO

 

Di fronte ai segni sempre più visibili di disorientamento in campo serratiano, Turati aveva ben diritto di parlare di «dégringolade» della maggioranza a pochi mesi dal «trionfo» di Bologna, e sentirsi libero di rilasciare al «Manchester Guardian» la scandalosa intervista che Lenin, ne l'Estremismo (appendice III), ricorda con sdegno a conferma della giustezza delle nostre critiche alla direzione del PSI. Nel corso del mese di marzo le lotte operaie assumeranno, come si e gia visto, una particolare asprezza; parallelamente, il 7, nascerà con propositi assai fermi e bellicosi la Confederazione dell’Industria: il massimalismo, che non - trovava il tempo di dedicare un po’ di attenzione alla tempesta incom­bente, ne ebbe in abbondanza per discutere i piani di azione parlamentare di un Ciccotti, e sbizzarrirsi in geniali varianti come quella - autentica! - del gruppo che propone, sotto forma di disegni di legge, i provvedi­menti da realizzare... a rivoluzione avvenuta. Esso comincia a guardare con scetticismo perfino il «progetto per la costituzione dei consigli operai» che, demandato alle cure della nuova direzione, dovrebbe costi­tuire il pezzo forte dell’ormai prossimo Consiglio nazionale. Sull’«Avanti!» del 14 marzo, Serrati si chiede se l'iniziativa non sia frutto di improvvisazione e non convenga ripensarci; purtroppo, aggiunge malinconicamente, «guai ad avvertire che si tratta di una cosa seria che merita tutta la più grande ponderazione e il più grande studio: chi parla di ponderazione e di studio non può essere, oggi, che un vile riformista; il più grande rivoluzionario è colui che promette alla massa di poter toccare il cielo col dito, non appena si levi sulla punta dei piedi»! L'uomo che due mesi prima aveva parlato di costituire i soviet «senza incer­tezze», va soccombendo allo stato d'animo di amaro disinganno che sarà la nota dominante dei suoi discorsi al Consiglio nazionale di aprile. L'8 di quel mese, eccolo scrivere: «Esiste un lato debole della nostra attività: noi manchiamo dell’elemento forza. Lo stato borghese è armato e noi no» (1), solo per trarne la conclusione: Arretriamo sulle posizioni dei riformisti, teniamoci tutti ben stretti!, e tuonare perfino contro le blande richieste di «purificazione» del partito dalla destra estrema sollevate dal pur elezionista Francesco Misiano sulla colonne del «Soviet» e da pochi altri seguaci della sua maggioranza altrove.

Per la Frazione comunista astensionista, il problema della scissione non solo dai riformisti dichiarati, ma dai troppi riformisti occulti dominanti in un partito che tuttavia ufficialmente faceva parte della III Interna­zionale, si poneva appunto perciò con una urgenza che i fatti stessi della vita sociale italiana mettevano in cruda luce, anche se agli occhi di Mosca e dei suoi delegati in Occidente stentava a rendersi chiara.

L'articolo intitolato La crisi del partito, che pubblichiamo in appen­dice (2), mette in evidenza come il vero punto di dissenso fra noi e l'Internazionale (dissenso non di principio!) fosse la nostra rivendicazione della necessità non già di «rinnovare il partito» ma di scinderlo, nella ferma convinzione che il legame tra riformisti e massimalisti, cementato dal morbo comune dell’elettoralismo, non si sarebbe mai più spezzato; né, allo stato dei fatti, era desiderabile che artificiosamente si spezzasse. Per bocca del suo delegato «Niccolini», l'Internazionale pretendeva dal vecchio PSI un'azione e una condotta comuniste che, eliminando auto­maticamente la destra, permettessero di concentrare tutte le forze rivolu­zionarie rimaste «prigioniere» dell’organizzazione tradizionale: per noi il problema doveva essere capovolto, giacché senza una rigorosa centra­lizzazione sulla base del programma - lo stesso per noi e per i bolscevichi - nessuna azione e nessuna condotta degne di chiamarsi comuniste sarebbero state possibili. E, sotto questo aspetto, ai fini di una selezione altrimenti irrealizzabile e comunque insoddisfacente, il rifiuto del mezzo elettorale e parlamentare si presentava come uno dei più dotati di effi­cacia; di una efficacia, anzi, per antica esperienza, immancabile. L'equivoco internazionale del massimalismo paralizzava noi sul piano organizzativo e, combinato con l'elettoralismo, disorientava le masse privandole di una bussola sicura: bisognava farlo saltare!

Proprio nei giorni in cui iniziava a Torino il cruciale «sciopero delle lancette» (e diciamo cruciale perché doveva concludersi in una nuova sconfitta gravida di conseguenze non facili da superare) (3), il Comitato centrale della Frazione pubblicava sul «Soviet» (28 marzo) la seguente mozione, redatta in vista del Consiglio nazionale del PSI e della Conferenza nazionale della Frazione ad esso successiva:

 

Sull’indirizzo del Partito

«Il C.C. della Frazione Comunista del PSI, esaminata l'attuale situazione del Partito:

«ritiene che esso attraversi una crisi di incertezza e disorientamento, di cui i più chiari indizi si scorgono nel modo caotico col quale si svolge la discussione dei più importanti problemi del momento, quali l'azione parlamentare, le elezioni amministrative, la costituzione dei Consigli di fabbrica e dei Soviet, l'azione sindacale del proletariato;

«pensa che la base per affrontare e risolvere queste gravi questioni e tutte quelle altre che rifiettono la politica di classe del proletariato italiano sia la costitu­zione di un partito comunista fondato sulla più grande coscienza, chiarezza ed omogeneità di dottrine e di metodi;

«ritiene che il partito così come oggi è costituito non risponda a tali requisiti per la presenza in esso di una corrente dichiaratamente avversa al programma comunista, e per il fatto che la maggioranza pur avendo accettato tale programma non ha inteso come esso importasse la necessità di selezionare il partito nei suoi uomini e nei suoi metodi con l'abbandono definitivo di tutte le forme d'attività social­democratica e minimalista;

«riafferma il proprio concetto secondo cui un tale risultato può essere raggiunto solo rinunziando al metodo della partecipazione elettorale, che ha costituito nelle elezioni politiche e minaccia di costituire nelle elezioni amministrative il terreno di collaborazione tra comunisti e riformisti, e di compromesso attraverso il quale l'etichetta di un massimalismo apparente dissimula la sopravvivenza dei vecchi metodi minimalisti;

«si augura che la consapevolezza del grave danno che queste deviazioni costi­tuiscono, e l'intendimento di eliminare senz'altro dal partito i riformisti ed il rifor­mismo in tutte le sue manifestazioni palesi e nascoste, si manifestino efficacemente nelle imminenti convocazioni della Direzione del partito e del Consiglio nazionale;

«dichiara che ove la soluzione di tali urgenti problemi venisse ancora procra­stinata e si andasse verso le elezioni amministrative con lo stesso equivoco atteggia­mento tenuto per le elezioni politiche, gli astensionisti contrasteranno con tutte le loro forze una tale azione che - indipendentemente dalla questione generale della partecipazione dei comunisti alle lotte elettorali - costituirebbe una viola­zione aperta dei principi del comunismo e delle direttive della III Internazionale;

«e riserva alla prossima Conferenza della Frazione di avvisare ai mezzi più adatti per risolvere in modo energico una situazione esiziale per le sorti della rivoluzione proletaria in Italia".

 

Era il preannuncio dell’ahinoi troppo tardo Livorno!

Due settimane dopo, ne «Il Soviet» dell’11 aprile, apparvero le Tesi sulla costituzione dei consigli operai proposte dal CC della Frazione comunista astensionista del PSI, anch'esse redatte in vista del prossimo Consiglio nazionale. Le riproduciamo in appendice (4) insieme a quelle, scritte da Zinoviev per l'Esecutivo della III Internazionale, sulle Condi­zioni di costituzione dei consigli operai (soviet), che sono quasi contem­poranee, e la cui perfetta collimanza con le nostre balza ancor più agli occhi se la lettura dei due testi viene integrata da quella delle tesi sul Ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria, anch' esse ri­prodotte in questo volume (5).

In entrambe le tesi, nostre e dell’Internazionale, si afferma che i soviet sono «gli organi di stato», gli organi politici della «dittatura del proletariato»; come tali, inconciliabili con gli organi del potere borghese e caratterizzati dall’esclusione di ogni rappresentanza della classe vinta. Per entrambe, sono necessarie premesse della loro costituzione l'apertura di una fase di profonda crisi rivoluzionaria e la coscienza storica e la tendenza diffusa in larghi strati operai all’assunzione del potere: è quindi esclusa una loro creazione a tavolino in mancanza del movimento reale della guerra fra le classi, ed è condannato in blocco il falso «sovietismo» di indipendenti tedeschi e massimalisti e ordinovisti italiani farneticanti di costituirli statutariamente prima di aver risolto il problema cruciale della guida della lotta rivoluzionaria di classe ad opera del partito, e come con­quista da realizzare gradualmente nell’ambito della società borghese.

Le tesi della nostra Frazione insistono sulla funzione primaria del partito comunista come faranno in modo specifico le tesi dell’Internazio­nale sul ruolo del partito e come è già implicito nei dodici accapi delle tesi di Zinoviev, là dove si nega ai consigli un carattere di per sé rivolu­zionario: non è dunque la costituzione dei soviet, ma il programma e l'azione dei bolscevichi sulla sua traccia, quello che caratterizza la rivolu­zione di Ottobre: in mancanza di che, i consigli si riducono a strumenti non di eversione ma di conservazione del regime capitalistico.

Le nostre tesi mettono in netta evidenza il ruolo centralizzatore che i soviet svolgeranno in quanto organi politici della dittatura proletaria eser­citata dal partito, agendo in funzione degli interessi generali e finali della classe e subordinando ad essi quelli di gruppi locali o di mestiere (con­sigli di fabbrica, sindacati); anche su questo punto, in diretta antitesi ad ogni operaismo, aziendismo e sindacalismo, tornerà con lapidario vigore, pochi mesi dopo, il II congresso dell’Internazionale.

Infine, i dieci accapi delle tesi ribadiscono il compito dei comunisti di lavorare all’interno di ogni forma di associazionismo operaio, quindi anche e soprattutto nei soviet (allorché il movimento reale delle lotte di classe li susciti) per conquistarne la direzione - unica garanzia, per noi come per i bolscevichi, che essi serviranno alle finalità rivoluzionarie del proletariato invece di cader preda della controrivoluzione, come in Ger­mania e in Austria.

Collocandole a chiusura di questo capitolo, siamo già entrati nel vivo della questione dell’«Ordine Nuovo», esponente di una interpreta­zione doppiamente antimarxista della natura e della funzione dei Con­sigli, 1) perché li confonde con organi economici, per giunta non solo locali ma aziendali, 2) perché crede di riconoscere in essi - in quanto intrinsecamente rivoluzionari - quella chiave al comunismo che, da solo, nessun organo intermedio ed immediato potrà mai fornire.

Prima di arrivarci, tuttavia, ci sia consentito di riprodurre una breve nota del «Soviet» del 28 marzo:

 

«Adempiamo a un dovere salutando le generose masse operaie di questa nostra città, che scrivono in questi giorni pagine indimenticabili, salutando le vittime del piombo borghese e l'operaio milanese Candiano caduto nella difesa dell’officina Miani e Silvestri. Siamo anche fieri di poter affermare, contro uno sciocco pregiu­dizio ancora diffuso tra i compagni italiani, che ancora ricordano le gesta di uno pseudo-socialismo partenopeo liquidato per sempre, che nella Napoli proletaria e rivoluzionaria non sono fuori posto questo giornale e il centro del giovine movi­mento astensionista» (6).

 

Lo sciocco pregiudizio continua ad avere corso tra «compagni» e storiografi più o meno d'ufficio; ha corso, anzi, più che mai, come vuole la logica di coloro che hanno spezzato l'unità mondiale della classe e della sua storica battaglia in migliaia di compartimenti nazionali, regionali, locali...

 

(1)       Treves, a sua volta, dirà a Nitti in parlamento che «il tragico» della crisi «è proprio in questo, che voi non potete più imporci il vostro ordine e noi non possiamo ancora imporvi il nostro».

(2) Cfr. pag. 182.

(3)       Cfr. il cap. VII.

(4) Cfr. pagg. 184-187.

(5) Cfr. il cap. IX.

(6) Si noti, a riprova del nostro... «astrattismo» e «passivismo», che fummo noi, contro la passività degli organi ufficiali, a prendere, scavalcandoli, l'iniziativa di proclamare lo sciopero generale di solidarietà e di protesta e ad emanare le direttive che essi esitavano ad impartire agli operai di tutte le categorie.

         

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