Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

Corrispondenza

Per la corrispondenza scrivere a:
Istituto Programma ComunistaCasella postale 272 - Poste Cordusio 20101, Milano.
Per brevi comunicazioni o per inviarci i vostri ordini (testi, giornali, articoli etc.) potete anche utilizzare il seguente indirizzo di posta elettronica
info@internationalcommunistparty.org
Contatti
Mercoledì, 25 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Storia della Sinistra Comunista (Vol II, Cap VI)

 

VI

 

GRAMSCI, «L'ORDINE NUOVO» E «IL SOVIET»

 

La «storiografia» dell’opportunismo ha avvolto in un tale velario mitologico il cosiddetto movimento dell’«Ordine Nuovo», che per dargli una giusta collocazione e capirne gli sviluppi si è preliminarmente costretti a ricostruire, a costo d'essere prolissi, le tappe dell’iter intellettuale del suo leader indiscusso, Antonio Gramsci. Si tratta, per l'ordinovismo del 1919-20 come per il posteriore gramscismo, di un pro­cesso dotato di una salda continuità ideologica - esempio paradigma­tico di invarianza dell’opportunismo -, che da un lato si apparenta per molti aspetti ad una ricca flora di correnti a-marxiste ed extra-marxiste europee e americane, dall’altro anticipa - e non a caso - l'estrema aberrazione del togliattiano «partito nuovo»; e che appunto perciò, non per il gusto pettegolo della «demolizione», dev'essere esaminato nelle sue ascendenze e discendenze.

 

 

1. - CAPISALDI «FILOSOFICI»

 

Come ideologo Gramsci si iscrive nel quadro di quel vasto mo­vimento di reazione al materialismo, in sede di teoria della conoscenza come in sede storico-ideologica, che va sotto il nome - a seconda degli anni e delle aree cosiddette «culturali» - di neo-kantismo, empiriocri­ticismo, «filosofia della vita», pragmatismo, neoidealismo ecc. I carat­teri essenziali comuni a queste dottrine (che si ripercuotono direttamen­te in sede di economia politica, o trovano comunque paralleli nelle con­cezioni soggettivistiche della «scuola austriaca», di V. Pareto, ecc.), vanno individuati nel rifiuto di ogni posizione monistica e determini­stica, quindi di ogni «oggettivismo» (sia pure quello dell’ «idealismo oggettivo», onde il ripudio o il calcolato travisamento dell’hegelismo) e nella più o meno esplicita resurrezione dello spiritualismo tendenzial­mente individualistico ed agnostico di cui il solipsismo è lo sviluppo «conseguente».

In breve, si cerca di negare la possibilità stessa di una conoscen­za obiettiva, ossia di una scienza, di una previsione dialettica degli accadimenti, basata sulle leggi, ossia sulle obiettive concatenazioni ne­cessitanti dei processi materiali: di quest'ultime, quando non si nega senz'altro l'esistenza, non si ammette possibile la decifrazione. Si co­mincia, diceva Lenin nel Che fare?, col «negare la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provarne, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, la necessità ed inevitabilità»: alla scienza si sostituirà dunque con Sorel il «mito», con Jaures la «volontà di credere», con i neokantiani l'«imperativo categorico» corrispondente alla metafisica dei Diritti e dei Doveri dell’ideologismo borghese: il materiale intervento dell’uomo sul mondo esterno, condi­zionato dall’ambiente naturale e produttivo, sfuma in un monologo della Volontà individuale, che arriva, nelle forme più conseguenti - cioè in quelle che non temono di rivelarsi, quali sono, solipsistiche -, a dover­si artificiosamente «porre» innanzi un fittizio «altro» per avere un oggetto su cui esplicarsi e a cui tendere. La dialettica, che potente­mente il vecchio idealismo oggettivo-assoluto di Hegel poneva nel moto stesso dell’Idea, di cui il pensamento individuale e contingente non è se non una posteriore e particolare determinazione, e quindi come sus­sistente obiettivamente al di fuori dell’Io singolo e della stessa attività «spirituale» collettiva di una data epoca, viene, nel migliore dei casi, riferita al puro giuoco interno dello «spirito» personale, indipenden­te da qualsiasi determinante preliminare ed esteriore, e anzitutto estra­nea ad un mondo fisico, retto da leggi «quotidianamente» operanti, la cui esistenza è in definitiva considerata come puro «controtermine» dell’esperienza individuale: un «controtermine» di cui non si può te­ner considerazione, o aver cognizione, se non per fini «convenzionali» di bruta e immediata «utilità» economica.

Come sottolineava Engels nella prefazione all’edizione inglese de L'evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, del 20 aprile 1892, di fronte al concrescere dilacerante delle proprie contraddizioni, la bor­ghesia ripudia quegli strumenti conoscitivi con cui aveva scoperto le contraddizioni intrinseche del vecchio regime, diagnosticandone la mor­te: non si tratta soltanto di una politica dello struzzo, ma del tenta­tivo di negare, e svalutare di fronte alla classe direttamente interessata, le conclusioni della nuova scienza della rivoluzione proletaria. L'espe­rienza viene così sostituita alla materia, e non minori alterazioni su­bisce la dialettica, «algebra della rivoluzione» secondo l'espressione di Herzen, già da Hegel frustrata nelle sue conclusioni da un'ultima sintesi metafisica (lo Stato superatore delle contraddizioni della società civile) che consacra l'insuperabilità del mondo capitalistico: essa viene sostituita dalla «innocua evoluzione», come in quello che Marx chia­mava il «merdoso positivismo» di Comte e Spencer, o svilita, come in Proudhon e nel revisionismo da Bernstein in poi, alla bottegaia «par­tita doppia» dei «lati buoni» e «cattivi» degli eventi, o mortificata e castrata come nel neoidealismo crociano (Croce rivendicò di aver pre­corso il revisionismo bernsteiniano in scritti ben controbattuti dall’al­lora fiero polemista ortodosso Plechanov), che, in opposizione ad Hegel, nega la dialettica della natura e ripudia il suo svolgersi tra i con­trari, od opposti, per postulare una pacifica e asettica dialettica dei «distinti».

E a Croce - e con lui al neoidealismo italiano in genere, fin dalle origini imbevuto di soggettivismo e incline a un'interpretazione banalizzante della dialettica, prossima a quella della «destra hegeliana», si rifà Gramsci, fino a sostenere che appunto di questo idealismo particolarmente retrivo il marxismo, o piuttosto - come non inesat­tamente egli definisce questa sua «interpretazione» e «rifondazione» - la filosofia della prassi, sarebbe sostanzialmente una variante.

Contro le falsificazioni insieme positivistiche e neokantiane delle varie correnti revisionistiche della II Internazionale, Lenin, in sede di teoria della conoscenza (cfr. Materialismo ed empiriocriticismo e Qua­derni filosofici), aveva riproposto le basi stesse del materialismo stori­co-dialettico di Marx ed Engels, non temendo, per quanto riguarda la dialettica, di riprendere con grande vigore l'enucleazione del «nocciolo razionale» del metodo hegeliano. Il fatto stesso che per Gramsci il nu­cleo razionale (ma in realtà per lui si tratta di molto di più) vada ricer­cato nel neoidealismo, più che denotare una ristrettezza «provinciale» di «esperienze intellettuali», rivela bene il fatto che egli non ha mai condiviso il giudizio marxista della fine della filosofia con il sistema hegeliano: fine cioè della ragion d'essere di una filosofia come tale (superscienza) o come scienza particolare, di fronte all’urgere della ne­cessità della rivoluzionaria scienza unica della natura e della storia, ri­sultante dal complesso di tutte le cognizioni scientifico-sperimentali e della logica formale e dialettica, ossia della nuova «concezione del mondo» unitariamente materialistica ed integralmente scientifica.

Le critiche di Gramsci al concetto stesso di «scienza» ed «ogget­tività», nonché a quello di «materialismo» - cui vorrebbe sostituire uno storicismo assoluto misto di crocianesimo e di relativismo pragma­tistico - non sono che le tradizionali obiezioni mosse ad una conce­zione realistica ed oggettivistica, e a maggior ragione materialistica, dall’idealismo soggettivo: gli argomenti, direbbe con pieno diritto Lenin, del vescovo Berkeley. Dette critiche sono nei Quaderni dal carcere pienamente svolte, ma nell’ «Ordine Nuovo» e negli scritti che lo anticipano presupposte. Ed è essenziale riconoscere l'inscindibilità di questa impostazione ideologica dall’elaborazione dei concetti-guida del gramscismo, che in un certo senso si possono tutti riassumere nella nozione di blocco storico (ad essa infatti si riduce la stessa egemonia, cui Gramsci, non a caso, né per vezzo terminologico, né per condi­zionamenti esteriori, riduce la dittatura di classe e di partito): concet­to squisitamente gradualistico ed idealistico, in cui il volontarismo si sposa all’educazionismo (e culturismo) in una sintesi indicativa delle molteplici suggestioni provenienti dai circoli del revisionismo interna­zionale. Le determinanti materiali della crisi capitalistica, del formarsi delle condizioni rivoluzionarie, tra cui la stessa «pervietà» del prole­tariato alla propaganda ed organizzazione di un partito che è tale in quanto subordinato, nella strategia, nella tattica, nel modo di funzio­namento organizzativo, ad un programma invariante in quanto alimen­tato dalla rivelazione materiale degli intrinseci e basilari conflitti che minano e dirompono il modo di produzione vigente - tutto ciò viene sostituito da un’illuminazione spirituale che dilaga in realizzazioni im­mediate e prefigura, come il tessuto di codeste conquiste locali, la so­cietà nuova nel grembo della vecchia. La «scuola», se così voglia­mo dire, dell’ «Ordine Nuovo», ebbe ancora una sua caratteristica, su cui convennero e convengono amici e nemici: il localismo torinese. La formula di organizzazione operaia che essa presentava come nuova, il Consiglio di fabbrica, si sarebbe imposta a Torino, e solo in forza di quella «esperienza», affrontata con ardore quasi da neofiti, avrebbe guadagnato l'Italia e il mondo. Era in fondo una variante dell’insidio­sa teoria del «modello», che subito ci minacciò allora e che avrà lunghi e amarissimi sviluppi, deprecati invano. Come abbiamo comin­ciato in Russia, faremo in Europa; come abbiamo cominciato a Torino, faremo in Italia; così partisti, per fare tanta strada e tanta rovina, ri­cetta velenosa dell’emulazione competitiva!

 

 

2. - FALSO SINISTRISMO GRADUALISTA

 

In piena corrispondenza con i classici del comunismo critico (po­lemiche contro Proudhon, Bakunin, Lassalle, critiche dei Programmi di Gotha e di Erfurt, ecc.) e con i grandi restauratori del marxismo stes­so (Che fare?, Controcorrente, Stato e Rivoluzione, Il rinnegato Kautsky, Terrorismo e comunismo...) la nostra riproposizione delle tesi program­matiche rivoluzionarie ha sempre indicato nell’immediatismo l'aspetto precipuo e distintivo dell’opportunismo, la cui impazienza culmina nel presupposto della graduale trasformazione della società ed inversione dei rapporti di potere, o addirittura conquista del potere stesso, mediante il progressivo concrescere di una nuova forma economica cosiddetta «proletaria» in seno alla società borghese - banale contraffazione del concetto marxista secondo il quale la società borghese porta entro di sé la propria negazione e i fattori del proprio superamento, le condizioni materiali del socialismo stesso (carattere sociale della produzione in contrapposto al carattere individuale dell’appropriazione), condizioni il cui espletamento esige la rottura del sistema mercantile, dunque la chirurgia ostetrica della rivoluzione.

La concezione revisionistica invoca un'analogia profondamente ar­bitraria fra la «condizione della borghesia in seno alla società feuda­le, ove indubbiamente la borghesia godeva di progressivo potere econo­mico con gli ovvi riflessi ideologico-culturali, e la «condizione» del pro­letariato entro la società borghese (esso è per definizione senza riserve, nullatenente, diseredato). E' una concezione che nega in blocco tutta l'analisi scientifica del Capitale, tutto il programma marxista della co­stituzione del proletariato in classe (mediante la sua costituzione in partito) e della sua emancipazione, che non può intendersi come rot­tura, abrogazione di vincoli giuridici corrispondenti ad una superata real­tà di dominio, anche perché nessun principio legale sanziona la neces­sità per il proletario di vendere la forza lavoro, unica merce di cui di­spone e che possiede il peculiare carattere di generare plusvalore. Ciò è stato posto in luminosa evidenza da Rosa Luxemburg in Riforma so­ciale o rivoluzione? (parte II, cap.: La conquista del potere politico):

 

«Bernstein, che stigmatizza la teoria della presa del potere politico come teoria della violenza di Blanqui, è incorso in un grosso guaio: ha preso per un mero errore blanquista ciò che per centinaia di anni fu l'asse e la forza motrice della storia umana. Da quando esiste la società divisa in classi e la lotta di classe costituisce l'essenziale contenuto della sua storia, la conquista del potere politico fu sempre lo scopo di tutte le classi ascendenti, il punto di partenza e di arrivo di ogni fase storica... L'uno o l'altro regime statale legalmente costituito non è se non il prodotto della rivoluzione. Mentre la rivoluzione è un atto politico creativo nella storia delle classi, la legislazione è il sostegno dell’esistenza politica della società. L'attività riformistica legislativa non ha una propria forza motrice indipen­dente dalla rivoluzione; ad ogni epoca storica, continua il suo movimento nella stessa direzione, finché agisce l'impulso ricevuto con l'ultimo sovvertimento, o, più concretamente, nel quadro della forma sociale determinata da tale sovvertimento: questo è il fondo della questione. Rappresentarsi le riforme legislative come una rivoluzione di lunga durata e la rivoluzione come una riforma condensata è erroneo ed antistorico. Il sovvertimento sociale e la riforma legislativa differiscono non per durata ma per natura. Tutto il segreto dei sovvertimenti storici compiuti me­diante il potere politico consiste appunto nel trasformare dei puri mutamenti di quantità in una nuova qualità, nel passare da un periodo storico, da un regime sociale, ad un altro. Così, chi si pronuncia per la via legale delle riforme invece della conquista del potere politico e della rivoluzione sociale, sceglie di fatto non una via più calma, sicura e lenta verso lo stesso obiettivo, ma un obiettivo affatto diverso: invece della realizzazione di un nuovo regime sociale, insignificanti modifi­che dell’antico regime. Le concezioni politiche del revisionismo si riconducono alle stesse conclusioni della sua teoria economica: esso non vuole l'instaurazione del regime socialista, ma solo la trasformazione del regime capitalista; non mira ad annientare il sistema del salariato, ma solo a realizzare uno sfruttamento più o meno grande: insomma è inteso a rimuovere le escrescenze del capitalismo e non il capi­talismo stesso... »

 

Nella prospettiva dottrinale opportunista scultoreamente delineata da Rosa, si ritrovano Louis Blanc e Lassalle; Proudhon fa scuola sia a Bakunin che a Bernstein, sia a Sorel che a Jaurès. Circa il sindacali­smo di stampo soreliano, si legge nel I vol. di questa Storia (pag. 37):

 

«Questo non era se non un nuovo tipo di gradualismo dalle pose rivoluzionarie, che con i suoi decisi avversari del tempo [riformisti] aveva in comune di rendere graduale anche quella sola cosa che graduale non può essere, ossia il salto violento nel maneggio dello Stato, arma che l'umanità, per buttarla via, deve aver impugnata in direzione rovesciata. Lo stesso errore sta alle basi del gramscismo, che vede una serie pragmatica nel controllo dei consigli operai di azienda, nella loro gestione, e in un loro progressivo sostituirsi allo Stato capitalistico, concezione che ha fatto ricadere i suoi epigoni nello stesso errore comune ai due contendenti del 1906, e infine in forme indegnamente inferiori a quelle della destra di allora».

 

E in Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della clas­se operaia (1):

 

«Non meno volontaristica [di quella riformista], anche per la dichiarata adesione a più recenti filosofie borghesi, era la scuola sindacalista, che parlava bensì di aperto conflitto di classe e di svuotamento ed abolizione di quel meccanismo statale borghese, che i riformisti volevano permeate di socialismo, ma in realtà, localizzando la lotta e la trasformazione sociale a singole aziende della produzione, pensava parimenti che i proletari potessero successivamente stabilire con la lotta sindacale tante posizioni vittoriose in isolotti del mondo capitalistico. Una deriva­zione del concetto sindacalistico, in cui l'unità internazionale e storica del movimento di classe e della trasformazione sociale è frammentata in tante successive prese di posizione negli elementi dell’economia produttiva, in nome di una impostazione concreta ed analitica dell’azione, si ebbe nella teoria dei consigli di fabbrica propria del movimento italiano dell’Ordine Nuovo».

 

Dati questi presupposti basilari, ed indipendentemente dal fatto che alcuni esponenti di tali correnti abbiano criticato, anche con veemen­za, questo o quell’aspetto fenomenico della democrazia rappresentativa (non mai certo il principio democratico! ), si intende come un simile orientamento, nelle sue multiformi espressioni, proceda a un vero e proprio ricalco di posizioni demopopolari: e il blocco storico non ne è la minore delle conseguenze. Privato concettualmente il proletariato della sua esistenza di classe in sé e per sé, nella accezione della fun­zione e missione storica, l'operaismo cade inevitabilmente nell’interclas­sismo della democrazia «nuova», «vera», «diretta», «pura», ecc. In questo senso, l'evoluzione di Gramsci dall’ordinovismo alla temati­ca nazionalpopolare degli scritti più tardi si svolge con continuità lo­gica, favorita dalla situazione internazionale di pauroso deflusso del movimento proletario e dalla totale involuzione della III Internazionale.

E' ripetutamente affermata in Gramsci - e a giusta ragione - l'ispirazione «soreliana» e «deleonista». Il vero significato della prima è svelato in una delle Cronache dell’ «Ordine Nuovo» (11.X.1919), ove, parlando appunto di Sorel, egli scrive:

 

«Nelle migliori cose sue egli pare riscuotere in sé un poco delle virtù dei suoi due maestri: l'aspra logica di Marx, e la commossa e plebea eloquenza di Proudhon. Ed egli non si è chiuso in nessuna formula, e oggi, conservando quanto vi          era di vitale e di nuovo nella sua dottrina, cioè l'affermata esigenza che il moto proletario si esprima in forme proprie, dia vita a proprie istituzioni, oggi egli può seguire non solo con occhio pieno di intelligenza, ma con animo pieno di com­prensione, il movimento realizzatore iniziato dagli operai e dai contadini russi, e può chiamare ancora 'compagni' i socialisti d'Italia che vogliono seguire quell’esempio.

«Noi sentiamo che Giorgio Sorel è veramente rimasto quello che l'aveva fatto Proudhon, cioè un amico disinteressato del proletariato. Perciò la sua parola non può lasciare indifferenti gli operai torinesi, quegli operai che hanno così ben compreso che le istituzioni proletarie debbono essere create di lunga mano, se non si vuole che la prossima rivoluzione non sia altro che un colossale inganno».

 

Il brano è paradigmatico: non si potrebbe esprimere con mag­gior nettezza la concezione gradualistica dell’ordinovismo, e la sua filia­zione dal mutualismo, dalla combinazione economica che Proudhon fran­camente contrapponeva alla rivoluzione propugnata da Marx, e che Sorel aveva in pieno ripreso, - nonostante tutta l'«estetica» della violenza nella sua dottrina -, non a caso basata sull’assimilazione delle mo­derne organizzazioni immediate proletarie (sindacato) alla corporazione medievale culla dell’ordine nuovo manifatturiero-capitalistico.

Queste stesse concezioni sono d'altronde inseparabili dalla teoriz­zazione di Daniel De Leon e del suo Socialist Labor Party. Quest'ulti­mo ripudiava la rivoluzione armata e lo stesso lavoro illegale (p. es. nell’esercito) nella convinzione che lo sviluppo della struttura economi­ca proletaria prefigurante la società futura entro il regime borghese ne avrebbe ridotto gli istituti a un mero guscio progressivamente svuota­to che, a un certo punto, sarebbe crollato da sé in quanto non più so­stanziato da un effettivo contenuto strutturale; con il che si ignorava totalmente la teoria marxista dello Stato, e infatti si respingeva conse­guentemente la dottrina della dittatura proletaria, «che poi, per la logica delle cose, diventa dittatura di una minoranza cosciente ed or­ganizzata della classe, ossia del Partito Comunista... [secondo l'inter­pretazione della III Internazionale], il proletariato dev'essere protetto contro se stesso, dalla propria dittatura, per evitare che la borghesia cerchi reclute nella massa per i propri complotti controrivoluzionari»; critica espressa contro il «sostituzionismo», quasi con le stesse parole, da Gramsci e da Pannekoek e reperibile negli scritti di Lukàcs plaudente a quella fusione coi socialdemocratici che pure aveva pugnalato la ri­voluzione magiara!

La concezione di fatto pacifista ed elettoralista del «socialismo ri­voluzionario» di De Leon discende logicamente dalla presupposizione di una conquista economica preliminare della società; analogamente, l'esaltazione soreliana della violenza sfuma nel mito dello sciopero ge­nerale (non certo identificabile con l'insurrezione), e si attesta quietamente sulle «concrete» realizzazioni conseguite dal corporativismo sin­dacalista, come tale disposto a una funzione strettamente riformista, fino al socialsciovinismo dell’union sacrée. Altro principio di netto stam­po anarco-sindacalistico è, nello schema di De Leon, il «salto» del potere politico, dello stato politico proletario, con il passaggio diretto ad una pretesa «amministrazione delle cose» proclamata bensì, a pa­role, come pianificata, ma di fatto affidata alle decisioni di una specie di «parlamento del lavoro» basato su rappresentanze democraticamente elette dagli operai di tutte le industrie: il che, se esclude il criterio della rappresentanza territoriale, non esclude certo l'aziendismo ma, nella migliore delle ipotesi, ne amplia gli angusti confini rifacendosi in definitiva al vecchio schema sindacalistico della democrazia dei sindaca­ti d'industria, Questo schema contrasta appunto radicalmente con la proclamata esigenza di pianificazione: la funzione di tali «rappresen­tanze industriali» sarebbe infatti necessariamente quella di contrattare lo scambio di prodotti e materie prime tra le varie branche industriali, il che introdurrebbe il criterio mercantile con relativo «equivalente generale» monetario, e il superamento del sistema salariale, pur invo­cato da De Leon, ne verrebbe frustrato (2). Il sistema qui vagheggia­to, sia per il suo disegno finale, sia per l'idea che esso costituisca «a un tempo l'ariete che dirocca la fortezza capitalistica e il successore della struttura sociale capitalistica» («Daily People», 20.1.1913), è ben più vicino alla concezione consiliare di Gramsci che non a quella sovietica di Lenin. Il che non toglie la legittimità del riconoscimento dato da Lenin a De Leon per aver sostenuto la necessità di un siste­ma di governo basato sui soli lavoratori, in cui non siano rappresen­tati né comunque eleggibili gli sfruttatori: affermazione sempre note­vole se si pensi alle variazioni kautskiane sulla democrazia pura e in genere al crasso inter-classismo dei teorici delle internazionali 2 e 2 1/2...

Analogamente a Gorter e Pannekoek (3) che, sia pure in forma inadeguata, opposero a Kautsky sia la teoria dell’estinzione dello Stato, sia l'internazionalismo, De Leon non solo propose lo slogan di uno «stato dei lavoratori» (stato operaio), ma denunciò con fermezza (an­che se non seppe trarne le necessarie conseguenze, p. es. sull’assurdità della conquista pacifica del potere nei moderni stati capitalistici), le «ipotesi» emesse da Kautsky, in occasione del dibattito sull’entrata di Millerand nel governo Waldeck-Rousseau, sulla possibile neutralità dello stato borghese di fronte alla lotta di classe. Come per Gorter e Panne­koek, la concezione di De Leon, pur non potendosi definire marxista, rappresentava una critica diretta del kautskismo nel senso del marxismo. L'elogio di Lenin non può tuttavia, a meno di deformare le rispettive posizioni nella loro realtà storica, considerarsi come una patente d'or­todossia rilasciata a De Leon (e ai «tribunisti» olandesi) e riverberantesi sull’ordinovismo. Le parole con cui Lenin rende omaggio a De Leon vanno confrontare con le già riprodotte tesi del II Congresso sui soviet, esattamente come la sua obiettiva valutazione dei meriti dei teo­rici olandesi nell’anteguerra o nella lotta antisciovinista deve esserlo con le tesi del medesimo Congresso sul ruolo del Partito (4): quel che più conta, è innegabile che questi formidabili documenti impegnativi per il movimento rivoluzionario internazionale colpivano il nucleo centrale delle teorizzazioni immediatistiche statunitensi ed olandesi-germaniche, le quali giungevano in alcuni casi, come vedremo, a negare senz'altro il partito come tale.

Queste versioni «estremistiche» della conquista progressiva, mo­lecolare del potere, sono, in sostanza, anch'esse un retaggio del travisa­mento dottrinale e pratico del marxismo proprio della visione domi­nante nella II Internazionale, travisamento che non fu certo privo di influenza su una parte notevole di coloro che ad esso cercavano di reagire, ma che ne furono essi stessi condizionati così da non poter impostare la propria critica «di sinistra» su un integrale riproposi­zione delle tesi basilari marxiste. Analogamente al «sindacalismo rivolu­zionario» che, addebitando al marxismo le tare opportunistiche con­seguenti alle sue deformazioni revisionistiche, già in partenza si pose come una varietà del revisionismo stesso, con le prevedibili (e di fatto previste, per es. in Italia dalla ridottissima ala marxista ortodossa), con­seguenze liquidazionistiche, le tendenze «operaistiche», nella misura in cui cercavano di contrastare il prevalente indirizzo socialdemocratico sulla base di una presunta alternativa «libertaria», non solo non oppo­nevano un programma degno di questo nome, ma addirittura ricadeva­no sul medesimo piano come opportunismo di sinistra in confronto a quello di destra: del resto, tali espressioni non designano affatto errori per eccesso e per difetto di radicalismo, ma un'assunzione, sotto forme solo in apparenza contrapposte, di una linea antitetica a quella marxista, che ammette il gradualismo solo successivamente alla presa del potere. E' caratteristico non solo che «destra» e «sinistra» opportunistica abbiano sempre denunciato il blanquismo e giacobinismo mar­xista, ossia la concezione della leadership rivoluzionaria (e quindi «arte dell’insurrezione») e della dittatura esercitate dal partito comunista, ma che a tal uopo siano ricorse allo stesso arsenale di argomenti pura­mente democratici, la cui gamma si estende dalle apparenze liberal-con­servatrici a quelle libertarie-eversive, ma la cui sostanza dottrinale, e la cui motivazione materiale di base, restano le stesse    importazione nel movimento proletario dell’ideologia dominante capitalistica nella sua mediazione piccolo-borghese, e quindi tramite particolari strati della classe operaia che si intrecciano e accavallano alla piccola borghesia, vuoi «imborghesendosi» nell’aristocrazia operaia (riformismo), vuoi confon­dendosi con settori piccolo-borghesi rovinati, tipici portatori di conce­zioni anarchiche...

Il punto della polemica contro il blanquismo e giacobinismo del marxismo ortodosso è essenziale: da Bernstein a Kautsky e Otto Bauer, non senza purtroppo l'apporto di Trotsky e della Luxemburg, dai men­scevichi a P. Levi, da Gramsci a Pannekoek, da Errico Malatesta agli odierni epigoni del «socialismo dei consigli», essa costituisce il segno distintivo dell’immediatismo, l'apriti Sesamo delle innumeri interpreta­zioni «antitotalitarie» del processo che ha condotto all’attuale URSS e in cui noi riconosciamo la controrivoluzione distruttrice dell’unica conquista socialista dell’Ottobre: la dittatura del Partito bolscevico, tra­mite la stessa eliminazione fisica dei quadri del glorioso Partito di Lenin. L'accusa di blanquismo è insieme generale e particolare: si met­te in discussione tutto il rapporto partito-classe, e, in tale contesto, si nega il ruolo dirigente del partito non solo nel generale processo rivo­luzionario, ma nella stessa organizzazione della presa del potere, che dovrebbe risultare, per l'ennesima volta, dalla spontanea «decisione» delle masse. Celebre il brano della lettera di Lenin del 13-14 (26-27) settembre 1917 su Il marxismo e l'insurrezione: premesso che il mar­xismo, a differenza del blanquismo classico, non crede di poter susci­tare o fare, ma solo di dirigere col partito l'insurrezione determinata dalle ben note condizioni materiali oggettive e soggettive; che l'insurre­zione è fatto di ampi strati della classe lavoratrice in una situazione di galvanizzazione delle masse, e di profondo sconvolgimento e sconcer­to del potere costituito, resta che

 

«la menzogna opportunistica secondo la quale la preparazione della insurre­zione e, in generale, il considerare l'insurrezione come un'arte è blanquismo, è una delle peggiori e forse la più diffusa delle deformazioni del marxismo nei partiti socialisti dominanti. Il capo dell’opportunismo, Bernstein, ha già acquistato una triste celebrità elevando contro il marxismo l'accusa di blanquismo, e gli opportunisti attuali che gridano al blanquismo non rinnovano e non 'arricchiscono' affatto, a dire il vero, le magre idee di Bernstein».

 

Quanto al giacobinismo - termine che Gramsci userà nei primi scritti, fin nell’«Ordine Nuovo», con disprezzo, e nei Quaderni con ammirazione, ma senza contraddizione perché nel primo caso intenderà criticare la preminenza e dittatura del partito, nel secondo affermare il blocco storico democratico nazional-popolare (ed allora sarà invocata l'egemonia di un partito nazionale ed illuministico, «intellettuale col­lettivo») - importa ricordare che, secondo Lenin, la funzione «gia­cobina» del partito rivoluzionario marxista non si limita affatto al radi­calismo plebeo nella conduzione della prima fase (democratica) della doppia rivoluzione: si tratta di un ruolo ben più vasto, che spetta al partito comunista in quanto tale, in quanto organizzazione mondia­le, e quindi anche nei paesi (anzi soprattutto in essi!) in cui i compiti democratici non sono più all’ordine del giorno: esso esercita nei confronti del proletariato quello stesso ruolo dirigente che i giacobini eser­citarono nei confronti della borghesia, e tanto più in quanto il prole­tariato non dispone delle posizioni di forza in seno alla vecchia socie­tà di cui godeva la borghesia rivoluzionaria. Similmente, è tanto più necessario lo scontro con  i girondini del (rispetto al) proletariato, ossia gli opportunisti, in quanto appunto il potere del proletariato è condizionato non da un preesistente rapporto economico, ma dall’effica­cia degli interventi dispotici disgregatori dei rapporti di produzione esistenti, e possibili solo grazie alla dittatura del partito rivoluzionario, che unico possiede e può applicare il programma storico di demolizione della vecchia società (5). Il ripudio del ruolo giacobino (rispetto al proletariato) del partito è, come sì vede, intimamente connesso alla rappresentazione gradualistica della costruzione delle roccaforti prole­tarie in seno alla società borghese, cioè alla negazione della rappresen­tazione marxista del trapasso dal capitalismo al socialismo - derivan­te dalle leggi obiettive che presiedono alla riproduzione del capitale e alla sua crisi: onde si riafferma un'ennesima volta la coerenza, unita­rietà, organica fusione del corpo dottrinale marxista, di cui non si può respingere una parte - anche apparentemente «secondaria» (il che non è certo il caso per queste massicce revisioni) - senza essere con­dotti a rinnegare, o, peggio, contraffare interamente il complesso.

E che la rivoluzione (ma è poi legittimo usare tale espressione in simile contesto?) nella visione gramsciana non fosse effetto delle con­traddizioni strutturali intrinseche ed ineliminabili del sistema capitali­stico, di cui fondamentale quella tra carattere sociale della produzione e privato dell’appropriazione, ma derivasse dallo svilupparsi, entro que­sta forma economica, di un apparato alternativo, a un certo punto cozzante contro sovrastrutture limitanti quanto esautorate - e che quin­di si prefigurasse una sorta di «cambiamento di gestione» in funzione di una miglior produttività commisurata in base ai parametri vigenti all’interno della vecchia società - è dimostrato da innumerevoli do­cumenti, tra i quali eloquentissimo l'intervento di Gramsci, nel giu­gno 1919, all’assemblea torinese del PSI:

 

«Perché la rivoluzione da semplice fatto fisiologico e materiale diventi atto politico e inizi un era nuova, è necessario che essa si incorpori in un potere già esistente, il cui sviluppo sia inceppato e compresso dalle istituzioni del vecchio ordine. Questo potere proletario deve essere emanazione diretta, disciplinata e siste­matica, delle masse lavoratrici operaie e contadine. E' necessario dunque sistemare una forma di organizzazione che assorba e disciplini permanentemente le masse operaie: gli elementi di questa organizzazione devono essere cercati nelle com­missioni interne di fabbrica, secondo le esperienze della rivoluzione russa e unghe­rese e secondo le esperienze prerivoluzionarie delle masse lavoratrici inglesi ed americane, che attraverso la pratica dei comitati di fabbrica hanno iniziato quella educazione rivoluzionaria e quel mutamento di psicologia che secondo Carlo Marx debbono essere considerati il sintomo più promettente della realizzazione comunista. Il prestigio che il Partito socialista irradia deve essere rivolto a dare una forma rivoluzionaria a questa organizzazione, a renderla concreta espressione del dinami­smo rivoluzionario in marcia verso le massime realizzazioni» (6).

 

E' caratteristico, in quest'enunciazione - oltre al «concretismo», al ricollegamento agli IWW ed agli Shop stewards committees, e al tono di «slancio vitale» bergsoniano del «dinamismo rivoluzionario» - l'accento educazionistico e localistico (Marx parlava sì di formazio­ne alla lotta, ma attraverso associazioni rivendicative generali ed azioni estese verso l'insieme della classe, come canale per recepire l'influenza del programma rivoluzionario). D'altro canto, la visione illuministica è ben motivata dal carattere conferito alla rivoluzione proletaria in corri­spondenza con quella borghese, che dovette essenzialmente rimuovere impedimenti giuridici allo sviluppo e libero gioco dell’economia resasi ormai dominante. Questo aspetto fondamentale della concezione gram­sciana non è che apparentemente contraddetto dalla frequente polemi­ca astrattamente antigiacobina dei primi scritti, in quanto essa non pren­de di mira nel giacobinismo l'ideologia democratico-borghese, ma l'im­piego di dittatura e terrore, la funzione di avanguardia partitica, la «so­stituzione» di un centro direzionale alla spontaneità delle masse inca­nalata dall’autoeducazione gestionaria. Oltre a configurare la rivoluzione proletaria sul modello di quella borghese - consolidamento graduale di potere economico e progressivo rischiaramento di coscienze - Gramsci, implicitamente nel complesso della sua opera ed esplicitamen­te negli ultimi scritti, esalta ed eternizza la leadership giacobina in quanto promotrice del blocco storico democratico estendendola alla rivoluzione proletaria e investendone la funzione del partito comunista (che viene così ad essere «giacobino» non in rapporto al proletariato, non per l'uso delle armi dittatoriali e terroristiche, ma per l'assunzio­ne dovunque di un puro programma democratico di «completamento della rivoluzione borghese»); d'altra parte, egli critica democraticamen­te nei suoi primi scritti (con valutazioni affini a quelle del «rinnegato Kautsky» che contrapponeva la «buona» Comune  1871  a quelle «cattive» del 1793... e del 1919 russo) il giacobinismo stesso in quan­to costretto per gli interessi generali della classe borghese, nonostante la politica di unione popolare, ad intervenire contro altre frazioni di questa stessa classe. Nega con ciò il ruolo di avanguardia del partito di classe - la verità «semplice e chiara» per Lenin ma continua­mente ripudiata o svisata dall’opportunismo di destra, centro e sinistra che le classi sono guidate da partiti, questi ultimi da «capi», e il partito comunista deve svolgere nei confronti della classe operaia e del suo stato il ruolo svolto da quello giacobino nei confronti della classe e dello stato borghese. Gramsci, insomma, che nei Quaderni si abbandonerà alla metastoria di un giacobinismo ad usum Delphini, co­me blocco storico nazional-popolare, ed a ciò ridurrà tutta la funzione del partito rivoluzionario, nell’ «Ordine Nuovo» si abbandona alla me­tastoria antigiacobina adottando i classici argomenti sia socialdemocra­tici sia libertari, che si riconducono alla contrapposizione di un'autodi­rezione del proletariato alla direzione centralizzata e dittatoriale del partito concepita come peculiare della sola rivoluzione borghese, con­trariamente a quanto si desume dalla concezione marxista della rivolu­zione proletaria. Critiche affini si ritrovano nei più diversi settori: vi cooperò la polemica antisostituzionistica di Trotsky del 1903-1905 e della Luxemburg (1903 e 1918), che riecheggiava il tipico concetto deleonista della «usurpazione partitica del potere dopo la rivoluzione»; gli stessi argomenti furono ripresi da Paul Levi e viceversa dal KAPD (7) con i suoi aforismi di «partito dì massa» e non «di capi», partito... per modo di dire, «proletarizzato, sovietizzato» (aderente al tessuto produttivo - la futura formula, cara a Gramsci e per eccellenza anti­bolscevica, della sedicente «bolscevizzazione»), opera di «educazione» all’ «azione autonoma» delle «grandi masse» e che non deve prescin­dere dal loro «consenso»; «liberazione dello spirito delle masse» secondo il concetto spontaneista che l'ispirazione di queste è rivoluzio­nariamente più «feconda» della strategia programmatica del partito, e in antitesi alla «importazione della coscienza di classe dall’esterno», ossia dal partito detentore del programma non locale, non episodico, non mutevole, che prevede ed implica la «rosa delle possibilità tat­tiche» per conseguire quegli obiettivi che l'agitazione economica di per sé non può mai mettere all’ordine del giorno...

Caratteristica è anche, in queste concezioni, la solo apparente con­traddizione fra il ripudio del giacobinismo partitico perché «borghese», e la rappresentazione della rivoluzione proletaria come fedelmente ri­calcata sul modello di quella borghese (toltone quel tanto di direzione unificata politica, e di terrore dittatoriale, che la stessa borghèsia do­vette usare per abbattere un avversario infinitamente più debole di quanto non sia per il proletariato il capitalismo). In realtà, in luogo del «borghese giacobinismo» si predica al proletariato una sua cari­catura economicistica, e, in altri e più chiari termini, si fa del giron­dinismo rispetto alla classe operaia. La critica democratica al democra­tismo rivoluzionario borghese giacobino del XVIII secolo non porta quindi a un superamento del democratismo borghese, ma ad un altra­democratismo liberale-libertario che dalla reazionaria sconfessione delle forze d'avanguardia della rivoluzione francese perviene alla pura e sem­plice negazione dei reali strumenti rivoluzionari della lotta anticapitalista.

Le profonde analogie dell’ordinovismo e delle varianti germanico-olandesi ed anglo-americane dello spontaneismo operaista ed anarco-sin­dacalista sono sempre state messe in luce dalla Sinistra italiana. Ampia illustrazione ne è data nel testo L' «Estremismo», condanna dei futuri rinnegati. dove si legge (8):

 

«Quel pericolo che Lenin dovette nel 1920 dipingere con le frasi, poi dive­nute classiche, di infantilismo e di dottrinarismo di sinistra, culmina nel non rico­noscere che il contenuto rivoluzionario deve riempire di sé due forme squisitamente politiche e centrali: il partito di classe e lo stato di classe [...]. Il gruppo che si chiama dell’Ordine Nuovo, che una organizzata propaganda vuole descrivere come genuina corrente nella direzione del marxismo e del leninismo, nella sua origine dalla prima guerra mondiale nacque appunto da questi fondamentali errori [...]. Lo sviluppo di allora e tutto quello ulteriore permettono di vedere che lo schema aveva la natura immediatista di una posizione piccolo borghese di sinistra, e non marxista».

 

L’«Ordine Nuovo» dell’8.V.1920 pubblica significativamente una intervista con il Comitato Centrale del KPD e con l'opposizione kaape­dista, raccolta da Boris Souvarine. Questi comincia col riferire il giudi­zio del CC sull’opposizione, che «presenta un curioso miscuglio di proudhonismo, marxismo e soviettismo» (9);  «considera esaurito il compito del partito, pensando che la rivoluzione politica è compiuta e che si deve ora fase una rivoluzione economica»; combatte la cen­tralizzazione partitica in favore di «una federazione di organizzazioni locali autonome»; propone per la Germania il boicottaggio del parla­mento estendendolo ai sindacati di mestiere, e la formazione di nuove organizzazioni d'industria in cui entrino (secondo la formula giusta­mente derisa da Lenin ne L'estremismo) «gli operai che sono partigia­ni della dittatura proletaria e del sistema dei consigli», perché in que­sti organi, a carattere ibrido tra il politico ed il sindacale, «gli operai che sono ancora dei comunisti incoscienti diventeranno coscienti, e in tal modo sarà resa superflua l'esistenza del partito»; infine, «tende alla formazione di consigli d'azienda anche nel quadro della società borghese e crede che mediante questi consigli sarà possibile impadro­nirsi un giorno del sistema economico attuando in tal modo la rivolu­zione sociale».

A prescindere dalle probabili attenuazioni del reporter, il giudi­zio del KPD sull’opposizione non solo è esatto e coincide in larga mi­sura col nostro (come vedremo nel cap. VIII), ma configura e con­danna una concezione sovrapponibile a quella consiliare ordinovistica. Ciò non impedisce né a Souvarine di sorvolare, nel seguito dedicato all’intervista con gli esponenti dell’opposizione sedicente «di sinistra», sugli aspetti immediatistici della loro teoria, né all’ «Ordine Nuovo» di pubblicare il reportage, con ciò implicitamente riconoscendo (perché non ci sono smentite né precisazioni redazionali, nemmeno platoniche) la propria stretta affinità col KAPD.

Nelle dichiarazioni dei kaapedisti, risaltano bene i punti chiave e le «parentele» internazionali di questo Linkskommunismus, che si pre­figge la «distruzione» dei vecchi sindacati di mestiere e la loro sosti­tuzione con consigli di fabbrica riuniti in associazioni per industria: in essi «non entreranno che gli operai i quali accettino la dittatura pro­letaria ed il sistema dei soviet; in essi dovranno valere i principi sovietisti, cioè le iniziative e le deliberazioni partiranno dal basso e non da un organismo burocratico». Queste formazioni «assolutamente nuove e caratteristiche della Germania» (la novità, l'originalità, la peculiarità nazionale ecc. sono sempre rivendicate in questi casi - mentre con insignificanti varianti dal consiglio di fabbrica italiano al Betriebsrat germanico e allo shop stewards committee scozzese ci troviamo di fron­te allo stesso fenomeno... ed alla stessa artificiosa confusione col so­viet!) devono essere «strumenti di battaglia non per interessi di cate­goria, ma per il socialismo», e «dopo la rivoluzione si cambieranno in soviet» (ma, come risulta dalla frase precedente, già essi svolgerebbero la funzione di soviet nel periodo del 'dualismo di potere' in at­tesa di poter divenire organi di governo, in totale capovolgimento, come osservava «Il Soviet» del 14.IX.1919, dell’effettivo sistema di rappresentanza comunista); essi mirano a «1) distruggere i vecchi or­ganismi sindacali professionali e il meccanismo dello Stato borghese e creare le nuove forme del potere proletario; 2) creare una nuova psi­cologia tra gli operai». Neanche quest'ultimo compito educazionistico tocca al partito, cui spettano bensì «le attribuzioni che gli sono pro­prie: le direttive politiche, la propaganda, ecc.» (dietro la formula ul­travacua si sente il concetto centrista del partito mero diffusore di «idee», mai introduttore della coscienza di classe tramite la formazio­ne e preparazione rivoluzionaria dell’avanguardia operaia, e quindi la sua organizzazione sovversiva). Ancora una volta, la coscienza di classe è vista come immediatamente data e non subordinata alla dottrina de­tenuta dal partito, il quale viene ad assumere una funzione meramen­te complementare se non esornativa, comunque essenzialmente provvi­soria. E questo partito «ridotto ai minimi termini» dovrebbe organiz­zarsi «su basi soviettistiche», ossia assumere un atteggiamento di codi­smo nei confronti del moto immediato.

I «sinistri» respingono infine «ogni partecipazione al parlamento, ma solo per la Germania [...] essendo l'attuale un periodo rivoluzio­nario». Il loro astensionismo non deriva quindi né da una critica al principio democratico, né da una valutazione del ruolo storico della democrazia nelle aree di sviluppato o antico capitalismo, ma è un mero espediente contingentistico, di sapore nettamente massimalista.

A sole due settimane di distanza, «Il Soviet», nell’articolo su Le tendenze nella III Internazionale (riprodotto in appendice al capi­tolo VIII di questo volume) scriverà che l'opposizione tedesca

 

«si distacca in realtà dalle sane concezioni marxiste, e persegue un metodo utopistico e piccolo-borghese.

«Il partito politico - dice l'opposizione - non ha importanza preponderante nella lotta rivoluzionaria. Questa deve svolgersi nel campo economico, senza una direzione centralizzata. Contro i vecchi sindacati economici caduti nelle mani degli opportunisti occorre far sorgere nuove organizzazioni, basate sui consigli di fabbrica. Basterà che gli operai agiscano in questo nuovo tipo di organizzazione perché la loro azione sia comunista e rivoluzionaria. L'astensionismo elettorale di tale tendenza discende dalla negata importanza all’azione politica e di partito in generale, dalla negazione del partito politico come strumento centrale della lotta rivoluzionaria e della dittatura proletaria: questo astensionismo è in relazione ad una critica sindaca­lista - per cui l'azione dovrebbe essere concentrata sul terreno economico - e ad una critica libertaria - che si risolve nel solito orrore per i 'capi'. Non ripe­tiamo le nostre critiche a questi concetti che sono un po' quelli dell’Ordine Nuovo di Torino».

 

L'educazionismo accomuna KAPD e ordinovismo: si subordina cioè la rivoluzione ad una presa di coscienza di classe da parte delle grandi masse operaie, sorta sul piano degli organismi immediati (rete consiliare) e coincidente con la prefigurazione del tessuto economico «comunista». Ciò ridurrebbe praticamente a zero la funzione del partito, che si scio­glierebbe nella classe divenuta per definizione tutta «in sé e per sé» nell’autogoverno pre-rivoluzionario. La dittatura di partito non avrebbe senso, perché la rivoluzione può avvenire solo come atto cosciente della totalità della classe: diversamente, secondo Pannekoek come secondo Gramsci, sarebbe perduta fin dall’inizio. Il Partito deve limitarsi a pro­pagandare i Consigli, le Unioni ecc. D'altro lato, se i teorici del KAPD affettano di preoccuparsi dell’influenza dell’ideologia borghese sul pro­letariato, postulano pure ch'esso possa sbarazzarsene entrando in organi immediati, quali le Unionen, i cui membri sono per definizione «par­tigiani della dittatura del proletariato».  Illuminismo  kaapedista e educazionismo ordinovista vanno dunque d'accordo col più crasso spon­taneismo ed economicismo.

 

(1)                Cfr. il volume In difesa della continuità del programma comunista, Milano 1970, pag. 136.

(2)       Cfr. nel nr. I dei Testi del Partito Comunista Internazionale, Milano, 1969, il nostro Fondamenti del comunismo rivoluzionario, che illustra in generale i problemi dell’immediatismo, del concretismo, del «proudhonismo risorgente e tenace».

(3)       Cfr, più oltre, cap. VIII.

­(4) Cfr. più oltre, cap. IX.

(5)  Che questa non sia illazione arbitraria, o tentativo di storcere il dettato leni­niano    per adattarlo alla nostra corrente che, in materia di partito, come ci hanno fatto il piacere di scrivere alcuni immediatisti, «spinge il bolscevismo fino alla caricatura», lo dimostrano inequivocabili affermazioni di Lenin, in primo luogo tutto il Che fare?, ma anche Un passo avanti e due indietro, dove, al punto 5, afferma:

L'uso di queste parole terribili, come giacobinismo, ecc., non esprimono altro che opportunismo. Il giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe, è appunto il socialdemocratico rivoluzionario. Il girondino, che sente la nostalgia dei professori e degli studenti liceali, che ha paura della dittatura del proletariato, che sospira dietro il valore assoluto delle rivendicazioni democratiche, è appunto l'opportunista. Soltanto degli opportunisti possono ancora, nel momento attuale, vedere un pericolo nelle orga­nizzazioni cospirative, quando l'idea di ridurre la lotta politica ad una cospirazione è stata confutata mille volte nella stampa, è stata contestata e respinta da molto tempo dalla vita stessa; quando l'importanza capitale dell’agitazione politica di massa è stata chiarita e rimasticata sino alla nausea. Il vero motivo di questa paura della cospirazione e del blanquismo non è questo o quel tratto manifestatosi nel movimento pratico (come cercano di dimostrare da molto tempo ed invano Bernstein & C.), ma il timore girondino dell’intellettuale borghese, la cui mentalità si rivela così spesso tra i socialdemocratici contemporanei».

E' pure illuminante il brano di Terrorismo e comunismo, in cui Trotsky replica a Kautsky, che aveva accostato i bolscevichi, quali «utopisti», ai... proudhoniani: «Con ben maggior fondamento Kautsky potrebbe paragonarci agli avversari dei proudhoniani, cioè ai blanquisti, che comprendevano la necessaria premessa del potere rivoluzionario e non subordinavano superstiziosamente la conquista di tale potere ai caratteri formali della democrazia. Tuttavia, per conferire pieno significato a questo paragone fra comunisti e blanquisti, va aggiunto che noi disponevamo, nei consigli di operai e soldati, di un'organizzazione sovversiva che i blanquisti non potevano nemmeno sognare; nel nostro Partito, avevamo ed abbiamo un inso­stituibile organo di direzione politica, con un programma compiuto di rivoluzione sociale;  nei sindacati, abbiamo un possente apparato di trasformazione sociale autentica, che segue nel suo complesso la bandiera del comunismo e sostiene il potere sovietico».

(6)  Cit. in P. Spriano, Gramsci e l'Ordine Nuovo, Roma 1965, pagg. 50-51.

(7)  Cfr. il cap. VIII per quanto riguarda il KAPD, Pannekoek, Gorter ecc.

(8) La Sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin, cit., pagg. 107-108.

(9)  Intendendosi per «soviettismo» l'ideologia consiliare in genere, ciò che i fran­cesi chiamano conseillisme, i tedeschi Rätesozialismus, ecc.

3. - SIGNIFICATO GLOBALE DELLA NOSTRA CRITICA

 

E' quasi superfluo sottolineare l'importanza della critica continua­mente rivolta dalla Sinistra all’anarchismo e all’anarcosindacalismo in tutte le loro multiformi incarnazioni, e del suo atteggiamento di fronte alla tattica assunta dalla III Internazionale di chiamare gruppi di que­sta natura, anche a carattere apertamente «non politico» come tali (non, cioè, i singoli loro militanti, in molti casi elementi validi, combat­tivi ed anche «convertibili» con una politica di salutare intransigenza), alla costituzione del movimento comunista mondiale. Ma la Sinistra sep­pe anche riconoscere in tempo il travestimento «marxista» (KAPD, Ordine Nuovo...) delle posizioni libertarie immediatiste, e non certo per «intuizione» precorritrice, o semplicemente per buon «fiuto» po­litico dei suoi esponenti, bensì perché si rifaceva alle basi stesse della restaurazione del marxismo, quali erano state affermate ancora in seno alla II Internazionale dall’ala «radicale ortodossa» e destinata a pre­siedere alla costituzione del Comintern. In un articolo dell’ottobre 1916, Zinoviev scriveva:

 

«Il compito dei rivoluzionari marxisti consiste nel dimostrare che, durante i venticinque anni di esistenza della II Internazionale, in essa si sono affrontate, con alterni successi e rovesci, due fondamentali tendenze: il marxismo e l'opportunismo. Non vogliamo cancellare tutta la storia della II Internazionale. Non rinneghiamo quanto v'era in essa di marxista.

«Un certo numero di teorici e dirigenti hanno abdicato al marxismo rivolu­zionario; i kautskiani di tutti i paesi si sono distolti dal marxismo rivoluzionario. Gli opportunisti ed il centro, durante gli ultimi anni di esistenza della II Internazionale, hanno ottenuto la maggioranza sui marxisti. Tuttavia, la tendenza rivolu­zionaria è esistita sempre nella II Internazionale. Non pensiamo un solo istante a rinunciare alla sua eredità.

«Durante la guerra del 1914-1916 hanno fatto fallimento, da un lato l'oppor­tunismo, dall’altro l'anarchismo ed il sindacalismo. La guerra è stata un colpo terri­bile per il socialismo, ma ha presentato anche un aspetto positivo per il movimento operaio, in quanto ci aiuterà a seppellire le due deviazioni piccolo-borghesi del socialismo.

«La nostra lotta contro l'anarchismo ed il sindacalismo non deve essere meno violenta di quella che facciamo all’opportunismo. Il nostro odierno compito di propaganda non è quello di cercare il "granello di verità", il "nucleo sano" che può contenere il sindacalismo, bensì di mostrare come il sindacalismo ufficiale è giunto, allo stesso titolo dell’opportunismo, a tradire la classe operaia, a servire parimenti la borghesia. Anzi, la colpa del sindacalismo e dell’anarchismo è molto più grave. L'opportunismo conseguente restava almeno fedele a se stesso: molti opportunisti hanno detto assai prima della guerra quanto dicono attualmente. Ma i sindacalisti e gli anarchici hanno scisso il movimento operaio - in Francia e in Italia - in nome di una pretesa lotta intransigente contro la borghesia, il militarismo, le guerre - per comportarsi ora con la fellonia di cui danno prova i peggiori opportunisti; gli anarchici ed i sindacalisti hanno fatto tutto quello che umanamente era possibile fare sul terreno della frase rivoluzionaria, ed in tal modo hanno soltanto compromesso ulteriormente agli occhi degli operai le parole d'ordine, le direttive rivoluzionarie.

«Contro l'opportunismo e contro l'anarchismo! E contro i "marxisti cen­tristi" in prima linea! Il "centro" ha sempre assecondato l'opportunismo della II Internazionale. Il kautskismo svolge una funzione reazionaria: lo si vede oggi in piena luce con l'azione del "longuettismo", tendenza kautskiana in terra francese, che in realtà viene in aiuto dei peggiori sciovinisti.

«Torniamo indietro, verso Marx! E perciò fondiamo la III Internazionale!».

 

Si tratta quindi di tornare alle fonti, di restaurare il «vecchio» marxismo lungi da ogni suggestione di «vie nuove», di ricollegarsi ad una tradizione rivoluzionaria: è, in breve, la posizione della Sinistra italiana, che solo chi fosse profondamente estraneo al filone marxista poteva attribuire, bergsonianamente, alla geniale «intuizione», o magari (secondo Sorel e... Nietzsche) alla «volontà di potenza» di Vladimir Ilijc Uljanov. Nel cap. V (intitolato significativamente Lotta contro i due campi antibolscevichi: riformista ed anarchico) del nostro L’ «Estremi­smo», condanna dei futuri rinnegati, si legge: «Noi affermiamo che nessun movimento quanto quello dei marxisti italiani della sinistra si strinse a Lenin nella battaglia contro queste incoscienti blaterazionì [demo-libertarie]. Ma, nel 1920, in quasi tutti i partiti di sinistra di Europa e di America questa malattia dilagava: è giusto dire che un dottrinarismo di sinistra con tale bagaglio è più sabotatore che il dot­trinarismo di destra, e Lenin fece bene, in quell’ora suprema, a colpire senza pietà, anche se la distinzione fra i due pericoli affiora in tutte le pagine. Lo abbiamo sentito dire che sia dopo che prima la conqui­sta del potere è più difficile debellare lo spirito piccolo-borghese che la potenza della grande borghesia. La sua veggente grandezza è conferma­ta dalla dura esperienza dei tempi. E' stato il primo che ha ucciso la rivoluzione e messo in letargo il proletariato. La borghesia non ha vinto colla destra (fascismo), ma colla sinistra (corruzione democratica e libertaria della classe operaia)». Si ricorderanno d'altra parte le due lettere inviate dalla Frazione comunista astensionista all’Esecutivo della III Internazionale e riprodotte nel cap. IV, per sottolineare fra l'altro le divergenze di principio tra il programma (e relativo atteggiamento tattico) della Frazione e ogni posizione libertaria e spontaneistica. Con­seguentemente, nelle riunioni preparatorie del II Congresso, gli asten­sionisti italiani sostennero la tesi che non si dovesse concedere il voto deliberativo ad organizzazioni prive di carattere politico definito, quali la CNT spagnola, l'estrema sinistra della CGT francese, gli Shop stewards committees anglo-scozzesi ecc., a proposito delle quali i documenti del I Congresso mondiale del Comintern conservavano un atteggiamento ab­bastanza «possibilistico».

Ma è nella forma centrista-massimalistica (ed ha perciò enorme im­portanza la «diagnosi precoce» formulata dal Soviet a proposito degli indipendenti germanici) (1) che l'immediatismo raggiunge il massimo di pericolosità - come Lenin non aveva mai cessato di sottolineare - e di fatto s'impianta solidamente nell’Internazionale comunista portan­dovi, per così dire, il mutuo della maggioranza di destra della II Internazionale (non vero partito comunista mondiale, ma federazione di partiti nazionali a prevalenti correnti opportunistiche, con tradizione rivoluzionaria quantitativamente esile e minoritaria ma qualitativamente elevata), e de «l'ancor più ignobile centro, il quale, diffamando noi come diffamava il bolscevismo, il leninismo e la dittatura sovietica russa, poggiò tutte le sue leve sul tentativo di gettare di nuovo il pon­te-trabocchetto tra l'avanzata proletaria e le criminose idealità demo­cratiche» (2).

L'atteggiamento centrista di Gramsci al tempo della sedicente «bol­scevizzazione» non è quindi se non uno sviluppo del precedente im­mediatismo a tinte «estremiste» anarco-sindacalisteggianti, così come il più tardo atteggiamento nazional-riformista - quello, per intenderci, apertamente spiegato nei Quaderni e consacrato al Pantheon delle glo­rie patrie - è l'esplicazione dell’ulteriore inevitabile aspetto dell’im­mediatismo (3).

Si può veramente dire che Gramsci ha sintetizzato e formulato con la massima evidenza, in tempi successivi, gli aspetti (nell’ordine) di si­nistra, di centro e di destra, dell’opportunismo (immediatismo), aspetti tuttavia che si implicano reciprocamente e sono quindi potenzialmente compresenti. Si comprende pertanto come gli «storiografi» abbiano po­tuto tanto accapigliarsi sul «vero Gramsci» (rivendicato da staliniani e destalinizzatori, trotskisti, anarchici, socialdemocratici, liberalsocialisti, radicali...), riuscendo a presentare via via immagini di un Gramsci «diverso» nel tono, nella accentuazione, nelle particolari misure pro­poste, ma sempre e necessariamente, in ogni versione, contraddistinto dal democratismo e dal concretismo pragmatico e volontaristico. Il fatto è che tutte le trasformazioni di Gramsci, reali o ravvisate dall’ideologismo storiografico, coprono appunto la gamma delle posizioni op­portunistiche, ed essa sola. E ciò spiega sia l'interesse per Gramsci come sintetizzatore di posizioni extra-, ante- ed antimarxiste apparente­mente contraddittorie, sia la sua fortuna di ispiratore - per questo o quel lato del suo teorizzare e filosofare - delle correnti ideologico-poli­tiche apparentemente più disparate, patrono di innumerevoli odierne presentazioni del revisionismo.

La critica mossa, tanto tempestivamente, dalla Sinistra agli aspet­ti primordiali  -  quelli che paiono più «rivoluzionari» - dell’ordino­vismo riveste quindi un valore di principio la cui importanza è eviden­te sul piano storico essendo rivolta ad una corrente ben più «raffinata», nel travestimento estremistico, di quella massimalista convenzionale, e connessa con intime analogie alle tendenze sia «estremistiche» anar­coidi, sia «centriste» del costituendo Comintern, le quali tutte reca­vano in sé il bacillo opportunistico che doveva infettare e poi uc­cidere il partito mondiale della rivoluzione. Non si tratta perciò di una critica a Gramsci o a Tasca come «pensatori» palesemente fuori dal solco e dal terreno di origine del comunismo scientifico, e tanto meno del gusto pettegolo di «pescarne» le «fesserie» per semplice «smitizzazione» del preteso «più grande marxista italiano» -  bensì della rivelazione di tutto uno pseudocomunismo (Lenin avrebbe detto «opportunismo comunista»), i cui risultati catastrofici prima favoriro­no lo stalinismo, poi ne furono un efficace strumento.

 

(1)       Cfr. il cap. VIII.

(2)       Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale ecc., in In difesa della continuità del programma comunista, cit., pag. 177.

(3)  La diagnosi più esatta del significato della «investitura» rilasciata al gram­scismo dalla III Internazionale degenerata è consegnata nel nostro Progetto di tesi per il II congresso del Partito comunista (Lione, gennaio 1926), riprodotto nel citato In difesa etc., pagg. 117-118.

 

4. - PROVE DEL PRE-ORDINOVISMO (1914-1918)

 

L'atteggiamento assunto da Gramsci nella guerra imperialistica -e che gli epigoni hanno preteso, sfidando il grottesco, di definire «leni­nista» - ricalca obiettivamente e soggettivamente le posizioni dell’interventismo democratico intesofilo sulle quali si era schierato Mus­solini, giustificandone nella fattispecie il tradimento: più ancora, ritrae dalle posizioni mussoliniane tutto il bagaglio di «problemismo» (contin­gentismo, situazionismo: Gramsci ripeterà poi ossessivamente il leitmotiv concretista) - aspetto non episodico, questo, e destinato a rappresen­tare il perno della «strategia» dei consigli prima, e del «blocco sto­rico» poi.

Nel vol. I e I bis di questa Storia si ricorda la violenta reazione della Sinistra al famigerato articolo di Mussolini Dalla neutralità asso­luta alla neutralità attiva ed operante.  Gramsci invece pubblica sul «Grido del popolo» del 31.X.1914 un articolo significativamente inti­tolato Neutralità attiva ed operante, incentrato su un concretismo localistico e nazionalistico, in cui ben si discerne la fondamentale preoc­cupazione dell’azione del partito proletario e della classe operaia come forza nazionale:

 

«Quale dev'essere la funzione del Partito socialista italiano (si badi, non del proletariato o del socialismo in genere) nel presente momento della vita italiana?... Questo suo compito immediato, sempre attuale, gli conferisce dei caratteri speciali, nazionali, che lo costringono ad assumere nella vita italiana una sua funzione specifica, una sua responsabilità».

 

Segue un brano in cui lo stato proletario è già visto svilupparsi in grembo a quello borghese con una «dialettica interiore», così da «crearsi gli organi per superarlo ed assorbirlo»: la maturazione dello stato proletario avviene su un piano nazionale;  esso è «autonomo, non  dipendente  dall’Internazionale  se  non  per  il fine  supremo da raggiungere e per il carattere che questa lotta deve sempre presentare di lotta di classe».

La formula della neutralità assoluta ha avuto, secondo Gramsci, il carattere di una reazione difensiva, e come tale è stata «utilissima nel primo momento della crisi, quando gli avvenimenti ci colsero all’im­provviso, relativamente impreparati alla loro grandiosità, perché solo l'affermazione dogmaticamente intransigente, tagliente, poteva farci op­porre un baluardo compatto, inespugnabile al primo dilagare delle pas­sioni, degli interessi particolari»; ora invece condannerebbe il prole­tariato all’inazione (proprio come Mussolini, Gramsci falsificava il senso conferito dalla Sinistra alla richiesta del neutralismo da parte dello stato borghese, che non significava certo neutralismo del proletariato nei con­fronti del conflitto imperialista, né indifferentismo secondo lo schema del «non aderire né sabotare»).

Si è documentato nel I vol. come la Sinistra abbia denunciato la insufficienza della formula della neutralità, per ribadire la necessità del disfattismo rivoluzionario, dell’adozione di mezzi di intervento di classe quale lo sciopero generale in una prima fase e, più oltre, strumenti di più effettiva offensiva rivoluzionaria, nella linea della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile e della fondazione della III In­ternazionale. Ciò smentisce, oltre alla grossolana leggenda di un «leni­nismo» gramsciano, quella della mancanza di una corrispondenza in Italia, da parte della Sinistra, alle posizioni bolsceviche (ed un allinea­mento col... massimalismo centrista della maggioranza zimmerwaldiana) - tesi, quest'ultima, non meno fantastica ma più sottile, e di fatto ripresa da una quantità di «specialisti di storia del movimento operaio», anche nel tentativo di sminuire la portata e responsabilità politica di questa che si è voluto definire «crisi interventistica» di Gramsci col sostenere, contro ogni evidenza, che il suo «respingere il sabotaggio della guerra» significasse una pura «rinunzia allo scontro immediato» analoga a quella espressa (a parole) dalla direzione del PSI, e che si pretenderebbe condivisa anche dalla Sinistra. Al contrario, quest'ulti­ma sosteneva il sabotaggio della guerra con tutte le sue conseguenze, ossia il disfattismo rivoluzionario; la direzione restava attestata sulla posizione equivoca e capitolarda del «non aderire né sabotare» (che escludeva azioni di classe sia a breve che a lungo termine); Gramsci infine si poneva sulle stesse posizioni di Mussolini, adottandone la for­mula, intesa a

 

«ridare alla vita della nazione il suo genuino e schietto carattere di lotta di classe, in quanto la classe lavoratrice, obbligando la classe detentrice del potere ad assumere le sue responsabilità, obbligandola a portare fino all’assoluto le pre­messe da cui trae la sua ragione di esistere, a subire l'esame della preparazione con cui ha cercato di arrivare al fine che diceva esserle proprio, la obbliga (neI caso nostro, in Italia) a riconoscere che essa ha completamente fallito al suo scopo, poiché ha  condotto  la  nazione,  di  cui  si  proclamava  unica  rappresentante,  in  un vicolo cieco, da cui essa non potrà uscire se non abbandonando al proprio destino tutti  quegli  istituti  che  del  presente  suo  tristissimo  stato  sono  direttamente responsabili».

 

A parte la fumosità ideologica del testo, non è difficile ravvisarvi i motivi conduttori dell’interventismo democratico e, appunto, di una visione nazionale per cui la classe operaia (come dirà Mussolini a Dalmine nel 1919 precorrendo di molto la celebre dichiarazione di Stalin) raccoglie le bandiere borghesi e sfida la borghesia emulandola nei suoi stessi obiettivi - sfida che poi si risolve nell’onesta gestione degli affari borghesi da parte del socialismo nazionale.

Gramsci riecheggia anche il classico argomento turatiano attinto nell’arsenale revisionista e già brillantemente confutato dalla Luxem­burg, sulla «immaturità del proletariato», per eludere l'accusa di cal­deggiamento dell’union sacrée:

 

«Non un abbracciamento generale vuole dunque il Mussolini, non una fusione di tutti i partiti in un'unanimità nazionale, ché allora la sua posizione sarebbe antisocialista. Egli vorrebbe che il proletariato, avendo acquistato una chiara co­scienza della sua forza di classe e della sua potenzialità rivoluzionaria, e ricono­scendo per il momento la propria immaturità ad essere il timone dello Stato, a fare la [nel testo manca una riga ma il senso è chiaro: si tratta della 'immaturità a fare la rivoluzione'; si arguisce che lo scrivente auspicherebbe che i socialisti lasciassero che la borghesia instaurasse per il suo sforzo bellico] una disciplina ideale, e permettessero che nella storia fossero lasciate operare quelle forze che il proletariato, non sentendosi di sostituire, ritiene più forti. E il sabotare una macchina (ché ad un vero sabotaggio si riduce la neutralità assoluta, sabotaggio accettato del resto entusiasticamente dalla classe dirigente) non vuole certo dire che quella macchina non sia perfetta e non sia utile a qualche cosa».

 

Qui si ha pure il ragionamento tipicamente mussoliniano secondo cui l'interventismo proletario sarebbe «sgradito» alla borghesia per il tono «rivoluzionario» che darebbe alla guerra - sofisma opportunistico che gli staliniani riprenderanno allorché si tratterà del «doppio bi­nario» della II guerra mondiale: politica di unità nazionale e, ad uso interno, imbonimento di una presunta potenzialità rivoluzionaria parti­gianesca. Per Gramsci l'atteggiamento mussoliniano non esclude «che il proletariato rinunzi al suo atteggiamento antagonistico e possa, dopo un fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbaraz­zarsi di questa ed impadronirsi della cosa pubblica». L'ipotesi «rivo­luzionaria» è presentata come condizionata dalla attività di élites, con­cepite però secondo una visione appunto «mussoliniana» e di sapore soreliano, cioè come espressione di una «eroica» volontà di potenza. E' indicativo che tale funzione delle élites sia ritenuta particolarmente necessaria in Italia, paese che «non è tutto né proletario né borghese, dato il poco interesse che la gran massa del popolo ha sempre dimo­strato per la lotta politica, e quindi è tanto più facilmente conquistabile da chi sappia dimostrare energia e visione netta dei propri destini».

Lo sfondo, per così dire, teorico di questa prospettiva adorna di corruschi colori dannunziani, è sintetizzato dalla visione della storia co­me «creazione del proprio spirito, fatta da una serie ininterrotta di strappi operanti sulle altre forze attive e passive della società [che] preparano il massimo di condizioni favorevoli per lo strappo definitivo (la rivoluzione)». Questa concezione resta alla base dell’edificio teorico dell’ «Ordine Nuovo», il quale

 

«si propone di suscitare nelle masse degli operai e contadini una élite rivolu­zionaria capace di creare lo stato dei consigli degli operai e contadini e di fondare le condizioni per l'avvento e la stabilità della Società comunista».

 

Anche nelle formulazioni meno palesemente immediatistiche, l'élite è concepita, idealisticamente, non come avanguardia partitica che si muove secondo un programma invariante e impersonale decifrante il senso e le modalità del movimento proletario necessitato dalle forze materiali, bensì come nucleo illuministico la cui volontà prefigura entro la società capitalistica la società nuova, o un suo modello cui aderiscono per persuasione le masse; società nuova che si sostituisce per forza di intrinseca superiorità (in una sorta di «coesistenza competitiva» avanti lettera) al vecchio regime ormai esautorato. Abbiamo dunque una con­cezione dell’élite (a parte il riecheggiamento di motivi soreliani diffusi anche nelle opere dei borghesissimi Mosca e Pareto) come «liberatrice dello spirito delle masse», e non come guida e dirigente del processo rivoluzionario, del tutto affine a quella dei tribunisti e del KAPD (1).

Nell’aprile-luglio 1917 Gramsci (cfr. Scritti giovanili, Torino 1958) dà una valutazione del menscevismo e del regime kerenskiano che da un lato viene incontro al positivo giudizio socialdemocratico, dall’altro concorda con quello  - sostanzialmente non meno positivo  - dei libertari. E' evidente nel suo apprezzamento non solo una totale estra­neità alle posizioni rivoluzionarie bolsceviche, ma anche (anzi, proprio per questo) una concezione demo-libertaria che si esprime in formula­zioni analoghe a quelle successivamente correnti in testi dell’«estremi­smo infantile» europeo. Nella rivoluzione di febbraio, egli vede assente il «fenomeno puramente borghese del giacobinismo», che sostituisce un regime autoritario con un altro non meno autoritario: invece dell’autori­tarismo, il regime dei cadetti e dei socialsciovinisti asserviti all’impe­rialismo dell’Intesa ha dato «il suffragio universale [...] la libertà [...] la libera voce della coscienza universale [...]. I rivoluzionari russi non sono giacobini, non hanno cioè sostituito alla dittatura di un solo la dittatura di una minoranza audace e decisa a tutto pur di far trionfare il suo programma». E' chiaro che qui si condanna come «giacobinismo borghese» la dittatura partitica del proletariato: d'altro canto, il concetto luxemburghiano (2) della rivoluzione ad assenso plenario o maggiori­tario è espresso con non minor evidenza allorché Gramsci afferma che i «rivoluzionari russi», cioè Kerensky e C., sono sicuri che «quando tutto il proletariato russo sarà da loro interrogato, la risposta non può essere dubbia: essa è nelle coscienze di tutti e si trasformerà in decisione irrevocabile non appena potrà esprimersi in un ambiente di libertà spiri­tuale assoluta», dato che ordine nuovo significa essenzialmente «libera­zione degli spiriti» e «instaurazione di una nuova coscienza morale»(anche la terminologia coincide con quella di Gorter e Pannekoek). Parimenti notevole il passo: «Il proletariato industriale è già prepara­to al trapasso anche culturalmente: il proletariato agricolo, che conosce le forme tradizionali del comunismo comunale, è anch'esso preparato al passaggio a una nuova forma di società»; dove si confermano i le­gami fra l'immediatismo operaistico e quello populistico!

       Il 28 luglio quando la repressione kerenskiana infieriva contro il proletariato rivoluzionario, il partito bolscevico era costretto a rien­trare nella clandestinità e Lenin in particolare a nascondersi per non fare l'inutile fine  che i  socialdemocratici germanici riservavano  alla Luxemburg, a Liebknecht, a Jogiches, a Leviné; quando la natura con­trorivoluzionaria del governo «non giacobino» si rivelava nelle spara­torie degli junkers sui manifestanti e nelle taglie poste sulle teste dei comunisti «agenti del Kaiser» -, Gramsci pubblica un articolo il cui indirizzo non è evidentemente riconducibile a pura «mancanza d'infor­mazione».  I  bolscevichi - vi si legge - hanno una  funzione... socratica di «tafano dello stato», cioè di «pungolo» nel «divenire rivoluzionario» e ciò proprio grazie alla «fortuna» rappresentata per la Russia dall’assenza di «giacobinismo», dal fatto che «il gruppo dei socialisti moderati, che ha avuto il potere in sue mani, non ha distrutto, non ha cercato di soffocare nel sangue gli avanguardisti», e Lenin quindi «non ha avuto il destino di Babeuf [...] ha potuto il suo pensiero con­vertirlo in forza operante nella storia». (Non è inopportuno osservare qui che, se Lenin e tutto il suo partito non soccombettero ai colpi inferti dalla democrazia dei cadetti, dei menscevichi, dei socialrivoluzionari, e se successivamente Lenin poté applicare il programma marxista che era alla base stessa dell’esistenza del movimento bolscevico - contro la maggioranza del suo stesso Comitato Centrale, ma con la più perfetta «esecuzione» da parte dei quadri essenziali e con una stretta disciplina generale -, lo si dovette in misura determinante a quanto Gramsci, con gli altri demo-libertari, qualifica di «giacobinismo»:  cioè ad una centralizzazione del partito rivelatasi realmente «organica» al di là delle oscillazioni dei singoli e della stessa maggioranza dei dirigenti).

E' pure interessante come qui si ponga chiaramente il concetto della «volontà creatrice» dei bolscevichi; si è riportato nel I vol. il suc­cessivo articolo gramsciano La rivoluzione contro il «Capitale», dove questa visione tocca l'apice (e si è pure visto, nel vol. I bis, l'arti­colo Gli insegnamenti della nuova storia con cui la Sinistra replica, tra l'altro, all’interpretazione gramsciana «che sostiene essere la ri­voluzione russa una sconfitta del metodo del materialismo storico, e l'affermazione, per converso, di valori idealistici»). Orbene, in quel­lo scritto si ritrova l'affermazione - che corre per tutta l'elabora­zione teorica gramsciana - secondo cui «il pensiero marxista, quello che non muore mai [...], è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco [...], che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche». (Gramsci scaricherà poi questo giudizio, più o meno palesemente, soprattutto su Engels, e quindi farà di Marx il solo e vero «continuatore» del pensiero idealistico italiano - sog­gettivo! - e tedesco - oggettivo quanto ad Hegel, soggettivo quanto a tutti gli altri.). Quello che Gramsci ripudia nel positivismo e nel natu­ralismo è il determinismo, l'oggettivismo, il materialismo. Lo stesso or­dine di presentazione dell’idealismo «italiano e tedesco» tradisce l'ag­gancio a Croce, che in Gramsci è duraturo e rende le sue posizioni ancor più esplicitamente antimarxistiche di quelle per es. di Lukacs e Korsch prima maniera, che affettano di rifarsi ad Hegel.

Quando si tratta poi di valutare lo scioglimento della Costituente, e il significato del «tutto il potere ai soviet», il democratismo gramsciano risalta in piena luce (Costituente e Soviet, in Scritti giovanili, pagg. 160-161). I soviet sono «un primo modello di rappresentanza di­retta dei produttori»; ove si notano a) la teoria del modello; b) il prin­cipio della democrazia diretta; c) il criterio della rappresentanza dei pro­duttori (non dei proletari come tali, e quindi degli stessi soldati) che, insieme all’annullamento del ruolo del partito, formeranno le direttive della visuale ordinovistica. Ancora, il senso elementare della dittatura del proletariato è svisato radicalmente nell’asserzione che «una mino­ranza che è sicura di divenire maggioranza assoluta, se non addirittura la totalità dei cittadini, non può essere giacobina, non può avere come programma la dittatura perpetua»: la dittatura bolscevica costituirebbe dunque non la forma politica e la condizione prima del periodo di trasformazione compatibile solo su terreno mondiale, ma una semplice mi­sura transitoria intesa a consentire alla «maggioranza effettiva di or­ganizzarsi»!!!

In successivi scritti di Gramsci è visibile una certa tendenza a «correggere (almeno in parte) il tiro», ma di fatto sul problema di Brest-Litovsk, come su quello dell’internazionalismo, egli riporta frasi generiche o banali, come quando afferma che il marxismo consiste nel riconoscimento di un crescente antagonismo tra le classi, ma tace sul vero carattere distintivo del comunismo scientifico, ossia l'individuazio­ne del fine  di tale antagonismo. Vi sono formule vagamente «storici­stiche» in senso crociano, come: «La cultura dei bolscevichi è mate­riata di filosofia storicistica; essi concepiscono l'azione politica, la storia come sviluppo, non come arbitrio contrattualistico, ma come pro­cesso infinito di perfezione, non come mito definitivo e cristallizzato in una formula esteriore» (Scritti giovanili, pagg. 263 segg.); «La vita po­litica russa è indirizzata in modo che tende a coincidere con la vita morale [!!!], con lo spirito universale dell’umanità russa» (ivi, pag. 286); espressioni cui se ne aggiungono altre miste di tonalità volonta­ristiche e razionalistiche come: «Lenin è il freddo studioso della realtà storica, che tende organicamente a costruire una società nuova su basi solide e permanenti, secondo i dettami della concezione marxista:  è il rivoluzionario che costruisce senza farsi illusioni frenetiche, ubbi­dendo alla ragione e alla saggezza» (ivi, pagg. 307 e sgg.), ove si ripro­pongono i temi del concretismo e della «costruzione», del «modello» del socialismo «in Russia», quasi «prototipo» di una struttura da «in­nestare», tramite una rete di «realizzazioni pratiche», entro l'econo­mia capitalistica in modo da soverchiarla (sul suo stesso terreno pro­duttivistico) ed assorbirla, elementi caratteristici dell’ordinovismo e svi­luppati nella successiva teorizzazione gramsciana, ma attinti dai filoso­femi invarianti dell’opportunismo immediatista internazionale.  Come poi questo «modello» venga inteso - in sintonia perfetta con le im­postazioni affacciate p. es. da A. Rosmer, candidamente convinto che Stato e Rivoluzione fosse stato scritto per «conciliare» Marx e Ba­kunin - è dimostrato da un articolo come quello su L'organizzazione economica e il socialismo Il Grido del popolo», 9.11.1918), in cui si afferma che il socialismo rivoluzionario

 

«riconduce l'attività sociale alla sua unità e si sforza di fare politica ed economia senza aggettivi, cioè aiuta lo svilupparsi ed il prendere coscienza di sé delle energie proletarie e capitalistiche spontanee, libere, necessarie storicamente, perché dal loro antagonismo si affermino sintesi provvisorie sempre più compiute e perfette, che dovranno culminare nell’atto e nel fatto ultimo che tutte le contenga, senza residui di privilegi e di sfruttamenti. L'attività storica contrastante non sfocerà né in uno stato professionale, come quello vagheggiato dai sindacalisti, né in uno stato che abbia monopolizzato la produzione e la distribuzione come è vagheggiato dai riformisti. Ma in un'organizzazione della libertà di tutti e per tutti che non avrà nessun carattere stabile e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forme nuove, di rapporti nuovi, che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini e dei gruppi, perché tutte le iniziative siano rispettate purché utili, tutte le libertà siano tutelate purché non di privilegio. Queste considerazioni trovano un esperi­mento vivo e palpitante nella rivoluzione russa, la quale finora è stata specialmente uno sforzo titanico perché nessuna delle concezioni statiche del socialismo si affermasse definitivamente, chiudendo la rivoluzione e fatalmente riconducendola ad un regime borghese che, se liberale e liberista, darebbe maggiori garanzie di storicità di un regime professionale, o di un regime accentratore e statolatra».

 

In questo brano liberalsocialista avanti lettera, intriso di «storicismo» neoidealistico crociano (ivi compresa la «religione della libertà»), è palese la totale incomprensione, non pure del significato dell’Ottobre sul piano russo ed internazionale, ma di tutta la costruzione dottrinale marxista. Vi si ripropongono motivi già precedentemente esposti da Gramsci, che nel 1916 scriveva sullo stesso «Grido del popolo»:

 

«L'uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo. Gli è che solo grado a grado, strato a strato, l'umanità ha acquistato coscienza del proprio valore [...]. E questa coscienza si è formata non sotto il pun­golo delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione sociale. Ciò vuol dire che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavoro di critica, di penetrazione culturale».

 

E ancora nel 1917, nel numero unico La città futura, si dichiara Croce «il più grande pensatore d'Europa in questo momento», e si proclama che «i socialisti non devono sostituire ordine ad ordine: de­vono restaurare l'ordine in sé», espressione che non contraddice il po­steriore titolo de «L'Ordine Nuovo», dove per «ordine» si intende il «quarto stato», la classe declassata a «ceto di produttori» che come già il terzo stato deve costruire le sue assise in seno all’ancien régime, -                mentre ciò che Gramsci nega è che il socialismo costituisca un ordi­ne produttivo-distributivo inverso rispetto a quello capitalistico, e che la dittatura del proletariato costituisca il contrapposto dialettico della dit­tatura borghese. Questi sono per lui sistemi «chiusi» e «giacobini», mentre il suo ideologismo «aperto» prospetta la proudhoniana utilizza­zione dei «lati buoni» del capitalismo, liberato dalle tare di uno stata­lismo protezionistico in cui egli ravvisa non l'imperialismo, ultima fase del capitalismo, ma un residuo precapitalistico o comunque un fattore limitante il capitalismo (il che inciderà in modo determinante sulla sua rappresentazione del fascismo). E' proprio su questo scoglio del «totalitarismo» che si arenano tutte le forme d'immediatismo ed op­portunismo!

Ciò aiuta a comprendere quale fosse lo storicismo - d'impronta evidentemente crociana - di Gramsci, in una fase in cui i veri inter­preti del «socialismo rivoluzionario», da Lenin a Bukharin alla Sini­stra «italiana», identificavano appunto nel totalitarismo statalista, ac­centratore e militaresco, la necessaria espressione dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo, in antitesi alle deformazioni ideologiche sul «supercapitalismo» e sulla particolare «politica» che l'imperialismo rappresenterebbe secondo Kautsky, al quale Gramsci non temerà di riferirsi per rivendicare il parlamentarismo e tacciare implicitamente l'astensionismo di «debolezza piccolo-borghese».

Oltre al vizio fondamentale della «teoria del modello», del socia­lismo «edificato» sperimentalmente nella Russia precapitalistica quale «proposta» da imitare in partibus infidelium, va notato che Gramsci, inversamente, ignora o respinge proprio quelli che Lenin ne L'estre­mismo definiva i caratteri internazionali della rivoluzione russa  - ca­ratteri che in un’area storica di rivoluzioni «puramente» proletarie, «semplici» e non «doppie», tanto più avrebbero dovuto manifestarsi in primo piano, in quanto erano dovuti emergere perfino in una «rivoluzione doppia» la cui prima fase (fino alla vittoria della dittatura pro­letaria almeno in una serie di paesi avanzati) non poteva essere, quan­to a rapporti economico-sociali, che democratico-borghese «radicale»:

 

«Quasi tutti ormai vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non già due anni e mezzo, ma neanche due mesi e mezzo, se nel nostro partito non fosse esistita una disciplina severissima, realmente ferrea, se il nostro partito non avesse avuto l'appoggio pieno e incondizionato di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutti i suoi elementi pensanti, onesti, devoti sino all’abne­gazione, autorevoli e capaci di guidare o di conquistare gli strati arretrati...

Lo ripeto, l'esperienza della dittatura del proletariato che ha vinto in Russia ha mostrato chiaramente a chi non sa pensare e a chi non ha mai dovuto riflettere su questo problema che la centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono una delle condizioni fondamentali per la vittoria sulla borghesia... ».

 

Questa, come era la grande lezione della rivoluzione d'Ottobre e della dittatura proletaria in Russia, così era il nucleo essenziale dell’op­posizione fra marxismo rivoluzionario ed immediatismo, alias opportu­nismo. Sarebbe banale supporre che a Gramsci, impelagato in posizio­ni che evocano la «rivoluzione liberale» gobettiana e il «liberalsocia­lismo», questa opposizione sfugga. Di fatto, egli si trova solidale con gli immediatisti di ogni risma, e il suo «programmatico» eclettismo lo induce solo a porsi come conciliatore delle molteplici tendenze op­portunistiche. Perché è proprio il giacobinismo proletario, opposto a quello nazional-popolare (di cui Gramsci si farà poi settatore), a costi­tuire, in definitiva, la lezione dell’Ottobre e del bolscevismo in genere, dalla sua costituzione fino alla sua vittoria.

Per Gramsci, invece - anche dopo La rivoluzione contro il «Ca­pitale» - il problema essenziale è quello dello «slancio vitale [espres­sione per eccellenza bergsoniana] della nuova storia russa [...]. La ri­voluzione russa è dominata dalla libertà: l'organizzazione si fonda per spontaneità, non per arbitrio di un "eroe" che s'imponga con la vio­lenza. E' un'evoluzione umana continua e sistematica, che segue una gerarchia, che si crea volta a volta gli organi necessari della nuova vita sociale [...]. Poiché il socialismo non si instaura a data fissa, ma è un continuo divenire, uno sviluppo infinito in regime di libertà organizzata e controllata dalla maggioranza dei cittadini, o dal proletariato» (Utopia, nell’«Avanti!» del 25.VII.1918), Perciò «la dittatura è l’istituto fon­damentale che garantisce la libertà, che impedisce i colpi di mano delle minoranze faziose. E' garanzia di libertà perché non è un metodo da perpetuare, ma permette di creare e solidificare gli organismi permanenti in cui la dittatura si dissolverà dopo aver compiuto la sua missione». Quindi la dittatura non resterà fino alla totale estinzione dello stato; quindi lo stato è impiegato dai proletari o nell’interesse della libertà» (esattamente all’inverso dell’affermazione di principio di Engels: «fin­ché il proletariato ha ancora bisogno dello stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diviene possibile parlare di libertà, allora lo stato come tale cessa di esistere», lettera a Bebel del 18-28 marzo 1875), o, meglio ancora, si risolve nell’autogestione operaistica ed al contempo populistica.

E' dunque possibile, per Gramsci, una «libertà» grazie ad orga­nismi non dittatoriali. Tutta la concezione marxista dello stato è qui capovolta, perché è evidente che gli «organismi permanenti» di cui si parla non hanno nulla a che fare con la amministrazione delle cose, che in ogni caso non può essere se non centralizzata al massimo, fino al «piano unico mondiale». Dal contesto è chiaro che questi organismi democratici sono la base di quel regime di «libertà organizzata e con­trollata dalla maggioranza dei cittadini» con cui si identificherebbe il socialismo; in altri termini, la dittatura è ammessa in quanto preludio allo «stato popolare libero»! I motivi stile IWW (parlamento unionista, ecc.) si sovrappongono ai temi socialdemocratici della «democra­zia pura», e un'ennesima volta non si può non sottolineare quale mo­struosa falsificazione, degna in tutto della scuola staliniana che l'ha diffusa, rappresenti la pia leggenda del «leninismo» gramsciano. D'al­tra parte, il lettore sa che in quegli anni le posizioni di Marx, Engels, Lenin, non erano un mistero per nessuno: la Sinistra lo dimostra con tutta la sua attività e con le sue pubblicazioni - non si trattava, evi­dentemente, di conoscere o meno Stato e rivoluzione, bensì di rifarsi o meno alle fonti classiche, a tutti accessibili, da cui Lenin stesso attinse la sua sinottica «ripetizione».

Il fenomeno, beninteso, non è proprio del solo gramscismo che, con altri orientamenti analoghi, si trova obiettivamente e dichiaratamente - proprio in alcune questioni nodali - schierato su posizioni apertamente difese dal centro e dalla destra socialdemocratica, o addi­rittura dalla borghesia grande e piccola. Così per il wilsonismo, il cui ripudio poté sembrare una specie di comun denominatore per una generica «sinistra internazionale» di origini e motivazioni eterogenee (3); Gramsci adotta in merito un atteggiamento di aperta conciliazione nei confronti del pacifismo borghese, con espressioni che potrebbero ap­partenere a un Longuet (4) qualsiasi, ma non, p. es., a un Rosmer, per a-marxista ed antimarxista che fosse la sua formazione (cfr. «Il Grido del popolo» del 2.111.1918):

 

«Il programma di Wilson, la pace delle nazioni, si avvererà solo per il sacrifizio della Russia, per il martirio della Russia. Tra le ideologie medie della borghesia italiana, francese, inglese, tedesca e il massimalismo russo era un abisso; la distanza è stata accorciata avvicinandosi all’estremo anello logico borghese, al programma deI presidente Wilson. Il presidente americano sarà il trionfatore della pace; ma per il suo trionfo è stato necessario il martirio della Russia: Wilson Io ha sentito, e ha reso omaggio a quelli che pure sono anche i suoi avversari».

 

La natura intrinsecamente opportunistica dell’immediatismo viene qui... immediatamente in luce nell’apologia della pace imperialista e nell’evidente ramo d'olivo teso ai «pacifisti» del centro e della destra del PSI. E si vede come l'unitarismo ad ogni costo («da Bordiga a Turati»), bene espresso - come si è già visto - prima e dopo Bo­logna, non fosse che l'espressione della totale mancanza d'orientamento del «concretista» per definizione, dell’incapacità di tracciare anche la più superficiale «distinzione» tra forze della rivoluzione e forze della conservazione, di intuire l'antitesi tra «gli antipodi apocalittici» Lenin e Wilson    intuizione che pur ebbero (senza trarne le necessarie con­seguenze e inquadrarla in una solida prospettiva dottrinale) diversi rag­gruppamenti di «compagni di strada», anche se predestinati all’inevi­tabile evoluzione dell’immediatismo verso conclusioni più o meno aper­tamente reazionarie e disfattiste. Così, mentre il gramscismo non pote­va, per vizio congenito, aderire alla restaurazione leniniana del marxi­smo, anche sul piano della formale convergenza o dell’adattamento «tat­tico», si tenne ben lontano dall’adesione anche ai più comuni elementi della propaganda bolscevica, perfino sui temi più largamente ricono­sciuti come discriminanti.

Il commento a un articolo di A. Leonetti («Il Grido del popolo», 31.VIII.1918) è pure particolarmente interessante perché ripropone l'aspetto «culturalista» dell’immediatismo ben dopo la polemica «gio­vanile» del 1912-13 e alquanto prima dell’Ordine Nuovo:

 

«Il movimento socialista si sviluppa, aggruppa moltitudini, i cui individui sono preparati in grado diverso all’azione consapevole, sono preparati in grado diverso alla convivenza sociale nel regime futuro. Tanto minore è da noi questa preparazione in quanto l'Italia non è passata attraverso l'esperienza liberale, ha conosciuto poche libertà, e l'analfabetismo è ancor oggi più diffuso di quanto non riportino le statistiche».

Il concetto della mancata rivoluzione liberale (democratico-borghe­se) in Italia sarà un leitmotiv e del posteriore gramscismo (Quaderni) e del «togliattismo». Basti qui notare che Gramsci enunzia il tema ca­ratteristico di una sua visione ravvisante nella perdita di funzioni go­vernative da parte del parlamentarismo non lo sviluppo, ma una pre­sunta «immaturità» locale del regime borghese. Per la Sinistra, al contrario, era chiaro che il baraccone non ha - e meno che mai nella fase imperialistica - il compito di dirigere la «società civile» borghese, e in particolare in epoca imperialistica neppure quello di rappresentare, come (in misura più o meno grande) in passato, le «forze vive» del sistema, bensì quello precipuo della diversione ed esorcizzazione della lotta di classe.

Non meno significativo l'altro passo:

 

«Maggiore è nel proletariato organizzato il dovere di educarsi, di sprigionare dal suo aggruppamento il prestigio necessario per assumere la gestione sociale senza la preoccupazione di rivolte vandeane che distruggano le conquiste del partito d'azione [sic!]».

 

Incorreggibile, Gramsci ribadirà quest'affermazione sull’ «Ordine Nuovo» del 20.III.1920, polemizzando contro un compagno bologne­se che «si è seriamente scandalizzato leggendo che dall’Ordine Nuovo è stata pubblicata questa opinione: "se un frate, un prete, una monaca esplicano un lavoro qualunque di sociale utilità, sono cioè lavoratori, hanno diritto di essere trattati come gli altri lavoratori"», e «crede sia "il caso di domandare ai compagni dell’Ordine Nuovo se, scrivendo come scrivono, non diano agio a sospettare che... si tratti dell’ordine nuovo dei preti dei frati e delle monache socialisti "». Gramsci gli chiede;

 

«Quale azione pensa debba svolgere il potere dei soviet italiani nei confronti di Bergamo, se la classe operaia di Bergamo sceglie, come suoi rappresentanti, preti, frati e monache? Bisognerà mettere a ferro e fuoco Bergamo? Bisognerà estirpare dal suolo italiano la razza degli operai e contadini che politicamente seguono la bandiera del Partito popolare nella sua ala di sinistra? Gli operai comu­nisti, non contenti di dover lottare contro lo sfacelo economico che il capitalismo lascerà in eredità allo stato operaio, non contenti dì dovere lottare contro la reazione borghese, dovranno anche suscitare in Italia una guerra religiosa accanto alla guerra civile? Anche se una parte dei cattolici, dei preti, dei frati, delle monache accetteranno il potere dei soviet, domandando solo la libertà del culto?».

 

Se si crede che Gramsci voglia solo dire che la religione non può (purtroppo!) essere estirpata col ferro, ci si inganna: egli ha un atteg­giamento di conciliazione con la stessa Chiesa, potere capitalistico-finan­ziario, organizzazione eminentemente controrivoluzionaria; oltre quindi ad anticipare i futuri accordi con le «sinistre popolari» tipo Miglioli e Cocchi, auspica addirittura un Concordato «socialista»:

 

«La questione è molto importante, e meriterebbe di essere trattata diffusa­mente e profondamente. Il partito socialista, come partito di maggioranza della classe lavoratrice, come partito di governo del futuro stato operaio italiano, deve avere una  opinione  in proposito e dovrebbe divulgarla fra le masse proletarie che seguono politicamente i clericali. In Italia, a Roma, c'è il Vaticano, c'è il Papa: lo stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale [sic!] della Chiesa: lo stato operaio dovrà anche esso trovare un sistema di equilibrio».

 

D'altro canto, ancora una volta, di fronte a queste manifestazioni, la diagnosi da fare non è di «provincialismo», ma di «antigiacobinismo»: e, di fatto, espressioni analoghe le ritroviamo in autori non so­spettabili di... filocattolicismo, ma strettamente apparentati a Gramsci dall’immediatismo spontaneista, come Pannekoek e Lukàcs, entrambi su­bordinanti la rivoluzione, e lo stesso atto insurrezionale, non alla ma­teriale mobilitazione delle masse per la crisi del regime costituito e l'azione di propaganda ed organizzazione del partito, ma alla «coscien­tificazione» delle masse stesse, per cui al di fuori di questo consenso universale si vede perduta la causa rivoluzionaria (5).

La verità è che gli immediatisti di destra come quelli di sinistra cercano con le loro capitolazioni codiste di evitare la «lotta fratricida» sia tra «proletari», sia tra «oppressi» in genere, riducendosi a rin­viare la rivoluzione alle calende greche del consensus omnium, peggio ancora della cosciente accettazione universale (trabocchetto nel quale, lo vedremo, caddero anche gli spartachisti). Come è inevitabile (Lenin) la resistenza della borghesia, così lo è il fenomeno delle Vandee, vuoi di origine piccolo-borghese, vuoi provenienti da settori proletari arre­trati (e dall’aristocrazia operaia):  nemmeno nella doppia rivoluzione russa, per la prima fase democratica,  popolare (ricorda Trotsky in Ter­rorismo e comunismo), poté durare il blocco coi socialrivoluzionari «di sinistra»: si ebbero la ribellione di costoro, la makhnòvcina, Kronstadt ecc. Già al III congresso del POSDR, Londra 1905, Lenin aveva preavvisato: «Anche ad impossessarci di Pietroburgo e mandare Nicola II alla ghigliottina, ci troveremo di fronte a diverse Vandee», come puntual­mente avvenne. E in Occidente, ove la presa del potere sarebbe stata più difficile per l'«attaccamento della classe operaia al regime borghese» denunziato da Trotsky (6), le resistenze all’instaurazione della ditta­tura rivoluzionaria sarebbero state - e questa è una tautologia - ben maggiori che in Russia anche da parte degli «oppressi», né si sareb­bero potute prevenire o con l'educazione e la propaganda, o con quelle combinazioni per ottenere la «maggioranza» aritmetica della classe ope­raia, che purtroppo dovevano imporsi in seno all’Internazionale comu­nista decadente.

E' pure interessante notare come Gramsci, mentre scrive sul «Gri­do del Popolo» del 7.IX.1918 che «la democrazia italiana è ancora una "demagogia", poiché non si è costituita in organismo gerarchico, poiché non ubbidisce a una disciplina ideale in dipendenza a un pro­gramma cui liberamente si è fatta adesione», sul numero del 14 asse­risce che il Congresso di Roma del PSI (2-6 settembre) «ha riaffer­mato, in seno all’organizzazione politica dei lavoratori, il trionfo della frazione intransigente rivoluzionaria, ha riaffermato, in seno al Partito socialista italiano, il trionfo del socialismo [...]. I socialisti hanno dimo­strato di essere, nel seno della nazione italiana, la forza sociale più sensibile ai richiami della ragione e della storia, di essere un'aristocrazia che merita di assumere la gestione della responsabilità sociale», dove si vedono due leitmotiv dell’ulteriore elaborazione gramsciana: la procla­mata mancanza di una maturità democratica in Italia - per cui il ruolo del proletariato viene ad essere anche in quest'area geo-storica quello di compiere la rivoluzione democratico-borghese    e il concetto del par­tito come forza nazionale e popolare. L'apparentamento tra immediati­smo «di destra» e «di sinistra» risulta pure dalla dichiarazione che

 

«lo Stato socialista, e cioè l'organizzazione della collettività dopo l'abolizione della proprietà privata, non continua lo Stato borghese, non è un'evoluzione dello Stato capitalistico costituito dai tre poteri, esecutivo, parlamentare e giudiziario, ma continua ed è uno sviluppo sistematico delle organizzazioni professionali e degli enti locali, che il proletariato ha già saputo suscitare spontaneamente in regime individualistico [...]. L'ordinamento che lo Stato capitalista ha assunto in Inghilterra è molto più vicino al regime dei soviet di quanto non vogliano ammettere i nostri borghesi che parlano di "utopia leninista"...».

 

Dal ghildismo spontaneista al più volgare laburismo il passo è bre­ve; dal «socialismo» anarchicheggiante alla De Paepe all’antimarxismo alla De Man lo è ugualmente - e non a caso la Sinistra comunista si qualifica tale nella lotta contro ogni sorta di immediatismo, come i suoi antecessori e maestri bolscevichi si erano definiti tali combatten­do risolutamente ogni varietà di economicismo. La grande lezione bol­scevica sulla priorità del partito verrà dalla Sinistra ulteriormente sot­tolineata come ancor più impegnativa in un Occidente in cui antiche tradizioni parlamentaristiche  e laburistiche gravavano sul  movimento rivendicativo, che pur nella Russia autocratica (ove la lotta più elemen­tare, p. es. gli scioperi, assumeva necessariamente aspetti di scontro diretto con le forze statali) Lenin riconosceva non poter travalicare i limiti tradeunionistici e quindi politicamente borghesi (e a qual più forte ragione nell’Inghilterra o perfino nell’Italietta giolittiana castrata da decenni di «socialismo evangelico»!).

Mostrando che il bolscevismo era pianta di ogni clima, la Sini­stra ribadì che, se esso aveva dovuto abbandonare ogni residuo popu­lismo nella terra di elezione dei moti popolari di una rivoluzione demo­borghese ancora da farsi, respingendo ogni sorta di coalizioni con i co­siddetti partiti affini, se aveva dovuto gestire da solo il potere per lo stesso adempimento dei compiti democratici sul piano economico e per la fisica difesa della rivoluzione, l'intransigenza rivoluzionaria (7) sa­rebbe stata tanto più necessaria in Occidente, quanto più diretto vi sa­rebbe stato lo scontro tra rivoluzione comunista e conservazione capitalista, e quanto più difficile quindi (Lenin) la presa del potere. Tale intransigenza rivoluzionaria si traduceva nell’accentuazione e non nell’attenuazione delle lezioni d'Ottobre, e nella messa in primo piano della esigenza di foggiarsi quegli strumenti programmatici, strategici, tattici ed organizzativi, senza il cui approntamento ogni auspicio «rivoluziona­rio» assumeva un carattere di vacua vociferazione massimalistica.

 

(1)   Si paragoni questa visuale per eccellenza antimaterialistica con l'asserzione di Trotsky ne I problemi psicologici delta guerra, 11 settembre 1915: «La psicologia umana è la forza più conservatrice: non i grandi eventi scaturiscono dalla coscienza, ma gli eventi, le loro nuove correlazioni, i loro nessi, gli incroci delle grandi forze storiche, costringono la nostra psicologia passiva e pigra ad adattarsi, penosamente, goffamente, a loro», tesi che riproduce quella classica secondo cui l'esistenza precede la coscienza e, per dirla con un'espressione spesso ricorrente nei nostri scritti, la testa è l'ultimo degli organi umani a muoversi sotto la spinta delle forze sociali obiettive, materiali.

(2)       Cfr. il cap. VIII.

(3) «Lenin e Wilson sono gli antipodi apocalittici del nostro tempo», affermava Trotsky nel 1917. Analogamente il «Soviet» del 1  gennaio 1919, nell’articolo Wilson:       «Noi socialisti dobbiamo non plaudire, ma a viso aperto combattere Wilson [...]. Filippo Turati scorge il dilemma: Wilson o Lenin. E' il dilemma che vediamo anche noi: capitalismo o socialismo»!

(4) Cfr. Trotsky, Jean Longuet, o la putrefazione del parlamentarismo, in Die Kommunistische  Internationale, nr. 7-8/1919 (trad. nel nostro  O  preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale, cfr. pagg. 14-18).

(5)  Del primo, in particolare, Der neue Blanquismus, in «Der Kommunist» di Brema nr. 27/1920; del secondo, Opportunismus und Putschismus, in «Kommu­nismus» di Vienna, I/32,1920.

(6)       Cfr. ad esempio Non si vive di sola politica, in Problemi della vita, 1924:

       «Il proletariato russo non ha una lunga storia di classe ed è privo di tradizioni; tutto ciò ha indubbiamente facilitato quella educazione rivoluzionaria che ha portato all’Ottobre. Nello stesso tempo però tutto ciò rende assai più difficile la fase rivolu­zionaria costruttiva. L'operaio russo - ad eccezione di quello che si trova al vertice della classe - di solito manca delle abitudini e delle nozioni più elementari in campo culturale (per ciò che riguarda la pulizia, l'istruzione, la puntualità, ecc.). L'operaio dell’Europa occidentale possiede in maggior misura queste abitudini in quanto le ha acquisite in regime borghese con un processo lungo e lento. Ciò spiega perché nell’Europa occidentale la classe operaia è così fortemente attaccata al regime borghese, con la sua democrazia e libertà di stampa per i capitalisti, e tutti gli altri vantaggi. Il regime borghese russo non ha avuto il tempo di fare nulla di buono per la classe operaia; il proletariato russo ha così rotto più facilmente con la borghesia e ne ha rovesciato il regime senza rimpianti. Ma per questa stessa ragione in Russia il proletariato sta solamente cominciando ad acquisire e ad accu­mulare gli elementi più semplici di una cultura, e lo fa già nell’ambito di uno stato operaio. La storia non dà nulla gratis. Avendo concesso uno sconto in un campo, quello politico, ci fa pagare un prezzo più alto in un altro, quello culturale».

(7)  Sulla leggenda di Lenin «grande opportunista» vedasi il discorso commemorativo di A. Bordiga, Lenin nel cammino della rivoluzione (Roma, 1924). Anche Trotsky, nella Critica delle tesi fondamentali del progetto di programma dell’inter­nazionale comunista del giugno 1928 (II, 9: La manovra della strategia rivoluzionaria, paragrafo tuttavia ben lungi dall’inquadrare esaurientemente il problema dei rap­porti tattica-strategia) asserisce: «Non è la duttilità che costituì (e che del resto neppure ora deve costituire) il tratto caratteristico fondamentale del bolscevismo, ma la sua fermezza ferrea. E' precisamente questa la qualità che possedeva e che gli rimproveravano nemici ed avversari e di cui a giusto titolo è andato fiero. Non 'ottimismo' bonaccione, ma intransigenza, vigilanza rivoluzionaria, lotta per ogni grammo di indipendenza, ecco i suoi tratti essenziali. E' di qui che devono incominciare i partiti comunisti di Oriente e d'Occidente». (Cfr. La III Internazionale dopo Lenin, Milano 1957, pag. 160). Superfluo dire che i partiti comunisti, in Occidente ed Oriente, avrebbero dovuto mettersi su quella via - che era quella del 1903 bolscevico - ben prima del 1928: ma ci si provò solo la direzione «di sinistra» del PCd'I, instaurata «troppo tardi» ed eliminata «troppo presto», e con la quale perciò fu spento l'unico focolaio di autentico bolscevismo, ossia comunismo europeo non da burla.

         

 

5. - «ORDINE NUOVO» E IDEOLOGIA CONSILIARE

 

Sulle prime manifestazioni della rivista «Ordine Nuovo» grava la taccia di essere un'elaborazione prevalentemente taschiana: questo giu­dizio, affacciato in un primo tempo per sottolineare la distinzione del consiglismo gramsciano dal neosindacalismo di Tasca, fu poi ripreso dai centristi preoccupati di «scindere le proprie responsabilità» da An­gelo Tasca passato su posizioni decisamente di destra, e addirittura alla socialdemocrazia più provocatoriamente dichiarata. Tuttavia, per capire come la «sconfessione retroattiva» (e condizionata) di Tasca da parte del gruppo Gramsci non implicasse affatto una dissociazione dal gradua­lismo di cui lo stesso Tasca si era fatto vessillifero, basta considerare l'articolo Il programma dell’ «Ordine Nuovo» (14-28.VIII.1920), in cui Gramsci così giustifica il dissidio culminato nel «colpo di stato reda­zionale» per la pubblicazione (21.VI.1919) dell’articolo Democrazia operaia, redatto in collaborazione con Togliatti:

 

«..Cosa fu l'Ordine Nuovo nei primi numeri? Fu un'antologia, nient'altro che un'antologia; [...] un disorganismo, il prodotto di un mediocre intellettualismo, che zampelloni cercava un approdo ideale e una via per l'azione. Questo fu l'Ordine Nuovo, quale fu varato in seguito alle riunioni che tenemmo nell’aprile 1919 [...] nelle quali il compagno Tasca respinse, come non conformista alle buone tradizioni della morigerata e pacifica famigliola socialista italiana, la proposta di consacrare le nostre energie a 'scoprire' una tradizione soviettista nella classe operaia italiana, a scavare il filone del reale spirito rivoluzionario italiano [...]. Esiste in Italia, come istituzione della classe operaia, qualcosa che possa essere parago­nato al soviet, che partecipi della sua natura? qualcosa che ci autorizzi ad affer­mare: il soviet è una forma universale, non è un istituto russo, solamente russo; il soviet è la forma in cui, dappertutto ove esistono proletari in lotta per con­quistare l'autonomia industriale, la classe operaia manifesta questa volontà d'eman­ciparsi; il soviet è la forma di autogoverno delle masse operaie; esiste un germe, una velleità, una timidezza [sic] di governo dei soviet in Italia, a Torino? […] Sì, esiste in Italia, a Torino, un germe di governo operaio, un germe di soviet; è la commissione interna [ecco dunque la dottrina del 'socialismo dei consigli' ridotta ad ancor... più miti consigli: perfino la commissione interna diviene 'un germe di governo operaio, di soviet', grazie ad una malintesa teoria del 'controllo operaio'];  studiamo questa istituzione operaia, facciamo un'inchiesta, studiamo pure la fabbrica capitalistica, ma non come organizzazione della produzione mate­riale, ché dovremmo avere una cultura specializzata che non abbiamo; studiamo la fabbrica capitalistica come forma necessaria della classe operaia, come organismo politico [?], come "territorio nazionale dell’autogoverno operaio" [si arriva quindi all’aziendismo ed all’autogestione quale propugnata ai nostri giorni dai destrissimi 'teorici' jugoslavi]... Quella parola era nuova, essa fu respinta dal compagno Tasca [...]-Egli voleva che non si iniziasse nessuna propaganda direttamente tra le masse operaie, egli voleva un accordo con i segretari delle federazioni e dei sindacati, egli voleva che si promuovesse un convegno con questi segretari, e si costruisse un piano per un'azione ufficiale...».

 

Il pomo della discordia tra Gramsci e Tasca è qui messo chiara­mente in luce, come nella diretta polemica che lo precede, e di cui questa dichiarazione è in qualche modo un riepilogo: para-unionismo da parte di Tasca, «socialismo dei consigli» (con eventuali surrogati stile «commissioni di fabbrica» ad accentuarne il localismo e la portata obiettivamente più che modesta) da parte di Gramsci: in ogni modo, l'indirizzo immediatista dell’«Ordine Nuovo», anche stando a questa dichiarazione, non è individuabile nell’influsso di una particolare visione taschiana. Inoltre, i brani surriferiti aiutano a comprendere l'opposizione di Gramsci e dei suoi collaboratori non solo (e non tanto!) alla posi­zione di Tasca - che viene criticato sul suo stesso terreno, in nome di un'estremizzazione delle posizioni immediatistiche di cui egli stesso è inequivocabilmente sostenitore - ma a quella della Sinistra.  In questo senso è accettabilissimo, come sommario delle concezioni gram­sciane, ed insieme loro decifrazione alla luce dell’ulteriore processo, il commento di Togliatti (corsivi nostri):

 

«Comprendeva la direzione socialista che il compito vero stava nel riuscire a dare una direzione nuova a masse sterminate di popolo, compreso il ceto medio? stava nel mettersi alla testa di un moto che fosse davvero nazionale, che avesse in sé la capacità di riordinare tutta la società italiana sopra nuove basi? [...]. Questo fu il tema vero dell’Ordine Nuovo. Punti di partenza erano, da un lato, l'esperienza rivoluzionaria della classe operaia torinese, dall’altro lato le lotte sempre più aspre del momento...,» (1).

 

L'evidente scopo apologetico delle «conversazioni» togliattiane, la sbirresca denigrazione in esse contenuta degli artefici dell’Ottobre, nulla tolgono all’obiettività di queste righe, che sono una parafrasi o meglio un centone di espressioni impiegate da Gramsci nell’«Ordine Nuovo» o negli scritti anteriori. Questo, effettivamente, era il tema vero del movimento ordinovista,  mentre la  «costruzione di un vero partito comunista» andava relegata tra le «allucinazioni particolaristiche»! Ciò, un'ennesima volta, rende conto di quel che fosse il leninismo gramsciano cui fanno appello coloro che barattano per leninismo la «tattica elastica», e «per duttilità bolscevica» soprattutto «la flessi­bilità della loro schiena» (Trotsky).

Il 15.VI.1919,  salutando l'uscita dell’«Ordine Nuovo» (il cui primo numero è del 1  maggio), il «Soviet» pone la questione nei suoi termini obiettivi:

 

«L'approssimarsi della messa in pratica del programma socialista non deve essere considerato senza tener sempre presente la barriera che ce ne separa nettamente nel tempo; lo stabilirsi di una condizione pregiudiziale, cioè la conquista di tutto il potere politico alla classe lavoratrice, problema che precede l'altro e sui processi del quale ancora c'è tanto da risolvere e da definire. Porrebbe lo studio concreto [il termine non è evidentemente impiegato a caso] delle vitali applica­zioni socialiste trascinare alcuni a porle fuori dall’ossigeno che le alimenta della dittatura proletaria, per considerarle compatibili cogli istituti attuali, scivolando verso il riformismo. Il massimalismo [si intenda: comunismo] vede sotto una luce perfettamente realistica il complesso corso della trasformazione dell’economia capita­listica in quella comunistica, che esso appoggia su una base anche reale e concreta: la rivoluzione politica; rifiutandosi di avere fino al trionfo di questa altro compito concreto che quello di preparare ad essa le masse proletarie».

 

Esiste certamente una Realpolitik rivoluzionaria, ed è la politica - quindi la strategia e la tattica - basata su conoscenze scientifiche di leggi obiettive inerenti al modo di produzione capitalistico con le sue contraddizioni fondamentali. Ma questa «politica realistica» re­spinge ogni smania volontaristica di «incidere sul reale», di «violen­tare la realtà», per lenta erosione e graduale conquista di posizioni di forza così come per «offensiva» esemplare («propaganda del fatto»); sa che la nuova società è in un certo senso contenuta nella vecchia, ma che per affermarsi deve totalmente sovvertire i meccanismi di questa ultima, e non può in essa concrescere e con essa coesistere, perché la nuova società è una società senza classi. La violenza ne è la levatrice non nel senso banale che serva a rimuovere le «scorie» della vecchia società (o anche in questo senso, ma subordinatamente), bensì anzitutto in quello che l'instaurazione di nuovi rapporti non mercantili e non salariali presuppone lo scardinamento dell’intero edificio capitalistico che riposa sulla generalizzazione ed universalizzazione del mercantilismo: né può un «antistato» o un «controstato» (o «contropotere») non poggiante su base mercantile levarsi nel suo seno. Il «dualismo di potere» è pertanto esclusivamente politico, e configura la situazione immediatamente pre-rivoluzionaria: dopo di che si ha necessariamente lo scontro «per la vita o per la morte», da cui dovrà uscire o rin­saldato il potere capitalistico e sconfitta la causa proletaria, o vittoriosa la dittatura del proletariato.

Quasi in risposta a queste posizioni, Gramsci e Togliatti pubblicano su «L'Ordine Nuovo» del 21.VI.1919 il già citato articolo Democrazia operaia, vero e proprio «programma» immediatista (corsivi nostri):

 

«Lo Stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente, pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare già fin d'ora una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente e attiva con lo Stato borghese, preparata già fin d'ora a sostituire lo Stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazio­nale [...]. Il Partito socialista e i sindacati professionali non possono assorbire tutta la classe lavoratrice che attraverso un lavorio di anni e di diecine di anni [...]. Ma la vita sociale della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in molteplici attività. Questi istituti e queste attività bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini l'intera classe lavoratrice. L'officina con le sue commissioni interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare [...J. Già fin d'oggi gli operai dovrebbero procedere alla elezione di vaste assemblee di delegati, scelti tra i migliori e più consapevoli compagni, sulla parola d'ordine 'Tutto il potere dell’officina ai comitati d'officina', coordinata all’altra 'Tutto il potere dello Stato ai Consigli operai e contadini'. Un vasto campo di propaganda concreta rivoluzionaria si aprirebbe per i comunisti organizzati nel Partito e nei circoli rionali [...]. Un tale sistema di democrazia operaia (integrato con organizzazioni equivalenti di contadini) darebbe una forma e una disciplina permanente alle masse, sarebbe una magnifica scuola di esperienza politica e amministrativa...».

 

E Gramsci ribadisce ne La conquista dello Stato, 12 luglio: «E' necessario [...] creare fin d'ora una rete di istituzioni proletarie, radicate nella coscienza delle grandi masse, sicure della disciplina e della fedeltà permanente delle grandi masse...», che è la formula di Pannekoek: organizzazione immediata per «garantire» il «consenso permanente» delle grandi masse; attesa quindi che esse si educhino, proprio in quella sfera dei rapporti economici, in quell’ambito della fabbrica, al cui interno non può svilupparsi se non una coscienza tradeunionistica! E il concetto, del tutto antimarxista, si precisa nel brano seguente:

 

«La creazione dello Stato proletario non è, insomma, un atto taumaturgico: è anch'essa un farsi, è un processo di sviluppo. Presuppone un lavoro preparatorio di sistemazione [sic] e di propaganda. Bisogna dare maggior sviluppo e maggiori poteri alle istituzioni proletarie di fabbrica già esistenti (2), farne sorgere di simili nei villaggi, ottenere che gli uomini che le compongono siano dei comunisti con­sapevoli della missione rivoluzionaria che l'istituzione deve assolvere»:  ciò ad evitare che vadano al governo i Noske e Scheidemann italiani, «e che nuovi e più spaventosi sacrifizi siano resi necessari per l'avvento dello Stato dei proletari».

 

Lo spontaneismo di Gramsci è tale che arriva - anticipando la successiva polemica con Tasca - a sostenere che

 

«l'errore del sindacalismo consiste in ciò: nell’assumere come fatto perma­nente, come forma perenne dell’associazionismo, il sindacato professionale nella forma e con le funzioni attuali, che sono imposte e non proposte [più libertario dei libertari!], e quindi [?] non possono avere una linea costante e prevedibile di sviluppo. Il sindacalismo, che si presentò come iniziatore di una tradizione liberista [leggasi piuttosto "libertaria"] "spontaneista", è stato in verità uno dei tanti camuffamenti dello spirito giacobino e astratto».

 

Al giacobinismo robespierriano, ed a quello... leniniano, è stato sempre imputato di vedere dovunque l'errore, a destra e a sinistra, ecc. ecc. Ma quanto a «chi non è con noi è contro di noi», anche gli anti­giacobini non la cedono di un capello: Gramsci arriva al punto di vedere del giacobinismo perfino nell’anarcosindacalismo! Di fatto, come i giacobini sono stati i campioni del rivoluzionarismo piccolo-borghese della democrazia rivoluzionaria  - come i bolscevichi sono stati gli intransigenti sostenitori della linea della rivoluzione proletaria e del partito rivoluzionario di classe - così Gramsci sviluppa fino in fondo le conseguenze del suo spontaneismo economista-operaista, che differisce dall’anarchismo solo in quanto protagonista non è l'individuo ma il «produttore», ossia l'operaio in quanto possessore di un mestiere, di una tecnica... insomma di tutto ciò che di fatto non può avere perché operaio, salariato, nullatenente, e non artigiano piccolo-borghese; questo «produttore», in quanto tale, cioè nella sfera della produzione di cui si suppone sia cosciente, prende anche coscienza politica!

A proposito della manifestazione del 20-21 di solidarietà con le Repubbliche sovietiche di Russia e d'Ungheria, Gramsci esce nella singolare asserzione che:

 

«Aderire all’Internazionale comunista significa {...] ingranare le proprie istitu­zioni con gli Stati proletari di Russia e di Ungheria [...] significa adesione di tutta la massa proletaria consapevole della sua missione come totalità, e organizzata in modo da essere in condizione di poterla attuare» (Per l'internazionale comunista, 26.VII.1919),

 

il che consente di identificare le forze comuniste col movimento immediato di tipo consiliare, indipendentemente dal fatto che alla testa dei movimenti politici si trovino i peggiori opportunisti, anzi scavalcando i capi; cosicché chi viene a cadere completamente fuori dal raggio visuale è proprio... l'Internazionale comunista. Infatti, le suddette forze comuniste che pullulano «dal basso, dall’intimo della vita industriale, dalle scaturi­gini capillari del profitto capitalista», sono ritenute sufficienti a difendere «in un primo momento» le Repubbliche sovietiche, e a realizzare «la Internazionale delle Repubbliche comuniste in momenti successivi del processo generale di consapevolezza e di potenza rivoluzionaria»!

A quale utopismo porti il concretismo quando sia sviluppato con una certa coerenza si vede nell’articolo Lo sviluppo della rivoluzione del  13 settembre ove si presentano delle «tesi» che riassumiamo:

1)                «la dittatura del proletariato [...] è il momento di più intensa vita della organizzazione di classe dei lavoratori, operai e contadini»;

2) l'or­ganizzazione sindacale, strumento «sorto per organizzare la concorrenza nella vendita della merce-lavoro, non è idonea, per questa sua natura essenzialmente concorrentista, ad amministrare comunisticamente la pro­duzione e ad incarnare la dittatura del proletariato»; continuerà però a svolgere una funzione di «difesa dei lavoratori [...] durante la dit­tatura proletaria e nella società comunista [!], funzionando come orga­nismo tecnico che compone i contrasti di interessi tra le categorie del lavoro e unifica nazionalmente e internazionalmente le medie  [!] di retribuzione comunista», ossia del... salario socialista;

 3) «l'organizza­zione dei lavoratori, che eserciterà il potere sociale comunista e nella quale si incarnerà la dittatura proletaria, può essere solo un sistema di Consigli eletti nelle sedi di lavoro, articolati agilmente [!] in modo che aderiscano al processo di produzione industriale e agricola, coordinati e graduati localmente e nazionalmente in modo da realizzare l'unità della classe lavoratrice al di sopra delle categorie determinate dalla divisione del lavoro [tale e quale il «parlamento industriale» deleonista]. Questa unificazione si verifica anche oggi nelle Camere del Lavoro e nella Confederazione, ma senza efficacia coesiva delle masse, perché mero contatto saltuario e disorganico di uffici centrali e di individualità di­rigenti [i soliti odiati «capi»].  Nelle sedi del lavoro questa unifica­zione [ma non si parlava dell’unificazione a livello nazionale dei «Con­sigli eletti nelle sedi di lavoro»?] sarà invece effettiva e permanente perché risulterà dall’armonico e articolato sistema del processo indu­striale nella sua vivente immediatezza, perché sarà basata sulla attività creatrice che affratella le volontà e accomuna gli interessi e i sentimenti dei produttori»;

4) «solo con questo tipo di organizzazione si potrà riuscire a rendere consapevoli le unità di lavoro della loro capacità a produrre e a esercitare la sovranità [la sovranità deve essere una funzione della produzione], senza bisogno del capitalista e di una delegazione indeterminata del potere politico»: concezione che ci porta all’autogestione anche politica per cui il potere non è esercitato dal partito rivoluzionario attraverso lo stato, ma dalle «unità di produ­zione», dai «nuclei di produttori»;

5) «.. La sostituzione agli individui proprietari di comunità produttive, collegate e intrecciate in una fitta rete di rapporti reciproci [e come non mercantili, se vi è un'economia di scambio tra unità produttive aziendali? Come prescindere in essa dall’equivalente generale-denaro?] tendenti alla tutela di tutti i diritti e gli intèressi [sic] scaturenti dal lavoro, determinerà la soppressione della concorrenza e della falsa libertà, gettando le basi dell’organizza­zione della libertà e della civiltà comunista». E qui tutto il marxismo va a farsi benedire, giacché, per dirla col nostro I fondamenti del comu­nismo rivoluzionario (cit. pagg. 55-56):

 

«L'azienda locale autonoma è la più piccola delle pensabili isole sociali, avendo allo stesso tempo la limitatezza della categoria professionale e della circo­scrizione locale. Abbia essa ancora una volta eliminati dentro di sé il privilegio e lo sfruttamento, distribuendo l'inafferrabile totale valore del lavoro, ai suoi confini angusti è presente la piovra del mercato e dello scambio, e nella forma peggiore la peste dell’anarchia economica capitalista, in cui tutto piomba. Chi rego­lerà le funzioni non strettamente di tecnica produttiva in questo sistema dei Consigli, in cui è assente il partito e lo Stato, prima che l'eliminazione delle classi sia un fatto; e, per dirne una sola, chi provvederà ai non arruolati nell’azienda, ai senza-lavoro? Molto più che in un sistema alveolare di comuni o di sindacati sarà possibile che l'accumulazione riparta - se mai fosse stata fermata - come accumulazione di denaro e anche di stocks formidabili di materie da lavorazione e di prodotti già lavorati. In questo sistema ipotetico, vi sono al massimo grado le condizioni per trasformare un occhiuto lento risparmio in capitale dominatore.

«La bestia è l'azienda, non il fatto che abbia un padrone. Come scriverete le equazioni economiche tra azienda e azienda, specie quando vi saranno le grandi a soffocare le piccole, quelle dagli strumenti produttivi "convenzionali" e quelle ad energia nucleare? Questo sistema, partito come gli altri da un feticismo della uguaglianza e della giustizia fra individui, e da un buffo orrore del privilegio, dello sfruttamento e dell’oppressione, ne sarebbe un vivaio peggiore, se dar si potesse, della corrente società civile».

 

Importanti pure le tre ultime tesi gramsciane: 6) «Amalgamati intimamente nelle comunità di produzione, i lavoratori sono automati­camente portati a esprimere la loro volontà di potete alla stregua di principi strettamente inerenti ai rapporti di produzione e di scambio [formulazione estrema di economismo spontaneista 1. Cadranno rapida­mente dalla psicologia media proletaria tutte le ideologie mitiche, utopi­stiche, religiose, piccolo-borghesi; si consoliderà rapidamente e perma­nentemente la psicologia comunista, lievito costante di entusiasmo rivoluzionario, di tenace perseveranza nella disciplina ferrea del lavoro e della resistenza contro ogni assalto aperto o subdolo del passato»;

7) «i partiti pseudo-rìvoluzionari», tra cui Gramsci classifica anche i socialisti cristiani! «non avranno presa alcuna sugli individui lavoratori, se questi dovranno esprimere la loro volontà sociale non più tra il tumulto e la confusione della fiera parlamentare, ma nella comunità di lavoro, dinanzi alla macchina di cui oggi sono schiavi e che dovrà diventare loro schiava»;

8) «la rivoluzione non è un atto taumaturgico, è un processo dialettico di sviluppo storico. Ogni Consiglio di operai industriali o agricoli che nasca intorno all’unità di lavoro è un punto di partenza di questo sviluppo, è una realizzazione comunista. Promuo­vere il sorgere e il moltiplicarsi di Consigli operai e contadini, determi­narne il Collegamento e la sistemazione organica fino all’unità nazionale da raggiungersi in un congresso generale, sviluppare un'intensa propa­ganda per conquistarne la maggioranza, è il compito attuale dei comunisti. L 'urgere di questa nuova fioritura di poteri che sale irresistibilmente dalle grandi masse lavoratrici, determinerà [sic] l'urto violento delle due classi e l'affermarsi della dittatura proletaria. Se non si gettano le basi del processo rivoluzionario nell’intimità della vita produttiva, la rivoluzione rimarrà uno sterile appello alla volontà, un mito nebuloso, una Morgana fallace: e il caos, il disordine, la disoccupazione, la fame stritoleranno le migliori e più vigorose energie proletarie».

Tutti  questi  concetti  riappaiono  il  13  settembre  nell’indirizzo Ai Commissari di reparto delle Officine Fiat Centro e Brevetti (3):

 

«La massa operaia deve prepararsi effettivamente all’acquisto della completa padronanza di se stessa, e il primo passo su questa via sta nel suo più saldo disciplinarsi, nell’officina, in modo autonomo, spontaneo e libero. Né si può negare che la disciplina che col nuovo sistema verrà instaurata condurrà ad un migliora­mento della produzione, ma questo non è altro che il verificarsi di una delle tesi del socialismo [tesi che vedremo poi illustrata da Stalin...]. A coloro poi che obiettano che a questo modo si viene a collaborare coi nostri avversari, coi pro­prietari delle aziende, noi rispondiamo che invece questo è l'unico mezzo di far loro sentire concretamente che prossima è la fine del loro dominio, perché la classe operaia concepisce ormai la possibilità di fare da sé e di fare bene... ».

 

La risposta del «Soviet» è categorica: essa denunzia il gradualismo consiliare, l'identificazione consiglio di fabbrica-soviet, e il conferimento al soviet di un carattere «intrinsecamente rivoluzionario». Come scri­verà alcuni mesi dopo Trotsky in Terrorismo e comunismo, «si può affermare a ragion veduta che la dittatura dei soviet è possibile solo mediante la dittatura di partito:  grazie alla chiarezza della propria visione teorica ed alla propria salda organizzazione, il partito dà ai soviet la possibilità di convertirsi, da informi parlamenti del lavoro, in apparato di dominio del lavoro», perché la stessa originalità dei soviet concerne solo il loro carattere di organo del potere dittatoriale del proletariato, ossia dello stato-comune, e non la loro struttura e funzione prima della presa del potere. Comparsi in una rivoluzione democratico-borghese (1905 russo), essi ricalcano, in ultima analisi, forme associative caratteristiche della partecipazione attiva delle masse lavoratrici (sanculotti e braccia nude) alle veramente popolari grandi rivoluzioni borghesi, tanto che mentre gli operaisti sogliono conferire al partito in quanto tale un carattere borghese come derivazione dei clubs dei Giacobini, dei Cordiglieri, dei Foglianti, ecc., alcuni di essi scoprono «embrioni di soviet» proprio in questi organismi cosiddetti di «democrazia diretta» (4). Ma ciò che nessuna forma tipo Comune 1793, società popolare ecc. poteva essere, il                soviet           a parte ogni considerazione sulla diversità di fase storica lo fu in quanto trasfor­mato dal partito in «apparato di dominio del lavoro», in forza quindi di un contenuto e di un orientamento rivoluzionario impresso dall’esterno.

Come, per esempio, l'armamento nella dittatura proletaria non sarà per tutti, ma per i lavoratori soltanto (e non per tutti indistintamente, ma per quelli attestati su posizioni di classe), a differenza dal popolo armato e dalla milizia della rivoluzione democratica, così la partecipazione ai soviet, e la rappresentanza attraverso essi, saranno vietate ai non lavoratori ed agli operai da essi influenzati; questo ruolo specifico del soviet nella dittatura rivoluzionaria differisce profondamente anche dalla sua funzione anteriore alla presa del potere, che è di preparazione, di propaganda rivoluzionaria, di lotta per la presa del potere, non mai autonoma, e possibile solo se vi domini il partito - mai funzione di controllo od esercizio di potere economico e politico. Quello che è nuovo, pertanto, è lo stato-Comune della dittatura proletaria (che ha come suoi organi i soviet); non è una forma di associazione od organizzazione delle masse, che può avere (ed ha storicamente avuto) i più svariati con­tenuti, bensì, caso mai, il suo contenuto stesso, che è condizionato dal partito come programma (tattica, strategia...) ed organizzazione ordinata alle necessità della lotta rivoluzionaria.

E il partito rivoluzionario del proletariato presenta, rispetto ai partiti rivoluzionari del passato, più differenze di quante la forma sovietica prima della presa del  potere  non  ne  presenti rispetto alle forme comunali e simili delle rivoluzioni borghesi, perché il ruolo del partito comunista è immensamente maggiore di quello di tutti gli altri partiti d'avanguardia delle rivoluzioni borghesi: esso è il partito più necessario della storia intera (5).

I concetti fondamentali espressi nel 1924 da Trotsky ne Gli inse­gnamenti d'Ottobre con le formulazioni: «Senza il partito, al di fuori del partito, aggirando il partito, con un surrogato del partito, la rivo­luzione proletaria non può vincere»; e «L'epoca della rivoluzione so­ciale in Europa sarà un'epoca di lotte non solo intense e spietate, ma anche meditate e calcolate, come hanno dimostrato i suoi primi passi: e saranno tali ad un livello molto più alto che da noi [in Russia] nel 1917», sono anticipati nell’articolo Il compito attuale del nostro partito, del «Soviet» 14.IX.1919, che oppone la visione strategica, tattica, organizzativa derivante dal programma marxista sia al passivismo decla­matorio massimalista, sia al codismo educazionista dell’«Ordine Nuovo»:

 

«La rivoluzione proletaria deve avere ed ha una caratteristica speciale rispetto a quelle che l'hanno preceduta, ed è la coscienza della propria azione. Essa non può essere decisa con un ordine del giorno ed intrapresa a volontà, ma non per questo non deve essere sufficientemente preparata perché possa avere successo. Quale è la preparazione attuale? Nessuna. Se si verificasse domani una condizione propizia per un'azione decisiva contro il potere politico borghese non vi sarebbero né uomini, né mezzi, né organizzazione preparata, né vi saranno mai se si conti­nuerà a pensare solo alle elezioni. Noi non siamo degli improvvisatori, saremmo degli incoscienti; siamo i più inesorabili avversari dei bei gesti inutili e delle pose gladiatorie. Perché una lotta possa dare la vittoria, l'animo dev'essere infiammato, soprattutto quello delle masse; ma la mente dirigente dev'essere fredda e gelatamente ragionatrice.

«Il partito deve essere ad un tempo l'animatore ed il calcolatore preciso. Con una tale preparazione della massa lavoratrice [...] ed insieme del partito è possibile affrontare l'attuazione dei consigli degli operai, contadini e soldati, quando cioè questa attuazione assuma, quale deve avere, tutto il suo significato rivoluzionario. Preparare ora formalmente la costituzione di questi organi, senza che coloro che debbono partecipare alla loro costituzione sappiano bene quale sia la funzione rivoluzionaria che essi sono chiamati ad adempiere, è fare opera vana. Potrebbe ciò valere anzi, data l'impreparazione psicologica, a svalutarne l'importanza».

 

Nello stesso numero esce lo scritto già citato su Il sistema di rap­presentanza comunista, che costituisce una prima messa a punto di no­tevole importanza, perché si riferisce strettamente alla Costituzione rus­sa che i «modellisti» di Torino non avevano mai preso in seria con­siderazione: la prosecuzione degli argomenti in esso svolti è poi conte­nuta in Formiamo i soviet? del 21.IX in polemica con l' «Ordine Nuovo»;

 

«Se parliamo dei Consigli di fabbrica, essi vanno già diffondendosi sotto forma di commissioni interne, del sistema inglese degli Shop stewards; e siccome essi sono organismi che rappresentano gli interessi della maestranza, se ne può determinare la formazione anche mentre la fabbrica è ancora appartenente al capitale privato, anzi sarà certamente utile incoraggiare la costituzione di questi consigli di fabbrica, non facendosi però soverchie illusioni sulla intrinseca loro facoltà rivoluzionaria».

 

Quanto al soviet politico, il suo carattere peculiare è di essere un organismo dello stato rivoluzionario diretto dal Partito comunista:

 

«Il soviet politico rappresenta gli interessi collettivi della classe lavoratrice in quanto essa non spartisce il potere colla classe borghese, ma è riuscita a rovesciare questa escludendola dal potere. Tutto il valore e la forza del soviet sta dunque non in una speciale struttura, ma nel fatto che esso è l'organo di una classe che prende tutta per sé la direzione della gestione sociale. Ogni membro del soviet è un proletario, consapevole di esercitare la dittatura insieme alla propria classe.

«Se la classe borghese è ancora al potere, anche avendo la possibilità di convocare gli elettori proletari ad eleggere i loro delegati (poiché non è il caso di passare né per i sindacati né per le commissioni interne esistenti) non si farebbe che un'imitazione formale di un istituto avvenire, ma questo mancherebbe del suo fondamentale carattere rivoluzionario. Quelli che possono oggi rappresentare il pro­letariato che domani assumerà il potere sono gli operai coscienti di tale prospettiva storica, ossia gli operai iscritti al Partito comunista. Il proletariato che lotta contro il potere borghese è rappresentato dal suo partito di classe, anche se questo ne costituisce un'audace minoranza.

«I soviet di domani devono avere la loro genesi nelle sezioni locali del Partito comunista. Queste avranno: pronti gli elementi che, subito dopo la vittoria rivoluzionaria, verranno proposti al voto della massa elettorale proletaria per costituire i Consigli dei delegati operai locali».

 

Oltre alla tesi n. 8 sul ruolo del Partito comunista, del II Con­gresso dell’ IC (6), fanno da eloquente commento a questo brano le parole de Gli insegnamenti d'Ottobre di Trotsky:

 

«Non si deve dimenticare che nel nostro paese i soviet si sono sviluppati nella fase "democratica" della rivoluzione, che in essa sono stati di fatto legalizzati, e successivamente sono stati ereditati ed utilizzati da noi. Ciò non si ripeterà nelle  rivoluzioni  proletarie  occidentali,  dove,  nella  maggioranza  dei  casi,  i soviet  saranno creati  in  risposta  all’ appello  dei  comunisti,  e  saranno per­tanto creati quali organi diretti dell’insurrezione proletaria. Certo, non è del tutto escluso che la disintegrazione dell’apparato statale borghese sia diventata molto grave prima che il proletariato sia in grado di prendere il potere, il che fornirebbe le condizioni per la formazione di soviet come organi aperti di preparazione della insurrezione. Ma è improbabile che ciò sia la regola generale. Più verosimilmente, sarà possibile creare i soviet solo negli ultimissimi giorni, quali organi diretti delle masse insorte. Infine, è assai probabile che si diano circostanze tali da far sorgere i soviet o dopo che l'insurrezione abbia superato la sua fase critica, o addirittura nelle sue fasi terminali quali organi del nuovo potere statale. Bisogna tenere ben presenti tutte queste eventualità per evitare di cadere nel feticismo organizzativo, e per non trasformare quindi il soviet, da ciò che dovrebbe essere - forma di lotta duttile e viva - in un "principio" organizzativo imposto al movimento dall’esterno, e perturbante il suo normale sviluppo».

Dicono le tesi del II Congresso che il Partito deve esercitare un'influenza decisiva sui soviet, dirigerli, non adattarvisi; l'immediatismo pretende invece che siano i soviet a dirigere il partito ed il movimento rivoluzionario, cioè i due elementi indispensabili e sufficienti (purché ne sia rispettata la coordinazione gerarchica per cui il partito guida e non segue quale caudatario il movimento di massa) della rivoluzione.

Come si ricorderà dal capitolo precedente, il 31 ottobre 1919 si tiene un'assemblea quasi totalitaria (nei limiti di Torino e della Fiat) dei Commissari di reparto che vota un Programma pubblicato sull’«Ordine Nuovo» dell’8 novembre. Evidente opera di Gramsci, esso ha una premessa, una prima parte in sette punti, e una seconda parte analitica, o Regolamento generale (7).

Nella premessa è interessante un punto caratteristico del pensiero di Gramsci: Non si creda che il programma sia definitivo; esso non è che un primo abbozzo, in quanto il tempo lo andrà formando secondo la «realtà». Il programma «non deve e non dovrà mai essere definitivo». La premessa accenna poi alla distinzione tra sindacato tradizionale e consiglio di fabbrica (formato, come si ricorderà, dai commissari di reparto, e abborda una questione delicata: i non organizzati nel sinda­cato votano per il commissario, ma il commissario deve essere un iscritto al sindacato. Ne sorgerà una lunga polemica.

L'assemblea vota un ordine del giorno in cui si prefigge di tenere congressi regionali e nazionali dei consigli di fabbrica e «studiarne l'applicazione nelle varie industrie» per uscire dalla limitazione di partenza alla Fiat.

Nella dichiarazione di principio vi sono punti notevoli. «I com­missari di fabbrica sono i soli e veri rappresentanti (economici e poli­tici) della classe proletaria, perché eletti a suffragio universale [nel senso che votano anche i non organizzati] da tutti i lavoratori sul posto stesso di lavoro» (da che questa idolatria del posto di lavoro? In regime sala­riale, esso è il posto di servaggio!).

E' quindi ammessa con limitazioni la funzione «commerciale» dei sindacati nel trattare col padronato. Ma sono i consigli che «incar­nano invece il potere della classe lavoratrice organizzata per officina, in antitesi con l'autorità padronale che si esplica nell’officina stessa; social­mente [essi] incarnano l'azione del proletariato tutto solidale nella lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata». E' conforme al pensiero di Gramsci che non si parli di partito e di stato come organi unici per tutto il territorio...

In conclusione, l'assemblea dei commissari di Torino afferma di rappresentare «la prima affermazione concreta della Rivoluzione Co­munista in Italia».

Non seguiremo a lungo la parte analitica. E' infatti tremendamente concreta, senza che la realtà successiva sia passata per essa. Ma vi sono alcuni passi utili a mostrare come il sistema dei consigli sia del tutto permeabile al minimalismo, come noi dal principio tememmo (e, si può ben dire, precocemente diagnosticammo). Il consiglio di officina è una localizzazione degli interessi operai ancora più angusta che la categoria e l'industria, basi del sindacato. Più il cerchio è piccolo, più le ragioni di identità di interessi possono in date situazioni prevalere su quelle del contrasto, e la storia del movimento torinese, come darà esempi di lotta acuta, ne darà alcuni di strani incontri (8). Citiamo solo qualche passo sui compiti del commissario di reparto. Oltre a controllare che l'operaio non sia trattato male, egli deve preoccuparsi a) di conoscere in modo preciso: 1) il valore del capitale impegnato nel proprio reparto; 2) il ren­dimento del proprio reparto in rapporto a tutte le spese note; 3) l'au­mento di rendimento che si può ottenere; e perfino 4) di impedire co­munque alienazioni da parte dei capitalisti del capitale investito in im­mobili della fabbrica! Ma vi è di più: «...studiare le innovazioni tecni­che interne proposte dalla Direzione e non pronunciarsi se non dopo averle discusse con i compagni, invitandoli ad accettarle se esse, pur riuscendo di temporaneo danno agli operai, importano pure sacrifici da parte dell’industriale e assicurano di riuscire utili ai processi della pro­duzione». E' appunto qui che sorge il nuovo mito, la produzione, cui si devono inchinare padroni e servi! Ed è in questo senso che oggi rifor­mismo e collaborazione di classe trionfano.

Un entusiasmo non del tutto giustificato accolse questo nuovo (o tale appariva) indirizzo e metodo. Presto venne in discussione il rap­porto con le forme associative tradizionali, e sembrò facile entro Torino vincere nella sezione del partito e in quella del sindacato FIOM.

L’«Avanti!» del 3.XI.1919 pubblica un sunto dal titolo I Consigli degli operai approvati dai metallurgici torinesi, riguardante un'impor­tante assemblea della sezione torinese della FIOM, tenutasi il 1° no­vembre. Il tema in discussione concerne la trasformazione degli orga­nismi sindacali in relazione alla istituzione dei commissari di reparto e dei consigli di fabbrica, venutisi a formare negli ultimi mesi in molte fabbriche torinesi (nei mesi successivi, se ne formeranno anche altrove, per es. in Liguria, mai tuttavia con l'estensione e la vitalità degli equi­valenti tedeschi, i Betriebsräte, o il carattere di massa degli scozzesi Shop stewards committees).

Uberti svolge la relazione introduttiva a nome del consiglio diret­tivo. I punti della relazione possono così riassumersi:

1) E' necessario esaminare a fondo i nuovi principi su cui vuole basarsi l'organizzazione sindacale.

2) I commissari di reparto sono sorti per agevolare i compiti delle commissioni interne.

3) La Federazione non è contraria per princi­pio alla loro istituzione, come non è contraria a che le commissioni interne diventino il vero comitato esecutivo degli operai d'officina.

4) Ma il movimento dei commissari ha assunto caratteri più vasti; in una assem­blea dei consigli di fabbrica si è proposto che il comitato direttivo delle sezioni sindacali diventi emanazione dei consigli dei commissari.

5) Questo fatto impone all’organizzazione sindacale di disciplinare i nuovi istituti.

6) I consigli di fabbrica sono stati formati a Torino sul presupposto, da respingere, che il diritto di voto possa estendersi agli organizzati e ai non organizzati.

7) L'accettazione di questo presupposto costituirebbe la negazione della ragione di essere delle federazioni e delle Camere del Lavoro.

8) L'attuale consiglio direttivo accetta il principio dei commissari di reparto, ma vuol far sì che essi agiscano nell’orbita sindacale.

9) Propone quindi che si neghi il diritto di voto ai non organizzati e che i commissari eleggano le commissioni interne dal loro seno.

10) Quanto agli organi direttivi della sezione, propone l'elezione di un consiglio ge­nerale con suffragio di tutti i soci.

11) Questa linea può essere accettata soltanto da quanti sono socialisti, non da libertari come quelli che hanno avanzato le proposte di  trasformazione  radicale dell’organizzazione.

Seguono tre gruppi d'interventi, riflettenti tre diverse tendenze:

a) la prima di adesione alla linea del consiglio direttivo: oratori Scaroni e Castagno;

b) la seconda, cosiddetta estrema, che fa capo al comitato esecutivo dei consigli di fabbrica già eletti, ed ha come esponenti Garino e Boero. Il suo pensiero può così sintetizzarsi:

1) E' cominciata una nuova storia dell’organizzazione operaia di classe; il movimento dei consigli non è una particolarità dell’industria metallurgica; deve estendersi a tutte le fabbriche.

2) Le proposte del consiglio direttivo si riducono ad una modificazione superficiale e dall’alto degli organismi federali. Il movimento rivoluzionario deve favo­rire il pullulare dal seno della massa della volontà rinnovatrice.

3) I con­sigli costituiscono gli organi della dittatura del proletariato, in quanto dittatura di tutta la classe.

4) Sotto questo aspetto non si può fare distinzione alcuna fra organizzati e non organizzati, tributari e non.

5) L'organizzazione per fabbrica è la sola che permetta di creare e mantenere salda l'unità di tutta la classe.

6) I consigli sono l'organo del potere operaio, quindi si basano su tutti gli operai.

A conclusione dell’intervento Boero viene presentato il seguente o.d.g. (già approvato dal comitato direttivo dei consigli in carica):

 

«Gli operai torinesi della Fiom, riuniti in assemblea generale il 1° novembre 1919; convinti che l'organo sindacale deve essere espressione diretta della volontà degli organizzati; che questa volontà può solo esprimersi in modo organico mediante istituti i quali sorgono sul luogo del lavoro; che i consigli di fabbrica come sono sorti a Torino nelle officine metallurgiche sono la forma embrionale di questi nuovi istituti; deliberano di estendere e intensificare l'azione per la creazione dei consigli, i quali, appena saranno pronti, saranno appositamente convocati per fissare i rapporti che devono intercedere fra l'organizzazione sindacale e i consigli di fabbrica; deliberano inoltre che in base alle direttive esecutive della sezione della Fiom, provvisoriamente, fino ad ultimazione dei lavori dei consigli operai, si nomini una lista di undici nomi, lasciando il posto di cinque alla minoranza, che formeranno il comitato esecutivo provvisorio».

 

c) La terza corrente detta «centrista» rappresentata da Caretto e Chiavazza, mentre riconosce la costituzione dei consigli, è tuttavia per l'esclusione del diritto di voto ai non organizzati. Si pronuncia per una trasformazione parziale dell’organismo sindacale, tale che inglobi il nuovo senza distruggere il vecchio.

La lunga discussione non consente repliche al relatore. Si passa alla votazione. Viene a maggioranza approvata la precedenza nel voto alla mozione di sinistra, che risulta approvata a maggioranza piena.

La tesi Uberti è quella della centrale della FIOM e della Confede­razione del lavoro, di aperto indirizzo riformista. La tesi Boero è quella dei comunisti astensionisti torinesi e del gruppo «Ordine Nuovo». Non possiamo rispondere del resoconto dell’«Avanti!», ma pare indi­scutibile che negli interventi si cade nella confusione, più volte denun­ziata dal «Soviet», tra consigli di azienda e soviet operai, organi di potere. Privo di errori di principio troviamo invece l'o.d.g. Boero, che non chiude la strada a una sana chiarificazione dei metodi organizzativi, e che ebbe la grande maggioranza. La corrente centrista riflette le idee della direzione del partito e dell’ «Avanti!» e resta nella solita inde­terminazione.

Prima di riportare i testi della discussione sui consigli di fabbrica, come dalle assemblee sindacali di Torino passò, nel dicembre, a quella della sezione del partito socialista, è bene ricordare in quali termini la Sinistra aveva posta la questione, anche senza trattare ancora del programma dei consigli, prendendo una posizione strettamente basa­ta sui principi marxisti circa la famosa «parola» dell’unità proletaria, e poi quella del fronte unico rivoluzionario; parole destinate allora e sempre a grandi successi demagogici, e che fu merito della Sinistra italiana denunziare, avvertendo con grande anticipazione storica il pe­ricolo della nuova avanzata dell’opportunismo che si sarebbe a quegli errori innestato, giungendo a fastigi criminosi non meno gravi di quelli cui aveva condotto dal 1914 il fronte nazionale dei partiti e delle classi. Vedemmo Gramsci e gli altri presentare la nuova forma -  il consiglio di fabbrica    come apportatrice quasi automatica e miracolistica della unità di tutti i proletari, che i partiti e i sindacati dividevano. Sogno nobile e generoso sia pure (od «elegante utopia») ma davanti a cui non si poteva fin dal suo apparire non rispondere che nascondeva in sé un errore rovinoso. Marx aveva detto: Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! ed era questa la parola dell’internazionalismo integrale tradita nel 1914 quasi dovunque. Tuttavia Marx, per chi lo aveva capito, aveva insegnato che nella lotta rivoluzionaria una parte (non sempre la minore) dei lavoratori, in ogni regione geografica, avrebbe subito le durature influenze della classe dominante ed avrebbe lottato perfino sotto altra bandiera che quella della rivoluzione. L'ordinovismo non era, al suo nascere, che un nuovo, ed esso sì infantile, utopismo. Alla fine della sua evoluzione ha fatto bene a chiamare il suo organo «Unità».

L'1.VI.1919 il «Soviet» aveva pubblicato un articolo dal titolo: L'errore dell’unità proletaria. Polemica a più fronti (riprodotto nel I vo­lume di questa Storia), in cui la polemica si muove in due direzioni in quanto depreca l'unità da un lato con l'inquadramento dei sindacati ri­formisti, e dall’altro con quello dei sindacati filoanarchici. Il secondo articolo del 15 giugno, intitolato « Il Fronte unico rivoluzionario?» (ivi), parla contro la fusione o anche il «blocco» con queste due ten­denze o scuole politiche, enunciando il principio che i marxisti rivolu­zionari dovranno per storica necessità combattete soli appunto per per­venire a guidare essi l'emancipazione proletaria.

Il primo dei due articoli comincia col ridurre la proposta della fu­sione sindacale a quella del blocco puramente politico testé accennato.

 

«Un fascio delle forze sindacali del proletariato al di fuori dei dissensi politici sarebbe un fattore di nessuna efficacia rivoluzionaria, perché la dinamica della rivoluzione sociale esorbita dai limiti del sindacato professionale. Le crisi di sviluppo della società, si presentino sotto l'aspetto evolutivo o rivoluzionario, hanno per attori i partiti politici nei quali si riflettono le classi sociali. Negli organismi sindacali si riflettono invece solo le categorie professionali. L'uomo par­tecipa alla vita sociale entro limiti assai più larghi di quelli della sua opera profes­sionale, ed anche i suoi rapporti strettamente economici non si limitano alla sua posizione di produttore, ma si estendono alle altre sue attività di consumatore, direttamente interessato a tutti gli altri rami della produzione e dell’amministrazione sociale. Specie nei momenti di convulsione sociale l'uomo fa valere colla sua azione politica i suoi interessi, non quale membro di una categoria di produttori, ma di una classe sociale.

«La classe deve considerarsi non come un semplice aggregato di categorie produttrici, ma come un insieme omogeneo di uomini le cui condizioni di vita economica presentano analogie fondamentali. Il proletario non è il produttore che esercita dati mestieri, ma è l'individuo contraddistinto dal nessun possesso di stru­menti di produzione, e dalla necessità di vendere per vivere l'opera propria. Potremo anche avere un operaio, regolarmente organizzato nella sua categoria, che sia contemporaneamente un piccolo proprietario agrario o capitalista; e questi non sarebbe più un membro della classe proletaria. Tal caso è più frequente che non si creda».

 

L'articolo mette quindi in rilievo come nelle rivoluzioni proletarie in corso sia il partito politico rivoluzionario che battendo tutti gli altri, anche «operai», ha formato il governo della rivoluzione e poi lo ha sorretto col consenso di una nuova forma di rappresentanza delle masse lavoratrici.

 

«Dai documenti sulle costituzioni delle repubbliche socialiste si rileva che queste rappresentanze non si fondano sul sindacato, la categoria professionale, la fabbrica, come molti si ostinano a rimasticare, bensì su circoscrizioni territoriali, che eleggono i propri delegati indipendentemente dalla professione degli elettori e degli eletti. Nel nuovo assetto economico la proprietà e l'amministrazione di essa passano alla collettività, e non alle categorie produttrici».

 

Il testo sottolinea che i sindacati sono molto meno arbitri delle proprie aziende che, in regime capitalistico, le cooperative di produttori, e segnala che in Russia si socializzavano in linea di principio anche queste.

 

«Caratteristica essenziale del regime dei soviet non è dunque quella di essere un governo delle categorie operaie [errore allora diffusissimo], ma un governo della classe operaia, i membri della quale hanno la esclusività del diritto politico negato invece ai borghesi. Quel tale operaio che fosse al tempo stesso un piccolo proprie­tario o un piccolo rentier non sarebbe elettore. Questo concetto del governo di classe, della dittatura del proletariato, è la chiave di volta di tutta la visione marxista del processo rivoluzionario».

 

L'articolo chiude ribadendo che unità sindacale proletaria significa blocco fra tendenze politiche discordanti, che avrebbe un valore negativo. «E' appunto nel periodo rivoluzionario che le differenze di programma non possono e non devono essere superate da transitorie coincidenze in alcuni postulati di azione».

Nell’articolo del 15 giugno 1919, la formula del «fronte unico rivoluzionario», contro cui la Sinistra lotterà a lungo negli anni poste­riori, è salutata con tutta la diffidenza che merita: «Non crediamo che questo nuovo "fronte unico" abbia maggior ragione d'essere e maggior fortuna di quello... degli alleati [nella prima guerra mondiale] che non ha accelerato di un'ora la sconfitta della Germania, e forse l'ha ritar­data, e non ha evitato all’indomani della vittoria il conflitto tra i vincitori».

 

«Il sistema di associarsi nell’azione prescindendo dalle differenze di programmi è un luogo comune che incontra molto favore, specie se associato alle abituali decla­mazioni contro le teoriche, ma esso non è che un motivo demagogico peggiore di molti altri, e suscettibile di introdurre nell’azione maggior confusione, ma non una maggiore efficacia [...]. Ciò che importa per il trionfo della classe lavoratrice, per la migliore eliminazione di tutti gli elementi interni negativi che potrebbero incep­parla, è l'accentramento delle forze proletarie in un partito politico i cui sviluppi programmatici e l'indirizzo tattico non presentino contraddizioni con l'effettivo svolgimento storico della lotta».

 

L'articolo svolge poi la critica dei metodi riformista e sindacalista libertario, che riduce ad utopie antimarxiste, e conclude:

 

«Noi vediamo la soluzione del problema del rendere massima l'efficienza del proletariato (cioè affrettare la caduta della borghesia, ed anche rendere impossibile il fallimento del nuovo regime), non nella creazione di un blocco di correnti che si dichiarino rivoluzionarie, ma nella formazione di un movimento omogeneo che enuclei un programma preciso, concreto ed attuabile in tutte le successive sue fasi - essendo disposti a considerare rivoluzionario solo un programma che risponda a tal requisito».

 

       In quale senso usammo anche noi - qui come in altre occasioni – il tanto abusato aggettivo:  concreto? Lo dice un passo precedente: «Il problema è teorico, cioè è un importantissimo problema pratico di domani».

Quanto abbiamo ricordato vale a giudicare il dibattito nel movi­mento torinese di partito, nel quale non mancavano molti della corrente del «Soviet» ma un poco anch'essi suggestionati dalla mirabolante ri­cetta dei consigli di fabbrica, la cui relativa influenza si era fatta sentire a Torino, in particolare, durante lo sciopero di protesta del 2-3 dicem­bre per i fatti di Montecitorio. Ora si può meglio leggere il resoconto tratto dall’«Avanti!» del 14 dicembre 1919:

 

«L'assemblea della sezione socialista di Torino ha votato sulla questione dei consigli di fabbrica delle "tesi" rivolte a dimostrare che:

«1) Il consiglio di fabbrica è un organismo originale, in confronto al sinda­cato, perché l'operaio nel consiglio considera se stesso come produttore, inserito necessariamente nel processo tecnico del lavoro e nel complesso delle funzioni pro­duttive, che sono, in un certo senso, estranee e indipendenti dal modo di appro­priazione privata della ricchezza prodotta - mentre nel sindacato l'operaio è conti­nuamente portato a considerarsi solo come un salariato, e a considerare il suo lavoro non come un momento della produzione o come una fonte di sovranità e di potere, ma come una mera fonte dì guadagno.

2) Che perciò il consiglio di fabbrica può considerarsi come la cellula della società comunista fondata sulla sovranità del lavoro e configurata non per territori linguistici o militari o religiosi, ma secondo le distinzioni della produttività e dei complessi di lavoro, - può considerarsi come lo strumento idoneo a quella trasformazione della psicologia e del costume delle masse popolari che determinerà un più rapido avvento del comunismo integrale.

3)    Che il consiglio di fabbrica come è sorto a Torino rappresenta la realizzazione storica di quelle istituzioni proletarie prerivoluzionarie auspicate nel congresso socialista di Bologna».

4)     

Un testo diverso è poi nell’ «Ordine Nuovo» del 20.XII.1919:

«Mozione approvata all’unanimità dalla sezione torinese su proposta della commissione esecutiva:

«...La massa dei lavoratori manuali e intellettuali, votando per il partito socia­lista, ha manifestato la sua volontà che sia instaurato il potere dei lavoratori, che sia creato lo Stato degli operai e contadini. Questo potere non può essere una emanazione del parlamento, può essere solo l'emanazione di un apparecchio statale basato - in tutti i suoi ordini: legislativo, giudiziario, esecutivo (burocratico) - su un sistema di consigli di lavoratori manuali e intellettuali, che sorgano nelle sedi stesse della produzione e siano in grado quindi di controllare: 1) il processo di produzione e di scambio; 2) gli strumenti di produzione e di scambio; 3) la disciplina del lavoro e il governo industriale. Un potere socialista che fosse pura­mente politico e non si radicasse fortemente su un energico controllo e un ferreo potere economico esercitati direttamente dalla classe operaia e contadina coi suoi mezzi e attraverso le sue organizzazioni di classe sfruttata nelle sedi stesse della produzione industriale e agricola, si trasformerebbe a breve scadenza in una tragica farsa, durante la quale la potenza della classe lavoratrice e del partito socialista sarebbe stritolata dalla potenza economica della classe degli sfruttatori capitalistici.

«Considerato ciò, la sezione socialista torinese propone ai propri aderenti la discussione e la definizione dei seguenti problemi squisitamente attuali:  1) Quali siano i modi e le forme migliori perché le masse lavoratrici - nella loro totalità - siano inquadrate in un sistema di consigli di fabbrica, di azienda agricola, di vil­laggio, di miniera, di laboratorio, di ufficio, di cantiere, aderenti al processo di lavoro e di produzione talché dalla massa si esprima una gerarchia di funzioni che riproduca la forma della gerarchia industriale capitalistica fino al suo culmine, lo Stato e il governo, per sostituirla organicamente e attuare il governo economico-politico dei produttori. 2) Come si possa ottenere che le cariche di questo apparato di rappresentanza diretta dei lavoratori siano affidate ai lavoratori socialisti aderenti o simpatizzanti con la tattica e i fini della III Internazionale. 3) Come si possa ottenere che i sindacati operai diventino sindacati d'industria, nel senso che com­prendano tutti i lavoratori (manuali, tecnici e intellettuali) di un determinato ramo d'industria e possano diventare le centrali di organizzazione dell’opera di controllo che i lavoratori esercitano direttamente nelle sedi di produzione».

 

Non ci è dato di ricostruire la discussione che condusse a questi due testi. Si trattò solo di un accordo tra la sinistra astensionista e il gruppo Gramsci, o, come pare dalla unanimità, si associarono anche i riformisti? Certo che nei due testi la confusione delle tesi è palese, e la sua origine sta in un eccesso di operaismo o di economismo da un lato e dall’altro nell’influenza rilevante del gruppo di intellettuali piccolo-borghesi della rivista sulla massa dei compagni, dovuta certo ad una vivace attività e ad una buona cultura generica - non troppo classista e meno che mai marxista - dei redattori, capitanati da tre che poi non furono troppo concordi, e lo si vedrà subito: Gramsci, Terracini e Tasca.

Ci limitiamo a pochi rilievi. L'errore-base è che l'operaio preso sul luogo di lavoro e non alla Camera del Lavoro o nella sezione del partito si consideri produttore e non solo salariato o cittadino. Era ben certo che nel sindacato dominato dai riformisti, e nel partito dominato da essi e dai massimalisti, pasticcioni anche peggiori, il compagno non era con­dotto a sentirsi un rivoluzionario, ma solo a tendere al miglioramento della sua posizione di salariato, con qualche lira in più, e a quella di cittadino, con qualche leggina riformatrice borghese. Uscire da questa degenerazione gialla del sindacato e del partito era una lunga e durissima lotta, che si era iniziata da decenni con l'arma teorica della critica, e si doveva chiudere con la critica sanguinosa delle armi. Ma non era che una prova di deplorevole astrattismo della peggiore lega, in quanto reci­tava la disgustosa commedia della concretomania, risolvere il doloroso processo con la vuota parola di produttore. Certo, noi marxisti rivolu­zionari abbiamo demolito le superstizioni borghesi che considerano emancipato il servo economico da quando è cittadino ed elettore, e cre­dono di aver fatto i conti con equità quando il servo è divenuto sala­riato. Prima del capitalismo certe categorie, l'artigiano, il contadino proprietario, potevano raffigurate l'ideale del produttore, per i lembi di padronanza sugli strumenti di lavoro e sui prodotti. Ma può il produt­tore diventare un ideale, una utopia socialista? Può esservi un produttore non salariato e non cittadino dello stato borghese, finché questo non cade nella lotta armata e l'economia non si spoglia delle forme mercantili, monetarie, aziendali?

L'operaio di fabbrica (in Marx ergastolo) in che senso è produttore, aderendo ad un processo il quale giunge a un prodotto che resta tutto in mano al capitale (anche dello stato) e che verrà dal non produttore scambiato con denaro di cui una minor parte sarà versata al lavoratore? Egli è uno schiavo non emancipato, fin quando è un produttore, per­ché il suo prodotto è merce. Quando non lo sarà, la rete del processo di produzione, ossia delle aziende, delle imprese, sarà da tempo saltata in pezzi e non resterà brandello della classificazione dei luoghi di pro­duzione, quale è oggi. Il salariato non farà luogo al produttore di prou­dhoniana memoria, ma all’uomo!

Dato che il processo storico è lungo e non breve, si tratta con l'atto rivoluzionario di gettarne la potente premessa. Questa non è eco­nomica, ma politica, non è locale, ma centrale, non nasce da una nuova forma, incollata a quella infame capitalistica, ma da una forza armata che abbia vinto sul campo della guerra civile la forza borghese. Questo viene prima, questo urge, questo è il nuovo da realizzare, questo è il solo problema pratico, e concreto. Il sistema ordinovista non aveva di nuovo che il vecchio laburismo e la visione immediatista, banale e trita, del rapporto di classe.

Abbiamo ora letto del «governo industriale» e del «potere econo­mico». Non faremo più lunga analisi di questa infelice «tesistica». Passeranno altri mesi ed altri fascicoli della certo brillante rivista dei torinesi. Vi scriveva Palmiro Togliatti; in ogni colonna da lui redatta, gli aggettivi nuovo e concreto (in senso, rispettivamente, revisionista ed immediatista) ricorreranno venti volte, come nei suoi «classici» scritti di «capo amato» del PCI. Appo lui non avrà grazia nemmeno la presentazione duplice del consiglio di fabbrica, economico e politico.

Per lui sono da evitare «i continui richiami al carattere politico dei nuovi organismi, al loro scopo che dovrebbe essere quello di preparare la rivoluzione elaborando progetti e misure "rivoluzionarie", tendendo al culmine dell’azione diretta rivoluzionaria: la insurrezione». Per To­gliatti, «è rivoluzionario l'atto dell’operaio che, senza definirsi tale, si elegge un capo ed ubbidisce ad esso volontariamente... [ed è rivolu­zionaria] l'organizzazione che sorge sul luogo del lavoro, a contatto con gli organi dell’economia padronale».

Togliatti mantenne nel secondo dopoguerra quello che nel 1919 prometteva. Gli sia data lode. Solo che il nuovo che ad ogni piè sospinto scopriva era il vecchio del 1919, ed allora era roba ancor più vecchia. La svista-base dell’ordinovismo la stabilì Carlo Marx nel 1847 quando nella Miseria della Filosofia tumulò, con Proudhon, tutti i suoi epigoni del futuro. Nella fiammeggiante pagina finale del suo scritto Marx antici­pa il Manifesto. Diviene chiaro dal testo di pochi mesi prima il passo fondamentale: Costituzione del proletariato in classe e quindi in partito politico.

Engels nella sua prefazione del 1884 già stabiliva che Marx aveva fatto giustizia, fra i tanti, di Rodbertus, padre del reazionario socialismo di stato prussiano. Ma quanti altri immediatisti non sapevano di essere morti 125 anni prima! E vegetano cianciando sempre di nuovo. Marx tratta della questione delle organizzazioni economiche e spiega come esse a un certo punto prendano carattere politico:

 

«Le condizioni economiche avevano dapprima trasformata la massa del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Perciò questa massa è già una classe rispetto al capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta di cui noi non abbiamo segnalato che alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli inte­ressi che essa difende diventano interessi di classe. Ma ogni lotta tra classe e classe è una lotta politica».

 

Voglia il lettore seguire la pagina fino alla fine, con il noto motto: O il combattimento o la morte! Potrà senza altra nostra guida capire il segreto del torinese ordinovismo. Una grande spinta certamente spontanea fu rovesciata nella direzione del movimento dei consigli. Quale il risultato?

Secondo la dottrina di Palmiro, gli operai torinesi, dalle pagine gloriose fino all’eroismo, non sono stati organizzati per se stessi, ma per il capitale. Il partito rivoluzionario di classe è miseramente finito. Palmiro non ha potuto organizzare le maestranze di Torino, in stretta aderenza al processo produttivo, per se stesse e per la rivoluzione ita­liana e mondiale. La sua novità datava dal 1847. Ne ha fatto una classe rispetto alla Fiat.

Aggiungiamo qui di seguito qualche altra notizia, desunta dalla edizione torinese dell’«Avanti!». La discussione nella sezione torinese del PSI si era svolta l'11 dicembre 1919. Il giornale, nel numero del 12, fa un commento abbastanza giusto sostenendo che il conflitto di conce­zioni e di metodi non si rivelava come un conflitto tra ali del proleta­riato che tendessero a scindersi, ma come un contrasto tra le masse lavoratrici e i funzionari riformisti dei sindacati e della Camera del Lavoro. L'assemblea non si era fermata alle preoccupazioni della destra che temeva per i suoi poteri, ma era andata oltre, e la mozione appro­vata, dovuta a Tasca e Togliatti, aveva il seguente tenore:

 

«La sezione socialista di Torino, presa visione della mozione della CE, ritenendo che sia urgente che tutte le forme di attività socialista e proletaria convergano a preparare la conquista del potere; ritenendo che nel campo econo­mico tale conquista si prepari organizzando tutti i produttori in una forma aderente al processo di produzione in modo da rendere possibile la organizzazione comunista del lavoro, dà mandato al Comitato di studio di ispirarsi a detti principi, soprat­tutto preoccupandosi di precisare e regolare i rapporti che debbono correre tra i Consigli di fabbrica e le Organizzazioni di resistenza per evitare i conflitti di competenza e impedire che l'attuale organizzazione si indebolisca, ma anzi acquisti maggior prestigio di fronte alla massa».

 

La sezione si limitò quindi ad approvare l'elenco dei nomi del Comitato di studio. Il testo dimostra che la generosa e giusta posizione dei compagni operai era mal tradotta dal gruppo degli intellettuali nella formulazione dei principi, che è totalmente errata. Si dimentica che la conquista del potere è l'atto politico e del campo politico; nel campo economico le misure saranno date da interventi della nuova potenza statale che il proletariato avrà eretto con la sua dittatura, ed è pura illusione che la preparazione possa consistere nella solita forma aderente al processo di produzione, perché si tratta di una pura aderenza alla macchina di produzione capitalistica, e di una preparazione che non va alla lotta di classe, ma alla collaborazione di classe.

Il 14 dicembre, si tenne pure il congresso della Camera del Lavoro di  Torino  (9).  E'  interessante  riportare  dall’edizione  torinese  dell’«Avanti!» qualche passo del discorso tenuto in quella sede da Umberto Terracini, a nome della sezione del partito:

 

«Terracini dichiara che l'o.d.g. [Tasca-Togliatti] approvato dalla sezione so­cialista, mentre lascia liberi i singoli di agire a seconda del loro pensiero, vincola però l'azione della CE all’opera di creazione dei Consigli […]. Il Consiglio non ha funzione sindacale [...1. La questione è oggi della concretizzazione dei Consigli che abbracciano tutti i produttori [...]. Si è detto che i Consigli vogliono valorizzare il sistema Taylor. Questo è vero in un certo senso. I Consigli non fanno male a propagandare i concetti che occorre produrre di più e migliorare la produzione, dato che essi vogliono preparare l'avvento della società comunista. Essere rivolu­zionari non significa essere contro la produzione. La rivoluzione deve avvenire sul luogo della produzione. Questo possono compiere però solo i Consigli di fabbrica e non i Sindacati, che sono e vivono lontani dall’officina. In conclusione si tratta oggi di creare gli organi del potere, come esistono gli organi per la lotta econo­mica e politica: tali organi di potere sono stati indicati da Lenin al Congresso di Bologna, e modestamente dalla sezione di Torino, nei Consigli degli operai, contadini, impiegati».

 

Significativo è che, nello stesso resoconto, Boero affermi giusta­mente che bisogna essere «per la rivoluzione, compito di tutto il prole­tariato», ma poi ceda alla moda dominante quando afferma che «il mo­vimento dei Consigli è voluto dalla storia».

L'errore fondamentale, al solito, è dato dalla confusione tra l'appa­rato di potere invocato da Lenin, e costituito dai soviet di Russia, con la rete dei consigli di azienda. Gramsci e tutti gli altri torinesi, e purtrop­po anche molti buoni operai della frazione astensionista, prendevano un doppio abbaglio. Non era esatto che nella Russia della rivoluzione la rete del potere si fondasse su comitati di fabbrica, ma più grave errore di principio era il pensare che questa rete (sia pure estesa, come Boero ed altri chiedevano, all’intera Italia) potesse assumere virtù taumatur­giche quando la borghesia era ancora al potere, nel suo stato militare quanto nel suo parlamento democratico.

Il delicato punto che fu toccato da Terracini merita ulteriore com­mento. La questione se nella economia comunista la produzione sarà più intensa che nell’economia attuale può essere posta, e certo la sua soluzione marxista è nella direzione di una produzione razionale conse­guita diminuendo enormemente il tormento, la pena e il tempo di lavoro. Ma altro è domandarsi se i comunisti rivoluzionari che condu­cono la lotta di classe per l'abbattimento dello stato borghese debbano, prima di quello, riconoscere che la produzione vada aumentata. In dot­trina, Marx ha stabilito che fin quando non avremo raggiunto forme non mercantili e non monetarie di economia, ossia per molti decenni dopo l'avvento della dittatura proletaria, la produzione non può crescere che quando cresce lo sfruttamento del lavoro. Prima della conquista del pote­re vi può essere l'unica soluzione che la lotta di classe rivoluzionaria ha per effetto il sabotaggio della produzione e del sogno che essa aumenti come vogliono i borghesi e tutte le carognette piccolo-borghesi. La storia ci ha insegnato come, partendo da quel punto squisitamente torinese di immischiarsi nella gestione della Fiat, perché produca più macchine e gli operai abbiano un poco più di spregevoli palanche, si doveva arrivate alla schifosa situazione degli anni presenti, in cui gli esponenti del proletariato corteggiano spudoratamente l'aumento an­nuale della produzione e finiscono col rendersi complici di una maggiore disoccupazione e perfino di una discesa dei salari reali.

Altro errore di prospettiva comune a tutti i dirigenti di Torino d'allora, è che Lenin avesse raccomandato al partito socialista riunito nel Congresso di Bologna la costituzione dei consigli di fabbrica, tenendo ancora sotto silenzio la necessità di escludere dal partito la destra rifor­mista e controrivoluzionaria dominante non solo nel gruppo parlamen­tare, ma ancor peggio in quella Confederazione del lavoro, che attraverso i suoi esponenti di Torino si allarmava perfino dell’innocuo movimento dei Consigli; destra che trovava la più solida «assicurazione» nell’op­portunismo centrista di Serrati & C., i quali l'avallavano anche col pre­testo di reagire alle velleità anarcoidi e decentralizzatrici del nucleo «consiliare» (10).

Non si può negare a Gramsci di aver difeso unguibus et rostro la visione consiliare come di un'immediata adesione delle forme della nuova società alla rete produttiva caratteristica del capitalismo, e quindi dell’identificazione socialismo - società di liberi produttori (i «socia­listi dei consigli» olandesi di stampo proudhonista contrapporranno al «comunismo di stato» l'«associazione di liberi ed eguali produttori» e... «consumatori»), e ben lo si vede dagli articoli sui sindacati dell’otto­bre e novembre 1919. In Sindacati e consigli (11.X), è detto che

 

«La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico dell’attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere e ogni branca di lavoro dà alla elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività [quasi che il sistema capitalista non produca oggetti dotati di valore d'uso solo in quanto dotati di valore di scambio!], l'istituzione è di classe, è sociale [?]. La sua ragion d'essere è nel lavoro, e nella produzione industriale, in un fatto cioè permanente e non già nel salario, nella divisione delle classi, in un fatto cioè transitorio e che appunto si vuole superare […]. Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario […]. Anche il più ignorante e il più arretrato degli operai [come se le due cose si equivalessero: un analfabeta può essere, almeno sul piano istintivo, politicamente avanzato e rivo­luzionario, mentre un operaio politicamente arretrato resta portatore dell’ideologia borghese, anche se tecnicamente preparatissimo!], anche il più vanitoso e il più "civile" degli ingegneri (11) finisce col convincersi di questa verità nelle esperienze dell’organizzazione di fabbrica: tutti finiscono per acquistare una coscienza comu­nista (12) per comprendere il gran passo in avanti che l'economia comunista rappre­senta sull’economia capitalistica [...]. La solidarietà operaia che nel sindacato si sviluppava nella lotta contro il capitalismo, nella sofferenza e nel sacrifizio, nel Consiglio è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei mo­menti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa [si capisce che si tratta di... evitare la "sofferenza" e il "sacrifizio": la révolution c'est une féte, diranno gli ultimi bohémiens del maggio '68] di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteres­satamente [in sistema mercantile!] la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice di storia [espressione di chiara prove­nienza crociana]».

 

E ne I sindacati e la dittatura (25.X), la valutazione critica fonda­mentale del sanguinoso crollo della Repubblica dei Consigli magiara è che «nel Soviet ungherese i sindacati si sono astenuti da ogni lavoro creatore [...] poiché la funzione per cui il sindacato si era sviluppato fino alla dittatura era inerente al predominio della classe borghese, e poiché i funzionari non avevano una capacità tecnica industriale» ma «una psicologia di corpo assolutamente in contrasto con la psicologia degli operai, la quale ha finito con l'assumere in confronto alla massa operaia la stessa posizione della burocrazia governativa in confronto allo Stato parlamentare: è la burocrazia che regna e governa».

Questo perché, è ribadito in Sindacalismo e Consigli (8.XI),

 

«il sindacalismo [...] organizza gli operai non come produttori, ma come salariati», laddove «l'operaio può concepire se stesso come produttore solo se concepisce se stesso come parte inscindibile di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, solo se vive l'unità del processo industriale che domanda la collaborazione del manovale, del qualificato, dell’impiegato di amministra­zione, dell’ingegnere, del direttore tecnico [...]. Allora l'operaio è produttore, perché ha acquistato coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo; allora egli sente la classe, e diventa comunista, perché la proprietà privata non è funzione della produttività [evidente­mente lo è il socialismo!], e diventa rivoluzionario perché concepisce il capitalista, il privato proprietario [e in caso dì società anonime o imprese statali?], come un punto morto, come un ingombro, che bisogna eliminare. Allora concepisce lo «stato», concepisce una organizzazione complessa della società, perché essa non è che la forma del gigantesco apparato di produzione che riflette [...] la vita della officina, che rappresenta il complesso, armonizzato e gerarchizzato, delle condizioni necessarie perché la sua industria, perché la sua officina, perché la sua personalità di produttore viva e si sviluppi».

 

Per misurare a colpo d'occhio l'opposizione irrimediabile tra que­sta concezione e quella marxista, basta ricordare alcuni passi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «L'alienazione dell’operaio nel suo oggetto si esprime, secondo le leggi dell’economia politica, in modo che, quanto più l'operaio produce, tanto meno ha da consumare, e quanto più crea dei valori e tanto più egli è senza valore e senza dignità, e quanto più il suo prodotto ha forma e tanto più l'operaio è deforme, e quanto più e raffinato il suo oggetto e tanto più è imbarbarito l'ope­raio, e quanto più è potente il lavoro e tanto più impotente diventa l'operaio, e quanto più è spiritualmente ricco il lavoro e tanto più l'operaio è divenuto senza spirito e schiavo della natura [...]. Ma l'alie­nazione non si mostra solo nel risultato, bensì anche nell’atto della pro­duzione, dentro la stessa attività producente [...]. Nell’alienazione dell’oggetto del lavoro si riassume soltanto l'alienazione, l'espropriazione dell’attività stessa del lavoro [...]. Il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e l'operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L'operaio si sente quindi con se stesso sol­tanto fuori deL lavoro, e fuori di sé nel lavoro […], si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt'al più nell’avere una casa, nella sua cura corporale etc., e nelle sue funzioni umane si sente soltanto una bestia. Il bestiale di­venta l'umano e l'umano il bestiale. Il mangiare, il bere, il generare etc., sono in effetti anche schiette funzioni umane, ma sono bestiali nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’umana attività e ne fa degli scopi ultimi e unici [...]. La libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo. Ma la vita stessa appare, nel lavoro alie­nato, soltanto mezzo di vita» (13). E il lavoro è certo anche una scuo­la «dura ma temprante» (Sacra famiglia) nella misura in cui spoglia il proletariato di ogni resto di autonomia individuale, di soddisfazione microproduttiva, e indica «il suo fine e la sua azione storica» - nella misura in cui il proletariato giunge a porsi come «partito distrut­tore» grazie, preciserà poi Marx in mille luoghi, alla «preventiva or­ganizzazione» politica che è condizionata dalla lotta di classe ed è al contempo una condizione perché essa si affermi come tale nel suo pieno senso politico di scontro fra la tendenza conservatrice e quella rivo­luzionaria ugualmente generate dal capitalismo, indipendentemente da volontà individuali o collettive. Nello stesso senso Lenin, il più tenace oppositore della «presa di coscienza» del proletariato «in fabbrica», ancora nel Che fare? sottolinea la funzione formativa, ai fini della di­sciplina rivoluzionaria, dell’organizzazione industriale del lavoro - pur­ché dall’esterno della fabbrica, del rapporto economico borghese-operaio e della lotta rivendicativa, cioè dal partito depositario del programma, la coscienza comunista venga importata nelle avanguardie operaie; e, da quel magnifico dialettico che era, Lenin può così bollare menscevichi e conciliatori di ambedue le stigmate dell’opportunismo immediatista: operaismo anarcoide e riformismo illuminato intellettualistico.

Un superficiale e mistificatorio «spirito di partito» (e «partito» era allora il Barnum) che mal nasconde un volgare democratismo è pure evidente nell’articolo del 29.XI su Il problema del potere:

 

«Il problema concreto immediato [concretismo + immediatismo!] del Partito socialista è [...] il problema del potere, è il problema dei modi e delle forme per cui sia possibile organizzare tutta la massa dei lavoratori italiani in una gerarchia che organicamente culmini nel Partito, è il problema della costruzione di un apparecchio statale, che nel suo ambito interno funzioni democraticamente, cioè garantisca a tutte le tendenze anticapitalistiche. [dove va dunque a finire la "gerar­chia che organicamente culmina nel Partito"?] la libertà e la possibilità di diventare partiti di governo proletario, e verso l'esterno sia come una macchina implacabile che stritoli gli organismi del potere industriale e politico deI capitalismo. Esiste la grande massa del popolo lavoratore italiano [brillante scoperta, per eccellenza "concreta"!]. Oggi esso si distingue politicamente in due tendenze prevalenti: la massa dei socialisti marxisti e la massa dei socialisti cattolici [sì: anche il «dialogo con i cattolici» è un'eredità ordinovista: abbiamo visto le tenerezze gramsciane per le potenziali Vandee] - e in una molteplicità di tendenze secondarie: la sindacalista-anarchica, quella degli ex-combattenti democratico-sociali, e i vari aggrup­pamenti localistici [ad es., il Partito sardo d'azione] a tendenze rivoluzionarie. Questa massa rappresenta più di venticinque milioni della popolazione italiana, cioè una base stabile e sicura [!] dell’apparecchio proletario […]. Il problema concreto massimo del momento attuale, per i rivoluzionari, è questo: 1) fissare la grande massa del popolo lavoratore in una configurazione sociale che aderisca al processo di produzione industriale e agricolo (costituzione dei Consigli di fabbrica e di villaggio con diritto di voto a tutti i lavoratori); 2) ottenere che nei Consigli la maggioranza sia rappresentata dai compagni del Partito, delle organizzazioni operaie, e dai compagni simpatizzanti, ma senza escludere che essa, transitoriamente, nei primi momenti di incertezza e di immaturità, possa cadere in mano ai popolari, ai sindacalisti anarchici, ai riformisti, in quanto siano lavoratori salariati e vengano eletti nella loro sede di lavoro, e in quanto aderiscano allo Stato operaio».

 

Che l'ordinovismo respingesse la dittatura di partito perfino nella forma svirilizzata e in definitiva pretestuosa invocata dai massimalisti (e da un fior di riformista e socialsciovinista come Blum), risulta dall’articolo Il partito e la rivoluzione del 27.XII, che denunzia «il mito rivoluzionario, per il quale si concepisce l'instaurazione del potere pro­letario come una dittatura del sistema di sezioni del Partito socialista», ravvisando in ciò il metodo... della socialdemocrazia tedesca e di Noske, e contrapponendovi la concezione secondo cui

 

«il Partito esercita la più efficace delle dittature, quella che nasce dal presti­gio, che è l'accettazione cosciente e spontanea di una autorità che si riconosce indispensabile per la buona riuscita dell’opera intrapresa. Guai se per una conce­zione settaria dell’ufficio del Partito nella rivoluzione si pretende materializzare questa gerarchia [ma una gerarchia non materializzata è una gerarchia puramente immaginaria!], si pretende fissare in forme meccaniche di potere immediato l'appa­recchio di governo delle masse in movimento, si pretende costringere il processo rivoluzionario nelle forme del Partito; si riuscirà a deviare [?!] una parte degli uomini, si riuscirà a "dominare" la storia; ma il processo reale rivoluzionario sfug­girà al controllo e all’influsso del Partito, divenuto inconsapevolmente organismo di conservazione».

 

In un «messaggio ai lavoratori occidentali», rimesso il 10 giugno 1920 alla signorina Bonfleld, delegata del Partito Laburista, l'anarco-scio­vinista Kropotkin dirà (mimando Kautsky):

 

«La rivoluzione russa  - continuatrice delle due grandi rivoluzioni inglese e francese  - si sforza di progredire dal punto ove si è fermata la Francia quando ebbe raggiunto la nozione dell’eguaglianza di fatto, vale a dire dell’eguaglianza eco­nomica. Disgraziatamente questo tentativo è stato fatto in Russia sotto la dittatura fortemente centralizzata di un partito, quello dei bolscevichi. Lo stesso tentativo era stato fatto da Babeuf e dai suoi seguaci, tentativo centralista e giacobino. Debbo francamente confessare che, a mio modo di vedere, questo tentativo di edificare una repubblica comunista su basi statali fortemente centralizzate, sotto la legge di ferro della dittatura di un partito, sta risolvendosi in un fiasco formidabile. La Russia c'insegna come non si debba imporre il comunismo, sia pure ad una popolazione stanca dell’antico regime ed impotente ad opporre una resistenza attiva all’esperimento dei nuovi governanti.

L'idea dei soviet, o dei consigli operai e contadini, già preconizzata durante il tentativo rivoluzionario del 1905 e realizzata senz'altro nel febbraio del 1917, fu un'idea meravigliosa. Il fatto stesso che questi Consigli debbano controllare la vita politica ed economica del paese suppone ch'essi debbano essere composti da tutti quanti partecipano personalmente alla produzione della ricchezza nazionale. Ma finché un paese è sottoposto alla dittatura di un partito, i Consigli di operai e contadini perdono evidentemente ogni significato [Trotsky al contrario ha dimo­strato che solo così i soviet acquisiscono il significato di organi del potere proletario]. La loro funzione si riduce alla parte passiva rappresentata nel passato dagli Stati generali o dai parlamenti, convocati dal monarca e costretti a tener testa ad un onnipotente Consiglio reale [...]. L'immenso lavoro ricostruttivo ti­chiesto da una rivoluzione sociale non può essere compiuto da un governo centrale, anche se come guida in questo lavoro avesse qualcosa di più sostanziale di qualche opuscolo socialista [questo per Kropotkin sarebbe il programma comunista, dal Manifesto al Capitale!] o anarchico. Ci vuole la conoscenza, l'intelletto e la colla­borazione volontaria di una massa di forze locali e specializzate le quali possano vincere le difficoltà che si affacciano per i diversi problemi economici nei loro aspetti locali. Respingere questa collaborazione ed affidarsi al genio dei dittatori di partito è come distruggere tutti i nuclei indipendenti, come i sindacati [...] e le cooperative di consumo locali, trasformandoli in organi burocratici del partito come si fa attualmente. Questo è il mezzo non di compiere la rivoluzione, ma di rendere impossibile la sua realizzazione».

 

Tutto ciò, per l'anarchismo, è normale. Ma non è possibile pro­clamarsi comunisti, e magari posare (come al congresso di Lione) a «leninisti», e adottare tesi che coincidono così strettamente con il classico atteggiamento piccolo-borghese anarchico che, come tale, è sem­pre più o meno apertamente liberista e riformista - naturalmente (lo si è visto in Kropotkin) col pretesto del «concretismo» e del «reali­smo realizzatore».

La mistificazione ordinovistica del sistema sovietico imponeva pe­raltro una sempre più precisa chiarificazione, nella misura in cui, da un lato, essa era un riflesso della diffusa - e fasulla! - interpretazione «consiliare» dell’apporto della Rivoluzione d'Ottobre, dall’altro si as­sommava ad analoghe falsificazioni di stampo massimalista, ossia centri­sta (non si dimentichi che il tentativo di «socializzazione» della so­cialdemocrazia tedesca costituiva un punto di riferimento suggestivo an­che per molti denigratori, a parole, dei maggioritari germanici promo­tori del terrore bianco). E' quindi particolarmente importante l'opera di riproposizione del problema nei suoi giusti termini compiuta dal Soviet in una organica serie di articoli gia citati, o riprodotti in appendice a questo capitolo: Per la costituzione dei Consigli operai in Italia (4.1.1920, 11.1, 1.11, 8.11, 22.11); e La costituzione dei Soviet e la preparazione rivoluzionaria (29.11). Paradigmatica è l'affermazione contenuta nel pri­mo di questi scritti (14):

 

«Il vero istrumento della lotta di liberazione del proletariato, e anzitutto della conquista del potere politico, è il partito di classe comunista. I consigli operai, in potere borghese, possono essere solo organismi entro i quali lavora il partito comunista, motore della rivoluzione (15).

«Dire che essi sono gli organi di liberazione del proletariato, senza parlare della funzione del partito, come nel programma di Bologna, sembraci errore.

«Sostenere, come i compagni dell’Ordine Nuovo di Torino, che i consigli operai prima ancora della caduta della borghesia sono già organi, non solo di lotta politica, ma di allestimento economico-tecnico del sistema comunista, è poi un puro e semplice ritorno al gradualismo socialista: questo, si chiami riformismo o sindacalismo, è definito dall’errore che il proletariato possa emanciparsi guada­gnando terreno nei rapporti economici, mentre ancora il capitalismo detiene, con lo stato, il potere politico».

 

Con la critica dell’adesione della rappresentanza proletaria alle strutture produttive industriali, è portata avanti dalla Sinistra quella del controllo operaio sulla quale torneremo nel capitolo successivo, e il cui interesse non sfugge ove si rammenti che su questa parola d'ordine farà perno, quasi vent'anni dopo, il programma transitorio di Trotsky (1938). Ancora nella puntata dell’1 febbraio (16) è notevole il brano:

 

«E' grave errore credere che trasportando nell’ambiente proletario attuale, tra i salariati del capitalismo, le strutture formali che si pensa possano formarsi per la gestione della produzione comunista, si determinino forze per se stesse e per intrinseca virtù rivoluzionarie. Questo fu l'errore dei sindacalisti, e questo è anche l'errore dei troppo caldi fautori dei consigli di fabbrica».

 

In tal senso va intesa la giusta espressione del KPD, non essere la rivoluzione questione di forme d'organizzazione, e non già in quello che la forma di organizzazione del partito sia indifferente: la Sinistra infatti si batteva per un partito di tipo bolscevico, secondo le tesi dell’Internazionale comunista, contro i fautori di un partito tipo II Internazionale, o Internazionale 2 e mezzo... o IV Internazionale stile KAPD, come è chiaro dalla tesi 11, parte II, delle Tesi della frazione comunista astensionista riprodotte in appendice al successivo capitolo, come pure dalle Tesi sulla costituzione dei Consigli operai (più sopra, pag. 183) e dal discorso sul tema dei soviet al Consiglio nazionale di aprile (cfr. il cap. VII).

In questo quadro si inserisce la nostra polemica con Tasca (17), il quale, con procedimento comune anche a Gramsci e... agli «storio­grafi» contemporanei, faceva un solo fascio di sinistra e massimalismo, accomunati a parer suo dalla concezione della preponderanza del parti­to sui soviet. Spicca la limpida definizione: «I soviet sono la forma, non la causa della rivoluzione», che ben ritorce l'accusa di formali­smo tanto spesso lanciata alla Sinistra dagli «sperimentalisti» dell’im­mediatismo, essi si autentici formalisti e feticisti di una forma vuota in assenza dell’egemonia partitica, inetti a vedere l'urgenza drammatica della formazione dei quadri rivoluzionari, dell’approntamento delle for­me organizzative di un partito atto a combattere la lotta tanto «in­tensa e spietata» quanto «meditata e calcolata» contro la borghesia e i suoi agenti - magari nell’attesa di una - calata dalle Alpi di Lenin «rosso orsacchiotto» (!) come amava ripetere Bombacci nelle sue concioni da avanspettacolo (frase tanto scempia intrinsecamente quanto rivelatrice di un'imbelle poltroneria medagliettistica, che diverrà nel se­condo dopoguerra l'ancor più becero e sciagurato, dato l'oggetto dell’in­vocazione, «ha da veni Baffone»).

La denunzia dell’ipotesi di configurare una situazione di dualismo di potere grazie ai soviet (per giunta costruiti «a freddo» e non ben distinti dai consigli di fabbrica) in assenza del partito comunista è chiara nella nostra analisi (22 .II) (18) del progetto Bombacci, ma con­cerne anche l'ordinovismo che, analogamente al massimalismo, concepiva la preparazione rivoluzionaria in termini non solo economistici, ma demopopulisti con iniziative ampiamente frontiste. «Il Soviet non è [...] un organo per essenza sua rivoluzionaria», vi si afferma nel modo più drastico.

L'articolo del 29.II, La costituzione dei Soviet e la preparazione rivoluzionaria, ribadisce il concetto, mille volte sottolineato da Lenin e Trotsky, che la rottura del proletariato occidentale con la propria borghesia e con tutta la tradizione democratica è ben altra cosa che la rottura con la rachitica borghesia vegetante al riparo del decrepito assolutismo; che la rivoluzione in Occidente avrà un carattere ancor meno populistico di quella russa, e «di fatto non sarà effettuata [...] se non da una minoranza della classe operaia» sotto la direzione del partito comunista; infine è precisato il giusto senso del determini­smo marxista per cui la violenza è levatrice della nuova società, ma non nel senso ch'essa si sviluppi all’interno della società capitalistica, bensì in quello che la base determinante dello scoppio delle contraddi­zioni a livello politico e dell’assalto al potere - impossibile senza la direzione del partito - è data dal contrasto fra carattere sociale della produzione e carattere privato dell’appropriazione.

 

(1)   M. e M. Ferrara, Conversando con Togliatti, Roma 1953, pag. 42.

 (2)  Chi non riconosce qui il germe dell’odierno slogan opportunistico «Più potere in fabbrica» - quasi che in fabbrica il proletariato potesse avere un qualsivoglia potere?

 (3) Sui commissari di reparto nell’autunno 1919 a Torino, cfr. più sopra, pag. 123

 (4) Cfr. per esempio D. Guérin, La lutte de classes sous la Premiere République etc., Parigi 1946, I, pag. 399. E, per l'esercito di Cromwell e i «soviet» dei suoi soldati, H.N. Brailsford, I Livellatori, Milano 1962.

 (5)  «In mancanza di un partito capace di condurre la rivoluzione proletaria, questa rivoluzione diventa impossibile [...]. Una classe possidente è in grado di conquistare il potere, strappato dalle mani di un'altra classe possidente, appog­giandosi alle ricchezze della sua "cultura", ai suoi innumerevoli legami col vecchio apparato statale. Per il proletariato, invece, nulla può sostituire il suo partito [...]. Le funzioni che nella rivoluzione borghese erano svolte dalla borghesia economica­mente forte, dalla sua organizzazione, dalle sue municipalità e università, nella rivoluzione proletaria possono toccare solo al partito del proletariato. La sua funzione è tanto maggiore quanto maggiore è la coscienza di classe del nemico. Nel corso dei secoli del suo dominio la borghesia è passata per una scuola politica incomparabilmente migliore della scuola della vecchia monarchia burocratica. Se per il proletariato il parlamentarismo è stato in una certa misura una scuola prepara­toria della rivoluzione, per la borghesia esso è stato in misura molto maggiore una scuola di strategia controrivoluzionaria. Basta pensare che con l'ausilio del parla­mentarismo la borghesia ha educato la socialdemocrazia [...]. Senza il partito, al difuori del partito, aggirando il partito, con un surrogato del partito, la rivoluzione prole­taria non può vincere. Questo è l'insegnamento principale degli ultimi dieci anni». (Trotsky, Gli insegnamenti di Ottobre).

 (6)  Cfr. il cap. IX, par. 6.

 (7)  Un'ampia critica del Programma, nel terzo articolo della serie Per la costituzione dei consigli operai in Italia ne «Il Soviet» dell’1.II.1920, cfr. pagg. 286-287.

 (8)  Campagne per le vittorie delle macchine Fiat nelle corse europee, con premio per l'azienda interessante insieme padroni e operai, ecc.

 (9)  Il congresso approvò per oltre 38 mila voti contro 26 mila (avversi al voto ai non organizzati) una mozione a favore della costituzione dei consigli come orga­nizzazione della «massa di tutti i produttori», e tendenzialmente di tutto il popolo, in «esercito disciplinato». Che i consigli dovessero raggruppare e ammettere al voto anche i non organizzati, era - data la loro funzione - anche per noi più che ovvio.

(10)  Nell’«Avanti!» del 4 novembre, in un articolo intitolato Perché non si equi­vochi, Serrati aveva protestato in particolare contro l'ammissione dei non organizzati al voto per l'elezione dei commissari di reparto, considerandola come una «messa in dubbio di tutto un lungo lavoro del partito» e ponendosi sullo stesso piano dei dirigenti riformisti della CGL. Per lui come per Gramsci «i consigli di fabbrica debbono essere come gli atomi del mondo nuovo»; oggi, però, rappresentano «più un abbozzo mentale che un fatto concreto», e ammettere che sorgano dal voto anche dei non organizzati come organi del potere proletario «è una prova di facilonismo grandemente pericoloso per l'avvenire del proletariato», una «evidente prova di mancanza di affetto per la vecchia forma e di eccessivo affetto per la nuova». In che cosa l'ostilità serratiana si avvicini alla nostra critica di principio dell’ideologia consiliare, lo sanno soltanto, nella loro infinita saggezza, gli «storici» che pretendono di raffigurate l'«astensionismo» come un'ala avanzata - o deviante - del mas­simalismo!

(11)  Questa «simpatia» per... gli ingegneri Gramsci la perderà nel PCd'I, e pour cause (data la professione del dirigente principale della Centrale di sinistra fino al 1923, poi dell’opposizione di sinistra); nei Quaderni, cercherà di spiegare lo schematismo, il meccanismo, cioè il determinismo della Sinistra con la preva­lenza dei suddetti «ingegneri » nella direzione del PCd'I dei suoi primi anni.

(12)  Si tenga presente che il Che fare? di Lenin era stato pubblicato 17 anni prima, e si apprezzi questa ulteriore prova del «leninismo» gramsciano!

(13)  Roma 1969, pagg. 196-199.

(14)  Cfr. il testo riprodotto integralmente a pagg. 278-280.

(15)  Quest'efficacissima e scientificamente esatta formulazione viene ben chiarita da un passo della prefazione di Trotsky alla sua Storia della rivoluzione russa (14 novembre 1930):  «Solo uno studio dei processi politici che si determinano tra le masse permette la comprensione della funzione dei partiti e dei dirigenti, che non siamo in nessun modo inclini ad ignorare, in quanto costituiscono un  elemento del  processo  importantissimo  anche  se  non  indipendente.  Sen­za un' organizzazione dirigente, l’energia delle masse  si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro o dal pistone». Ciò, sia detto di passaggio, sinte­tizza il contrasto tra la visione marxista deterministica e quella volgarmente economista che cade, ignorando le «condizioni soggettive», nel fatalismo e nel codismo passivo ed impotente (possiamo riconoscere con Cl. Bernard che «il fatali­smo presuppone la manifestazione di un fenomeno indipendentemente dalle sue condizioni, mentre il determinismo è la condizione necessaria di un fenomeno la cui manifestazione non è forzata»).

(16)  Cfr. più oltre, pagg. 284-288.

(17)  Nell’articolo dell’l.II.1920 riprodotto in appendice al capitolo.

(18) Cfr. pagg. 291-293.

 

6.         -             PARTITO E «PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA» NELL’ORDINOVISMO

 

Nella serie di articoli che riproduciamo in appendice al capitolo, il lettore attento troverà una vasta disamina critica delle confuse teo­rizzazioni sia ordinoviste che massimaliste sui «consigli» e, particolar­mente nella conclusione dell’ultimo, una sintesi - del tutto colliman­te con quelle che saranno le tesi della III Internazionale - della cor­retta impostazione marxista del problema.

Nel cap. V d'altra parte abbiamo già segnalato alcune delle più ti­piche manifestazioni del gruppo ordinovista nel periodo gennaio-marzo 1920;  altre ne vedremo nel capitolo  successivo per l'aprile-giugno. Conviene qui soffermarsi sul tentativo di «rivederne» le posizioni in un senso affine al massimalismo e perfino al riformismo aperto, fatto nel corso di quei mesi da Tasca sviluppando l'aspetto più francamente sindacal-unionista dell’ «Ordine Nuovo»  e attenuandone le formula­zioni di sapore più anarchico anche per rispondere in qualche modo alla critica marxista della Sinistra. L'iniziativa si svolge sotto il segno del più disinvolto eclettismo, e di fatto non apporta in nessun modo una visuale coerentemente e in linea di principio divergente da quella dei torinesi:  tuttavia Gramsci, preoccupato sia delle ovvie conseguen­ze riformiste  -  collaborazione con l'ultradestra della CGL - del proprio stesso atteggiamento, se spinto fino in fondo nello spirito dell’incremento produttivistico, nonché timoroso di «dare corda» alla Sinistra anche con formulazioni intrinsecamente non più che massimali­stiche, accentua in polemica con Tasca quegli aspetti «liberal-libertari» contro cui Tasca si erge con pure dichiarazioni verbali senza contrap­porvi affermazioni precise, anzi puntualmente ricadendovi. Il dibattito - di prevedibile bassissimo «livello teorico», non foss'altro che per le inconseguenze degli interlocutori  -  ricorda discussioni svoltesi in seno alla sedicente «sinistra» germanica, dove non mancavano i gruppi che rimproveravano il «partito dei capi» allo stesso KAPD...

Sull’ «Ordine Nuovo» del 17.1.1920, Tasca aveva scritto in Gra­dualismo e rivoluzionarismo nei consigli di fabbrica:

 

«I sindacati e le federazioni [...] conducono direttamente l'operaio al comu­nismo, attraverso la lotta di resistenza e di miglioramento; i consigli di fabbrica si propongono di portare ugualmente al comunismo gli operai attraverso la lotta per il controllo sulla produzione […]. E' vero che la dittatura del proletariato sarà "la dittatura cosciente del Partito socialista" (v. Comunismo nr. 6, pag. 407 [tipica sparata massimalista che coincide con quella di Blum a Tours. "dittatura di un partito organizzato come il nostro", cioè per il parlamento, stile II Internazionale, "e non come il vostro"; quindi non bolscevico, non veramente comunista]), ma tale dittatura non si deve esercitare dal di fuori, imponendo una rete di clubs di nuovi giacobini  [tenga presente il lettore che sta parlando Tasca e non Gramsci, per quanto la differenza, se pur ne esiste una, sia alquanto difficile da cogliere!] declamatori e legiferatori, ma dal di dentro, facendo in modo cioè che tutte le forme della vita proletaria: Consigli di fabbrica, Consigli agricoli, sindacati, cooperative, consorzi di produzione ecc. siano nelle mani dei comunisti. Non è il caso qui di discutere del modo di elezione dei soviet; noi riteniamo che il loro nucleo possa sorgere fin d'ora e venga costituito cioè dai Consigli economici nei quali il partito, le organizzazioni [sindacali], i Consigli di produttori industriali e agricoli, le cooperative inviassero i loro rappresentanti, a discutervi i problemi della vita operaia, svuotando così fin d'ora d'ogni contenuto le istituzioni della democrazia borghese [...]. Se anche le maestranze non li chiedessero e le organiz­zazioni fossero contrarie, i comunisti che vogliono che tutta la vita proletaria si orienti verso il comunismo dovrebbero creare i Consigli di produttori, e servirsene per formare la coscienza politica degli operai e dei contadini. A Torino tali con­sigli si sono rivelati strumenti preziosi per la formazione di una psicologia rivolu­zionaria delle masse, per un accrescimento delle loro capacità combattive, per lo stabilirsi di un'efficace disciplina ideale».

 

Al Congresso della Camera del Lavoro torinese a fine maggio (ve­di il cap. VII) Tasca afferma che «nessuna conquista può esser fatta nella presunzione di strappare “lembi di potere” al capitalista»; ciò non toglie che «il consiglio è l'organo di potere [!] proletario sulla sede di lavoro e tende a dare al salariato coscienza di produttore [dov'è la differenza da Gramsci?] e a portare quindi la lotta di classe dal piano della resistenza a quello della conquista», configurando perciò il «terreno della rivoluzione» come «quello del potere proletario comu­nista che vuol sostituirsi al potere anarchico della borghesia».

Il 5.VI.1920 l' «Ordine Nuovo» pubblica due scritti di Gramsci, Il Consiglio di fabbrica (editoriale) e La relazione Tasca e il congresso camerale di Torino, nonché uno dello stesso Tasca, in cui si afferma che Gramsci ripropone bensì la tesi dell’imperialismo (definito da Tasca «un vizio contratto dalle abitudini di guerra»), ma per dedurne senza mo­tivazione l'identità Consiglio di fabbrica = Soviet; Tasca propone invece un'altra identità, quella Sindacato = Consiglio di fabbrica: in realtà si tratta «di un unico organismo, poiché il consiglio non è che l'espres­sione dell’attività sindacale nella sede di lavoro, ed il sindacato l'orga­no d’insieme che aggruppa i Consigli per branca produttiva, coordinan­done e disciplinandone l'azione». Il 15.VI, denunziando l'editoriale di Gramsci sul numero precedente, Tasca afferma (non a torto!) che

«c'è  in  quell’articolo  una chiosa  descrittiva  del  concetto  proudhoniano "l'officina si sostituirà al governo", e la concezione statale che vi è svolta è anarchica e sindacalista, non marxista [...]. Lo Stato comunista è formato dai Soviet, dai Consigli operai e contadini, che sono organismi a tipo "volontario", i quali soltanto, per la loro natura volontaria, ci possono dare uno Stato.

Il Consiglio di fabbrica non è che l'antitesi del potere capitalistico, quale lo trova organizzato sulla sede di lavoro, ne è la negazione, e come tale è incapace di superarlo».

 

Tuttavia è fin troppo ovvio che per Tasca la sintesi che conferisce alla classe la sua esistenza di classe per sé è il Soviet e non il Parti­to:  l'immediatismo cacciato dalla porta rientra così dalla finestra. Si­milmente il 19 giugno, pur negando che lo Stato operaio rappresenti un ritorno all’economia liberale (liberista), parcellare, Tasca definisce il proletariato come «sola classe capace oggi di ricondurre il capitale alla produzione, di configurare il mondo dell’economia secondo i rap­porti di produzione [...] di plasmare i rapporti di proprietà in funzio­ne dei rapporti di produzione». E osserva:

 

«La concezione - secondo me - astratta e antistorica che il compagno Gramsci ha dei Consigli di fabbrica, deriva [...] dal fatto che egli li considera essenzialmente come l'inizio dello Stato operaio, il cui sviluppo devono sforzarsi di garantire Partito e Sindacati [...]. Il Gramsci ha ripetuto l'errore del sinda­calismo, aggravandolo, perché i Sindacati d'industria sono più che i Consigli di fabbrica idonei alla gestione diretta della produzione [De Leon!], secondo le esigenze di questa, quale la ereditiamo dalla borghesia e quale la vedemmo sviluppare [non secondo le esigenze "'di specie" fissate nel piano, dunque!], e perché il programma sindacalista aveva un metodo proprio, la cosiddetta "azione diretta”, metodo che manca nel modo più assoluto al "programma" del compagno Gramsci». [Perfino lo sciopero - non diciamo poi lo sciopero generale - vi manca!].

 

Malgrado il suo carattere contraddittorio e pretestuoso, la critica di Tasca denunzia effettive aberrazioni ordinovistiche, e non è solo carat­teristico che, nello stesso periodo o addirittura in risposta agli articoli di Tasca, Gramsci accentui l'impostazione immediatistica di fondo del suo pensiero, ma che ciò avvenga proprio nei mesi in cui si prepara il II Congresso dell’Internazionale e matura in Italia la questione del partito. Le citazioni che seguono mettono in cruda evidenza la totale estraneità dell’ordinovismo o, se si preferisce, del gramscismo al filone marxista. Da Partito di governo e Classe di governo (28.II, 6.III):

 

«Non può esistere governo operaio se la classe operaia non è in grado di diventare, nella sua totalità [l'operaismo potrà forse capire, in momenti di grazia, il fenomeno di Machnò, mai quello di Kronstadt!], il potere esecutivo dello Stato operaio. Le leggi dello Stato operaio devono essere poste in esecuzione dagli operai stessi: solo così lo Stato operaio non corre il rischio di cadere in mano di avven­turieri e politicanti, non corre il rischio di diventare una contraffazione dello Stato borghese. Perciò la classe operaia deve addestrarsi [sic] alla gestione sociale, deve acquistare la cultura (1) [prima della presa del potere!] e la psicologia di una classe dominante, deve acquistarle con i suoi mezzi e con i suoi sistemi, coi comizi, coi congressi, con le discussioni, con l'educazione reciproca. I Consigli di fabbrica sono stati una delle prime forme di queste esperienze storiche della classe operaia italiana che tende all’autogoverno [sic] nello Stato operaio. Un secondo passo, e dei più importanti, sarà il primo congresso dei Consigli di fabbrica: ad esso saranno invitate tutte le fabbriche italiane: il congresso sarà di tutta la classe proletaria italiana, rappresentata da suoi delegati eletti espressamente e non da funzionari sindacali». Insomma, un vero «informe parlamento del lavoro»!

 

Da Il Consiglio di fabbrica, del 5.VI:

 

«Il processo reale della rivoluzione proletaria non può essere identificato con lo sviluppo e l'azione delle organizzazioni rivoluzionarie di tipo volontario e contrattualistico quali sono il partito politico e i sindacati professionali [...]; tutta la classe operaia è divenuta rivoluzionaria [...]; il periodo attuale è rivoluzionario perché la classe operaia tende con tutte le sue forze, con tutta la sua volontà, a fondare il suo Stato. Ecco perché noi diciamo che la nascita dei Consigli operai di fabbrica rappresenta un grandioso evento storico, rappresenta l'inizio di una nuova èra nella storia del genere umano: per essa il processo rivoluzionario è affiorato alla luce, entra nella fase in cui può essere controllato e documentato [...]. La classe operaia afferma così che il potere industriale, che la fonte del potere industriale deve ritornare alla fabbrica, pone nuovamente la fabbrica, dal punto di vista operaio [?], come forma in cui la classe operaia si costituisce in corpo organico determinato, come cellula di un nuovo Stato, lo Stato operaio [qui era agevole per Tasca denunziare l'ispirazione "proudhoniana"], come base di un nuovo sistema rappresentativo, il sistema dei Consigli. Lo Stato operaio, poiché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato [ma secondo il marxismo la "estinzione" dello Stato è subordinata alla distruzione delle classi], del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale, l'Internazionale comunista».

 

Nella polemica su La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino (ivi), sono notevoli alcune grossolane deformazioni del «model­lo» russo; anzitutto la citazione scorretta de Il programma dei comu­nisti bukhariniano, che parla bensì di controllo, ma dopo la presa del potere, nel quadro degli «interventi dispotici» nell’economia; poi l'in­terpretazione fantasiosa della «militarizzazione del lavoro» con l'intro­duzione nella produzione industriale di «masse contadine arretrate» per cui il Consiglio non ha più «significato [...] nel campo industria­le» e «l'unica forma adeguata di disciplina collettiva è la disciplina dell’esercizio rivoluzionario, con la sua fraseologia e il suo entusiasmo guerriero». Se poi Tasca ha dell’imperialismo una nozione francamente erronea, Gramsci ne deduce una mitica «linea» della III Internazio­nale che si accorda con le dottrine di uno solo dei «teorici» da lui citati, Anton Pannekoek, in quanto implica «il riconoscimento nel Con­siglio e nel sistema dei Consigli della forma propria in tutta l'Inter­nazionale dello Stato operaio che scaturisce spontaneamente [sic] dalla situazione economica e politica creata al proletariato dalla fase di svi­luppo del capitalismo nell’epoca attuale»; dove riaffiorano sia la confu­sione del Soviet col Consiglio di fabbrica, sia quello spontaneismo con­tro cui tutti i testi del Comintern proprio allora muovevano un attacco frontale, non lasciandone letteralmente pietra su pietra.

La profonda analogia con le concezioni del «socialismo dei con­sigli» è pure corroborata da Sindacati e Consigli (12 giugno), in cui si contrappone spontaneità a burocratismo, azione di massa a dominio di capi;

 

«Il Consiglio tende, per la sua spontaneità rivoluzionaria, a scatenare in ogni momento la guerra delle classi; il sindacato, per la sua forma burocratica, tende a non lasciare che la guerra di classe venga mai scatenata [...] La forza del Con­siglio consiste nel fatto che esso aderisce alla coscienza della massa operaia, è la stessa coscienza della massa operaia che vuole emanciparsi autonomamente, che vuole affermare la sua libertà di iniziativa nella creazione della storia: tutta la massa partecipa alla vita del Consiglio e sente di essere qualcosa per questa sua attività».

 

Grande importanza assume Due rivoluzioni (3 luglio, dunque pochi giorni prima del II Congresso dell’Internazionale!), prevalentemente ri­volto contro la Sinistra. Esso esordisce assimilando la rivoluzione co­munista a quella borghese, il potere proletario a quello capitalistico, cioè «apparato giuridico di un reale potere economico», per cui «1) la rivoluzione non è necessariamente proletaria e comunista in quanto si propone e ottiene di rovesciare il governo politico dello Stato borghese; 2) non è proletaria e comunista neppure in quanto si propone e ottiene di annientare gli istituti rappresentativi e la macchina amministrativa attraverso cui il governo centrale esercita il potere poli­tico della borghesia; 3) non è proletaria e comunista anche se l'ondata dell’insurrezione popolare [!] dà il potere in mano a uomini che si dicono (e sono sinceramente) comunisti», ma solo in quanto si abbiano le seguenti condizioni; «esistenza di forze produttive tendenti allo svi­luppo e all’espansione, movimento cosciente [sic] delle masse prole­tarie rivolto a sostanziare col potere economico [ma non esiste una “economia proletaria”!] il potere politico, volontà delle masse proletarie di introdurre nella fabbrica l'ordine proletario, di fare della fabbrica la cellula del nuovo Stato, di costruire il nuovo Stato come riflesso dei rapporti industriali del sistema di fabbrica», cioè dell’aziendismo che sarebbe al contempo il «potere economico proletario» e «un nuovo ordine» che rende impossibile «l'esistenza della società divisa in classi» e porta all’estinzione dello stato, per cui il proletariato «si dissolve come classe per diventare l'umanità» -  in un economia che resta di scam­bio! (2).

 

«Ecco perché noi abbiamo sempre ritenuto che dovere dei nuclei comunisti esistenti nel Partito sia quello di non cadere nelle allucinazioni particolaristiche (problema dell’astensionismo elettorale, problema della costituzione di un partito veramente  comunista) ma di lavorare a creare le condizioni di massa in cui sia possibile risolvere tutti i problemi particolari come problemi dello sviluppo orga­nico della rivoluzione comunista. Può infatti esistere un Partito comunista (che sia partito d'azione e non accademia di puri dottrinari e politicanti, che pensano "bene" e si esprimono "bene" in materia di comunismo) se non esiste in mezzo alla massa lo spirito [lo «spirito delle masse» del KAPD] di iniziativa storica e la aspirazione all’autonomia industriale che devono trovare il loro riflesso e la loro sintesi nel Partito comunista? [...]. Il compito maggiore delle forze comuniste [...] è appunto quello di dare coscienza e organizzazione alle forze produttive, essenzialmente comuniste [!], che dovranno svilupparsi ed, espandendosi, creare la base econo­mica sicura e permanente del potere politico in mano al proletariato».

 

Viene al contempo affermata la funzione nazional-popolare del Partito comunista (3), che «diventa il partito di fiducia "democratica" di tutte le classi oppresse»; né le storture si fermano qui:

 

«Per i comunisti che non si accontentano di rimasticare monotonamente i primi elementi del comunismo e del materialismo storico, ma che vivono nella realtà della lotta e comprendono la realtà, così com'è, dal punto di vista del mate­rialismo storico e del comunismo, la rivoluzione come conquista del potere sociale da parte deI proletariato non può essere concepita se non come processo dialettico [où la dialectique va-t-elle se nicher!] in cui il potere politico rende possibile il potere industriale e il potere industriale rende possibile il potere politico».

 

In questa «suggestiva» quanto falsa affermazione, si ritorna al presupposto della contemporaneità -  quanto meno - della presa del potere politico e di quello economico, sempre però ammettendo l'antece­denza di almeno parziali forme di potere economico. E' notevole che Gramsci distingua tra soviet e consiglio di fabbrica: egli però vede il soviet realizzato (seppur temporaneamente) anche in Germania, Austria, Baviera, Ungheria, cioè come organizzazione politica incapace di «toccare i rapporti economici» e pertanto non qualificante la rivoluzione comuni­sta - questa funzione spetta ovviamente alla sola rete dei consigli di fabbrica, che «riesce a sopprimere la concorrenza capitalistica» (e la concorrenza interaziendale? e le categorie capitalistiche, tra cui l'azienda stessa?), e «crea le condizioni in cui la società divisa in classi è sop­pressa ed è resa "materialmente" impossibile ogni nuova divisione di classe».

La rivoluzione operata da partito e soviet, rivoluzione «politica», è quindi opposta alla rivoluzione «sociale» che sfocia nell’ordinamento consiliare;  non la rivoluzione politica deve precedere quella sociale (economica), ma dev'esserci una sola rivoluzione: quella sociale-consiliare. E' questo il succo non solo della critica operaista in genere, ma di quella anarchica al marxismo (4). Così Gramsci sostiene [corsivi nostri]:

 

«E' necessario promuovere la costituzione organica di un partito comunista, che non sia una accolta di dottrinari o di piccoli Machiavelli, ma un partito d'azio­ne comunista rivoluzionaria, un partito che abbia coscienza esatta della missione storica del proletariato e sappia guidare il proletariato all’attuazione della sua missio­ne, che perciò sia il partito delle masse che vogliono liberarsi coi propri mezzi, autonomamente, dalla schiavitù politica e industriale attraverso l'organizzazione dell’economia sociale, e non un partito che si serva delle masse per tentare imita­zioni eroiche dei giacobini francesi».

 

Non si potrebbe essere più espliciti - e a quale data! - nella proclamazione dell’antibolscevismo (vero è che Gramsci non esiterà a scrivere sull’«Avanti!» piemontese del 29 agosto, in cortese polemica coi corteggiatissimi anarchici, che «lo Stato operaio è il Comitato di salute pubblica della rivoluzione proletaria»... ma una rondine non fa primavera). Quanto alla fondatezza storica degli «argomenti concreti» dell’improvvisato Realpolitiker, basti pensare che egli sostiene che le «condizioni esterne (?) della rivoluzione, cioè «Partito comunista, distruzione dello Stato borghese, forti organizzazioni sindacali, arma­mento del proletariato» esistevano «in Germania, in Austria, in Baviera, in Ucraina, in Ungheria», ove però, per assenza... «della volontà [...] di fare della fabbrica la cellula del nuovo Stato» ecc., «alla rivoluzione come atto distruttivo non è seguita la rivoluzione come processo rico­struttivo in senso comunista». Esse perciò sono state... rivoluzioni in senso giacobino!

Non meno fondamentale l'articolo del 17 luglio su I gruppi comu­nisti, che contiene tutta una serie di tesi comuni anche al KAPD: «Nel periodo storico dominato dalla classe borghese, tutte le forme di associazione (anche quelle che la classe operaia ha costituito per soste­nere le sue lotte), in quanto nascono e si sviluppano sul terreno della democrazia liberale, non possono che essere inerenti al sistema borghese ed alla struttura capitalistica», quindi anche il partito e il sindacato, mentre il Consiglio (che pure è per definizione, se non «inerente», «aderente»  alla  «struttura capitalistica»  aziendale)  «rappresenta il perenne sforzo di liberazione che la classe operaia compie da se stessa, coi suoi propri mezzi e sistemi, per fini che non possono non essere suoi specifici, senza intermediari, senza delegazioni di potere a funzionari e politicanti di carriera». (Sentite l'eco dell’operaismo e consiglismo tedesco?). E ben si vede dove conduca la distinzione tra soviet e consigli: i soviet sono assemblee territoriali, come le sezioni di partito; e Gramsci ne ricava anzitutto una critica metafisica del soviet quasi come «sotto­prodotto» del parlamento borghese, poi una prefigurazione di quella organizzazione per  cellule che sarà il punto centrale della pseudo­ bolscevizzazione e non a caso troverà i suoi più entusiastici propugnatori negli ex-ordinovisti della nuova direzione centrista del PCd'I. Si leggano questi stupefacenti brani (e si noti il tono di «aristocraticismo» dei «produttori», alla Sorel):

 

«L'assemblea è la forma di associazione politica che corrisponde allo Stato basato sulla circoscrizione territoriale. Essa continua gli ordinamenti delle popo­lazioni barbariche che esprimevano la sovranità battendo le picche sul terreno e ululando. La psicologia delle assemblee politiche che esprimono la sovranità in regime democratico è la "psicologia delle folle", cioè il prevalere degli istinti ani­maleschi e della irresponsabilità anonima sulla razionalità e sulla spiritualità; essa produce i linciaggi, se hanno il sopravvento i sentimenti meno nobili, nei mo­menti di esaltazione lirica produce gli episodi di emulazione nel volersi sostituire ai cavalli per trascinare in trionfo la ballerina alla moda. Perciò il più intelligente e più solerte deputato dell’assemblea nazionale italiana ha sentenziato che il Par­lamento sta al Soviet come la città all’orda barbarica.

«Poiché lo Stato operaio è un momento del processo di sviluppo della so­cietà umana che tende a identificare i rapporti della sua convivenza politica coi rapporti tecnici della produzione industriale, lo Stato operaio non si fonda su cir­coscrizioni territoriali, ma sulle formazioni organiche della produzione: le fabbri­che, i cantieri, gli arsenali, le miniere, le fattorie. In quanto il Partito socialista si organizza nelle sedi di lavoro, esso si pone come partito di governo della classe operaia nelle istituzioni nuove che la classe operaia sta elaborando per attuare la sua autonomia storica, per diventare classe dominante. La sostanza storica dell’associazione politica proletaria non è più unicamente la volontà di conquistare la maggioranza nelle assemblee popolari dello Stato borghese; essa è anche la vo­lontà di aiutare concretamente la classe operaia nel suo faticoso travaglio di elabo­razione. Diventa possibile prevedere una radicale trasformazione della forma orga­nizzativa del Partito: l'assemblea dei soci, atomi individuali, responsabili solo di­nanzi alla loro coscienza turbata e intorpidita dai frastuoni, dalle improvvisazioni demagogiche e dalla paura di non essere all’altezza delle assisi politiche del prole­tariato, sarà sostituita da assemblee di delegati con mandato imperativo, che alle discussioni generiche e farraginose vorranno sostituire discussioni sui problemi concreti che interessano le maestranze di fabbrica, che vorranno, costretti dalle ne­cessità della propaganda e della lotta nelle fabbriche, che le assemblee di partito diventino finalmente preparazione alla conquista reale del potere economico e po­litico da parte delle masse proletarie. Diventa possibile prevedere la trasformazione del Partito socialista da associazione nata e sviluppatasi sul terreno della demo­crazia liberale, in un tipo nuovo di organizzazione che è proprio solo della civiltà proletaria».

 

Il potere politico della classe operaia - scriveva Marx nell’Indirizzo sulla guerra civile in Francia - non può coesistere con la perpetuazione del suo asservimento sociale. Ciò significa «soltanto» che il potere proletario, con una serie di interventi dispotici, deve tendere a spezzare i rapporti di produzione capitalistici, salvando e potenziando l'associa­zione del lavoro. Se in un primo tempo «tutti sono operai», nel comu­nismo nessuno è operaio, perché il comunismo deriva dall’autosoppres­sione del proletariato che comporta la soppressione di ogni classe, della divisione città-campagna e della divisione stessa del lavoro. Evidente­mente, la concezione di Gramsci capovolge questa visione-previsione mar­xista; ed è significativo che la capovolga in una prospettiva simile a quella degli anarchici là dove vuole prefigurata nel Partito quella che ritiene essere la «città futura» (per usare un'espressione a lui cara quanto satura d'utopismo), concezione da «Internazionale di Sonvilliers» derisa da Marx ed assimilata alla Chiesa-Città di Dio del paleocristiane­simo.

Per il marxismo, «il partito è al tempo stesso un fattore ed un prodotto dello svolgimento storico delle situazioni, e non potrà mai essere considerato come un elemento estraneo ed astratto che possa dominare l'ambiente circostante, senza ricadere in un nuovo e più flebile utopismo. Che nel partito si possa tendere a dare vita ad un ambiente ferocemente antiborghese, che anticipi largamente i caratteri della società comunista, è una antica enunciazione, ad esempio dei giovani comunisti italiani fin dal 1912. Ma questa degna aspirazione non potrà essere ridotta a considerare il partito ideale come un falansterio circon­dato da invalicabili mura» (5) e quindi impenetrabile agli influssi ideo­logici ed agli agenti della classe dominante. E che significa «ambiente ferocemente antiborghese», se non ambiente «militante» contrapposto al rivoluzionarismo salottiero, illuminista e culturale, preoccupato di formare «buoni produttori» od «operai autodidatti»; ambiente in cui la disciplina - ferrea, di «tipo militare» - è frutto non di imposi­zione esteriore (come in caserma) o di lusinga carrieristica, ma di volon­tario impegno e sacrificio? Ma né la proclamata adesione di ogni mem­bro del partito al programma,, tanto meno, la sua... collocazione nell’apparato produttivo ne fanno un mistico «ordine del santo Graal». In tal senso, a parte il «piccolo particolare» che la società comunista non può essere certo ricalcata sulla rete industriale, cioè sull’aziendismo, il partito più «veramente comunista» deve esercitare nel suo stesso seno una continua vigilanza rivoluzionaria:  e la strutturazione «aziendale» è proprio quella che la rende più difficile, quella che dà al partito una configurazione laburista e restringe la preparazione ed elaborazione politica ad una schiera di funzionari, unico legame fra centro e base.

Nella polemica di Marx contro i proudhoniani francesi, di Lenin contro i menscevichi, il partito comunista non è un partito «di operai», ma di militanti, di «rivoluzionari di professione». Perciò la cosiddetta «bolscevizzazione» fu il rinnegamento, con l'abc marxista, della lezione del 1902-1904; la formula ch'essa impose fu affatto estranea alla fun­zione del partito rivoluzionario, una delle soluzioni organizzative da escludere dalla rosa di possibilità organizzative che si può configurare analogamente a quella delle possibilità tattiche. Un movimento comunista può essere, nella sua fase embrionale, ristretto a circoli di propaganda; può quindi divenire un partito interamente, o solo in parte, clandestino, a seconda delle circostanze, ecc.: ma, come non può tollerare «libertà di critica» nel suo seno, così non può risultare da gruppi di fabbrica che, come tali, si occupano prevalentemente dei singoli e locali pro­blemi d'azienda.

La concezione gramsciana della «prefigurazione» è ulteriormente precisata - anticipando i Quaderni e confermando la vocazione cultu­ralista dell’ordinovismo - in una nota del 17 luglio a proposito della costituzione di «gruppi di amici dell’Ordine Nuovo»:

 

«Non imponiamo nessun programma: la parola 'cultura' ha un significato abbastanza ampio, tale da poter giustificare ogni libertà di spirito, ma ha d'altra parte un contenuto preciso, onde non può rientrare in essa se non un'attività la quale abbia in sé la capacità di darsi una disciplina. Dallo scopo di cultura non ci siamo staccati mai, eppure il perseguirlo ci ha portati a sviluppare un esatto programma. Cultura volle dire per noi serietà di atteggiamenti mentali e di vita e i nostri 'amici' troveranno in questi pochi concetti sicuramente una base ade­guata per la costituzione di nuclei omogenei. Vi è in essi qualcosa di meno, ma infinitamente di più che un programma. E così i nostri gruppi, troppo diversi da una associazione politica, avranno in sé una capacità più modesta ma nuova, quella di essere, in un momento in cui ogni legame disinteressato sembra sciogliersi e svanire, piccoli centri intorno ai quali si radunino dei giovani, della gente che ancora sappia che cosa è il disinteresse, che ancora dia valore a ciò che non dà nessun premio, né uno stipendio né una posizione. Chi ha detto che il rinnovamento proletario del mondo non debba coincidere con un ritorno a virtù individuali le quali non si preparano e affinano se non nel contatto imme­diato, continuo, fraterno, di chi ha fede in un principio e trova in esso quanto può guidarlo anche a migliorare se stesso?».

 

L'ultimo paragrafo presenta un interesse fondamentale, perché, in un caso-limite, dà la chiave della concezione gramsciana della... preparazione rivoluzionaria. Tutto in definitiva è fatto poggiare sull’affinamento di virtù individuali; alla figura del «rivoluzionario di professione» suben­trano quelle del «buon produttore» e perfino del «buon lettore»; si giunge ad una predicazione dell’elevazione degli individui proletari, non dissimile nella sostanza dal socialismo «evangelico» prampoliniano che Gramsci denunzia nelle «guardie bianche di Reggio Emilia» - giustamente, ma con argomenti non comunisti bensì meridionalistici; con il che si comprende anche la passione per i pacifisti, i neo-tolstoiani, le «grandi firme» del baraccone pseudocomunista francese, Romain Rolland ed Henri Barbusse...

Del resto anche il futuro Migliore e capo armato, maestro, fon­datore, guida illuminata, sintesi di... Mazzini, Cavour e Garibaldi, ecc., cioè Togliatti, nell’editoriale Tattica nuova Ordine Nuovo», 13.III. 1920) aveva formulato con estrema nettezza questa impostazione educa­zionistica che ricapitolava le vecchie tradizioni culturaliste del gruppo, le suggestioni letterarie massimamente francesi, e le ispirazioni libertarie di stampo spartaco-tribunista, sostenendo che i comunisti devono essere «educatori che si propongono di mettere le masse in grado di fare da sé»; formula che poi Gramsci svolgerà nei Quaderni in quella di partito come nuovo Principe ma anche come intellettuale (organico) collettivo, per cui la concezione precisata da Lenin viene a dissolversi anche terminologi­camente; e ben a proposito lo stesso Togliatti parlerà nel secondo dopoguerra di partito «di tipo nuovo».

 

(1)  All’uopo, l'«Ordine Nuovo» del 12.VII.1919 propugnava la costituzione di «Soviet di cultura proletaria» quali «focolari di propaganda comunista concreta e realizzatrice». E il 6.III.1920 il ruolo del partito è ridotto, proprio come nel KAPD o in Pannekoek, a un'opera di «cultura e rischiaramento»

(2)  Del resto nell’«Ordine Nuovo» del 27 giugno 1919 Gramsci identificava «lo sviluppo dello Stato comunista» con «una democrazia in cui sia assorbita la ditta­tura del proletariato», definizione affatto analoga a quella di Kautsky.

(3)  Che non si tratti di nostre illazioni a posteriori risulta da due soli brani dell’«Ordine Nuovo»: «Oggi la classe "nazionale" è il proletariato, è la moltitudine degli operai e contadini, dei lavoratori italiani, che non possono permettere il disgregamento della nazione, perché l’unità dello Stato è la forma dell’organismo di produzione e di scambio costruito dal lavoro italiano, è il patrimonio di ricchez­za sociale che i proletari vogliono portare nell’Internazionale comunista: solo lo Stato proletario, la dittatura proletaria, può oggi arrestare il processo di dissolu­zione della unità nazionale, perché è l'unico potere reale che possa costringere i borghesi faziosi a non turbare l'ordine pubblico, imponendo loro di lavorare, se vogliono mangiare» (4 ottobre 1919). Si veda poi come l'analogia col «socia­lismo  dei consigli»  implicasse  anche punti  di  contatto col  «nazionalbolsce­vismo»:  «Nell’Internazionale socialista, gli italiani sono alla testa di un movi­mento di ribellione contro la tirannide delle nazioni che posseggono il capitale internazionale e lo fanno servire a scopo di dominio politico e di sfruttamento economico; essi trascinano con sé le masse di Francia e di Inghilterra a combattere per la liberazione del mondo; essi, soli, pensano a un avvenire in cui l'Italia non sia più la Cina di Europa, ma le sia data possibilità di pieno e libero sviluppo»(19 luglio 1919):  in altri termini... la grande proletaria si è mossa! Già sull’«Avanti!» piemontese del 13.X.1919, del resto, Gramsci definiva «la classe operaia che si identifica, nel suo respiro, col mondo» come «giovinezza della so­cietà italiana». (No comment!).

(4)  «L'idea libertaria - scriveva Gramsci - avrà un suo compito da svolgere ancora per un pezzo: essa continuerà la tradizione liberale in quanto ha imposto e ha realizzato conquiste umane che non devono morire col capitalismo» («Ordine Nuovo» del 28 giugno - 5 luglio 1919).

(5)   In difesa della continuità del programma comunista, cit., pag. 182.

 

7. - CONCLUSIONE

 

Questo partito «di tipo nuovo» era «prefigurato» nell’«Ordine Nuovo», del cui immediatismo parato di vesti più o meno sinistreggianti rappresenta un organico sviluppo in direzione apertamente demo-laburista (non stoltamente Giorgio Amendola affacciava l'ipotesi del suo ulteriore svolgimento in «partito del lavoro»). Quando gli stalino-destalinizzatori dell’italico nazional-comunismo asseriscono di essere i legittimi successori del «partito di Gramsci e Togliatti» non hanno dunque torto, e l'eredità non può non venir loro contestata. Ma, naturalmente, il «partito di Gramsci e Togliatti» non si identifica col «partito di Livorno», bensì con quel gruppo che alla vigilia del II Congresso dell’Internazionale comunista teneva ancora il linguaggio che si è visto, anche in brutale contrasto con la dichiarazione sottoscritta e forse letterariamente formu­lata da Gramsci, ma assai remota dalla concreta realtà della formazione e del «programma» ordinovista, sul «Rinnovamento del Partito socia­lista» (cfr. il capitolo successivo).

Abbiamo usato l'espressione «programma» perché così si può de­finire anche il (non a caso si dice «programmatico») problemismo e pragmatismo del gruppo. Anche il contingentismo, il situazionismo, ecc. sono un programma, o, almeno, quel tanto di programma che si possono dare forze e raggruppamenti estranei ad una prospettiva storica di ampio respiro e quindi chiusi nel cerchio dei rapporti esistenti e delle relative categorie. La costanza dell’incostanza è (se ci si permette il bisticcio) una costante della piccola borghesia, ancor più che della grande, sia pure meramente conservatrice. In questo senso, laddove il fascismo, pur con tutta la sua demagogia sansepolcrista e la sua pretesa di antipartito, fu sempre il partito unico e centralizzatore per eccellenza della grande borghesia industriale e finanziaria imperialistica (lo era anche quando, per accalappiare i piccolo-borghesi esasperati, agitava il mito di un «socialismo nazionale»), correnti piccolo-borghesi autentiche quali l'ordi­novismo possono invece, in date fasi, seguire l'avanguardia proletaria e ad essa assoggettarsi: ma questa confluenza e subordinazione è storica­mente transitoria, e, non appena l'onda rifluisce, esse abbandonano la causa proletaria, con pregiudizio tanto maggiore per essa, quanto più si sono attestate su posizioni di «responsabilità direttiva», e, accodan­dosi alla ristabilitasi borghesia, le portano ora l'appoggio di settori pro­letari più o meno consistenti. In ciò fu la tragedia della III Interna­zionale, la possibilità espansiva della controrivoluzione staliniana, la garanzia di salvezza del capitalismo.

D'altra parte, gli errori del Comintern vengono storicamente non negati, ma spiegati e giustificati ove si rammenti che la stessa Sinistra che li predisse e denunziò per prima, nel foggiare (oggettivamente «troppo tardi» quanto soggettivamente «troppo presto») il PCd'I, dovette assumervi quel gruppo ordinovista trascinato bensì dalle convul­sioni sociali in atto, ma si è visto quanto remoto, ancora alla vigilia della scissione del PSI, dai rudimenti del marxismo rivoluzionario. Un'ulteriore selezione sarebbe stata resa possibile da un approfondimento delle lotte di classe sul piano mondiale; il loro ripiegamento non solo la impedì, ma portò ad una situazione per cui «selettori» ed «espul­sori» divennero proprio quei gruppi che la formazione bolscevica dei partiti occidentali avrebbe dovuto eliminare dalla compagine interna­zionale.

Nessuna illusione poteva farsi la Sinistra sulle intrinseche poten­zialità dell’«Ordine Nuovo» di fondersi organicamente in un partito comunista ortodosso: fu il corso degli eventi a rendere impossibile l'organica depurazione del partito, così come vanificò la lotta in cui Mosca si era impegnata contro il centrismo nel seno stesso del Comintern (1). La recessione oggettiva del movimento operaio rivoluzio­nario si tradusse in un rafforzamento delle tendenze opportunistiche che a loro volta prima inibirono, poi invertirono il processo selettivo che pure si sarebbe potuto attuare anche in condizioni di ritirata, condi­zioni che il pervertimento della direzione internazionale trasformò in vergognosa rotta e disordinata fuga, con totale gettito di armi e bagagli teorico-pratici.

Né la Sinistra - considerazione ovvia e perfin banale, ma non superflua di fronte alle «scoperte» strategiche retrospettive di certi estremisti peggio che infantili odierni - avrebbe potuto reagire al predominio, condizionato dallo stalinismo, delle ideologie e dei metodi ordinovisti... appoggiando gli immediatisti, rimasti all’ordinovismo «pri­ma maniera» o «prima fase», dell’«Internazionale comunista operaia» o consimili raggruppamenti, ancor più estranei al marxismo rivoluzionario dell’Opposizione internazionale ispirata poi da un Trotsky quantum mutatus dal «Carnot proletario» autore di Terrorismo e comunismo.

L'esposizione, che non pretende di essere né completa né esauriente, dei principali motivi ordinovisti, la cronaca delle polemiche più signifi­cative, che abbiamo abbozzato, hanno anche e principalmente lo scopo di mostrare la concordanza della Sinistra e del bolscevismo nell’integrale rivendicazione e restaurazione della dottrina marxista, e il loro completo isolamento sul piano internazionale: perciò si è insistito sui molteplici e complessi legami tra ordinovismo e «marxismo europeo», a dimostra­zione del nostro assunto che la ricostituzione dell’Internazionale comu­nista - immensamente più difficile oggi che, dopo la controrivoluzione staliniana, i nuclei marxisti sono infinitamente più ridotti di quelli russi ed italiani degli anni della rivoluzione d'ottobre - non può operarsi che sulla linea «da Marx a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della Sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi parti­giani» e che implica «la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politi­cantismo personale ed elettoralesco».

Ogni critica dell’ordinovismo che non si fondi su questi principi è equivoca o, nel migliore dei casi, inconseguente: perché ordinovismo (e non esso solo, ma tutte le altre innumerevoli varietà di marxismo creativo) ha appunto significato elusione, rifiuto di questa linea, lotta contro di essa. Il conflitto Marx-Proudhon, Lenin-economisti, Sinistra­-ordinovismo è essenzialmente lo stesso: è il conflitto tra la rivoluzione «locomotiva della storia» ed il sabotaggio del piccolo-borghese nostalgico del «carro contadino» e dell’«albero di fico» proudhoniano, il conflitto tra «difesa nel presente del futuro di classe» e «adattamento all’atmo­sfera del momento, incapacità di lottare contro la moda del giorno, vista corta in politica e mancanza di carattere», che costituiscono (Lenin, ottobre  1906)  «il  tratto  tipico e caratteristico  dell’opportunismo». Pure invariante com'è, l'opportunismo è contraddistinto da «mancanza di precisione, di chiarezza, inafferrabilità» (Un passo avanti, due passi indietro,  1904); perciò «è difficile imbrigliare un opportunista nella trappola di una formula qualunque: egli sottoscriverà facilmente qualsiasi formula e con altrettanta facilità la rinnegherà, poiché l'opportunismo è precisamente la mancanza di definiti e saldi principi» (Che fare?, 1902), che porta all’adozione dei principi liberali borghesi. Tra le formule che l'opportunismo può sottoscrivere ci può ben essere, e ci fu, il programma di Livorno:  naturalmente, anch'esso venne rinnegato. Contingentismo, situazionismo, presentazione multiforme di posizioni piccolo-borghesi, superficiale e temporanea adozione e subitanea cancellazione di parole d'ordine rivoluzionarie, loro tendenziosa interpretazione: tutto questo ritroviamo nell’ordinovismo come in ogni forma di opportunismo, perché, come scriveva sempre Lenin in Marxismo e revisionismo (aprile 1908), «dall’essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere un'infinità di forme e che ogni problema più o meno "nuovo", ogni cambiamento più o meno inatteso e imprevisto - anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima e per un periodo brevissimo di tempo - devono inevitabilmente portare all’una o all’altra varietà di revisionismo [...]. E quel "revisionismo di sinistra" che è apparso oggi nei paesi latini sotto forma di "sindacalismo rivolu­zionario" si adatta esso pure al marxismo "correggendolo": Labriola in Italia, Lagardelle in Francia, fanno appello di continuo da un Marx che sarebbe stato mal compreso, a un Marx ben compreso [...] Il socialismo premarxista è battuto. Esso continua la lotta non più sul proprio terreno, ma sul terreno generale del marxismo, come revisionismo», di destra o di sinistra - aggiungiamo noi - ed eventualmente «le mille miglia più a sinistra» di Gramsci, come la più gran parte dell’operaismo odierno, che snobba il padre spirituale del PCI ma non fa che ripeterne la vecchia canzone proudhoniana.

 

(1)  Si vedano a questo proposito i capitoli VIII e IX.

Informativa 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina di policy & privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.  Per saperne di piu'